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GIALLO PASOLINI

Giallo Pasolini

di Carla Benedetti


Il capitolo perduto di 'Petrolio' esisteva davvero. Legava la morte di Mattei a una congiura italiana.

Un'intuizione che valeva una condanna a morte
 

Perché un inedito di Pasolini provoca tanto rumore e stranezza di comportamenti? Annunciato il 2 marzo da Marcello Dell'Utri in una conferenza stampa, avrebbe dovuto essere esposto alla Mostra del Libro Antico di Milano il 12 marzo. Ma alla data stabilita l'inedito non c'era. Che le carte di un grande scrittore, conservate a lungo nel segreto di qualche cassa, attirino molta curiosità, è più che naturale. È successo anche con le 11 lettere private di J. D. Salinger. Dopo la sua morte, avvenuta in gennaio, si è deciso di esporle alla Morgan Library di New York, le prime quattro il 16 marzo, le altre il 13 aprile. La notizia ha avuto grande eco sulla stampa internazionale. E il 16 marzo le lettere erano lì. E certo ci saranno anche le altre, alla data prevista. Ma in Italia le cose vanno in un altro modo. Dell'Utri si giustifica così: il clamore sorto attorno alla notizia ha "spaventato" chi gli aveva mostrato e promesso l'inedito. Anche le lettere di Salinger hanno suscitato clamore, ma nessuno si è tirato indietro per questo. C'è anche chi pensa che l'annuncio del senatore Dell'Utri, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, fosse un avvertimento in codice, rivolto a non si sa chi.

Comunque sono andata alla Mostra di Milano a vedere con cosa avessero rimpiazzato l'inedito. In una teca di vetro, assieme alle prime edizioni delle opere di Pasolini, c'era 'Questo è Cefis', di cui dirò dopo. E accanto, un libro ancora più strano, intitolato 'L'uragano Cefis'. Autore Fabrizio De Masi, editore non si sa, perché il nome in copertina e sulla costola era coperto di bianchetto. La didascalia diceva 'a cura di L. Betti, G. Raboni e F. Sanvitale'. Non poteva essere. Ho chiesto perciò di poter aprire quel libro. Sono andati a cercare il curatore, ma non sono riusciti a trovarlo. Poi mi hanno detto, un po' imbarazzati, che per ordini superiori quel libro non si poteva mostrare.

Ma torniamo all'inedito. Dell'Utri dice che è un capitolo trafugato di 'Petrolio', l'opera a cui Pasolini stava lavorando al momento della morte. Precisamente quello intitolato 'Lampi sull'Eni', di cui nell'edizione in volume è rimasto solo il titolo e una pagina bianca. Come si poteva allora pensare che un simile scoop non avrebbe scatenato l'attenzione di tutti i giornali? Pasolini non è meno noto di Salinger, né meno avvolto di mistero. Di Salinger si ignora quasi tutto sulla vita. Di Pasolini si ignora quasi tutto sulla morte. Nonostante siano passati 35 anni, ancora non si conoscono né gli autori del delitto né i moventi.

Esiste, certo, una ricostruzione ufficiale, che parla di una rissa di natura sessuale tra due persone e di cui ci si è accontentati per anni. La riportano anche le storie letterarie. Molti letterati ci hanno ricamato su: la "morte poetica" di Pasolini, il suo "capolavoro"! Una morte "sacrificale", persino "cercata". Giuseppe Zigaina, amico di Pasolini, ha scritto per Marsilio ben cinque libri, in cui sostiene che lo scrittore avrebbe "organizzato" la propria morte per "entrare nel mito". Tutto questo oggi suona grottesco, persino ambiguo. Quella versione, che tanto piace ai letterati, si è rivelata sempre più come una copertura, servita a sviare le indagini e a celare un altro tipo di delitto. Già il tribunale di primo grado condannò il diciassettenne Pino Pelosi assieme a ignoti, lasciando aperte molte domande. Ma poi, nel 2005, scontata la pena, Pelosi ha ritrattato, e ha detto di essersi accusato dell'omicidio perché sotto minaccia. Sono emerse anche altre testimonianze a suo tempo trascurate dagli inquirenti. Sono venute allo scoperto le negligenze e le coperture che hanno accompagnato fin dall'inizio tutta la vicenda. Molti le hanno raccontate: Gianni Borgna e Carlo Lucarelli nel saggio 'Così morì Pier Paolo Pasolini' ('Micromega' n. 6, 2005); Gianni D'Elia in 'L'eresia di Pasolini' e 'Il petrolio delle stragi' (Effigie, 2005 e 2006); Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in 'Profondo nero' (Chiare lettere, 2008). Dopo la ritrattazione di Pelosi il Comune di Roma, con Veltroni sindaco e Borgna assessore alla Cultura, si è costituito parte offesa. Ma la Procura non ha ritenuto necessarie nuove indagini. C'è stato un appello lanciato dalla rivista 'Il primo amore' (n. 1, 2006) per chiedere la riapertura del processo, firmato da un migliaio di persone in Italia e all'estero, e presentato al presidente della Repubblica. E nel 2009 una nuova istanza è stata depositata alla Procura di Roma dall'avvocato Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini.

La storia d'Italia è piena di capitoli oscuri: bombe, omicidi, finti suicidi, sparizioni, finti incidenti, Mattei, De Mauro, Feltrinelli, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, Rostagno, Ilaria Alpi, D'Antona, Biagi, Michele Landi, Ustica... A ogni morte un fascicolo distrutto, un memoriale scomparso, un computer manomesso. Anche l'omicidio di Pasolini è uno di quei capitoli bui? Lo strano caso del manoscritto annunciato e ritirato si inserisce in questo quadro.

'Petrolio' uscì postumo da Einaudi nel 1992, 17 anni dopo l'omicidio, un ritardo solo in parte giustificato dall'incompiutezza del manoscritto. A curarne l'edizione furono Graziella Chiarcossi (erede di Pasolini, e moglie dello scrittore Vincenzo Cerami), Maria Careri e Aurelio Roncaglia. Secondo la Chiarcossi (intervistata da Paolo Mauri su 'Repubblica' del 31 dicembre 2005) Pasolini ha lasciato in bianco quel capitolo. Eppure in una pagina di 'Petrolio' quel capitolo viene richiamato come se fosse già scritto: "Per quanto riguarda le imprese antifasciste (.) della formazione partigiana guidata da Bonocore (Enrico Mattei, nella finzione del romanzo) ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato 'Lampi sull'Eni', e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria" (p. 97). Nico Naldini, cugino e biografo di Pasolini, intervistato il 5 marzo su 'il Giornale' e 'l'Avvenire', ribadisce la negazione: "Per quanto ne so, non esiste alcun capitolo scomparso di 'Petrolio', con risvolti inquietanti sull'Eni". Eppure della scomparsa di quel capitolo si sospetta da tempo, anche perché, stando alle dichiarazioni di Pasolini, 'Petrolio' avrebbe dovuto essere molto più lungo di quello che ora abbiamo. Ma quel che stupisce è la frettolosità, anche da parte di alcuni giornali, nel negare che questo inedito possa esistere, e nell'irridere chi chiede spiegazioni.

Mentre la convinzione che il capitolo esiste si fa strada tra molti (anche il curatore dell'esposizione pasoliniana alla Mostra, Alessandro Noceti, su 'il Giornale' del 4 marzo dice che quelle pagine "erano all'interno di una cassa. La cassa apparteneva ad un Istituto che ne è anche proprietario"), Walter Siti, curatore dell'Opera omnia di Pasolini (Meridiani, Mondadori), intervistato da Francesco Erbani su 'Repubblica' del 4 marzo, non pare scosso da dubbi: "La stessa idea di un capitolo mancante contrasta con la struttura di 'Petrolio', un testo già di per sé così lacunoso". Giusto, di lacune ce ne saranno diverse. Ma cosa pensa il curatore di quella in particolare? L'edizione sua e di Silvia De Laude, molto accurata nelle note filologiche, non nota niente sul perché Pasolini rinvii il lettore proprio a quel capitolo in bianco.

Ma le stranezze non finiscono qui. Se quelle pagine esistono, da chi e come sono state prese? Graziella Chiarcossi nega che ci sia stato un furto di carte nella casa di Pasolini, in cui viveva con il cugino. E lo nega anche Naldini. Ma un altro cugino, Guido Mazzon, sostiene che il furto ci fu. Ne aveva già parlato D'Elia nel suo libro. E ora Mazzon lo riconferma a Paolo Di Stefano sul 'Corriere della Sera' del 4 marzo. "Nel '75, dopo la tragedia di Pier Paolo, Graziella chiamò mia madre per dirle di quel furto. Quando mia madre me lo riferì, pensai: 'Accidenti, con quel che è capitato ci mancava pure questa'. E pensai anche: 'Strano però, che senso ha andare a trafugare le carte di un poeta?'".

Ma cosa ci sarebbe di tanto inquietante in quelle pagine? Appena uscito, 'Petrolio' suscitò un grande dibattito e molta attenzione tra i critici. Io stessa, assieme a Maria Antonietta Grignani, gli dedicammo nel 1993 un convegno all'Università di Pavia. Si trattava di un'opera assai insolita, sia per la forma sia per il contenuto. Non è scritta come lo sono normalmente i romanzi. Non c'è un narratore che racconta una storia, ma un autore che costruisce man mano il progetto di un romanzo da farsi. Ed è in questa forma che Pasolini pensava di pubblicarlo. Egli aveva del resto già sperimentato questa peculiare forma-progetto in opere cinematografiche come 'Appunti per un film sull'India' e 'Appunti per un'Orestiade africana'. E anche nella 'Divina mimesis', data alle stampe poco prima della morte. Quanto al tema, a me è sempre apparso come un'opera sul potere, che cerca di renderlo visibile in tutte le sue forme, attraverso visioni. Vi si parla anche di stragi, di bombe alla stazione, dell'Eni, che Pasolini considera "un topos del potere". E anche della morte di Mattei. Non potevano del resto mancare questi ingredienti in un libro intitolato 'Petrolio', il vello d'oro di oggi, per il quale si fanno le guerre e viaggi in Oriente, come li fece Mattei, come un tempo li fece Giasone con gli Argonauti (altro tema del libro). All'Eni avrebbero dovuto essere dedicati dieci appunti, dal 20 al 30, tutti però mancanti, eccetto il 22 e il 23. Ne è rimasto però uno schema riassuntivo finale. Si intitola 'Storia del problema del petrolio e retroscena', che contiene uno specchietto e questa annotazione: "In questo preciso momento storico (.) Troya (nome nella finzione dato a Cefis) sta per essere fatto presidente dell'Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei)". E poco dopo scrive: "Inserire i discorsi di Cefis". Quindi Pasolini spiega il delitto Mattei in modo diverso da quello più accreditato. Non chiama in causa gli interessi americani, le sette sorelle, l'Oas, i servizi segreti. No. Mattei è stato ucciso per far posto a Troya, cioè a Cefis. Chi prese quelle carte doveva essere a conoscenza del contenuto. Ma non lavorò alla perfezione. Forse per la fretta lo schema gli sfuggi?

Nel gennaio 2001 lessi su 'la Stampa' un articolo sulla morte di Mattei. Parlava di nuove indagini del giudice Vincenzo Calia della Procura di Pavia. Con un lavoro di anni aveva ricostruito questo scenario: Mattei fu fatto fuori da un'oscura regia politico-istituzionale tutta interna all'Italia, di cui Cefis teneva le fila. Le stesse conclusioni di Pasolini 25 anni prima. E probabilmente le stesse a cui era giunto Mauro De Mauro, il giornalista scomparso a Palermo nel 1970, a cui il regista Francesco Rosi chiese di indagare sugli ultimi giorni di Mattei per il film che stava girando. L'articolo parlava di 'Petrolio' e per questo attirò la mia attenzione. Il magistrato aveva inserito nell'istruttoria la pagina con lo specchietto.

Ho incontrato il giudice Calia a Roma nel 2003 a un convegno su Pasolini. Tra i relatori c'era anche il senatore Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione parlamentare sulle stragi, che sottolineò l'esattezza delle conclusioni di Pasolini in 'Petrolio' riguardo alla duplice natura delle stragi. Finito il convegno ci fermammo a parlare con Calia, seduti a un tavolo, con Borgna, D'Elia, e altre due persone di cui non ricordo. Quella conversazione andò avanti per ore. Calia aveva portato uno strano libro, 'Questo è Cefis': proprio il volume che ho visto alla Mostra di dell'Utri. Pubblicato nel 1972 con lo pseudonimo di Giorgio Steimez dall'Agenzia Milano Informazioni, di Corrado Ragozzino. Finanziato da Graziano Verzotto, amico di Mattei, con funzione di avvertimento o di minaccia nei confronti di Cefis, il libro fu fatto subito sparire dalla circolazione. La moglie di Calia l'aveva trovato per caso su una bancherella. E ci spiegò, testo alla mano, che nell'Appunto 22 ('Il cosiddetto impero dei Troya'), le informazioni di Pasolini su Cefis venivano da lì. Ricordo la serietà e la sobrietà del magistrato, da cui traspariva un'alta statura umana. Io dissi qualcosa sulla 'Divina Mimesis', il cui autore si dà per "morto, ucciso a colpi di bastone a Palermo". La sua reazione fu di voler andare immediatamente in libreria a comprare quel libro, che non conosceva. Ma erano già le dieci di sera. Era convinto che si riferisse a De Mauro (non al Gruppo 63, ostile a Pasolini, e riunitosi a Palermo, come leggono molti critici). A un certo punto posi al magistrato una domanda diretta: "Ma è possibile che facciano fuori uno scrittore?" La risposta fu: "Possibilissimo. E se vuole la mia opinione, io ne sono convinto". Quelle parole mi lasciarono un segno e un senso di vertigine.

