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| Cuba ha un martire, Orlando Zapata Tamayo. |
L'attivista anticastrista era in digiuno di protesta contro le regole del carcere
I familiari: "Lo hanno ricoverato in ritardo". La rabbia degli esuli.
E oggi arriva Lula
Cuba, muore il dissidente Zapata in sciopero della fame da 85 giorni
di OMERO CIAI
Ora, per la prima volta da quarant'anni, tra la Cuba del regime e quella dell'esilio c'è il corpo di un martire, Orlando Zapata Tamayo, morto ieri nel primo pomeriggio (già tarda sera in Italia) in un ospedale dell'Avana dopo 85 giorni di sciopero della fame in carcere. Zapata aveva 42 anni, era di Santiago di Cuba, faceva il muratore, militava nel "Movimento per l'alternativa repubblicana" ed era stato arrestato per la prima volta nel dicembre del 2002 per "vilipendio al Comandante en jefe Fidel Castro". Rilasciato qualche mese dopo era finito di nuovo in carcere durante la retata contro i dissidenti della primavera 2003. Tre mesi fa aveva iniziato lo sciopero della fame perché la direzione del carcere, la "Kilo 7" nella provincia di Camaguey, gli proibiva di indossare l'abito bianco (il colore che rivendicano i detenuti politici) e lo costringeva, facendolo picchiare dai carcerieri, a mettere l'uniforme dei detenuti comuni. Le sue condizioni erano già molto precarie perché, in realtà, si alimentava pochissimo da molto tempo. Per protesta, da quando era in carcere, rifiutava il pasto e mangiava solo quello che riusciva a portargli ogni tanto sua madre, o qualche altro parente, dall'esterno.
Del suo caso si era occupata anche Amnesty International che lo aveva dichiarato "prigioniero di coscienza" e ne aveva chiesto più volte la liberazione. I familiari e le organizzazioni del dissenso accusano le autorità di averlo ricoverato con molto ritardo, quando ormai le sue condizioni erano già critiche. Quando è arrivato all'ospedale, la settimana scorsa, "era pelle ed ossa e al posto dello stomaco c'era un buco" ha detto sua madre che ieri ha rilasciato alle agenzie di stampa una breve dichiarazione registrata poco dopo la morte del figlio ringraziando tutti coloro che hanno cercato di aiutarlo. In cella prima ed in ospedale poi Zapata è stato alimentato forzatamente per via endovenosa ma quando ormai non c'era più nulla da fare. E' la prima volta dal 1972 che un detenuto politico muore per uno sciopero della fame. In tanti altri casi, con l'alimentazione forzata le autorità sono riuscite ad impedirlo. Nel 1972 morì in cella un poeta e leader studentesco, Pedro Luis Boitel, che aveva combattuto prima contro la dittatura di Batista e poi contro quella di Castro.
La morte del dissidente ha causato immediate reazioni nell'esilio cubano in Florida dove le radio locali hanno interrotto le trasmissioni per dare la notizia mentre all'Avana non ne hanno fatto cenno né stampa né tv. La morte di Zapata non è un buona notizia per Raul Castro, che ha assunto il potere tre anni e mezzo fa dopo la grave malattia del fratello Fidel. Le speranza di una apertura del regime, soprattutto dopo l'elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, sembrano ormai tramontate.
E proprio oggi arriva sull'isola il presidente brasiliano Lula. Nei giorni scorsi il gruppo dei cinquanta detenuti politici ancora in carcere dal 2003 (erano 75) hanno inviato un appello al presidente del Brasile affinché intervenga in loro favore. Nel corso della visita Lula, che è accompagnato anche dal venezuelano Chavez, incontrerà anche Fidel Castro. Dal 2002, anno della prima elezione di Lula, il Brasile è stato molto generoso con il regime cubano concedendo numerosi crediti - per un totale di oltre un miliardo di dollari - che difficilmente verrano mai restituiti. Un importante finanziamento è stato concesso per la ristrutturazione e l'ampliamento del porto del Mariel, vicino all'Avana, mentre altri crediti sono stati versati per l'acquisto di alimenti primari, per la costruzione di strade e la manutenzione della rete alberghiera. Il gigante petrolifero brasiliano, Petrobras, ha acquistato blocchi sotterranei nel mare dell'isola dove è previsto l'inizio di ricerche di nuovi giacimenti di petrolio.
© Riproduzione riservata (24 febbraio 2010) da repubblica.it |
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| Grado, si cerca un B-24 abbattuto nel '44 |
Grado, il Pentagono individua il punto dove precipitò un B-24 abbattuto nel '44
Dopo aver individuato il punto nella laguna dove si schiantò un B-24 - esattamente nei pressi dell’isola di Morgo -, il Dipartimento della Difesa Usa invia una missione. Mark Russel, 37 anni, e Stephen Johnson, 51, entrambi storici di professione dipendenti del Dpmo, sono arrivati da Washington con il compito effettuare misurazioni, ascoltare testimoni e riferire al Pentagono
di Pietro Spirito
GRADO. Harry McGuire navigatore, Pershing Hill puntatore, Given Grooms operatore radio, Gerald Herrington assistente motorista, Harold Thompson mitragliere, Nick Gavalas armiere, William Jones assistente radio: sono gli aviatori americani morti il 30 gennaio 1944 precipitando a bordo del loro aeroplano, un bombardiere B-24 del 449th Bomb Group, e i loro resti riposano ancora nel relitto dell’apparecchio oggi sepolto in uno specchio d’acqua bassa dell’isola di Morgo, nel cuore della laguna di Grado.
IL GIORNO DELLA BATTAGLIA
Dopo 66 anni il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha deciso di riportare a casa quei ragazzi, e ieri mattina due funzionari del Defense Pow/Missing Personell Office (Dpmo), l'istituto che si occupa di rintracciare tutti i prigionieri e i "missing in action", gli scomparsi in combattimento delle Forze armate statunitensi nelle varie guerre del mondo, ha compiuto un primo sopralluogo nella valle di Morgo per raccogliere quanti più dati possibili utili alle operazioni di recupero delle salme. Mark Russel, 37 anni, e Stephen Johnson, 51, entrambi storici di professione dipendenti del Dpmo, sono arrivati direttamente da Washington con il compito di individuare il punto esatto dove precipitò i bombardiere, effettuare misurazioni e rilievi, ascoltare testimoni e riferire al Pentagono.
Il dipartimento per cui lavorano è perennemente impegnato nella ricerca dei soldati e marinai che non hanno fatto ritorno a casa dalla seconda guerra mondiale alla Corea, dal Vietnam alla Guerra del Golfo fino all'Afghanistan. Dei 16 milioni di americani impegnati a vario titolo solo nel secondo conflitto mondiale 406mila morirono sul campo, mentre 79mila mancano ancora all’a ppello. «Di questi - spiega Mark Russel - 1470 sono scomparsi in Italia, compresi gli aviatori che stiamo cercando qui a Grado».
«Recentemente - aggiunge Stephen Johnson, - il Congresso ha stanziato nuovi fondi per intensificare la ricerca dei "missing in action", e il nostro compito è di trovare e riconsegnare alle famiglie i resti dei loro congiunti». Così, a più di mezzo secolo di distanza da una delle battaglie aeree più violente combattute sui cieli della nostra regione, con l'abbattimento di cinque bombardieri alleati, tre caccia italiani e una quarantina di Messerschmitt tedeschi - tutti precipitati in mare o nell'entroterra - i due funzionari della Difesa Usa sono arrivati all'isola di Morgo a bordo del Castorino II, la motobarca di Stefano Caressa, operatore subacqueo professionista e profondo conoscitore dei misteri del nostro golfo. Assieme a loro l'assessore alla Cultura del Comune di Grado, Giorgio Marin, il ricercatore Giorgio Pietrobon, esperto specializzato in storia dell'aviazione, e Alfredo Furlan, anche lui appassionato storiogafo, cui si deve la ricostruzione puntigliosa di quanto avvenne il 30 gennaio 1944, durante la battaglia aerea cui partecipò il B-24 oggi sepolto nel fango della valle di Morgo.
È stato Furlan infatti che, sulla base degli studi di altri ricercatori come Firmino Granziera e Giovanni Marin, un'approfondita ricerca d'archivio durata anni, e i contatti con il World War II families for the return of missing, un'associazione no-profit americana che collabora con il Dpmo di Washington, a segnalare l’esistenza del relitto, per altro presente da decenni nella memoria dei gradesi. Furlan ha appena pubblicato i risultati della sua ricerca in un articolo apparso sulla rivista di studi storici "Ad Agellum" di Aiello del Friuli. Ma il testimone chiave della vicenda è un vecchio pescatore gradese, Mario Troian, che aveva 12 anni e viveva in laguna quando il B-24 si schiantò sui bassi fondali a non più di duecento metri da dove si trovava lui. Questa mattina Troian accompagnerà i funzionari statunitensi in un secondo sopralluogo a Morgo, nel tentativo di individuare il punto esatto dove giace la bara di metallo con i sette aviatori, che per altro si trova all’interno di una proprietà privata.
