<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:xsd="http://www.w3.org/2001/XMLSchema"  xmlns:xsi="http://www.w3.org/2001/XMLSchema-instance" version="2.0"><channel><title>IL BLOG DI ARLECCHINO</title><description>News sito web www.ilblogdiarlecchino.net/</description><link>http://www.ilblogdiarlecchino.net/rss.aspx</link><item><title><![CDATA[Il vangelo secondo Pullman]]></title><description><![CDATA[Il vangelo secondo Pullman 
Il nuovo testamento in forma di favola 
Esce oggi il provocatorio libro dello scrittore inglese di Philip Pullman 
ROMA (2 settembre) - Quando l’angelo si ripresentò, Cristo si trovava a Gerico. Seguiva Gesù e i suoi discepoli diretti a Gerusalemme in occasione della Pasqua. Gesù alloggiava nella casa di uno dei seguaci, mentre Cristo aveva preso una stanza in una locanda poco distante. A mezzanotte uscì per usare la latrina e, quando rientrò, si sentì una mano sulla spalla, e all’istante capì che si trattava dello straniero. 
«Ormai gli avvenimenti incalzano» disse lo straniero. «Dobbiamo parlare di una cosa importante. Conducimi nella tua stanza».Entrati che furono, Cristo accese la lampada e radunò le pergamene che aveva scritto.«Signore, cosa ci fai con queste pergamene?» chiese.«Le porto in un posto molto sicuro».«Le rivedrò mai? Potrebbe esserci bisogno di modificare e correggere le annotazioni, alla luce di quanto ho appreso sulla verità e la storia».«Non mancherà l’occasione. Non temere. Ma adesso dimmi di tuo fratello. Com’è il suo umore mentre si avvicina a Gerusalemme?»«Pare sereno e sicuro di sè, signore. Non mi sembra cambiato di una virgola».«Parla di quello che, secondo lui, potrebbe accadergli lì?».«Dice solo che il Regno arriverà molto presto. Forse quando lui sarà nel tempio».«E i discepoli? Il tuo informatore come sta? E’ ancora vicino a Gesù?»«Direi che la sua è la posizione migliore. Non è né il più vicino né il favorito - Pietro, Giacomo e Giovanni sono gli uomini con cui Gesù si confida di più - ma tra i seguaci il mio informatore è sicuramente in posizione intermedia. I suoi resoconti sono esaurienti e attendibili. Ho fatto delle verifiche».«A un certo punto dovremmo pensare di ricompensarlo. Ma adesso voglio parlarti di una difficoltà».«Sono pronto, signore». 
«Io e te sappiamo che affinché il Regno prosperi, c’é bisogno di un corpo di uomini, e anche di donne, Ebrei e Gentili; seguaci fedeli, sotto la guida di uomini saggi e autorevoli. E a questa chiesa - possiamo chiamarla chiesa - serviranno uomini di formidabili poteri organizzativi e di profondo acume intellettuale, sia per concepire e sviluppare la struttura del corpo, sia per formulare le dottrine che lo terranno unito. Uomini del genere esistono, e sono pronti. La chiesa non difetterà né di organizzazione né di dottrina».«Ma tu ricorderai, mio caro Cristo, la storia di Abramo e Isacco. Dio metteva duramente alla prova il suo popolo. Quanti sono gli uomini che oggi sarebbero pronti a comportarsi come Abramo, disposti a sacrificare il figlio perché glielo ordina Dio? Quanti sarebbero come Isacco, pronti a obbedire al padre, a porgergli le mani per farsi legare, a immolarsi sull’altare, e attendere tranquillamente il coltello nella serena certezza di ciò che è giusto?».«Io lo farei» ribattè prontamente Cristo. «Se è ciò che Dio vuole, io lo farei. Se fosse per servire il Regno, sì, lo farei. Se fosse per servire mio fratello, sì, sì, lo farei». 
Lo disse con entusiasmo, perché sapeva che questo gli avrebbe offerto la possibilità di fare ammenda per aver fallito nella guarigione della donna malata di cancro. Lui era stato di poca fede, non lei; le aveva parlato con durezza e lei aveva provato vergogna.«Tu sei devoto a tuo fratello» disse lo straniero.«Sì. Tutto quello che faccio è per lui, anche se lui non lo sa. Ho plasmato la storia apposta per rendere più grande il suo nome».«Non dimenticare quello che ti ho detto la prima volta che ci siamo parlati; il tuo nome brillerà di uno splendore eguale al suo».«Dubito».«Certo, ma potrebbe esserti di confronto sapere che altri lo pensano e si stanno adoperando perché sia così». 
«Altri? Ci sono altri oltre te, signore?»«Una legione. E succederà, non temere. Ma prima di andarmene, voglio chiedertelo di nuovo: capisci quanto sia necessaria la morte di un uomo per la sopravvivenza di molti altri?»«No, non lo capisco, ma lo accetto. Se questa è la volontà di Dio, la accetto anche se mi è impossibile comprenderla. La storia non dice se Abramo e Isacco avessero capito quello che dovevano fare, ma loro non esitarono a farlo».«Ricorda le tue parole» disse l’angelo. «Parleremo di nuovo a Gerusalemme».Prima di andarsene con le pergamene, baciò Cristo sulla fronte. © RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=117183&sez=HOME_SPETTACOLO]]></description><pubDate><![CDATA[05/09/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=390]]></link></item><item><title><![CDATA[Se il progresso non garantisce più un mondo migliore]]></title><description><![CDATA[3/9/2010 
Se il progresso non garantisce più un mondo migliore 
CHRIS PATTEN* 
Agosto, mese di vacanze in Europa, non è il momento giusto per fare seriamente politica. E’ sottinteso che, mentre l’Europa riposa, il mondo e le sue preoccupazioni sono chiusi. Di solito io passo questo mese con la mia famiglia nell’antico cascinale che abbiamo ristrutturato nel Sud-Ovest della Francia. E’ campagna profonda. Sto scrivendo nel mio orto, sotto un bersò di uva, a Ovest vedo colline coperte di boschi e nessuna costruzione. Nel nostro piccolo villaggio ci sono una fattoria, un paio di case da vacanza e le rovine di altre sette o otto abitazioni. Un secolo fa questa era una comunità di più di cinquanta persone. Oggi ci sono due residenti fissi, il contadino e la sua vecchia madre. Tutti gli altri sono persone in vacanza. 
In Francia il progresso ha portato in tempi abbastanza recenti una migrazione dalle campagne alla città. «Com’è possibile - mi chiese anni fa un allevatore di maiali - che tutti noi locali vogliamo andarcene e voi, abitanti delle città del Nord Europa, vogliate rilevare le nostre fattorie e venirci a vivere?». Questo fa parte, presumo, del sogno del Nord Europa urbano e borghese: la ricerca del sole di giorno e del silenzio di notte. 
Anche negli ultimi 15 anni, da quando abbiamo comprato questa cascina dove si coltivava il tabacco, il progresso ha lasciato i suoi segni. Nel nostro villaggio c’erano due esemplari di ogni negozio: due macellai, due panettieri, due ferramenta. Ora ce n’è solo uno. I supermercati nelle città qui intorno hanno messo fuori mercato i piccoli negozi. Immagino che offrano più scelta e probabilmente prezzi più bassi. Così però la vita commerciale è stata eliminata dai piccoli paesi. 
Un altro segno del progresso è l’arrivo della connessione Internet a banda larga. Adesso posso usare il mio laptop come fossi a casa a Londra, e la parabola sul tetto ci dà tutte le stazioni radio e tv del mondo. Questo per me è un progresso. Un tempo però in vacanza staccavo completamente, ero protetto dalle intrusioni della tecnologia. Oggi non ci sono scuse. Sono sempre in servizio. 
Grazie al nostro televisore, abbiamo potuto seguire i segni che il progresso ha lasciato altrove. Forse le terribili alluvioni in Pakistan e in Cina non sono il risultato diretto del cambiamento climatico. Ma l’evidenza sembra suggerire che le variazioni nelle condizioni climatiche stanno aumentando di scala e di frequenza. Sappiamo che l’aumento di 17 volte nella CO2 immessa nell’atmosfera nell’ultimo secolo è parte del prezzo della nostra aumentata prosperità e che saranno i più poveri del mondo a portare il peso maggiore dei costi.In questo mese abbiamo anche potuto vedere in tv quelle che sembrano essere le fasi finali nella battaglia per tappare il pozzo petrolifero esploso al largo della Florida e della Louisiana. Questo disastro ambientale convincerà gli americani a guardare con occhi più seri l’uso sfrenato che fanno dell’energia? Avrà ripercussioni sul loro amore per i motori a combustione interna e l’aria condizionata? Sono incline a dubitarne. 
Declinare il progresso in modi che lo rendano sostenibile e ci consentano di mantenere il meglio del passato è difficile. Opporsi alla globalizzazione e alle forze del mercato è spesso stato il modo preferito per cercare di restare aggrappati a un’idea idealizzata di com’era la vita una volta. Questo produce risultati paradossali qui in Francia, dove - nonostante tutta la retorica anti-globalizzazione - McDonald’s è più popolare che in qualunque altro posto in Europa. Le aziende francesi ottengono risultati spettacolari sul mercato globale. In patria, intanto, piccole imprese dal chiaro carattere autoctono - produttori di formaggi, pasticcieri, ristoratori - sono martellati da tasse e costi sociali alti, mentre i supermercati prosperano vendendo prodotti asiatici. 
Come possiamo conservare il meglio di ciò che ci è familiare e promuovere l’identità dei nostri quartieri e delle nostre regioni e intanto abbracciare il tipo di cambiamento che fa stare meglio la maggior parte di noi? Come possiamo fare in modo che i mercati e la tecnologia ci servano anziché essere noi al loro servizio - come spesso sembra accadere? 
Una soluzione parziale è cercare di dare un prezzo a ciò che chiamiamo progresso. Quali sono, ad esempio, i costi reali dei centri commerciali fuori città in termini di aumento del traffico e perdita di spazi verdi? Ciò che può avere un senso nelle immense distese del Texas non è detto che funzioni nella Francia o nell’Inghilterra rurale. Come possiamo garantire che la tecnologia risponda ai bisogni dei poveri e non si limiti ad aumentare il divario tra gli occidentali che come me possiedono un computer e usano il Blackberry e i poveri dell’India e della Cina?Soprattutto, quando ci accorderemo per definire i reali costi dell’energia che usiamo, soprattutto i combustibili fossili? Le vittime saranno le future generazioni di alluvionati in Asia e in Cina, i contadini nella Russia e nell’Africa senz’acqua e i nipoti di ciascuno di noi. Che eredità lascerà loro il «progresso» di oggi? Ci piace pensare che le vecchie generazioni lasciano sempre un mondo migliore a chi viene dopo. E’ ancora vero? 
* Ultimo governatore inglese di Hong Kong, attualmente rettore dell’Università di OxfordCopyright Project Syndicate 2010 
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7780&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[05/09/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=391]]></link></item><item><title><![CDATA[La storia del crociato che divenne un balcone]]></title><description><![CDATA[Cultura 
26/08/2010 - IL MUSEO RACCONTA 
La storia del crociato che divenne un balcone 
Una lastra tombale dal singolare destino: ci restituisce l'avventura del "nobile cavaliere messer Jean de Soisy" da Parigi, morto in Piemonte dopo aver seguito Luigi IX il Santo nelle spedizioni contro l'islam 
ALESSANDRO BARBERO 
VERCELLI 
Per gran parte dell'800 Jean de Soisy ha fatto da pavimento a un balcone, nel cortile d'una casa vercellese. Come ha ipotizzato Luca Brusotto del Museo Leone di Vercelli, il cavaliere crociato doveva essere sepolto in una chiesa dei dintorni, oggi non più esistente. In età napoleonica la città crebbe, diverse chiese vennero demolite, i cimiteri smantellati e trasferiti nei sobborghi in omaggio ai nuovi criteri igienici che ispirarono i Sepolcri del Foscolo; e qualcuno si accorse che quella pietra consunta dai secoli era proprio della misura giusta per i suoi lavori di ristrutturazione. 
Così l'antica lastra tombale fu calpestata da generazioni di bambini, sorresse vasi di fiori e stendini per la biancheria, finché le nuove mode culturali non arrivarono anche a Vercelli e i collezionisti cominciarono a curiosare nei cortili. Un secolo fa Jean de Soisy entrò a far parte della collezione di antichità del notaio Camillo Leone, il cui lascito ha dato vita a uno straordinario museo, troppo poco conosciuto rispetto ai tesori che contiene. Ripulito dalle muffe e collocato su un basso piedistallo, il cavaliere fissa a occhi spalancati il visitatore che gli si para davanti. È vestito, diremmo noi, in borghese, coll'abito lungo, le maniche svasate, i capelli accuratamente pettinati, nel taglio che si usava nel tardo '200; solo la spada e lo scudo che ha accanto testimoniano il suo mestiere e il rango. La scritta che corre tutt'intorno ci dice chi era. Tradotta dal latino suona così: «Il 13 agosto morì il nobile cavaliere messer Jean de Soisy, della diocesi di Parigi». 
Jean era un nobile dell'Ile-de-France, terra di fedeli vassalli del re in un'epoca in cui gran parte di quella che oggi è la Francia - Normandia, Borgogna, Bretagna, Aquitania - obbediva ad altri principi. Capitò a Vercelli tornando da Roma, dove il re Filippo III l'Ardito lo aveva mandato nel 1283 per testimoniare nel processo di canonizzazione di suo padre, Luigi IX il Santo. Vercelli era allora una tappa importante della via Francigena, la strada percorsa dai pellegrini che andavano a Roma, ma anche da delegazioni di ambasciatori e comitive di uomini d'arme, ora che l'alleanza tra il Papato e la Casa di Francia era diventata l'asse della politica europea, e che Carlo d'Angiò, fratello minore di San Luigi, aveva conquistato con la benedizione papale il regno di Sicilia, strappandolo agli eredi di Federico II, Stupor Mundi. Al ritorno verso casa Jean de Soisy si sentì male e morì, come tanti, a quei tempi, morivano in viaggio, stroncati dagli strapazzi. Aveva almeno cinquant'anni, l'età a cui di solito si moriva nel Medioevo, e certamente era più vecchio di quanto non appaia sulla lapide, che lo rappresenta con i lineamenti stilizzati d'un giovane biondo. 
Quest'uomo che venne a morire a Vercelli era scampato a una crociata, e forse a due. Se il re Filippo lo aveva mandato a Roma, è perché era appartenuto alla cerchia dei vassalli più fedeli di Luigi IX, e non è comodo servire un santo. Luigi partì in crociata per la prima volta nel 1248, a 34 anni; i suoi strateghi gli avevano consigliato di sbarcare in Egitto, per colpire quella che allora era la potenza più dinamica del mondo musulmano, e arrivare a Gerusalemme da una direzione inattesa. La flotta di galere partì da Aigues-Mortes, il porto che il re aveva fatto costruire appositamente per la crociata e che ancor oggi si specchia nel Mediterraneo con la sua cerchia di mura turrite, e approdò alle spiagge di Damietta. Il re saltò nell'acqua bassa con lo scudo al braccio e in testa un elmo d'oro, e quando vide un gruppetto di turchi che sorvegliavano lo sbarco tenendosi a prudente distanza voleva precipitarsi da solo contro di loro; tra i vassalli che dovettero trattenerlo a forza c'era forse anche Jean. 
Le cose andarono male molto in fretta. La dissenteria faceva strage tra i crociati, che non riuscivano a uscire dalla testa di ponte. Il fratello del re, Roberto d'Artois, si fece ammazzare attaccando sconsideratamente il nemico, dopo aver litigato coi Templari su chi doveva avere l'onore di cavalcare all'avanguardia. L'altro fratello, Carlo d'Angiò, passava il tempo giocando a dadi, di nascosto dal re che quando lo sorprese gli buttò in mare dadi e quattrini. I pellegrini cristiani che capitavano al campo chiedevano di vedere il re santo, la cui fama era già diffusa nel mondo; uno dei vassalli di Luigi venne a dirglielo ridacchiando, e aggiunse che lui però non aveva ancora voglia di baciare le sue ossa, come a dire: cercate di non farvi ammazzare, per ora. Luigi si mise a ridere anche lui e quando la situazione precipitò si arrese al sultano; qualcuno tra i crociati parlava di martirio, ma la maggioranza decise che erano dei matti e che era molto meglio arrendersi. Il sultano, del resto, trattò cortesemente il re e i nobili, anche se molti dei poveracci vennero scannati; e dopo il pagamento d'un riscatto li lasciò andare. Così Jean de Soisy, se davvero era lì, tornò a casa sano e salvo. Quasi tutti avevano imparato la lezione, e quando vent'anni dopo re Luigi annunciò l'intenzione di partire di nuovo per la crociata, la maggior parte dei suoi vassalli si mise le mani nei capelli. Radunare la spedizione fu più difficile, stavolta; ma Jean de Soisy, e questo lo sappiamo con certezza, partì al fianco del suo re. Lo sbarco avvenne a Tunisi: Carlo d'Angiò, che nel frattempo era diventato re di Sicilia, aveva grandi progetti di espansione mediterranea, e suo fratello gli dava troppo retta. In Tunisia il copione si ripeté tragicamente: il clima ammazzava la gente, e questa volta anche il re, che aveva passato i cinquant'anni, si ammalò e morì. I superstiti tornarono a casa convinti d'aver veduto la morte d'un santo, e forse anche segretamente sollevati perché d'ora in poi non avrebbero più dovuto seguirlo; di San Luigi restavano davvero solo le reliquie da baciare. 
Jean de Soisy tornò al suo castello vicino a Parigi, mentre la diplomazia capetingia e quella pontificia negoziavano la canonizzazione del defunto; ci vollero dodici anni perché il processo si mettesse in moto, e la commissione d'inchiesta convocasse anche Jean. Il nobile signore salì a cavallo, andò a Parigi e poi a Roma, e a Vercelli capì che ora toccava a lui, e che presto avrebbe raggiunto il suo re, sempre che il giudizio gli fosse andato bene. Sulla lapide è rappresentato a mani giunte: prega, anche se fissa davanti a sé senza paura, come è obbligo d'un cavaliere. All'altezza delle spalle sono incise tre parole: pregate per me. 
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/308072/]]></description><pubDate><![CDATA[02/09/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=389]]></link></item><item><title><![CDATA[Riemerge la porta dei Vichinghi]]></title><description><![CDATA[Cultura 
01/09/2010 - 
Riemerge la porta dei Vichinghi 
Un monumento nazionale danese, ma in territorio tedesco. Era l'unico punto di passaggio verso la Scandinavia 
ALESSANDRO ALVIANI 
BERLINOL'han cercata in lungo e in largo per un secolo. Poi, quando hanno intuito di averla trovata, sono rimasti beffati: un vecchio ristorante in declino ne ostruiva l'accesso. Gli archeologi tedeschi e i loro colleghi danesi, però, non si sono persi d'animo: hanno atteso pazienti che il ristorante «Café Truberg» fallisse, hanno chiesto a quel punto al novantasettenne danese Arnold Mærsk, proprietario della più grande società di container navali al mondo, di comprarlo e infine l'hanno abbattuto. È così che, alle sue spalle, hanno riportato alla luce l'unica porta di accesso al regno dei Vichinghi. 
La Wiglesdor non è altro che un varco ampio sei metri nel Danewerk, l'imponente fortificazione costruita dai Vichinghi a partire dall'VIII secolo nell'odierno Schleswig-Holstein (la regione tedesca che confina con la Danimarca) per difendersi dai Sassoni e dagli Slavi. Un vallo di 30 chilometri in tutto, molti meno dei 550 del limes germanico, ma decisivi dal punto di vista strategico: il Danewerk, eretto tra la città di Hollingstedt, sul fiume Treene, e la località commerciale di Haithabu (o Hedeby), sul Mar Baltico, rappresentava una sorta di cerniera tra i territori vichinghi, a Nord, e l'Europa carolingia, a Sud. Una cerniera che poteva essere aperta in un solo punto: presso la Wiglesdor. «Abbiamo scavato lungo il muro di fortificazione e, a un certo punto, abbiamo scoperto un'interruzione, un passaggio lasciato aperto intenzionalmente», spiega al telefono Martin Segschneider, l'archeologo che ha coordinato i lavori. «La dimensione storica della scoperta è enorme: questa porta è qualcosa di unico, non ce n'è un'altra simile», aggiunge. 
Per secoli la Wiglesdor ha rappresentato il punto di passaggio obbligato per gli eserciti che volessero avventurarsi in Scandinavia o scendere nell'Europa continentale. E non solo: la porta venne infatti costruita nel punto di intersezione tra il Danewerk e la Ochsenweg («via dei buoi»), la più importante arteria commerciale dell'epoca in questa zona, «una sorta di autostrada dell'epoca vichinga», come la definisce Segschneider. Controllare questo punto equivaleva di fatto a controllare i commerci di materie e oggetti preziosi, dall'oro alle pelli di orso: oltre a essere un popolo di temuti saccheggiatori, i Vichinghi erano anche abili commercianti, capaci di spingersi con le loro rapide navi fino all'Europa meridionale, alla Russia e all'Islanda. I traffici vertevano intorno alla città di Haithabu: qui i carichi delle navi in arrivo dal Mar Baltico venivano trasferiti su alcuni carri e trasportati fino al fiume Treene, da dove proseguivano il viaggio verso il Mare del Nord. 
Il Danewerk, un muro di pietra ampio tre metri, serviva insomma anche a proteggere i commerci. «Per i danesi rappresenta un monumento nazionale», ricorda Segschneider. Un monumento danese, su territorio tedesco, però: la storia del vallo, del resto, è controversa. Rafforzato a più riprese nel corso dei secoli, venne dapprima abbandonato, intorno al 1200; nel XIX secolo, in occasione delle guerre per il controllo dello Schleswig, venne però riscoperto dai danesi. Durante la Seconda guerra mondiale, inoltre, i tedeschi pensarono di far stazionare qui dei panzer per bloccare un'eventuale invasione alleata da Nord. 
Oggi di quest'opera - il più grande monumento archeologico nell'Europa settentrionale - resta in piedi un tratto lungo 26 chilometri e alto fino a sei metri, che in un futuro non troppo lontano potrebbe entrare, insieme col vecchio centro commerciale vichingo di Haithabu, nella lista Unesco dei patrimoni mondiali dell'umanità. Lungo il Danewerk, intanto, gli scavi continuano: gli archeologi sperano di ritrovare resti di legno della porta o del selciato dell'antica strada commerciale. 
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/312872/]]></description><pubDate><![CDATA[02/09/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=388]]></link></item><item><title><![CDATA[E Mehmet lesse nel cielo l'eclissi di Bisanzio]]></title><description><![CDATA[Cultura 
31/08/2010 - IL MUSEO RACCONTA 
E Mehmet lesse nel cielo l'eclissi di Bisanzio 
Il taccuino del giovane sultano che nel 1453 espugnò la città: la sera prima dell'assalto finale, per scacciare l'inquietudine, vi disegnò quel che vedeva 
SILVIA RONCHEY 
ISTANBUL 
All'istmo tra Europa e Asia c'era, e c'è ancora, la Città delle Città, che un tempo si chiamava la Polis e ora è chiamata Istanbul: entrambi i nomi significano «la Città». E al suo interno c'era, e c'è ancora, una Città nella Città, il Gran Palazzo del Topkapi. E nella sua Biblioteca c'era, e c'è ancora, un piccolo taccuino ingiallito, che contiene esempi di calligrafia e disegni, vergati da una mano insieme puerile ed esperta. È la mano di Mehmet II il Conquistatore, che quando lo vergò aveva vent'anni e stava conducendo un lungo assedio. 
Nel maggio di 557 anni fa, quel giovane sultano nevrotico e ambizioso, dalle pupille scintillanti e dal naso rapace, aveva deciso di conquistare la Città delle Città. L'aveva circondata per mare e per terra, aveva riunito un esercito di centinaia di migliaia di uomini, mobilitato tutti gli esperti di tecniche d'assedio e tutti gli astronomi e gli esperti di divinazione, perché voleva a ogni costo espugnarla e fare di lei la sua sposa, e nel suo grembo rifondare il proprio impero. 
Per mesi e mesi aveva sperimentato ogni innovazione, lanciato palle di cannone grandi come pianeti da bocche di fuoco immense come draghi; ma inutilmente. Aveva fatto accorrere i minatori delle miniere d'argento di Serbia, coi loro picconi traslucidi e aguzzi come becchi di aironi, per traforare lunghe gallerie sotto le Grandi Mura della Città; ma inutilmente. I pochi greci, annidati nelle nicchie delle Mura come gufi o civette, li avevano sterminati allagando i cunicoli o riempiendoli di fumo. La sera del 24 maggio 1453 c'era stata una strage. Tutti i serbi e molti turchi erano morti sepolti dal crollo delle impalcature, cui i greci, astuti come Odisseo, avevano dato fuoco. 
Il giovane sultano caracollava su e giù a cavallo lungo il fronte settentrionale dell'accampamento. Senza farsi riconoscere, sciogliendo le falde intrecciate del turbante per coprire il viso, scrutava i vari reggimenti. Migliaia di vivi, provenienti da tutto l'impero di Rumelia, si sostituivano alle migliaia di morti, i cui cadaveri si accumulavano sotto gli spalti. Al giovane sultano non importava, poiché nel nome del Profeta, che era anche il suo, riteneva che la vita individuale non valesse assolutamente a nulla, se non a portare a termine in Suo onore una grande impresa collettiva. Ma negli sguardi dei vivi vedeva ogni giorno di più uno sconforto che li faceva assomigliare a quelli spenti dei morti. 
Fece arretrare il suo cavallo, che lo amava e lo capiva come fosse la sua anima uscita dal corpo. Le Grandi Mura non erano mai state espugnate. Non lo sarebbero state, aveva profetizzato qualcuno. Ma era troppo tardi per ripiegare. Già il Consiglio Supremo, e in persona il suo Gran Visir, il vecchio Chalil, erano contro di lui. Se non avesse espugnato la Città, a cadere non sarebbe stato solo il suo trono, ma anche la sua testa. 
Quella sera tornò presto nella sua tenda grande come la luna, con intorno le tende dei suoi giannizzeri come tante stelle. Il gigantesco tamburo del capo del mehter risuonava cupamente a segnare il crepuscolo. Aveva talmente paura dei sicari che ormai faceva entrare solo un italiano, che era il suo medico ed era ebreo. Jacopo era un grande cabalista e lo aveva aiutato a costruire sulla riva europea del Bosforo una fortezza il cui perimetro formava la cifra del suo nome, che era poi anche quello del Profeta, come una formula magica disegnata proprio sotto la Città. Ogni giorno Jacopo lo aiutava a interpretare i segni del suo corpo mortale e quelli del grande corpo del cosmo, con i minuti corpi celesti che ricamavano nella notte messaggi complessi e accurati come gli esercizi di calligrafia che andava facendo nel suo taccuino. 
Jacopo aveva i capelli corti come un antico romano. Non portava la barba, né corta e aguzza, come la sua, né divisa in due punte, come quella dei bizantini. Aveva il viso liscio e sembrava ancora giovane, malgrado le rughe agli angoli degli occhi e della bocca e il naso prominente. La lieve mollezza del mento veniva messa in risalto dall'abito all'occidentale privo di colletto. Non aveva mai accettato di indossare i sinuosi caftani che Mehmet gli mandava in dono. 
Il sultano si era accovacciato sui calcagni nel cerchio di luce che si allargava sull'ombra colorata e appassita delle sete. La mano ancora leggermente malferma disegnò sul taccuino ciò che i piccoli occhi febbrili avevano visto quella sera di maggio. Anzitutto la sua firma, il ghirigoro del nome del Profeta e suo. E il nemico greco, come gufo o civetta. E i minatori serbi, come uccelli dalle lunghe zampe. E il profilo del suo cavallo. E, nel margine destro del piccolo foglio, quello di Jacopo, che stava tardando. 
Quando il medico si fece annunciare dai giannizzeri non aveva in mano il flacone che gli aveva chiesto. E il suo viso giovane e vecchio non era pallido come quando il sultano lo aveva congedato, chiedendogli di preparare la mistura. «Guarda il cielo, kyr", gli disse in greco, una delle sei lingue che Mehmet padroneggiava. Il giovane sultano si alzò e lo seguì fin sotto l'apertura rotonda ricavata nella sommità della tenda, dove, come in un planetario, scintillava sul denso inchiostro del cielo il bianco alfabeto delle stelle. Quella sera le costellazioni non si potevano vedere bene: era il terzo giorno di plenilunio. Ma a Mehmet sfuggì un grido. Cos'era successo alla luna? 
Il disco era improvvisamente ridiventato una falce. Ma non era una luna calante, e nemmeno crescente. Era incavata in alto come fosse una barca. E in una maniera strana, come se a ridurre il disco fosse la sovrapposizione di un altro disco. Mehmet lo considerò di malaugurio: «Qualcuno sta invadendo la mia tenda. Il cerchio del mio potere è stato intaccato». Proprio il motivo per cui aveva chiesto al suo medico di portargli la pozione per anticipare i suoi assassini. Ma Jacopo prese a narrare un'antica profezia dei greci, secondo la quale la Città non sarebbe mai caduta durante la luna crescente. Dunque poteva cadere durante la luna calante. La profezia diceva inoltre che l'ultimo imperatore si sarebbe chiamato come il primo, cioè Costantino. E così effettivamente si chiamava il capo dei suoi nemici. 
Mentre l'ebreo parlava, Mehmet disegnava la luna proprio sotto il suo profilo. «Un'eclissi di luna è un segno funesto, ma non per te. La luna, infatti, è sempre stata la protettrice della Città. Anticamente la chiamavano Artemide, poi Theotokos, la Madre di Dio». Mehmet aveva staccato gli occhi dal taccuino e fissava l'etere notturno e i suoi sette cieli dal pertugio della tenda. Il disco scuro stava scavando il disco chiaro ancora più a fondo, la falce si andava facendo sempre più sottile. Le due punte si protendevano sempre più l'una verso l'altra. «È un segno, mio kyr. Non devi arrenderti alle trattative di pace che oggi ha fatto deliberare l'infido Chalil. Quando l'eclissi sarà finita, riorganizza il tuo fedele esercito e, mentre la luna starà calando, sferra il tuo attacco». 
Fu così che, quattro notti dopo, Mehmet II conquistò la Città delle Città, e fu chiamato il Conquistatore. A cadere non fu la sua testa, ma quella di Chalil. Jacopo restò al suo fianco con il nome di Ja'qûb e fu ritratto da un pittore veneziano di nome Bellini, finalmente in vesti turche. L'impero degli osmani fu rifondato, e la sua capitale insediata nell'istmo tra Asia e Europa. In omaggio allo spettacolo di quella notte, di cui aveva disegnato sul suo taccuino l'inizio, il giovane sultano e primo cesare di Rûm ridisegnò la bandiera degli osmani. 
Dicono che la bandiera turca sia esistita secoli se non millenni prima del regno di Mehmet, che la mezzaluna fosse già emblema dei principati ottomani e di altri regni orientali preislamici, ed è vero. Dicono che da sempre la falce di luna, Artemide e poi la Madre di Dio, fosse simbolo della Polis, e lo si potesse vedere scolpito accanto alle porte delle sue case, e anche questo è vero. 
Però Ja'qûb Pasha sapeva che la nuova bandiera di Mehmet non rappresentava una falce di luna, ma un'eclissi, l'eclissi di Bisanzio. 
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/312022/]]></description><pubDate><![CDATA[02/09/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=387]]></link></item><item><title><![CDATA[L'Italia un paese da rivoltare come un calzino...]]></title><description><![CDATA[Vargas Llosa: «L’Italia paese di illusioni e di derive populiste. Non a caso avete Berlusconi» 
di Roberto Carnero 
Un suo nuovo libro è in uscita, in spagnolo, a novembre, e per l’Italia Einaudi sta già traducendolo. Ce lo ha confidato Mario Vargas Llosa, vincitore del Premio Internazionale Viareggio-Versilia 2010. Il prestigioso riconoscimento viene assegnato ogni anno, come recita il regolamento, “a una personalità di fama mondiale che abbia speso la vita per la cultura, l’intesa tra i popoli, il progresso sociale e la pace”. E lo scrittore peruviano è sicuramente uno dei protagonisti della vita culturale e civile contemporanea che più si è impegnato su questi temi. Nato nel 1936 in Perù, ha poi vissuto a lungo a Parigi, dove ha avuto modo di confrontarsi più da vicino con la tradizione culturale europea. Dal romanzo d’esordio, La città e i cani, ha scritto una trentina di libri. Il nuovo romanzo si intitola Il sogno del Celta. 
Vargas Llosa, ci vuole anticipare qualcosa di quest’opera?“È un romanzo storico, che ci ho messo tre anni a scrivere. È ambientato nell’epoca in cui cominciò l’utilizzo su scala industriale del caucciù, che veniva preso in Congo e nella foresta amazzonica. Per ottenere il controllo delle zone dove si estraeva questa sostanza, i colonizzatori europei compirono dei veri e propri stermini di massa, forse i primi grandi genocidi dell’epoca contemporanea. Il protagonista del mio libro è un personaggio realmente esistito, Roger Casement, diplomatico britannico ma anche, clandestinamente, indipendentista irlandese. Fu amico di Joseph Conrad, che accompagnò in Congo nel viaggio che poi sarà all’origine del romanzo ‘Cuore di tenebra’. Casement fu il primo a documentare le atrocità perpetrate dagli europei ai danni delle popolazioni locali di cui si voleva sfruttare una risorsa fondamentale per l’industria dell’epoca. Ma la sua voce non fu ascoltata, anzi fu messa a tacere. Mi interessava sfatare il mito del colonialismo a partire da un testimone scomodo”. 
Da sempre lei attribuisce alla letteratura questo ruolo: demistificare l’esistente. Crede che ancora oggi essa sia capace di ottenere tale risultato?“Penso di sì, anzi ne sono convinto. La letteratura ha un insostituibile compito civile, oserei dire politico. I libri, i romanzi, le poesie incrementano la fantasia, l’immaginazione, cioè lo spirito critico della gente. Quando leggiamo un’opera letteraria, scopriamo che il mondo non è perfetto, ma che, al contrario, è fatto male, pieno di ingiustizie, di cose che non vanno. Di conseguenza cominciamo a diventare critici nei confronti di quanto ci circonda. La letteratura produce insoddisfazione, ma si tratta di un’insoddisfazione salutare, perché prelude a un cambiamento. Per questo le dittature hanno sempre cercato di mantenere il controllo sulla produzione letteraria e sugli scrittori”. 