Se quelle pagine venissero recuperate, non sarebbero solo un prezioso ritrovamento letterario. Finché l'assassino siede sul trono di Danimarca, il fantasma del re ucciso non ha pace. E nemmeno il figlio. Non ci sarà pace finché il mondo resterà così fuori dai cardini, con i colpevoli impuniti e le storie letterarie che raccontano di Pasolini ucciso mentre tentava di violentare un ragazzo.

(29 marzo 2010)
da espresso.repubblica.it


Pubblicato : 29/03/2010 da CARLA BENEDETTI ( espresso.repubblica.it) | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

La chiocciolina scarabocchio dell'ingegnere esteta

24/3/2010

La chiocciolina scarabocchio dell'ingegnere esteta
 
MARCO BELPOLITI

A mettere in circolazione il simbolo @, come si sa, è stato un ingegnere americano, Ray Tomlinson, nel 1971, quando, dovendo varare gli indirizzi di posta elettronica, pensò bene di usare questo simbolo, presente nelle tastiere dei computer, proprio perché all’epoca assai poco utilizzato. Eppure @ non è altro che un’altra scrittura di &, ed indicano entrambe la medesima cosa: et e la e latine. La fusione delle due lettere è molto antica: la T è completamente sformata, come se il segno consistesse in una sola lettera E e in una T rovesciata. Jan Tschichold, uno dei maggiori teorici della tipografia, ha dedicato un intero saggio alla storia di &, e dunque di @; egli cita esempi presenti nei graffiti pompeiani e nella scrittura corsiva romana. Ma è solo nel Seicento che l’uso della & è diventato consueto, per trionfare in assoluto nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Poi di colpo questo segno grafico e tipografico declina.

La &, ha scritto Gerard Unger, uno dei più celebrati disegnatori di caratteri degli ultimi vent’anni, suggerisce l’idea di «una ditta rispettabile, un servizio affidabile». È solo in inglese che questa lettera composta, intreccio e anello al tempo stesso, ha acquisito un nome, come sapeva bene Tomlinson: ampersand, forma contratta di «and per se and». Purtroppo sovente la & e la @ vengono intese come cifre, mentre si tratta di un unico segno composto di due lettere. Provare a vederle una dentro l’altra è un buon esercizio visivo, ma non è agevole e neppure facile.

L’introduzione della &, e poi della @, deriva dalla necessità di abbreviare, vero demone dei nostri giorni: velocità e semplificazione. Lo scriba che ha utilizzato per primo la & calligrafica, di cui Tschichold dà vari esempi con svolazzi e segni, al posto della et non lo faceva solo per risparmiare, ma per ragioni estetiche, ovvero variare la propria attività faticosa e ripetitiva, compiere un gesto anche bizzarro, e insieme far gustare al lettore il piacere del capriccio, svolazzo e ghirigoro.

Unger paragona la & alla cravatta e sostiene che, se le convenzioni sociali obbligano a indossare austeri completi di giacca e calzoni in tinta unita, il tocco di fantasia spetta alla & quale cravatta. Un atto estetico, ma anche concettuale che si conserva nella @. Giusto dunque che entri al Moma, in mezzo ai grandi della grafica, lettera anonima che ci fa così personali nella comunicazione di tutti i giorni. Un modo di fare nodi alle lettere nel momento in cui ci scambiamo messaggi.

da lastampa.it


Pubblicato : 24/03/2010 da MARCO BELPOLITI da lastampa.it | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Addio a Lauretta Masiero

L'attrice si è spenta in una clinica romana dove era ricoverata da tempo. Aveva 82 anni

A dare la notizia è stato il figlio Gianluca Guidi, nato dalla relazione con Johnny Dorelli

Addio a Lauretta Masiero

Una vita dal varietà al cinema

Aveva cominciato a teatro come ballerina. Danzando negli spettacoli di Wanda Osiris e poi di Macario


ROMA - La storia del varietà italiano dice addio a una delle sue stelle. Nata 82 anni fa a Venezia, Lauretta Masiero oltre che in teatro, aveva lavorato al cinema prima e poi sul piccolo schermo in bianco e nero che l'aveva portata nelle case di tutti.

Bellissima, aveva cominciato la sua carriera nel teatro di varietà come ballerina. Danzando negli spettacoli di Wanda Osiris e poi di Macario, nel 1945. Assieme a Garinei e Giovannini interpretò poi una lunga serie di spettacoli primo dei quali, nel 1952, Attanasio cavallo vanesio. Agli spettacoli del repertorio classico la Masiero alternò quelli del repertorio comico-brillante, tra cui La pappa reale al fianco di Andreina Pagnani, che le diede la popolarità. Si cimentò anche con testi di autori drammatici, recitando con le maggiori compagnie del panorama nazionale, fra le quali la Masiero-Calindri-Volpi-Zoppelli, la Masiero-Lionello-Pagnani, la Masiero-Volonghi e la Masiero-Foà. Insieme ad Alberto Lionello, Aroldo Tieri e Lilli Lembo nel 1960 condusse anche Canzonissima, quando vinse Romantica di Tony Dallara. Di Lauretta si innamorò Johnny Dorelli e dalla loro relazione è nato Gianluca Guidi. E' stato lui a dare la notizia della morte. L'attrice si è spenta in una clinica romana dove era ricoverata da tempo.

Fra il 1965 e il 1966 aveva impersonato l'eclettica giornalista-investigatrice Laura Storm, nell'omonimo sceneggiato televisivo RAI (Le avventure di Laura Storm). Dedita al judo e al karate, Laura Storm, il cui vero nome era Laura Persichetti, indossava un trench bianco e scarpe con tacco a spillo. Era la risposta femminile del tenente Sheridan. Nel cast c'era anche Aldo Giuffrè, che interpretava il capo redattore-fidanzato sempre deluso per dover rinviare continuamente le nozze dalla fidanzata-investigatrice ogni volta alle prese con un nuovo caso. E c'era Oreste Lionello nel ruolo di Michelino Colnaghi, fotografo e braccio destro di Laura Storm. Alle prime quattro puntate della serie - che andò in onda in due stagioni - partecipò anche Vittorio Mezzogiorno.

Tra i suoi film più famosi, Siamo tutti milanesi (1953), Baracca e burattini (1954), Gran Varietà (1954) nel ruolo della bellissima ragazza, Totò a Parigi (1958) nel ruolo dell'aiutante del marchese e della zingara, Marinai, donne e guai (1958) nel ruolo di Mademoiselle Ester, Sua Eccellenza si fermò a mangiare (1961) nel ruolo di Lauretta, Cacciatori di dote (1961) nel ruolo di Alba Ibanez e Il viaggio di Capitan Fracassa (1990) nel ruolo di Lady Leonarde.

(23 marzo 2010)
da repubblica.it


Pubblicato : 24/03/2010 da da repubblica.it | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Il docente deve trasmetterci la passione

Le iniziative del corriere|Philosophia.

Il cammino del pensiero

Per essere filosofi ci vuole un maestro

Insegnare vuol dire sedurre. Il docente deve trasmetterci la passione


«C’è più da fare a interpretare le interpretazioni che a interpretare le cose, e ci sono più libri sui libri che su altri argomenti: non facciamo che commentarci a vicenda. Tutto pullula di commenti; di autori, c’è grande penuria»: adesso più che mai le parole di Montaigne, nella splendida e ormai storica traduzione di Fausta Garavini, suonano di grande attualità. Proprio in questi ultimi anni, a causa di una serie di insensate e sciagurate riforme, i classici della filosofia e della letteratura occupano un posto sempre più marginale nelle scuole e nelle università. Gli studenti percorrono le tappe della loro carriera nutrendosi di manuali, commenti, antologie, bignamini di ogni genere. Sentono parlare e leggono notizie di oggetti, i classici, di cui, nei casi migliori, conoscono solo qualche pagina presente nei numerosi «florilegi» che hanno invaso il mercato dell’editoria scolastica e universitaria.

Purtroppo questa tendenza non nasce dal nulla. Al contrario: diventa espressione di una società sempre più stregata dal mercato e dalle sue leggi. La scuola e le università sono state equiparate alle aziende. I presidi e i rettori, spogliati dei loro panni abituali di professori, vestono gli abiti di manager. Spetta a loro far tornare i conti, rendere competitive le imprese di cui sono a capo. Innanzitutto il «profitto»: bisogna rispettare i tempi nei parametri previsti dai nuovi protocolli ministeriali.

Ma allora che fare? Invitare gli studenti a lavorare di più per compiere il loro itinerario nei tempi e nei modi migliori? Oppure ridurre le difficoltà per rendere più agevole il raggiungimento del traguardo? Questi anni di applicazione della riforma hanno ormai rivelato con chiarezza che è stata la scelta della semplificazione, per non dire della banalizzazione, a dettare legge negli atenei. Fatta salva qualche piccola isola, ormai la pedagogia edonistica ha incancrenito i gangli vitali dell’insegnamento. Pensare di inserire la lettura integrale dei «Saggi» di Montaigne o di qualche dialogo di Platone potrebbe essere considerato come una seria minaccia alla prosperità dell’azienda e l’incauto professore potrebbe finire anche sotto «processo».

Eppure, come ricorda George Steiner, sembra impossibile concepire qualsiasi forma di insegnamento senza i classici. L’incontro tra un docente e un discente presuppone sempre un «testo» da cui partire. Senza questo contatto diretto sarà difficile che gli studenti possano amare la filosofia o la letteratura e, nello stesso tempo, sarà molto improbabile che i professori possano esprimere al meglio le loro qualità per stimolare passione e entusiasmo nei loro allievi. Si finirà per spezzare definitivamente quel filo che aveva tenuto assieme la parola scritta e la vita, quel circolo che ha consentito a giovani lettori di imparare dai classici ad ascoltare la voce dell’umanità e, poi col tempo, dalla vita a comprendere meglio i libri di cui ci si è nutriti. Gli assaggi di brani selezionati non bastano. Un’antologia non avrà mai la forza di suscitare reazioni che solo la lettura integrale di un’opera può provocare.

E all’interno del processo di avvicinamento ai classici, anche il professore può svolgere un ruolo importantissimo. Basta leggere le biografie o le autobiografie di grandi studiosi per trovare quasi sempre un riferimento a un docente che durante gli studi liceali o universitari è stato decisivo per orientare gli interessi verso questa o quella disciplina. Ognuno di noi ha potuto sperimentare quanto l’inclinazione per una specifica materia sia stata, molto spesso, determinata dal fascino e dall’abilità dell’insegnante.

Le lezioni tenute da alcuni grandi maestri nei saloni di Palazzo Serra di Cassano a Napoli testimoniano l’importanza dell’insegnamento nella trasmissione del sapere. Migliaia di giovani—nel corso dei decenni in cui Gerardo Marotta ha trasformato la sede storica dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici in una palestra per formare le nuove generazioni —hanno avuto l’opportunità e il privilegio di ascoltare direttamente la parola di studiosi straordinari come Hans George Gadamer, Giovanni Pugliese Carratelli, Paul Ricoeur, Jean Starobinski, Eugenio Garin e tanti altri invitati di fama internazionale. La serie di dvd proposta dal «Corriere della Sera» permette oggi a un pubblico più vasto di rivivere momenti eccezionali di un’esperienza straordinaria. E, soprattutto, consente ai più giovani di incontrare alcuni grandi maestri che purtroppo ci hanno lasciato.

Attraverso molti di questi dvd è possibile capire che l’insegnamento implica sempre una forma di seduzione. Si tratta, infatti, di un’attività che non può essere considerata un «mestiere», ma che nelle sue forme più nobili e più autentiche presuppone una vera e propria vocazione. «Una lezione di cattiva qualità — ammonisce George Steiner—è quasi letteralmente un assassinio e, metaforicamente, un peccato». L’incontro autentico tra un maestro e un allievo non può prescindere dalla passione e dall’amore. «Non si impara a conoscere — ricorda Max Scheler citando le parole da lui attribuite a Goethe — se non ciò che si ama, e quanto più profonda e completa ha da essere la conoscenza, tanto più forte, energico e vivo deve essere l’amore, anzi la passione».

Oggi purtroppo le aziende dell’istruzione, più attente alla quantitas che alla qualitas, chiedono ben altro ai loro docenti. Il processo di burocratizzazione che ha pervaso scuole e università prevede per prima cosa la partecipazione attiva alla cosiddetta vita amministrativa. Lo studio e la ricerca sembrano un lusso da negoziare con le autorità accademiche. Quel fenomeno che aveva tenuto assieme, fino a non molti anni fa, insegnamento e lavoro scientifico nelle università italiane appare sempre più un miracolo improbabile.

Non è impossibile immaginare che le stesse biblioteche — quei «granai pubblici », come ricordava l’Adriano della Yourcenar, in grado di «ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire » — finiranno, a poco a poco, per trasformarsi in polverosi musei. All’interno di questo contesto sarà difficile immaginare un docente che insegni con amore e passione e studenti pronti a lasciarsi infiammare. «La gente —annotava Rilke—(con l’aiuto di convenzioni) ha dissoluto tutto in facilità e dalla facilità nella più facile china; ma è chiaro che noi ci dobbiamo tenere al difficile ».