E intanto Troian rispolvera i ricordi: «Avevo solo 12 anni - dice -, e vidi questo enorme apparecchio in fiamme precipitare nella laguna, proprio vicino a dove mi trovavo; non sono stato l'unico testimone, e dopo l’abbattimento nessuno si poteva avvicinare al relitto perché c’erano i tedeschi; l'aereo poco alla volta è sprofondato nel fango, negli anni qualcuno recuperò alcuni pezzi, poi il terreno ha cambiato varie volte proprietario e ha subito molti lavori; spero di essere ancora utile alla ricerca». L'equipaggio del B-24 del 449th Bomb Group caduto in laguna, soprannominato Dumbo II, ebbe un unico superstite: Harvey Elwood Gann, 91 anni, vive nel Texas, e segue le ricerche di Grado in contatto e-mail con Furlan. Gann, che si salvò lanciandosi con il paracadute e fu poi catturato dai tedeschi, ha raccontato la sua esperienza e l’abbattimento del bombardiere nel libro di memorie "Escape I Must! - World War II Prisoner of War in Germany" (Woodburner Press).
Sui tranquilli specchi d'acqua dell'isola di Morgo, in un paesaggio mozzafiato dove il tempo sembra sospeso, a bordo del Castorino II Mark Russel e Stephen Johnson verificano dati e coordinate, scattano foto e pianificano il lavoro da fare cercando di gettare un ponte tra presente e passato. E tassello dopo tassello si ricompone il quadro della battaglia di 66 anni fa.
(22 febbraio 2010) da ilpiccolo.gelocal.it |
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| Chi ha ucciso Orlando Zapata |
24/2/2010
Chi ha ucciso Orlando Zapata YOANI SANCHEZ
All’ingresso del dipartimento di medicina legale di Ciudad Habana, dove giaceva il corpo ormai privo di vita del prigioniero politico Orlando Zapata Tamayo, Reina mi ha detto che suo figlio era stato vittima di un assassinio premeditato.
I fatti che hanno portato alla morte questo cubano di 42 anni non hanno avuto fino a oggi una versione ufficiale. Sappiamo per bocca dei suoi familiari che Orlando si era dichiarato in sciopero della fame per protestare sulle condizioni carcerarie di cui soffriva da quando - nella primavera del 2003 - era stato privato della libertà. Nessuna autorità ha confermato o smentito che il prigioniero abbia passato quasi un mese in una cella priva di luce, o che abbia tascorso 18 giorni senza poter bere acqua, fino a quando i comandanti della prigione kilo 8 della provincia di Camaguey hanno deciso di internarlo in un ospedale perchè non morisse sotto la loro giurisdizione. Orlando Zapata è stato ucciso da diverse mani: quella del triste ufficiale che ha messo il catenaccio alla cella di punizione. Non conosco il suo nome, non so se sarà punito per la sua indolenza o premiato per la prodezza. Orlando è stato anche vittima di un negligente trattamento ospedaliero, perchè nella sala dell’ospedale Hermanos Ameijeiras non è giunto soltanto un paziente disidratato, ma un corpo maltrattato sino all’estremo di una persona che aveva sofferto oltre i limiti della sopportazione. Orlando è stato lasciato morire dal governo di un paese dove far trapelare un pensiero anticonformista può condurre un uomo tra le sbarre.
A mezzogiorno in punto di questo mercoledì 24 febbraio, giorno in cui celebrava il suo secondo anno come Presidente, il generale Raúl Castro ha fatto sapere alla stampa che era rammaricato dell’accaduto. Probabilmente nessuno verrà condannato da un tribunale, nessuno verrà destituito o criticato pubblicamente. Ma se questo accadesse, o se si superasse la sottile frontiera che esiste tra rammaricarsi del decesso e chiedere scusa, la morte di Orlando assumerebbe un significato nuovo.
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
da lastampa.it |
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| SCHIELE |
Oscena è la paura del sesso. Firmato Egon Schiele
di Maurizia Tazartes
Milano - Mani secche, nodose, scheletriche. Nudi intrecciati in contorsioni acrobatiche, volti emaciati e sofferti. Un’umanità disperata e macabra di sopravvissuti, il volto intimo dell’impero austroungarico alla fine. A estrarlo da ogni individuo e a renderlo sulla tela è Egon Schiele, straordinario artista austriaco vissuto solo ventotto anni, dal 1890 al 1918. Un pittore scandaloso, che la critica ha infilato tra i maledetti come Van Gogh, Modigliani, Caravaggio e tanti altri.
Trasgressivo lo era. I suoi magnifici disegni con tenere bambine nude, donne libere e sensuali con calze e stivali a coprire solo un pezzo di gamba, gli avevano procurato nel 1912, a ventidue anni, un’accusa grave da parte di un certo Von Mossig, ufficiale della marina in pensione. Schiele era stato incolpato di averne sedotto la figlia, una ragazzina neppure quattordicenne. Tre settimane nella prigione di Neulengbach, tra maggio e aprile, un diario disperato contro l’ingiustizia subita, e infine l’assoluzione per non aver commesso il fatto.
Ma i suoi disegni, no, quelli non erano stati assolti. Anzi il giudice, prosciogliendo l’artista dall’accusa più grave, aveva bruciato di fronte a tutti uno dei suoi schizzi, vere cause dello scandalo. Il pittore ricorda il fatto nel diario scritto in carcere: «Durante l’udienza, uno dei miei disegni confiscati, quello che avevo appeso nella mia stanza da letto, venne bruciato solennemente, dal giudice paludato nella sua toga, sulla fiamma d’una candela! Autodafé! Savonarola! Inquisizione! Medioevo! Castrazione, ipocrisia! Su, andate nei musei allora, e tagliate a pezzetti tutti i più grandi capolavori d’arte. Chi ripudia il sesso è un individuo sporco che diffama nella maniera più volgare i propri genitori che lo hanno generato».
Nell’Austria perbenista del tempo non si accettava l’arte nuova della Secessione, ma Schiele faceva parte di quella Vienna dalla cultura fervida e vivace, che vedeva all’opera grandi architetti come Otto Wagner e Adolf Loos, pittori come Klimt e Kokoschka, filosofi come Freud, che per la prima volta indagava nella psiche umana. Ed anche lui, Schiele, cercava di scrutare l’animo degli uomini. Lo faceva con matita e pennello, alla ricerca delle pulsioni più profonde fisiche e spirituali, nascoste dentro quei corpi di ossa e poca carne.
Lo raccontano gli impressionanti autoritratti, i ritratti degli amici, le figure di modelle e amanti, i paesaggi freddi e mortuari creati con un particolare cloisonnisme, fatto di geometrie ossessive, righe e scacchi colorati simili alle vetrate dipinte di antiche cattedrali. Alcuni esposti nella mostra «Schiele e il suo tempo», aperta da domani (fino al 6 giugno) a Palazzo Reale di Milano. Promossa dal Comune di Milano in collaborazione con il Leopold Museum di Vienna (catalogo Skira), la rassegna riunisce attorno a una quarantina di dipinti e disegni di Schiele, quelli di importanti protagonisti della Secessione e dell’Espressionismo austriaco, come Klimt, Kokoschka. Moll, Moser ed altri. Si tratta di opere provenienti dal Leopold Museum di Vienna, che possiede la più grande collezione di dipinti e disegni di Schiele. A fondare questo museo, specializzato nell’arte austriaca tra Otto e Novecento, è stato nel 2001 il medico oculista Rudolf Leopold, nato a Vienna nel 1925, appassionato di pittura, tanto da collezionare ben 5400 opere di arte moderna del suo Paese.
Schiele è, con Kokoschka, il maggiore rappresentante dell’espressionismo austriaco. Nato in una famiglia della borghesia di Tulln, piccolo centro sul Danubio a sessanta chilometri da Vienna, sestogenito di un funzionario delle ferrovie, studia all’Accademia, ma ad affascinarlo è il dibattito aperto dalla Secessione, movimento artistico fondato nel 1897 contro l’arte ufficiale e tradizionale. Determinante l’incontro nel 1907 con Klimt, ma la «linea» sinuosa e decorativa di questo artista, tipica dell’Art nouveau o dello Jugendstil, diventa in Schiele l’aspra ossatura di una costruzione spaziale libera, violenta, esasperata. Talmente cruda che si trasformerà presto in espressionistica, per trattare in forme appiattite e cariche di simboli, come in Gauguin, temi duri e forti, dalla sessualità alla morte, dalla malinconia al male di vivere.
da ilgiornale.it |
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| Il Cristo autentico amato da Tolstoj |
Il Cristo autentico amato da Tolstoj
di Gianfranco Ravasi
Nel tradizionale rituale degli anniversari, il 2010 vede incrociarsi due centenari: da un lato, nel caldo agosto macedone di Skopje, nasceva da famiglia albanese Madre Teresa, denominata di Calcutta dalla sede della sua straordinaria missione e, d'altro lato, nel gelido inverno russo e nella sperduta stazioncina ferroviaria di Astapovo, si spegneva Tolstoj. Non è nostro compito (né saremmo in grado di farlo) elaborare un profilo critico del celebre romanziere russo. Vorremmo solo, da modesto e appassionato suo lettore, raccogliere qualche spunto dalla sua intensa spiritualità dai contorni fluidi e mutevoli, consapevoli che il suo oceano testuale impedisce trattazioni esaustive. È facile evocare, al riguardo, la battuta ironica del personaggio di un film di Woody Allen: «Ho fatto un corso di lettura veloce. Ho letto tutto Guerra e pace di Tolstoj. Parla della Russia».