Le statistiche ci dicono che a leggere sono soprattutto le donne. Come lo spiega?“Probabilmente le donne sono più intelligenti di noi uomini e capiscono che è giusto e importante dedicare del tempo a un’attività, come la lettura, che in genere è ritenuta uno svago, un divertimento, quindi qualcosa di inessenziale. Forse le donne capiscono invece che le cose non stanno così e che se non ci nutriamo di qualcosa di spirituale, che vada oltre l’iperspecialismo e la mania tecnologica oggi imperanti, rischiamo la barbarie. E se a leggere sono solo o principalmente le donne rischiamo anche un’ulteriore frattura tra mondo femminile e mondo maschile: quest’ultimo sempre più incapace di autentica comunicazione”. 
Esiste un carattere specifico della letteratura sudamericana?“È chiaro che la letteratura affronta problemi diversi che sono i problemi delle diverse società in cui nascono i diversi libri. Ma non direi che esiste una specificità prettamente sudamericana. Forse, rispetto all’Europa, da noi c’è l’idea che i libri possano essere utili per affrontare la vita, per risolvere i problemi di tutti i giorni. In Europa invece prevale oggi una concezione più ludica della letteratura, che è figlia della cultura postmoderna. Una tendenza, quest’ultima, da noi meno presente”. 
Alla fine degli anni ’80 lei è entrato in politica. Come mai lo scrittore ha deciso di “sporcarsi le mani”?“La decisione dell’impegno politico è stato un tentativo di essere utile al mio Paese, in un momento in cui vedevo a rischio la sua fragile democrazia. L’organizzazione marxista-maoista di stampo terroristico ‘Sentiero luminoso’ stava seminando in Perù sangue e violenza. Non sono un politico di professione, non ne ho le caratteristiche, non a caso alle elezioni presidenziali del 1990 fui sconfitto. Ma posso dire che per me quegli anni di politica attiva sono stati molto istruttivi, perché ho potuto capire dall’interno certi meccanismi della politica concreta, una cosa che gli scrittori spesso tendono a idealizzare o a vedere in maniera solo teorica”. 
Qual è il suo Paese ideale?“Un Paese in cui la libertà (dico la libertà del mercato, la libertà di espressione, le garanzie democratiche) si coniughi con la giustizia sociale. Marxismo e liberalismo da soli non sono in grado di ottenere qualcosa di simile. L’ideale sarebbe un sistema integrato”. 
Non rischia di essere un’utopia?“Non credo, perché qualcosa di simile si è prodotto in alcuni Paesi dell’Europa del Nord, penso ad esempio alla Svezia, che ha saputo transitare dal socialismo al liberalismo, mantenendo gli aspetti positivi del primo sistema: istruzione e sanità pubbliche, un buon sistema pensionistico, l’attenzione dello stato agli strati più deboli della società. Ma anche in America Latina il Cile potrebbe essere un caso da citare a tale proposito. Oggi viviamo in un’epoca in cui alla gente è data la possibilità di scegliere da chi e come essere governati. Bisogna che le persone sappiano sfruttare al meglio questa grande opportunità”. 
Lei in passato è stato vicino a Fidel Castro, per poi passare a critiche molto severe nei confronti del Lider Maximo. Che cosa ha capito di Cuba?“Negli anni ’50 guardai alla resistenza di Castro contro la dittatura di Batista con molto entusiasmo. Ma dalla metà del decennio successivo, dopo la presa del potere da parte di Fidel, cominciai a essere molto critico per quello che vedevo. Oggi la situazione a Cuba è terribile: tre generazioni di seguito hanno conosciuto la dittatura e una brutale repressione di ogni dissenso. Fidel Castro è ancora il mito su cui si regge, pur con molti scossoni, l’attuale sistema politico cubano. Penso che quando egli non ci sarà più, le cose cominceranno a cambiare molto rapidamente. Spero solo che i suoi successori avranno la saggezza di non rendere violento tale cambiamento, assecondando il corso naturale della storia”. 
E dell’Italia di oggi che cosa pensa? Conosce la situazione politica italiana?“Sì, la seguo con molta attenzione, perché quello italiano mi sembra un caso molto interessante per studiare i pericoli che la democrazia corre anche nei Paesi occidentali. Il berlusconismo è una vera e propria deriva populista della democrazia. Nel consenso che Berlusconi ha ottenuto in questi anni presso l’elettorato italiano vedo l’illusoria ricerca, da parte della gente, di un ‘uomo forte’, che sappia far fronte ai problemi lasciati irrisolti dai governi precedenti. Ma è, appunto, un’illusione. Perché l’autoritarismo non risolve affatto i problemi, ma ne crea di nuovi”. 
01 settembre 2010http://www.unita.it/news/culture/103005/vargas_llosa_litalia_paese_di_illusioni_e_di_derive_populiste_non_a_caso_avete_berlusconi]]></description><pubDate><![CDATA[01/09/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=386]]></link></item><item><title><![CDATA[Eataly battezzata da Bloomberg]]></title><description><![CDATA[1/9/2010 - IL CASO 
Eataly battezzata da Bloomberg 
Il sindaco di New York all'inaugurazione del megastore: "Mi piacciono gli spaghetti all'amatriciana" 
NEW YORK 
Michael Bloomberg nelle vesti di padrone di casa, Oscar Farinetti assediato dalle tv americane, i sindaci piemontesi a proprio agio fra sapori e odori delle proprie terre e i newyorkesi in fila al 200 della Fifth Avenue per il debutto di Eataly nella Grande Mela. L’inaugurazione dei 5000 mq di ristoranti, mercati e scaffali nel Flatiron District di Midtown è iniziata con Bloomberg al bancone Lavazza per assaggiare il caffè accompagnato dal tradizionale bicchierino di acqua e l’arcivescovo di New York Timothy Dolan talmente colpito dal sapore del parmigiano da esclamare «questo è davvero meglio di una benedizione». Poi sono stati i salumi piemontesi e la birra Moretti a debuttare sulla «Piazza» dalla quale si diramano i percorsi verso i ristoranti di carne, pesce, pizza e verdura con grappoli di giornalisti americani, carta stampata e network tv, a inseguire i tre protagonisti dello sbarco di Eataly: Oscar Farinetti, Mario Batali, Joe e Lidia Bastianich. «L’Italia non è solo un ristorante o un mercato ma un luogo dove si apprende la cultura del cibo», ha detto il fondatore di Eataly riassumendo il senso di una scommessa commerciale da oltre 25 milioni di dollari, mentre lo chef Batali ha parlato di «luogo e momento di incontro fra l’American Dream e i sogni d’Italia», con il risultato di «offrire al consumatore la possibilità di essere lui a decidere di cosa cibarsi». «Eataly è un ponte fra Italia e Stati Uniti, due mondi, due tipi di cibo e due modi di mangiare che finalmente trovano un punto d’incontro» ha aggiunto Lidia Bastianich, indiscussa regina della cucina italiana nella Grande Mela, parlando all’unisono con l’ambasciatore a Washington Giulio Terzi: «Creare posti di lavoro è la migliore vetrina italiana in America». 
Ma su su tutti a svettare è stato il sindaco. Bloomberg ha preso le redini dell’inaugurazione, gestendola come se fosse un evento che si svolge nella sua City Hall: ha ringraziato Eataly per «aver portato qui il cibo migliore d’Italia» e reso omaggio a Farinetti per «aver creato oltre 300 posti di lavoro in questa città» per poi specificare che «a me piace la marinata e la matriciana», invitando infine Dolan a pronunciare la benedizione religiosa, seguita da un brindisi collettivo con Asti Spumante e Ferrari Brut. «Chi visita l’Italia si accorge subito che si mangia bene e non ci sono tanti obesi e questo significa che il cibo è sano», ha aggiunto il sindaco, plaudendo a quanto detto da Joe Bastianich, figlio di Lidia e socio di Farinetti, sulla bassa percentuale di sale nei cibi. «Oggi qui si respira l’orgoglio di essere torinesi», commenta il sindaco Sergio Chiamparino presente all’evento assieme ai colleghi di Alba, Bra, Novello e Barolo, agli assessori regionali Giovanna Quaglia e Alberto Cirio ed al presidente della Regione Liguria Claudio Burlando. «Eataly è l’affermazione della dimensione global del cibo - spiega Bruna Sibille, sindaco di Bra, citando la carne di razza piemontese prodotta in Montana - perché odori, sapori e cibi della nostre terre arrivano sul palcoscenico della capitale del mondo e diventano un prodotto globale». 
Carlo Petrini, fondatore e anima del movimento «Slow Food», guarda ancora più lontano: «Da qui parte una nuova stagione, con il focus sugli agricoltori americani che il prossimo anno si ritroveranno qui a New York in oltre diecimila, a Central Park come al Madison Square Garden, per attestare i stessi valori in cui noi ci riconosciamo e nei quali si rispecchia Eataly». A preparare il terreno allo sbarco americano di «Slow Food» saranno una raffica di eventi di Petrini negli atenei di Harvard, Yale e Princeton. 
Dopo il taglio del nastro inaugurale da parte di Bloomberg, che ha pronunciato il suo intervento leggendolo da un iPad, le porte sulla Fifth Avenue e sulla 23° Strada si sono aperte ai newyorkesi già in fila da diverse ore, che seguendo i percorsi ideati da Farinetti hanno fatto tappa davanti a ogni tipo di cibo trovando anche la postazione di iPad de La Stampa per essere aggiornati sulle ultime notizie, l’angolo dei libri di cucina di Rizzoli e la postazione di Unicredit che consente di ritirare dollari adoperando bancomat italiani. Per il resto a fotografare quanto avvenuto davanti al Flatiron Building sono i titoli dei tabloid cittadini. Il Daily News che ha riassunto la giornata con un «Whoa, that’s Italian!» mentre il New York Post ha preferito «Welcome to Eataly!». Ma le sorprese di Farinetti non sono ancora finite: a fine mese al «Marketplace» si aggiungerà l’inaugurazione del «Ristorante della Birra» che si trova all’ultimo piano dello stesso edificio, che i newyorkesi amano chiamare il «Toys Building». 
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1775&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[01/09/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=385]]></link></item><item><title><![CDATA[La Grande Mela oggi sposa il gorgonzola]]></title><description><![CDATA[31/8/2010 - MADE IN EATALY 
La Grande Mela oggi sposa il gorgonzola OSCAR FARINETTI 
Il primo dubbio, che poi è stato anche la mia prima rivelazione, l’ho avuto a Union Square. Un banco di frutta vendeva pere del New Jersey e io ne acquistai una con la speranza - nemmeno troppo inconfessata - che non avrebbe retto il paragone con le nostre. Dire che, assaporandone la polpa zuccherina, io sia letteralmente caduto dal pero è un fin troppo facile gioco di parole, però rende l’idea. 
Oggi, qui a New York, s’inaugura Eataly; ma non è l’Eataly che avevo immaginato tre anni fa, la prima volta che iniziai a girare Manhattan in lungo e in largo alla ricerca di un luogo adatto per aprire negli Usa. Non lo è perché, dopo quella pera, le cose non sono più state le stesse. Quel frutto mi ha regalato il dubbio, il meraviglioso dubbio, che qui non tutto fosse hamburger e patatine; che anche qui ci fosse una cultura del cibo; che esistessero contadini e allevatori innamorati della loro terra e dei loro animali; soprattutto, che qui io potessi imparare e fare meglio. 
Confesso che, all'inizio, il mio atteggiamento era stato di superiorità: appena Eataly apre - mi dicevo - questi yankee scopriranno finalmente le gioie del cibo. Mi pareva fin troppo facile per uno che «importa» delizie italiane. Invece no. Presto ho scoperto una varietà straordinaria di frutta, verdura, cereali. Le farine e le semole, per esempio, qui hanno valori di proteine e glutine impensabili in Europa. Dovevo cambiare strategia; cambiare idea. Soprattutto dovevo - e volevo - capire com’era possibile questa incredibile varietà. Non è stato difficile: è bastato guardarmi intorno. 
Qui a New York - come nel resto degli Stati Uniti - s’incrociano ogni giorno etnie, religioni, tradizioni, storia, culture (anche enogastronomiche, certo). Qui, come in nessun’altra parte del mondo, si fanno quotidianamente innesti e incroci, e non parlo soltanto di agricoltura e allevamento. Perciò quel dubbio, inizialmente legato al mio lavoro, mi ha permesso una nuova visione delle cose. 
Ho seguito con passione quanto il sindaco di New York Michael Bloomberg ha detto circa la costruzione di una moschea a due isolati da Ground Zero, appoggiandola fermamente. Questo è vero spirito di tolleranza e accoglienza; questa è capacità di discernimento: saper distinguere, senza preconcetti, i «buoni» dai «cattivi». In qualunque campo questo discernimento si applichi: dal «semplice» cibo fino alla politica. 
Perciò sono così fiero e grato che sia lui, oggi, a inaugurare Eataly. Taglierà un nastro tricolore fatto di pasta fresca e terrà qui la sua conferenza stampa settimanale. 
Con questo gesto New York ci accoglie ufficialmente, come già ha fatto l’America con tutti quegli immigrati italiani passati per Ellis Island i cui figli, nipoti e pronipoti sono oggi cittadini statunitensi, integrati, fedeli alla loro Costituzione e pronti a loro volta ad accogliere, perché è questa la loro storia. 
Se una delle chiavi della grandezza americana è prendere da ciascuno il meglio che sa dare, e darlo quindi all’intera società, l’Eataly che oggi apre a New York sposa questo spirito. Metà prodotti statunitensi, metà prodotti di casa nostra e savoir-faire italiano al 100 per cento. Sempre. Così carne, pesce, verdura, farina, latte e uova saranno Made in Usa: perché sono prodotti straordinari, accuratamente selezionati, e ci danno il vantaggio di tenere ben saldo il principio «eataliano» di Chilometro Zero, ovvero di privilegiare prodotti del territorio. L’altra metà dei cibi sugli scaffali e nei ristoranti sarà invece italiana: tutto quanto, secondo noi, meritava di essere esportato, e non è poco. 
Poiché quello che si inaugura oggi è il più vasto mercato di prodotti italiani mai visto, finora, su suolo americano, era nostro dovere mostrare - pur nel nostro piccolissimo - come mettere insieme le diversità possa dare grandi risultati. Provate, se vi capita, la bagna càuda con gli swiss chard e capirete che cosa intendo. E, se ancora avete dei dubbi, mettete nello stesso piatto una fetta di gorgonzola di Novara e una pera del New Jersey. Poi ne riparliamo. 
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7767&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[01/09/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=384]]></link></item><item><title><![CDATA[Trovata la reggia di Ulisse...]]></title><description><![CDATA[Archeologia - Un'équipe di un'università greca è al lavoro da sedici anni 
«Trovata la reggia di Ulisse Omero aveva ragione» 
A Itaca ceramiche e i resti di un palazzo di origine micenea 
Forse sarebbe più onesto chiamarlo «palazzo di Penelope», visto che Ulisse, tra guerre, viaggi, necessarie furbizie e dispettose avversioni degli dei, in quella casa c'è stato davvero poco: ma comunque le si chiami, le tracce di un edificio di epoca micenea, scoperte a Itaca da un gruppo di archeologi greci, sono una notizia destinata a restituire la luce che merita a tanti anni di lavoro oscuro di questi studiosi. Protagonista della scoperta è il professor Athanasios Papadopoulos, dell'università di Ioannina, che da sedici anni scava con la sua équipe nell'isola ionica, sulle tracce della reggia descritta da Omero. Il ritrovamento è avvenuto a Exogi, una località nel nord dell'isola: qui sono emerse le strutture di un edificio a tre livelli. Gli elementi che porterebbero a identificarlo come la reggia del figlio di Laerte sono sostanzialmente tre: la forma, riconducibile ad altri palazzi micenei, con scale scavate nella roccia; frammenti di ceramiche della stessa epoca (le prime notizie parlano di porcellane, ma è probabile che si tratti di un errore di traduzione, visto che la porcellana è di molto posteriore); una fontana, che gli archeologi hanno potuto datare al XIII secolo avanti Cristo, cioè l'epoca in cui sarebbe vissuto Ulisse. 
Papadopoulos - secondo quanto riporta l'agenzia Ansa da Atene - ha spiegato che il palazzo è simile per dimensioni e struttura a quelli già attribuiti ad Agamennone, Menelao o Nestore a Micene, Pellana, Pilos, Tirinto. L'ultima scoperta simile è del 2006 quando il professor Yannos Lolos riportò alla luce a Salamina il palazzo che sarebbe stato di Aiace Telamonio. E sempre a Itaca alcuni anni fa Papadopoulos e la sua collega Litsa Kontorli avevano scoperto una tavoletta con incisa una scena dell'Odissea: Ulisse legato all'albero della sua nave per resistere al canto delle sirene. Già allora i due archeologi avevano annunciato di «essere vicini» alla scoperta del palazzo dove Ulisse dovette sterminare i Proci.La notizia ha rinnovato l'emozione che segue ogni ritrovamento sulle tracce della storia omerica, a cominciare dalla scoperta di Troia ad opera di Schliemann. «Quel che conta è il ritrovamento di un edificio di epoca micenea - conferma Andrea Carandini, che da anni scava il Palatino a Roma - e la datazione della fontana può aiutare a definire il contesto. Se poi lo si pospone nel mito dell'Odissea è facile farlo diventare il palazzo di Ulisse». «Che si scavi sull'ispirazione di Omero è comprensibile - aggiunge Adriano La Regina, per decenni sovrintendente archeologico a Roma - ma ora la notizia importante è proprio l'edificio, così come è successo per la reggia di Nestore a Pilos. Che si tratti di Ulisse o no interessa fino a un certo punto, ora sappiamo che a Itaca c'era un re miceneo. E spero che si trovi anche l'archivio: tavolette importantissime in scrittura micenea che oggi siamo in grado di decifrare e che possono dare informazioni preziose». 
Al collegamento tra i ritrovamenti archeologici e i poemi omerici del VII secolo, presta più attenzione lo storico Luciano Canfora: «Noi abbiamo un'idea riduttiva dell'epos di Omero, come mero ricettacolo di racconti leggendari. Ma la storicità della vicenda, dall'assedio di Troia alla figura di Agamennone, la spedizione dei principi greci e i loro tormentatissimi ritorni, non sono discutibili. L'archeologia cerca qualcosa che forse c'è stato, pur tra colpi di fortuna ed equivoci. Non è come cercare la Sindone. E Omero - insiste Canfora - non è un poeta. Lui ci offre un racconto storico scritto in esametri, perché quella era l'unica forma di comunicazione».L'unico deluso dal ritrovamento di Papadopulos dev'essere Robert Bittlestone, imprenditore inglese amante dell'antichità, che qualche anno fa s'era convinto che la vera Itaca non fosse affatto l'isoletta che ancora oggi porta quel nome. Per lui la vera Itaca col passare dei millenni s'era trasformata nella penisola di Paliki sulla costa nordoccidentale della vicina Cefalonia e per dimostrarlo aveva profuso molte energie e sofisticate fotografie satellitari. Ma forse a Ulisse (e a Penelope) questo ennesimo cambiar casa non era piaciuto. 
Paolo Fallai 
24 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/cultura/10_agosto_24/reggia-ulisse_b1e84e76-af51-11df-bad8-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[24/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=383]]></link></item><item><title><![CDATA[Se oggi si pensa a Pavese...]]></title><description><![CDATA[Pavese, quella generazione nata sotto la luna e i falò Il 27 agosto 1950, in una camera dell’albergo Roma, a Torino, Cesare Pavese si tolse la vita. Nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, Pavese è stato poeta, scrittore e formidabile traduttore di classici statunitensi, da Melville a Faulkner a Dos Passos. Fu arrestato per antifascismo e condannato al confino nel 1935: e l’impegno fu una delle costanti della sua vita. Nel 1950 vinse il Premio Strega con La bella estate. 
di Renato Minore 
Se oggi si pensa a Pavese, si deve pensare soprattutto all’intellettuale con un ruolo essenziale nel transito dagli anni Trenta dei suoi primi libri alla nuova cultura democratica di cui è stato un protagonista che ha posto grande attenzione alle realtà della cultura popolare e contadina confluite nel neorealismo. Che è stato (oggi questo suo ruolo si è delineato con maggior chiarezza) un operatore culturale in grado di comprendere e diffondere aspetti ed esperienze della cultura europea e americana a noi del tutto estranee. 
Pavese ha vissuto la sua partecipazione al presente con un senso della contraddizione tra realtà assai forti. Si chiamavano letteratura e impegno politico, esistenza individuale e storia collettiva, la presenza e la continuità di una memoria mitica e la possibile trasformazione del mondo. L’autentico contro il non autentico, la libertà contro una “socialità”, quella della società industriale massificata. L’individuo contro la folla anonima e sul filo di un percorso memoriale e metaforico. L’ideale contro il reale quando appaiono la rinunzia e la mutilazione, quando alla luminosità giovanile si sostituisce l’opacità adulta, con l’assoluta imprendibilità dell’oggetto amato, un perenne sogno dolce e torturante. 
Quella di Pavese è una ininterrotta lotta per costruirsi come uomo e come scrittore. Più acquista sicurezza e coscienza di sé, più sente di essere altrove, di non poter coincidere con gli altri. La costruzione di sé significa cercare uno stile, trovare le forme che portino alla maturità e facciano uscire dalla fase adolescenziale di rapporto e scontro con il mondo. Ma c’è in agguato il pericolo dell’artificio: lo sguardo degli altri, il riflesso sociale possono trasformare lo stile in maschera. Pavese è scrittore che non possiederà mai la calma, ma l’ansia, l’orgasmo, lo sfogo psicosomatico dell’asma, la precocitas sessuale o l’impotenza psicogena, le palpitazioni e gli svenimenti tutte forme di mancato dominio dei propri nervi che lo perseguiteranno fornendo ogni volta nuove conferme dell’assenza costituzionale di calma-virilità. 
Il diario, Il mestiere di vivere, è un monumento all’autodenigrazione, all’autodistruzione. Un modello di scrittura contro di sé. L’autodistruzione è prassi, ma anche analisi, teoria. «L’autodistruttore - scrive Pavese - è un tipo insieme più disperato e utilitario. L’autodistruttore si sforza di scoprire dentro di sé ogni magagna, ogni viltà, e di favorire quelle disposizioni all’annullamento ricercandole, inebriandone, godendole, ma vive in pericolo continuo: che lo sorprenda una mania di costruzione, di sistemazione, un imperativo morale. Allora soffre senza remissione e potrebbe anche uccidersi». 
Diventa difficile se non impossibile saper distinguere la costruzione di sé dalla fuga da sé, dal nascondersi agli altri, da non essere mai veramente come si è. Più ci avvicina alla maturità, alla costruzione di sé, più ci si sente minacciato dalla dissimulazione e dalla menzogna, dalla perdita di sé. Pavese resta - come è stato detto - uno scrittore che ha fatto della sua vita un pessimo romanzo, ma che ha trasformato in diario il romanzo di quella vita, con la sua lettura, per molto tempo e per un’intera generazione, obbligata come un oggetto di culto. 
Con La luna e i falò Pavese trova il giusto equilibrio tra il mondo della sua fantasia (la sua mitologia) e quello del suo paesaggio naturale (le Langhe e l’origine contadina). Ma ormai gli è preclusa la strada da un’esperienza umana chiusa e implacabile. La solitudine dell’uomo si coagula proprio nella mitologia che lo conduce sempre più a distaccarsi dalla realtà del presente, divenuta insostenibile specchio di una condanna. Al di là della vana ricerca di una memoria felice, balenano tradimenti ed orrori che gettano un’ombra sinistra su tutto il mondo. Il passato e il presente l’origine e la fine si fissano nella insondabile ripetizione di una maledizione legata alla condizione umana. 
© RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=115140&sez=HOME_SPETTACOLO]]></description><pubDate><![CDATA[21/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=382]]></link></item><item><title><![CDATA[Quasimodo, il Gobbo di Notre Dame era uno scultore parigino]]></title><description><![CDATA[Quasimodo, il Gobbo di Notre Dame era uno scultore parigino 
Il celebre protagonista del romanzo di Victor Hugo era uno scultore: è la scoperta degli esperti della Tate LONDRA (16 agosto) - Quasimodo, il celebre protagonista del primo vero grande romanzo di successo di Victor Hugo, 'Notre-Dame de Paris', non è un personaggio scaturito dalla fervida immaginazione dello scrittore francese ma un uomo in carne e ossa esistito davvero. Ovvero uno scultore-capo - naturalmente gobbo - impiegato nei lavori di restauro della cattedrale parigina svolti a inizio Ottocento e soprannominato dai suoi uomini Le Bossu. O almeno, questo e quello che gli esperti della Tate suggeriscono dopo aver studiato il diario personale di Henry Sibson (1795-1870), scalpellino inglese che lavorò in Francia su appalti commissionati dal governo. 
Il diario, diviso in sette volumi e scritto a mano, è stato acquisito dalla Tate nel 1999 e da oggi verrà esposto al pubblico presso la Hyman Kreitman Reading Room della Tate Britain. Dopo una disputa con i capimastri del cantiere di Notre-Dame, Sibson si trova senza lavoro e decide di rivolgersi alle «botteghe» che si occupavano delle statue più grandi su commissione del governo francese. «Qui - racconta - incontrai Trajan, una delle persone più gentili che abbia mai incontrato. Lavorava come incisore per lo scultore-capo, il cui nome non mi ricordo. Era gobbo e non amava mischiarsi con gli incisori: gli scalpellini gli avevano dato il soprannome di Le Bossu». 
Alla fine Sibson viene assunto nella sua squadra e si reca nella cittadina di Dreux. «Gli scultori e gli incisori descritti nel diario di Sibson - fanno notare gli esperti della Tate - lavoravano in un atelier vicino alla cole des Beaux Arts situata nel sesto arrondissement di Parigi. Si sa che negli anni Venti del'Ottocento Victor Hugo abitava proprio in quel quartiere: visto il suo interesse per i lavori di restauro di Notre-Dame e la vicinanza con la bottega è possibile che Hugo avesse visto, o persino conosciuto, Trajan e il suo capo il gobbo». Circostanza che viene rafforzata dal fatto che in una prima versione de 'I Miserabilì il protagonista del romanzo era stato battezzato da Hugo Jean Trajean, divenuto Jean Valjean solo nella versione successiva. © RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=114980&sez=HOME_SPETTACOLO]]></description><pubDate><![CDATA[21/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=381]]></link></item><item><title><![CDATA[PIERLUIGI CAPPELLO Un poeta fragile ma libero]]></title><description><![CDATA[Gli incontri / 
A TRICESIMO (UDINE) Nel prefabbricato di PIERLUIGI CAPPELLO 
Sono un poeta fragile. Ma libero 
Da bambino scopre Omero e Ariosto. A 16 anni l'incidente 
«Ho trasformato l'immobilità in una fonte d'ispirazione» 
«No, no, non è lui l’imperatore». Pierluigi Cappello sorride. È disteso a letto, la giornata è soffocante. Fuori, il frinire delle cicale, il profumo delle ortensie e una scritta in serbocroato che appare come un motto solenne per chi varca questo prefabbricato in legno d’abete a Tricesimo, alle porte di Udine: «Chi non sopporta il vino è costretto a sopportare la vita». Dentro, nella densità dello spazio dell’ultimo residuo di un dono del governo austriaco alla popolazione martoriata dal terremoto del Friuli, l’odore acre delle sigarette. Più che una casa, tutto ricorda la cella di un monaco con la vocazione alla lettura: in ogni spazio libero, romanzi, saggi, libri di poesia. Qua e là, dipinti di qualche amico (i disegni di Sergio Toppi), una foto con due poeti, su un tavolino, il modellino di un aereo (la passione per il modellismo), una tazza, una bottiglia di vino. Per terra, il compressore per l’aerografo, la sedia a rotelle accanto al letto. 
ESSENZIALITA' - In questa manciata di metri quadri, ultimo simulacro di morte e vita di un tempo tragico, Pierluigi Cappello, classe 1967, poeta civile, finalista al Premio Viareggio con la nuova raccolta edita da Crocetti Mandate a dire all’imperatore, vive nella ritualità di un’esistenza essenziale come le sue parole, che ripete con ferma dolcezza, quasi un sussurro. «No, non è lui l’imperatore. È una figura alta, simbolica». E poi: «È una poesia scritta nel 2005, molto prima che il nostro presidente del Consiglio fosse gratificato dell’appellativo dalla moglie Veronica». «È il rovesciamento di un racconto di Kafka - continua -. È la voce di chi sta fuori dallo spazio delle leggi. È la voce di chi non deflette lo sguardo di fronte al potere». Cappello declama a memoria: «Così come oggi tanti anni fa / mandate a dire all’imperatore / che tutti i pozzi si sono seccati / e brilla il sasso lasciato dall’acqua / orientate le vostre prore dentro l’arsura / perché qui c’è da camminare nel buio della parola». «È una voce dai margini. Versi che parlano della sconfitta della storia e cosa vuol dire portarsi addosso una cassa di morti». La poesia che apre e dà il titolo, (come ricorda Eraldo Affinati nella postfazione) tocca «il tema cardine del ventesimo secolo, per tutto ciò che si porta dietro, il gorgo, l’inconscio, persino il fraintendimento della libertà». 
SEDIA A ROTELLE - Già, la libertà. Per lui, costretto a una sedia rotelle da quando aveva 16 anni (dopo un incidente in moto); per lui che da centometrista, falcata dopo falcata, rincorreva ogni frazione di secondo; per lui che ha vissuto l’infanzia nella natura aspra di Chiusaforte (un paesino di 700 anime stretto tra le montagne della Val di ferro, a qualche chilometro dall’Austria); per lui, dove la libertà era il campanello della stazione che annunciava il treno, sogno di un altrove oltre quella frontiera di ghiaccio e sassi, ecco, ora per lui la libertà appare come un Canto d’aprile: «Noi cantiamo perché teniamo duro / il nostro morire è per il nascere dei figli / quando cantiamo alziamo lontano / dal buio del bosco al cielo d’aprile / il fuoco del nostro sangue, per il domani». Forse, la vera libertà, per Cappello, è proprio nella poesia: «Una libertà vastissima ma dettata dall’indifferenza dei più. E non solo: c’è poco confronto anche tra la comunità dei poeti. Eppure, la poesia ha in sé tutti i tempi di questa civiltà: testi brevi come gli slogan pubblicitari, ad esempio. Con una differenza: la poesia porta in sé la postura dei sentimenti che vengono rimossi. La poesia ha in sé, insieme, l’idea di morte e vita. E questo rappresenta la sua forza irripetibile». «La poesia è una forma di resistenza perché ti insegna a sentire le cose senza appropriartene: illumina le cose da dentro e le libera. La vera poesia in qualsiasi modo si esprima è sempre fuori mercato. Per questo è pericolosa e disturba il potere». Pierluigi Cappello parla lentamente, scandendo le parole, sottovoce. Se esiste un’idea di poeta, quest’uomo sofferente dal volto di ragazzo fragile sembra incarnarne tutte le stigmate: tormento, tenerezza, profondità, in Cappello diventano carne, occhi, voce. Non è un caso che l’incontro con la poesia sia avvenuto come un’epifania quand’era poco più che bambino. Un destino che ha il nome di una insegnante delle medie, Mariarosa Famiglietti: gli ha fatto scoprire la Chanson de Roland, Omero, Ariosto. 
RUOLO CIVILE - Poi l’incidente, ma il seme era piantato. «Ho trasformato l’immobilità in un’opportunità» dice sorridendo. E poi: «Stiamo seppellendo ogni cosa sotto una colata di clamore. È il trionfo della società mediatica. Nutriamo una malsana paura del silenzio. Un silenzio vivo che confondiamo con il vuoto». È strano. Ascoltando la voce di Cappello, anche il silenzio in questa piccola stanza sembra diventare materia da accarezzare. Il tempo in questo pomeriggio d’estate appare sospeso e ogni dettaglio assume contorni inaspettati: il caldo torrido e la sua carrozzina sembrano svanire. Con un gesto prende in mano il suo libro e legge: «Scrivere come sai dimenticare / scrivere e dimenticare / Tenere un mondo intero sul palmo /e dopo soffiare». «Una postura del poeta è quella dell’ascolto - continua -. Chiunque scriva ha una necessità con se stesso. Talvolta, per alcuni, c’è un io che ha la necessità di diventare noi. È un io in risonanza». Pierluigi Cappello è così: un incantatore tenero e determinato nel difendere l’idea di un ruolo civile, il suo. Forse, la sua forza sta proprio in quel «Noi», in quella risonanza che Cappello riesce ad avocare. E, ironizzando, non concede spazi neanche ai nuovi fenomeni di successo giovanile: «Ho letto il libro di poesie di Ligabue con lo stesso atteggiamento con cui ho letto le poesie di Bondi». «Troppe volte si pensa che per scrivere versi basta essere padroni di una certa grammatica; c’è l’idea che andando a capo si possono scrivere dei versi. Così si fa come quando si era bambini: le file dei soldatini allineati. Proprio per questo di poeti ne nascono forse cinque in un secolo. Quando è morto Pasolini ricordo l’urlo di Moravia: "È morto un poeta, è morto un poeta! Un lamento senza possibilità di pacificazione». 
BARRIERE - Il gruppo di prefabbricati dove vive Cappello si chiama «Rosade». Non si sa chi abbia scelto profeticamente questo nome ma il destino ha voluto che proprio Pier Paolo Pasolini l’abbia trascritta in forma poetica ai tempi delle sue Poesie a Casarsa, nel ’42. Ora c’è un via vai di amici, belle ragazze e soprattutto premurose vecchiette vicine di casa: «Astu bisugne di alc? Hai bisogno di qualcosa Pierluigi?», chiede Silvana in friulano. C’è sempre qualcuno che prepara una zuppa, un piatto di pasta. Il poeta è accudito da una rete di solidarietà. D’altronde, la sua fragilità fisica è assoluta: ha bisogno di costante assistenza e un infermiere dorme con lui tutte le notti. «La mia giornata? Una giornata dettata da questo corpo cocciuto. Una giornata di barriere costanti. Una giornata di orari scanditi. Ho sempre delle cose da fare, incontri con studenti, conferenze. E poi il silenzio, la scrittura. La poesia è una caccia al buio, hai tutti gli elementi tecnici, ma non sai mai l’esito finale. La poesia è come un’isola che emerge dalla nebbia». «Scrivo a matita, non amo tanto il computer, alle email preferisco la voce» sottolinea. E sono molte le voci che cercano l’amico poeta. Ecco al telefono, dall’altra parte del mondo, Daniella, un’artista brasiliana che dai grattacieli di San Paolo ogni tanto piomba in questo scorcio di Friuli: «Sei baciata dal sole o no?», domanda Pierluigi ridendo. Cappello, come Pasolini, compone anche in friulano: «Il senso di scrivere poesia? È collocarsi in modo antitetico a un linguaggio che si consuma in un istante e che viene buttato via come un guanto di gomma». 
