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| Sono un precario... |
15/9/2009
L'innocenza perduta dei giovani precari PAOLA MASTROCOLA
L’altro giorno, al festival di Mantova, una persona del pubblico mi porge il libro per l’autografo presentandosi così: sono un precario. Aveva la voce roca e gli occhi bassi, e il tono di chi ammette una sventura o, peggio ancora, una condanna. Lo guardo. Era un ragazzo sui venticinque-trent’anni. Gli sorrido, gli dico: no, non si preoccupi, lei è solo giovane.
C’è stato un tempo in cui la giovinezza era baldanzosamente precaria. Anzi, era semplicemente… la giovinezza. Giovane voleva appunto dire che non avevi ancora raggiunto alcuna stabilità e sicurezza e certezza e definitiva posizione. Eri insicuro, instabile, incerto, dubbioso, indefinito, nebbioso, transitorio, occasionale, passeggero… Precario. Giovane!
Quel tempo era il mio tempo, gli Anni Settanta. Anche allora non era facile trovare lavoro, soprattutto subito dopo la laurea. Per anni facevamo lavoretti insulsi, mal pagati o spesso gratuiti. Facevamo di tutto, vendevamo libri, scaricavamo merci, scrivevamo articoli gratis su giornaletti da nulla, stavamo appesi al telefono nella speranza di ricevere lo squillo di una segreteria scolastica che ci convocava per tre giorni di supplenza a quaranta chilometri da casa. Altro che tempo determinato! A volte erano lavori della durata di un lampo. Non voglio fare l’epopea dei supereroi che eravamo. Non lo eravamo per nulla. Però non eravamo affetti da vittimismo. Non ci sembrava mai di essere dei poveri derelitti. Non ci veniva neanche in mente di definirci precari e di prendercela con gli altri, di protestare ad esempio contro lo Stato colpevole di non assicurare a tutti il posto fisso, a costo di creare artificiosamente un sovrannumero di posti di lavoro che poi sarebbero inevitabilmente saltati al primo vento di crisi (come oggi, appunto: mi chiedo se è questo lo Stato che vorrebbero i precari che in questi giorni levano le loro proteste: uno Stato che continua a creare finta occupazione, gravando sul nostro debito?).
Si poteva anche essere felici (molti di noi lo erano) di non trovarsi ancora definitivamente presi, incasellati presso qualche ufficio o ente o impresa. Ci sentivamo liberi e imprendibili. Lavoravamo fieri di essere ancora così meravigliosamente indefiniti, solo abbozzati, dei disegnini incominciati da una matita lenta e anche un po’ distratta, che spesso e volentieri lasciava il tratto a metà e pensava ad altri disegnini. Avevamo, a dirla tutta, un vero e proprio orrore del posto fisso, e della pensione: per noi equivaleva a diventare un disegno finito per sempre, mai più modificabile. Non potevamo certo rivelare questo segreto pensiero ai nostri genitori. Non avevamo genitori accondiscendenti, che ci dicevano: prenditi tutto il tempo, non accettare lavori che non ti piacciono o non siano all’altezza delle tue aspettative, tanto noi ti manteniamo in eterno. Avevamo, al contrario, genitori esigenti che facevano fatica a mantenerci e non lo ritenevano neanche tanto giusto oltre una certa soglia, e quindi sognavano per noi un posto sicuro con la pensione assicurata.
Ricordo che alla parola pensione mi veniva una tristezza indicibile, avrei volentieri preso il primo treno e sarei scappata a vivere sotto un ponte, piuttosto di una vita con pensione assicurata. Eravamo irresponsabili e leggeri, noi che non potevamo permetterci di esserlo. Ci prendevamo un lusso che non ci era permesso: il lusso di essere fino in fondo giovani. Il posto fisso voleva dire essere vecchi, irrimediabilmente cresciuti. Voleva dire passare il guado, entrare nella vita adulta dove tutto era ormai definito e drammaticamente stabile e sicuro: irreversibile! Noi invece avevamo il mito della reversibilità: ci piaceva pensare che tutto poteva ancora ribaltarsi, che le porte ci erano ancora tutte spalancate e che noi non eravamo ancora nulla, né arrivati da nessuna parte, e ci toccava solo goderci il viaggio il più a lungo possibile. «Quando ti metterai in viaggio per Itaca, devi augurarti che la strada sia lunga…», scriveva Kavafis in una delle sue poesie più belle.