Nel 1982 visitai la sua residenza di Jasnaja Poljana e la grande tenuta circostante. Nella sua biblioteca scoprii anche una copia dei Promessi Sposi, ma soprattutto libri religiosi e più di una Bibbia (nelle sue Confessioni aveva inserito di peso ampi squarci dell'Ecclesiaste). Il 12 giugno 1908 scriveva in premessa al suo Vangelo spiegato ai giovani (52 capitoletti con domande didattiche): «L'anno scorso ho formato qui a casa mia una piccola scuola di giovani contadini, dai 10 ai 13 anni. Nel desiderio di dar loro la dottrina di Cristo in modo che potessero comprenderla e che avesse un influsso sulla loro vita, io raccontavo loro con parole mie quei passi dei quattro Vangeli che mi parevano più comprensibili e accessibili ai bambini e al tempo stesso più utili per il criterio morale che occorre avere nella vita. I bambini, come disse Cristo, sono in particolar modo recettivi della dottrina del regno di Dio».
Certo, il suo Cristo era soprattutto l'incarnazione di un ideale morale altissimo, annunciatore solo del «regno di Dio in voi», cioè nell'interiorità delle coscienze e nell'amore, nemico di ogni struttura ecclesiastica orgogliosa di sé: «L'ambizione non può permettersi di accordarsi con la bontà; essa s'accorda solo col potere, l'astuzia e la crudeltà». Tuttavia, Tolstoj era consapevole del fatto che «l'uomo può ignorare di avere una religione, come può ignorare di avere un cuore. Ma senza religione, come senza cuore, l'uomo non può vivere». E così, nelle sue pagine fioriva una spiritualità che aveva come terreno di coltura il cuore innocente e puro di una Natasha o del soldato-contadino Platon Karataev di Guerra e pace. È la forza irradiante dell'amore salvifico: «Come una candela ne accende un'altra e in tal modo si trovano accese migliaia di candele, così un cuore ne accende un altro e così si accendono migliaia di cuori».
Alla base di questa visione dai contorni ora morali ora mistici c'è l'oscura vicenda della notte del settembre 1869, quando Tolstoj si ferma in una locanda di Arzamàs e nella veglia notturna una crisi gli devasta l'anima, come egli confesserà nelle Memorie di un pazzo. Da quella tempesta nascerà una certezza trascendente che si colloca nella linea della religiosità sopra descritta: «Gli uomini pregano Dio di soccorrerli dall'esterno ed egli è sempre pronto ad aiutarli in loro stessi. Se soltanto credessero in lui, a questo Dio interno e gli dessero la possibilità di aiutarli! Ma gli uomini non gli danno questa possibilità: si comportano proprio come un pazzo che, desiderando di uscire, sbatte, chiudendola, quella porta che altri gli apre». Il «Dio interno» tolstojano è il principio della redenzione; le sue epifanie purtroppo sono ignorate perché interiori e non teofaniche e grandiose; bisogna «afferrare al volo i fuggevoli lampi della felicità» divina. E questa verità luminosa è aperta nelle pagine evangeliche: è curioso notare che, quando nel 1906 decise di pianificare un suo «Ciclo di letture», selezionando testi veramente "necessari", pose subito in capite il Vangelo perché «è meglio sapere poche cose, ma belle e necessarie, che moltissime cose di poco conto e inutili».
Nell'orizzonte spirituale tolstojano molto personale brilla, tra gli altri, un tema drammatico com'è quello della morte. Lo scritto di riferimento capitale è quel capolavoro in assoluto che è La morte di Ivan Il'icv, racconto elaborato tra il 1887 e il 1889, con la solitaria agonia del protagonista, un consigliere della Corte d'Appello dal successo folgorante, dalla vita brillante, con una moglie attraente ma superficiale come lo sono i pur bravi figli. Un incidente lo porta a meditare sulla morte in lunghe ore vissute nell'abbandono dei familiari che lo trattano con ipocrita pietà, sentendolo ormai come un peso. «Ivan Il'icv capiva che stava morendo, ed era in uno stato di continua disperazione. Nel profondo del suo cuore sapeva di stare morendo, ma non solo non era abituato al pensiero, semplicemente non riusciva a farlo diventare suo». Scorre, così, davanti ai suoi occhi il passato apparentemente abbagliante che, in verità, alla luce della fine si rivela falso e vuoto, privo di un'anima. Giunto a questa catarsi, Ivan Il'icv vede accendersi una grande luce ed egli va incontro alla morte con serenità, approdato ormai alla salvezza.
Tanti sono ovviamente i temi morali e spirituali che affiorano dalle pagine tolstojane. Vorremmo solo far balenare il motivo della coppia e della famiglia che si sviluppa a partire dall'infelice esperienza autobiografica, con una moglie critica nei confronti delle sue scelte sociali e ideali e coi figli egoisti e ricattatori (anche se bisogna riconoscere che era tutt'altro che agevole vivere con un personaggio imponente come Tolstoj). Emblematico è un altro gioiello letterario, il racconto La sonata a Kreutzer (1889-90), un'impietosa analisi del trapasso insensibile dall'amore all'odio assoluto e omicida all'interno della coppia. La stessa musica, evocata nel titolo "beethoveniano", diventa uno strumento dionisiaco di esasperazione: «Dicono che la musica abbia per effetto di elevare l'anima... sciocchezze! Non è vero. Agisce tremendamente... ma nient'affatto nel senso di elevare l'anima. Non la eleva né l'abbassa: l'esaspera». Nel grandioso romanzo Anna Karenina (1873-77) – che ha nel cuore proprio i drammi della coppia Anna e Vronskij, ma anche di Kitty e Levin e la difficile vicenda matrimoniale del fratello di Anna – Tolstoj scriverà: «Le famiglie felici si somigliano tutte; le famiglie infelici sono infelici ciascuna a modo suo».
E in lui rimarrà la nostalgia dell'amore nuziale e familiare, totale, unico e assoluto: «Se il fine del matrimonio è la famiglia, allora l'uomo che desidera avere più donne oppure la donna che ricerca più uomini, godranno sì di maggiori piaceri, ma non avranno una famiglia». Anche un personaggio di Guerra e pace, un soldato dissoluto e fin depravato, quando scopre la serenità e l'amore di un focolare domestico, esclama: «Amo la vostra famiglia!». L'uomo, per uscire dall'angoscia, deve ritrovare la forza rigeneratrice dell'amore e la purezza della coscienza, liberandosi dai modelli di vita di una modernità scomposta e riscoprendo la freschezza di un cristianesimo delle origini, spoglio e carismatico. È in questa luce che poniamo a suggello del nostro ritratto spirituale, molto scarno e approssimativo, del grande scrittore russo una sua preghiera-meditazione che ci è stata tempo fa suggerita dall'associazione italiana degli «Amici di Tolstoj».
«Non so se sopravviverò fino a domani, se oggi o domani vivranno o moriranno prima di me tutti coloro che io amo e coloro che mi amano; non so se sarò sano o malato, se sarò sazio o affamato, se sarò stimato o disprezzato dalla gente. So soltanto una cosa: che tutto ciò che mi accadrà e che accadrà a tutti coloro che io amo, sarà secondo la volontà di Colui che vive in tutto ciò che ci circonda e nella mia anima. E tutto ciò che accade secondo la Sua volontà è bene».
20 febbraio 2010 © RIPRODUZIONE RISERVATA da ilsole24ore.com |
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| I corruttori vogliono star tranquilli... |
Giustizia e potere
di Luigi De Magistris
Lo «scudo» degli scudi. Immunità per la casta
Lo scudo degli scudi per l’immunità integrale dalla giustizia. Il Governo continua a lavorare al lodo Alfano costituzionale, cucito dall’avvocato Ghedini su misura del corpo giudiziario del premier, ma realizzato attraverso il braccio formale del ministro della Giustizia. Si cerca di rimediare alla solenne bocciatura d’ottobre da parte della Consulta. Il lodo Alfano attualmente in cantiere è dunque al secondo tentativo di legittimazione, ma già al primo debutto portava su di sé il peso di antiche sentenze, come quella che la Consulta aveva rivolto nel 2004 verso un altro scudo di immunità giudiziaria: quello confezionato da Schifani. Mutatis mutandis (di poco in verità), il provvedimento di Alfano si muoveva nel solco tracciato dal senatore forzista. Non a caso sono stati entrambi stroncati. La legge 124/2008 stabiliva che i processi penali verso il presidente della Repubblica, del Consiglio, della Camera e del Senato fossero sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione. La sospensione era applicata a tutti i procedimenti penali, compresi quelli in corso, anche in relazione a fatti antecedenti all’assunzione della carica o della funzione. Processo penale sospeso e sospensione dei termini di prescrizione. Questo scudo valeva per la durata della carica o funzione, senza essere reiterabile (ad eccezione di una nuova nomina durante la stessa legislatura). Per la Corte Costituzionale la norma violava comunque l’art.3 (principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge) e l’art.138 (obbligo di iter costituzionale). Purtroppo c’era fretta, come del resto oggi, di arrivare ad una impunità giudiziaria del premier prima che maturassero i frutti aspri del suo coinvolgimento giudiziario. Il parere della Corte era stato sollecitato dai pm impegnati nel processo sui diritti tv Mediaset e in quello relativo al caso Mills, che vedono imputato il premier con l’accusa di reati societari e corruzione in atti giudiziari. La questione della costituzionalità della legge, di cui si era avvalsa la difesa di Berlusconi, è così approdata alla Consulta. A niente è valsa la cena dei giudici costituzionali Mazzella e Napolitano i quali, pochi mesi prima della difficile sentenza, hanno pensato bene di incontrare Berlusconi e Alfano. Dopo la bocciatura i procedimenti sono ripresi e continuano quindi a preoccupare la maggioranza in febbrile attività per arrivare ad un’altra legge scudo a prova di Consulta. Impresa non semplice ma necessaria, soprattutto dopo l’approvazione della norma sul legittimo impedimento, concepita come “ponte” di 18 mesi per congelare la giustizia in attesa dell’immunità definitiva. Resta da capire come se la caveranno Ghedini&co, in questa sfida che rappresenta un unicum nel panorama legislativo europeo, dove non si ha notizia di simili scudi giudiziari per i membri dell’esecutivo. Ma nessun Paese europeo ha un premier con lo stesso curriculum giudiziario del nostro, che lo porta a giocarsi il tutto per tutto per diventare legibus solutus. Come i monarchi. A danno della democrazia.