LINGUE - «Non mi piace usare il sintagma lingua minore - aggiunge -. La stessa dignità che ha il friulano può averla un dialetto dell’Africa. Perché è una lingua. Porta con sé un mondo, porta con sé i detriti della storia. E più prospettive noi abbiamo sul mondo e più siamo ricchi. Immaginate quale potrebbe essere la visione di un bambino che impara l’italiano ma impara anche a conoscere la sua lingua. Quanto può nominare, interpretare e capire il mondo se conosce il vero idioma della sua terra? Quella terra dove si è sporcato giocando? Dove ha imparato a piangere, ridere e amare?».gcolin@corriere.it 
Gianluigi Colin 
09 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/cultura/10_agosto_09/colin-poeta-fragile-libero_56d1379a-a390-11df-9c56-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[18/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=380]]></link></item><item><title><![CDATA[Lui anziano, lei giovane. O viceversa]]></title><description><![CDATA[Tendenze 
Lui anziano, lei giovane. O viceversa 
La differenza di età non conta più 
All'amore non si rinuncia. Nasce la coppia «sbilanciata» 
MILANO - Il grande tabù dell’amor senile viene sconfessato dalle cronache sociali e il pubblico pregiudizio non ferma più gli anziani contemporanei che rivendicano il diritto ad amare le loro spose/sposi bambini. E non stiamo parlando di signore che pagano gigolò a ore o di machi ormai spenti che cercano nel viagra il loro riscatto. 
IL CASO BETTENCOURT - Stiamo parlando di diversamente giovani che non vogliono arrendersi al tempo che passa e rivendicano il diritto al sentimento amoroso a qualsiasi età. Insomma, macchine desideranti più che assatanati satiri del sesso, come Liliane Bettencourt, la ricca e privilegiata dama dell’Oréal al centro del mega affaire delle intercettazioni che arriva fino a Sarkozy, e che nel pieno della bufera rilascia una fulminea intervista a «Le Monde» più che altro per difendere il suo toy boy, François-Marie Banier, accusato dalla figlia di lei d’essersi fatto dare dalla signora più ricca di Francia un cadeau di un miliardo di euro in opere d’arte, assegni e assicurazioni sulla vita. Ma soprattutto per ribadire il suo diritto di donna anziana in grado di intendere e volere, a godere le sue follie senili fino in fondo: «La vita è più bella da vivere se non hai rimpianti. Amo l’azione e ancora di più la fantasia», è il suo sfavillante Manifesto di vitale ottantasettenne. 
OVER OTTANTA - Simili fremiti percorrono l’appena più giovane duchessa Cayetana d’Alba, nome abbreviato per una titolata da Guinness dei primati che nell’albo nobiliare compare con più di venti nomi e 40 altisonanti qualifiche, e che a 84 anni si è innamorata di un semplice antiquario quasi sessantenne, Alfonso Diez, che tuba nelle trasparenti acque di Ibiza con lei rigida nei suoi anni e nei suoi lifting (il filmato è su YouTube). Con battagliero comunicato stampa l’indomita duchessa fa sapere ai figli che - tranquilli - non lo sposerà mai, ma che se lo terrà ben stretto perché lui la «rende felice». 
NELL'ARTE - Si potrebbe obiettare che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Quando l’uomo (o la donna) sentono svanire l’energia della giovinezza si volgono alle nuove generazioni per trovare motivo vitale. L’ha raccontato un classico della letteratura orientale, La casa delle belle addormentate del giapponese Yasunari Kawabata, dove i vecchi andavano poeticamente a giacere con le vergini dormienti per trarre forza e voglia di futuro solo dalla loro vicinanza. Ed è successo e succede con amori dove lo scarto d’età è vistoso, ieri con Arturo Toscanini e la sua pianista Ada Colleoni Mainardi (66 anni contro 36) bersagliata dalle lettere ardenti del maestro, con Pablo Picasso e Genèvieve Laporte (70 contro 24) e con Paola Borboni e il ragazzo giocattolo ante litteram Bruno Vilar (72 contro 30) che l’attrice volle, sposò e a cui sopravvisse. Succede oggi con Jean-Paul Belmondo che non si rassegna alle menomazioni impostegli dall’ictus e difende la sua giovane nuova compagna ex coniglietta Barbara Gandolfi dalle accuse di manipolarlo (anche qui secondo le intercettazioni della polizia belga prodotte dall’avvocato della sua ex moglie), e con Alain Delon che, ancora attonito per lo svanire di quella sua furibonda bellezza, si aggrappa nelle apparizioni ai festival al braccio di sconosciute fanciulle tanto belle quanto nude. Immagini del mondo occidentale contemporaneo che richiamano quelle dei vecchi afgani con le loro spose bambine dagli spalancati occhi verdi e i davvero pochi anni, istantanee che provengono da mondi lontani e che forse troppo velocemente archiviamo come arcaiche. Meglio allora esser più comprensivi o perlomeno compassionevoli, perché al fondo c’è sempre quella nostalgia del soffio vitale che fugge e che si vorrebbe catturare ovunque, magari in un occhio giovane, in una pelle fresca. 
NUOVE VIE - Anche se in questi nuovi casi che ci raccontano le cronache della società occidentale c’è qualcosa di più, una rivendicazione, un orgoglio, una voglia di prendere tutto quello che si può fino all’ultimo e non rassegnarsi al fatto che ogni passione sia spenta, con buona pace di figli e parentela: qualcosa che ha a che fare con i desideri e le golosità contemporanee. E così lo sposo e la sposa bambina non sono più vergogne, come per lo scrittore francese François- René de Chateaubriand che, sessantenne, riflettendo quasi due secoli fa su amore e vecchiaia, concludeva rinunciatario: «La giovinezza rende amabile ogni cosa, mentre la vecchiaia rende laida persino la felicità». Oggi, quelli che lo psicologo Heinz Hartmann per primo aveva definito «menage sbilanciati», non sono archiviabili come animal spirits, ma diventano sfide da sperimentare, vivere e pure comunicare. e nuove vie che avrebbe preso l’amore romantico, a qualsiasi età, le aveva intuite e predette quel grande interprete della modernità e del sentimento contemporaneo che è stato Johann Wolfgang Goethe, che con occhio lungo anticipò l’uomo che riprende in mano i suoi desideri cercando di liberarli dai vincoli del matrimonio tradizionale. 
GOETHE - Lui, il grande e poetico teorico delle Affinità elettive, il cantore dei dolori dell’amor giovane, non si inaridì in tarda età, anzi fu capace di coltivare le diverse età, declinandole nel loro divenire, in «un’esistenza lunga, piena, calma e voluttuosa. Possedeva il grande segreto di trasformare ogni cosa in un nettare intellettuale» come ha scritto Paul Valéry. «Un saggio, sì, ma con quel tanto di diavolo che occorre per essere completo». E a 72 anni Goethe si innamorò e non si tirò indietro. Nelle sue estati a Marienbad lo scrittore incontra la diciassettenne Ulrike von Levetzow e se ne incapriccia fortemente, anche ricambiato dalla fanciulla che, lusingata dal successo già planetario di quel vedovo di cui il domestico vendeva in segreto i capelli, ne era sottilmente attratta: lo avrebbero testimoniato alcune lettere che, nel 1899, alla morte di Ulrike, furono bruciate (per sua volontà postuma) dalla cameriera. Non rinuncia dunque Goethe e due anni dopo l’incontro la fa chiedere in sposa, ma la famiglia rifiuta e lui, partendosene sconsolato dalla località termale, comincerà già nel viaggio a scrivere quell’Elegia a Marienbad che resta una delle testimonianze amorose più inesorabili: «Ora sono lontano! A questo preciso momento cosa conviene? Io certo non lo so. Di su di giù mi mena brama incontenibile, altro non vo’ al momento che lacrime infinite. Non si smorza comunque questo interiore fuoco! Morte e vita si danno orrendo assalto». 
WALSER E MANN - Ma di quella vicenda così coinvolgente nella sua non convenzionalità si conosceva, in fondo, molto poco a parte gli scarni dati storici e la struggente Elegia, e nel 2008 lo scrittore tedesco Martin Walser ha voluto misurarsi con il sommo poeta conterraneo, colmando narrativamente il vuoto di quell’amore e raccontando in Un uomo che ama (Sugarco) i dolori e i tremori del vecchio Wolfgang mentre guarda allo specchio il suo stupefacente corpo di anziano, senza tuttavia rinunciare a inebriarsi della sua senile follia («la dipendenza da Ulrike lo rende ricco, tutta la vita nemmeno un secondo di noia») pur macerandosi su «quel numero mostruoso, 74 meno 19 uguale 55». Prima di Walser, Thomas Mann nel romanzo breve L’inganno, sempre forse misurandosi a distanza con Goethe, aveva raccontato come l’amore sbilanciato per un giovane potesse ridare la vita. È quel che succede a Rosalie, vedova solare e innamorata della natura, che s’invaghisce del precettore d’inglese del figlio, il giovane Ken che arriva dal mondo nuovo, l’America; Rosalie si confessa con la figlia Anna in anticipatoria intimità, «Voglio credere al miracolo della mia anima e dei miei sensi», e si dice piena di orgoglio per quella «dolorosa primavera» della sua anima. 
EGOISMO - Ma se ogni età ha il diritto di avere la sua passione, non rischiamo - nella società dove gli anziani saranno quei baby boomer che hanno sempre morso la vita con avidità - di trovarci attorniati da vecchi audaci e neofelici ma molto selfish, individualisti decisi a consumare gli ultimi periodi di vita in egoista autocompiacimento? «La minaccia del vecchio incombe su questa epoca. La vecchiaia è tempo duro e orribile dove però si annida il segreto dell’età» annota implacabile il filosofo Manlio Sgalambro nel suo Trattato dell’età (Adelphi). E difatti Goethe, che la sapeva lunga, non fa dire proprio a Mefistofele, nel Faust (versi 6817/18), con remota sapienza: «Il diavolo è vecchio, pensateci: invecchiate e lo capirete»? 
Maria Luisa Agnese 
09 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/cultura/10_agosto_09/agnese-amore-senza-limiti_d900b72e-a389-11df-9c56-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[18/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=376]]></link></item><item><title><![CDATA[IL TEMPO DEI PARADOSSI]]></title><description><![CDATA[LA RIFLESSIONE. 
Il tempo dei Paradossi 
Perché non sappiamo difendere i nostri valori 
 
Dovendo parlare di paradossi ho fatto ricerche in Internet e ho iniziato a trovare: i paradossi di Zenone, di Aristotele e altri classici, di Kant, di Marx e molti altri filosofi e intellettuali. (...). Ho raccolto la bibliografia che ho ritenuto fosse più interessante per svolgere questo lavoro, e di cui ometterò i titoli per non annoiarvi e perché, anche solo leggendo i titoli, sarebbe davvero tutto più complicato; alcuni contenevano parole che non sono più nemmeno riconosciute dalla Reale Accademia della lingua spagnola, ma è quello che succede quando uno si affaccia al mondo della filosofia o delle idee: anche le parole sono complicate. 
Ne ho cercato un paio in una libreria, quelli con i titoli che mi sono sembrati più accessibili: come avrei potuto leggere un libro di cui non riuscivo nemmeno a capire il titolo? Non li avevano: fuori catalogo. Allora mi sono detto: se i miei romanzi sono su Internet, e chiunque se li può scaricare su un computer o su un lettore digitale, perché non fare lo stesso con quei libri fuori catalogo? In ogni caso li avrei letti solo in parte: sarebbe stata una piccola frode e tra colleghi per di più, chissà se sarei stato severamente punito o se il peccato era veniale e sarei riuscito a emendarlo comprando qualche indulgenza. Ma in Internet non c’erano. A quanto pareva a nessuno era venuto l’impulso incontrollabile di scannerizzare e caricare nel web un trattato sui paradossi di Zenone perché l’intera comunità virtuale lo potesse leggere. 
Ecco qui il primo paradosso, che ho riscontrato, non studiato: esistono migliaia di romanzi nella rete che si possono prendere liberamente, oltre che gratuitamente, privando dei legittimi diritti di proprietà gli autori e gli editori, e questo accade in virtù della moderna tesi per cui la cultura deve essere di libero accesso per tutti senza alcuna spesa. Ma ci sono solo i romanzi, i libri di intrattenimento! O altre opere di un secolo fa al massimo che sono diventate di dominio pubblico e che le grandi multinazionali del web si adoperano a scansire. Cultura? Il tema stuzzicava la mia curiosità: ho due cd piuttosto recenti che mi ha procurato un amico, che a sua volta li aveva avuti da un altro amico, e che tra tutti e due contengono circa seimila opere: tutti romanzi, ovviamente; lì nessuno aveva scansito niente sui paradossi di Zenone, ma tra quei seimila titoli non si parlava nemmeno di matematica, storia, sociologia, filosofia, insomma di tutte quelle scienze, quelle arti, dottrine o conoscenze che davvero costituiscono la cultura di un popolo. 
Paradossale: in nome della cultura viene dato il permesso di dilapidare il patrimonio di persone che lavorano duramente e si sforzano di svolgere il loro compito, ma questi banditi della cultura non vanno al di là dei semplici romanzi di intrattenimento, per quanto insigni possano essere i loro autori. Le conoscenze artistiche, scientifiche, filosofiche, intellettuali, industriali... sembra quasi che siano già scomparsi dalla definizione stessa della cultura. 
Zenone? Non poteva essere. Probabilmente avremmo vissuto, voi e io, veri e propri momenti di noia se avessi trovato qualche libro sull’argomento. Marx? I paradossi sulle plusvalenze? Oggi, dopo una crisi che forse voi italiani avete iniziato a superare, visto che noi spagnoli, nonostante il nostro signor Zapatero passa arrivare un giorno a sbandierare che siamo più ricchi degli italiani, non lo abbiamo ancora fatto... e quanto ci manca!... Comunque, dopo questa crisi basata sulla creazione di plusvalenze virtuali, meramente contabili, sarebbe stato il caso di parlare del paradosso marxista. Di fatto, non smette di essere paradossale che con le nostre tasse, quelle dei contribuenti, siano state finanziate le grandi multinazionali bancarie e finanziarie perché non fallissero. Milioni di cittadini stanno tirando la cinghia, ma le banche, con il denaro di quegli stessi cittadini, no, e la cosa peggiore è che i dirigenti continuano a essere sempre gli stessi: quelli con i jet privati, le barche lunghissime, le feste... Ho la sensazione che un giorno qualcuno dovrà rivedere una serie di princìpi che oggi, nonostante la realtà che ha gettato nella miseria milioni di famiglie, continuiamo a ritenere validi. Cosa avrebbe fatto Marx a questo proposito? 
Per vostra tranquillità ho preferito immaginare quello che avrebbe detto, o che forse ha davvero detto, un altro Marx, Groucho: «Fermate il mondo, voglio scendere». Ho un bel libro che parla dei fratelli Marx. Groucho era di per sé un paradosso, nel suo modo di vestire, di camminare, di parlare, di relazionarsi con il mondo. E da una persona come lui non ci si poteva aspettare altro che frasi che oggi descrivono la nostra realtà, per quanto paradossali possano sembrare. 
«La televisione è una fonte di cultura - annunciò -. Ogni volta che qualcuno la accende, vado nella camera accanto e mi metto a leggere un libro». Premonitorio. Groucho Marx morì nel 1977, quando ancora non esisteva la televisione spazzatura. «Partendo da niente ho raggiunto le più alte vette della miseria», a cui oggi come oggi potremmo aggiungere, senza timore di sbagliare, «culturale». 
Ma forse la sua frase migliore, il paradosso più utile dell’irripetibile comico nel contesto che stiamo discutendo, è questa: «La politica è l’arte di cercare problemi, trovarli, fare una finta diagnosi e poi applicare i rimedi sbagliati». Io mi azzarderei ad andare un po’ più in là: il problema è radicato nel fatto che di fronte a tutto questo, la società è incapace di rispondere, di opporsi all’incompetenza, se non proprio all’inettitudine o incapacità dei nostri dirigenti. Siamo caduti in una pericolosa spirale di conformismo che arriverà a scardinare le nostre stesse fondamenta civiche. Di fatto hanno rubato fino all’ultima risorsa di cui disponeva la cittadinanza: quella di poter manifestare. Oggigiorno quasi tutte le manifestazioni sono guidate dai partiti politici. Sono i politici che manifestano per se stessi, e gli uni contro gli altri: paradossale. E nelle poche occasioni in cui lo fa la cittadinanza - non oserei mai dire «nonostante siano in forma spontanea» - ci ritroviamo in situazioni di violenza o di gravissimi scontri, il che fa sì che l’iniziativa popolare perda tutta la sua legittimità. Mi permetterò di enunciare un paradosso politico che a me personalmente genera un’inquietudine tremenda: abbiamo creato tali strutture funzionariali, ci siamo dotati di un tale compendio di legislazioni garantite, ma soprattutto anchilosate, insomma abbiamo creato un tale mostro che tra il conformismo e l’apatia cittadina e l’inefficienza dei nostri dirigenti, un giorno ne verremo divorati. 
In Spagna parliamo di tori. In alcune regioni i politici vogliono proibire le corride, secondo loro crudeli, mentre in altre regioni le dichiarano veri e propri beni culturali, secondo loro arte. Come può essere che la stessa attività venga proibita in alcune zone della Spagna e poco più in là, a neanche cento chilometri, sia un bene culturale? Siamo diventati tutti matti? Ma il problema è che, mentre gli uni e gli altri discutono di tori, l’Università di Barcellona pubblica uno studio in cui si rileva che in Spagna ci sono più di diecimila ragazze tra zero e quattordici anni a serio rischio di subire l’infibulazione. 
L’infibulazione è un delitto e in quanto tale è soggetto nella nostra società a pene carcerarie. Di delinquenti ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno. Il problema non è questo, il problema è capire se, nei gruppi sociali in cui si producono simili esecrabili mutilazioni di ragazze indifese, si abbia o meno la percezione che si stia facendo qualcosa di male, senza nemmeno chiedersi se si stia nuocendo al prossimo in maniera criminale; capire se il diritto positivo, quello che creiamo noi uomini, concorda con il diritto naturale, quello che pensiamo ci appartenga per il semplice fatto che siamo nati. E disgraziatamente credo che no, che in quelle comunità non esista una simile percezione del male. 
Lottiamo abbastanza contro tutto questo? Siamo pronti a difendere la nostra cultura, ora sì, la nostra Cultura con la C maiuscola, le nostre leggi, tutte quelle conquiste che ci hanno permesso di ottenere i diritti civili su cui basiamo la nostra esistenza? Credo di no. Non confondiamoci: dietro gran parte delle decisioni politiche non si nascondono altro che interessi di partito: restare al governo, ottenere il governo; sono poche, tra le decisioni che i nostri politici si azzardano a prendere, quelle che potrebbero togliere loro dei voti. Questo è un grande paradosso: quello che abbiamo creato può arrivare a distruggerci; il piccolo paradosso risiede nel fatto che voi abbiate ascoltato me. 
(Traduzione di Beatrice Gatti)© Ildefonso Falcones 2010 
Ildefonso Falcones12 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA 
L'autore- Ildefonso Falcones de Sierra è nato a Barcellona nel 1958. Figlio di un militare, avvocato specializzato in diritto civile, è autore del romanzo storico «La cattedrale del mare», che ha riscritto nove volte prima che un editore, lo spagnolo Grijalbo, accettasse di pubblicarlo.- Il libro ha riscosso subito un grande successo internazionale, vendendo in Spagna più di un milione di copie, per un totale di 4 milioni di volumi in 40 Paesi. In Italia è stato pubblicato da Longanesi, ha venduto 400.000 copie e ha dominato le classifiche per 40 settimane. Longanesi ha edito anche il seguito, «La mano di Fatima». 
- Il testo che pubblichiamo in questa pagina verrà letto martedì prossimo da Ildefonso Falcones al teatro Dal Verme di Milano (ore 21), in occasione della Milanesiana. 
http://www.corriere.it/cultura/10_luglio_12/falcones-tempo-paradossi_beb9d87c-8d96-11df-a602-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[18/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=377]]></link></item><item><title><![CDATA[Le case d’angolo di Fëdor Dostoevskij]]></title><description><![CDATA[Il racconto 
Le case d’angolo di Fëdor Dostoevskij 
Cercava sempre abitazioni con finestre che davano su due diverse prospettive: era il suo modo di essere 
Fëdor Dostoevskij visse in tante case e in tanti luoghi diversi - non si fermò mai per più di tre anni nello stesso posto - ed ebbe sempre l’ossessione di avere appartamenti ad angolo, con le finestre affacciate sulle due strade e vicino a una chiesa, in modo da poter ascoltare le campane, una musica che acquietava il suo spirito. L’ultima casa in cui abitò, e dove morì nel 1881 qualche mese prima di compiere sessant’anni, tra la Prospettiva Kuznechny e l’antica strada Yamskaya, oggi via Dostoevskij, rispondeva a tutti questi requisiti, e adesso chi la visita può ancora udire i rintocchi delle campane della vicina chiesa ortodossa di Vladimir che chiamano a raccolta i fedeli. 
Questa zona di San Pietroburgo, conosciuta come il «quartiere dei mercati», oggi pullula di ceceni e di altri forestieri poveri e perciò è considerata pericolosa per i turisti. Quando visitai la casa per la prima volta, quarant’anni fa, era un luogo piuttosto triste e solitario, molto diverso da come è oggi, rumoroso, popolare, promiscuo, molto vitale. Ancora non esisteva il museo dove sono state ricostruite le sei stanze in cui Fëdor Dostoevskij e Anna Grigor’evna, con i loro figli Ljubov e Fëdor, si trasferirono nell’ottobre del 1878, per fuggire dall’appartamento dove era morto il piccolo Aleksej, una delle tragedie che fecero soffrire di più il tormentato autore de I Demoni. È una casa modesta, anche se meno ascetica delle precedenti, perfino con qualche oggetto di lusso, come il servizio da tè in porcellana che illumina uno degli armadi vetrina o il comodo divano inglese dello studio dove Dostoevskij poteva sdraiarsi per un breve riposo tra le interminabili e febbrili nottate durante le quali scriveva, quasi sempre in uno stato di trance, I Fratelli Karamazov, una delle sue opere maestre. Era già molto malato. L’appartamento si trova al secondo piano e ogni volta che saliva le scale, l’illustre inquilino doveva fermarsi un momento, per riprendere fiato. Il medico gli aveva proibito di fumare, ma lui rispettava il divieto solo durante il giorno; la sera fumava ininterrottamente quando scriveva, e sul suo tavolo da lavoro oggi c’è ancora la scatola di sigarette che arrotolava con le sue mani nervose mentre rileggeva le cartelle appena scritte. 
Alla fine di gennaio 1881 ebbe la prima emorragia della gola. Chiese alla moglie di leggergli uno dei suoi passaggi preferiti dell’esemplare della Bibbia che portava sempre con sé da quando gli fu regalato dalle mogli dei «decabristi», trentuno anni prima, alla stazione di Tobolsk, mentre passava di lì, come un condannato, verso il suo esilio di quattro anni in Siberia. Anna era la sua seconda moglie, di venticinque anni più giovane di lui. Erano sposati da undici anni e lei, con la sua energia, devozione e talento, aveva messo un certo ordine nella vita sempre sregolata e al limite del catastrofico di Fëdor. Grazie a questa donna giovane e combattiva, le sue finanze erano migliorate, lei guadagnava qualcosa distribuendo libri e lui non doveva più immolarsi scrivendo come un forzato. Si era tolto il vizio del gioco che gli aveva causato tante sciagure. Dopo il primo malore, ebbe altre due emorragie. La seconda mise fine alla sua vita. La sua stessa vedova o qualcuno in visita riuscì a fermare l’orologio dello scrittoio nello stesso istante della sua morte: le otto e trentotto della sera. L’orologio è ancora lì, centotrent’anni dopo, a segnare l’ora funesta. 
Lo seppellirono nel cimitero Tichvin, del monastero di Aleksandr Nevskij, alla periferia di San Pietroburgo. È un luogo ameno, e la tomba di Dostoevskij, circondata di alberi e fiori, con una bella statua che riflette fedelmente i suoi lineamenti austeri e il suo sguardo profondo e febbrile, confina con quelle di altri esponenti del genio creativo russo: Rimskij-Korsakov, Aleksandr Borodin, Modest Musorgskij, Il’ic Cajkovskij, Glinka. La mattina che andai a vedere la tomba pioveva, e alcuni visitatori riverenti depositavano mazzi di fiori sul sepolcro. Io portai mezza dozzina di rose rosse. 
Anche se Dostoevskij non nacque a San Pietroburgo ma a Mosca, è questa la città che lo segnò di più. Qui si formò come scrittore e qui si fece conoscere e divenne famoso, e fu qui che, dopo i dieci anni di silenzio letterario che patì per non aver fatto parte del circolo rivoluzionario dei «decabristi», dovette reinventarsi come scrittore. San Pietroburgo è dove visse più a lungo. D’altronde nessun’altra città è più impregnata delle sue storie, dei suoi personaggi e del misto di truculenza, dramma, spiritualità, rottura intellettuale e mistero tipico della sua opera, che si percepisce soprattutto camminando per le viuzze scalcinate del quartiere Sennaya lungo le sponde del Canale Griboedova, dove si svolgono gli episodi principali di Delitto e Castigo; un romanzo che Dostoevskij finì di scrivere non molto lontano da qui, in un appartamento della strada Kaznacheiskaya, anch’esso visitabile. 
È il più realista dei suoi racconti, almeno nel senso che i luoghi che descrive sono quasi tutti identificabili, alcuni con targhe che li ricordano. La casa in cui Raskólnikov uccide Aliona Ivanovna, al civico 104 del Canale Griboedova, si conserva intatta come lui la racconta, le mattonelle irregolari, le pareti sbiadite e le inferriate arrugginite, così come la sua gente melanconica e derelitta. Perfino il mattino plumbeo, piovoso e denso di oscure premonizioni appare dostoevskiano. Ma ancora più impressionanti sono i luoghi associati alla vita di Raskolnikov, che sembrano appena usciti dalle pagine del romanzo, come la soffocante taverna dove questi confessa il proprio delitto a Zamëtov, o la casa dove l’assassino viveva. È anch’essa ad angolo, e un busto di Dostoevskij calvo e gobbo ne adorna la facciata. Le intemperie hanno cancellato la vernice e l’intero edificio - in realtà l’intero quartiere, povero e sordido - appare sul punto di crollare. Il lungo atrio in pietra ha un soffitto a volta dove l’eco ripete ogni suono e il piccolo patio interno, intorno al quale si sviluppano gli appartamenti, è angusto e sgraziato come la ripida scaletta che conduce alle abitazioni. Stufa dei visitatori, un’inquilina che trascina pesantemente la sua grassezza e il suo odio per la vita ci riempie di imprecazioni. Un gatto miagola da qualche parte. È impossibile non avere l’impressione che un assassino divorato dalle sue inquietudini metafisiche si aggiri nei paraggi. 
La casa museo di Dostoevskij insiste che, contrariamente alla leggenda, l’autore de Il sosia era lungi dall’essere un uomo cupo e amareggiato. Gli piaceva giocare con i bambini per i quali inventava e leggeva racconti. Mostrava loro la sua collezione di fotografie di scrittori e artisti famosi che, oggi, sono esposte nella stanza in cui Anna conservava i libri che vendeva. La maggior parte delle foto sono di scrittori russi. Fra gli europei, figurano un Chisciotte slavizzato, alcune opere di Charles Fourier e di Hoffman e le effigi di Victor Hugo da giovane e di George Sand, una scrittrice che, per un sorprendente malinteso, finì per diventare immensamente popolare tra i giovani liberali russi della generazione di Dostoevskij, non tanto come scrittrice di romanzi, quanto come ideologa progressista e protagonista di lotte sociali. Qui, frammenti di corrispondenza ci rivelano le opinioni che il padrone di casa si era fatto di alcune città dell’Europa occidentale durante i suoi viaggi. La più inaspettata: che Parigi era una città noiosissima dove non c’era niente da fare. 
Dopo questa peregrinazione dostoevskiana, è quasi obbligatorio che la giornata si concluda nel Teatro Mariinskij, per assistere a un’opera adattata da Il Giocatore, con libretto e musica di Sergej Prokofiev. Anche se la storia e i personaggi sono gli stessi, ciò che accade in scena ha poco a che vedere con il romanzo di Dostoevskij, almeno per quanto ricordo, visto che abbondano situazioni farsesche, intrecci e caricature, e il dramma si dissolve tra i sorrisi. Ma la musica è splendida, le voci magnifiche, l’orchestra eccellente e il vertiginoso barocchismo del locale calza come un guanto con lo spettacolo. L’unico elemento dostoevskiano della serata è il direttore d’orchestra, Valerij Gergiev, con il suo sguardo elettrizzato e il gesticolare che passa senza sosta dal moderato al frenetico, dalla delicatezza alla brutalità, dal sussulto all’estasi, rendendo protagonisti tutti gli strumenti e tenendo spettatori, musicisti, cantanti (e perfino le maschere) in uno stato di stupore e di insicurezza sfrenata. 
L’ultima volta che vidi Gergiev, a Salisburgo, aveva i capelli lunghi e una barba di diversi giorni; oggi ha i capelli corti e si rade, ma mentre dirige l’orchestra continua a essere un posseduto, che va sempre oltre la partitura, un essere sotterraneo, connesso con le profondità inquietanti dell’abisso umano, capace di trasformare un concerto o un’opera in una cerimonia geniale e agghiacciante. Chi lo conosce mi ha assicurato che nel resto della giornata è una persona normalissima, a cui piace divorare, nei due ristoranti di sua proprietà a San Pietroburgo, salmoni bianchi da leccarsi le dita. 
Mario Vargas Llosa(Traduzione di Francesca Buffo)19 luglio 2010(ultima modifica: 20 luglio 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATA 
L’autoreLo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa (Arequipa, 28 marzo 1936) esordì nel 1963 con «La città e i cani» romanzo che, come le successive opere, si caratterizza per grande capacità descrittiva. Successivamente ottenne successo con «Pantaleón e le visitatrici» del 1973 e «La zia Julia e lo scribacchino» del ’77. Si candidò alla presidenza del Perù come principale antagonista di Alberto Fujimori. Per il giallo «Il caporale Lituma sulle Ande» ha ricevuto il Premio Planeta. Nel 1994 ha assunto la cittadinanza spagnola. Ha ricevuto anche il premio Cervantes e il Grinzane Cavour. 
http://www.corriere.it/cultura/10_luglio_19/vargas-llosa-case-fedor-dostoevskij_a662c562-9314-11df-a33b-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[18/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=379]]></link></item><item><title><![CDATA[Padre DA ROS]]></title><description><![CDATA[La storia / 
La mia Africa. A LOYIANGALANI, LAGO TURKANA 
Da Ros, l’angelo travestito da missionario scorbutico 
In Kenia per la tv, incontravo i padri apostoli. 
Mi dissero che lui aveva un caratteraccio, che intervistarlo era difficile 
Loyiangalani, sulle rive del lago Turkana (l’ex lago Rodolfo), era l’ultima tappa di un lungo viaggio che feci tredici anni fa, insieme al regista Gianni Barcelloni, per girare un documentario, che poi andò in onda in televisione, sulle missioni che la Consolata di Torino aveva nel Nord del Kenia. Viaggiavamo da circa due settimane, oramai. Avevamo attraversato la foresta equatoriale e le sterminate distese della savana e sentito lo sgomento di una solitudine senza confini; avevamo visto incredibili albe, incredibili tramonti e gli animali che correvano liberamente e si bagnavano nei fiumi; avevamo parlato con i missionari coraggiosi e con quelli esausti; avevamo visitato un comprensorio, tenuto da suore che andavano in giro nelle capanne a prendersi i bambini handicappati che altrimenti i famigliari avrebbero ucciso; eravamo entrati nei cosiddetti «ghost villages», i villaggi fantasma, privi di abitanti perché tutti erano morti di Aids: mancava soltanto Loyiangalani, la missione tenuta dal padre Achille Da Ros. 
A Nairobi, prima di partire, m’avevano detto: «Guardi che il padre Da Ros è uno scorbutico, ha un caratteraccio. Vi aspetta. Ma, magari, non si farà intervistare». Adesso, mentre facevamo gli ultimi chilometri di strada sterrata, pensavo: «Come ci accoglierà lo scorbutico? Che tipo sarà questo padre Da Ros?». Pensavo anche: «Noi, comunque, domani ce ne andiamo». Infatti, eravamo d’accordo con un italiano di Nairobi, un certo Forno, che il giorno seguente sarebbe venuto a prenderci con un suo piccolo aeroplano per riportarci indietro. 
Non posso dimenticare l’arrivo. Al termine di una salita scoscesa l’autista fermò la jeep su un crinale e scendemmo. Davanti a noi, immenso, azzurro come il mar Egeo, con dentro delle isole come nel mare Egeo, circondato a perdita d’occhio da una pianura completamente deserta, pietrosa e nera come la lava, si vedeva il lago Turkana. Il silenzio era perfetto. Rimanemmo senza fiato. Quindi, rimontammo sulla jeep e, sempre nel deserto più totale, arrivammo al cancello della missione. Lì, miracolosamente, c’erano dei grandissimi eucalipti. 
Padre Da Ros era fuori, ci disse una suorina pallida, poco più che ventenne: in giro a cercare fossili. Dopodiché ci accompagnò in una specie di baracca col tetto di lamiera, davanti a una vasca alimentata da una polla d’acqua sorgiva, nella quale avremmo dormito. «È buona l’acqua»? Domandai. «Lei è buonissima» sorrise la suorina. «Perché» dissi «cos’è che non è buono»? «Il terreno» rispose. «Non vede che è tutta pietra? Qui non cresce niente». Neppure una foglia di insalata»? «Neppure quella». Trascorsero due ore. Alle cinque, arrivò Achille Da Ros. Era in pantaloni corti: un uomo magro, muscoloso, con occhi vivi e pungenti, una barba corta spruzzata di bianco. «Allora» esordì «voi sareste della televisione »? Risposi prontamente: «Esatto». «E cosa siete venuti a fare fino a qui»? «A parlare con lei». «Io non sono bravo a parlare». «Vedremo». Rise: «Va bene. Vedremo. Ad ogni modo: si cena alle sette in punto». Aveva l’accento veneto. Se ne andò. 