Il sapere, come ricordava Giordano Bruno e come ricordano tanti classici della filosofia e della letteratura, non è un dono ma una faticosa conquista.

Nuccio Ordine

17 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Pubblicato : 22/03/2010 da NUCCIO ORDINE (da corriere.it) | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Aldo Busi ha finalmente ottenuto l’anatema ...

19/3/2010 - LA POLEMICA

Busi in tv salta il tappo par condicio


GIANLUCA NICOLETTI

Aldo Busi ha finalmente ottenuto l’anatema che tanto ha cercato. Ora nel martirologio degli eretici potrà giganteggiare come vittima sacrificale per eccellenza, offuscando le ultime agiografie degli esclusi, dei reietti, degli azzittiti, epurati, dimezzati, ridotti.

È stato un colpo d'ala magistrale, ammesso che il suo scopo sia stato quello di trattare il fluido mediatico come la formaldeide che è usata per dare vita apparente alle salme. Altrimenti se avesse voluto veramente lanciare un messaggio dirompente, non avrebbe sferrato un attacco al vertice così carente di arguzia. Forse nemmeno aveva premeditato fino in fondo quelle parole su Ratzinger, al limite a Busi sarebbe bastato tenere il Papa fuori della sua arringa contro la Chiesa in nome della libera adozione per i gay, e forse se la sarebbe cavata con la solita pubblica abiura per chi oltraggia la religione, come un qualsiasi bestemmiatore da reality.

Avrebbe potuto così anche lui sedere nel divanetto dei reduci, accanto alla Lecciso e a qualche altro sopravvissuto di minor fama, quindi continuare ad esistere per il grande pubblico della tv generalista. In fondo questo accomunava lo scrittore con la ridda plebea di ex noti o sconosciuti, come tronisti, culturisti, subrettine e nonnette al silicone da cui aveva così decisamente preso le distanze prima di pronunciare il suo cosmico oltraggio.

Eppure lo sapeva Busi che, dopo aver mandato sull'isola della riesumazione dei morti di fama ogni residuo dello star system televisivo, l'intellettuale e scrittore ci stava anche bene per sparigliare il già visto, ma pure una salutare rinfrescatina al «servizio pubblico» in fase appannata. La parte che si aspettava, però Aldo Busi non l'ha tenuta nemmeno un istante, anzi ha capovolto completamente il suo ruolo e si è trasformato in un satiro coprolalico, infoiato fino allo spasimo di Simona Ventura.

Nessuno avrebbe protestato se avesse continuato a declamare i suoi poemi al pelo pubico della bionda signora, anzi il fatto che a trattare la Simo da oggetto sessuale fosse un gay dichiarato metteva pure a posto tutte le coscienze, era una farsa e quindi la virtù della sacerdotessa sui trampoli sarebbe comunque stata salva.

Alla quarta fatidica puntata però… Con due parole ha provocato uno scavallamento di ruolo irreversibile. Ha messo in mezzo il Papa in contesto così poco «da intellettuale» che ha provocato l'immediato e cocente sdegno corale da parte dei tanti politici di ogni segno che ieri hanno, grazie a Busi l'apostata, lenito la loro crisi d'astinenza da dichiarazione indignata.

All'unisono hanno richiesto la pena suprema. Sia scomunicato il reprobo che ha rotto l'idillio della tv profumata dall'arbre magique della par condicio. La Rai ha così preso al volo l'occasione di punirne uno per educarne cento. Ora Busi è esiliato da tutte le televisioni dell'Impero e vagherà «Esecrato, maledetto ed espulso», ma a differenza di Spinoza, solo fino alla prossima catartica ospitata riparatrice.

da lastampa.it


Pubblicato : 16/03/2010 da GIANLUCA NICOLETTI (lastampa.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Norberto Bobbio: sono ancora qui...

cultura

15/10/2009 -

Norberto Bobbio è ancora qui


MICHELANGELO BOVERO
TORINO

«Sono ancora qui». Con queste parole Norberto Bobbio apriva la seconda parte del saggio De senectute, scritta nel 1996, alla soglia degli ottantasette anni. Ci ha lasciati otto anni più tardi, all’inizio del 2004. Eppure noi, oggi, possiamo dire (sottovoce, senza enfasi) «è ancora qui». E noi siamo qui, convenuti da più parti del mondo, per festeggiare i suoi cent’anni, per parlare non solo di lui, ma idealmente con lui dei problemi del nostro mondo, prolungando quel colloquio che molti di noi hanno intrattenuto con lui per lunghi decenni.

Nel 1984, in occasione della festa per i suoi settantacinque anni, Bobbio diede una prova tra le più significative del suo caratteristico atteggiamento verso se stesso. Disse che gli era facile immaginare che uno studioso, in un futuro non lontano, imbattendosi per caso in qualcuno dei suoi libri tra gli scaffali polverosi di una biblioteca, avrebbe mormorato tra sé e sé, come il don Abbondio manzoniano: «Bobbio, chi era costui?». Non credo che accadrà, anche se la storia della fortuna e della sfortuna delle opere di pensiero è a volte capricciosa. Un poco, forse, dipende anche da noi: da quanti ritengono che la lezione di Bobbio debba continuare ad essere ascoltata.

La traduzione portoghese, pubblicata in Brasile, del De senectute reca un titolo che Bobbio trovò particolarmente felice: Il tempo della memoria. Alla memoria, al bisogno morale di mantenerla viva, è dedicata la mostra Bobbio e il suo mondo. Storie di impegno e di amicizia nel Novecento, frutto del paziente lavoro di Paola Agosti e Marco Revelli, che verrà inaugurata questa sera, tra qualche ora. Questo convegno, il nostro convegno inaugurato questa mattina dal Presidente Giorgio Napolitano, ha un’ispirazione, e un’aspirazione, affine ma peculiare. La esprimerei così. Per molti di noi, certo per me, stemperato il dolore del distacco, è venuto il tempo della nostalgia. Bobbio ci manca. Manca non solo alle cerchie dei suoi affetti, dalle più intime alle più vaste, la famiglia, gli amici, gli allievi. Manca, e quanto!, alla cultura e alla vita civile, specialmente di questo paese. Sentiamo nostalgia: certo dell’affetto, ma anche dei concetti di Bobbio. Sentiamo l’esigenza — acuta, in tempi oscuri — di attingere ancora alla sua proverbiale chiarezza. Che non è soltanto uno stile, una dote di nitore nella scrittura. E’ l’effetto, che si riverbera sulla scrittura, del suo modo di pensare, di affrontare i problemi andandovi al cuore, superando equivoci e confusioni, involontarie o interessate. E’ un effetto, e uno specchio, del suo rigore intellettuale e morale. Un effetto, appunto, di rischiaramento delle menti. Di illuminismo, nel significato più semplice ed essenziale della parola.

Questo convegno intende non tanto celebrare la figura intellettuale e morale di Norberto Bobbio; e neppure propriamente ricostruire il suo pensiero, impresa del resto assai ardua per la vastità e complessità dell’opera che Bobbio ci ha lasciato. Vuole piuttosto provare a rinnovare l’effetto illuminante, illuminista, delle sue «categorie mentali». Uso questa formula perché è quella impiegata da Bobbio nel delineare una delle caratteristiche degli scrittori classici. (Inutile dire che in questo momento sento la voce di Bobbio che mi rimprovera aspramente.) Secondo Bobbio, classico è un autore che «ha costruito teorie-modello di cui ci si serve continuamente per comprendere la realtà, anche una realtà diversa da quella da cui le ha derivate e a cui le ha applicate, e sono diventate nel corso degli anni vere e proprie categorie mentali». Sono ancora in grado le categorie di Bobbio, l’albero delle fitte ramificazioni concettuali che innervano l’opera bobbiana, di orientarci nella comprensione della realtà, della nostra realtà, in parte già mutata rispetto al tempo — ai diversi tempi — in cui Bobbio le ha elaborate? In questa domanda è racchiuso, in sintesi, lo spirito del nostro convegno, almeno secondo l’ispirazione di quanti lo hanno promosso.

Abbiamo cercato di formulare quest’idea nel titolo. Le due espressioni che lo compongono non corrispondono, rispettivamente, ad un titolo e un sottotitolo. Dal Novecento al Duemila è piuttosto un pre-titolo: vuole richiamare, per un verso, l’oggetto della mostra, Bobbio e il suo tempo, il Novecento; per l’altro, vuole indicare il passaggio al nostro tempo, quel ventunesimo secolo che Bobbio ha sfiorato ma non gli appartiene, e che rispetto al «tempo della memoria» rivissuto nelle immagini della mostra rappresenta il futuro, il nostro presente, appena cominciato. Il futuro di Norberto Bobbio è il vero titolo del convegno, e sono consapevole che può suonare stravagante. Allude anzitutto al titolo dell’opera di Bobbio forse più largamente conosciuta, Il futuro della democrazia. Del resto, chi scorra il nostro programma troverà facilmente nei titoli di molte relazioni l’eco di altri notissimi titoli di Bobbio.

Bobbio ha sempre avuto verso il futuro un atteggiamento di preoccupata diffidenza. Aveva accettato quella formula, per il saggio che poi darà il titolo al suo libro più famoso, perché legata al convegno nel quale avrebbe dovuto presentarlo come relazione, e che gli organizzatori avevano chiamato 1984: comincia il futuro. Ma subito all’inizio del testo ne prendeva le distanze, citando due grandi classici: prima Hegel, «Il filosofo non s’intende di profezie»; poi Max Weber, «La cattedra non è né per i demagoghi né per i profeti». E aggiungeva: «il mestiere del profeta è pericoloso», perché «ognuno di noi proietta nel futuro le proprie aspirazioni e inquietudini, mentre la storia prosegue il suo corso indifferente alle nostre preoccupazioni». Ammise in varie circostanze che le proprie previsioni, le poche volte che ne aveva azzardata qualcuna, si erano quasi sempre rivelate sbagliate. Superfluo aggiungere che si trattava quasi sempre di previsioni infauste, se non catastrofiche, dettate da quello che Gregorio Peces-Barba ha chiamato il «pessimismo biologico» di Bobbio. Voglio darne un esempio, che riguarda proprio il passaggio dal Novecento al Duemila. In un saggio scritto nel 1981, si legge: «Per quel che riguarda la fine del nostro secolo, ne siamo ancora troppo lontani per trovarci nello stato d’animo proprio della fin de siècle, tanto più che questa volta la fine del secolo coincide con la fine del millennio, e le cose si complicano. A giudicare dall’unico precedente di cui abbiamo testimonianza, le previsioni non dovrebbero essere molto allegre. Si tratta nientemeno della fine del mondo. La prima volta l’attesa andò delusa. Questa volta i pronostici sono meno rassicuranti».

Ma il pessimismo di Bobbio non era solo un dato biologico. Era anche un atteggiamento consapevole ed anzi liberamente assunto, talvolta polemicamente affermato e persino rivendicato come necessario compagno della serietà e del senso di responsabilità. Nel 1977 scrisse un articolo sul «dovere di essere pessimisti». In un’altra occasione affermò: «Non dico che tutti gli ottimisti siano fatui. Ma certamente tutti i fatui sono ottimisti». E tuttavia, la figura del Bobbio pessimista non deve diventare uno stereotipo. Sarebbe un’immagine unilaterale e fuorviante: rischierebbe di mettere in secondo piano la tensione ideale, che attraversa tutta la sua opera, verso «un mondo più civile e più umano».

Il titolo del nostro convegno non allude però alla concezione teorica del futuro, né all’atteggiamento pratico, psicologico e morale, di Bobbio verso il futuro. Con la formula Il futuro di Norberto Bobbio abbiamo inteso indicare, a noi stessi e agli studiosi che hanno accettato di partecipare al convegno, un duplice orizzonte di riflessione. Nel primo, si tratta di saggiare l’efficacia, il vigore attuale delle costruzioni concettuali — le «categorie mentali» — di Bobbio mettendole alla prova nell’analisi del mondo contemporaneo. L’ipotesi da cui siamo partiti è che alcune grandi questioni del nostro tempo possano utilmente essere inquadrate ed affrontate anche a partire dal pensiero di Bobbio: le condizioni presenti della democrazia, dei diritti umani, della pace; il destino del diritto, dello stato di diritto e della costituzione in tempi di globalizzazione; le sorti delle grandi correnti politiche del Novecento, come il liberalismo e il socialismo, e il rapporto tra politica e cultura nel nuovo secolo. In un secondo orizzonte di riflessione, si tratta di valutare la tenuta e forse la stessa credibilità, oggi, della prospettiva ideale di Bobbio, dei suoi principi e dei suoi valori. Non sfuggirà a nessuno che l’intero progetto, non solo del convegno ma anche delle altre iniziative del Comitato per il centenario di Bobbio, è mosso da una preoccupazione morale e civile per il futuro — come ha scritto il presidente Gastone Cottino — della nostra democrazia, della nostra cultura e della nostra civiltà. Un futuro, soprattutto ma forse non soltanto nel nostro paese, quanto mai incerto.