18 febbraio 2010 da unita.it |
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| Assurdo se riferito solo al Sud, ma Silvio al governo non è un caso... |
Richard Lynn, psicologo all'università dell'Ulster, illustra la sua discutibile tesi sulla rivista scientifica 'Intelligence'
"A sud il QI si abbassa a causa della mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa"
"Il Meridione arretrato perché meno intelligente" Studiosi e politici contro una ricerca britannica
"E' almeno dal 1400 che il Mezzogiorno non partorisce figure di spicco nelle arti e nella politica"
Il presidente Aip: "Gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici".
L'onorevole Laboccetta: "E' una cavolata"
di GIOVANNI GAGLIARDI
ROMA - Dopo anni di lotte, discussioni e studi sulla 'Questione meridionale', ora Richard Lynn, docente emerito di psicologia all'università dell'Ulster a Coleraine, avrebbe trovato una spiegazione, a dir poco discutibile, sull'arretratezza del sud Italia: è meno sviluppato del nord perché i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali. La tesi, che non sfigurerebbe in un pamphlet sulla superiorità della razza, compare nell'ultimo numero della rivista scientifica Intelligence che pubblica la ricerca dal titolo In Italy, north-south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy.
Secondo Lynn, mentre nel nord Italia il quoziente intellettivo è pari a quello di altri Paesi dell'Europa centrale e settentrionale, più si va verso sud, più il coefficiente si abbassa. La causa è "con ogni probabilità" da attribuire "alla mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa". Insomma, la tesi è che al pari della statura, dell'istruzione e del reddito, da nord a sud l'intelligenza media della popolazione scenda fino a toccare il punto più basso in Sicilia. I più intelligenti d'Italia, secondo Lynn, sono concentrati in Friuli.
Il professore non è nuovo a teorie a dir poco discutibili: negli anni '70 sostenne che gli abitanti dell'Estremo oriente fossero più intelligenti dei bianchi e nel 1994 nel libro La curva a campana teorizzò che nella popolazione di colore una pigmentazione più chiara corrisponde a un quoziente intellettivo più alto, derivato proprio dal mix con i geni caucasici.
Ora, nello studio pubblicato da Intelligence, afferma che "il grosso della differenza nello sviluppo economico tra nord e sud può essere spiegato con la variabilità del QI" e che, in sintesi, nel sud Italia la qualità del cibo è più scadente, si studia meno, ci si prende meno cura dei figli e che almeno dal 1400 il Meridione non partorisce "figure di spicco" nelle arti e nella politica.
Evidentemente Lynn non si è preso la briga di scorrere l'annuario dell'accademia di Stoccolma. In quel caso si sarebbe accorto del premio Nobel per l'Economia e di quello per la Fisica assegnati ai romani Franco Modigliani ed Enrico Fermi. Per non parlare di quello per la medicina assegnato al catanzarese Renato Dulbecco o di quelli per la letteratura ai siciliani Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo, o alla nuorese Grazia Deledda.
Ma, se non bastassero né il buonsenso né l'evidenza, allora arriva la comunità scientifica a stroncare le conclusioni di Lynn. Di recente lo studio sugli africani è stato demolito da Jelte Wicherts dell'Università di Amsterdam e Jerry Carlson dell'Università di Riverside, con un lavoro per la rivista Intelligence, Personality and Individual Differences, and Learning and Individual Differences. I due esperti hanno riesaminato circa 100 rapporti sul quoziente intellettivo e screditato il lavoro di Lynn, sostenendo che ha usato dati selezionati ignorando sistematicamente africani con QI elevato; inoltre i valori di QI per gli africani e per gli occidentali sono stati ottenuti con studi eseguiti con metodi di misura differenti e quindi tra loro non comparabili. Infine il gruppo di Wicherts ha stimato che il QI medio africano intorno agli anni '50 era del tutto simile a quello degli olandesi e che quello degli occidentali è cresciuto molto nel XX secolo ma che ora anche quello dei nativi dell'Africa sta avendo un trend di crescita simile, che continuerà tanto più quanto maggiori saranno i miglioramenti delle condizioni di vita nel continente.
Lo studio sul sud Italia viene invece duramente contestato, tra gli altri, dal professor Roberto Cubelli, presidente dell'Associazione italiana di psicologia (AIP). Secondo Cubelli, lo studio di Lynn ha "gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici (inadeguatezza degli strumenti di misura, arbitrarietà della procedura di analisi, mancata definizione di intelligenza), attualmente in discussione presso la comunità scientifica".
Inoltre il presidente dell'Aip ritiene "deontologicamente sbagliato interpretare i risultati di un'analisi correlazionale di fenomeni complessi, quali quelli relativi al rendimento scolastico nelle diverse aree geografiche, facendo riferimento a modelli teorici che si sono già rivelati falsi e ingiustificati". Secondo Cubelli, infatti, "non si possono ignorare i fattori storici, politici, sociali ed economici e attribuire ogni effetto causale a presunte differenze biologiche e genetiche". Il professore, inoltre, mette in guardia dalla divulgazione di studi che, a causa dei suddetti limiti ed errori, "possono legittimare comportamenti individuali e scelte politiche di impronta razzista e di discriminazione sociale".
Ma non è solo la comunità scientifica a insorgere, anche i politici nostrani non esitano a bollare lo studio di Lynn come "un'autentica cavolata, per non dire di peggio", per usare le parole del deputato del Pdl e napoletano doc Amedeo Laboccetta. "Chi ha redatto lo studio - continua Laboccetta - è un povero ignorante, animato certamente da pregiudizi e da una pesante dose di razzismo. Dovrebbe vergognarsi di simili affermazioni, ma sono pronto a offrire a questo signore un soggiorno gratuito nelle regioni meridionali per rendersi conto di persona di quello che dice".
© Riproduzione riservata (16 febbraio 2010) da repubblica.it |
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| Esiste un paese senza dolore? |
Diario di una famiglia
L'Aquila, la casa svaligiata "Hanno rubato le nostre anime"
L'AQUILA - Maria Rita, la mamma di Cristina e Fabiana, ha una sola domanda. "Esiste un paese senza dolore? Ecco, io vorrei andarci". Ci sono episodi che in altre città possono fare male ma che qui all'Aquila possono distruggere. "Hanno svaligiato la nostra casa", dice Maria Rita. "Mio marito Claudio l'altro giorno è andato a guardarla, come fa sempre, da quando siamo scappati via dopo la scossa di dieci mesi fa. Ha visto che c'erano vetri rotti e porte spaccate. Ha chiamato la polizia". E' in un condominio, l'appartamento della famiglia Milani. "I ladri sono entrati in tutte le abitazioni, hanno portato via i nostri ricordi. Nella nostra casa hanno rubato gli abiti miei e delle mie figlie e anche il prezioso corredo di nozze di mia mamma, con le lenzuola e le tovaglie ricamate con il tombolo. Ogni tanto, quando ero a casa, aprivo quei cassettoni e sentivo il profumo di quella biancheria antica. Mi sembrava di sentire il profumo di mia madre".
C'è rabbia, nelle parole di Maria Rita, e anche tanta disperazione. "Del mio passato ho perso anche l'odore. Sono arrabbiata perché nella nostra casa noi possiamo entrare solo dopo avere fatto domanda ai vigili del fuoco che poi ci debbono accompagnare. E invece i ladri hanno potuto fare tutto indisturbati, entrando in tutti gli otto appartamenti del condominio". Era la casa di tutti i Milani, quella di Maria Rita e Claudio. Ogni domenica pranzo tutti assieme. Qui si preparavano le torte per i compleanni delle nipotine Asia, Crystal e Maila. "Lo so che io e Claudio forse non torneremo più nella nostra casa. Il nostro terrore è che non riusciremo nemmeno a tornare in una casa. Non ce la facciamo più a vivere in un limbo, in attesa di un futuro che non si vede. Siamo ancora in albergo, non sappiamo se il nostro appartamento potrà essere salvato o se dovrà essere abbattuto. Si deve combattere ogni giorno contro la depressione e l'angoscia. Io non posso continuare così. Prendo il pullman prima dell'alba, per andare a lavorare a Roma. Torno la sera. A cena con mio marito all'hotel Canadian poi ci troviamo nella camera. Non potevo portare qui il corredo di mia mamma e gli altri oggetti che mi erano cari. Mi hanno rubato tutto. E allora io lancio un grido di dolore, disperato, acuto e lancinante. Quelli che hanno saccheggiato la mia casa già sgangherata, strappando il mio passato, mi hanno lasciato completamente senza storia, senza profumi e senza anima".