Alle sette e cinque minuti lo sentimmo gridare: «Dove sono quei due di Roma che ancora non vengono »! Corremmo. Era sulla soglia di un’altra baracca, insieme alla suorina che ci aveva aperto e a un’altra suorina, più smunta di lei. «Siete in ritardo» ci bollò. Poi entrammo, disse una preghiera, ci sedemmo. A Sauthor, la missione precedente, ci avevano affidato una cassetta con dei fagiolini, della verdura, dei pomodori, del pane e una bottiglia di vino. La cena era composta dal pane e dai pomodori che avevamo portato noi e da una fettina sottile di formaggio per uno. In più, c’era un uovo al tegamino: che fu posto sul piatto del padre Da Ros. Che di nuovo si arrabbiò: stavolta con le suore. «Perché - disse - un uovo solo»? Rispose una di loro: «Perché la gallina ne ha fatto solo uno». «Allora lo dividiamo»! Esclamò. «Io e Barcelloni » lo fermai «abbiamo il colesterolo alto. Ci hanno proibito le uova». Gli venne da ridere: come nel pomeriggio. 
Iniziammo a mangiare. In silenzio. Ogni tanto faceva qualche domanda provocatoria, che non ricordo. Ma io ci andavo a nozze: facevo finta di essere colpito, smussavo, gli davo ragione. Alla fine, a lui di fare domande provocatorie non gliene importava più niente; avevamo bevuto un po’ di vino: perfido; gli chiedevamo dei turkana (il popolo nomade che abitava là intorno), dell’Africa, della malaria, degli animali feroci, dei fossili; e il ghiaccio era rotto: pian piano, si stava rilassando. Non era più tanto scorbutico. Anzi: non lo era affatto. 
Così, dopo cena, con una bottiglia di whisky ci mettemmo sotto una tettoia, vicino agli eucalipti. Al di là degli eucalipti si vedeva un cielo meraviglioso, grondante di stelle. Pensavo a tutti i racconti che avevo ascoltato in quei giorni dagli altri missionari: gli scorpioni, la miseria, la solitudine, i briganti, le malattie; pensavo a come aveva ragione Moravia quando scriveva che in Africa la natura soverchia l’uomo; pensavo al tono sbrigativo con il quale il mio vicino di sedia aveva liquidato questi problemi con una alzata di spalle, dicendo che l’unico problema era che i turkana erano nomadi e appena lui gli aveva insegnato un po’ di catechismo, loro se ne andavano e doveva ricominciare con altri da capo; pensavo a quando, con le suore, avevamo provato ad accendere una vecchia radio e non eravamo riusciti a captare nemmeno una stazione; e mi sentivo addosso un’angoscia terribile, sapendo che il giorno dopo sarei partito. Tant’è che a un tratto - non so con quale coraggio - all’improvviso, al mio vicino di posto che intanto aveva bevuto un dito di whisky e sembrava addirittura dolce, mite, gli misi una mano sulla mano. E gli dissi: «Senti, Achille - oramai ci davamo del tu - ma se tutti se ne vanno, che ci stai a fare in questo posto che sembra la luna? Che ci stai a fare qui»? «Io qui»? Mi rispose, stringendomela forte la mano. «Io, qui ci sto a predicare il Vangelo. È chiaro? Se so che nel mondo ci sono anche quattro persone che non conoscono il Vangelo io vado lì. E adesso non farmi perdere tempo - tolse la mano, ridiventando burbero - che devo andare a pregare. Tanto abbiamo due giorni per parlare ». «No», dissi «veramente ne abbiamo uno solo. Noi partiamo domani pomeriggio». Lo vidi sbiancare. «A me - disse - avevano detto che sareste stati due giorni». Sbiancai anch’io. 
Quella notte ci fu un temporale biblico: la lamiera della baracca sembrava che si dovesse sfondare. La mattina seguente il cielo era sereno. «Dov’è padre Da Ros»? Chiesi a una delle suore. Mi rispose che stava tagliando la legna in un certo posto. Lo raggiunsi. Aveva l’aria allegra: voleva farci vedere che non gli importava che ce ne andassimo e per chissà quanto altro tempo rimaneva solo. Ci portò nel piccolo villaggio vicino; ci fece vedere i luoghi in cui erano stati ammazzati dai banditi alcuni suoi predecessori; si sottopose di buon grado alle riprese che fece Barcelloni e si conclusero con una indimenticabile scena in cui lui giocava con i bambini, cantava con loro e li faceva volare per aria; consumammo un rapido pasto; alle due, sentimmo il gracidio dell’aereo. Stava arrivando Forno. 
Atterrò sulla pista di terra battuta. L’aereo era minuscolo; Forno, un gigante sessantenne (ma che avesse avuto due infarti e bevesse mezza bottiglia di whisky al giorno, mi era stato detto solo la sera prima). Trattava gli indigeni peggio di Kurtz in Cuore di tenebra. A due guerrieri seminudi, tutti dipinti, con tanto di lancia, che si erano appostati sotto le ali, intimò di andarsene con delle urla che avrebbero terrorizzato un leopardo. Insomma: caricammo i bagagli. E ci preparammo alla partenza. Però, padre Da Ros era sparito. Chiesi alle suore dove fosse. Era in giro per fossili. 
Passarono alcuni mesi. Un giorno, ricevetti un lettera: era di Achille Da Ros. Non stava più a Loyiangalani; lo avevano trasferito a Maralal che, in confronto a Loyiangalani, era come New York (benché le malattie fossero le stesse, la miseria nera fosse la stessa) e lui stava bene. Gli risposi che la sua lettera era un grande regalo, che averlo conosciuto era stato per me un grande regalo. E cominciammo a scriverci. Regolarmente: una lettera ogni tanti mesi. Lettere, nelle quali, lui, con lo stesso linguaggio semplice che usava per parlare ai nomadi (Dio lo chiamava il Grande Capo), mi raccontava la sua vita; io gli raccontavo la mia e alcune delle mie sofferenze, ricevendo ogni volta delle parole così giuste, così piene di una saggezza semplice e profonda da lasciarmi sbalordito. 
E questo andò avanti per anni. Poi ci fu una lettera che non arrivò più dal Kenia, bensì da Torino. Mi comunicava che, dopo una malaria terrificante, aveva avuto una broncopolmonite altrettanto terrificante che lo aveva costretto a tornare alla Casa madre a Torino, dove doveva passare circa otto ore al giorno attaccato alla bombola a ossigeno. Gli telefonai immediatamente (ansimava, gli mancava il respiro) e, alla prima occasione, andai a trovarlo. Era ridotto pelle e ossa: pareva lui un fossile. Ma era contentissimo di vedermi. Mi regalò una splendida malachite del Turkana avvolta in un foglio di carta qualunque. Sul foglio c’era scritto: in memoria del nostro incontro. 
Passarono altri anni. Lo andai a trovare altre volte: sempre senza annunciarmi. Spasimava di tornare in Africa, ma credeva che sarebbe rimasto un sogno. Finalmente, un anno fa all’incirca, al telefono, mi disse che doveva andare a fare dei controlli in ospedale, perché si temeva che avesse un brutto male. «Che male»? Domandai. Mi rispose: «Brutto». Era un cancro al pancreas. Gli restavano pochi mesi di vita. 
Passarono anche questi mesi. Non osavo telefonare, perché avevo paura che mi dicessero che non c’era più. Invece, ricevetti una sua lettera. Mi scrisse: «Tutti, o quasi, i grandi amici missionari se ne sono andati e mi stanno aspettando perché mi vogliono bene. Io so che tu hai la tua Croce e ringraziane il Grande Capo: getta in Lui il tuo affanno ed egli ti nutrirà. Perché Lui ci ama da matti». 
Morì il 24 febbraio. Poco prima che morisse, parlai al telefono con la suora infermiera. Le chiesi qual era la situazione. Mi disse che si stava spegnendo come una candela, ma era lucido. Allora le dissi di andargli a dire che Giorgio, a Roma, pregava per lui e gli voleva bene. Lei lo fece. E lui - seppi - ne fu felice. 
Padre Da Ros era un angelo. Ce ne sono molti nel mondo: dentro la Chiesa e anche fuori della Chiesa. Sono gli angeli che Dio manda sulla terra per affidare loro la sua Croce; e la pienezza dell’amore. Poi, li riprende con Sé. 
Giorgio Montefoschi12 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA 
La vitaPadre Da Ros, nato a Montaner, è stato un missionario della Consolata, per quasi un ventennio ha operato nel Kenya settentrionale. Prete e antropologo, «si diletta anche - scriveva - di paleontologia», operando a contatto di studiosi molto noti come Richard E. Leakey. Specialista di Storia delle religioni ed Etnologia, è stato per anni direttore delle collane «Biblioteca scientifica» e «Studi e saggi» dell’editrice Emi. È autore di diversi saggi scientifici e di due volumi di studi etnologici svolti in una prospettiva d’incontro tra il mondo culturale «primitivo» e quello «occidentale». Tra i suoi titoli si ricordano: «In morte e sopravvivenza presso i Nilo-Camiti», «Note per una ricerca etnologica sul campo», «Noi, i turkana», «Proverbi samburu» (tutti Emi). Padre Da Ros è scomparso quest’anno. 
http://www.corriere.it/cultura/10_luglio_12/montefoschi-da-ros-angelo-travestito_f9b7daa4-8da1-11df-a602-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[18/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=378]]></link></item><item><title><![CDATA[Riparte l'Encyclomedia di Eco]]></title><description><![CDATA[Cultura 
12/08/2010 - L'INIZIATIVA EDITORIALE 
Riparte l'Encyclomedia di Eco 
Grazie all'intervento di Corrado Passera che ha rilevato la società 
FRANCESCO MANACORDA 
MILANOE' uno strumento che mancava e che pensiamo possa essere molto utile anche alla scuola. Mentre di solito le varie discipline si studiano separatamente qui si riescono invece a vederle in modo integrato, dalla filosofia all'architettura, dalla religione alla letteratura. E su tutto il progetto c'è il marchio di qualità assoluto di Umberto Eco». Parla Corrado Passera, che di mestiere fa l'amministratore delegato di Intesa-Sanpaolo, uno dei colossi del sistema bancario europeo. Ma adesso, a titolo assolutamente personale, si lancia - anzi si rilancia - nell'Encyclomedia, una storia multimediale della civiltà europea ideata e curata da Umberto Eco. «E' una piccola iniziativa editoriale - dice ancora Passera - ma di sicuro un progetto di qualità. E i canali per diffonderla sono in aumento: dagli e-book all'edutainment». 
L'opera che era partita sotto l'egida della Olivetti all'inizio degli Anni 90, quando proprio Passera guidava il gruppo di Ivrea, è andata avanti a rilento nel corso degli anni. Lo scorso dicembre lo stesso banchiere - come racconta l'agenzia Radiocor - ha creato la Encyclomedia Publishers Srl; poi, il 30 luglio ne ha aumentato il capitale sociale da 10 mila a 450 mila euro, sottoscrivendolo interamente, e al tempo stesso ha ceduto come «liberalità non donativa» quote da 50 mila euro ciascuna ai due figli, alla compagna e a Danco Singer, l'esperto di comunicazione che già guidava Opera Multimedia, finora editore dell'Encyclomedia. 
Nel corso dei diciassette anni dalla sua nascita l'Encyclomedia ha già fatto uscire non i tomi, ma i cd-Rom, che vanno dal Cinquecento all'Ottocento, che sono stati poi venduti anche come allegati a periodici e quotidiani. Adesso, alla vigilia della maggiore età e con l'apporto del nuovo socio forte, il progetto riparte su nuove basi. Eco si è così messo al lavoro sull'antichità, con l'obiettivo di ampliare il periodo di tempo coperto dall'opera in tempi rapidi. 
Nella versione che circola oggi ogni cd-Rom dell'Encyclomedia ha tra l'altro una propria biblioteca, con testi originali pensati per l'uso interattivo e materiale multimediale, uno schedario, una cronologia interattiva che si può utilizzare su base cronologica o tematica e un atlante storico, tutti collegati tra di loro con rimandi interni. 
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/297362/]]></description><pubDate><![CDATA[15/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=375]]></link></item><item><title><![CDATA[Massimo MILA - ORGOGLIO E RIGORE]]></title><description><![CDATA[Cultura 
13/08/2010 - 
Massimo Mila, dal carcere alle vette la vita come sfida 
Nasceva 100 anni fa il critico musicale amico di Bobbio. Famoso per gli studi su Verdi e per le polemiche con il Pci 
ALBERTO PAPUZZI 
TORINOQuando Massimo Mila è arrestato, a Torino il 15 maggio 1935, con Vittorio Foa e altri giovani antifascisti del gruppo Giustizia e Libertà, nella prima lettera scritta alla madre così conclude: «Non mancandomi il tempo per meditare, può darsi che qui dentro diventerò filosofo: ma spero vivamente di non averne il tempo». Era il suo noto understatement, dietro cui si celava un uomo capace di scelte drastiche, e anche dure, come in un'altra lettera alla madre, del 30 dicembre da Roma, dov'è in attesa del processo che lo vedrà condannato a sette anni di carcere: «Ficcati bene in testa che io sto benissimo, che il vivere separati è cosa che doveva pur succedere una volta o l'altra, che la pena che mi è data io me la tengo onore». Questa mistura di orgoglio e rigore lo spinge addirittura a un elogio della galera: «La mia vita qui non è affatto anormale: se non mi mancaste voi e la montagna, direi che è la miglior vita che posso desiderare: niente da fare, leggere, studiare, pensare». 
Nato a Torino il 14 agosto 1910, studente del D'Azeglio, il liceo della buona borghesia cittadina, aveva per compagni Bobbio e Ginzburg, Pavese e Einaudi. La mamma si raccomanda al loro professore Augusto Monti perché lo tenga lontano dai pericoli della montagna. Ci voleva altro! Nel 1928, a 18 anni, con Renato Chabod apre una via sull'Herbétet (3778 m) nel Gran Paradiso: è la via della cresta Sud-Ovest, fra temibili spuntoni. Le scalate erano la sua grande passione da quando Tota Paganôn lo portava ragazzino ai Picchi del Pagliaio in Val Sangone (come raccontò in un esilarante articolo). Alla morte, 26 dicembre 1988, si trovò fra le sue carte un curriculum estremamente dettagliato dell'attività alpinistica, con oltre centocinquanta salite fra cui il Monte Bianco lungo quattro vie diverse, Jorasses e Cervino, senza contare una grande quantità di gite scialpinistiche. Come scrisse Italo Calvino, la passione di Mila per la montagna faceva scoprire un uomo «che certo non aveva problemi con se stesso, che sapeva senza incertezze cosa gli piaceva e cosa non gli piaceva, così come sapeva cosa doveva e cosa non doveva fare: da ciò l'ostinazione e la sicurezza in quel che diceva e faceva». 
Naturalmente la montagna era un hobby, la sua professione era quella di storico della musica e di critico musicale. Protagonista di un esordio folgorante quando la tesi di laurea, Il melodramma di Verdi, viene pubblicata da Laterza, nel 1933, su insistente consiglio di Benedetto Croce, la sua precoce carriera, che lo vede a ventitré anni redattore della Rassegna Musicale e coinvolto nel Maggio Fiorentino è però interrotta dagli arresti per antifascismo e in seguito dalla partecipazione alla Resistenza nel Canavese, come ispettore militare partigiano. Tuttavia trova il tempo per tradurre due libri culto come Le affinità elettive di Goethe e Siddharta di Herman Hesse, entrambi per Einaudi, di cui diventa redattore nel 1945, restandone consulente fino alla morte. L'anno dopo esce il suo libro più conosciuto: Breve storia della musica, eccellente e pratico compendio, che l'editore ripubblica per cinquant'anni. Quindi verranno L'arte di Verdi, Compagno Strawinsky e le Letture: Don Giovanni, Nozze di Figaro, Flauto Magico, Nona Sinfonia. 
Collaboratore dell'Unità dal dopoguerra, dell'Espresso dal 1955 e della Stampa dal 1967, non è opinionista che rifugga le polemiche, come quando entra in contrasto con Roderigo di Castiglia, pseudonimo di Togliatti, attorno al rapporto fra cultura e politica, querelle che ricorda quelle sullo zdanovismo fra Togliatti e Vittorini e fra Togliatti e Bobbio. Mila nel 1949 recensisce sulla Rassegna Musicale un libro inglese sulla musica in Urss. Togliatti su Rinascita si stupisce di vedere Mila allineato «con i Comitati civici nell'accusare d'ignoranza Zdanov». Poi scaglia una delle sue bordate (si sa che il Migliore non eccelleva in finezza): «Ancora un passo, caro Mila, e vi troverete in compagnia di Benedetto Croce, a giudicare il marxismo coi criteri razzistici di Adolfo Hitler». Pacato ma fermissimo, il musicologo spiegava di essersi comportato come chi cerca di salvare un amico che vedeva correre alla sua rovina. 
Ma il «caso Mila» è quello che scoppia con un articolo in favore della pena di morte sulla Stampa dell'11 febbraio 1981. I neofascisti del Msi avevano avviato una raccolta di firme per la pena capitale. «Naturalmente non firmo la petizione dei missini - scriveva Mila -. Ma mi dispiace che una causa tanto giusta venga lasciata a loro». Ne nasce un putiferio: gli rispondono fra gli altri Calvino, Eco, Sciascia, Valiani, Arbasino, Bocca. Lui replica che ricusare la pena capitale «è l'ultimo patetico sforzo per salvare l'Assoluto». Cita il processo di Norimberga: «Vogliamo deplorare l'"omicidio legale" dei grandi gerarchi nazisti?». In realtà bisogna leggere quel duro pronunciamento all'interno dell'insofferenza che Mila provava per le ipocrisie politiche di ogni sorta, per cui ci si stracciava le vesti di fronte all'imbarbarimento della criminalità, ma non si faceva granché per combatterla se non sventolare vecchie bandiere. 
Personaggio complesso. La chiave che forse tiene insieme il musicologo che nel 1935 si batte per il jazz, l'alpinista che cerca se stesso sulle montagne e lo scrittore civile che vede nel Pci «i nuovi piagnoni», ma per difenderli si dice disposto a fare l'utile idiota, è quella della sfida, per essere se stessi e per costruire l'Italia. In questo senso in un'intervista poco prima della morte mi disse che il vanto della sua vita era l'esperienza da partigiano. 
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/298292/]]></description><pubDate><![CDATA[14/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=374]]></link></item><item><title><![CDATA[NON FATE I FUNERALI AI LIBRI]]></title><description><![CDATA[Non fate il funerale ai libri 
di Umberto Eco 
L'iPad, il Kindle e le altre tavolette sono strumenti eccellenti, ma non sperate di liberarvi dei volumi di carta. Anzi, ne vedremo sempre di più, in tutto il mondo 
(05 agosto 2010) 
L iPad Apple L'iPad Apple È sperabile che, quando questa Bustina uscirà, la buriana si sia calmata, ma mentre scrivo la mia estate è ossessionata da intere pagine culturali dei quotidiani i quali discutono se eventuali contratti degli autori per mettere le loro opere sui vari Kindle o IPad non preludano alla definitiva scomparsa del libro e delle librerie. Un quotidiano ha persino messo in bella evidenza una foto dei "bouquinistes" del Lungosenna dicendo che questi venditori di libri (vecchi) sono quindi destinati a sparire, senza considerare che, se davvero non si stampassero più libri, fiorirebbe proprio un ghiotto mercato librario "vintage" e le bancarelle, unico posto dove si potrebbero trovare i libri di una volta, vivrebbero di nuova vita. 
In realtà la domanda se siamo arrivati al tramonto del libro è iniziata con l'avvento del personal computer (e fanno ormai trent'anni), tanto che alla fine Jean-Claude Carrière e io ci siamo stancati di rispondervi e abbiamo pubblicato una lunga conversazione intitolata provocatoriamente "Non sperate di liberarvi dei libri". 
Sostenere un lungo avvenire per il libro non significa negare che certi testi di consultazione siano più comodi da trasportare su una tavoletta, che un presbite possa leggere meglio un giornale su un supporto elettronico dove può amplificare il corpo tipografico a piacere, che i nostri ragazzi possano evitare di inrachitirsi portando chili di carta nello zainetto. E neppure si vuole sostenere a ogni costo che per leggere "Guerra e pace" sotto l'ombrellone sia più comoda la forma-libro; io ne sono convinto, ma i gusti sono gusti, e auguro solo a chi ha gusti diversi di non incappare in una giornata di blackout. Ma la vera ragione per cui i libri avranno lunga vita è che abbiamo la prova che sopravvivono in ottima salute libri stampati più di cinquecento anni fa, e pergamene di duemila anni, mentre non abbiamo alcuna prova della durata di un supporto elettronico. Nel giro di trent'anni il disco floppy è stato sostituito dal dischetto rigido, questo dal dvd, il dvd dalla chiavetta, nessun computer è più in grado di leggere un floppy degli anni Ottanta e quindi non sappiamo se quanto c'era sopra sarebbe durato non dico mille anni ma almeno dieci. Quindi, meglio conservare la nostra memoria su carta. 
Inoltre c'è una bella differenza tra toccare e sfogliare un libro fresco e odoroso di stampa e tenere in mano una chiavetta. Oppure tra ricuperare in cantina un testo di tanti anni fa che reca le nostre sottolineature e le nostre note a margine, facendoci rivivere antiche emozioni, e rileggere la stessa opera, in Times New Roman corpo 12, sullo schermo del computer. E anche ammesso che chi prova piaceri del genere sia una minoranza, su sei miliardi di abitanti del pianeta (ma saranno otto entro quindici anni), ci saranno abbastanza appassionati da sostenere un fiorente mercato del libro. E se poi usciranno dalle librerie e vivranno solo su Kindle o IPad i libri usa e getta, i best sellers da leggere in treno, gli orari ferroviari o le raccolte di barzellette su Totti o sui carabinieri, tanto meglio, tutta carta risparmiata. 
Anni fa deprecavo che nelle vecchie e ombrose librerie di un tempo chi vi entrava per curiosità fosse affrontato da un signore severo che domandava che cosa cercasse, e il malcapitato, intimidito, usciva subito. E giustamente trovavo più incoraggianti le nuove librerie-cattedrale dove si può stare seduti o accovacciati per ore a scoprire e sfogliare di tutto. Ora però, se le tavolette elettroniche assorbiranno tutto il mercato dei libri usa e getta, potrebbero ritornare buone le librerie de tempi andati, dove gli affezionati andranno a cercare i libri che non si gettano. E poi, ricordo che anche in quelle librerie un ragazzo che faceva amicizia col libraio poteva lo stesso sostare per ore a curiosare tra gli scaffali.Infine ricordiamo che mai, nel corso dei secoli, un nuovo mezzo ha sostituito totalmente il precedente. Neppure il maglio ha sostituito il martello. La fotografia non ha condannato a morte la pittura (se mai ha scoraggiato il ritratto il paesaggio e incoraggiato l'arte astratta), il cinema non ha ucciso la fotografia, la televisione non ha eliminato il cinema, il treno convive benissimo con auto ed aereo. 
Dunque avremo una diarchia tra lettura su schermo e lettura su carta, e in ogni caso aumenterà in modo astronomico il numero delle persone che impareranno a leggere - visto che persino gli sms sono potenti strumenti di alfabetizzazione dei ripetenti. E, se aumenterà l'analfabetismo di ritorno nella vecchia Europa decadente e malthusiana, avremo miliardi di nuovi lettori in Asia e in Africa. E, per chi leggerà a cavalcioni del ramo di un albero nella foresta subtropicale, andrà sempre meglio un libro di carta che uno elettronico. 
 © Riproduzione riservatahttp://espresso.repubblica.it/dettaglio/non-fate-il-funerale-ai-libri/2132084/18]]></description><pubDate><![CDATA[12/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=373]]></link></item><item><title><![CDATA[CACCIA GROSSA SUL PO]]></title><description><![CDATA[Costume 
07/08/2010 - INCONTRI SUL GRANDE FIUME 
Caccia grossa al coccodrillo del Po 
Lo accusano di fare strage di pesci, ma la vittima è lui: dell'uomo 
MARCO ALBINO FERRARI 
MOTTA BALUFFI (Cremona)Spesso, quando la vox populi entra in azione (e gli habitué dei bar-sport della Bassa ne sono gli ineguagliabili agenti scatenanti) il confine tra realtà e fantasia può annullarsi, lasciando aperti interi territori dove ogni cosa, o il suo contrario, diventa sostenibile. È così che nascono le leggende metropolitane. E tra queste, alcune ghiottissime che riguardano il Grande Fiume.Basta fare una prova. Senza distanziarsi troppo dall'argine maestro, se si fa visita a qualche caffè tra Ferrara e Cremona capiterà senz'altro di imbattersi nella famosa leggenda del «Coccodrillo del Po». «Al giorno d'oggi non si scherza sulle rive del fiume!» ho sentito esclamare un anziano di paese appoggiato al bancone del bar, «ma sa cosa capita ai cacciatori di anatre? Se la preda cade nell'acqua, il cane non fa in tempo a prenderla che se la trova divorata, e anche lui rischia grosso! Quel maledetto ha fatto fuori tutti i nostri pesci, i veri pesci del Po: i pesci gatto, i cavedani, i lucci, le tinche. Se li è mangiati tutti». 
A parte che pesce gatto e luccio perca non sono «veri pesci del Po», il primo è stato introdotto dall'America un secolo fa e il secondo viene dal Nord Europa (in natura poco è veramente autoctono), una novità nella fauna ittica del fiume, però, c'è davvero. Lo dicono inequivocabilmente, per esempio, alcuni accampamenti nascosti in fondo alle golene più appartate. E lo dice tutto un via vai di automobili e camper targati Austria, Germania, Olanda, Ungheria. Cosa saranno venuti a fare in comitiva da queste parti? Turismo fluviale per adorare il dio Eridano? Campi di meditazione di fronte all'energia delle acque in movimento? Non direi, a giudicare dai tipi umani che si aggirano sulle rive, con bicipiti tatuati e toraci alla Tarzan esibiti come trofei. Mi hanno detto che cacciano il «Coccodrillo del Po». Per saperne di più, ho deciso di far visita al vero guru del fiume. Colui che, a detta di tutti i pescatori esperti, è il grande conoscitore di questo mondo sommerso. Pare che - se in buona - ti sveli i segreti reconditi che si nascondono sotto la corrente. Mi racconterà del Coccodrillo del Po, o meglio del pesce siluro? 
Arrivato lungo l'argine all'altezza di una vecchia trattoria che annuncia il paesino di Motta Baluffi (Bassa Cremonese), svolto a sinistra e oltre l'ultima difesa idraulica mi inoltro nella campagna aperta. Le ruote della bici iniziano a saltellare sullo sterrato. Mi accorgo che sto penetrando un territorio dimenticato: sotto il sole a picco, la vista spazia sulla campagna silenziosa, immobile. Gialle distese incolte nel meandro fluviale si spalancano verso l'orizzonte vuoto, interrotto qua e là da boschetti mossi dalla brezza del pomeriggio. Saliceti, fratte di pioppo bianco e piante igrofile si innalzano da una terra biancastra, ora crepata dalla calura. È qua, isolatissima, che sorge la dimora del guru. Vitaliano Daolio mi saluta affacciato a una finestra: «Siediti sotto il portico, all'ombra. Arrivo subito». 
Aspetto per un buon quarto d'ora nel frinire delle cicale. La casa di Vitaliano è una sorta di b&b del fiume. Si chiama «Po Fishing Center». Al primo piano è ospitato un acquario con tutta la fauna ittica del fiume, dai granchi a un siluro albino di due anni. Di qui passano scolaresche e amanti dell'eco-turismo fluviale. Più, naturalmente, i cacciatori del siluro che si affidano a Vitaliano. «Qualche cosa di fresco?», sento esclamare alle mie spalle: è lui con una caraffa di tè ghiacciato. «Con questo caldo è meglio bere», dice sedendosi al tavolo. Ha la fronte ampia e due grossi occhiali tondi che lo fanno somigliare a un uccello notturno. Sfoggia una fitta barba incolta e i capelli lunghi e grigi radunati in una coda di cavallo. È evidente: tutta la giovinezza felice degli anni Settanta non lo ha abbandonato. 
«Sul siluro - racconta - se ne dicono tante, ma tante... Hanno persino scritto che può arrivare a 300 chili. Balle! Il record mondiale è stato pescato quest'anno sul Po: due metri e 52, per 104 chili. Comunque sì, è una bella bestia. Vive fino a ottant'anni e se ne sta fermo sul fondo, sommerso nel buio. Mangia ogni tre o quattro giorni ed è al vertice della catena alimentare. Ma non è stato lui a decimare gli altri pesci. Se c'è stata moria di fauna ittica è per l'inquinamento. Però l'inquinamento non lo si vuole ammettere, dunque si è trovato un capro espiatorio: il siluro. Venne introdotto negli anni Cinquanta dall'Est. E come tutte le specie alloctone ha avuto un momento di proliferazione, ma in questi ultimi anni la sua presenza è diminuita».«E tutti quegli accampamenti lungo il fiume?» chiedo posando il bicchiere del tè sul tavolo.«Il fiume è stato suddiviso in tante sezioni dove organizzazioni straniere, spesso illegali, si sono insediate. Ognuna ha clienti connazionali e nessun italiano. In tutto hanno 150 barche: le ho contate a una a una. Credo che qui l'unico in regola per la pesca al siluro sia il sottoscritto». 
I raggi del primo sole colpiscono radenti l'acqua verdastra. Un coro di uccelli si innalza dai fitti canneti spondali invadendo l'aria del primo mattino. È l'atmosfera che cercavo: un misto tra lo spumeggiante umore del selvatico e un'estetica aggraziata che ricorda le illustrazioni delle antiche sete giapponesi. Ma al compagno di navigazione, il cliente di Vitaliano (un omone pelato con i baffi a manubrio e una maglietta nera che fascia il fisico palestrato) non interessa il mondo fluviale che lo circonda. Tutta la sua attenzione è spinta là sotto, nel buio del fondale dove si nasconde il siluro. L'ecoscandaglio asseconda la sua immaginazione; apre spiragli nello spazio misterioso della melma subacquea. Non so se è entusiasta dall'idea di avermi tra i piedi. Fra poco, mi ha spiegato Vitaliano, apparirà la grande sagoma sullo schermo dell'ecoscandaglio. Tutto è pronto: canne potenti lunghe due metri e 40 con mulinelli a doppia frizione e 250 metri di filo intrecciato in kevlar. L'amo ha il diametro di una mela. Sullo schermo appare il mostro. «Ecco, quello è il predatore che andiamo ad insidiare» esulta il cliente ebbro di un'infantile smania di morte. 
La canna si piega, i bicipiti vanno in tensione, e inizia il combattimento. Venti minuti durerà, finché l'animale, stravolto, sarà issato a bordo per la foto di rito. Sì, un mostro di oltre due metri con la testa larga quasi quanto le spalle forzute del cliente. Tre scatti abbracciati e il siluro ritorna nel fiume. «Meriti tutto il mio rispetto, e per tanto ti rilascio - sussurra il cliente al siluro tramortito - sei un pesce che ha combattuto con onore, sportivo, sportivissimo. Vai, sei libero di vivere». 
http://www3.lastampa.it/costume/sezioni/articolo/lstp/293862/]]></description><pubDate><![CDATA[07/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=372]]></link></item><item><title><![CDATA[Stendhal in Brianza]]></title><description><![CDATA[Cultura 
06/08/2010 - PASSEGGIATA D'AUTORE 
Sulle tracce piccanti di Stendhal in Brianza 
Da Milano a Oggiono tra ville e laghi le avventure del futuro romanziere. 
A Pusiano annotò il suo incontro erotico in barca con una bella pescatrice 
MARCO BELPOLITI 
OGGIONO (LECCO)La diligenza parte alle 7 da Milano diretta verso l'Alta Brianza. È il 25 agosto 1818. A bordo ci sono due amici, Giuseppe Vismara e Henri-Marie Beyle, insieme a un mercante di Reggio, una poppante ed altri passeggeri. Sin dalla partenza Beyle tiene un diario. Scrivere per lui non è un mestiere, anche se ha già pubblicato da poco una sorta di racconto di viaggio, Roma, Napoli e Firenze, mentre Passeggiate romane uscirà in seguito. Quello che deve ancora nascere è un romanzo che gli darà vent'anni dopo la fama imperitura: La Certosa di Parma. Lo pubblicherà con il nome di Stendhal, pseudonimo con cui, da allora in poi, sarà conosciuto in tutto il mondo per tutte le generazioni future. 
Vismara e Beyle sono diretti a Inverigo, ridente paese della Brianza, dove c'è il palazzo di Luigi Cagnola, famoso architetto milanese, che si è fatto costruire un'imponente Rotonda, una delle costruzioni più curiose ed eccentriche del circondario, ancora oggi meta di visite. Prima di vederla, i due passeggeri si fermano a Giussano e salgono sul campanile. Vismara, prima di ascendere per i ripidi scalini, piscia dentro l'acquasantiera. Subito dopo uno scalino si spezza sotto i suoi piedi. In cima la vista è degna della fatica: il Duomo di Milano a mezzogiorno, disegnato in grigio; a destra, la chiesa di Rho, che buca l'orizzonte; poi il campanile di San Gaudenzio a Novara, città natale del Vismara. Se oggi Stendhal dovesse risalire le medesime scale, non vedrebbe più nulla del genere per via dell'aria piena di polveri sospese. Quasi duecento anni dopo tutto appare immerso in una nebbia rossastra che non fa vedere neppure i due o tre grattacieli che la classe dirigente, e i politici lombardi, hanno eretto, o stanno erigendo, a ritmo serrato in questi mesi. Dalla cima della Rotonda i due amici hanno poi la sensazione, guardando verso l'orizzonte, di scorgere un mare al posto della pianura. Oggi, principio d'agosto, solo dopo una giornata di pioggia battente come quella di ieri, si riesce a riavere una visione simile, per quanto la densità delle costruzioni, i profili dei palazzi e gli agglomerati urbani, sparsi a macchia di leopardo, dominano su tutto, e il verde della pianura irrigua è contrastato dal rosso dei tetti e dal grigio dei condomini. 