E così, noi giovani ultimi romantici spensierati, lavoravamo tantissimo, adeguandoci a qualsiasi impiego, anche se non ci piaceva per niente. Non importava, sapevamo che era mirabilmente transitorio, instabile: precario.
Oggi invece - che buffo! - si assiste a una sorta di inversione generazionale: oggi che le famiglie sono disposte a tollerare dei figli disoccupati, i figli si battono per avere il posto fisso subito. Ieri che invece si chiedeva ai figli di lavorare, i figli sognavano di non sistemarsi mai! Paradossi dei tempi…
da lastampa.it |
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| La nostalgia non è più quella di una volta. |
5/10/2009
Tradiscono anche gli eroi del passato ANTONIO SCURATI
La nostalgia non è più quella di una volta. (E non ci sono più le mezze stagioni).
Viviamo un autunno climaticamente e cinematograficamente sfalsato. Mentre la scena sociale, complice un ottobre nordafricano, sprofonda verso bassezze inattinte, quella cinematografica s’innalza verso le vette dell’epica. Mentre sul piccolo schermo regna la prostituta sovrana, su quello grande tornano a rivendicare il diritto al trono usurpato gli eroi di antiche epopee. Entrambi i kolossal italiani che dominano l’attuale stagione cinematografica - Baarìa di Tornatore e l’incipiente Barbarossa di Martinelli - hanno, infatti, una spiccata vocazione epica, l’uno narrando le grandi gesta delle leghe contadine nella Sicilia novecentesca, l’altro quelle della lega dei comuni lombardi nella Padania del XII secolo.
Si potrebbe dunque pensare (sperare?) che il cinema reagisca a un rattrappirsi della vita associata, a un immalinconirsi della società civile con il ritorno al modo epico - sia sul piano tematico (narrazioni di grandi imprese, guerre, conflitti destinali) sia su quello formale (ampio respiro, lunga gittata, ricerca del grande stile) -, che reagisca a un vizioso minimalismo della politica con un massimalismo della narrazione. Non vi è dubbio, infatti, che la degradazione della politica nazionale a questione triviale porti con sé una radicale de-epicizzazione della vita quotidiana.
Ci sentiamo un po’ tutti, qualunque sia il nostro orientamento elettorale, prigionieri di un asfittico indoor da bordello. Ed è una stanza che non ha più pareti, sebbene in un senso molto diverso da quello cantato un tempo da Gino Paoli.
Dentro questo monolocale del meretricio universale, ogni grandezza storica sembra appartenere definitivamente al passato. Il presente non è tragico - non ne ha l’altezza -, è meschino. Del futuro, invece, si è persa la memoria. E, allora, i filmoni neoepici sembrano voler protestare contro un destino che ci ha riservato solo i toni della commedia - ironia, sarcasmo, farsa, in quest’ordine degradante - abbracciando la distanza assoluta dell’epica per ritrovare il senso della lotta. Possiamo leggere nel ritorno all’epos di questi due film la legittima aspirazione a un’idea maiuscola della condizione umana, lo scatto d’orgoglio di un popolo cui è toccata in sorte la dittatura del grottesco?