"Ho scritto alcune parole, rivolte a chi ancora cerca di capire cosa stia succedendo nella nostra città e non crede a chi racconta che qui tutto va bene e che il terremoto è solo un ricordo. Dobbiamo darci da fare, per impedire che le nostre case già distrutte dal sisma siano spogliate di ogni cosa. Questa comincia a diventare la guerra tra poveri. Anche se tutti i giorni assistiamo a queste ignobili scene, io non voglio rimanere impassibile a guardare. Unitevi al mio dolore concretamente, aiutatemi ad impedire ciò che resta possibile impedire, piccole ma grandi cose per chi ha avuto la "fortuna" di sopravvivere alla furia della natura ed ora rischia di soccombere dal dispiacere, per mano dell'uomo. Creiamo una catena di solidarietà, difendiamo il difendibile, riprendiamoci la nostra città, impediamo questi atti di viltà. Con il cuore, sosteniamoci l'uno con l'altro".
LETTERE DALL'AQUILA
"Voglio tornare ai Quattro Cantoni" "Sono perfettamente d'accordo con Jusi Pitari che non conosco, ma che, come aquilano, sento di aver sempre conosciuto. E' tutto tremendamente vero quello che scrive. Anch'io, aquilano di origine, ma residente a Roma, provo le stesse sensazioni quando vado al centro dell'Aquila e cerco disperatamente di potermi riappropriare di quelle strade e di quelle piazze che la rendono unica. Ma niente. Anch'io, ieri, speravo di poter percorrere a piedi il tratto che va dalla Fontana Luminosa ai "Quattro cantoni"e poi dirigermi verso Piazza Palazzo, ma corpulenti soldati mi hanno gentilmente, ma decisamente, bloccato nei pressi del Boss. Cos'è l'Aquila senza il centro? Nulla, assolutamente nulla. D'accordo sulla necessità primaria di dare un tetto agli sfollati, ma adesso si impongono scelte coraggiose e, soprattutto, non si può assolutamente pensare che l'Aquila non si potrà più visitare finché tutto il centro non sarà stato ricostruito. Ma siamo pazzi? Gli aquilani hanno il diritto di poter almeno passeggiare per i vicoli e le piazze che conoscono a memoria, dove da piccoli erano accompagnati a passeggio dai loro genitori, dove da adolescenti facevano le loro prime esperienze di giochi e d'amore, che da grandi percorrevano per lavoro o per shopping. Al centro dell'Aquila sono legati i ricordi di tante generazioni di aquilani ed è assolutamente ingiusto privare loro di quella linfa vitale che è l'amore per la propria città e, quindi, per i propri concittadini. Non ci si tolga anche questa speranza. Grazie". Gianni Marchetti
"Lasciateci entrare nella nostra città" "Quella sera avevo appena lasciato i miei bimbi a l'Aquila. Io e mio marito siamo ripartiti. La nostra vita a Roma ci aspettava come sempre, ma come sempre non potrà più essere.... Siamo stati travolti durante il sonno da una forza più grande di noi. Di corsa sulla macchina, di corsa verso i nostri bimbi. Arrivare in quell'inferno, ancor prima dei giornalisti, delle forze dell'ordine ... arrivare per noi è stato un incubo, un incubo terminato con il lungo pianto, quando ho visto i miei bimbi abbracciati a mia madre, in una macchina che presentava ferite in ogni angolo. Da quel giorno ho amato ancora di più la mia città natale. Anche oggi, a distanza di mesi, continuo ad andare quasi ogni week end ed ogni scusa è buona per andare a sbirciare quei luoghi tanto cari alla mia memoria. Eppure a volte mi sono sentita una ladra: vedere tutto così immobile dà una sensazione di morte. Popolo aquilano, non restiamo a guardare. Il mio sogno è poter tornare in centro, guardare la piazza ed i suoi colori, camminare tra la storia e il futuro. Vorrei poter prendere per mano i miei figli e gironzolare per l'Aquila, come facevo da bambina. Quei portici sembravano dei giganti buoni. Oggi siamo noi che dobbiamo riparare loro: troveremo le forze?".
Maria Rita Daniele (12 febbraio 2010) da repubblica.it |
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| Sicilia se non si leggono libri arriva l'ottimismo (sic). |
14/2/2010
Non sono i libri il problema della Sicilia ANDREA CAMILLERI
Il professore Mario Centorrino, economista e assessore regionale in Sicilia alla Formazione, ha dichiarato: «Non leggiamo più per un po’ Camilleri, Tomasi di Lampedusa o Sciascia perché sono una sorta di “sfiga” nei confronti della Sicilia. Ci vuole ottimismo». Mi permetto di intervenire essendo l’ultimo (in ogni senso) superstite dei tre chiamati in causa.
Per prima cosa, ringrazio il professore, anche da parte di Sciascia, so di poterlo fare, per non avere incluso nell’elenco degli ostracizzati il nome di Pirandello. Che evidentemente, ai suoi occhi, brilla di ottimismo. Ciò premesso, mi spiega Centorrino perché secondo lui saremmo una «sfiga» (ahi, professore, che parola poco accademica!) per la Sicilia? Dal punto di vista economico, che dovrebbe essere il suo, sa quale incremento al turismo hanno dato i libri di questi autori? Il professore non si riferisce a questo? No? Forse allora allude al fatto che i tre autori danno della Sicilia una visione che non può propriamente definirsi ottimistica? A me pare che l’ideologia, da Centorrino tirata in ballo, qua non c’entri proprio niente. C’entrano le idee, le opinioni, i convincimenti che ogni autore ha liberamente maturato attraverso il confronto con la realtà. E questa realtà ha fatto quasi sempre pendere l’ago della bilancia non certamente verso un facile ottimismo. Non sono gli scrittori a portare «sfiga» alla Sicilia, professore. Ma tutti coloro che da sempre dicono di voler cambiare le cose perché le cose non cambino. Personalmente, devo dichiarare di non credere allo sciocco ottimismo a tutti i costi. E di credere invece nell’onestà dei propositi e nella silenziosa determinazione a realizzarli. E, per ultimo, vorrei suggerire al professore d’essere più cauto perché si comincia col chiedere di non leggere per un po’ certi libri e poi si finisce col mandarli al rogo.
da lastampa.it |
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13/2/2010
Basta volgarità sulla storia del Risorgimento GIORGIO NAPOLITANO
Pubblichiamo un estratto del discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica durante l’incontro all’Accademia dei Lincei che ieri ha aperto le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Con l’avvicinarsi del centocinquantenario si vedono emergere, tra loro strettamente connessi, giudizi sommari e pregiudizi volgari sul quel che fu nell’800 il formarsi dell’Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi, di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861. C’è chi afferma con disinvoltura che sempre fragili sono state le basi del comune sentire nazionale, pur alimentato nei secoli da profonde radici di cultura e di lingua.
E chi sostiene che sono state sempre fragili, comunque, le basi del disegno volto a tradurre elementi riconoscibili di unità culturale in fondamenti di unità politica e statuale. E c’è chi tratteggia il quadro dell’Italia di oggi in termini di così radicale divisione, da ogni punto di vista, da inficiare irrimediabilmente il progetto unitario che trovò il suo compimento nel 1861.
***
Noi abbiamo da fare come italiani il nostro esame di coscienza collettivo cogliendo l’occasione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Possiamo farlo, non ignorando certo i modi concreti della nascita dello Stato unitario, le scelte che prevalsero nel confronto tra diverse visioni del percorso da seguire e dello sbocco cui tendere; non ignorando, anzi approfondendo i termini di quell’aspra dialettica, ma senza ricondurre ai vizi d’origine della nostra unificazione statuale tutte le difficoltà successive dell’Italia unita così da approdare a conclusioni di sostanziale scetticismo sul suo futuro.
Le delusioni e frustrazioni che furono espresse anche da figure tra le maggiori del moto risorgimentale, e che operarono nel profondo dei sentimenti e degli atteggiamenti popolari, hanno sin dall’inizio costituito un problema da affrontare guardando avanti. Questo fu, io credo, l’apporto del meridionalismo che - con Giustino Fortunato, e grazie anche a illuminati uomini del Nord - si caratterizzò come grande cultura dell’unitarismo critico, impegnata a indicare la necessità di nuovi indirizzi nella politica generale dello Stato nazionale la cui unità veniva però riaffermata categoricamente nel suo valore storico.
Certo, la frattura più grave di cui il nostro Stato nazionale ha fin dall’inizio portato il segno e che ha finito per protrarsi - nonostante i tentativi, benché non del tutto privi di successo, messi in atto a più riprese - e quindi restando ancor oggi cruciale, è quella tra Nord e Sud. E ho già detto in quali termini essa ci si presenti ora e ci impegni più che mai. Ma altre fratture originarie si sono ricomposte: come quella tra Stato e Chiesa, tra il nuovo Stato, che anche con il contributo degli uomini del cattolicesimo liberale nel corso del Risorgimento era stato concepito, e la Chiesa spogliata, perdendo Roma, del potere temporale. E, come ho notato nella prima parte del mio intervento, molte altre prove, anche assai dure, sono state superate con successo dalla comunità nazionale.