La meta di Stendhal è Alserio e il suo lago, uno dei miracoli di questo paesaggio. Qui una serie di laghi e laghetti, vaste risorgive o invasi d'acque che scendono dalle Prealpi, determinano, nonostante i nastri autostradali, i plinti di cemento e gli svincoli a forma d'anello, la forma stessa del paesaggio: lago di Segrino, di Alserio, di Pusiano, di Annone, di Garlate. Un paradiso, così doveva essere all'epoca questo paesaggio: uno dei posti più belli d'Italia. Persino il Lambro, inquinato oltre misura, devastato di recente da una fuoriuscita di petrolio dai depositi di Villasanta, alle porte di Monza, per cui non sembrano esserci ancora responsabili, sotto le rocce di Pontescuro appare nel diario dello scrittore francese «niente male». Le pagine, poche ma vivissime, che Beyle stende, non sono destinate ai lettori; sono appunti privati: «Un diario simile è fatto soltanto per chi lo scrive»; gli serve come strumento «per riportare alla mente e rendere presenti tutte le sensazioni di allora». 
Il 26 agosto dopo colazione si mettono in cammino a piedi lungo il lago di Pusiano, il più grande. Là dove i due amici scorgevano piccole colline non molto alte e ben imboschite, che chiudono il lago, conferendogli un aspetto dolce, oggi ci sono ville, villette, condomini. Scendiamo anche noi verso il lago, dal lato sud, che costeggia la strada che va da Ello a Galbiate. Due o tre ristoranti, poi un grande centro sportivo, con un'enorme piscina coperta, duplicata sulle rive del lago da un altro impianto. Il tutto si chiama, manco a dirlo, «Stendhal». Sulla riva una fila di ombrelloni gialli accompagnato da un vociare intenso. In alto, si scorge un grande scivolo d'acqua, anche lui in giallo. In acqua, dentro il lago, nessuno. Non ci si fida troppo; meglio le acque degli invasi artificiali. 
Il 21 agosto Beyle e il suo amico italiano s'imbarcano per l'isola in mezzo allo specchio d'acqua. All'albergo di Oggiono la guida che li conduce sparisce di colpo, mentre appare una donna bellissima insieme a un fanciullo, di cui la padrona della locanda gli aveva parlato poco prima. Arriva anche un'altra donna, che Beyle definisce: «Niente male»; la paragona ai ritratti dei pittori veneziani. Vanno a prendere un caffè e poi sul lago. Scrive: «Sento che avrò un momento di vivo piacere». Nelle pagine di Stendhal, come in quelle di molti viaggiatori stranieri, forse non tutti, ma certo molti, l'estetica dei luoghi, la luce, il colore, le forme dei monumenti, delle colline, dei fiumi, delle rogge, delle foreste e dei villaggi, si confonde e si amalgama con una sensazione di sensualità diffusa, con il desiderio e una mai sopita pulsione sessuale. Un atteggiamento tipico degli uomini, probabilmente, che il paesaggio italiano sembra esaltare. Stendhal va in barca con una giovane donna e il fratello di lei: «Voi siete pescatrice e peccatrice», le dice scherzando. La ragazza risponde con franchezza: «Sì». Da quel momento nell'alloggio di Oggiono - ancora oggi una bella cittadina, in parte stravolta, in parte invece intatta nei cortili, nelle case, nelle ville, nel battistero romanico - lo scrittore non fa altro che pensare all'incontro erotico con la bella pescatrice, mediatore un ragazzino. «L'aspetto sotto cui vedevamo il bel lago di Pusiano è cambiato tutto a un tratto», annota Stendhal. 
In questa giornata domenicale lungo le rive del lago, nella parte di Annone Brianza, dove i verdi campi degradano in direzione dei canneti, c'è molta gente. Qualche coppia che si è appartata, ma sono per lo più famigliole. Parecchi stranieri: russi, romeni, gente dell'Est, con i macchinoni parcheggiati lì accanto. Il 28 agosto alle otto Beyle e l'amico prendono il caffè; alle nove sono con una vedova, definita «un orrore». Poi si precipitano verso il lago, sicuri del fatto loro. S'imbarcano con la pescatrice. E succede lì: «A gran fatica una scopata, e lei minaccia di gettarsi nel lago». Stendhal aggiunge altri dettagli sul comportamento della ragazza durante l'incontro sessuale, omessi nella prima edizione del suo scritto. 
Il racconto nel diario intimo continua. Alle 10 tornano a riva a prendere il fratello e con la ragazza fanno in due ore, da bravi turisti, il giro del lago. Nelle note di spesa, dettagliatissime, la «peccatrice» riceve 3 lire e 7 soldi e mezzo; il barcaiolo 3 lire. Annotazione parsimoniosa. Oggi non c'è nessuna barca in giro per lo specchio d'acqua, solo un pedalò ancorato vicino a un prato. Vista da vicino la superficie d'acqua non sembra ispirare una così grande passione, ma dall'alto, salendo i monti che gli sono dirimpetto, dalla parte di Colle Brianza, e guardando giù, in effetti i due specchi, ai piedi delle montagne ispirano un'emozione che può facilmente tramutarsi in qualcosa di sensuale. Stendhal, da cui ha preso nome la celebre sindrome, è un uomo emotivo, pieno di desideri, uno che sa capire la bellezza, interpretarla e indirizzarla: un sentimento pagano del paesaggio e della bellezza, in particolare femminile, come mostrano i diari intimi, gli appunti di viaggio, i romanzi, la sua pseudo autobiografia. L'Italia, la Lombardia, e soprattutto Milano sono il luogo della felicità. Il 29 agosto, alla fine del viaggio, scrive: «Abbiamo fatto male a fermarci ieri sera ad Oggiono, non bisogna mai restare due giorni di seguito nello stesso luogo». Come dargli torto? 
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/293072/]]></description><pubDate><![CDATA[07/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=371]]></link></item><item><title><![CDATA[Churchill e gli UFO]]></title><description><![CDATA[Si consultò anche con Eisenhower sulle segnalazioni di alcuni piloti della Raf 
«Churchill mise a tacere gli avvistamenti di Ufo» 
Il premier non voleva creare il panico in guerra 
Dal nostro corrispondente Fabio Cavalera 
LONDRA - Ai dischi volanti, Winston Churchill fu iniziato nel 1912: nel cielo di Sheerness, in Essex, sopra la base-scuola della Royal Navy qualcuno osservò un oggetto strano che luccicava e rimase stordito. Forse era un velivolo ma non avendo mai visto cose del genere quel testimone lanciò l'allarme e la faccenda finì persino alla Camera dei Comuni. Fu tale lo spavento che il Parlamento ordinò al primo Lord dell'Ammiragliato, il trentottenne Winston Churchill, di venire a capo della inquietante intrusione. Se ne occuparono i servizi segreti della flotta di sua Maestà che però non riuscirono a dare una spiegazione esauriente del fatto. E, così, si preferì soprassedere. Allucinazioni visive? Invasione dallo spazio? Un bel pò di anni dopo, ci raccontano i documenti storici resi pubblici ieri dall'Archivio Nazionale di Stato, Winston Churchill fu costretto di nuovo, e in diverse occasioni, a occuparsi di Ufo. Se nel 1912 non vi aveva prestato più di tanta attenzione e probabilmente non se ne era nemmeno preoccupato, questa volta il leader conservatore, divenuto nel frattempo capo del governo, pensò di andarci cauto e di non sottovalutare gli avvistamenti segnalati. 
Era accaduto che sul finire della guerra alcuni piloti della Raf di ritorno da varie missioni (una, in particolare, sulle coste meridionali del Regno Unito) si erano imbattuti in un «oggetto metallico» che era volteggiato attorno alle squadriglie ed era poi sparito. Churchill ne fu informato e le relazioni lo impressionarono. Al punto che, come riferito da una sua guardia del corpo (il cui nome è sempre rimasto segreto), ne parlò a Dwight Eisenhower, allora comandante delle forze alleate in Europa. Si era in un momento delicato del conflitto mondiale, dunque i due concordarono di non dare pubblicità all'evento: l'opinione pubblica non doveva essere distratta e in nessun modo impressionata negativamente. Incaricarono una commissione congiunta dei servizi di sicurezza di interrogare i militari coinvolti negli avvistamenti e valutarono che fosse giusto coprire «per almeno mezzo secolo» tutti i documenti relativi agli Ufo, o presunti tali, circolanti nei cieli d'Inghilterra. 
Winston Churchill era un uomo pragmatico: probabilmente il suo pensiero era che quegli «oggetti metallici» potessero essere nuove armi tedesche. Magari missili. Gli esperti lo esclusero. Il dubbio non fu risolto. La storia racconta che Churchill perse le elezioni postbelliche e che restò fuori dai giochi fino al 1951 quando ottenne un altro mandato a governare. La vicenda dei dischi volanti non gli era passata dalla testa. Anche perché, e se ne era reso conto subito, fra le carte conservate al ministero della difesa ve ne erano diverse che segnalavano ulteriori avvistamenti.Non che ci fosse da esserne suggestionati o particolarmente colpiti ma Winston Churchill decise che affrontare la questione con eccessiva superficialità sarebbe stato un errore. Una nota scritta rivela che il 28 luglio 1952 lo stesso Churchill si rivolse al viceministro responsabile dell'aeronautica militare chiedendogli: «Che cosa sono tutte queste cose sui dischi volanti? Che cosa significano?». E ancora: «Qual è la verità? Fatemi avere una relazione». 
Non era ossessionato dagli Ufo ma il leader britannico aveva una certa curiosità e voleva risposte certe. I risultati delle varie indagini che arrivarono sul suo tavolo esclusero che gli «oggetti» osservati nei cieli all'inizio degli anni Cinquanta fossero dischi volanti ma non specificarono altro. Di che cosa si trattava? La documentazione che l'Archivio Nazionale mette ora a disposizione e che si aggiunge a quella pubblicata nei mesi scorsi non regala sconvolgenti risultati, rivela però una circostanza: per diversi decenni sia al ministero della difesa sia nei servizi segreti alla questione degli Ufo sono state dedicate meticolose investigazioni. E la questione non è stata archiviata. Il primo a interessarsene e ad avviare le ricerche fu proprio Winston Churchill. 
06 agosto 2010(ultima modifica: 07 agosto 2010)http://www.corriere.it/esteri/10_agosto_06/churchill-mise-a-tacere-avvistamenti-cavalera_a63f221a-a124-11df-9bff-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[07/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=370]]></link></item><item><title><![CDATA[La fila è andata in crisi]]></title><description><![CDATA[5/8/2010 
Noi italiani allergici alla fila LINO BANFI 
La fila è andata in crisi. Una volta in Italia era più sopportabile: trovavi sempre qualcuno con cui scambiare due parole. Ora abbiamo perso la pazienza di colloquiare. Non si comunica più neanche con genitori e amici. 
Invece, non dico alla posta, ma almeno a teatro o al cinema, ci si potrebbe provare. Ora chiunque tenti viene considerato uno scocciatore. Eppure bisogna ricominciare a chiacchierare. E se l’interlocutore non ci considera, domandiamogli: «Scusi, perché lei non risponde?». 
Che è già l’inizio di una conversazione. O di uno scontro. C’era uno sketch d’avanspettacolo: «Scusi, sa l’ora?». «Sì». E finiva così. 
Di file ne ho fatte tante. Da povero emigrante a Milano nel 1954, mentre aspettavo alla stazione, iniziai a parlare con un signore. Mi suggerì di farmi ricoverare per togliere le tonsille. Passai la notte al caldo e mi sfamai, ma il medico mi scoprì. 
Così seguii la lezione contadina di mio padre Riccardo: «Quando sei nei guai, dì la verità». Il medico si mise a piangere e, guardando la suora, disse: «Lui rimane una settimana in osservazione, due pasti al giorno completi». 
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7682&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[05/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=369]]></link></item><item><title><![CDATA[Angelo Rizzoli]]></title><description><![CDATA[Intervista- di - Claudio Sabelli Fioretti 
Angelo Rizzoli - 
(Pubblicata il 23/02/2010-) 
Era l’erede di una delle famiglie più in vista della borghesia milanese, i Rizzoli. Figlio di Andrea, nipote di Angelo, lo chiamavano Angelone per via di una stazza piuttosto notevole. A 30 anni era uno degli editori più importanti d’Europa. A 40 anni, travolto dallo scandalo della P2, dalle difficoltà dell’azienda e dallo scandalo del Banco Ambrosiano, finì in galera dove rimase per tredici lunghi mesi. 
Ne uscì prosciolto prima ancora del processo. Ma la sua famiglia era ormai distrutta, la moglie Eleonora Giorgi l’aveva lasciato, la casa editrice era definitivamente persa. Con una violenza inaudita la tragedia si era abbattuta su di lui già minato da una malattia terribile, la sclerosi multipla, che minacciava di portarlo velocemente, nel migliore dei casi, su una sedia a rotelle. Oggi Angelo Rizzoli ha 55 anni. Zoppica leggermente, non usa bene il braccio destro e non vede dall’occhio sinistro. Ma è intellettualmente vivace e fisicamente vitale. Abita in una bella casa romana ai Parioli con stupenda vista su Monte Mario e su Villa Balestra, insieme a Melania, la moglie dottore, e i figli Arrigo e Alberto che si sono aggiunti ad Andrea, il figlio grande avuto da Eleonora. Alle sue cene si possono incontrare spesso politici, giornalisti e manager dei circoli romani, da Del Turco a Diliberto, da Tatò a Gianni Letta, Manzella, Maccanico, Calabrese, Celli, Mentana. Ma Milano, la città che lo vide protagonista, da giovane studente prima e da importante imprenditore poi, è solo un ricordo. Anche Angelo Rizzoli appartiene alla generazione dei cinquantenni. Durante il ’68 aveva 24 anni. Anche lui è uno che non sa invecchiare? Direi proprio di no. Forse è stato un ragazzo viziato dal potere e dalla ricchezza, questo si. Ma oggi appare come un signore che la maturità se l’è conquistata a forza di prendere mazzate. Tutte mazzate targate Milano. Uscito di galera ha fatto le valige e si è trasferito a Roma. Da allora la capitale morale d’Italia l’ha visto solo di passaggio. Rizzoli dichiara di non avere recriminazioni né rimpianti, di avere chiuso completamente col passato, ma a me sembra che dica a se stesso una pietosa bugia. Vicende come la sua non si dimenticano solo perché si decide di dimenticarle. 
“Uscito dalla galera”, racconta, “Mi sono trovato in una città nemica. Ero stato punito al di là di ogni mio possibile errore. Un anno di ingiusta carcerazione preventiva e poi il silenzio. Una vita distrutta. Mio padre morto. Mia sorella suicida. In me insopportabili sensi di colpa. In questo contesto la città dove la famiglia Rizzoli per tre quarti di secolo era stata una delle famiglie più importanti e stimate, mi apparve improvvisamente ostile. Nessuno mi voleva più ricevere. Consentitemi un pizzico di malizia: quelli che emisero nei miei confronti i giudizi più duri e più velenosi furono proprio gli imprenditori travolti dieci anni dopo in Tangentopoli. 
 Quali colpe le attribuivano? 
Avevo rovinato l’immagine della grande borghesia milanese finendo in galera. Che fossi innocente, che fossi stato prosciolto, era un dettaglio. 
Eppure eravate molto popolari a Milano. Per la casa editrice, per la Cineriz, per l’Istituto Rizzoli, per i Martinitt, per il Milan di Schiaffino e di Rivera. 
Fino al giorno prima del mio arresto c’era la coda di gente che voleva farsi ricevere. Dal giorno dopo, nessuno si era più fatto vivo. Per questo ho lasciato Milano. 
Da chi in particolare si è sentito abbandonato? 
Da tutti. Fare un nome sarebbe particolarmente odioso. Gente che mi conosceva da bambino mi fece sapere che sarebbe stato imbarazzante farsi vedere con me. 
Arrivò a Roma senza arte né parte, come si dice. Come si è ripreso? 
Con l’aiuto di mia madre. Con grande coraggio si è spogliata di tutto quello che aveva per consentire ai suoi figli di superare quel momento difficile. Ma devo molto anche a Silvio Berlusconi. 
Che cosa ha fatto? 
Mi ha detto: “Smettila di affliggerti e di disperarti. Cerca di cancellare il passato con cose nuove”. 
Solo parole? 
No, no. “Tu fai i film e io te li compro”, mi disse. E così è stato ed è tuttora. 
Anche aiuti concreti? Soldi? 
Tutte le volte che su un progetto, su un programma, su un contratto, io ho avuto bisogno di un suo intervento, lui me lo ha sempre garantito senza alcuna contropartita e anche con molta efficienza e rapidità. 
Un amico. 
Berlusconi non è un pescecane come la maggioranza degli imprenditori italiani. Non ha il loro cinismo. E’ uno che crede nell’amicizia. E’ generoso. Ha aiutato una persona finita, un “dead man walking”, un morto che camminava, , unicamente per simpatia umana. “Attento”, io gli dicevo. “Come hanno fatto fuori me possono fare fuori te”. 
E lui che cosa le rispondeva? 
Diceva: “Tu eri un ragazzino, io sono più strutturato”. Nei suoi confronti si era messa in moto la stessa macchina da guerra che aveva massacrato me. 
A lui è andata meglio. 
Perché ha avuto l’idea brillantissima di salvarsi con la politica. Io non ci ho pensato. Comunque anche io non posso lamentarmi. Ho incontrato mia moglie, dieci anni fa, mi sono sposato, abbiamo messo al mondo due figli. Sono un uomo sereno. Mia moglie è una donna estremamente positiva e mi è stata di grande aiuto. I miei tre figli mi danno grandi soddisfazioni. Il lavoro in questo momento mi va bene. Sono molto diverso dall’uomo di 20 anni fa: poco per chi è stato il presidente della Rizzoli e del Corriere della Sera. Ma molto per un ex carcerato. 
Che cosa ricorda di Milano? Che cosa faceva, per esempio, nel ’68? 
Avevo 23 anni. Avevo finito Scienze Politiche a Pavia. Eravamo un gruppo di quattro amici. C’era Roberto Cacciaguerra, un ragazzo straordinario di grandissima ingenuità e curiosità. Con lui sono stato in Medio Oriente e in India, quando viaggiare era ancora considerato quasi un’avventura. Lui andò anche sette mesi in Vietnam. Era l’unico dei miei amici che aveva un ruolo nel Movimento Studentesco. Era sempre elegantissimo e inappuntabile, anche quando partecipava alle assemblee. I compagni lo chiamavano “Il principe”. Aveva rinunciato a una vita agiata per andare a vivere in una comune. E’ morto l’anno scorso di tumore. E’ morto anche l’altro amico, Paolo Cazzaniga. 
Nome famoso. 
Era figlio del presidente della Esso. Era un ragazzo di grandissima vitalità, il migliore in tutti gli sport, grande velista come tutti noi ma anche grande sciatore. Entrò in crisi quando scoppiò il ’68, quando le qualità che venivano apprezzate non erano quelle fisiche e sportive. Oggi, negli anni Novanta, sarebbe uomo di grande successo. Allora soffriva molto di non avere nulla dell’intellettuale. 
Il terzo amico chi era? 
Era Carlo Scognamiglio, Carlino, il più tetragono dei nostri amici, determinato a fare il professore universitario ma anche altre cose, come poi è riuscito a fare. 
Politicamente che cosa eravate? 
Roberto era un marxista leninista. Paolo assolutamente agnostico. Carlino un moderato. Poi si avvicinò ai socialisti e divenne anche collaboratore di De Michelis. Io ero repubblicano, iscritto al partito. 
La borghesia milanese era piuttosto a destra… 
La destra reazionaria sanbabilina non l’ho mai frequentata. Tronchetti Provera, per esempio, lo conoscevo ma non eravamo amici. 
Tronchetti Provera era liberale. Me lo ha raccontato Chiara Beria nella sua intervista. 
L’ho letta l’intervista di Chiara. Quando uno arriva ad avere successo, come Tronchetti Provera, anche certe posizioni ambigue o comunque non definite del passato, vengono rimosse. I fratelli Tronchetti Provera erano di destra, erano dei sanbabilini e io proprio per quello non li ho mai frequentati. Comunque i figli della borghesia milanese erano anche di sinistra e di estrema sinistra. Molti di noi cercavano seriamente di capire che cosa stesse succedendo. E davamo anche una mano. Quando qualcuno veniva arrestato io mi adoperavo per farlo uscire, aiutarlo, far avere assistenza e aiuto. Quando sono stato arrestato io l’unico che mi è venuto a trovare è stato proprio Mario Capanna. Mi disse: “Caro Angelo, ti restituisco il favore”. 
Che tipo di vita conducevate? 
Andavamo spesso a casa di Marco Zanuso dove si sentiva parlare per la prima volta di problemi civili, politici, sociali, di terzo mondo. Così cominciavamo a capire che l’ambiente cristallizzato della borghesia milanese era una immagine falsa della realtà, che oltre Milano c’erano mondi più appassionanti, tumultuosi, drammatici. 
La generazione dei cinquantenni era in qualche modo eccezionale? 
Milano era una città culturalmente morta, con un borghesia quasi feudale nel suo immobilismo. La nostra generazione ha cercato di cambiare le cose, non soltanto sotto il profilo politico ma soprattutto su quello della rivoluzione dei costumi. E’ stata una generazione curiosa e colta. 
Il ‘68 su di lei ha influito? 
Noi fino a 24 anni eravamo quasi dei bambini. Le ragazze della buona borghesia milanese dovevano rientrare alle 11,30. Se tu le portavi in ritardo trovavi il padre fuori col bastone, come è successo a noi. 
Racconti. 
Eravamo io, Carlino, Roberto e Livia Smecchia che in seguito avrebbe sposato Paolo Cazzaniga. Il padre era un conte austriaco. Aveva detto: “Portate mia figlia a casa alle 11,30”. Noi andammo al Santa Tecla, uno dei primi locali notturni di Milano in cui si suonava jazz. La riportammo a casa a mezzanotte e un quarto. Sulla porta di casa Smecchia vedemmo il conte austriaco in vestaglia che aspettava con in mano una mazza da golf. Mollammo la figlia e lui venne verso di noi per prenderci a mazzate. Riuscimmo a salvarci con una grande sgommata. 
Che cosa è secondo lei la coerenza? 
Mantenere fede ai propri pensieri e ai propri stati d’animo. Nessuna immagine rimane immobile nel tempo, però io non credo allo stravolgimento completo. Non credo che da destra si possa passare a sinistra, che ci si possa infilare in tutte le operazioni che portano al potere. 
Ce ne sono parecchi. 
La maggior parte. 
Ma prendiamo Mario Capanna. E’ rimasto coerente. 
Lui si. Ma ci sono altri per i quali il ‘68 è stato soprattutto un’opportunità per andare alla ribalta e rimanerci. 
Un esempio. 
Molti giornalisti. Come quelli del gruppo di Lotta Continua: sono rimasti in posizioni di primo piano pur cambiando fronte. Questo è successo anche in rivoluzioni più serie come la rivoluzione francese. Marat è stato giacobino e terrorista poi termidoriano, uno dei consoli e uno di quelli che hanno consegnato la Francia alla dittatura di Napoleone. 
Lei si è fatto una fama di fanciullone scapestrato, ville, yacht, aerei, donne. 
Io sono stato viziato da ragazzo perché appartenevo ad una delle famiglie più ricche di Milano. Però l’aereo era di mio padre. Io l’ho soltanto usato. Lo yacht era di mio nonno. Io avevo una piccola barca a vela. Queste accuse me le rivolse Tassan Din per preparare il personaggio da bruciare. 
Si è mai spiegato come mai la tragedia si sia abbattuta così pesantemente su di lei? 
Tutto è cominciato dalla nomina di Alberto Cavallari a direttore del “Corriere della Sera”. Io non lo volevo. Volevo Ronchey. 
E allora perché nominò Cavallari? 
Me lo chiese fortemente il presidente Pertini. 
E lei perché cedette? 
Ero in una situazione di grande difficoltà per lo scandalo P2. 
E poi? 
La nomina di Cavallari non piacque ad alcune persone. Due mesi dopo mi chiesero di allontanarlo e di liquidare Tassan Din. Tassan Din non ce l’avevo messo io. Rappresentava il garante dei crediti bancari ed era stato imposto da Roberto Calvi che era il nostro maggior creditore. 
Chi le chiese di licenziare Cavallari e cacciare Tassan Din? 
Giovanni Spadolini, presidente del Consiglio e il ministro del Tesoro Andreatta. 
Le piaceva Cavallari? 
Non particolarmente. Era un uomo dal carattere molto difficile, nevrotico. Quando io dovetti ammettere che non potevo mandare via Tassan Din e Cavallari, il mondo politico iniziò una serie di azioni ostili nei miei confronti. Le banche ritirarono i fidi, il prezzo dei quotidiani rimase bloccato mentre il prezzo della carta continuava a salire vorticosamente. 
Fu allora che a lei venne l’idea di iscriversi alla P2? 
Prendo a prestito da Tayllerand: “E’ stato peggio di un delitto, è stato un errore”. 
Un errore mica da poco. 
Tutti i Grandi Maestri della Massoneria, Gamberini, Salvini, Battelli, Corona, mi avevano assicurato: “Stia tranquillo si tratta di una loggia perfettamente regolare”. 
Ma perché si è iscritto? 
Ero completamente digiuno di contatti politici. Iscrivermi alla massoneria – mi dissero – mi avrebbe facilitato. Era descritta come una specie di circolo elitario. A Roma Gelli era conosciuto da tutti. E tutti, segretari di partito, ministri, tutti mi dissero: è una persona straordinaria, è bravissimo, se ne fidi. 
Chi le diceva questo? 
Nella Dc tutti, nel Psi tutti, nel Psdi tutti, nel Pri e nel Pli molti. 
E nel Pci? 
Nel Pci nessuno. Noi avevamo difficoltà con le banche alle quali era stato suggerito di non finanziarci più. Nei giorni precedenti al Natale del 1975 incontrai Gelli nello studio dell’avvocato Ortolani,in via Condotti. Trovai ad aspettarlo il direttore generale della Banca Nazionale del Lavoro, il presidente della Banca Commerciale, il direttore generale del Monte dei Paschi, il presidente del Banco Ambrosiano. Tutti col regalino di Natale. 
Parterre de roi. 
Sembravano i Re Magi con il bambinello. Io avevo 30 anni. Queste persone non ero mai riuscito a vederle nonostante mi chiamassi Rizzoli. Le trovai tutte insieme in fila per omaggiare Gelli. Ebbi la sensazione di trovarmi davanti a un potere reale. Questo mi convinse. 
E quando andava all’Excelsior? 
Ci andavo un paio di volte all’anno. C’era la hall piena di questuanti eccellenti. 
Chi per esempio. 
Nella hall o fuori della hall li ho incontrati tutti. Tranne i comunisti tutti. 
Me ne dica uno che ci sorprenderebbe. 
Non glielo posso dire. 
Ma c’è qualcuno che ci sorprenderebbe? 
C’è qualcuno che ancora oggi mi dice: “Grazie per non avermi nominato. Lei è un galantuomo”. 
Un politico? 
Più di uno. 
Come agiva Gelli? 
Diceva a un politico: “Fai avere dieci miliardi a questa impresa. Loro poi ti daranno 500 milioni”. 
Lei ha dato molti soldi ai partiti? 
Come tutti gli imprenditori. 
Quando? 
Tutte le volte che dovevo fare qualcosa e che mi veniva risposto: “Questa cosa la puoi fare a seconda di quanti soldi ci darai”. Tenga conto che per 36 mesi con l’inflazione galoppante abbiamo avuto il blocco del prezzo dei quotidiani. 
Che però è stato poi sbloccato. 
E come crede che sia stato sbloccato? 
Mi lasci indovinare. Pagando. 
Siamo riusciti a sbloccarlo solo pagando. 
Quanti soldi ha dato ai partiti? 
Una ventina di miliardi. 
Come avveniva il pagamento? 
In occasione dell’aumento del prezzo del quotidiano ci furono chiesti 500 milioni dall’allora ministro dell’Industria. Io mi rivolsi al presidente della federazione degli editori dei giornali e agli altri editori di quotidiani importanti per chiedere come avremmo potuto quotarci. Si decise che noi avremmo pagato 400 milioni. E un altro gruppo editoriale avrebbe pagato gli altri 100 milioni. Una persona venne a casa mia a ritirare i soldi. Io avevo una valigetta Gucci con dentro 500 milioni. 
La classe non è acqua. 
Lui arrivò con una busta di plastica del supermarkent. 
Appunto. 
Prese i soldi, si accorse che nella busta di plastica non ci stavano e mi disse: “Mi dia anche la valigetta”. E così si portò via i 500 milioni e la valigetta di Gucci. Nota a parte: quando io fui indagato ed arrestato è emerso chiaramente che noi avevamo dato solo 400 dei 500 milioni. Ma sugli editori che avevano dato gli altri 100 milioni la magistratura non ha mai indagato. Oggi lo chiameremmo doppiopesismo. 
Qual è il suo network? Quali sono i suoi amici? 
Mio nonno Angelo ha avuto Pietro Nenni come compagno di tutta una vita. Lo mantenne sempre, lo finanziò, lo aiutò quando Nenni dopo la guerra si trovò ad essere isolato. Fu un amicizia di 50 anni. Io non ho più rapporti di questo genere. 
Non è strano? 
L’amicizia è un sentimento nel quale è meglio non investire. Ti viene concessa solo se non chiede sacrifici. 
Lei era amico di Craxi. 
Io ero e sono amico di Claudio Martelli. Craxi come tutti i socialisti deriva da un rapporto che la mia famiglia ha avuto per decenni con quella parte politica. Nenni, Craxi, Mancini: in qualche modo il Psi è stata una eredità del nonno che diceva sempre: “Non dimenticate i socialisti”. 
Lei era amico dei Leone. 
Li ho frequentati nel periodo durante il quale stavano al Quirinale. 
Amicizia fra giovani gaudenti, si diceva. Notti folli. 
Ho avuto sicuramente qualche storia con attricette di Cinecitta che in quel momento frequentavano il Quirinale. Tenga conto che noi eravamo anche Cineriz. Quindi io ero un punto di attrazione per queste attricette. E avevo 28 anni. Vedo che ancora oggi tutti gli importanti finanzieri e politici cinquantenni che vivono qui a Roma hanno storie d’amore con lo stesso tipo di attricette. Avrò fatto notti gaudenti. Ma avevo l’età giusta per farlo. 
Le fa impressione il fatto che il suo nome non le appartiene più? 
Io farò di nuovo la Rizzoli mettendo insieme tutte le mie società che oggi svolgono attività in campo audiovisuale. Dopo 15 anni mi iprenderò il mio nome. Nel Duemila ci sarà di nuovo la Rizzoli. 
Ha mai avuto la voglia di tornare a fare l’editore? 
L’editoria è la mia passione. Il modo stesso in cui sono uscito dalla mia casa editrice mi spinge a cercare non dico una rivincita che sarebbe impossibile ma almeno un ritorno. Quando ci sarà l’opportunità lo farò. 
Ci ha già provato? 
Sono stato a un passo dal comprare la Giorgio Mondadori, a un anno fa. Stavo chiudendo la trattativa quando è arrivata l’offerta di Urbano Cairo che era altissima ed io ho dovuto arrendermi. 
Se lei dovesse tornare a fare l’editore che cosa sceglierebbe? 
Editoria specializzata di nicchia e quotidiani locali a basso costo e a bassa tiratura. 
E’ mai passato in via Angelo Rizzoli? 
Una sola volta. Fu un’emozione enorme. Mi trovavo davanti a qualcosa che si chiama Rizzoli, ha sede in via Angelo Rizzoli, è stata costruita da Angelo Rizzoli ed io mi chiamo Angelo Rizzoli. 
Le piacerebbe tornare in via Rizzoli da proprietario? 
Lo sogno sempre. Ma Holderlin diceva: “L’uomo è un dio quando sogna e un pezzente quando riflette”. Quando rifletto sulla situazione mi rendo conto che è impossibile e mi metto il cuore in pace. Non tornerò mai più a Milano. Mai più in via Rizzoli. 
http://www.melba.it/csf/articolo.asp?articolo=398]]></description><pubDate><![CDATA[02/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=368]]></link></item><item><title><![CDATA[Eataly prende per la gola anche gli americani]]></title><description><![CDATA[2/8/2010 - L'IMPERO DEI SAPORI 
Eataly prende per la gola anche gli americani 
A New York il megastore dei gusti italiani: l'inaugurazione è prevista il 31 agosto. 
Farinetti: "Ho scelto la capitale del mondo. Qui farò incontrare Bloomberg e Chiamparino" 
Maurizio MOLINARICORRISPONDENTE DA NEW YORK 
Il 31 agosto Eataly apre i battenti al numero 200 della Fifth Avenue, portando a Manhattan una nuova dimensione del cibo italiano. In uno spazio di 7 mila metri quadrati sono 8 ristoranti monotematici, immersi in mercati di carne, pesce, formaggi, pasta e verdure, 20 chef e 400 dipendenti, ad offrire ai newyorkesi la possibilità di consumare in 600 posti a sedere gli stessi prodotti doc che sono in vendita su dozzine di banchi e scaffali. 
La sovrapposizione nello stesso spazio della realtà del mercato tipico delle piazze italiane con l’alta cucina nasce dall’intesa fra Oscar Farinetti, creatore di Eataly, Lidia Bastianich, la regina indiscussa del cibo italiano in America, lo chef Mario Batali, titolare di alcuni dei ristoranti più gettonati della Grande Mela, e una coppia di giovani ex manager di Wall Street, Alex e Adam Saper, che hanno scelto di voltare le spalle all'alta finanza dopo aver visitato Eataly a Torino. Joe Bastianich, figlio di Lidia nonché socio di Farinetti assieme ai Saper e Batali, è il titolare della ristorazione e riassume così la scommessa che li accomuna: «Offrire nello stesso spazio tanto il tavolo che prodotto, puntando a innovare la cultura del cibo dei newyorkesi, lasciandosi alle spalle la dipendenza dalle pietanze preparate». Se gli immigrati italiani di fine Ottocento portarono in America una cucina che fu obbligata a scendere a compromessi con i prodotti locali e dagli anni Ottanta New York ha progressivamente riscoperto i sapori originali del «made in Italy», adesso Eataly conta di farle compiere un balzo in avanti, catapultando il meglio dei prodotti della tradizione lì dove la Fifth Avenue si incrocia con Broadway Avenue. 