In questi ultimi anni mi è accaduto più volte di domandarmi, con qualche sconforto, che fine abbiano fatto gli ideali di Bobbio. Ad essi, ad un bilancio della loro sorte e alle prospettive per il loro futuro, è dedicata la sessione odierna dei nostri lavori. Ascolteremo le riflessioni degli illustri sudiosi che abbiamo qui invitato a colloquio. Nel 1990 Bobbio scriveva: «Diritti dell’uomo, democrazia e pace sono tre momenti necessari dello stesso movimento storico». Dopo di allora, la necessità di quel triplice vincolo ci è apparsa confermata, in negativo, dal «contro-movimento storico» che abbiamo subito: i diritti dell’uomo sono stati messi a repentaglio e persino il loro valore è stato revocato in dubbio; la democrazia va degenerando in forme più o meno gravi di autocrazia elettiva; la guerra è tornata ad essere considerata una condizione normale della vita internazionale. Ma forse questa rappresentazione del nostro tempo risente del pessimismo che ho ereditato, per via genetico-culturale, dal mio maestro.

La storia è ambigua, ci ha ripetuto Bobbio infinite volte: manda segnali ambivalenti, non sai verso dove proceda, in quale direzione, in quale senso. Anzi, può darsi che abbiano ragione quelli che dicono che non ha alcun senso. Bobbio invitava comunque a non credere che abbia un senso prestabilito, prefissato: un disegno, un destino. Piuttosto, diceva Bobbio, un senso alla storia si può e si deve cercare di attribuirlo: guardando verso il passato, possiamo attribuire un senso alla storia assumendo e comparando diversi criteri e punti di vista; verso il futuro, forse possiamo cercare di dare un senso alla storia riaffermando la nostra fedeltà agli ideali della democrazia, dei diritti e della pace. Gli ideali di Bobbio. Buon convegno e buona riflessione a tutti.

da lastampa.it


Pubblicato : 16/03/2010 da Michelangelo Bovero | 0 commenti
Categoria : CULTURA

PASOLINI le ceneri di Ostia

 10/3/2010 (8:27)  - LA PIAZZA DA FAR WEST

Pasolini, le ceneri di Ostia

All’Idroscalo un’ordinanza del sindaco abbatte con le ruspe la borgata ricca di memorie dove fu ucciso lo scrittore

BEPPE SEBASTE

La prima volta che visitai quest’ultima borgata di Roma mi venne in mente il detto di Cézanne, rilanciato in anni recenti da Wim Wenders: «Bisogna fare presto se vogliamo ancora vedere qualcosa, tutto sta per scomparire». L'Idroscalo di Ostia, quartiere del XIII municipio di Roma, sorta di favela messicana alla foce del Tevere - cosi chiamata per gli idrovolanti che nel ventennio fascista partivano da qui (Fiumicino sarebbe nata molto più tardi) sta effettivamente per sparire.

Ci si arriva lasciandosi alle spalle i palazzoni edificati dal sindaco Petroselli negli Anni 80, si costeggiano i cantieri navali del Porto Turistico coi lussuosi yachts ancorati, e l’oasi della Lipu con il monumento a Pier Paolo Pasolini (nel luogo in cui fu ammazzato), oltre la quale a volte volteggiano fenicotteri bianchi e rosa. Sulla destra, dietro una fabbrica di materassi in un terrain vague cespuglioso, l’ottagonale torre di avvistamento progettata da Michelangelo (detta anche «Torre di San Michele»), abbandonata da anni a non essere vista né ad avvistare più nulla. Finché finisce la strada, in prossimità della foce, tra il mare e il nulla, un nulla non privo di dolcezza, dai colori pastello.

Era un mondo sopravvissuto, testimonianza del proprio difficoltoso sopravvivere, fatto di estremamente poveri e precari, case e baracche fatte con materiali di risulta a ospitare centinaia di persone e di famiglie, italiane e non. Gente che lavora, altri che entrano ed escono di prigione. Nella miseria, statuine di Padre Pio, vasi di fiori, decorazioni sulle porte. Prolungamento del mondo cui aderiva oltre trent’anni fa Pier Paolo Pasolini, molti dei suoi abitatori mi ricordarono in realtà i film di David Lynch, uomini e donne coperti di tatuaggi che vidi emergere in estive sere festose alla luce rubata dai pali elettrici, animate dal karaoke, dai balli, da un vociare povero e sgargiante. E, come ogni anno, nella devozione quasi pagana, forse per questo ancora più religiosa, della festa dell’Assunta il 15 agosto, detta anche Festa del Mare: quando il barcone con la statua lignea della Madonna, i lunghi capelli sciolti come nella canzone di De André, prende il largo, e i sottoproletari precari (chiamiamoli così) festeggiano in compagnia di preti, carabinieri e guardie di finanza. Una solennità iperreale e sballata, come i fuochi d'artificio fuori sincrono. Momento catartico di condivisione di una comunità disaggregata.

L’Ordinanza del Sindaco n. 43 del 17 febbraio 2010 si è attuata all’improvviso la settimana scorsa: centinaia di poliziotti, scavatrici e ruspe sono giunti per compiere gli «interventi urgenti necessari a fronteggiare l’emergenza» in riferimento ai «fenomeni metereologici intensi e generalizzati», come «le ondate di maltempo e le mareggiate che si sono abbattute sul litorale di Ostia». Queste le ragioni dello «sgombero forzato e immediato (...) di ogni abitazione locale, struttura ed edificio insistente in zona "Idroscalo" di Ostia, esposti a rischio di allagamento e di isolamento (...)». È vero, vivere qui, dimenticati da tutti, era faticoso e rischioso, eppure è stato per anni un luogo abitato, non un non-luogo, i cui viottoli hanno nomi come via delle Carlinghe, via dei Mercantili. E tutti sanno, lo dicono da tempo a voce alta, che il degrado era nell’interesse degli affaristi, che il Porto Turistico, corposa operazione immobiliare sorta in terreno demaniale, che ha già mangiato pezzi dell'oasi naturale gestita dalla Lipu, mira ad espandersi. Quelle miserabili catapecchie a un passo dal fiume e dal mare, trasformate in alberghi e ville geometrili, potrebbero diventare facilmente legali.

Nella grande piazza circolare da far west, capolinea di un autobus azzurro come negli anni Cinquanta, dove l’estate scorsa c’era il karaoke e avveniva l’elezione di Miss Idroscalo, ora giocano tra le macerie alcuni ragazzi con una palla gialla, inseguita da un cane. Altri bambini giocano tra le case senza porta sopravvissute, come a Gaza dopo un bombardamento. Tra le macerie spianate e gli scogli neri emergono detriti colorati, pezzi di mattonelle, lembi di abiti. Anche la dignitosissima casetta con giardino di un pensionato coi capelli bianchi, che durante lo sgombero gridava con voce straziante a un ufficiale che si trattava di «una deportazione», è stata demolita. Il lessico ricorrente nello sgombero era perturbante: una «bonifica», come se i poveri fossero ratti o erbe maligne.

Un video documentario dell’operazione, trasmesso da www.c6.tv, tra bimbi che piangono e donne che gridano, si chiude sulle lapidi bianche che a pochi passi, in via dell'Idroscalo, dove Pasolini fu ucciso, riportano celebri frammenti di sue poesie tratti da Una disperata vitalità e soprattutto, profetica già nel titolo, da Il pianto della scavatrice (1956). Incontro qui l’amico poeta Sergio Zuccaro e la fotografa Maria Andreozzi: abitano nei pressi, sono stati qui per ore ad osservare.

Mi aggiornano: anche una casa di loro amici è stata abbattuta; il sindaco Alemanno e suoi collaboratori, stivali di gomma firmati e planimetrie incomprensibili da esibire, hanno promesso a tutti case popolari; gli animi si sono placati all'offerta, ma colpiva la mancanza di coesione tra la gente: chi è disperato, chi rassegnato dalle promesse, chi spera che venga abbattuta anche la propria casa per poterne avere una nuova. Nessuna forza politica e culturale che potrà difenderli anche da loro stessi. Mentre parlavano col prete, enormi scavatrici sbriciolavano gli ultimi poveri materiali con cui erano fatte le baracche, e sembrava che si lamentassero o piangessero come nei versi di Pasolini.

«Solo, o quasi, sul vecchio litorale / tra ruderi di antiche civiltà, / Ravenna / Ostia o Bombay - è uguale - / con Dei che si scrostano problemi vecchi / - quali la lotta di classe - / che / si dissolvono...». Alzo gli occhi, e vedo l’immancabile profilo reale di nuove gru, nuovi pasoliniani palazzoni e cantieri edili all'orizzonte.

da lastampa.it


Pubblicato : 16/03/2010 da Beppe Sebaste | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Salinger "Perché odio il mondo"

Le undici missive dell'autore del "Giovane Holden" da oggi esposte a New York

In tutti questi anni non ho parlato quasi con nessuno, eccetto un paio di ubriachi locali e qualche pazza

Le lettere di Salinger "Perché odio il mondo"

di ANGELO AQUARO


NEW YORK - Quarant'anni vissuti nascostamente. Il velo si alzerà questa mattina quando, per la prima volta al mondo, le prime quattro delle undici lettere inedite di J. D. Salinger, l'autore cult del Giovane Holden, verranno esposte alla Morgan Library. Si tratta di undici tra scritti, schizzi e cartoline (che qui riproduciamo mettendo insieme le anticipazioni di New York Times, Wall Street Journal e Time Out) indirizzati a Michael Mitchell, l'illustratore dell'Holden, che con la moglie Beth costituì un triangolo di amicizia spezzato solo dal rifiuto di J. D. di fargli avere, quarant'anni dopo, una copia autografata del romanzo. La ritrosia di Salinger si legge perfino nell'intestazione del mittente: prima "J. Salinger", poi solo "Salinger" e infine "P. O. Box 32, Windsor, Vt. 05089", l'indirizzo di Cornish, New Hampshire, dove visse "secretato". Ma la grandezza dell'autore, scomparso il 27 gennaio a 91 anni, è sottolineata dalla sala in cui il curatore Declan Kiely ha scelto di esporre le lettere (le altre sette in mostra dal 13 aprile): è la stessa che ospita una rarissima Bibbia di Gutenberg.

22 maggio 1951
"Il pubblico qui è stupido quanto quello di New York, ma le produzioni sono molto, molto meglio". Salinger scrive da Londra dopo aver confrontato i teatri del West End con quelli della Grande Mela. Nel viaggio che lo ha portato in Europa ha preso qualche drink con una modella di Vogue ("Non vero divertimento, comunque"). Nella capitale inglese si è visto con Laurence Olivier, "un tipo molto carino", che però è praticamente "messo sotto" dalla sua "incantevole" moglie, Vivian Leigh. Durante i party incontra il ballerino australiano Robert Helpmann ("un omosessuale dall'aspetto sinistro") e discute di Kafka con il critico irlandese Enid Starkie, biografo di Baudelaire e Rimbaud. "Diavolo se mi manchi", chiude Salinger.


16 OTTOBRE 1966
"Ho dieci, dodici anni di lavoro ammucchiati tutt'intorno... Ho in particolare due sceneggiature - due libri, a dire il vero - che ho accumulato e ritoccato per anni, e credo che a te piacerebbero". Salinger è a New York per portare i figli Peggy e Matthew dal dentista, la famigliola prende la stessa suite dello Sherry-Netherland dove sono stati i Beatles - Peggy, che in un'altra scena descriverà "entusiasticamente" la sua crisi di vomito, è a mille per questo. Lo scrittore dice di leggere a letto mentre le sue creature, "una bellezza", dice, dormono nella stessa stanza. Passa dal New Yorker, dice a Mitchell che gli manca tanto e che spera abbia ritrovato l'amore dopo il divorzio.

27 DICEMBRE 1966
"Sto lavorando su del materiale che adoro ma, Dio mio, vado avanti così lentamente, con esitazione". Salinger parla per la prima volta della difficoltà del suo lavoro: "Il trucco è lavorare con disincanto, senza tirarsi indietro", conclude "e questo, mi sembra, è il dovere che abbiamo entrambi". Parla anche della difficoltà di ritrovare l'amore perduto. "Non si può cancellare una persona, come loro non possono cancellare te". Poi racconta di come ha trovato cambiata Manhattan, che non ama più, ad eccezione del Museo di Storia Naturale. Dice invece che gli piacerebbe esplorare Brooklyn, sogna di incontrare un vecchio ebreo "uscito dal XVIII secolo che lo invita a casa sua per un tè o una zuppa".

LUOGO E DATA SCONOSCIUTI, 1969
"Perdonate l'opera d'arte...": è la frase scritta con una calligrafia che non sembra la sua su un biglietto vergato a mano con un angolo strappato. È il pezzo più misterioso della mostra, probabilmente si tratta di un disegno di Matthew. O di uno scarabocchio di cui Salinger si vergognava? Forse si tratta di un messaggio così privato che Mitchell l'ha strappato per tenerlo per sé. "Ti penso tanto, vecchiaccio": così Salinger chiude il biglietto.

