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50 anni senza fausto Coppi

50 anni senza Fausto Coppi

di Oreste Pivetta


“Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste; il suo nome è Fausto Coppi”. Non credo esista incipit di una radiocronaca sportiva più famoso, mandato a memoria come il coro del Nabucco o come un verso leopardiano. Le parole messe in fila da Mario Ferretti, raccontando alla radio nel 1949 la terzultima tappa del Giro d’Italia, sono metafora di una vita e di una condizione, sono il sogno e la crudezza della realtà nella solitudine della conquista. Persino l’aggettivo “biancoceleste” da riferimento commerciale (i colori della Bianchi velocipedi) si sublima come una strada in salita dalla terra al cielo, come se correre tra le montagne da Cuneo a Pinerolo fosse traversare l’inferno. Poi quel nome, Fausto Coppi, che si percepisce in un soffio, nel fruscio delle gomme sull’asfalto.

A cinquant’anni dalla morte, il 2 gennaio 1960, siamo ancora a ricordare il “campionissimo”, un superlativo naturale e insuperabile: non esiste sportivo in Italia che sia resistito così a lungo nella immaginazione di tanti e anche al mondo sono o sono stati pochissimi, forse Muhammad Alì, cioè Cassius Clay. Viene da chiedersi come mai il mito di Fausto Coppi non scolori, anche tra chi lo ha visto pedalare solo nei filmati d’epoca. Forse per le sue vittorie, forse per il suo volto aguzzo e gli occhi tristi da poveraccio morto di fame, forse per il suo coraggio civile oltre che agonistico nell’Italia della ricostruzione, per la storia con la “dama bianca”, per i dolori sopportati (dai tanti incidenti in gara alla scomparsa nel 1951 dell’amatissimo fratello Serse, lui pure ciclista, morto in una caduta di gara). Forse per quella malattia antica, la malaria, che se lo portò via prima del tempo, prima che lo colpisse il decadimento di noi normali.

Fausto Coppi nacque a Castellania il 15 settembre 1919, da ragazzo faceva il garzone di salumeria a Novi Ligure e l’andare con i pacchi in bicicletta tra i colli dell’Appennino fu il suo apprendistato. Cominciò a gareggiare nel 1937 e a vincere nel 1938, a Castelletto d’Orba. Poi si racconta che qualcuno riferì di lui a Biagio Cavanna, il vecchio massaggiatore cieco, che volle conoscerlo, gli auscultò il cuore (quarantaquattro battiti al minuto, a riposo) e lo segnalò a quelli della Legnano, la squadra di Gino Bartali. Coppi passò al professionismo, anche se da gregario. Al Giro d’Italia nel 1940 Bartali caddee si vide tagliato fuori dalla corsa. Coppi si fece avanti e guadagnò la maglia rosa. La portò fino a Milano. La guerra non lo risparmiò, finì in Africa con la fanteria e nella sconfitta italiana gli capitò anche la prigionia in un campo inglese. In mezzo alla guerra riuscì pure a stabilire il record dell’ora al Vigorelli di Milano, sfiorando i 46 chilometri (45,798, un record che resistette fino al 1956, all’attacco di Jacques Anquetil). Venne la Liberazione, tornò la pace. Coppi risalì la penisola sulla bicicletta che gli aveva regalato uno dei suoi primi tifosi. A metà strada si fermò un attimo e gareggiò per la Società Sportiva Lazio. Nella pace si ripeterono le vittorie: altri quattro Giri d’Italia, due Tour de France, cinque Giri di Lombardia, due Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix, il campionato del mondo a Lugano nel 1952. La sfida memorabile con Gino Bartali si risolse a suo favore. L’accanimento l’uno contro l’altro era nella logica della competizione, ma con rispetto, persino con generosità. La foto in cui si scambiano la borraccia in corsa è un altro “luogo” indimenticabile dello sport.

Ancora ci si domanda chi fosse il più forte tra i due, tra Bartali e Coppi. Entrambi subirono il tormento della guerra e persero anni importanti. Forse proprio quegli anni sarebbero stati più importanti per Bartali, all’apice della carriera e della forza. La rivalità s’ingigantì nella politica: Bartali passava per baciapile, Coppi era diventato il “trasgressore” avanti nei tempi. Che Bartali fosse cattolico praticante era noto. Ma era stato capace, con i nazisti in casa, di profittare della sua condizione di ciclista famoso per portar ordini ai partigiani. Coppi dovette affrontare lo scandalo in quell’Italia bigotta di una separazione dalla prima moglie, Bruna Ciampolini (dalla quale aveva avuto una figlia, Marina) e dell’unione con una donna, Giulia Occhini, che un marito l’aveva già, il dottor Locatelli, medico condotto di Varano Borghi, appassionato tifoso coppiano. Persino Pio XII condannò la peccaminosa intesa. Giulia Occhini sarebbe diventata presto la “dama bianca”, perché fu vista durante il campionato del mondo del 1953, quello vinto da Fausto, con indosso un montgomery bianco. Locatelli denunciò la moglie per adulterio e la “dama bianca” patì quattro giorni di carcere. A Coppi fu ritirato il passaporto. Insieme furono processati nel 1955 e condannati, la “dama bianca” a tre mesi di detenzione, il “campionissimo” a due. Per fortuna con la condizionale. Si sposarono in Messico ed ebbero un figlio, Faustino.

Da quel tormentato anno Fausto Coppi uscì ancora vincendo o perdendo di poco (il Giro d’Italia per tredici secondi alle spalle di Fiorenzo Magni). Ma si capiva che ormai la sua carriera era al declino. Tra il 1958 e il 1959 si concretizzò il progetto di una nuova squadra, la San Pellegrino della quale direttore sportivo sarebbe dovuto diventare il rivale di sempre, Gino Bartali. In quell’inverno insieme con alcuni amici ciclisti francesi, tra i quali Raphael Geminiani e Jacques Anquetil, Fausto Coppi partecipò a una corsa nell’Alto Volta, organizzata per festeggiare l’indipendenza del paese. Dopo la corsa anche Coppi con gli altri compagni d’avventura fu invitato a una battuta di caccia nella boscaglia attorno ad Ouagadougou. Fu lì che s’ammalò di malaria. Tornò in Italia e pochi giorni prima di Natale cominciò ad avvertire la febbre, che via via si alzò. Nessuno seppe diagnosticare la malattia. Coppi cadde in coma. Anche Geminiani era stato colpito allo stesso modo: lo salvarono con il chinino. Suo fratello avvertì i familiari di Coppi. Ma i medici italiani continuarono nelle loro cure: antibiotici e cortisone. Coppi morì alle 8,45 del 2 gennaio 1960. L’airone chiuse le ali. Migliaia parteciparono ai suoi funerali, un lungo corteo lungo una stradina in collina fino al cancello del piccolo cimitero di Castellania.

30 dicembre 2009
da unita.it


Pubblicato : 01/01/2010 da Oreste Pivetta (da unita.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI


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