Basta varcare l'entrata, proprio davanti al Flatiron Building, per accorgersi di cosa si tratta. Sulla sinistra il bar del caffè Lavazza, subito dopo l'agrogelateria, poi i dolci e la pasticceria fino ad arrivare nella piazza sulla quale la mozzarella viene fatta a mano, da dove si può scegliere se procedere verso la zona della carne, del pesce, della pasta o dei prodotti vegetali. E' un percorso non solo nel cibo, ma nell'identità e nella storia italiana, accompagnato da 320 cartelloni sulla filosofia di Eataly - che molto deve allo Slow Food di Carlo Petrini - a partire dal fatto che nessuno ha ragione a priori, nè il cliente nè il venditore. Ad avvalorare l'impressione di trovarsi nel Belpaese vi sono gli angoli dove Unicredit consente di ritirare dollari, adoperando bancomat italiani, dove il megaschermo e gli iPad de «La Stampa» permettono di essere costantemente aggiornati su cosa avviene nel mondo, dove Alpitour offre alla clientela la possibilità di andare a visitare le aree di origine dei prodotti in vendita e dove Lidia Bastianich tiene le stesse lezioni di cucina che sulle tv via cavo americane sommano 50 milioni di telespettatori. 
«Dopo Torino e Tokyo apriamo a New York, perché questa è la capitale del mondo - spiega Oscar Farinetti, impegnato a seguire gli ultimi dettagli del megaprogetto - con 8 milioni di abitanti, dove ogni anno vengono 45 milioni di turisti dei quasi 500 mila italiani». L'intenzione è «offrire ai newyorkesi un luogo dove incontrare il meglio della qualità dei cibi nostrani e agli italiani un posto dove sentirsi a casa anche al di là dell'Atlantico». Il tutto condito da un «ristorante della birra» con una vista mozzafiato sui grattacieli di Midtown, 1000 metri quadrati di cucine sotterranee e un negozio-cantina dei vini, a fianco dell'entrata sulla 23° Strada, di dimensioni sorprendenti anche in una metropoli abituata a confezionare record. 
Alla base di tutto c'è l'approccio al cibo di Farinetti, 56 anni, che si definisce un «mercante del XXI secolo», basato sui «contrasti apparenti fra l'informalità dell'ambiente e l'autorevolezza dei prodotti, fra l'orgoglio della tradizione e l'ironia nel presentarsi, fra la furbizia di un'azienda di indubbio successo economico e l'onestà nei confronti del cliente». Farinetti riesce anche ad essere più newyorkese dei newyorkesi: uno dei cartelli spiega infatti che in qualsiasi prodotto c'è il «50% in meno di sale» con una riduzione doppia rispetto a quanto richiesto dal sindaco Michael Bloomberg ai ristoranti. 
Ogni mattina i primi a fare la spesa saranno gli chef per acquistare sui banconi i prodotti destinati ad essere cucinati per gli avventori, dando vita ad ciclo di acquisti-consumi-acquisti destinato a continuare fino a tarda serata nei locali che l'architetto Carlo Pignone - lo stesso che ha firmato Eataly a Torino - ha realizzato adattando stucchi e marmi neoclassici dell'originale «Toys Building» della Grande Mela alle necessità della città del gusto «made in Italy». 
Pochi isolati più a Sud, Farinetti ha il suo ufficio in un loft, dove con Joe Bastianich e i fratelli Saper è proiettato verso un'inaugurazione che vedrà i sindaci di New York e Torino affiancati da quelli di Alba, Bra, Barolo e Novello - luogo natale del fondatore di Eataly - per rappresentare la fusione fra il mercato globale e le singole realtà locali che lo rendono possibile. Ed è da queste stanze che Farinetti coordina anche la rete di operazioni «top secret» che hanno reso possibile lo sbarco sulla Fifth Avenue: a cominciare dalle fattorie del Montana dove sei anni fa fece arrivare lo sperma della razza bovina piemontese al fine di produrla in loco attraverso incroci sempre più pregiati, ovviando all'impossibilità di importare negli Stati Uniti carne straniera. 
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1757&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[02/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=366]]></link></item><item><title><![CDATA[Sul lago incantato di Ludwig e Sissi]]></title><description><![CDATA[Cultura 
02/08/2010 - PASSEGGIATA D'AUTORE 
Sul lago incantato di Ludwig e Sissi 
L'isola delle rose vista dalle sponde del lago Starnberger 
In Baviera, un sentiero nei boschi profumati lungo lo Starnberger See, che la principessa percorreva per raggiungere il suo amante nell'Isola delle Rose 
GIUSEPPE CULICCHIA 
FELDAFING (MONACO DI BAVIERA) 
Quando nel 1899 Thomas Mann prese casa in faccia all'Englischer Garten, il parco di Monaco donato al popolo dall'elettore Karl Theodor poco più di un secolo prima e realizzato nella capitale bavarese mentre nella vicina Francia scoppiava la rivoluzione, Schwabing, il quieto paesino in riva all'Isar dove i ricchi monacensi avevano iniziato a costruire le loro incantevoli ville fuori città, non era più una semplice località di campagna ma si apprestava a diventare l'epicentro di una bohème destinata a durare fino allo scoppio della Prima guerra mondiale nell'agosto del 1914. Tra la Friedrichstraße, con le sue splendide magioni dalle facciate liberty e Jugendstil che malgrado le distruzioni patite dalla città a causa dei bombardamenti terroristici degli angloamericani è possibile ammirare almeno in parte ancora oggi, e la Turkenstraße, con le sue birrerie e i suoi caffè dove agli albori del Novecento quasi si sfiorarono Hitler e Lenin, la Schwabing che si apriva alla Belle Epoque prese d'un tratto a pullulare di pittori, attori, musicisti. E Thomas Mann, che intanto aveva scritto i Buddenbrook, tra il 1919 e il 1922 scelse di trascorrere i mesi estivi a Feldafing, minuscola località sulle sponde del lago di Starnberg, dove con la moglie Katia Pringsheim, sposata nel 1905 e poi madre di sei figli, decise di affittare un villino. 
Pochi decenni prima, la piccola Feldafing era già balzata agli onori delle cronache non solo bavaresi. Qui, sulla Rosen Insel ora abitata da pavoni, il re Ludwig aveva fatto edificare un casino di caccia per poter incontrare al riparo da occhi indiscreti la sua adorata Sissi. La principessa possedeva un castello a Possenhofen, un paio di chilometri più a Nord, e a Feldafing amava soggiornare in un delizioso albergo dalla facciata dipinta secondo lo stile Luftmalerei con scene di caccia e immagini sacre, dal quale raggiungeva l'Isola delle Rose percorrendo un sentiero nel parco progettato dal famoso architetto Peter Joseph Lenné, artefice di altre bellezze non solo nella Monaco dei Wittlesbach - che nel tratto tra Feldafing e Tutzing conservano tutt'ora una grande proprietà - ma anche nella Berlino degli Hohenzollern. Oggi sia il sentiero sia l'albergo - nel quale la regista Leni Riefenstahl festeggiò nel 2002 il suo centesimo compleanno quando tra un viaggio in Africa e una mostra fotografica concepita della vicina Pöcking malgrado l'età lavorava ancora - portano il suo nome, Kaiserin Elisabeth. E nel ristorante dell'hotel esiste anche il «menù Kaiserin Elisabeth» con le portate ordinate dalla bella Sissi il giorno della misteriosa morte del re poi interpretato sul grande schermo da Helmut Berger nel celebre film di Luchino Visconti, avvenuta per annegamento proprio in queste acque. 
Sia come sia: se si vogliono seguire le orme dei coniugi Mann o dei due sfortunati sovrani, la placida Feldafing resta un luogo perfetto per passeggiare al cospetto di un paesaggio per il quale non è possibile non ricorrere ad aggettivi da guida turistica, perché - complici i boschi profumati che la circondano e le acque profonde del lago e le Alpi innevate a mo' di fondale - si tratta davvero di un luogo incantevole, e uno dei tanti itinerari possibili è senza dubbio quello che dall'Hotel Kaiserin Elisabeth porta al castello di Possenhofen, diventato nel frattempo una sorta di lussuosissimo condominio protetto da alte siepi dal quale entrano ed escono scintillanti Porsche e Rolls Royce, leste a dileguarsi lungo la strada che in parallelo alle piste ciclabili percorre tutto il perimetro dello Starnberger See, in un contesto di fattorie e pascoli dove a ogni curva ci si imbatte in trattori e mucche e fanatici del Nordic Walking. 
Imboccato il sentiero intitolato alla principessa immortalata in un'altra nota pellicola da Romy Schneider, ci si inoltra così tra pini va da sé altissimi e querce a dir poco maestose nell'enorme parco. Dato che questo è attraversato da uno dei green più belli di Germania, è bene non sottovalutare i cartelli che consigliano di fare attenzione alle traiettorie di eventuali palline da golf in transito. Perché è facile farsi distrarre dal passaggio di uno degli innumerevoli scoiattoli, oltre che dalla delirante bellezza dei tanti scorci creati dall'architetto Lenné con il suo ineguagliato talento nel posizionamento degli alberi. Anche Richard Wagner, chiamato a Feldafing da Ludwig, amava passeggiare lungo questi sentieri fino all'Isola delle Rose, per poi raggiungere il suo generoso committente a bordo di un'imbarcazione simile a quelle in servizio oggi, così lenta rispetto ai coloratissimi wind surf visibili in lontananza e dunque perfetta per apprezzare con la dovuta emozione lo splendore della natura circostante. 
Comunque: costeggiare lo Starnberger da qui fino a Possenhofen significa imbattersi in una serie di piccole spiagge dissimulate da canneti e salici piangenti, in una quantità di moli privati e non, e in un paio di gradevoli Biergarten, oltre che in un porticciolo affollato di barche a vela all'ancora e nella casa di un pescatore. Quando sul lago solcato da candidi cigni palesemente consapevoli della loro eleganza calano le ombre della sera, pare di stare in un dipinto di Caspar David Friedrich. Inutile aggiungere che, trattandosi di un lembo di Germania, anzi di Baviera, passeggiando tra le querce non si scorge non dico una cartaccia gettata a terra ma neppure un filtro di sigaretta, fine settimana compresa. Monaco dista appena 40 minuti di S-bahn. E, incredibile ma vero, ai tempi dell'euro e degli studi di settore la vita costa meno nella ricca Baviera che nella povera Italia. 
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/289302/]]></description><pubDate><![CDATA[02/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=367]]></link></item><item><title><![CDATA[Da allora non ho mai messo più piede al Pera Palace]]></title><description><![CDATA[1/8/2010 
Quel giovane reporter Ernst sempre al bar L’ultimo essere vivente che vidi prima di lasciare il Pera Palace, nel settembre del 1980, fu un topo. Attraversò la sontuosa hall, diede un'occhiata al magnifico ascensore fin de siècle, e si infilò sotto un divano. Era settembre e c'era appena stato il coup d'état del generale Evren. 
Diedi un'occhiata all'hotel prima di salire sul taxi per Ankara. Non sapevo che sarebbe stata l'ultima occhiata.Da allora non ho mai messo più piede al Pera Palace. Ma conservo i dépliants con le piccole storie di famosi ospiti del Pera, «L'ultima tappa del mitico Orient Express». Il più illustre fu, ovviamente, Mustafà Kemal, il padre della Turchia moderna. La sua suite, con l'orologio a pendolo fermo sull'ora della morte, sarà anche, nell'hotel rinnovato, un museo. La stanza 411, dove Agatha Christie scrisse gran parte di «Assassinio sull'Orient Express», è un buen retiro di ricordi minimi: un block notes, una penna, un cuscino colorato, la abat jour, il candelabro e una guida della Turchia, molto ingiallita. 
Il bar, nella brochure, riporta inevitabilmente a Ernst Hemingway, che stava al Pera negli Anni 20 come assetato reporter di guerra. Le vecchie immagini raffigurano la celebre hall, i divani di velluto, la sala da pranzo, il décor orientaleggiante.Al Pera Palace, luogo di ispirazioni, John Dos Passos dedicò un capitolo del suo «Orient Express». E la zia, in viaggio con Graham Greene, confidava al nipote di non vedere l'ora di arrivare all'hotel. 
È all'alba, quando il Bosforo brilla come un diamante che il Pera Palace, rammento oggi, mi parlava di sé, della storia di intrighi, spie, avventuriere, passata come il vento nelle sue stanze: Kim Philby, l'uomo dell'Intelligence Service inglese che fuggì nel freddo dell'Urss, Mata Hari, elegante e profumata nella suite del secondo piano, Cicero, doppiogiochista, sempre nella sala da tè verso le cinque, gli esuli russi, scappati dalla rivoluzione d'ottobre. 
Dopo la mia visita l'hotel ha avuto ben tre restauri. L'albergo aveva troppo vissuto per conservarsi senza abbellimenti e ritocchi, come una vecchia gran dama. Ma cosa gli sarà capitato in questo anno di restauri e ammodernamenti. Le stanze avranno ancora i mobili autentici del primo Novecento oppure saranno stati sostituiti da arredamenti moderni, compresi gli schermi tivvù a cristalli liquidi? E le crêpes del Café Pera saranno ancora così buone e profumate di cannella? Piacevano tanto a Ian Fleming. «Dalla Russia con amore», comincia a Beyoglu e finisce a Venezia, come l'Orient Express. 
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7663&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[01/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=365]]></link></item><item><title><![CDATA[Mia Madre...]]></title><description><![CDATA[1/8/2010 
Mia madre e l'infanzia perfetta MASOLINO D'AMICO 
Prima era stata una predilezione - i divi americani, le proiezioni con suo padre quando fu direttore artistico della Cines, chiacchierare dei film che giravano i suoi amici e quasi coetanei Mario Soldati e Renato Castellani. Poi per un po’ mio padre si era occupato della parte musicale delle pellicole, quando Guido M. Gatti lo chiamò con tale incombenza alla Lux (impiegato all’Eiar, mio padre si era dimesso dopo una promozione, per non indossare la camicia nera obbligatoria per i funzionari). 
Anche alla Lux restò poco, perché finita la guerra fu colpito da una tubercolosi contratta in Africa e peggiorata durantela vita clandestina sotto l’occupazione tedesca, quando dirigeva alla macchia il giornale cattocomunista «Voce operaia ». Prima di sposarsi la mamma era stata impiegata al Ministero del Commercio Estero, ma aveva smesso per dedicarsi alla famiglia. Ora non voleva aiuti dai suoceri borghesi, dunque accettò volentieri l’offerta di Castellani, di lavorare a un copione con due esordienti, Moravia e Flaiano. 
Quel film non si fece mai, ma lei scoprì che l’attività le era congeniale. Oltre alla fantasia aveva infatti due atout, era una lettrice appassionata (e sapeva l’inglese, cosa allora non comune) e sapeva scrivere a macchina come una dattilografa. Buon senso e ironia furono apprezzatissimi così come, in quel mondo di uomini spesso scapoli, la possibilità che offriva di una stanza con poltrone dove chiacchierare all’infinito in attesa delle idee. Gli sceneggiatori erano giovani, allegri, entusiasti come ragazzini che marinano la scuola. Tra i molti debiti che ho con mia madre il maggiore è forse questo, un’infanzia perfettamente felice. 
Non perché fossimo ricchi (non conoscevamo nessuno che possedesse un’auto; lo stesso De Sica ai tempi di Ladri di biciclette teneva fisso un semplice taxi, che talvolta ci accompagnava dai nonni) o perché venissimo curati in maniera speciale - per noi scuole pubbliche, giardinetti polverosi, una malattia infettiva l’anno. Ma perché vivevamo in una casa frequentata da adulti non solo sempre di buon umore, ma disponibilissimi a darci retta: grati di avere un pretesto per interrompere quel lavoro che sembrava un gioco, giocavano volentieri con noi. 
Così come alcuni associano a un senso di benessere rumori come quello del mare, o magari di una pioggerella mite, io derivo un senso infinito di pace, protezione e benessere da quello del picchiettìo dei tasti di una macchina da scrivere nella stanza accanto, a volte protratto per tutta la notte. 
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7664&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[01/08/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=364]]></link></item><item><title><![CDATA[Valli, quando il teatro era fatto dai "Giovani"]]></title><description><![CDATA[Cultura 
31/07/2010 - 
Romolo Valli, quando il teatro era fatto dai "Giovani" 
Trent'anni dalla morte. Ma solo un documentario ricorda la sua Compagnia 
OSVALDO GUERRIERI 
Uno schianto nella notte spezzava, trent'anni fa a Roma, la vita di Romolo Valli. Come siano andate le cose, quel 1° febbraio 1980, non fu mai chiaro. L'attore, di notte, si dirigeva verso casa, sull'Appia antica. Un colpo di sonno, o forse un malore, o magari una distrazione lasciarono che l'auto volasse come un proiettile contro un muretto. Sull'asfalto non furono trovati segni di frenata, niente che consentisse un'ipotesi. Ancora sei giorni, e Valli avrebbe compiuto 55 anni. Quella notte non moriva soltanto un grande attore. Usciva di scena un protagonista autorevole della vita culturale italiana, un uomo dall'intelligenza acuta, un intellettuale morbido e sottile che, come un rabdomante, aveva sondato tutte le possibilità espressive del mestiere: il cinema (dove non fu mai protagonista), il doppiaggio, la radio, l'organizzazione culturale che lo vide per quattro anni alla direzione del Festival di Spoleto. 
Ma il capolavoro di Valli fu la creazione, nel 54, della Compagnia dei Giovani. L'impresa era di quelle che lasciano il segno. Grazie al lavoro ventennale dei «Giovani», il teatro non fu più quello di prima. Insieme a Giorgio De Lullo, la persona che gli era più cara, il compagno di una vita che era quasi diventato il suo alter ego, Valli inventò una formula, avviò una rivoluzione basata sul rigore delle scelte, sulla modernità e la leggerezza della recitazione, sul rovello psicologico. Resteranno esemplari le messe in scena del Giuoco delle parti, di Enrico IV, dei Sei personaggi in cerca d'autore, che rivelarono una lettura minuziosa, maniacale eppure godibilmente teatrale di Pirandello. Se vogliamo stare alle identità degli antichi ruoli di palcoscenico, Valli, con le sue interpretazioni, realizzava la simbiosi del Primo attore e del Caratterista. Più e al di sopra dell'interprete, riusciva un Personaggio che, con pochi essenziali ritocchi, si trasformava in una ipotesi dell'immaginazione. 
Nel 54, oltre a De Lullo c'era Rossella Falk, la pupa del gruppo, la spilungona che somigliava un poco alla Garbo e come la dea di Hollywood era complicata, misteriosa, forse snob ma, secondo Valli, «d'una sincerità quasi infantile». A loro si aggiunsero Tino Buazzelli, Annamaria Guarnieri, Elsa Albani e Ferruccio De Ceresa. Che gruppo! In vent'anni i «Giovani» fecero capire agli italiani che fare un teatro di qualità in una struttura privata non voleva dire trovarsi in contrapposizione ma in dialettica con l'iniziativa pubblica, con i grandi teatri stabili. 
Superate le difficoltà inziali, Valli e i suoi divennero il simbolo dell'intelligenza istrionica. De Lullo si rivelava un grande regista; gli attori si muovevano tra stimolo e tradizione. La Compagnia affrontava i classici, ma cercava anche il nuovo e a volte l'inedito. Prendevano vita La bugiarda di Fabbri, e poi Testori, Bourdet, Patroni Griffi. Vent'anni esatti durò l'avventura. Quando si esaurì la spinta propulsiva, i «Giovani» si sciolsero. Ciascuno prese una strada nuova. Valli, pur in altri contesti, non tradì mai la sua cultura né il culto della parola, che in teatro è la prima componente dell'azione scenica, lo strumento insostituibile della ragione e del sentimento. Lo fece fino alla terribile notte dell'80, che lasciò sgomenti De Lullo, gli ex compagni, il Paese intero. La commozione fu enorme. Reggio Emilia, la città natale di Valli, gli dedicò subito il teatro Municipale. E poi? E poi, passando gli anni, più niente. Anche questo trentennale cade in una indifferenza appena scalfita da qualche blanda polemica di provincia. 
In tanta distrazione, l'unico guizzo affettuosamente memorialistico proviene da un giovane attore invaghitosi di Valli, della Falk e del loro mondo che, a ripensarlo oggi, appare quasi fiabesco. Con scelta un poco temeraria, Fabio Poggiali ha fondato una ditta teatrale che ha chiamato Compagnia dei Giovani, ha pubblicato da Bulzoni il saggio Sulle orme della Compagnia dei Giovani e adesso, sullo stesso argomento, ha realizzato per Raisat un film documentario. Se è un'ossessione, non possiamo non considerarla benefica. Se si tratta di eroismo culturale e sentimentale, siamo costretti a dire con Brecht, con amarezza: beati i popoli che non hanno bisogno di eroi. Vuol dire che sono ricchi di tutto, anche di memoria. 
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/288622/]]></description><pubDate><![CDATA[31/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=363]]></link></item><item><title><![CDATA[RAI la casa degli ipocriti...]]></title><description><![CDATA[28/7/2010 
Bigazzi guarda i gatti e i gatti guardano Bigazzi Giù le mani dai gatti. Poco importa se una volta si mangiavano perché si faceva la fame. Una volta non esisteva nemmeno la forchetta, se è per questo. E una volta tutto ciò di cui si cibava il Nord era la polenta, o il riso nel Vercellese, o il pane nero e i fagioli dappertutto. Beppe Bigazzi, il compagno di tante merende mattutine di Antonella Clerici prima, di Elisa Isoardi dopo, era stata allontanato da «La prova del cuoco» di Raiuno perché aveva fornito al gentile pubblico una ricetta sui gatti, che lui dichiarava di mangiare. Anzi, di aver mangiato. Jellicle Cats in rivolta. Orrore. Di tutte le Isotte, le Tate, i Felix, le Pamine e i Pucci di questo mondo. E soprattutto dei loro amici dalla posizione eretta. Vade retro, Bigazzi, tu e le tue ricette. Non essendo neppure vicentino. Veneziani gran signori, padoani gran dottori, vicentini magnagatti, veronesi tutti matti.Adesso, in questa tv che tutto bolle, ribolle, digerisce e metabolizza, il reprobo torna. Dal 4 ottobre, su Alice, canale Sky: lo anticipa «Sorrisi e Canzoni». Il suo programma si intitola elegantemente «Bischeri e Bischerate», è dedicato alla cucina. Le prime puntate avranno come star le lingue di gatto e il salame di Felino. Laddove per lingue di gatto si intendono naturalmente i sottili biscotti chiamati così per la loro evocativa forma stretta e allungata, semplici e buoni, fatti di uova, farina e zucchero e burro. E Felino è una cittadina in provincia di Parma, dove si confeziona il tipico salame.Insomma, ci provano con l'autoirania, ad Alice. Nel compiuto ricordo della vecchia canzone di De Gregori, «Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole», parodiata in «Alice guarda i gatti e i gatti guardano le alici». La sospensione di Bigazzi, peraltro fulminea, in una Rai che non decide mai niente, era stata annunciata dalla stessa Isoardi. A nulla erano servite le dichiarazioni del reo, che nella sua vita precedente di economista e dirigente, era stato tante cose, tra cui amministratore delegato dell'Agip Petroli. Aveva detto: «Negli Anni '30 e '40 tutti gli abitanti della Val d'Arno, a febbraio, mangiavano il gatto al posto del coniglio, così come c'era chi non avendo niente andava a caccia di funghi e tartufi, non ancora cibi di lusso. Questo non vuol dire mangiare oggi la carne di gatto, ho solo rievocato usanze. Da noi si diceva: a berlingaccio (il carnevale) chi non ha ciccia ammazza il gatto». Ma la Rai, dura, nessuna pietà. Ci voleva Alice. 
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=94&ID_articolo=386&ID_sezione=171&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[28/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=362]]></link></item><item><title><![CDATA[cogito ergo sum]]></title><description><![CDATA[ore 7,50 
Nella mia vita non ho avuto grandi maestri, ma da ognuno ho imparato qualcosa. 
ciaoooooooooo]]></description><pubDate><![CDATA[25/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=361]]></link></item><item><title><![CDATA[Sky sul digitale terrestre, ok dall'Ue]]></title><description><![CDATA[Il Biscione: ci appelleremo alla Corte di Giustizia europea 
Sky sul digitale terrestre, ok dall'Ue 
Mediaset fa ricorso: «Sconcertati» 
Sì «condizionato»: le frequenze dovranno essere usate per trasmettere in chiaro almeno per cinque anni 
BRUXELLES - Sull'ingresso anticipato di Sky sul digitale terrestre c'è il via libera della Commissione. Bruxelles ha dato infatti un ok «condizionato», permettendo quindi a Sky di partecipare alla prossima gara per l'assegnazione delle frequenze del digitale. Una decisione contro la quale si è immediatamente espressa Mediaset, dicendosi «assolutamente sconcertata» della decisione e annunciando ricorso alla Corte di Giustizia Europea. 
«CINQUE ANNI IN CHIARO» - Il via libera, ha spiegato il portavoce della Commissione Jonathan Todd, è stato dato alla luce delle «mutate condizioni di mercato» e a condizione che «le frequenze eventualmente ottenute da Sky siano utilizzate per trasmettere in chiaro», cioè senza offrire servizi a pagamento almeno per cinque anni. La Commissione europea, ha detto un portavoce di Bruxelles rispondendo a una domanda sulle condizioni della gara, «continuerà a controllare che quanto viene fatto sia pienamente compatibile con le norme europee». 
COMMISSIONE SPACCATA - Sul via libera allo sbarco di Sky sul digitale terrestre la Commissione europea si è spaccata nel corso di un vivace dibattito durato oltre 40 minuti. Secondo quanto appreso dall'Ansa, contro la proposta del commissario per la concorrenza Joaquin Almunia si sono espressi, oltre al vicepresidente Antonio Tajani, il maltese John Dalli (politiche per i consumatori), il francese Michel Barnier (mercato unico) e la greca Maria Damanaki (pesca). In favore dell'ingresso di Sky sul Dtt sono invece intervenute l'olandese, Neelie Kroes (agenda digitale) e la lussemburghese Viviane Reding (giustizia e diritti umani). Alla fine del dibattito, la proposta di Alminia è stata comunque adottata per consenso - da quando è guidata da Josè Manuel Barroso la Commissione non è mai arrivata alla conta dei voti - ma alcuni commissari hanno chiesto la messa a verbale della loro posizione contraria. (Fonte Ansa) 
20 luglio 2010http://www.corriere.it/economia/10_luglio_20/sky-ok-ue-sbarco-digitale-terrestre_72574d4c-93eb-11df-8c86-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[20/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=359]]></link></item><item><title><![CDATA[La Radio.]]></title><description><![CDATA[20/7/2010 
Il successo della radio? Solo perché è morta GIANLUCA NICOLETTI 
Ancora una volta si torna a parlare della vecchia signora radio. Come sempre per complimentarsi della sua longevità. 
In realtà la modernità della radio non è l’ultimo marchingegno che abbia integrata la funzione di poter ascoltare qualcosa che tiene in memoria, o capta nell' etere, o travasa da un server messo chissà dove. La radio ha compiuto un passaggio fatale che ancora le attribuisce un primato assoluto tra gli altri media: la radio è morta. Per la radio morire ha significato liberarsi della pesantezza di un hadware che la definisse. La radio oggi è «indescrivibile» in un oggetto che la rappresenti. La radio è infatti morta per risorgere ovunque ci sia per lei possibilità di essere ascoltata. Il disfarsi della crisalide che storicamente conteneva la sua essenza, ha permesso alla radio di non essere più legata alla triste sorte di sembrare d'antàn, come accade ancora per un vecchio televisore, un vecchio telefono cellulare, un vecchio computer. 
E anche vero che nell' uso comune si usi definire evoluzione della radio anche ogni semplice emissione sonora, articolata attraverso una sequenza di brani musicali. In realtà sarebbe più giusto chiamare questa modalità di ascolto una contemporanea filiazione del juke box, o dei tanti riproduttori individuali di musica: dal mangiadischi al walkman, se vogliamo fare un po' di archeologia. 
Un canale che trasmetta play list, magari su profilature fatte da analisi di mercato, non può essere definito una radio. Il principio che distingue il far radio da quello di cui stiamo parlando è che la radio si costruisce attorno ad esseri umani che si mettono in gioco con voce e pensiero all' interno di quell' immaginaria scatola parlante. 
E' per questa singolare intimità data dall'assenza di condizionamenti esteriori che la radio fu il primo medium ad aprirsi alle voci della comunità degli ascoltatori, forse non è nemmeno azzardato immaginare che il meccanismo coinvolgente del social networking abbia avuto nella radio la sua più illustre antesignana. 
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7617&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[20/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=358]]></link></item><item><title><![CDATA[CAMILLERI e il suo sospetto ...]]></title><description><![CDATA[Il sospetto di Camilleri 
di Saverio Lodato 
Camilleri, ricorre oggi il diciottesimo anniversario di via d'Amelio, quando furono trucidati Paolo Borsellino e la sua scorta. Ed è caccia ai mandanti delle stragi. Si è diffusa la consapevolezza che Cosa Nostra non agì da sola, non essendo mai stata un’organizzazione avulsa da un sistema di poteri che ebbero i medesimi interessi e le medesime finalità dei boss. 
Giovanni Falcone, dopo il fallito attentato dell'Addaura (20 anni fa), mi disse, per l'Unità, che dietro quei candelotti di dinamite scoperti dai ragazzi della scorta, si nascondevano "menti raffinatissime". Maniera elegante per lasciare intendere che non solo di mafia si trattava. Le sue parole ebbero forte eco, esponenti istituzionali ripeterono pappagallescamente che erano entrate in azione "menti raffinatissime", ma ciò non impedì alle "menti raffinatissime", due anni dopo, di mettere a segno la strage di Capaci. Si riparte con 18 anni di ritardo, spesi nel far tornare la memoria ai tanti che l'avevano perduta. A essere sospettati sono i servizi segreti. Non è una gran novità. La gran novità sarebbe dimostrare che le stragi furono volute dai servizi e da poteri forti e deviati, e che i mafiosi non furono altro che ragazzacci di bottega. 
Sono convinto che dietro alle stragi nelle quali trovarono la morte Falcone e Borsellino, e anche nelle altre che seguirono, ci siano state numerose "convergenze parallele", per dirla alla Moro. Lei, caro Lodato, autorevole storico della mafia, certamente ricorderà - e mi pare che una volta ne abbiamo già parlato - che il pentito Giuffrè raccontò in aula come e qualmente Bernardo Provenzano, avuto sentore con grande anticipo che Riina preparava le stragi, se ne allarmò. Temeva che avessero ripercussioni negative negli ambienti "bene" coi quali la mafia era in affari. E indisse un sondaggio segretissimo presso politici, massoni e imprenditori, affidandolo a tre uomini di sua fiducia. Giuffrè dichiarò di non conoscere i risultati del sondaggio, ma di essere certo che alcuni imprenditori del nord si erano pronunziati a favore dell'eliminazione fisica dei due magistrati, che tra l'altro avevano il brutto vizio di mettere il naso nel corrotto sistema degli appalti. Quindi, a parte il fatto che sarebbe utile e sommamente educativo conoscere i nomi di questi imprenditori del nord, resta il fatto che l'eliminazione fisica di Falcone e Borsellino trovava ampi consensi anche al di fuori della mafia. 
Forse il fallito attentato dell'Addaura fu una sorta di prova generale. In queste settimane è cominciata a circolare la plausibile ipotesi che gli attentati continentali (Roma, Firenze, Milano) siano stati dati in appalto alla mafia dai servizi deviati. E questa non sarebbe la prima volta che l'ombra sinistra dei servizi deviati si protende sulle stragi italiane che sono state tante, troppe, dai tempi della strategia della tensione all'Italicus e via via massacrando. E sempre, si badi bene, con una finalità politica a medio o lungo termine. Tanto che mi sorge un dubbio che le sottopongo. Se esistono i servizi deviati, dovrebbero esistere anche e soprattutto quelli non deviati. Ma siamo sicuri che questi ultimi esistano davvero? Lungi da me l'intenzione d'offendere dei fedeli servitori dello Stato. 
Ma non è paradossalmente ipotizzabile che quando un'operazione dei servizi va a finire male, allora venga attribuita ai deviati? Dei quali deviati infatti non vengono mai fuori i nomi e non si sa neppure se sono stati estromessi dal servizio o se sono stati promossi ai gradi superiori. E se per disgrazia qualcuno viene identificato e si tenta di processarlo, allora d'autorità viene tirato in ballo il segreto di Stato, un provvidenziale tappo che non lascia trapelare cattivi odori. A proposito, quanto ci scommette che del "signore con la faccia da mostro", l'ubiquo uomo dei servizi che si trovava sempre nel momento sbagliato e nel posto sbagliato, a breve non sentiremo più parlare? 
19 luglio 2010http://www.unita.it/news/italia/101393/il_sospetto_di_camilleri]]></description><pubDate><![CDATA[20/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=357]]></link></item><item><title><![CDATA[Quell'afa che scalda i romanzi]]></title><description><![CDATA[18/7/2010 
Quell'afa che scalda i romanzi MARCO BELPOLITI 
Fa caldo, molto caldo, nei romanzi, un caldo maledetto. Quasi più che in questa torrida estate in cui la canicola ci fa schiattare. Forse vale la pena girare qualche pagina qua e là, a caso, per farsi vento. 
Gustav von Aschenbach, il protagonista di «Morte e Venezia», si sta letteralmente disfacendo mentre cammina tra le calli nell’afa estiva. 
Il personaggio di Thomas Mann prova una doppia calura: interiore, il desiderio, ed esterna, la temperatura bollente della città lagunare. Il caldo è foriero di morte. Lo ripete Camus nello «Straniero», là dove il delitto insensato, e inspiegabile, di Meursault è accompagnato dal refrain: «Faceva caldo, faceva caldo». 
E ancora lo stupro perpetuato da Popeye, il nano impotente, su Temple, la ragazza, mediante una pannocchia di granoturco, punto culminate del capolavoro di Faulkner, «Santuario», suo massimo successo, accade nella calura del Mississippi, nella calda stagione tra maggio e giugno del 1929. Dunque il caldo fa impazzire, induce alla follia, al delitto, fa uscire di senno, prima di tutto i più deboli, i più fragili, i più impreparati a reggere le alte temperature accompagnate sovente da un’umidità terribile. Ma il caldo è anche un viatico all’estasi, alla visione, come accade alla tribù africana immaginaria narrata da Gianni Celati in Fata Morgana, titolo che richiama la figura stessa dell’apparizione improvvisa, instabile, immagine fluttuante a mezz’aria nel caldo allucinante del deserto. Caldo come uscita da sé, nello spazio del fantastico, dell’immaginario, dell’invisibile: il caldo fa vedere al di là del visibile, porta l’organismo a uno stato di estenuazione per cui si va oltre il corpo stesso, le sue appercezioni, e ci si apre a una condizione ulteriore. 