31 AGOSTO 1979
"Ho dovuto avere a che fare con due universitari del cavolo che mi hanno fotografato per il loro giornaletto davanti all'ufficio postale: andassero tutti al diavolo". Dopo aver parlato di una vecchia signora e una coppia di Biarritz, Salinger racconta dei suoi figli, Matthew è al secondo anno di università, Peggy è sposata e vive a Boston. Che disastro invece l'ultimo viaggio a New York. Mangia cibo indiano e cinese, va a vedere il musical Ain't Misbehavin', che però detesta:"Troppo leccato, teatrale: tremendo". L'unica cosa che lo diverte è una corsa in metro, "attraversando la città in una notte calda d'estate"

30 DICEMBRE 1983
"Quel cazzone di un inglese", che sarebbe Ian Hamilton, lo studioso che vuole scrivere la sua biografia, gli fa montare "una rabbia omicida": lo studioso va in giro e cerca i suoi amici al telefono, chiama anche sua sorella, tempesta tutti di domande. "Tu mi chiedi se provo lo stesso odio nei confronti di tutto quello che succede al mondo" scrive Salinger. "Se vuoi saperlo sì, anche di più". Però poi dice di divertirsi a vedere John Wayne nel film Il Pistolero in televisione.

25 DICEMBRE 1984
"Mi sono sentito tagliato fuori da ogni tipo di chiacchiera personale o generale, in tutti questi anni non ho parlato più quasi con nessuno, eccetto un paio di ubriachi locali e qualche pazza che mi sta alla larga". Dice che non vorrebbe farebbe nulla che non riguardasse gli scritti a cui sta lavorando ("i copioni che ho in mano si stanno sviluppando") e augura al suo amico un 1985 che sia ricco di "integrità ed equilibrio".

6 APRILE 1985
"Chiedo perdono per le mie mancanze come amico" scrive Salinger in una delle lettere più belle. La relazione con Mitchell e sua moglie Beth sono stati i rapporti migliori della sua vita (lo scrittore descrive la relazione come solitamente si descrive un grande amore che finisce), anche se adesso l'amicizia sopravvive solo tramite lettera. Quel tempo "sembra che non si presenterà mai più nella vita". Non ha rimpianti, però: "Ho avuto bisogno di ruminare senza fine, e senza alcun sollievo, nel mio brodo: e per quanto mi riguarda" conclude "questa frase la dice tutta".

22 DICEMBRE 1990
"Ivy Cottage, Coldharbour: Sun and Snow" è il titolo del paesaggio rappresentato sulla cartolina. Salinger ricorda ancora una volta gli anni passati e abbraccia con affetto Mitchell e Beth.

16 DICEMBRE 1992
"Provvidenzialmente, la parte più interna del mio studio", dove teneva i lavori accumulati negli anni, è stata salvata dall'incendio che ha distrutto la maggior parte della casa. Salinger parla anche del figlio chiedendosi se Matthew non fosse stato più contento scegliendo un mestiere "meno rischioso e imprevedibile che quello del business".

30 GENNAIO 1993
"Un frontespizio bianco di un libro rivela molto più, sul serio, della nostra amicizia a tre, che qualsiasi tipo di dedica". Con questa frase Salinger respinge la richiesta del suo amico di fargli avere una copia autografata del Giovane Holden. È la risposta che interrompe la loro amicizia. Ma profeticamente, e a sigillo di una vita vissuta nascostamente, Salinger avverte: "E comunque, la maggior parte delle cose più vere è meglio lasciarle non dette".
 

© Riproduzione riservata (16 marzo 2010)
da repubblica.it


Pubblicato : 16/03/2010 da Angelo Acquaro | 0 commenti
Categoria : CULTURA

«Petrolio», il mistero in mostra

Il capitolo scomparso di Pasolini ritirato dalla manifestazione milanese

«Petrolio», il mistero in mostra

Dell’Utri: «Non sarà esposto, ma l’ho visto: 70 veline con appunti a mano».

Il vero titolo: «Lampi su Eni»


Questa è la strana storia di gente che dice e non dice, che afferma e poi si tira indietro, che allude e si guarda bene dal confermare, che ricorda e poi perde la memoria. Tanto che anche chi non avesse nessuna tendenza al complottismo a tutti i costi, alla fine qualche brutta idea se la fa venire per forza. Per esempio: il senatore Marcello Dell’Utri annuncia, in coda a una conferenza stampa di presentazione della Mostra del Libro Antico (martedì 2 marzo), che (probabilmente) verranno esposti i famigerati fogli di Petrolio, l’ultimo romanzo (rimasto incompiuto) di Pier Paolo Pasolini, misteriosamente scomparsi dopo la sua morte. Annuncio clamoroso. I giornali ovviamente si scatenano e, a poco a poco, col passare dei giorni, la notizia perde credibilità: sì, forse, ma... e alla fine non se ne fa niente. La Mostra si inaugura (oggi alla Permanente di Milano) e i fogli non ci sono: «La persona che me li ha promessi è scomparsa ». Ma lei li ha visti? «Li ho avuti tra le mani per qualche minuto, sperando di poterli leggere con calma dopo». Che fisionomia avevano? «Una settantina di veline dattiloscritte con qualche appunto a mano». Poi si preciserà che sono esattamente 78 «di un totale di circa duecento ». Potrebbe essere il famoso capitolo mancante, intitolato Lampi sull’Eni? Risposta: «Più esattamente Lampi su Eni». Che la preposizione sia semplice o articolata, si tratterebbe, dunque, delle pagine del famoso Appunto 21 che nel romanzo coincidono con un foglio in bianco e che, secondo alcuni, dovevano contenere il racconto «sconvolgente» della scalata di Cefis all’ente petrolifero italiano e forse il mistero della morte di Mattei. O più probabilmente rivelazioni sull’oscuro passato partigiano dello stesso Cefis in val d’Ossola.

Ma cosa che già non si sappia? E cosa che non sia contenuto in un libro, Chi è Cefis? L’altra faccia dell’onorato presidente, firmato con lo pseudonimo Giorgio Steimetz, pubblicato nel ’72 dall’Ami (Agenzia Milano Informazioni) e fatto immediatamente sparire dalla circolazione? Pamphlet di cui—è acclarato—Pasolini possedeva una delle rarissime copie sopravvissute e a cui lo scrittore attinse a piene mani per costruire il suo romanzo. Quel che rimane del presunto documento destinato alla Mostra sono esili tracce: sarebbe stato proposto a Dell’Utri da una persona di Roma che spaventata dal rumore seguito all’annuncio avrebbe pensato bene di tirarsi indietro (dopo aver offerto il libro di Steimetz, che invece è regolarmente esposto, accanto a un altro volume raro, intitolato L’uragano Cefis, a cura di Laura Betti, Giovanni Raboni e Francesca Sanvitale, pubblicato sotto la sigla editoriale EGR e privo di data). Insomma, tanti condizionali d’obbligo, a questo punto, se non si riesce neppure a capire come mai sia stato dato l’annuncio del sorprendente ritrovamento (sia pure in forma dubitativa) quando ancora l’acquisizione per la Mostra non era certa. Mistero gaudioso. O doloroso, a seconda dei punti di vista.

Ora, la soluzione più comoda sarebbe quella di tagliare la testa al toro e sentenziare che quel testo non è mai esistito e che si tratta solo di ipotesi fantasiose di impenitenti dietrologi, allineandosi così tranquillamente alle dichiarazioni degli eredi Pasolini. I quali hanno sempre escluso recisamente che dopo il 2 novembre 1975 sia avvenuto un furto in casa dello scrittore (peraltro smentiti dalla testimonianza di Guido Mazzon, un altro cugino di Pasolini). Affermazione che non basta, perché quelle carte potrebbero, eventualmente, essere state sottratte secondo modalità «lecite», magari in seguito a sopralluoghi delle forze dell’ordine (fatto di cui la famiglia non ha più memoria). È questa un’altra ipotesi che circola presso ambienti universitari. Alessandro Noceti, che ha curato l’esposizione pasoliniana alla Mostra milanese, conferma che quelle pagine ci sono e non dispera che vengano fuori nei prossimi giorni. Ma rimane tutto appeso ai condizionali, come l’intera vicenda.

Il dato di fatto, interno al testo, è che all’Appunto 21 (quello mancante) viene fatto esplicito riferimento nel capitolo successivo come a un brano già compiuto: «Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato "Lampi sull’Eni", e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria ». (In Petrolio, Mattei viene chiamato Bonocore, mentre a Cefis spetta il cognome, non proprio lusinghiero, di Troya). Ora, è pur vero che il romanzo si presenta in forma di brogliaccio, ma proprio per questo l’autore avrebbe dovuto sorvolare sui nessi interni quando ancora non erano certi, per precisarli in una fase successiva. Del resto, è lo stesso Pasolini a confessare: «Il mio non è un romanzo "a schidionata", ma "a brulichio" e quindi è comprensibile che il lettore resti un po’ disorientato». Forse non avrebbe immaginato che il disorientamento sarebbe stato accresciuto trentacinque anni dopo da troppe omertà. O dall’uso strumentale cui si presta un’opera ancora dolorosamente attuale.

Paolo Di Stefano

12 marzo 2010
da corriere.it


Pubblicato : 15/03/2010 da PAOLO DI STEFANO | 0 commenti
Categoria : CULTURA

MAZZINI E LA SUA ITALIA...

Giovanni Belardelli ricostruisce il lascito ambiguo dell’eroe risorgimentale

L'Italia di Mazzini, un fallito di genio

Una dottrina del martirio carica di insuccessi ne preparò l'ingresso nel Pantheon nazionale


Giuseppe Mazzini morì il 10 marzo del 1872 senza essersi riconciliato con quello Stato italiano che grazie (anche o, forse, soprattutto) a lui era nato undici anni prima. Il giorno successivo, l’11 marzo, la Camera approvò all’unanimità un ordine del giorno di cordoglio ma nessun parlamentare poté prendere la parola nel timore che qualche frase potesse mettere in imbarazzo Vittorio Emanuele II o il governo. Dieci anni dopo, a Genova, gli venne dedicata la prima statua, in piazza Corvetto. Nel marzo del 1890 il nuovo re, Umberto I, controfirmò la delibera parlamentare che prevedeva gli fosse eretto un monumento a Roma. Nel 1901, un altro Savoia, Vittorio Emanuele III, approvò la decisione della Camera di introdurre nelle scuole elementari il libro di Mazzini Dei doveri dell’uomo. Ma il testo fu purgato di alcuni passaggi, cosa che fu definita dai mazziniani una «profanazione»; altri criticarono il fatto che fosse fatta leggere ai ragazzi un’opera «eccessivamente dogmatica», qualche esponente socialista trovò da eccepire alla «morale conservatrice» di quelle pagine; da parte cattolica si osservò che la lettura dello scritto avrebbe «avvelenato» la gioventù e trasformato le scuole in «uffici di arruolamento per le logge massoniche».

Ma è un fatto, sottolinea Giovanni Belardelli nel libro Mazzini - di imminente pubblicazione nella collana «L’identità italiana» curata da Ernesto Galli della Loggia (il Mulino) - che nel giro di pochi anni si passò da una «relativa» emarginazione della sua figura a una inclusione nel Pantheon dell’Italia monarchica. Questa consacrazione, scrive Belardelli, «comportò inevitabilmente che di lui si sottolineasse soprattutto la fede unitaria, a scapito delle idee repubblicane e anticlericali e che, di fronte ai pericoli del nascente movimento socialista, si evidenziasse la portata conservatrice della sua ultima accesa battaglia contro la Comune parigina e contro l’Internazionale. Un tale processo che doveva condurre a includere anche l’immagine di Mazzini (assieme a quelle di Vittorio Emanuele, Garibaldi e Cavour, ndr) in quelle raffigurazioni dei quattro padri della patria che sarebbero poi diventate comunissime, coincise con il progressivo affermarsi dell’interpretazione conciliatorista del Risorgimento, che smussava e quasi annullava i contrasti tra le diverse componenti del movimento per l’indipendenza, poiché tutte avevano concorso al risultato finale». L’istituzionalizzazione di Mazzini così andò di pari passo con la depoliticizzazione della sua figura. Il che non impedì (anzi!) che nel Novecento un nuovo ceto politico cercasse di impadronirsene.

Dapprincipio gli interventisti che si batterono perché l’Italia entrasse nella Prima guerra mondiale. Poi fu la volta dei fascisti: «Fatta salva la differenza sempre esistente tra le singole storie individuali» scrive Belardelli «i richiami a Mazzini furono di una qualche importanza nell’accompagnare o favorire il percorso di quanti passarono dall’interventismo al fascismo». Mazziniani si dichiararono Giuseppe Bottai, Dino Grandi, Italo Balbo (che si era laureato con una tesi su «Il pensiero economico e sociale di Mazzini»). Quindi Alfredo Rocco e ancor più Giovanni Gentile (lo ha messo ben in luce Roberto Pertici): nei volumi che raccolgono gli scritti e i discorsi politici di Gentile il nome più citato dopo quello di Mussolini è proprio quello di Mazzini. Appropriazione impropria? No, sostiene Pierre Milza che ha sottolineato quanto la cultura mazziniana abbia influito sulla formazione dello stesso Mussolini. E anche per Karl Dietrich Bracher Mazzini è «profeta di un’idea nazionale imperialistica che, riferendosi alla tradizione di dominio dell’antica Roma, sembra anticipare le pretese imperiali del fascismo». Gli antifascisti non furono da meno nel rifarsi a Mazzini. In particolare il movimento di Giustizia e Libertà. Scrisse ad esempio Carlo Rosselli nel 1931 a uno studioso inglese: «Agiamo nello spirito di Mazzini e sentiamo profondamente la continuità ideale fra la lotta dei nostri antenati per la libertà e quella di oggi».