Temo di no, in nessuno dei due casi, anche se per ragioni molto diverse. Nel caso del Barbarossa, il fallimento delle sue aspirazioni epiche dipende, molto semplicemente, dalla sua miseria formale. Dispiace sinceramente dirlo, ma si tratta di un film dozzinale in ogni suo aspetto tecnico, dalla sceneggiatura alla regia, dalla ricostruzione storica alla scenografia, alla recitazione e perfino al doppiaggio. La mitopoiesi è sempre stata usata come tecnologia politica da comunità in lotta per la propria sopravvivenza o affermazione aggressiva, ma l’epica non si fa con i fichi secchi (anche se multimiliardari). Le storie autoedificanti di comunità che cercano di plasmare il proprio destino riattivando miti d’origine hanno bisogno di potenza artistica. Altrimenti ricadono nella farsa da cui volevano emanciparsi. Nella Germania degli Anni 30 la visione del Trionfo della volontà della Riefenstahl suscitava ed esaltava il sentimento di appartenenza alla comunità nazista. Vedendo questo Barbarossa nell’Italia odierna non ti vien certo voglia di sentirti leghista. Semmai, nella peggiore delle ipotesi, torna la voglia di essere nazista.
Ben altra considerazione meriterebbe Baarìa. Rievocando con i mezzi del grande cinema, magistralmente impiegati, la storia privata di una famiglia comunista nella Sicilia del pieno Novecento, Tornatore ha resuscitato la grandezza d’animo di un popolo in lotta per la terra in una delle poche regioni della Terra in cui essere comunisti ha significato indubitabilmente trovarsi dal lato giusto della Storia. Con questo suo racconto di umiliati e offesi, e poi, per sovrapprezzo, definitivamente sconfitti, è giunto a un passo dal filmare l’epopea tragica del nostro Paese mancato. Quella panoramica di un ex borgo rurale che cresce per mero accumulo, per orrida superfetazione, come un fungo epidermico, e crescendo smarrisce ogni utopia di emancipazione, è immagine eloquente dell’Italia che avrebbe potuto essere e che non è stata.
A me è parso che il passo fatale sia mancato a Tornatore a causa di un’eccessiva indulgenza nei confronti del registro comico o di un’estetica troppo riconciliata con certi olismi pubblicitari. Se ne può discutere. Molti altri la penseranno diversamente. Ma forse quel passo non poteva essere compiuto perché la storia raccontata da Baarìa ci è prossima ma non progredisce fino a noi. Forse la nostalgia, troppo dolce e troppo poco agra per il mio palato, che promana dal film non ci dice tutta la verità sull’epoca che rimpiange perché ci parla, in via obliqua, del momento presente. Un presente in cui l’epopea dell’emancipazione dei popoli è storia di ieri eppure ci sta già alle spalle come una tradizione morente.
da lastampa.it |
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| Un Virus satirico contagia unita.it |
Un «Virus» satirico contagia unita.it
di Francesca Fornario
C’è una nuova sezione sul sito de l’Unità. Si chiama «Virus», è satirica, è più contagiosa dell’influenza suina e dell’epidemia della quale parlerà ininterrottamente il Tg1 se la Corte Costituzionale boccerà il lodo Alfano. Già me lo vedo, Minzolini: «Emergenza Raffreddore: almeno sei milioni gli italiani colpiti, il paese è in ginocchio» (Il solito allarmismo, non tutto il paese è in ginocchio. Solo Minzolini).
Virus nasce per impulso di Sergio Staino, l’uomo che nel 1979 ha spedito a Oreste Del Buono, direttore del mitico «Linus», un plico contenente le prime strisce di Bobo. Del Buono ha reagito come Cesare Previti davanti a un avviso di garanzia: è scoppiato a ridere e non è riuscito più a smettere. Bobo doveva essere per il Pci-Pds-Ds-Pd-Pdfs (Partito Della Fusione Fredda) quello che per Dorian Gray, il protagonista del romanzo di Oscar Wilde, era il ritratto in soffitta: il volto dipinto invecchiava e Mr. Gray restava giovane. È andata all’opposto. Bobo è ancora qui, sulle pagine de l’Unità, che riflette, si incazza e spera con la stessa energia di 30 anni fa. È ancora qui che ride per non piangere, come il suo amico Francesco Guccini. Il punto è che Staino è così convinto della bontà del metodo che non si è limitato a metterlo in pratica ogni giorno con le sue vignette ma lo ha condiviso con gli amici. Nel 1986 ha dato vita a «Tango», inserto satirico de l’Unità, dove hanno scritto e disegnato Michele Serra, Gino e Michele, Altan, Ellekappa, Giuliano, Roberto Perini, Vincino, Andrea Pazienza. Nel 2007 ha fondato «M», «periodico di filosofia da ridere e politica da piangere», dove si sono formati molti degli autori di «Virus».