Le alte temperature di «Sotto il vulcano» di Malcom Lowry mescolano calura e alcol in modo indistinguibile. E ancora il caldo di Conrad, dei suoi romanzi, viaggi nel cuore di tenebra dell’Occidente, al di là delle sue linee d’ombra, in paesi dove gli abiti si appiccicano alla pelle e le brezze cessano di spirare. Fa caldo nei mari del Sud, sotto la linea dell’equatore, se è vero che è il caldo che aiuta il giovane protagonista dell’«Isola del tesoro», a salire sulla tolda della nave e ad ascoltare, non visto, i discorsi del cuoco e dei suoi accoliti: pirati occulti. Sopra e sotto la linea dell’equatore: sembra che i romanzi gialli si dividano tra romanzi del caldo e romanzi del freddo. Se un tempo andava di moda il romanzo-caldo, con detective che combattevano l’afa mediante ventilatori e aria condizionata, oggi i delitti scendono dal Nord e affascinano gli accaldati lettori del Sud dell’Europa. 
Il caldo/freddo partisce anche i luoghi di villeggiatura: mare e monti, con le conseguenze di selezionare le atmosfere del racconto. Calda è la città inventata da Tommaso Pincio in «Cinacittà», una Roma diventata più umida di Hong Kong, più appiccicosa di una metropoli asiatica. Roma senza vento, caldissima, come la ricorda anche Giorgio Manganelli nei suoi articoli estivi, non ancora abitata da orde di cinesi e orientali che l’hanno colonizzata. O la Milano assurda attraversata dal protagonista dei «Canti del caos» di Antonio Moresco. 
Scendendo verso il Sud del mondo, nel Sudafrica di Coetzee, fa sempre caldo, che si tratti di «Vergogna» o di «Aspettando i barbari», o ancora di «La vita e il tempo di Michael K». Il caldo lavora da fuori, ma svuota, ancora una volta da dentro, i protagonisti dei racconti e dei romanzi. Scendendo verso il Sud del Bel Paese, troviamo infine la Sicilia caldissima nei racconti di Verga, Pirandello e Sciascia. 
L’autore del «Giorno della civetta», in particolare, fornisce una visione originale del calore come luce abbacinate, del sole che acceca. La morte il capitano Bellodi la scopre infatti nel chiarchiaro, un luogo di anfratti, caverne, spazio carsico dove si trova il cadavere che porta alla soluzione dell’enigma poliziesco. La morte, da sempre abbinata in Occidente al nero, in realtà è bianca, è il calore dell’estate, è il mezzogiorno, quando spariscono le ombre e appaiono gli spettri: nere visioni nel bianco abbacinante del giorno. L’estate è il nostro restate]]></description><pubDate><![CDATA[18/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=355]]></link></item><item><title><![CDATA[Ovvero, come divertirsi a rovesciare i luoghi comuni.]]></title><description><![CDATA[Una volta qui era tutta città 
Umberto Eco 
Ovvero, come divertirsi a rovesciare i luoghi comuni. Tipo: gli albini hanno la musica nel sangue, Bergamo ladrona, gli voglio un male dell'anima, Venezia è l'Amsterdam del Sud. Un giochetto geniale da cui è nato un libro, ma può andare avanti quasi all'infinito 
(12 luglio 2010) 
Il curatore è incerto (AlFb) perché dice subito di aver usato vari suggerimenti dei suoi corrispondenti su un blog, il prefatore è (e come, se no?) Stefano Bartezzaghi, l'editore Einaudi e il titolo "Scusa l'anticipo, ma ho trovato tutti verdi". Per il lettore duro di comprendonio, si tratta del rovesciamento di un luogo comune,"scusa il ritardo, ma era un semaforo rosso dopo l'altro". Ecco il gioco: si raccolgono 500, dico cinquecento luoghi comuni, cose che ciascuno di noi dice tutti giorni magari senza rendersene conto, e se ne crea il rovesciamento. Il più ovvio è che Venezia sia l'Amsterdam del sud, il più geniale è "gli albini hanno la musica nel sangue". 
Cito solo alcuni rovesciamenti, pescandoli quasi a caso.A volte la fantasia supera la realtà, Premetto che sono razzista, L'altro papa era un grande teologo, questo ha un rapporto più profondo con la gente, Le droghe pesanti sono l'anticamera delle canne, Gli voglio un male dell'anima, Meglio cento giorni da leone che uno da pecora, Imparando si sbaglia, Il papà è sempre il papà, Fa' come se fossi a casa mia, Direi di darci del lei, Chi gode si accontenta, Sono rimbambito, sì, ma non sono vecchio, Ignora te stesso, Non è l'umidità, è la temperatura, La frutta andrebbe mangiata durante i pasti, Per me l'arabo è matematica, Perché bere l'acqua del rubinetto, a Roma per esempio l'acqua in bottiglia è buonissima, Guarda quella pecorella, sembra una nuvola. L'1 per cento del nostro corpo è formato d'acqua, Abbiamo preso solo una pizza e una birra ma abbiamo speso pochissimo, Non riesco a dimagrire, eppure mangio moltissimo, Non sempre il film è meglio del libro, Alberto Sordi può essere considerato l'erede di Verdone, L'assassino è sempre il padrone di casa, Il maestro ha superato l'allievo, Luttazzi fa ridere, ma dovrebbe cercare di essere più volgare, Il successo mi ha cambiato, In fondo Mussolini ha fatto anche molte schifezze, Ormai un euro è uguale a 2 mila lire, La mafia esiste, Diecimila per gli organizzatori, centomila per la questura, Una volta qui era tutta città, In Italia vivono molti argentini, A Roma ci sono più parcheggi che auto, Certo che i tedeschi sono proprio disorganizzati, Parigi è brutta però i francesi sono simpaticissimi, Bisogna saper vincere, Se ci sono eterosessuali nel calcio, io non ne ho mai visti, Ormai per curarsi conviene rimanere in Italia, Morire è un po' partire, Il cervello ti frigge la tv, Chiocciola libero punto it, tutto maiuscolo e tutto staccato, Non porto il telefonino, l'ora la guardo sull'orologio, Userei anche Linux ma è troppo facile, Le macchine svedesi cacciano sempre qualche rumorino dopo qualche anno, i PC hanno un design più accattivante del MAC. 
Finito il divertimento, e nata la voglia di continuare la serie (per esempio: "come si fa a governare, se tutti remano nella mia stessa direzione?", "Bergamo ladrona", "Io sono il lavato a secco del Signore", "Ormai nel mondo d'oggi nessuno sa più che cosa stai facendo", "A Rimini stanno tutti sulla spiaggia e non mettono mai piede in discoteca", o "Mangano per me era un delinquente", "Aveva trasferito tutti i suoi capitali a Battipaglia"), ci si accorge che di questi luoghi comuni noi, che ci crediamo così originali e creativi, ne pronunciamo a catena ogni giorno. Anzitutto perché riflettono spesso un'ovvia verità, e non c'è nulla di male a dire la verità, anche se nota a tutti, poi perché hanno funzione "fatica".La funzione fatica del linguaggio (dico per coloro che non conoscono Jakobson a memoria), è quella di mantenere il contatto anche se non si trasmettono informazioni, richieste, ordini. Hanno funzioni fatiche le frasi fatte che si dicono incontrandosi o accomiatandosi, come "bella giornata, come sta, piacere, salve" e così via, ma hanno funzione fatica, appunto, anche i luoghi comuni, che in affetti non dicono nulla che l'interlocutore non sappia già (come "si rende conto che siamo in giugno, non ci sono più le stagioni"), ma servono appunto a dirgli che abbiamo l'intenzione di stabilire un rapporto di cortesia (per quanto non impegnativo) e che la pensiamo come lui o lei. 
© Riproduzione riservatahttp://espresso.repubblica.it/dettaglio/una-volta-qui-era-tutta-citta/2130631/18]]></description><pubDate><![CDATA[18/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=354]]></link></item><item><title><![CDATA[Intellettuali alla Camus]]></title><description><![CDATA[Intellettuali alla Camus 
di Eugenio Scalfari 
A proposito di quelli organici (ai partiti) e disorganici (senza partiti). La bipartizione che ne fa Eco mi spaventa. I disorganici veri sono quelli che si oppongono al luogo comune 
(15 luglio 2010) 
Dopo trent'anni di silenzio riprende le pubblicazioni di "Alfabeta" (la testata è la stessa di allora con l'aggiunta del numero 2) e Umberto Eco ne accompagna la nuova edizione con un ampio articolo sugli intellettuali. Quelli organici (ai partiti) e quelli disorganici (senza partiti con i quali identificarsi e quindi liberi di pensare, dire e scrivere tutto ciò che gli passa per la mente).L'articolo è molto gustoso, in certi punti addirittura sapido; quello è lo stile di Umberto quando si appassiona ad un argomento. 
Organici e disorganici: questa bipartizione, dico la verità, mi ha un po' disorientato e un po' anche spaventato. Una società culturale nella quale tutti o la maggior parte degli intellettuali siano un'appendice di partiti politici, nutrendosi della loro ideologia e traducendola in opere letterarie ideologicamente orientate, sarebbe terribilmente conformistica. In parte lo è stata, almeno dal '45 al '56, con una dominanza culturale del Partito comunista non solo nella letteratura ma anche nelle arti. Non fu un bello spettacolo, anche se quel tipo di conformismo degli intellettuali "compagni di viaggio" è stato fin troppo mitizzato al di là di quanto effettivamente sia avvenuto. Molti di quei "compagni di viaggio" infatti non si limitavano ad una militanza culturale passiva ma incisero robustamente a modificare l'ideologia cui aderivano ed a farne cosa diversa da come sarebbe stata senza la loro presenza. Aggiungo che alcuni di loro fecero parte del gruppo dirigente del partito ed assunsero responsabilità politiche dirette. Ne nomino alcuni: Tortorella, Macaluso, Alicata. Ma potrei aggiungere che anche Natta, segretario del Pci dopo la scomparsa di Berlinguer, fu innanzitutto un intellettuale e poi un uomo politico. Quanto a Togliatti, fu un uomo politico ma anche un uomo di cultura e così lo furono Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Alfredo Reichlin. 
Un partito della classe operaia guidato da intellettuali: questo fu il Pci e proprio per questo bifronte, complesso e ambiguo, ma certo gli intellettuali non furono lì a far da comparse. Pensate ad Argan o ad Asor Rosa o a Tronti. Intellettuali organici al partito o un partito organicamente intellettuale, nel bene e nel male? Contate almeno fino a dieci prima di rispondere.Ora sarebbe cominciata una fase culturale nuova nella quale i partiti sono diventati irrilevanti e incapaci di metabolizzare e tantomeno di egemonizzare una cultura. Per conseguenza gli intellettuali che vivono in questo arco di tempo sarebbero disorganici, cioè finalmente liberi di dare i loro giudizi, di esprimersi su qualunque argomento senza più remore di partito. Un passo avanti? Un vento fresco di libertà? O invece una torre di Babele dove ognuno parla un proprio linguaggio incomprensibile agli altri e si effonde in lunghi monologhi in presenza di altrettanti monologanti? 
Una società culturale di questa fatta mi fa paura. La Babele mi spaventa, non è un mito che esprima un'eccellenza di libertà ma al contrario esprime la spettrale situazione di incomunicabilità, di affollata solitudine, di generale impotenza. Insomma il massimo della barbarie. Se per intellettuali disorganici si intendesse questo, non c'è che cambiare paese. 
Non credo però che si intenda questo, o almeno lo spero. Credo che si voglia rivalutare il pensiero difforme dal pensiero dominante. Non a caso il prototipo scelto dai "disorganici" è Camus. Ma ne possiamo nominare molti altri, di altre epoche ma con analoghi connotati culturali. Per esempio Giordano Bruno. Per esempio Chateaubriand, o Foscolo. Jonathan Swift. Cyrano de Bergerac.Ce n'è quanti ne volete, ma non rappresentano un'epoca bensì dei temperamenti. Alcuni "disorganici" sono stati animati da una tale forza di volontà da saper creare una realtà a loro immagine e somiglianza. Gramsci, tanto per fare un esempio, fu in origine un disorganico ma creò un Partito comunista ben diverso da quello che in prima battuta era stato creato da Bordiga.Tante altre cose potrebbero esser dette e raccontate su organici e disorganici. A guardar bene i disorganici veri sono quelli che si oppongono al luogo comune e creano al suo posto un nuovo senso della realtà. Il disorganico cioè è un creativo e crea un nuovo canone con il quale aggrega uno stuolo di organici. La storia delle idee e della cultura, cioè la storia con la lettera maiuscola, si è sempre svolta in questo modo ed è questo il suo valore e il suo fascino. 
© Riproduzione riservatahttp://espresso.repubblica.it/dettaglio/intellettuali-alla-camus/2130886/18]]></description><pubDate><![CDATA[18/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=356]]></link></item><item><title><![CDATA[Perché il merito da noi non vince /1]]></title><description><![CDATA[Vizi nazionali. ALLA RICERCA DEI VALORI INDIVIDUALI PERDUTI. Visto DALL'AMERICA 
Perché il merito da noi non vince /1 
Aiuti di Stato, arma a doppio taglio 
La nostra società appare a tutti gli osservatori profondamente diseguale e statica. Ma oggi anche il modello Usa sembra mostrare i suoi limiti 
«Una delle grandi conquiste dell’era moderna è l’aver reso più giusta l'America», afferma il noto columnist del «New York Times» David Brooks, autore di Bobos in Paradise: The New Upper Class And How They Got There, sottolineando come, sessant’anni fa, i gradi più alti della società erano dominati da ciò che il sociologo E. Digby Baltzell, l’inventore della sigla Wasp, ribattezzò l’Establishment Protestante nell’omonimo libro del 1964. 
«Se tuo padre si era laureato a Harvard, anche tu avevi il 90% di probabilità di andarci», teorizza Brooks, «e di lì in poi il tuo cammino verso il successo era tracciato». Da allora l'America ha aperto la porta a donne, afroamericani, ebrei, italiani, polacchi, ispanici e membri di altre minoranze, stravolgendo i criteri stessi di successo. L’elezione di Barack Obama ne è la prova: oggi intelligenza e impegno contano più del pedigree. 
«Le nomine dell’amministrazione Obama indicano un trend futuro in cui una laurea Ivy League sarà indispensabile per accedere ai vertici del governo», afferma l’«Harvard Crimson», giornale dell’illustre Università Ivy League, secondo cui «la vera selezione viene operata a livello universitario: non è tanto come nasci, ma che laurea hai». 
Ogni anno, nelle università americane, sono erogati circa 11 miliardi di dollari in borse di studio. Alcune di queste sono basate sul merito, altre combinano il rendimento scolastico con altri criteri, quali l’appartenenza a una minoranza etnica o il tipo di studi (ad esempio discipline scientifiche). I fondi sono federali, statali, universitari, oppure provengono da organizzazioni filantropiche o privati che desiderano sostenere l’istruzione. 
Un numero senza precedenti di nomine obamiane ha usufruito di tali sussidi. «La meritocrazia nell’era Obama è aumentata in modo esponenziale rispetto al clientelismo sfrenato della monarchia Bush-Cheney», teorizza l’autore di Le Correzioni Jonathan Franzen, «basta guardare le credenziali accademiche di Obama e dei suoi ministri per capire che esperienza e competenza hanno ripreso il sopravvento». 
In un recente sondaggio Pew, il 71% degli americani gli dà ragione, asserendo che i fattori più importanti per fare carriera sono ambizione, sforzo individuale e istruzione, non una famiglia abbiente alle spalle. Ad assicurare l’applicazione delle leggi federali che garantiscono pari opportunità di accesso al lavoro e di livello salariale ci pensa l’«Equal Employment Opportunity Commission» che proibisce la discriminazione sul luogo di lavoro in base a razza, colore, Paese d’origine, religione, genere, età, condizioni fisiche e orientamento sessuale. 
Ma equità non significa necessariamente una società migliore. A lanciare la provocazione è lo stesso Brooks, che critica le nuove élite meritocratiche provenienti dall'Ivy League - ebrei, ispanici, italiani - perché «la loro reputazione è meno solida e la loro scarsa empatia accresce, paradossalmente, la distanza dalle masse». «Chi può dimostrare che le banche funzionino meglio oggi di 50 anni fa», si chiede Brooks, «quando il mondo finanziario era dominato da aristocratici Wasp che bevevano a pranzo e giocavano a golf nel pomeriggio?». 
Il primo a denunciare i rischi della «vera meritocrazia » è stato Christopher Lasch che in La ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia, del 1996, aveva denunciato i nuovi padroni, «inflessibili, arroganti e privi di senso di gratitudine o altruismo», perché «convinti di dovere la propria posizione di prestigio al solo merito personale». 
Ma una scuola di pensiero diametralmente opposta sta mettendo piede tra l’intellighenzia Usa. «L’America sta diventando meno meritocratica, man mano che le élite nepotistiche ed etniche cominciano a riscoprire pratiche dinastiche implementate da ambiziosi clan nei secoli passati», spiega Adam Bellow, figlio del premio Nobel per la letteratura Saul Bellow ed autore di In Praise of Nepotism: a Natural History. «Hollywood, Washington e Wall Street», incalza Bellow, «hanno inconsciamente rispolverato pratiche intermatrimoniali e strategiche usate consapevolmente da famiglie ambiziose quali Bach, Borgia e Bonaparte, e dai clan mafiosi in Italia e Usa». 
Ciò spiegherebbe la recente proliferazione di libri contro il «falso mito» della meritocrazia Usa che accusano l’America d’aver tradito la promessa di essere la shining city on a hill invocata dai padri fondatori, da Jfk e da Reagan. In Lost in the Meritocracy: The Undereducation of an Overachiever, Walter Kirn fa a pezzi il mito. «Come figlio naturale della meritocrazia», confessa l’autore di Up in the Air, da cui è stato tratto il film candidato al’Oscar, «ho vissuto in funzione di premi, targhe, citazioni, stellette, e non mi sono mai soffermato sui miei obiettivi, al di là dei riconoscimenti». Imparare era secondario, rispetto all’essere promosso e accumulare punteggio. Raggiunto il traguardo di Princeton, «invece di trovarmi in un tempio del sapere, sono piombato nel regno degli stratagemmi, dello snobismo, dell’arrivismo sfrenato e delle droghe». 
Uno degli effetti indesiderati della meritocrazia, denunciano i suoi detrattori, è l’aumento della disuguaglianza sociale, un fenomeno sempre più evidente. Secondo i dati dell’Us Census Bureau, oltre il 13% degli americani vive sotto la soglia di povertà. Inoltre, nel 2007 l’1% delle famiglie a più alto reddito deteneva quasi il 35% della ricchezza prodotta nel Paese (la quota più grande dal 1928). 
In The Meritocracy Myth Stephen J. McNamee e Robert K. Miller affermano che esistono fattori più premianti di talento e impegno: le conoscenze, il fitting in (capitale culturale) e la fortuna. Secondo i due docenti di sociologia all’Università del North Carolina, «crescere in famiglie privilegiate amplia sia la possibilità di acquisire e sviluppare competenze individuali, sia le chance di riconoscimento di tali abilità». «In America il mito della meritocrazia è pericoloso perché favorisce ingiustamente i ricchi e colpisce i poveri», è la loro conclusione. 
Una tesi ripresa da Gender, Race, and Meritocracy in Organizational Careers di Emilio J. Castilla, secondo cui sul posto di lavoro gli Stati Uniti continuano a premiare uomini e classi privilegiate, escludendo le donne, i meno abbienti e le minoranze. «Sebbene non vi sia prova che sesso, razza, o nazionalità determinino differenze salariali al momento dell'assunzione » scrive l'autore, «nel tempo le aziende tendono ad aumentare maggiormente gli stipendi dei dipendenti maschi, anche a parità di valutazione di performance rispetto alle colleghe». 
Alessandra Farkas 
05 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/cultura/10_luglio_05/farkas-merito-vince-aiuti-stato_792a4b32-880c-11df-adfd-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[16/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=352]]></link></item><item><title><![CDATA[Consiglierei al Papa di visitare e ascoltare...]]></title><description><![CDATA[ARTE / Inediti. Praga: una cinquantina fra dipinti e installazioni 
Saramago: «Dio non ha letto Kafka» 
Il Nobel presenta la mostra di Sofía Gandarias dedicata allo scrittore ceco 
«Kafka, il visionario» è il titolo della mostra che Sofía Gandarias (Guernica, 1957) dedica, a Praga, allo scrittore ceco di lingua tedesca (1883-1924). La rassegna di una cinquantina fra dipinti e installazioni è distribuita in due sedi. Lo spettatore è accompagnato da un sottofondo di musiche di Antonin Dvorák e di Gustav Mahler. Per questa esposizione, José Saramago, una ventina di giorni prima della morte, ha scritto un testo, inedito in Italia, che pubblichiamo in esclusiva. Come si ricorderà, José Saramago non solo ha scritto di arte, ma era egli stesso un artista di notevole spessore. Basta ricordare la grande mostra del maggio dello scorso anno a Palazzo di Ajuda a Lisbona, nella quale erano esposti, fra sculture e architetture, circa 500 lavori del premio Nobel portoghese. 
Alla domanda angosciosa, sebbene carica di facile retorica, che il Papa lanciò ad Auschwitz, fra lo stupore e lo scandalo dei credenti: «Dov’era Dio?», segue questa importante mostra di Sofía Gandarias che con semplicità risponde: «Dio non è qui». 
È evidente che Dio non ha letto Kafka e, a quanto pare, neppure Ratzinger. Tanto meno Primo Levi che è più prossimo al nostro tempo e che mai si è servito di allegorie per descrivere l’orrore. 
Se mi si permette l’audacia, consiglierei al Papa di visitare, con tempo e occhio attento, questa mostra di Sofía e di ascoltare con attenzione le spiegazioni che gli offrirebbe una pittrice la quale, conoscendo a fondo l’arte che esercita, s’intende molto anche del mondo e della vita che in esso abbiamo fatto, credenti e i non credenti, fiduciosi e sfiduciati, e gli altri, quelli che fecero Auschwitz e quelli che si domandano dov’era Dio. Meglio sarebbe che ci domandassimo dove siamo noi, quale incurabile malattia è mai questa che non ci permette di inventare una vita diversa, anche con dei, se necessario, senza però l’obbligo di credere in loro. 
L’unica e autentica libertà dell’essere umano è quella dello spirito, uno spirito non contaminato da credenze irrazionali e da superstizioni, in alcuni casi magari poetiche, che però deformano la percezione della realtà e che dovrebbero offendere la ragione più elementare. 
Seguo da anni il lavoro di Sofía Gandarias. Sono impressionato dalle sue capacità di resa, la forza della sua vocazione, l’abilità con cui trasferisce sulla tela le sue visioni del mondo interiore, il rapporto quasi organico che ha con il colore e con il disegno. 
Sofía Gandarias è, lei tutta, memoria. In primo luogo memoria di se stessa, come chiunque di noi, e anche memoria del suo vissuto e di quanto ha imparato, memoria di tutto quanto ha interiorizzato come cosa propria, memoria di Kafka, Primo Levi, Roa Bastos, Borges, Rilke, Brecht, Hanna Arendt; di quanti, per dirla in una parola, si sono affacciati al pozzo dell’animo umano e hanno provato quella vertigine.(Traduzione di Giancarlo Depretis) 
SOFÍA GANDARIASPraga, Czech Centre (tel. +420/234668501) e Instituto Cervantes (tel. +420/221595211), sino al 16 luglio 
José Saramago05 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/cultura/10_luglio_05/depetris-saramago-dio-kafka_f5e7041e-882d-11df-adfd-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[16/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=351]]></link></item><item><title><![CDATA[Perché il merito da noi non vince. /2]]></title><description><![CDATA[Vizi nazionali. ALLA RICERCA DEI VALORI INDIVIDUALI PERDUTI. Visto dall’Italia 
Perché il merito da noi non vince. /2 
Il Bel Paese del «familismo amorale» 
La nostra società appare a tutti gli osservatori profondamente diseguale e statica. Ma oggi anche il modello Usa sembra mostrare i suoi limiti 
Ognuno di noi è quello che riesce a diventare. È così da quando la rivoluzione francese e quella americana posero le basi di una cultura che «cambiò» un futuro fino allora preordinato dalla nascita. Il diritto al merito sembra una certezza acquisita nelle società occidentali mature; eppure, all’interno di questo percorso storico, c’è anche un Paese come l’Italia, che vive in cronica «asfissia» di merito. Cosa denunciata da molti e oggetto di lamentele ricorrenti: la fuga dei cervelli (ora si chiama, più modernamente, brain drain, ma è la stessa storia), l’innovazione che non viene premiata, l’università vecchia e governata da baroni, le scarse opportunità di lavoro, la mediocrità dilagante. Come sintetizza Roger Abravanel in Meritocrazia (Garzanti editore): «La società italiana è profondamente disuguale e statica. Il destino dei figli è legato a quello dei genitori; molto di più di quanto avvenga in altri Paesi. La disuguaglianza fra ricchi e poveri continua ineluttabile». Ma se il merito inteso come risultato di un’alchimia riuscita fra talento e impegno (così lo definì alla fine degli anni Cinquanta il sociologo inglese Michael Young, inventore del termine meritocrazia) si è affermato nelle società anglosassoni, nei Paesi del Nord Europa, in Francia e in Germania, resta un sogno nel cassetto (di pochi) nel nostro Paese. Nonostante che la sua negazione, nelle grandi scelte sociali come nella vita quotidiana, sembri a molti (quasi a tutti) la causa della decadenza italiana. Ovvero della sua scarsa capacità di ideazione, delle misere opportunità di formazione e di lavoro; alla fine, della infelicità stessa degli italiani, visto che la strada sbarrata al merito genera povertà, incertezza del futuro, pessimismo, bassa fecondità, poca voglia di vivere. 
Una così ostinata assenza della cultura del merito, impenetrabile ad ogni stimolo venga da un altrove, regge alla crisi e alle critiche. Perché? Probabilmente quell’assenza è riempita da riferimenti culturali differenti, altrettanto strutturati e a loro modo vincenti, una vera e propria «cultura del demerito». Basata in primo luogo sull’enorme forza della famiglia in Italia e sulla sua capacità di far prevalere la logica dell’appartenenza che detta regole spesso in contrasto con quelle della comunità, di cui cerca di limitare riconoscimenti, sia economici sia di prestigio. E il talento senza riconoscimento non vale. Come sottolinea Cristina Palumbo Crocco in Meritocrazia (Rubbettino editore): «Un talento che si esplica senza esercizio e applicazione sembra perdere il suo reale valore. Ad esempio, si può cantare sotto la doccia per diletto. Tuttavia, si merita di essere definito un cantante se si corrisponde a determinati criteri di valutazione sociale. Il talento di per sé è la possibilità che un individuo ha per caratterizzarsi, per esprimersi. Ma per avere merito occorre competere nell’agone sociale, misurarsi con le sfide del proprio tempo». 
Sfide bloccate dal familismo che diventa «amorale», per Abravanel, quando «gli individui tentano di massimizzare solamente i vantaggi materiali e immediati del proprio nucleo famigliare». Nucleo famigliare che è anche cordata, appartenenza ad un’isola di potere, come denuncia Nicola Gardini, approdato ad una cattedra di Letteratura italiana all’Università di Oxford dopo un percorso ad ostacoli frustrante nell’università italiana, in Baroni (Serie bianca Feltrinelli): «Preoccupati di promuovere solo le loro cause personali, incuranti dello sviluppo del sapere e delle coscienze, i baroni provocano ogni giorno, nella più arrogante certezza dell’impunità, danni incalcolabili al patrimonio umano e intellettuale dell’intero Paese». 
Ma il familismo prospera e regge nel tempo anche perché rappresenta una rete di protezione, un paracadute, contro una «sana» competizione che nessuno vuole perché viene considerata utopistica, irrealizzabile. Così come sembra impossibile ridurre le rendite di posizione e il potere delle caste, anche se pare giusto denunciarle (il successo della Casta di Gian Antonio Stella e di Sergio Rizzo è una buona cartina di tornasole di questo comune sentire). «Non dimentichiamo che a questo immobilismo contribuisce la nostra tradizione accademica che conserva ancora oggi un concetto di cultura elitario: non crede nel confronto con il grande pubblico, e di conseguenza non lo vuole, a differenza di quanto avviene nel mondo anglosassone» aggiunge Luca Formenton, presidente del gruppo editoriale il Saggiatore, e vicepresidente della fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori. «Difficilmente - prosegue - un editore riesce in Italia a semplificare, a tradurre in un linguaggio comprensibile a tutti, i volumi prodotti da storici o letterati. Il "sapere" deve restare un privilegio». 
Sta di fatto che in Italia regna la sfiducia del merito. E nessuno sembra riuscire ad essere diverso. Perché? C’è senz’altro la paura di restare fuori, di perdere anche quel minimo di garantito che la nostra società, grande alfiere della mediocrità come unico punto di arrivo, sembra distribuire, alla fine, a tutti, o per lo meno, a molti. Basta accontentarsi e non aspirare al meglio. Una paura che ha origini complesse e antiche: qualcuno è convinto che affondi le radici addirittura nelle corporazioni medievali con i loro monopoli di arti e mestieri; altri sostengono che la cultura cattolica abbia tradizionalmente enfatizzato i valori di solidarietà a scapito dell’individualità e del merito, più vicini al mondo anglosassone. 
Giovanni Floris, in Mal di merito (Rizzoli editore) mette in evidenza un altro elemento: «La tradizione culturale di matrice socialista e comunista, fortemente egualitaria, tende a leggere i processi di selezione come meccanismi di esclusione sociale, sottolineando come chi gode di una situazione economica di privilegio sia fatalmente favorito rispetto a chi proviene da situazioni di svantaggio». Non a caso i vari sondaggi condotti, anche da enti internazionali, confermano che per gli italiani il valore più importante per arrivare ad una certa posizione è ancora oggi la rete di conoscenze e non il talento, l’impegno, la capacità professionale. 
D’altro canto qualche «seme» di merito, come lo chiama Abravanel, c’è anche in Italia. Un esempio per tutti la scuola Normale di Pisa, che dalla sua nascita, voluta nel 1810 da Napoleone, ad oggi mantiene «miracolosamente» la capacità di premiare i migliori. Con quale formula? Spiega il direttore, Salvatore Settis, archeologo, che di merito ha parlato in Quale eccellenza? (Laterza editore): «Se dovessi rispondere con una parola, direi selezione. L’accesso alla Normale è condizionato da esami scritti e orali approfonditi. E può succedere che gli ammessi non coprano tutta la disponibilità di posti. È accaduto anche alla penultima selezione: sono rimasti vacanti 4 posti su 60, nonostante avessero partecipato più di mille studenti». E i docenti? Come è possibile sceglierli senza essere condizionati dai vizi del sistema universitario italiano? «Li prendiamo "dal mercato", evitando i concorsi, perché si tratta di cattedre per trasferimento - risponde Settis -. Quando vogliamo coprire un posto, il docente viene scelto in base a lettere di referenze di colleghi di tutto il mondo, pubblicazioni, ricerche». Un altro pianeta? No, avviene in Italia... 
Franca Porciani 
05 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/cultura/10_luglio_05/porciani-merito-vince-bel-paese_a7464446-880a-11df-adfd-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[16/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=353]]></link></item><item><title><![CDATA[Berlusconismo tra i conciatori vicentini...]]></title><description><![CDATA[Vicenza. Conciatori: spuntano i filmati delle tangenti e dei festini con le escort 
Belle ragazze: ai party invitata Barbara Montereale, una delle donne dello "scandalo" Berlusconi - D'Addario di Giuseppe Pietrobelli 
VICENZA (3 luglio) - Hanno filmato le tangenti. Hanno registrato i colloqui dei commercialisti con i clienti e con i funzionari del Fisco accusati di corruzione. Hanno immortalato perfino le cene con prologo piccante, contorno di belle ragazze e forme generose, con politici, imprenditori e 007 delle Entrate quali invitati. È davvero sorprendente l’inchiesta vicentina che prepara già la "Fase 4", dopo aver portato allo scoperto un sistema di collusioni, favori, soldi e affari. 
Tangenti filmate. La novità del giorno è che hanno filmato le tangenti. Non i finanzieri solerti che pure erano da mesi sulle piste dei commercialisti ora accusati di corruzione e associazione per delinquere. Ma alcuni degli stessi professionisti, forse per acquisire prove da utilizzare in futuro a propria tutela, avrebbero registrato colloqui e incontri con funzionari dell’Agenzia delle Entrate di Arzignano e Vicenza. Ma anche con gli stessi clienti, titolari di aziende che si sarebbero piegati a pagare gli investigatori del Fisco, per evitare guai peggiori. Nella montagna di materiale sequestrato alcune settimane fa dalle Fiamme Gialle impegnate nell’"Operazione Reset" spuntano alcuni dischi e filmati rinvenuti in supporti informatici degli indagati. Sui contenuti di quelle riprese vige il massimo top-secret, anche perchè l’inchiesta sembra giunta a una fase cruciale, in cui si stanno valutanto le prove acquisite a carico dei fiscalisti (molti dei quali hanno cominciato a cantare) e si prepara il salto di qualità, al terzo livello, l’Ufficio Entrate del Veneto, con sede a Venezia, responsabile delle verifiche nelle imprese di maggiori proporzioni. 
I finanzieri sono al lavoro da giorni su filmati, computer e registrazioni. C’è solo l’imbarazzo della scelta in quello che devono analizzare. Documenti contabili, appunti, mail e telefonate. Ma anche riprese che per gli investigatori sono di massimo interesse. Perchè un commercialista filma i propri colloqui? Probabilmente per prefigurare una prova a proprio favore, ma anche per fissare i rapporti con clienti e funzionari delle Entrate. 
Registrati anche i festini piccanti. Questa inchiesta che viene da lontano, e che è condotta in prima persona dal procuratore Ivano Nelson Salvarani, oltre che dal sostituto Peraro, si è già imbattuta in filmati, forse non probanti come quelli dei commercialisti, ma sicuramente più imbarazzanti. Si tratta dei video che l’imprenditore Andrea Ghiotto avrebbe girato in una suite dell’Hotel Principe di Trieste dove invitava per festini piccanti qualche finanziere o uomo delle Entrate, amici imprenditori, politici e tante belle ragazze. Ghiotto è personaggio cruciale della prima parte di questa lunga inchiesta sulla concia, che dopo le sue rivelazioni si è arricchita delle ammissioni di alcuni ispettori delle Entrate che hanno ora inguaiato i commercialisti. 