Sono convinto che nell’«età della Costituente», negli anni decisivi, cioè, della ricostruzione, su basi repubblicane e democratiche, del nostro Stato unitario, venne recuperata «l’eredità del Risorgimento», dissoltasi - secondo il giudizio di Rosario Romeo - nelle «vicende della prima metà del Novecento, con le due guerre mondiali e l’avventura totalitaria». In effetti, la fine dell’epoca dei nazionalismi dilaganti e dei conflitti da essi scaturiti, consentì la riscoperta di quell’identificarsi dell’idea di Nazione con l’idea di libertà che aveva animato il moto risorgimentale. L’idea di Nazione, il senso della Patria, attorno ai quali nella prima metà del secolo scorso gli italiani si erano divisi ideologicamente e politicamente, divennero nuovamente unificanti facendo da tessuto connettivo dell’elaborazione della Carta Costituzionale.
C’è da chiedersi quanto, da alcuni decenni, questo patrimonio di valori unitari si sia venuto oscurando - anche nella formazione delle giovani generazioni - e come ciò abbia favorito il diffondersi di nuovi particolarismi, di nuovi motivi di frammentazione e di tensione nel tessuto della società e della vita pubblica nazionale. E non possiamo dunque sottovalutare i rischi che ne sono derivati e che ci si presentano oggi, alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità.
È indispensabile, ritengo, un nuovo impegno condiviso per suscitare una ben maggiore consapevolezza storica del nostro essere nazione e per irrobustire la coscienza nazionale unitaria degli italiani. Dobbiamo innanzitutto - torno a sottolinearlo - attingere a una ricerca storiografica che ha dato, fino a tempi recenti, frutti copiosi e risultati di alto livello: come il fondamentale studio dedicato da Rosario Romeo a Cavour e al suo tempo. Uno studio dal quale emerge il ruolo preminente e innegabilmente decisivo dello statista piemontese, guidato dalla «convinzione che esistesse una sola nazione italiana e che essa avesse diritto a una propria esistenza politica»; il ruolo decisivo di quel Cavour grazie al quale, al Congresso di Parigi del 1856, per la prima volta nella storia uno Stato italiano aveva «pensato a tutta l’Italia» e «parlato in nome dell’Italia». Nello stesso tempo, è emersa ad opera degli studiosi tutta la ricchezza del processo unitario e degli apporti che ad esso vennero dai rappresentanti più alti di concezioni pur così diverse del movimento per l’Unità, come Cavour, Mazzini, Cattaneo, Garibaldi, che concorsero, dando vita allItalia unita, al maggior fatto nuovo nell’Europa di quel tempo.
Ebbene, è pensabile oggi un forte impegno per riproporre le acquisizioni della nostra cultura storica, relative a quel che hanno rappresentato il Risorgimento e la sua conclusione nella storia d’Italia e d’Europa? E per collegarvi una riflessione matura su tappe essenziali del lungo percorso successivo, fino alla rigenerazione unitaria espressasi nei valori comuni posti a base della Costituzione repubblicana? Dovrebbe essere questo il programma da svolgere di qui al 2011: un impegno che vogliamo considerare pensabile e possibile, anche perché ci sono nuove e stringenti ragioni per condividerlo.
da lastampa.it |
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| Schiavi a Milano |
"Vi racconto la mia vita da schiavo fra le cassette dell'Ortomercato"
Omar Hammoudi, 34 anni, algerino, in Italia da regolare dal 2002, è il primo lavoratore dell'Ortomercato di Milano che ha avuto il coraggio di denunciare i suoi sfruttatori e non ha paura di raccontare i suoi cinque anni da schiavo in via Lombroso.
Nelle sue parole il racconto delle cooperative che aprono e chiudono per non pagare i contributi, i suoi giorni sui camion dopo 17 ore di lavoro
di Sandro De Riccardis
«La vittoria in tribunale mi ha lasciato solo, senza lavoro. Invece loro sono ancora lì: hanno cambiato nome alle cooperative e comandano come prima». Omar Hammoudi è il primo lavoratore ad aver denunciato la sua vita da schiavo all’Ortomercato. Racconta le sue giornate da 17 ore di lavoro ininterrotto, il viaggio mezzo morto verso casa, poi tre ore di sonno prima di un’altra giornata infinita a caricare cassette di frutta.
Omar Hammoudi ha 34 anni ed è algerino. Ha vissuto in Francia, poi in Italia, dal 2005 è stato per quasi cinque anni all’Ortomercato. Ha creduto in chi gli ha offerto un posto da socio in una cooperativa. Ha sperato di far parte di un’impresa e ci ha lasciato dentro i suoi pochi soldi. Si è accorto che i suoi soci erano i suoi sfruttatori e ha avuto il coraggio di denunciarli fino a vincere in tribunale. «All’Ortomercato sei solo uno schiavo. Entri che non è ancora giorno e non sai quando uscirai. Inizi a lavorare alle due di notte e vai avanti fino a mezzogiorno, fino alle cinque del pomeriggio, fino alle sette di sera. Fai trecento ore al mese, poi in busta paga ne trovi 30, 40, al massimo 50. Il resto è in nero».
Omar ha iniziato a lavorare in via Lombroso con la Ncm, una cooperativa che ora non esiste più perché, diventata simbolo del lavoro nero, è stata sciolta. «C’erano persone senza contratto, clandestini, gente senza nemmeno le scarpe antiinfortunio. Io ero uno dei soci. Mi dicevano che dovevamo fare sacrifici. Che bisognava comprare i muletti. Intanto coi soldi della società loro si compravano le Mercedes 320 da 48mila euro. In due anni, sono spariti quasi 2 milioni di euro». A fine 2008 la Ncm viene messa in liquidazione e poco dopo, ad aprile 2009, Omar fa causa: nessuno gli ha versato contributi, straordinari, ferie, festività, periodo di malattia. Vince. E il tribunale gli riconosce 11mila euro di risarcimento.
La Ncm però è ormai una scatola vuota. All’Ortomercato funziona così: le cooperative finiscono in liquidazione, si scindono, cambiano nome: quando lo Stato chiede conto dell’evasione, trova solo scatole senza patrimonio su cui rivalersi, mentre chi muove i fili del racket delle assunzioni non va mai via. «Io ho perso il lavoro. Loro sono sempre lì». La vecchia Ncm è diventata la Liberty, una delle due cooperative del consorzio City che ha bloccato la gara indetta dalla Sogemi.
Gli uomini sono gli stessi. Il liquidatore della Ncm è Gianfranco Teodorio Recchia, 49 anni, ora rappresentante del consorzio City nel ricorso al Tar. Amministratore unico della Liberty è Stefano Tornaghi, 41 anni, ex facchino e dipendente della Ncm. «Nessuno dei vecchi amministratori è sparito dagli stand. E i veri padroni nemmeno compaiono perché hanno avuto condanne».
Dopo il periodo alla Ncm, qualche mese di malattia non pagato per un muletto salito sul piede, Omar ha lavorato nel 2009 alla Nuova Frutta, ora anche questa in liquidazione. Un contratto di tre mesi, con 45 giorni di prova, per 24 ore settimanali. «Invece iniziavo alle 3 del mattino e finivo alle sette di sera. In 17 giorni ho fatto 237 ore. Ti dicono che c’è la crisi, che non c’è lavoro. Il lavoro c’è: ma ognuno fa quello di due persone. Altrimenti ti licenziano. Io per mesi ho dormito tre ore a notte. E sul camion, mentre trasportavo la frutta, mi sono addormentato due volte. I caporali ci dicevano di far risultare la sosta, che dobbiamo fare per legge e che deve risultare sulla carta tachigrafica, mentre scarichiamo la merce. Nessuno protesta. Tutti hanno paura, non possono restare senza lavoro».
(12 febbraio 2010) da milano.repubblica.it |
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| Quelli che esagerano |
12/2/2010
Quelli che esagerano BRUNO GAMBAROTTA
Cara mamma,
ti scrivo queste poche righe per dirti che non devi darti pena se non riesci a venirmi a trovare in ospedale. Ho due vicini di letto simpatici con tanti parenti che li vengono a trovare e stanno qui tutto il pomeriggio.
Ieri hanno portato un’impepata di cozze da far resuscitare i morti; ne abbiamo portata un po’ in rianimazione ma se la sono mangiata gli infermieri. Hanno dei bambini vivacissimi che si divertono più qui che all’oratorio; organizziamo con loro delle gare di corsa nel corridoio, vince chi riesce a portare per primo un pappagallo ripieno di pipì senza rovesciarne neanche una goccia; finora nessuno ci è riuscito. L'altro giorno per scherzo hanno invertito i tubi della flebo di due vecchietti che si lamentavano per il chiasso ed è mancato poco che si liberassero due letti.
Per vendicarsi di un infermiere che li ha rimproverati oggi quei diavoletti sono andati nell’altro reparto e hanno spostato tutte le cartelle cliniche in fondo ai letti. Avevamo scommesso che non se ne sarebbero accorti e abbiamo vinto alla grande.
Stiamo studiando di fare in reparto il gioco dei pacchi; nelle scatole metteremo le protesi, le valvole cardiache, i bisturi. Il mio vicino vorrebbe metterci anche del materiale biologico, tipo l’appendice o i calcoli della cistifellea ma quelli li teniamo per giocare al Ris di Parma. Adesso ti lascio perché abbiamo mandato un cugino del mio amico a comprare una montagna di kebab e due bottiglioni di vino e quando arriva dobbiamo essere pronti.