Sulla scia di Rosselli fu poi il Partito d’Azione a richiamarsi agli ideali mazziniani. Pubblici estimatori di Mazzini furono anche il leader socialista Pietro Nenni, che in gioventù era stato un fervente repubblicano, e quello comunista Palmiro Togliatti. «Mazzini e il suo eccitato, nebuloso, mondo spirituale» ha scritto Galli della Loggia «rappresentarono tutto ciò che di religioso l’unificazione italiana poté permettersi, ma si trattò di quella religiosità politico-sociale, intrisa di profetismo utopico e di autoritarismo, da cui dovevano scaturire precisamente le ideologie nazionalistiche, gentiliano-fasciste e gramsciano-comuniste, destinate a fare piazza pulita dello Stato e della cultura liberali». In effetti quando all’inizio degli anni Trenta (dell’Ottocento) Mazzini fuggì all’estero divenne un personaggio del tutto sui generis. Dopo aver attinto, più di quanto fosse disposto ad ammettere, ad alcuni pensatori del suo tempo - François Guizot, Victor Cousin, il marchese de Condorcet e successivamente il sansimonismo che permeava la «Revue encyclopédique» - si diede incessantemente da fare per l’organizzazione di una rete cospirativa che avesse come obiettivo la sollevazione dei popoli per l’unità d’Italia (quando nessuno ancora la prefigurava) e la Repubblica. Il suo voleva essere un movimento «eminentemente religioso», che contrapponeva la dottrina del dovere a quella dei diritti individuali. Ma il mito di Mazzini si deve anche ad altro. «Destinatario, da parte di corrispondenti ed emissari, di esagerazioni che spesso lui stesso aveva contribuito a creare, privo già prima dell’esilio di una diretta conoscenza degli Stati italiani» sostiene Belardelli «viveva nella condizione visionaria e allucinata dell’emigrato politico, che è spinto dalla sua condizione infelice a prestar fede alle notizie più ottimistiche, continuamente mescolando realtà e fantasia».

«Se un principio è vero» scriveva Mazzini nel 1833 «le applicazioni hanno a riescirne più che possibili, inevitabili». Le sconfitte, prosegue Belardelli, venivano imputate alla scarsa determinazione dei cospiratori e in ogni caso non erano che tappe verso l’immancabile successo finale. La sua attività, come ben individuò Denis Mack Smith nel fortunato Mazzini. L’uomo, il pensatore, il rivoluzionario (Bur), fu caratterizzata da una serie quasi incredibile di fallimenti. L’insurrezione abortita nei primi mesi del 1833, a cui seguirono, senza che si fosse mosso alcunché, arresti ed esecuzioni capitali (con il suicidio, subito dopo l’arresto, del suo più caro amico, Jacopo Ruffini). La «sollevazione» di Napoli e del Mezzogiorno - dove Mazzini sosteneva di avere tra i 50 e i 60 mila affiliati, del tutto inesistenti - fissata per l’11 agosto di quello stesso anno: anche questa fu un fiasco. La spedizione rivoluzionaria in Savoia stabilita per il febbraio 1834: un disastro anche per colpa del generale Ramorino, l’uomo chiamato a dirigere l’impresa, che sperperò a Parigi i soldi destinati a reclutare i partecipanti. Stessa sorte per la spedizione del 1844 in Calabria dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, fucilati assieme ai loro compagni dopo una mancata rivolta popolare. In ugual maniera fallì l’insurrezione di Milano (dove Mazzini sosteneva di avere a disposizione diecimila uomini che si rivelarono anch’essi inesistenti) nel febbraio 1853. E nel maggio del 1854, al secondo tentativo di mettere in rivolta la Lunigiana, al posto dei mille volontari annunciati se ne presentarono una dozzina che, agli ordini di Felice Orsini, vagarono per otto giorni sui monti nell’inutile ricerca di nuovi adepti.

Nel 1857 fu la volta della tragica missione di Carlo Pisacane a Sapri: anche qui finì in un massacro dei mazziniani. Il tutto accompagnato da un continuo tentativo di far ribellare la sua città, Genova, cioè di provocare una sollevazione che, come osservò Rosario Romeo, in quanto rivolta contro l’unico governo libero della penisola, «sarebbe apparsa all’opinione italiana come un atto di guerra civile». L’ultimo e più importante di questi tentativi, nel 1857, gli valse la seconda condanna a morte da un tribunale del futuro Stato italiano (la prima era stata nel 1833). Mazzini, osservò Carlo Cattaneo, «reputava vittorie anche le sconfitte, purché si combattesse». Peccato, aggiungeva, che la sua «dottrina del martirio» fosse fondata sulla «ostinazione di sacrificare li uomini coraggiosi a progetti intempestivi e assurdi». Già negli anni universitari Mazzini aveva preso l’abitudine, conservata poi per tutta la vita, di vestirsi di nero in segno di lutto per l’oppressione della sua patria. «Non badate alla mia melanconia» scriveva alla madre «questo spleen non ha cause definite o nuove, è un mal umore che mi serpeggia dentro a ore a ore, come in altre persone il mal di testa». È stato già osservato dagli storici come negli scritti mazziniani vi fosse un’evidente risonanza di vari passi del Don Carlos di Schiller, ad esempio la costante presenza di riferimenti a cimiteri e sepolcri, scheletri e fantasmi, ossa e cadaveri (perfino con «i vermi che vi brulicano sopra») nonché la stessa predilezione per l’aggettivo «incadaverito» per designare istituzioni o principi considerati privi di futuro. A ciò si aggiunse - in modo più evidente dopo il 1837 nel suo soggiorno inglese - una vera e propria vocazione all’infelicità come elemento fondante di una esistenza votata al sacrificio.

Eppure la Giovine Italia rappresenta, nella nostra storia, il primo esempio di moderno partito politico dotato di un programma pubblico, un’attività di propaganda, un sistema di finanziamento attraverso quote e sottoscrizioni, una struttura organizzativa basata su un centro e su una rete periferica estesa in tutta la penisola. Paradossalmente l’alone di leggenda che avvolse la figura di Mazzini fu dovuto - come ha puntualmente mostrato Salvo Mastellone in Mazzini e la Giovine Italia - all’attività di spie e agenti provocatori che furono infiltrati da varie polizie nella sua organizzazione: gli informatori, per continuare a percepire i loro compensi, avevano interesse a dipingerlo come un rivoluzionario tanto pericoloso quanto imprendibile e a fornire ai loro committenti un’immagine amplificata di quella rete cospirativa. L’adesione alla Giovine Italia era espressamente vietata a chi avesse più di quarant’anni. «La gioventù» scrive Mazzini a Carlo Alberto «è bollente per istinto, irrequieta per abbondanza di vita, costante ne’ propositi per vigore di sensazioni, spezzatrice della morte per difetto di calcolo». I giovani a cui si riferisce Mazzini, secondo Belardelli, «avevano appreso a sentirsi parte di una medesima generazione attraverso la lettura delle sofferenze di Werther e di Ortis e del "pellegrinaggio" del giovane Harold byroniano; avevano tratto da Rousseau l’idea che la gioventù non fosse ancora corrotta o almeno non fosse irrimediabilmente segnata dai mali che colpivano la società; le stesse biografie di Byron, Shelley, Keats (morti rispettivamente a 36, 30 e 26 anni) rendevano familiare l’idea che il fulcro della vita andasse collocato nella giovinezza».

Cosa che innervava il suo giudizio sulla rivoluzione francese del 1830: nella rivoluzione di luglio, scriveva Mazzini, era stata la gioventù a svolgere un ruolo determinante, ma gli uomini della generazione precedente, che pure «alcuni anni addietro avevano comunicato l’impulso… s’erano ritratti atterriti» e avevano accettato la monarchia orleanista. La vera eredità di Mazzini è un modo d’essere e di pensare che è vivo anche oggi. Ricorda Silvana Patriarca (docente alla Fordham University di New York) nel pregevole libro Italianità. La costruzione del carattere nazionale, appena pubblicato da Laterza, che, cinque anni dopo l’unificazione italiana, nella primavera del 1866, Mazzini pubblicò un articolo dal significativo titolo «La questione morale» in cui accusava i suoi compatrioti che avevano fatto, appunto, l’unità, di esser rimasti «servi nell’anima, servi nell’intelletto e nelle abitudini, servi a ogni potere costituito, a ogni meschino calcolo d’egoismo, a ogni indegna paura… Rinati decrepiti, portiamo avvinta al piede l’antica catena e nell’animo il solco di tutti i vizi, di tutte le fiacchezze del secolo XVII». Poco importa se la maggioranza la pensa diversamente. C’è una famosa pagina della Democrazia in America di Tocqueville (1835) che lo spiega bene: «Ciò che si intende per repubblica negli Stati Uniti è l’azione lenta e tranquilla della società su se stessa: è una condizione normale fondata realmente sulla volontà illuminata del popolo… Ma, in Europa, noi abbiamo fatto strane scoperte. La repubblica, secondo alcuni di noi, non è il governo della maggioranza, come si è creduto fino ad ora, è il governo di coloro che si fanno garanti e interpreti della maggioranza. Non è il popolo che dirige in questa specie di governi, ma coloro che conoscono quale sia il vero bene del popolo».

Mazzini vuole sì il suffragio universale, ma lo concepisce come manifestazione di una volontà collettiva unanime, come rito della religione nazionale durante il quale il popolo rigenerato mostra la comunanza di sentimenti e di idee con «i migliori e i più saggi». E quando nel 1849 è alla guida della Repubblica romana, Mazzini, scrive Belardelli, dà prova di «non comprendere meccanismi e regole di una assemblea rappresentativa… è appena il caso di osservare che sia la contrarietà ai partiti, concepiti come strumenti di frattura di una volontà generale che è e deve restare una e indivisibile, sia l’avversione alla divisione dei poteri (denunciata già allora da Terenzio Mamiani) mostrano come Mazzini si muovesse nel solco della tradizione democratica rousseauiana-giacobina». Nel gennaio del 1837, espulso dalla Svizzera, Mazzini giunse a Londra, dove nel volgere di qualche anno divenne assai popolare. L’opinione pubblica inglese provò grandi simpatie per la causa italiana, ha scritto Sergio Romano nell’assai interessante Vademecum di storia dell’Italia unita (Rizzoli), e lo dimostrò favorendo l’impresa dei Mille ma anche garantendo ospitalità, oltre che a Giuseppe Mazzini, a Francesco Crispi, a Giovanni Ruffini, ad Antonio Panizzi e ad altri esuli italiani. Il governo britannico, mette a fuoco Romano, «vedeva con favore la nascita di un moderno Stato mediterraneo, governato da una classe dirigente liberale, ma ancora fragile e quindi interessato ad avere con Londra rapporti amichevoli». L’Inghilterra consacra Mazzini come il più grande italiano dell’epoca, offre argomenti alla sua polemica contro la Chiesa, ma anche contro i compromessi tra Cavour e Napoleone III; a Londra Mazzini apprezzerà le «virtù» del colonialismo («Vedo con soddisfazione alcuni passi degli Europei nelle contrade dominate dalle credenze retrograde e stazionarie», scrisse) e sempre a Londra mise a fuoco, in sorprendente anticipo sui tempi, l’inevitabile esito tirannico di un controllo statale dell’economia.

Quando infine nacque lo Stato italiano, Mazzini espresse subito un giudizio del tutto negativo, «contribuendo», afferma Belardelli, «così a gettare le basi di quella critica del Risorgimento come rivoluzione tradita che avrebbe poi avuto larga e duratura fortuna». Ai suoi occhi sarebbe stata perfino da preferire la «tirannia straniera, sotto la quale la nazione si dibatteva temprandosi», all’Italia «servile, scettica, opportunista» che era stata creata da Cavour. Ciò nonostante tra il 1863 e il 1864 provò a convincere Vittorio Emanuele II a promuovere un’insurrezione nel Veneto. Il 1864 fu l’anno della rottura con un suo importante ex adepto, Francesco Crispi, futuro presidente del Consiglio. Nel 1866 fu eletto al Parlamento, ma Camera e governo non ratificarono quell’elezione a causa della sua condanna a morte. Rieletto una seconda volta, la ratifica venne nuovamente negata; per essere infine concessa dopo una terza rielezione: ma stavolta fu lui a non accettare una carica che avrebbe implicato il giuramento di fedeltà alle istituzioni monarchiche. Nel 1870, poco prima di essere arrestato (a opera del prefetto Giacomo Medici che in gioventù era stato mazziniano) promosse nuovi moti insurrezionali a Milano e a Genova: ma, come in passato, non accadde nulla. Si mosse qualcosa in altre città sulla base della cospirazione di gruppi non organizzati da lui: furono comunque altri fiaschi e a Pisa venne giustiziato il caporale Pietro Barsanti, che ancor oggi è ricordato come l’ultimo martire della causa repubblicana.

Paolo Mieli
paolo.mieli@rcs.it

11 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Pubblicato : 11/03/2010 da Paolo Mieli | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

I SOLITI ESAGERATI. Poi diventano non credibili...