Spunta anche la escort Barbara Montereale. Secondo quei filmati, alle feste di Ghiotto presero parte, almeno in un’occasione, anche Barbara Montereale, la ragazza-immagine che rivelò pubblicamente di aver passato una serata a palazzo Grazioli con il premier Silvio Berlusconi, e una velina di "Paperissima", Rajaà Afroud, di origini marocchine, volto noto della televisione. Nella suite Ghiotto aveva fatto installare tre telecamere, per riprendere le cene e i dopo-cena. La partecipazione di Rajaà sarebbe stata pagata mille euro per una sera, probabilmente una semplice apparizione, senza implicazioni osè. Ma tanto basta per far capire quale allegro giro facesse da cornice al mondo della concia vicentino, beneficiario di verifiche compiacenti. Pagate a suon di bustarelle. © RIPRODUZIONE RISERVATA http://ilgazzettino.it/articolo.php?id=109183&sez=NORDEST]]></description><pubDate><![CDATA[14/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=350]]></link></item><item><title><![CDATA[Storie dello Strega...]]></title><description><![CDATA[Cultura 
11/07/2010 - INTERVISTA 
Maggiani dice addio allo Strega 
Lo scrittore, vincitore nel 2005, si dimette dal premio: «Sono troppo fragile per fare il giurato. Più delle pressioni, avverto il rischio dell'autocensura» 
CESARE MARTINETTI 
Allo Strega le polemiche non finiscono mai. Dieci giorni fa Antonio Pennacchi (Canale Mussolini, Mondadori) ha bruciato sul filo Silvia Avallone (Acciaio, Rizzoli). Per il quarto anno consecutivo (uno con Einaudi) lo squadrone di Segrate ha vinto il premio letterario più prestigioso e redditizio. Sembrava scontata la vittoria di Rcs, vista la scarsa aggressività di Mondadori che si dice stesse già pianificando la vittoria del prossimo anno. Trame e tramette destinate a ripercuotersi anche sull'universo dei giurati. Il primo a muoversi è Maurizio Maggiani, uno dei più bravi scrittori italiani, uno fuori dalla partita perché lo Strega l'ha già vinto, nel 2005 con Il viaggiatore notturno (Feltrinelli). 
Maggiani, si sentono varie voci in giro. Ha dato le dimissioni dal premio?«Ebbene sì, il 2 luglio, un giorno dopo aver assolto al mio pesante dovere di elettore». 
Un gesto di ribellione?«No. Semmai la presa d'atto che non sono adatto a giudicare e che alle soglie della senilità non ce la faccio a sobbarcarmi a tutto ciò che di collaterale comporta quel voto». 
Che cosa comporta?«Sono persona informata dei fatti, ho vinto e sono contento di averlo vinto, non ho da contendere più nulla. È un sistema pesante dal punto di vista psicologico». 
Sul quale gli editori puntano enormemente.«Certo. È l'unico fatto che permette di vendere libri oltre alla trasmissione televisiva Che tempo che fa. Lo dicono gli editori. Per questo dedicano ad esso tutte le attenzioni, elaborano una filosofia per vincerlo. È sempre stato così. Ora molto di più ed è comprensibile: il settore è in crisi e con lo Strega si possono risollevare un po' le sorti». 
Il cuore di tutta la storia sono i giurati.«Non so quanti siano ora. Una volta erano 500, adesso forse meno. Sono stati scelti nel corso di cinquant'anni, degnissimi intellettuali e anche altre personalità, del settore editoriale e non solo, c'è Rutelli, tra loro ricordo di aver scoperto con sorpresa anche Antonio Maccanico. È un premio molto romano, con uno spiccato gusto per le pompe». 
Le pompe?«Intendo dire quelle che suonavano per la regina Vittoria, Pomp and Circumstance Ma non c'è niente di male in questo». 
E come si muovono gli editori con i giurati?«Un lavoro durissimo: non scherzo, l'ho visto con il mio editore, Feltrinelli. Anche Rcs e Mondadori, i due colossi, hanno da fare una gran fatica. Contattare tutti i giurati con cui possono intrattenersi e chiedere il voto». 
È questo il meccanismo che lei contesta?«No, non ci trovo niente di criminoso. Se il mio editore mi dice quest'anno corriamo con Il Dottor Zivago, io lo voto, è giusto, è un gran bel libro. Se invece il libro non mi piace e dico di no, mi trovo soggettivamente in difficoltà anche perché intendo avere con il mio editore un buon rapporto. Ma pure per l'editore il lavoro è duro: ottenere il risultato e non irritare il proprio autore. Insomma si crea un mercato. Se, per esempio, un anno un editore non ha un libro da premio, cerca di spostare i suoi giurati su un altro libro, sapendo che il favore gli sarà restituito. A me è capitato di ricevere la lettera di ringraziamento per aver votato il libro di un piccolo editore che ritenevo il migliore». 
È che male c'è?«Nessuno se non che la scheda di voto è sigillata e io non avevo detto a nessuno per chi votavo. Ma non mi scandalizzo. Questo è quanto. Io sono diventato giurato perché me l'ha chiesto una signora a cui era impossibile dire di no, la signora Rimoaldi che quel premio ha inventato. Una persona all'interno della romanità intellettuale, ma che alla letteratura credeva davvero. Questa signora aveva un centinaio di voti suoi, gli amici della domenica, quelli antichi. Io stesso credo di essere stato scelto da lei perché mi credeva capace di esprimere un giudizio libero». 
E che faceva la signora Rimoaldi con quel pacchetto di voti?«Usava la sua area di influenza per non far mai vincere il peggiore. Anche se il libro era stato pubblicato dall'editore più potente. Io penso di averlo vinto per questa ragione. E così era andata anche nel '95, quando vinse Mariateresa Di Lascia. Allora Feltrinelli era un piccolo editore e sono sicuro che quel premio non gli è stato regalato dall'arrendevolezza dei concorrenti». 
Vuol dire che adesso che la signora è morta il premio è destinato a essere vinto sempre da un grande editore?«Non so che fine hanno fatto i cento voti della signora Rimoaldi, ma ho visto quel che è successo negli ultimi anni: vittorie sul filo e testa a testa tra i due grandi gruppi». 
Negli ultimi quattro in realtà ha sempre vinto Mondadori. Quest'anno, è parso, anche un po' a malincuore, perché tutto sembrava disegnato per la vittoria di Rcs con la Avallone in modo che il prossimo anno potesse rivincerlo Mondadori con l'atteso romanzo di Alessandro Piperno. Lei per chi ha votato?«Non so cosa sia successo ma ho votato per Pennacchi, anche se il mio editore avrebbe preferito che dessi il voto a Sorrentino, mio collega di scuderia. Ma siccome io quel premio l'ho vinto, vorrei che fosse ricordato come un premio dignitoso. Quest'anno la dignità era in qualche modo non debilitata dalla vittoria del romanzo di uno che forse è uno scrittore: Pennacchi non era al suo primo libro e aveva una storia da raccontare». 
Il quale Pennacchi, poi, ha dichiarato di aver vinto lui il premio e non il suo editore. Forse perché sono stati proprio i 5-6-7 voti come quello di Maggiani, dati allo scrittore e non al «brand», a rovesciare il copione che prevedeva la vittoria Rcs.«Pennacchi dice una cosa metà vera e metà falsa. È vero che io e qualcun altro abbiamo scelto lui come scrittore, ma molti di quelli che hanno votato per lui in realtà hanno dato il voto a Mondadori. La verità è che lo Strega  e questo vale anche per me  lo vince sempre l'editore». 
La vittoria di Pennacchi con l'epopea degli ex combattenti fascisti migrati da Veneto e Romagna a bonificare l'Agro Pontino era anche un'occasione per sdoganare in modo non strumentale un pezzo di storia d'Italia.«Ma non sono capaci di farlo. Ormai la logica è completamente un'altra: arraffare quel che resta del mercato. Marketing, non scelte editoriali. Però io credo che sputtanare lo Strega non convenga a nessuno». 
E allora perché dà le dimissioni?«Perché in questa vicenda ho capito che sono troppo fragile per fare il giurato. E non perché il mio editore fa delle pressioni. Ma ormai io credo che il problema è quello dell'autocensura: non c'è nemmeno più bisogno che ti facciano pressione. Ecco: io non voglio trovarmi nella situazione. Questo è il mio mestiere, ci vivo e non voglio dover derogare alla mia dignità per il bene della mia famiglia». 
E quando ha deciso?«Quando mi hanno detto che allo Strega davano per scontato il mio voto. Ecco il punto: oggi nemmeno Fidel Castro può dare per scontati i voti del Pc cubano. Non capire questo significa non capire com'è la situazione nel nostro Paese: se si può fare qualcosa che non è scontato, bisogna farlo. E se Pennacchi diventa il mezzo per uscire dallo scontato, si vota per Pennacchi. Ecco tutto». 
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/268782/]]></description><pubDate><![CDATA[13/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=349]]></link></item><item><title><![CDATA[Unità d'Italia una riflessione da sinistra...]]></title><description><![CDATA[Giampiero Cazzato, 10 luglio 2010, 21:51 
150 anni, basta retorica 
La riflessione 
Solo la consapevolezza su come si è realizzata l'unità del paese può aiutare a contrastare le forze centrifughe, quelle con o senza fazzoletto verdi. E solo rileggendo senza i filtri delle retorica il processo di unità nazionale si potrebbe opporre al federalismo fiscale un nuovo federalismo di tipo municipale, capace, magari, di creare quella partecipazione dal basso di cui tanto si parla 
Prepariamoci, da qui al 17 marzo 2011, data clou delle celebrazioni dei 150 anni dell'unità d'Italia assisteremo quotidianamente alla più cialtronesca campagna di denigrazione dell'unità del Paese. Ogni occasione sarà buona: dall'inaugurazione di una strada, ad una partita di calcio, dal primo dentino di un pargolo padano alla notte insonne e poco consigliera dei Bossi, jr e senior. Sarà uno spettacolo penoso e pensoso vedere accapigliarsi i pasdaran del verdiano Va pensiero con gli ortodossi amanti dell'inno di Mameli. Chi si commuove per l'uno, chi per l'altro e scorrono fiumi di inchiostro in un dibattito che interessa solo chi lo promuove. Replay e labiale per capire se il giocatore di turno storpia l'inno o meno. Calderoli per chi tifa oltre che per i maiali? I tuttologi si interrogano contriti negli studi televisivi. Mano sul petto, gettone di presenza e via andare.Tutto ciarpame, ma dietro il ciarpame c'è la sostanza di un paese che ha perso i connotati e le ragioni fondanti del suo stare insieme e che si avvia verso il federalismo fiscale come se fosse la soluzione al problema e non il problema medesimo. C'è un modello di società dove vincono le piccole patrie e gli egoismi di classe, dove Rosarno diventa una metafora del paese, dalle Alpi a Lampedusa. C'è il rovesciamento della carta costituzionale, ormai sbertucciata quotidianamentee piegata alle più sconce acrobazie degli uomini nuovi: via l'articolo 41, il 21 sulla libertà d'informazione è andato, il 3 è lettera morta... 
Già la riforma del titolo V del 2001 ha ribaltato completamente l'architettura costituzionale riservando allo Stato quello che non fanno le regioni, ma il vero colpo di maglio è il federalismo fiscale, che al di là del folklore con cui lo si circonda ha una caratura classista. Il modello lo vediamo all'opera da tempo nella Lombardia del pio Formigoni che ha fatto da apripista nella destrutturazione dello stato sociale (vedi la privatizzazione della sanità).Se così è, quanto può la retorica sul tricolore contro quel formidabile impasto di simbolico leghista e modello economico proposto dall'accoppiata Confindustria-Tremonti? Quanto possono le parole di Napolitano, sincere ma così poco idonee a penetrare nelle coscienze, contro i richiami alla pancia, al sangue (e alla merda) dell'opificio leghista? Poco. E d'altronde chi può ragionevolmente pensare che Cavour, Mazzini e Garibaldi (e se avessimo avuto il fattore c dalla nostra, la nazionale, pardon la Nazionale di calcio), siano magicamente in grado di coprire il vuoto che si è determinato in questi anni con la demolizione sistematica del solo elemento culturale e simbolico che concludeva la fase risorgimentale e la riconsegnava finalmente e per la prima volta alla masse popolari, cioè la guerra di liberazione e la Resistenza? 
C'è a ben vedere una singolare coincidenza tra l'affermazione del leghismo e il revisionismo d'accatto sulla Resistenza.Su questa storia si è gettato fango a palate, mentre dalle parti del centrosinistra ci si cimentava perfino nella riabilitazione dei ragazzi di Salò. Sì, certo anche la Resistenza era stata cristallizzata, e andava invece liberata dal mito sterile di se stessa. Invece si è deciso semplicemente di polverizzarla. Basterà l'eroe dei due mondi - strappato a forza dai sussidiari in cui riposa da decenni, immortalato nelle plastiche pose del liberatore della Sicilia e di Napoli a riempire quel vuoto? Beato chi ci crede. Per liberare l'Italia dalla cappa che la soffoca altro che sbarco dei Mille!!Per sconfiggere il leghismo non bastano le scolaresche che sventolano il tricolore, men che meno la processione di eventi che ci accompagnerà sui luoghi del risorgimento fino al 2011. Quello che servirebbe è un federalismo altro da opporre alla Lega. E, soprattutto, una rivisitazione critica (e non accademica) dell'epopea risorgimentale è ora che inizi. A partire dai libri di scuola. 
Gramsci scrisse che "lo Stato italiano era una feroce dittatura che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori sardi (piemontesi) tentarono di infamare con il marchio di briganti". Senza scomodare Gramsci non si può non dimenticare che la guerra di indipendenza fu nei fatti una guerra di annessione; che lo stato piemontese era il più arretrato degli stati della penisola dal punto di vista delle libertà civili e politiche. Carlo Cattaneo, un federalista che inorridirebbe alla vista di Borghezio, dopo i plebisciti fatti "in fretta e furia" mise in guarda dalla soffocante centralizzazione che si andava profilando e i cui guasti sono arrivati sino a noi. Per non parlare di Carlo Pisacane la cui vita è ristretta colpevolmente nella "spigolatrice di Sapri". "Per me - scriveva - non farei il menomo sacrificio per cangiare un ministero, per ottenere una costituzione, nemmeno per cacciare gli austriaci dalla Lombardia ed accrescere il regno Sardo: per me dominio di Casa Savoia o dominio di Casa d'Austria è precisamente lo stesso. Credo eziando che il reggimento costituzionale del Piemonte sia più dannoso all'Italia che la tirannide di Ferdiando II". E arrivava alla conclusione che la sola opera per giovare al paese era "quella di cooperare alla rivoluzione materiale"."L'Italia è stata felice, perché a costituirla, han lavorato insieme il genio di Cavour ed il patriottismo di Garibaldi" scriveva De Sanctis. Questa "felicità" stava a significare che il boccino, tranne rari e non sfruttati momenti, era rimasto saldamente in mano ai moderati. Non per un destino cinico e baro ma perché i democratici ottocenteschi non seppero e non vollero affrontare il nodo di fondo che era quello sociale. Di fronte alle masse popolari in movimento si ritraggono impauriti anch'essi. Lapidario il giudizio di Ferrari su Mazzini: "egli marcia coi signori, e vuole che tutti i poveri si sacrifichino per la sua causa; fraternizza coi carnefici di giugno (1848 a Parigi), poi pretende che la guerra sia popolare e incendiaria; ha le idee di Cavaignac e pretende i prodigi del socialismo". Raccontare questo non significa dar ragione al leghismo, anzi. 
Solo la consapevolezza su come si è realizzata l'unità del paese può aiutare a contrastare le forze centrifughe, quelle con o senza fazzoletto verdi. E solo rileggendo senza i filtri delle retorica il processo di unità nazionale si potrebbe opporre al federalismo fiscale un nuovo federalismo di tipo municipale, capace, magari, di creare quella partecipazione dal basso di cui tanto si parla. Sennò continueremo nell'italico vizio di stare in mezzo per vedere da che parte pende la bilancia. Facendo come la cornacchia liberale di Trilussa ("Oggi che la coscenza nazionale/ s'adatta a le finzioni de la vita/ oggi ch'er prete è mezzo liberale/ e er liberale è mezzo gesuita/, se resti mezza bianca e mezza nera/vedrai che t'assicuri la carriera"). 
Le celebrazioni dei 150 anni di unità d'Italia se non gli si leva di dosso la stucchevole retorica che le sta accompagnando finiranno per essere - fuori tempo massimo - celebrazioni borghesi (celebrazioni più retrive e stantie di quelle del 1911 dove almeno a Roma Nathan rappresentò le istanze laiche e liberali contro il clericalismo montante). I nation builder di oggi sul piatto della loro bilancia truccata mettono i milioni per Pomigliano in cambio della cancellazione dei diritti e della Costituzione, così come i vecchi ci hanno messo Bronte e le deportazioni in massa dei contadini-briganti. Nel nome della Patria, off course. 
http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=15350]]></description><pubDate><![CDATA[13/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=348]]></link></item><item><title><![CDATA[L'arte salverà l'Italia, se ci crediamo]]></title><description><![CDATA[12/7/2010 
L'arte salverà l'Italia, se ci crediamo ROBERTO BOLLE 
Ho avuto la fortuna di poter lavorare nei teatri più importanti e di danzare in tutto il mondo: dall’America al Giappone, passando per Londra, Mosca, Parigi e molte altre città. Ciononostante, o forse proprio per questo, mi sento sempre e assolutamente Italiano e provo un orgoglio enorme ogni qualvolta vengo definito portavoce della cultura italiana, ambasciatore dell’eccellenza del nostro paese. 
Ogni volta ne ricavo emozioni indescrivibili e riscontro una calorosa gratitudine da parte del pubblico più eterogeneo. Le reazioni degli spettatori mi hanno convinto che l’arte, in ogni sua forma, può essere una delle migliori chiavi per risollevare l’Italia. 
L’arte è fonte di bellezza, di stimolo, di riflessione, di comunanza. È l’arte ciò che il mondo ci invidia ed è nell’arte che il nostro paese si è distinto da sempre. 
Trovo giusto celebrare quello che siamo e siamo stati, ma con gli occhi rivolti al futuro. È vitale che i giovani conoscano la nostra storia, i nostri luoghi e che li sentano loro e li rispettino. A dispetto di tante cose che non vanno e che gettano una luce a volte negativa sull’Italia, siamo ancora il paese della creatività e del talento. 
Vorrei che gli italiani potessero non dimenticarlo mai, perché sarebbe terribilmente grave se si pensasse che il nostro patrimonio è illimitato e lo si desse per scontato. Purtroppo il processo di deterioramento è inesorabile e veloce. Il nostro paese deve credere e investire nella sua «anima» e nella sua storia, oppure rimarrà senza futuro, una nazione che tra 150 anni potrebbe non avere altro da festeggiare che il suo passato. 
È questa la ragione per la quale, anni fa, ho sposato con entusiasmo la causa del Fai – il Fondo per l’Ambiente Italiano che lavora per salvaguardare e valorizzare il patrimonio artistico nazionale e ho accettato, più recentemente, l’invito a partecipare al Comitato dei Garanti per i Festeggiamenti del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Il contributo che io sono in grado di portare è certamente di piccola entità, ma la danza è l’unica cosa che so fare e lo spettacolo è un avvenimento pubblico, dunque un’occasione di incontro e condivisione. Spero che coloro che vedranno il mio galà di stelle nella Reggia di Venaria di Torino, la città simbolo dell’Unità d’Italia, vogliano condividere con me questi pensieri e guardare al futuro con impegno, orgoglio ed entusiasmo. 
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7582&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[12/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=346]]></link></item><item><title><![CDATA[Da vergognarsi!]]></title><description><![CDATA[7/7/2010 
L'affitto più caro del mondo? A Torino EMANUELA MINUCCI 
Un affitto tanto siderale non l’ha mai sborsato neppure il magnate russo Roman Abramovic. E nemmeno Silvio Berlusconi, quando, prima di scoprire Villa Certosa, prenotava atolli personalizzati ai Caraibi. 
La casa di strada San Vito a RevigliascoPerdipiù, qui, a far da sfondo alla casa più cara del mondo non ci sono né la Costa Smeralda né Beverly Hills: ma la semplice - aristocratica e charmant finché si vuole - collina torinese.A 100 metri sul livello della Mole, in strada San Vito Revigliasco 486: ecco l’indirizzo della villa che vale tanto oro quanto pesa. È la villa che nemmeno gli U2, in arrivo a Torino per il concerto del 6 agosto, si sono potuti permettere. La richiesta era chiara: otto giorni di ovattata permanenza al riparo degli assalti dei fan e con la garanzia del refrigerio di una piscina coperta (anche quella per scongiurare eventuali paparazzate). Alla domanda, particolare finché si vuole, ha risposto un’agenzia immobiliare specializzata in dimore da sogno che ha lasciato di stucco la «Set Up», responsabile della sistemazione di Bono & friends, chiedendo 280 mila euro esclusi i diritti di agenzia. 
Ossia 35 mila euro al giorno per circa 1000 metri quadrati (con foresteria di 200) che dispongono di un’entrata principale, ma soprattutto di altri due, strategici ingressi segreti.Due giorni fa, un veloce sopralluogo per visionare la villa è bastato per bocciare la location. Ma è anche bastato questo blitz («lo sapete che in strada San Vito arrivano gli U2?») per creare un gossip che si è presto trasformato in un vortice. E ieri, in quella stessa nobilissima e ombrosa strada che ospita casa Agnelli, Villa Frescot, non si parlava d’altro. Qualcuno, fra i meglio informati, ha anche tirato in ballo un rilancio: 100 mila euro e non se ne parli più. Ma «Set Up» non conferma né smentisce: si limita a un «no comment» su tutta la linea. In ogni caso non se n’è fatto niente: i proprietari non volevano saperne di «svendere» la loro meravigliosa villa su tre piani con otto camere da letto e mega salone da pranzo che affaccia su Torino. 
Ma chi ci ha mai vissuto in una casa tanto cara? L’ultimo fortunato è stato, sino a qualche mese fa, il capitano della Nazionale Fabio Cannavaro che, abitandoci in pianta stabile avrà strappato un contrattino al prezzo stracciato di 600 mila euro all’anno. 
Per ora, Bono, che di case al top se ne intende visto che sta costruendo il grattacielo più alto di Dublino già ribattezzato «U2 Tower» per portarci i suoi studi di registrazione (200 milioni di euro), è ancora orfano di un rifugio torinese. E ormai il tempo stringe dal momento che l’arrivo degli U2 è previsto a giorni. Dove andrà ad abitare? Sempre in collina, considerando che Bono ama il verde e ha già manifestato il desiderio di fare un salto nelle Langhe. 
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7566&ID_sezione=&sezione =]]></description><pubDate><![CDATA[08/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=344]]></link></item><item><title><![CDATA[Involontario refuso di Jefferson il 4 luglio 1776]]></title><description><![CDATA[La rivelazione in una nuova indagine della Biblioteca del Congresso 
Il lapsus di Jefferson: il 4 luglio 1776 scrisse «sudditi» e non «cittadini» 
Involontario refuso del futuro presidente, subito corretto, nella stesura della Dichiarazione d'indipendenza 
MILANO - «Sudditi»: questo è ciò che scrisse Thomas Jefferson in una prima bozza della Dichiarazione di Indipendenza per descrivere la popolazione delle 13 colonie, salvo poi correggersi. Giusto in tempo per il 4 luglio, giorno dell'Indipendenza negli Stati Uniti, alcune accurate analisi mediante immagini iperspettrali su una bozza dello storico documento, hanno rivelato che uno degli autori e padri della patria usò in un primo momento il termine «our fellow subjects», in seguito cancellato e corretto con «our fellow citizens», ovvero «concittadini». Un errore definito da molti commentatori un lapsus freudiano. 
LA SCOPERTA - Il 4 luglio del 1776 i due padri fondatori Thomas Jefferson e John Adams firmavano la Dichiarazione d'Indipendenza americana, liberandosi così dal dominio britannico. Con questo documento le colonie britanniche della costa atlantica proclamarono la propria indipendenza dalla madrepatria, esponendo le motivazioni che le spingevano a quell'estremo atto. Due secoli dopo, le moderne tecniche di analisi ad alta risoluzione dei ricercatori presso la Biblioteca del Congresso statunitense hanno portato alla luce ciò che scrisse e poi cancellò frettolosamente Thomas Jefferson nella bozza della Dichiarazione. A quanto sembra il futuro presidente avrebbe usato dapprima la parola "sudditi" (della corona britannica ndr) riferendosi alla popolazione americana, salvo poi sostituirla e inciderci sopra il termine "cittadini". «Ciò dimostra i progressi della sua mente», ha spiegato James Billington, della Bliblioteca del Congresso. «Abbiamo recuperato un momento magico che altrimenti sarebbe andato perduto per sempre», ha aggiunto. 
LA SVOLTA - La ricercatrice che ha fatto la scoperta, Fenella France del dipartimento di studi presso la Library of Congress, suppone che Jefferson abbia usato la sua mano per togliere la parola "sudditi" quando l'inchiostro era ancora bagnato. «Jefferson fece di tutto per nascondere quella parola e sovrascriverla con il secondo termine», sottolinea la studiosa. La modifica è stata effettuata sulla terza pagina della bozza (che ne contava quattro), in un punto in cui Jefferson elenca rimostranze contro Re Giorgio III. Quella specifica frase, tuttavia, fu eliminata dalla versione finale; la parola "citizens", però, venne usata più volte nel documento finale. Ovviamente la moderna tecnologia non rivela se a Jefferson sia scappato un lapsus freudiano un secolo prima di Freud. In ogni caso quella fu una svolta concettuale importante con Jefferson che si rivolge agli abitanti delle 13 colonie chiamandoli non più sudditi del Re, ma cittadini responsabili di una democrazia emergente. 
Elmar Burchia 
04 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATAhttp://www.corriere.it/cronache/10_luglio_04/lapsus-jerfferson-dichiarazione-indipendenza-usa_6be547c8-8759-11df-95fd-00144f02aabe.shtml]]></description><pubDate><![CDATA[04/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=343]]></link></item><item><title><![CDATA[Italiani cinici egoisti (e moltissimi stupidi)]]></title><description><![CDATA[Italiani cinici egoisti 
Dopo due secoli di tentativi più diversi e contrapposti, e oggi sull'orlo di una decadenza irreversibile, sapranno dar vita tra loro a un nuovo patto fondamentale? 
Per una celebrazione non convenzionale dell'anniversario dell'unità consiglierei la distribuzione gratuita nelle scuole di ogni ordine e grado del "Saggio sopra lo stato presente dei costumi degli italiani" di Giacomo Leopardi. Non perché anche adulti e vecchi non abbiano bisogno di questa filosofia "dolorosa ma vera", ma perché nel loro caso le chiacchiere decennali sulla perversità delle élites politiche contrapposta ad una quasi naturale inclinazione della "società civile" verso il bene comune hanno prodotto, temo, guasti mentali irrimediabili. 
È vero che in Italia non si sono formate "famiglie" intellettuali-politiche, ambiziose certo, ma ancor più gelose della propria onorabilità e della stima che essa gode, capaci di formare quell'ethos condiviso, quel senso civico su cui storicamente si fondano i grandi governi nazionali. Ma ciò è il prodotto, appunto, dei costumi degli italiani, l'effetto inevitabile del loro non essere un popolo, ma soltanto un aggregato di individui. 
L'Italia è un'astrazione, un desiderio, non un fatto, diceva Gioberti nel "Primato" (1842-1843). Leopardi lo aveva già analizzato, col suo coltello dell'anatomico, vent'anni prima. Gli italiani sono autori e attori protagonisti nella "strage delle illusioni" che costituisce il tratto dominante della cultura moderna. 
Ma se ridiamo di onore, virtù, bene comune, senso della vita, come potremmo mai formare una società? Se nulla si considera degno di rispetto, di nulla si ha vergogna, se ciascuno cerca di fare degli altri "uno sgabello a se stesso", se il "conversare" che è il mezzo con cui altrove ci si intende o almeno fraintende, qui è strumento che moltiplica l'odio e la disunione, come pensare a un'Italia che sia foedus, autentico patto tra genti, solidali pur nei loro distinti interessi e animati da comuni finalità? 
Assolutamente impossibile, ci avvisa il nostro massimo poeta-pensatore del Moderno. Nessuna legge calata dall'alto, nessuna "costituzione donata"(ammesso che miracolosamente si formasse un'élite politica capace di esprimerla) potrebbe trasformare la situazione, poiché: "quid leges sine morbus?", che cosa possono valere le leggi senza ethos condiviso?Al più, gli italiani hanno abitudini, "assuefazioni" - ma anche queste coltivate con sostanziale indifferenza o con cinico disincanto. I duri fatti, mille volte più duri della dura lex, dimostrano che i "leganti sociali" sono illusioni, che ogni individuo tende a far centro da sé, che l'esercizio della virtù e del dovere non porta alcun frutto, che stima e fama di cui uno gode sono refoli di vento, dagli effetti passeggeri quanto quelli di un sondaggio. Gli italiani sanno il "nudo vero"; sono individui disingannati. E perciò mai un popolo, tantomeno una Nazione. 
Non resta che essere "filosofi" e così ragionare? O proprio perché così "filosofi" gli italiani sapranno, dopo due secoli di disfatte dei tentativi più diversi e contrapposti di essere popolo, e di nuovo oggi sull'orlo di una decadenza irreversibile, capire il proprio stesso interesse, cercare finalmente di essere "virtuosi" abbastanza da affrontare insieme una fase costituente, di dar vita tra loro a un nuovo patto fondamentale? 
Così intelligenti nell'analizzare, nel negare, nell'irridere e disprezzare, lo saranno anche nel costruire con disincanto e realismo un foedus tra loro, capace di salvarli da annunciate catastrofi?Non c'è filosofo che non cada a volte preda dell'illusione. E neppure Leopardi rinuncia sempre alle cieche speranze. 
(28 maggio 2010)http://espresso.repubblica.it/dettaglio/italiani-cinici-egoisti/2127983/18]]></description><pubDate><![CDATA[04/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=342]]></link></item><item><title><![CDATA[La saga de L'Oréal che fa tremare la Francia]]></title><description><![CDATA[LA STORIA 
Soldi, bugie e videotape 
La saga de L'Oréal che fa tremare la Francia 
Un'eredità contesa, un fotografo omosessuale, un ministro sotto accusa e le registrazioni di un maggiordomo 
Sembra una fiction ma è tutto vero. Il caso Bettencourt finisce in tribunale e coinvolge pesantemente anche Sarkozy 
dal nostro corrispondente GIAMPIERO MARTINOTTI 
PARIGI - Una vecchia signora miliardaria in conflitto con la figlia, un fotografo omosessuale sospettato di averla platonicamente sedotta per carpire una parte del patrimonio, un presidente della Repubblica che s'immischia, un ministro che fa un po' troppa confusione fra il suo ruolo istituzionale, quello di segretario amministrativo del partito sarkozista e quello di sua moglie, impiegata della miliardaria (a 180 mila euro all'anno, secondo il Canard Enchaené): l'elenco dei personaggi, qui ridotto all'osso, lascia pensare a una pièce in costante equilibrio fra la tragedia shakespeariana e il vaudeville alla Feydeau. E un maggiordomo ha reso ancor più avvincente la trama: ha illegalmente registrato le conversazioni della miliardaria con i suoi uomini, 28 cd-rom consegnati alla polizia dai quali saltano fuori evasioni fiscali e isole esotiche mai dichiarate. Non è una fiction, ma uno psicodramma miliardario che fa tremare il potere politico. 
La protagonista numero uno è Liliane Bettencourt, 87 anni, diciassettesima ricchezza del pianeta. Figlia ed erede unica di Eugène Schueller, inventore delle tinture per capelli e fondatore dell'Oréal, di cui è ancora oggi la prima azionista. Sua figlia, Françoise Meyers-Bettencourt, dice che non ha più la testa, che la donna è circuita da François-Marie Banier, geniale e ambiguo fotografo-pittore-artista, cui la vecchia signora ha regalato la bella cifra di un miliardo di euro in polizze vita, assegni e opere d'arte. Una bega che va ben al di là delle questioni psicanalitiche madre-figlia: il procuratore della Repubblica di Nanterre, grande amico di Nicolas Sarkozy, ha cercato di insabbiare la vicenda, ma un processo si apre domani di fronte al tribunale. 
Aperto da più di due anni, il contenzioso è diventato un affare di Stato con le registrazioni illegali di un maggiordomo, che ha carpito le conversazioni della Bettencourt. Da cui si è appreso quanto segue: la signora ha 78 milioni in Svizzera mai dichiarati che il suo factotum vorrebbe trasferire a Singapore (dopo la pubblicazione ha assicurato di volersi mettere in regola); affitta l'isola di Arros alle Seychelles, acquistata alla famiglia dello Scià da una fondazione basata nel Lichtenstein e che non si sa se appartenga a lei o a Banier o a chissà chi; l'Eliseo si è interessato alla guerra madre-figlia, si è schierato con la madre e ha fatto sapere in anticipo che il procuratore di Nanterre avrebbe messo una pietra sopra l'affare; tra i dipendenti della Bettencourt c'è Florence Woerth, moglie di Eric, ministro del Lavoro, e che da otto anni è tesoriere dell'Ump, il partito del centro-destra, per il cui finanziamento sollecita costantemente tutti i ricchi del paese, compresa la stessa Bettencourt; infine, da una conversazione, si capisce che la signora Woerth sarebbe stata assunta su richiesta del marito. 
Lasciamo di mezzo i numerosi altri dettagli, ce n'è abbastanza per scuotere un'opinione pubblica già sconcertata da alcune rivelazioni (tipo quella di un sottosegretario che si è fatto pagare dallo Stato 12.500 euro di sigari Havana e che è ancora al suo posto). Tutto ciò senza contare che di mezzo c'è anche il controllo dell'Oréal, 45 miliardi di capitalizzazione, su cui sono note le mire della svizzera Nestlé, per il momento fedele alleata della famiglia Bettencourt. "Fino a quando reggerà Woerth?", si chiede la stampa. Ma in ballo non c'è solo il destino di un ministro: in una storia dove sono talmente evidenti i rapporti tra un certo mondo e il potere politico, è in gioco anche la rielezione del presidente. Ségolène Royal lo ha capito e si è lanciata all'attacco: "Il sistema Sarkozy è corrotto". Il caso Bettencourt non è più un affare di famiglia. (01 luglio 2010) © Riproduzione riservata http://www.repubblica.it/esteri/2010/07/01/news/soldi...]]></description><pubDate><![CDATA[01/07/2010 0.00.00]]></pubDate><link><![CDATA[http://www.ilblogdiarlecchino.net/reply.aspx?id_post=341]]></link></item></channel></rss>