Tuo affezionatissimo figlio Bruno
da lastampa.it |
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| La Terra di Lavoro |
Pier Paolo Pasolini
La poesia
La Terra di Lavoro
da Le ceneri di Gramsci
Ormai è vicina la Terra di Lavoro, qualche branco di bufale, qualche mucchio di case tra piante di pomidoro,
èdere e povere palanche. Ogni tanto un fiumicello, a pelo del terreno, appare tra le branche
degli olmi carichi di viti, nero come uno scolo. Dentro, nel treno che corre mezzo vuoto, il gelo
autunnale vela il triste legno, gli stracci bagnati: se fuori è il paradiso, qui dentro è il regno
dei morti, passati da dolore a dolore - senza averne sospetto. Nelle panche, nei corridoi,
eccoli con il mento sul petto, con le spalle contro lo schienale, con la bocca sopra un pezzetto
di pane unto, masticando male, miseri e scuri come cani su un boccone rubato: e gli sale
se ne guardi gli occhi, le mani, sugli zigomi un pietoso rossore, in cui nemica gli si scopre l'anima.
Ma anche chi non mangia o le sue storie non dice al vicino attento, se lo guardi, ti guarda con il cuore
negli occhi, quasi, con spavento, a dirti che non ha fatto nulla di male, che è un innocente.
Una donnetta, di Fondi o Aversa, culla una creatura che dorme nel fondo d'una vita d'agnellino, e la trastulla
- se si risveglia dal suo sonno dicendo parole come il mondo nuove - con parole stanche come il mondo.
Questa, se la osservi, non si muove, come una bestia che finge d'esser morta; si stringe dentro le sue povere
vesti e, con gli occhi nel vuoto, ascolta la voce che a ogni istante le ricorda la sua povertà come una colpa.
Poi, riprendendo a cullare, cieca, sorda, senza neanche accorgersi, sospira. Col piccolo viso scuro come torba,
in un muto odore di ovile, un giovane è accanto al finestrino, nemico, quasi non osando aprire
la porta, dare noia al vicino. Guarda fisso la montagna, il cielo, le mani in tasca, il basco di malandrino
sull'occhio: non vede il forestiero, non vede niente, il colletto rialzato per freddo, o per infido mistero
di delinquente, di cane abbandonato. L'umidità ravviva i vecchi odori del legno, unto e affumicato,
mescolandoli ai nuovi, di chiassetti freschi di strame umano. E dai campi, ormai violetti,
viene una luce che scopre anime, non corpi, all'occhio che più crudo della luce, ne scopre la fame,
la servitù, la solitudine. Anime che riempiono il mondo, come immagini fedeli e nude
della sua storia, benché affondino in una storia che non è più nostra. Con una vita di altri secoli, sono
vivi in questo: e nel mondo si mostrano a chi del mondo ha conoscenza, gregge di chi nient'altro che la miseria conosca.
Sono sempre stati per loro unica legge odio servile e servile allegria: eppure nei loro occhi si poteva leggere
ormai un segno di diversa fame - scura come quella del pane, e, come quella, necessaria. Una pura
ombra che già prendeva nome di speranza: e quasi riacquistato all'uomo, vedeva il meridione,
timida, sulle sue greggi rassegnate di viventi, la luce del riscatto. Ma ora per queste anime segnate
dal crepuscolo, per questo bivacco di intimiditi passeggeri, d’improvviso ogni interna luce, ogni atto
di coscienza, sembra cosa di ieri. Nemico è oggi a questa donna che culla la sua creatura, a questi neri
contadini che non ne sanno nulla, chi muore perché sia salva in altre madri, in altre creature,
la loro libertà. Chi muore perché arda in altri servi, in altri contadini, la loro sete anche se bastarda
di giustizia, gli è nemico. Gli è nemico chi straccia la bandiera ormai rossa di assassinî,
e gli è nemico chi, fedele, dai bianchi assassini la difende. Gli è nemico il padrone che spera
la loro resa, e il compagno che pretende che lottino in una fede che ormai è negazione della fede. Gli è nemico chi rende
grazie a Dio per la reazione del vecchio popolo, e gli è nemico chi perdona il sangue in nome
del nuovo popolo. Restituito è cosi, in un giorno di sangue, il mondo a un tempo che pareva finito:
la luce che piove su queste anime è quella, ancora, del vecchio meridione, l'anima di questa terra è il vecchio fango.
Se misuri nel mondo, in cuore, la delusione senti ormai che essa non conduce a nuova aridità, ma a vecchia passione.
E ti perdi allora in questa luce che rade, con la pioggia, d'improvviso zolle di salvia rossa, case sudice.
Ti perdi nel vecchio paradiso che qui fuori sui crinali di lava dà un celeste, benché umano, viso
all'orizzonte dove nella bava grigia si perde Napoli, ai meridiani temporali, che il sereno invadono,
uno sui monti del Lazio, già lontani, l'altro su questa terra abbandonata agli sporchi orti, ai pantani,
ai villaggi grandi come città. Si confondono la pioggia e il sole in una gioia ch'è forse conservata
- come una scheggia dell'altra storia, non più nostra - in fondo al cuore di questi poveri viaggiatori:
vivi, soltanto vivi, nel calore che fa più grande della storia la vita. Tu ti perdi nel paradiso interiore,
e anche la tua pietà gli è nemica.
1956 |
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| Camus a 50 anni dalla sua morte. |
Camus nei ricordi dell'amico Jean Daniel
di Goffredo Fofi
Su Camus si è scritto molto nei mesi scorsi, in vista del cinquantesimo anniversario della sua morte, a soli 47 anni. Aveva avuto il Nobel per la letteratura tre anni prima, nel 1957, forse il più giovane tra gli insigniti da un premio che era ancora molto prestigioso. Benché la sua attività venisse stroncata dal mortale incidente del 1960, quanto ha scritto è bastato a farne uno dei pensatori più influenti del secolo scorso. E di oggi. Maestro per scrittori di mezzo mondo – innumerevoli, dalla Svezia di Dagerman al Giappone di Dazai, dall’Italia di Flaiano (Tempo di uccidere ) alla stessa America di Faulkner, a tutta o quasi l’Europa dell’Est nei duri anni dello stalinismo – il segreto della sua durata è stato nel saper «resistere all’aria del tempo», nel non accettare le linee dominanti della cultura dei suoi anni in nome di un’onestà intellettuale innamorata della realtà, della verità.
Jean Daniel, uno dei giornalisti francesi più importanti tra la guerra e oggi, fondatore del Nouvel Observateur , che gli fu vicino e amico sin dagli esordi perché anche lui nato e cresciuto come Camus nell’Algeria coloniale, ha scritto pochi anni fa questo aureo libro di ricordi e riflessioni su Camus, constando sintetizzando in questo modo l’itinerario camusiano: «Se si esclude il rifugio nella religione o la fuga nell’ideologia, rimangono l’imperativo della creazione felice e l’urgenza di una compassione attiva e sempre controllata». Camus si voleva «solitario e solidale» e ha ripetuto molto spesso quest’essenziale definizione del suo programma di vita e di pensiero, che parte dall’impossibilità di accettare i luoghi comuni e i grandi ricatti del suo tempo – e in sostanza le due grandi distinzioni, di ieri e non più di oggi, tra il modello statalista e quello occidentale, americano, basato sull’assoluto del mercato. Si accusò Camus di non tener conto delle «leggi» della storia, gli uni irridendo la sua radicale critica del «comunismo reale» e gli altri quella, né più né meno, del sistema capitalista.
Il suo amico-nemico Sartre sacrificò alla logica di «non mettere in crisi la classe operaia» occidentale e le sue prospettive di rivoluzione con la denuncia degli orrori del gulag, e ruppe con Camus (se fu Camus a rompere con lui, il discorso non cambia) perché Camus non accettò questo ricatto così come non accettò quello della spirale di violenza algerina (e forse lo scritto più terribile di Sartre fu proprio la sua prefazione a I dannati della terra di Fanon , in cui, andando ben oltre Fanon, esaltava la necessità della violenza algerina su ogni piano, compreso quello psicologico e morale). In sostanza, Camus ha sempre messo in discussione il rapporto tra fini e mezzi e considerato anzitutto la verità delle vittime, di qualunque parte esse fossero. Una prima rottura con il pensiero comune e «l’aria del tempo» Camus l’aveva affermata, guadagnandosi irrisioni e inimicizie, proprio quando tutti esultarono per l’atomica a Hiroshima vedendovi la data risolutrice della guerra mondiale. Se si usano le armi del nemico, si finisce per somigliargli, per diventare il nemico. «Io voglio lottare per la giustizia», ha scritto Camus, «non per la punizione degli uni e la vendetta degli altri». Quella giustizia, diceva Simone Weil così amata da Camus, che abbandona sempre il carro dei vincitori. Bisognava imparare a diffidare dei «giustizieri con le mani pulite». E anche da quella «pietà che induce a soccorrere le vittime preparandone l’asservimento», e che a me sembra fin troppo presente, oggi, nell’aria del nostro tempo.