A differenza di «Tango» e di «M», Virus esce solo on line, solo su unita.it. Perché? Perché solo on line si possono fare cose come quelle che vedrete e sentirete. Cose come il podcast C.R.E.D.U.L.O., il Corso Rapido Empatico per diventare un Laico Olandese, o il filmato che Vittorio Feltri ha trafugato a Radio Vaticana e che noi abbiamo trafugato a Vittorio Feltri. Solo on line (e solo tra qualche giorno) potrete vedere la nuova intervista a Noemi Letizia e scaricare il pdf di «Pattuja», bollettino «fuocoamichista» a firma della Fondazione Daje di Zoro (Diego Bianchi) e soci.
Scrivono, recitano, disegnano, girano e montano su «Virus» Staino, Maramotti, Petrella e i vignettisti di «M» Franzaroli, Fricca, Tonus, Biani, Schietroma, Joshua Held, Kanjano e Ferro, Natangelo, Gariano. più Johnny Palomba, Simone Salis, Eva Macali, Barbara Foria, Christian Letruria, Silvio Di Giorgio, Gilvia Rollo, Alessandro «Metilparaben» Capriccioli e i «Dajisti» Antonio Sofi, 00N e Bobo Artefatti.
Una squadra di autori che il ministro Renato Brunetta descrive così: «Quattro stronzi con la puzza sotto al naso che non fanno un cazzo dalla mattina alla sera e che si sentono pure dei fighi perché si vantano di aver letto Gomorra e invece hanno visto solo il film, ’ste mmerde, e dicono che il libro era meglio e io gliela tirerei in fronte quella mattonata di 500 miliardi di pagine a loro e a tutti i loro parenti defunti che andassero a morire ammazzati».
Ci pare una buona recensione. Venite a leggere le altre - come la poesia che ci ha dedicato il ministro del Culturame Sandro Bondi - sul Blog di «Virus». Vi aspettiamo per i commenti e non solo per quelli: essendo un Virus, ve lo beccate anche voi. Mandateci le vostre vignette e le vostre battute alla mail yourvirus@unita.it.
Saranno pubblicate su Virus e, la più bella della settimana, sulle pagine de l’Unità.
05 ottobre 2009 da unita.it |
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| Benigni-show: Silvio non è Superman ma Hulk |
Benigni-show sul palco di Genova: spara a zero su Pd e Berlusconi
«Silvio non è Superman ma Hulk».
Franceschini: «Abbiamo fatto l'accordo: io e Bersani ci ritiriamo, Benigni segretario»
GENOVA (4 settembre) - Roberto Benigni arriva a Genova, alla festa del Pd, accolto da quattromila persone e dai due aspiranti leader, Dario Franceschini e Pierluigi Bersani, e, prima di immergersi nell'enigma della vita, cantato da Dante nella Divina Commedia, sferza tutti: leader del Pd alla ricerca di una bussola «dopo il record assoluto di meno 4 milioni di voti» e il premier Silvio Berlusconi che «non è Superman ma Hulk».
Con il suo arrivo alla festa democratica, il premio Oscar riesce nell'impresa di unire in piena battaglia congressuale Franceschini e Bersani, che siedono uno al fianco dell'altro. «Abbiamo fatto l'accordo unitario: io e Bersani ci ritiriamo e Benigni fa il segretario», scherza il segretario del Pd. Il comico toscano non è tenero con i Democratici. «Veltroni - scherza - ha scritto "Noi". Se continua così la prossima volta scriverà "Io". Dobbiamo recuperare, non scendere mai sotto il 2% e tra Fini e Bersani dobbiamo scegliere la linea». Ma sono soprattutto le vicende legate al premier e il rapporto tra politica e stampa, al centro delle polemiche di questi giorni, nel mirino dei Benigni che, saltando sul palco, parla come un fiume in piena per mezz'ora.