Foer, perché mangiare animali è lo stesso che divorare uomini

di Moni Ovadia


L’ultimo libro di Jonathan Safran Foer, pubblicato da Guanda (pagine, 363, euro 18) è un’opera grandiosa e sconvolgente e, per quando vale il mio giudizio, da leggere assolutamente e da far leggere al maggior numero di persone possibile. Per dare a questo volume intitolato: Se niente importa - sottotitolo - perché mangiamo gli animali? - un inquadramento minimale, si può dire che è un «saggio» sull’alimentazione nelle sue ricadute etiche e filosofiche, ma è anche una denuncia, una perturbante opera morale e insieme una perorazione potentissima a favore di una scelta di vita vegetariana. Se non avessi già scelto di orientarmi in direzione del vegetarianesimo sarei diventato vegetariano già a pagina 30 di questo libro. Anche io ho di recente licenziato un piccolo scritto costruito sul fil rouge di un accorato appello a favore di un’alimentazione priva di violenza e di sangue e segnalo al lettore di questi miei commenti che è in ragione di questa coincidenza che mi è stato chiesto di recensire una pietra miliare di questo calibro, mirabile, vuoi per maestà dell’argomentare, vuoi per altissimo pregio letterario che avrebbe meritato ben altro chiosatore.

Jonathan Safran Foer, a mio parere, è non solo grandissimo scrittore, ma anche un profondo pensatore morale. Già un altro grande della letteratura ebraico-americana, l’ultimo esponente letterario della lingua yiddish, Isaac Bashevis Singer, aveva lanciato un terribile monito: «Nei confronti degli animali siamo tutti nazisti, per gli animali Auschwitz continua per sempre». Jonathan Safran Foer attraverso le sue parole, incise nella materia dell’orrore con la forza incontrastabile di una scrittura sacra, dipana davanti a noi lo sterminio di cui, in quanto esseri umani, in stragrande maggioranza, siamo responsabili diretti, complici, volontari, o indifferenti e distratti, di una violenza atroce e spietata, in gran parte gratuita, inutile, e tossica per i nostri corpi e le nostre anime.

Il lettore che eventualmente si fidi della mia appassionata sollecitazione non si aspetti di incontrare uno di quei libri provocatorii ed aggressivi nei confronti degli onnivori, né tantomeno una di quelle operazioni-provocazione impiantate su un sensazionalismo di maniera, mirante a suscitare facili rigurgiti di pietà o di commiserazione. Qui siamo di fronte a ben altro. Non c’è nessuna retorica dell’intimidazione o del ricatto nello scrittore. L’impressionante e documentata vastità delle informazioni che Safran Foer sottomette alla nostra responsabilità è sorretta da un’incessante interrogazione alla ricerca di senso e di intelligenza.
L’argomentare ininterrotto e rischioso ci chiede di riconoscere contraddizioni, paradossi e verità inquietanti, coniuga l’appello all’ascolto delle ragioni dell’anima con l’ascolto della ragione dell’intelletto. È un’assillante pungolo a riconsiderare la questione della relazione con la vita e con noi stessi attraverso lo sguardo della nostra pervertita relazione con il mondo animale, per come lo intendiamo genericamente, ma anche con tutto il creato e le sue creature viventi, come non sappiamo più pensarlo, perché la routine dell’alienazione ci ha espropriati dell’interiorità.

Il nucleo radiante di questo cammino di Jonathan Safran Foer è un insegnamento della nonna, un’ebrea perseguitata e sopravvissuta che ha conosciuto l’inferno sulla terra e che ridotta allo stremo delle forze dalla persecuzione, sfinita e devastata dalla fame, seppe astenersi dal mangiare un pezzo di carne di maiale per non trasgredire un comandamento, spinta da questa incrollabile convinzione: «Se niente importa, allora perché vivere?».

Jonathan Safran Foer muove dall’intuizione che il grande ammaestramento donatogli da sua nonna nulla ha a che fare con il fanatismo e tantomeno con la religione. È la prescrittiva religiosa ebraica stessa a consentire la trasgressione dei comandamenti se la vita è in pericolo. Il «se niente importa... » attiene alla dignità della vita e ancor più alla dignità del senso stesso della vita. Assillato da questo monito etico, definitivo come il più memorabile dei versetti biblici, Jonathan Safran Foer costruisce il suo cammino nella nostra relazione con l’animale attraverso un respiro creativo che attinge alla molteplicità delle cifre letterarie: dalla riflessione filosofica, alla enumerazione, dall’invenzione grafica, alla graficità liturgica, dalla lettera alla testimonianza, dalla critica letteraria alla citazione e questa molteplicità converge in un fiume di parole che cambia definitivamente non solo il nostro sguardo sui nostri infelici e brutalizzati compagni di pianeta, ma anche lo sguardo intimo sulla nostra relazione con il carnefice che nutriamo in noi nel nostro seno oscuro.

10 marzo 2010
da unita.it


Pubblicato : 11/03/2010 da MONI OVADIA | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Cesare Pascarella

Pascarella si libera dal diritto d'autore dopo 70 anni di "clandestinità"
 
                
 
 di Pietro Piovani

ROMA (6 marzo) - La gloria letteraria è più effimera di quanto si creda. Cesare Pascarella, per esempio, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento era uno scrittore di successo. Un autore di bestseller diremmo oggi, un poeta acclamato, un intellettuale stimato, e non solo nella sua Roma. Il padano Giuseppe Verdi lo ammirava, l’abruzzese Gabriele D’Annunzio lo frequentava assiduamente, il toscano Giosuè Carducci (che notoriamente amava esagerare) lo considerava addirittura superiore a Gioacchino Belli: «Mai poesia di dialetto italiano era salita a questa altezza». Ma dopo il 1940, anno della sua morte, si è assistito a una sorta di rivalutazione al contrario. Pascarella è stato relegato nel recinto della poesia vernacolare minore, bollato da Pasolini come un’incarnazione dell’Italietta piccolo borghese, sminuito da Montale come un Belli di seconda classe.

Nessuno dunque si stupirà se oggi il settantesimo anniversario della sua morte sta passando sotto silenzio. Così come nel 2008 è stato quasi ignorato il centocinquantenario della nascita. Non una commemorazione, non una pubblicazione. Per il poeta “pittore di asini” (come egli stesso si definiva) sono stati settanta anni di semi-clandestinità. Pascarella è da tempo un autore illegibile, nel senso che non si può proprio leggere; non si trova in libreria. La raccolta completa delle opere fu pubblicata anni fa da Mondadori nella collana dei Meridiani, ma da tempo è fuori catalogo. La casa editrice milanese, titolare di tutti i diritti, non ha mai voluto ristamparla. Da un punto di vista commerciale la scelta si può anche capire: si sa che la poesia vende poco, e quella in dialetto ancora meno. Resta il fatto che oggi per leggere i versi di un grande poeta incluso in tutte le antologie scolastiche della letteratura italiana bisogna andare in biblioteca. In libreria non c’è niente.

O almeno non c’era niente fino a qualche tempo fa, perché più di recente è arrivato (almeno nei negozi di Roma) il meritorio volumetto di un piccolo editore, Greco & Greco, che contiene i Sonetti, La scoperta dell’America, Villa Gloria e Storia nostra. E i diritti? E la Mondadori? Forse quelli di Greco & Greco non si sono neanche posti il problema, che comunque a questo punto si può dichiarare superato. I diritti d’autore scadono settanta anni dopo la morte di uno scrittore, quindi da quest’anno l’opera di Pascarella dovrebbe essere di pubblico dominio: la può stampare chi vuole. Anche il dubbio di una possibile proroga di sei anni e otto mesi (che sembrava potesse investire tutti gli autori vissuti prima della guerra, come Pirandello, D’Annunzio, la Deledda e appunto Pascarella) sembra superato da una recente sentenza della Corte di Cassazione.

L’uscita dal vincolo dei diritti Siae sarà l’occasione per una riscoperta pascarelliana? Forse no. Del resto il povero Pascarella si era abituato a restare nell’ombra già quando era vivo. Negli ultimi anni della sua esistenza, quando l’avvento del fascismo fece passare di moda la letteratura in dialetto, la popolarità guadagnata in gioventù era in buona parte svanita. Il poeta visse una vecchiaia di solitudine. Si chiuse in casa, proprio lui che da giovane era stato un grande viaggiatore, e una volta sulla porta aveva lasciato scritto: «Vado un momento in India e torno subito». Ad aggravare la situazione, una grave forma di sordità che lo escludeva dalla vita sociale romana. Proprio lui che aveva costruito la sua poetica ascoltando le voci della città e riproducendole in versi. E in fondo nasce da qui, da questa incredibile capacità mimetica, il grande equivoco che ha sempre condizionato il giudizio su Pascarella. I detrattori hanno in genere confuso l’io narrante delle sue opere con la “voce del poeta”. L’intera produzione pascarelliana va letta quasi come una raccolta di testi teatrali, una successione di dialoghi e monologhi, dove ogni singolo verso è pronunciato da un personaggio e non esiste la terza persona dell’autore. Lo stesso procedimento adottato dal Belli per erigere il suo «monumento di quello che oggi è la plebe romana». Con la differenza che, a distanza di un secolo, quella plebe si era imborghesita e semi-istruita.

Sordo, acciaccato, dimenticato dalle élite culturali del Ventennio fascista, l’anziano Pascarella si rifugiò nel silenzio della sua casa. A fargli compagnia soltanto le amate piante del terrazzo, da cui non si separava mai. Non un parente, né una moglie. Non a caso era l’autore dei memorabili versi “Si ar monno nun ce fosse er matrimonio/ ma sai si quanta gente sposerebbe!”.


© RIPRODUZIONE RISERVATA  
da ilmessaggero.it


Pubblicato : 07/03/2010 da Pietro Piovani | 0 commenti
Categoria : CULTURA

IN RICORDO DI ENNIO FLAIANO...

5/3/2010


Massimo Gramellini


Buongiorno Flaiano
 
«Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore».

«La situazione politica in Italia è grave, ma non seria».

«Gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura».

«Fra 30 anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione».

«L’italiano è un tentativo della natura di smitizzare se stessa. Prendete il Polo Nord: è abbastanza serio, preso in sé. Un italiano al Polo Nord vi aggiunge subito qualcosa di comico, che prima non ci aveva colpito».

«In Italia la linea più breve fra due punti è l’arabesco».

«In questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Altri paesi hanno una loro verità. Noi ne abbiamo infinite versioni».

«In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti».

«Per gli italiani l’inferno è quel posto dove si sta con le donne nude e con i diavoli ci si mette d’accordo».

«Le dittature hanno questo di buono, che sanno farsi amare».

«Oggi anche il cretino è specializzato».

«Ho poche idee, ma confuse».

«Il sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati alle nuvole».

 

(In ricordo di Ennio Flaiano, 1910-1972, che oggi avrebbe compiuto 100 anni ma sarà ben contento di esserseli risparmiati.)

da lastampa.it


Pubblicato : 05/03/2010 da Massimo Gramellini | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Lampi sull'Enel

Il caso

«Quelle carte rubate dopo la morte»

Pasolini e «Petrolio»: Guido, cugino di Pier Paolo, conferma l’episodio


Dunque, ricapitoliamo. L’«Appunto 21» di Petrolio, che si intitola «Lampi sull’Eni», fu scritto certamente da Pasolini, ma nel manoscritto del romanzo non c’è: ne è rimasto solo il titolo. Fu scritto certamente, perché qualche pagina dopo l’autore vi fa cenno, rimandando il lettore a quel paragrafo come a un testo compiuto. Il secondo volume Mondadori (Meridiani) dei Romanzi e racconti, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, contiene Petrolio, il libro incompiuto a cui Pasolini stava lavorando da tre anni quando, il 2 novembre 1975, venne ucciso a Ostia nelle circostanze oscure di cui sappiamo. Nella Nota al testo riguardante il romanzo, Silvia De Laude chiarisce la genesi e lo stato dei lavori e nelle Postille che ne seguono commenta, da brava filologa, passo per passo, la situazione testuale, le varianti, le cassature e le inserzioni. Ma in coincidenza di quella pagina bianca e del successivo riferimento nell’«Appunto 22», non c’è nessuna annotazione che illustri le ragioni del vuoto e il cenno alla parte mancante.

Quella lacuna rimane oscura persino nell’edizione più affidabile di Petrolio. È come se si volesse sorvolare su quella incongruenza. In realtà, la cugina ed erede di Pasolini, Graziella Chiarcossi (filologa a sua volta), nega un’evidenza: e cioè che quelle pagine siano esistite. In un’intervista a Paolo Mauri («la Repubblica» 31 dicembre 2005), afferma: «Sarebbe meglio dire che di quel capitolo è rimasto solo il titolo, come per tanti altri rimasti in bianco», fingendo di ignorare che poche pagine dopo l’autore vi accenna come a un paragrafo compiuto. Nella stessa intervista la Chiarcossi nega anche che dopo la morte di Pier Paolo si sia mai verificato un furto di carte nella casa dell’Eur in cui viveva con suo cugino. E ricorda invece un’effrazione precedente. Ma qui entra in conflitto con il ricordo di Guido Mazzon, cugino anche lui di Pasolini, per via materna (sua nonna era sorella della mamma di Pier Paolo). Il quale Mazzon aveva già dichiarato a Gianni D’Elia, per il suo libro Il Petrolio delle stragi pubblicato nel 2006 da Effigie, di aver ricevuto, giorni dopo la morte del cugino, una telefonata in cui Graziella accennava al fatto che alcuni ladri erano entrati in casa portandosi via dei gioielli e delle carte del poeta. Ora viene annunciato che le carte scomparse saranno esposte alla Mostra del Libro Antico di Milano (dal 12 marzo) e Mazzon conferma tutto con un certo imbarazzo: «Nel ’75, dopo la tragedia di Pier Paolo, Graziella chiamò mia madre per dirle di quel furto. Quando mia madre me lo riferì, pensai: "Accidenti, con quel che è capitato ci mancava pure questa". E pensai anche: "Strano però, che senso ha andare a trafugare le carte di un poeta?". Il mio stato d’animo sul momento fu proprio quello. Avevo 29 anni e ricordo bene la sensazione che ebbi. Poi il particolare del furto mi tornò alla mente leggendo Petrolio e venendo a sapere della parti scomparse».