L’OMAGGIO DI SARTRE Ebbene, fu proprio Sartre, ricorda Daniel, a scrivere il necrologio dello scrittore più vicino al suo spirito: «Il suo umanesimo testardo, severo e puro, austero e sensuale, intraprendeva una lotta senza certezze contro i gravi e difformi eventi di questo tempo. E per converso, con la caparbietà dei suoi rifiuti, egli riaffermava, nel pieno della nostra epoca, contro i machiavellici, contro i vitelli d’oro del realismo, l’esistenza del fatto morale. Egli era, per così dire, quella incrollabile affermazione. Per poco che si leggesse o si pensasse, ci si imbatteva nei valori umani che teneva stretti in pugno: metteva in questione l’atto politico». Metteva in questione l’atto politico, è forse qui la più scottante attualità del pensiero e dell’opera letteraria di Camus. Il libro di Daniel parla di molti aspetti dello scrittore e ricorda molte sue frasi esemplari, nella loro semplicità e immediatezza, ma non quella che a me sembra centrale, nella sua essenzialità: «Mi rivolto dunque siamo» (si veda la piccola antologia camusiana di Eleuthera che porta questo titolo, uscita due anni fa). Ricorda per esempio le sue parole d’ordine «giustizia, onore e felicità», vedendo l’originalità soprattutto della seconda e della terza, e commentando quest’ultima con la constatazione che «occorre amarsi un po’ e se possibile essere felici per amare gli altri», contro ogni logica di mortificazione. Parla diffusamente del lavoro giornalistico di Camus in pagine che dovrebbero servire di monito ai giornalisti di oggi. Insiste sull’idea camusiana di responsabilità («essere responsabile è in primo luogo partecipare») e sul dovere di non accettare lo stato delle cose presenti, di metterlo in discussione, di reagirvi («vivere è non rassegnarsi»), sul rifiuto di mentire e di mentirsi (citando Malraux: «essere un uomo è ridurre al massimo la propria parte di commedia»).
Di questo piccolo libro in cui il vecchio Daniel mette insieme ricordi e riflessioni e definisce, datandolo, un percorso tra i più necessari e affascinanti nella storia della società e della cultura del Novecento, voglio per finire ricordare l’aneddoto che egli racconta, e che mi pare vada collegato a una delle più scandalose frasi di Camus: «Noi siamo di quelli che non sopportano che si parli della miseria se non con cognizione di causa». Eccolo: «Un 14 luglio, doveva essere quello del 1951, Albert Camus, la madre (che era una domestica semianalfabeta, d’origine spagnola, per chi non lo ricordasse e non avesse letto Il primo uomo , il bellissimo libro postumo di Camus), alcuni amici e io, andammo in place Saint Sulpice dove si ballava. Stavamo seduti attorno a un tavolo e, come faceva di tanto in tanto, Camus si alzò per ballare con una delle donne che ci accompagnavano. Poi tornò vicino alla madre. Si sedette, si chinò verso di lei e, parlando molto forte per vincere la sua sordità e la musica e perché gli altri potessero sentire, disse: “Mamma, sono stato invitato all’Eliseo”. Lei si fece ripetere la frase almeno tre volte e soprattutto la parola “Eliseo”. Rimase silenziosa per qualche minuto. Poi chiese a suo figlio di stare a sentirla e gli disse a voce molto alta: “Non è cosa per noi. Non ci andare, figlio mio, non ti fidare. Non è cosa per noi”. Camus ci guardò. Non disse niente, ma mi sembrò che fosse fiero di sua madre. Comunque sia, non è mai andato all’Eliseo» (pag.154).
06 febbraio 2010 da unita.it |
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| Morgan e l'elogio dell'ipocrisia |
4/2/2010 - IL CASO
Morgan e l'elogio dell'ipocrisia MICHELE BRAMBILLA
Ipocrisia. Tutti coloro che hanno contestato l’esclusione di Morgan da Sanremo hanno fatto ricorso a questo vocabolo-totem, uno dei più gettonati per ridurre al silenzio chiunque si azzardi a evidenziare un comportamento sbagliato (gli altri sono «moralismo» e «perbenismo»). Di «ipocrisia» ha parlato Claudia Mori. Di «ipocrisia proibizionista» i radicali Michele De Lucia e Andrea De Angelis. Di «festival dell’ipocrisia» Mario Adinolfi del Pd.
Di «trionfo dell’ipocrisia» Flavio Arzarello del PdCI. «Escludere Morgan da Sanremo è ipocrisia» è la battuta dettata alle agenzie da Adriana Poli Bortone dell’Udc. «Ipocriti» è poi l’aggettivo più presente nei commenti, quasi tutti versus esclusione, che leggiamo sui siti on line dei maggiori quotidiani italiani.
L’argomentazione di tutti costoro è semplice: si drogano tutti, nel mondo dello spettacolo e perfino in Parlamento, perché prendersela con uno dei pochissimi che ha l’onestà di ammetterlo?
Un’argomentazione dalla logica davvero stringente. Ragionando allo stesso modo, si potrebbe sostenere che, siccome quasi tutti evadono le tasse, è «ipocrisia» punire l’evasore che viene scoperto; siccome ci sono legioni di ladri, sarebbe «ipocrita» arrestare quelli che vengono beccati con le mani nel sacco; lo stesso vale per i dipendenti licenziati perché in ufficio passano più tempo a guardare i siti porno che a lavorare, e così via. Ci pare un «moralismo al contrario», per il quale è sufficiente dire urbi et orbi che si fa una cosa sbagliata per passarla liscia, anzi per guadagnarsi una medaglia.
Ma l’argomentazione appare ancora più debole, per non dire miserevole, se si tiene conto di un particolare non proprio secondario. E cioè: Morgan non ha detto solo che si droga. Ha detto che la droga fa bene. Ne ha esaltato le proprietà terapeutiche. Ecco le sue parole testuali: «Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. La uso come antidepressivo. Gli psichiatri mi hanno sempre prescritto medicine potenti, che mi facevano star male. Avercene invece di antidepressivi come la cocaina. Fa bene».
Se escludere da Sanremo uno che lancia al pubblico messaggi del genere è ipocrisia, viva l’ipocrisia. La quale non è una bella cosa ma, tra i comportamenti umani riprovevoli, è uno dei pochi che possono vantare anche un lato positivo della medaglia. Il lato negativo è appunto l’ostentazione di una rettitudine che non corrisponde alla propria vita. Ma quello positivo sta nel fatto, paradossale quanto volete, che nascondere le proprie malefatte vuol dire anche riconoscere che sono, appunto, malefatte. Qualcuno ieri ha scomodato il Vangelo. Ora, è vero che Gesù annuncia un destino terribile per gli ipocriti; ma dice anche che il peccato più grande è confondere: dire che il bene è male e che il male è bene. E Morgan (non sappiamo quanto consapevolmente: il personaggio induce più alla compassione che al biasimo) questo ha fatto: ha detto che un male - perché la droga è un male - è un bene. E chi accusa di ipocrisia coloro che lo hanno escluso da Sanremo fa, indirettamente, la stessa cosa.
L’ipocrisia, l’occultamento delle proprie miserie, è insomma certamente una finzione tra le più deprecabili. Ma è anche l’omaggio che il vizio rende alla virtù. Ci si nasconde perché si riconosce che, di quel che si fa, non c’è da menar vanto.
Per questo oggi facciamo qui un elogio dell’ipocrisia. Ben sapendo che ci prenderemo dei «moralisti» e ovviamente anche degli «ipocriti» da coloro che - forse, in qualche caso - parlano pure per difendere stili di vita personali. (E che però, naturalmente, si guarderebbero bene dal mandare i loro bambini su uno scuolabus guidato da un cocainomane. Ipocriti un po’ anche loro, no?).
da lastampa.it |
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| Un paese allo sbando |
4/2/2010 - PERSONE
Voglia di fuggire LIETTA TORNABUONI
Ma come si fa a capire, a seguire, a reagire? Neppure se si ascoltassero telegiornali a tutte le ore del giorno e della notte (esercizio inumano, impossibile) si riuscirebbe a star dietro a vicende riguardanti la Giustizia tanto intrecciate, complesse. Alla Camera si è votato sì a un provvedimento secondo cui tutti i componenti del governo, se convocati per qualche ragione in tribunale, possono dire di no (manca il tempo, hanno da fare, sono fuori stanza) e non presentarsi. E perché? La giustizia non dovrebbe essere uguale per tutti? Lo chiamano «legittimo impedimento», ma cosa sarà che assorbe i governanti in modo così irrimediabile? E se fosse meglio vederli in tribunale, anziché lasciarli all’opera? E se fa tutto il presidente del Consiglio, se decide lui, elegge nuovi ministri, esprime le linee della politica estera, assume e licenzia, boccia e censuragli altri da cosa sarebbero così totalmente occupati?
Mentre si discute di questo (e si sostiene trattarsi d’un provvedimento necessario per consentire agli eletti dal popolo di fare il proprio lavoro: si vede che fino ad oggi oziavano passeggiando lungo i corridoi di palazzi di Giustizia), un deputato avanza proposte personali e in un tribunale aspettano diversi processi che vedono protagonista anche il presidente del Consiglio. Insomma un caos che ai cittadini dà l’impressione di un’aria confusa, pasticciata, tale da farli sentire perennemente fregati oppure abitanti d’un brutto Paese. Non è una sensazione piacevole: fa pensare a quanto sarebbe meglio se i governanti non avessero commesso, non commettessero, non progettassero di commettere tante illegalità.
Certe volte, quando a simili notizie si uniscono fatti di cronaca feroci che manco nel Medioevo (un ragazzo ucciso per una sigaretta a forza di coltellate alla gola, un assassinato decapitato la cui testa viene nascosta nel forno d’una pizzeria, un bambino ammazzato e sciolto in una vasca piena d’acido), oppure informazioni su truffe alimentari capaci di intossicare migliaia di persone, l’avvilimento, la vergogna diventano davvero pesanti. Sembra di non potersi salvare più dal disgusto. Viene voglia di fuggire altrove.
da lastampa.it |
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