«Prima dio immergerci nella trascendenza - è l'esordio - parliamo di vacanze, di yacht, di bagasce, mignotte e escort ... tutte cose riassumibili in una parola: Berlusconi». Non è vero, sostiene il premio Oscar, «che non c'è libertà di stampa. Oggi Berlusconi ha detto: "in Italia c'è libertà di stampa". Ed ha obbligato i quotidiani a pubblicare domani l'agenzia». Il presidente del consiglio «si è un pò incattivito, ha venduto Kakà ed ha comprato Feltri, che costa meno ma sulle punizioni non sbaglia». E ironizza sul doppio senso delle veline: «Feltri le pubblica? È un pò un vizio di famiglia. Ora dice che ne ha tante, che Bersani e Franceschini hanno gli scheletri a casa e loro hanno chiamato Fassino: "a Piero la devi smettere di venire a casa mia"».
Berlusconi, scherza il comico, «è, beato lui, malato di satiriasi ... magari mi desse mezzo virus». E più volte ripete: «Silvio, perchè non mi inviti alle orge, tutti ignudi, chi con le bambole gonfiabili, chi con le pecore. Silvio, ci sono tanti disoccupati, dai a loro qualche mignotta». Nella sua tirata Benigni cita anche le querele a Repubblica e all'Unità. «Dice che avrebbe risposto ad altre domande. Tipo se gli si chiedeva: "come stai", certo avrebbe risposto: "sì bene". Se giura sulla testa dei suoi figli, di chi sono i figli?».
La realtà è che, continua Benigni tra gli applausi, «Berlusconi non è Superman ma è Hulk e vuole passare alla storia come Berlusconi il Trombatore. Di farfalle è piena l'Italia, se ne è occupato anche Superquark». E anche su questo piano , non perdona il premio Oscar, la sinistra non regge il confronto con Berlusconi: «Veltroni è famoso ... la prostituta con lui è durata 3 minuti compresa la doccia». Differenze che il comico toscano vede di riflesso quando va all'estero: «Quando nominavo Prodi stavano tutti zitti e seri, ora se nomino Berlusconi, sapete le risate». da ilmessaggero.it |
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| Ci siamo fatti cambiare l'esistenza che c'entra il web... |
La scheda
Dove il web ci ha cambiato l'esistenza
Alcuni degli aspetti della vita di tutti i giorni resi diversi da Internet e dalle nuove tecnologie
Ascoltare un album musicale dall'inizio alla fine. Perché ascoltare un cd dall'inizio alla fine quando le canzoni orecchiabili sono al massimo un paio? Grazie a Internet le hit si scaricano singolarmente ed è davvero raro trovare qualcuno che ascolti un album dalla prima all'ultima canzone
Il televideo. Con l'avvento dei sitiweb che informano istantaneamente l'utente, il vecchio televideo è diventato davvero obsoleto.
Gli elenchi telefonici. Nell’epoca pre-web un intero scaffale delle case italiane era occupato dalle Pagine Bianche, dalle Pagine Gialle e da diverse rubriche telefoniche. Oggi invece basta un click e velocemente sul web troviamo i numeri telefonici che c’interessano.
Gli orologi. Nell'era digitale prima il telefonino e poi internet hanno trasformato l’orologio in un elegante accessorio di cui si può fare tranquillamente a meno.
I negozi di musica. Sono poche le persone che preferiscono un cd originale e pagato profumatamente alla musica scaricata gratis dal web. Lo sanno bene i vecchi negozi di musica che stanno scomparendo uno dopo l'altro.
La puntualità. Quando non esistevano internet e il telefonino, essere puntuali a un appuntamento era obbligatorio. Oggi invece è diventata comune la cattiva abitudine di spedire un messaggio cinque minuti prima dell’incontro per avvertire che si è in ritardo.