Perché l’imbarazzo? «Perché non riesco a capire come mai mia cugina continui a negare quel fatto. Dopo l’annuncio del ritrovamento, l’ho cercata al telefono, ma senza successo: vorrei chiarire, cercare di ricomporre il ricordo. Mia madre è morta due anni fa e non posso più chiederle conferma, ma quella comunicazione telefonica ci fu e si verificò dopo la morte di Pier Paolo, non potrei dire esattamente quanti giorni dopo». Mazzon si dice idealmente pasoliniano a tutti gli effetti. Nell’Oltrepò, dove abita, conserva ancora un prezioso regalo che suo cugino gli fece tanto tempo fa: «Ero a Casarsa l’estate del 1957, avevo undici anni. Pier Paolo, arrivato da Roma in una delle sue fugaci comparse per salutare la madre, mi vede scendere le scale di casa con una vecchia tromba a cilindri in mano. "Come puoi suonare con uno strumento così antiquato?" ("orrendo", stava pensando con un suo aggettivo), mi chiede. Poi con aria leggermente imbarazzata stacca un assegno e mi dice: "Tieni, comprati una tromba nuova, argentata!" ("stupenda", pensava)». È un brano del suo libro, La tromba a cilindri, pubblicato nel 2008 da Ibis. «Pier Paolo mi ha insegnato l’amore per la letteratura e la poesia, che per me è diventata musica». Trombettista e compositore jazz, Guido Mazzon ha messo su qualche anno fa uno spettacolo intitolato «L’eredità ideale». Era un omaggio a Pasolini. Un omaggio, esattamente come il desiderio di ricostruire tutta la verità su Pier Paolo, ribadendo quel lucido ricordo che altri familiari hanno curiosamente rimosso. Perché quel particolare, come si sa, potrebbe aprire nuovi scenari.

Paolo Di Stefano

04 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it


Pubblicato : 05/03/2010 da Paolo Di Stefano | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

Günter Grass racconta la Stasi "Io e mia moglie spiati e seguiti"

Intervista al Nobel tedesco.

Un libro di Kai Schlueter spiega come il grande scrittore fosse nel mirino dei servizi segreti della Ddr fin dagli anni '60

Günter Grass racconta la Stasi "Io e mia moglie spiati e seguiti"

"Le mie idee davano fastidio più di quelle dei conservatori. Per questo mi temevano Il nemico numero uno del regime eravamo noi socialdemocratici dell'Ovest"

dal nostro inviato ANDREA TARQUINI


BEHLENDORF - "Le mie idee davano fastidio, più di quelle dei conservatori. Perché il nemico numero uno della Ddr eravamo noi socialdemocratici". Vent'anni dopo la caduta del Muro, il Nobel Günter Grass rievoca lo spionaggio maniacale orchestrato contro di lui dagli agenti dell'Est.

"Sì, io, Günter Grass, fin dal 1960 fui spiato dalla Stasi, anche da scrittori che la informavano. Lo appresi molto più tardi, ora questo libro racconta tutto. Fu un'ossessione bigotta da comunisti ortodossi: io intellettuale socialdemocratico facevo loro paura, perché dissi no al Muro e alla censura, temevano il contagio di un'altra idea di sinistra, come nel '68 la Primavera di Praga". Nella sua casetta di Behlendorf, qui tra Lubecca e Amburgo, ascoltiamo il Nobel per la letteratura sulle rivelazioni del libro di Kai Schlueter, in uscita dall'editore Ch. Links, "Günter Grass im Visier, die Stasi-Akte", cioè "Günter Grass nel mirino  -  i dossier della Stasi".

Signor Grass, quando seppe di essere spiato dalla Stasi?
"Fu una sorpresa. Non sapevo che mi spiassero fin dal 1960, un anno prima della costruzione del Muro. Fui invitato a un convegno dell'Unione degli scrittori della Ddr. Al membro della sua presidenza, Strittmatter, risposi di sì a condizione di poter dire quel che volevo nel mio discorso. Criticai la censura, parlai di libri proibiti. Non potevo immaginarlo, ma ero sotto il loro controllo fin da allora. Più avanti, negli anni Settanta, fui invitato a incontri privati in case di scrittori a Berlino est. Non me ne accorsi, ma dal nostro passaggio alla frontiera del Muro a Friedrichstrasse, fino alle soglie delle abitazioni, eravamo sorvegliati".

2.200 pagine di dossier su di lei... Quando cominciò a sospettare?
"Solo più tardi, negli anni Ottanta, quando ebbi il visto per alcune letture in pubblico. Negli anni Settanta ero stato invitato a letture e discussioni private in case di scrittori della Ddr. Molti di loro si dicevano sicuri che "cimici", insomma microfoni, fossero piazzati nelle case dei nostri incontri. Magari non era vero. Ma questo era il clima. La Stasi non riuscì, spesso, a infiltrare scrittori suoi amici in quegli incontri. Ma ci provò, perché il regime temeva le mie opinioni. Cioè che la divisione della Germania  -  che io non accettavo come eterna, ma riconoscevo al momento inevitabile durante la guerra fredda  -  era economica, politica, ma non toccava la cultura, e la letteratura passava oltre le frontiere. Io dissi sempre che la cultura nazionale restava indivisibile. Mi battevo per mantenere vivo il dialogo tra gli intellettuali delle due parti del paese. Ma ogni dittatura ha paura della parola scritta dei letterati, e si spinge alla hybris contro i singoli".

Nei dossier della Stasi lei era schedato come "nemico del socialismo". Perché?
"Perché parlavo di "socialismo democratico" o di "socialdemocrazia". Li irritava più dei conservatori di Adenauer. Ragionavano da comunisti dogmatici: o con noi o contro di noi. Guardate i dossier: ero pericoloso perché ero voce critica contro l'Ovest come contro l'Est tedesco, ciò mandava in tilt la loro visione del mondo. Willy Brandt, e io che ero al suo fianco, il socialdemocratico che predicava distensione, dialogo e apertura, faceva loro molta più paura più dei falchi occidentali della guerra fredda".

Lei criticò subito come "porcheria degna d'un campo di concentramento" la costruzione del Muro. Che reazioni colse nella Ddr?
"Anna Seghers, scrittrice di prestigio, non rispose mai alla mia lettera aperta contro il Muro. Avrebbe potuto farlo, ne aveva l'autorità, non ne ebbe il coraggio. Perché? Guai a chi si fa prigioniero di un dogma. Per una scrittrice del suo rango fu vergognoso".

A Berlino Est percepiva un po' di solidarietà degli scrittori della Ddr o li sentiva schierati col sistema?
"I più anziani erano leali al sistema. Ebbero anche problemi: libri vietati o cambiati dalla censura. Ma speravano che, dietro il Muro, il sistema si liberalizzasse. Poi persero l'illusione, ma non la vaga speranza di una riforma del sistema dall'interno. Anche grazie alla Primavera di Praga. Ma quell'ultima speranza di tutto il blocco, il "socialismo dal volto umano", fu stroncata dai Panzer russi. Eppure fino all'ultimo, fino al 1989, molti di loro si ostinarono a sperare ancora. Temevano anche quale ruolo avrebbero potuto avere in un Ovest diverso. All'Est erano critici scomodi, all'Ovest no. Timori ancora vivi all'Est, dopo una riunificazione che è stata in gran parte anche un esproprio senza precedenti: il 90 per cento dell'ex Ddr appartiene oggi all'Ovest".

Alcuni dei rapporti della Stasi su di lei e sua moglie sono d'un dettaglio mostruoso. Che ne pensa?
"C'è del ridicolo. Scrissero persino "Grass e sua moglie si presentano ben vestiti con abiti nuovi". Attenzione: gli informatori che scrivevano questi rapporti erano sotto la pressione dei superiori, dovevano farsi belli fornendo informazioni sensazionali, a volte inventate. È frutto della paranoia di controllo delle dittature. Alcuni, come il presidente dell'Accademia di Berlino est, Weckwerth, o Strittmatter, divennero informatori perché comunisti convinti. Altri lo diventarono per farsi belli, o perché vulnerabili a pressioni. Tutti volevano piacere ai loro superiori, ufficiali della Stasi. Un informatore mi deluse molto: l'audace editore Hans Marquardt, che per primo pubblicò le mie opere nella Ddr. Mi spiò, scrisse rapporti su di me fin nel privato".

Quanto ci si poteva fidare degli scrittori della Ddr?
"Io vivevo a Berlino ovest, ero sotto l'attacco brutale dei media conservatori di Springer, ma ciò non è paragonabile alla pressione della Stasi. Non me la sento di giudicare. Io volevo avere ed ebbi contatti con gli scrittori della Ddr per tenere viva l'unità della cultura e della letteratura tedesca, ma sapevo che dovevo rispettare le loro esigenze di soddisfare la censura del regime. Noi dell'Ovest non abbiamo il diritto di giudicarli. Erigersi a loro censori senza aver vissuto la loro realtà terribile è un mostruoso insulto. Noi intellettuali di Berlino Ovest tenemmo vivo il contatto con gli intellettuali di Berlino est, un canale culturale della nazione. La Stasi ci osservava ritenendoci pericolosi cospiratori. Ma per me furono, e restano, i più intensi contatti letterari del mio paese. L'Ovest non lo capì, l'Est ci temeva. La Sed voleva cementare anche nella cultura e nella lingua la divisione della Germania. Io me ne infischiai dei controlli della Stasi: quegli incontri furono un pezzo insostituibile di cultura viva tedesca".

La temevano davvero così tanto?
"Il "Tamburo di latta" fu pubblicato nella Ddr solo nel 1987, ben dopo che in Polonia. A lungo discussero chi poteva pubblicarlo. Alla fine vinse Volk und Welt, l'editoriale per le letterature straniere! In me temevano la Weltanschauung socialdemocratica, facevo più paura di Strauss. Ricordo quanto disse Ulbricht a Breznev contro Dubcek: "Questa è socialdemocrazia". Fu la condanna a morte della Primavera di Praga. La storia risale agli Venti e Trenta. Il Komintern decretò che i socialdemocratici, non i fascisti, erano il nemico. Allo sciopero dei trasporti a Berlino contro la Repubblica di Weimar, Goebbels e Ulbricht erano fianco a fianco contro la Spd. La Linke, la sinistra radicale di oggi, non ha superato ciò".

Voce critica a Ovest, spiato all'Est... non era scomodo?
"Io, o Heinrich Boell, ci sentimmo dire all'Ovest "se non vi piace andate all'Est dai comunisti". Ma all'Est ci spiavano come nemici mortali. Destino delle coscienze critiche. Nel mio caso, a lungo mi fu vietato l'ingresso nella Ddr. Lo spionaggio su di me arrivò fino a messaggi segreti tra Kurt Hager, responsabile della Cultura del regime, e il capo della Stasi Erich Mielke. Temevano che io portassi idee pericolose. Alla fine mi concessero di entrare per iniziative comuni, di scambio culturale. Ma alla condizione di sorvegliare ogni mio passo. Accettai, ma non sapevo che Manfred Weckwerth, presidente dell'Accademia dell'Est ed ex assistente di Brecht, o Hermann Kant, erano informatori! E molti di loro erano sorvegliati a loro volta. La realtà del controllo superava ogni mia immaginazione".

A Varsavia, a Praga, l'intellighentsija perse l'illusione sul socialismo. A Berlino est no. Finì a complicità. Perché?
"Temevano il capitalismo. Fin qui posso capire. Nel 1990 proposi una confederazione tra i due Stati tedeschi. Finì invece, con la riunificazione a passo di corsa, in un esproprio dell'Est da parte dell'Ovest, che la Treuhand compì con metodi in parte criminali. Capii Christa Wolff nelle sue illusorie speranze di costruire una realtà democratica nella Ddr. Ma la vita è così. Nella Ddr non ci fu il processo di simbiosi tra intellettuali e movimento di massa che fu prima la Primavera di Praga, poi ancor più Solidarnosc in Polonia".

Oggi che conseguenze restano?
"Il successo amaro della Stasi fu la distruzione dello Stato e della società tedesco-orientali. Anche perché l'Ovest ha preso troppo sul serio i dossier Stasi. La paura di perdere il lavoro, il trauma della riunificazione, il timore di venir ritenuti ex informatori, hanno distrutto lo slancio di protesta dell'89. Dall'ex Ddr oggi i giovani emigrano all'Ovest: anziani e pensionati in molte regioni sono maggioranza".

Una cancelliera venuta dall'Est governa la Germania. Può aiutare?
"La signora Merkel nella Ddr non era all'opposizione. Imparò nella gioventù comunista la tattica e il tatticismo della carriera politica e del potere. Non mi dà speranze di un futuro migliore tra Est e Ovest della Germania. Spero nella nuova generazione, nata e cresciuta dopo l'89, ma le disuguaglianze restano e resteranno a lungo".
 

© Riproduzione riservata (04 marzo 2010)
da repubblica.it


Pubblicato : 04/03/2010 da Andrea Tarquini (da repubblica.it) | 0 commenti
Categoria : CULTURA


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