Lettere spedite per posta tradizionale. Quanto era romantico attendere l'arrivo di una lettera cartacea. Ma chi ha vissuto l'era pre-internet ricorda anche i ritardi e le numerose missive perse via posta tradizionale. Con le email storie del genere non si ripetono.
La memoria. Prima dell’era internet ricordavamo numeri telefonici, poesie e le gesta di personaggi famosi a memoria. Ma oggi che Wikipedia e Google aiutano a studiare e a conoscere le imprese con un solo click, soprattutto i più giovani perdono la capacità di ricordare a memoria.
L'acquisto di riviste e film porno durante l'adolescenza. Sembrerà una forzatura, ma per un adolescente acquistare la prima rivista porno era una sorta di «rito di passaggio». Oggi invece con la pornografia gratis sul web è diventato tutto più semplice.
Gli album fotografici. Nell'era di Internet che senso ha sfogliare vecchi album fotografici chiusi in lontani cassetti, quando si possono scaricare migliaia di foto sul pc e averle sempre a portata di mano?
L'arte di essere in disaccordo in modo civile. Da quando i blog sono comparsi sulla rete, il dibattito democratico è certamente aumentato, ma sono aumentati in maniera esponenziali gli utenti che discutono con poca civiltà. Tante persone che si confrontano sui blog preferiscono insultarsi e non moderano le parole, rendendo impossibile il confronto delle idee.
Guardare la tv in compagnia. La tv "on-demand" permette di vedere programmi su richiesta a qualsiasi ora. Ma ha accelerato anche la propensione a guardare gli spettacoli televisivi in solitudine.
La conoscenza ritardata dei risultati sportivi. «Quando è stata l'ultima volta che avete comprato un giornale per scoprire chi ha vinto una partita, piuttosto che per un commento e un’analisi?» si chiede nostalgicamente il sito web del Telegraph. Oggi grazie al web è davvero difficile che qualcuno attenda un’intera giornata per conoscere i risultati sportivi.
Il copyright. Le case cinematografiche e musicali stanno combattendo una dura battaglia per i diritti d'autore, ma Internet sta velocemente trasformando questo antico diritto in un ricordo del passato.
Fare sesso in luogo pubblico. In inglese si chiama "Dogging" e indica la pratica di fare sesso in luoghi pubblici. In passato era molto di moda in Gran Bretagna. Nell’era di Internet il sesso in pubblico non attrae più. La generazione Internet preferisce organizzare incontri piccanti con sconosciuti in luoghi più sicuri delle strade o dei parchi
Chiedersi di una persona famosa. «E' ancora viva? E' gay?»: Wikipedia ci permette di sapere all'istante informazioni su personaggi più o meno famosi. E i vecchi dubbi scompaiono con un click
Tornare dalle vacanze senza sapere cosa è successo nel proprio paese. Un tempo quando si andava in vacanza in luoghi tropicali era impossibile informarsi sulle news del proprio Paese. Oggi grazie ai siti d'informazione che possono essere consultati da ogni angolo del pianeta la generazione perennemente collegata al web non è mai veramente lontana da casa.
Conoscere le strade. Con i moderni navigatori satellitari conoscere le strade che collegano paesini e città non è importante come lo era in passato.
La Privacy. Si accusano spesso i governi di voler controllare i cittadini, ma con la diffusione dei social network sono disponibili informazioni che nemmeno il più autoritario e spietato Stato del mondo riuscirebbe a conoscere.
I giornali famosi. In America a causa della pubblicità che migra sui siti d’informazione hanno già chiuso importanti quotidiani come il Seattle Post-Intelligencer e il Rocky Mountain News. Autorevoli studiosi temono che col passare degli anni internet "ucciderà" la maggior parte dei giornali cartacei.
La concentrazione. Nel mondo superveloce di Internet soprattutto i più giovani trovano sempre più difficoltà a concentrarsi.
Girare per tutta la città alla ricerca della migliore tariffa assicurativa. Con la comparsa dei sitiweb di assicurazione, da casa si può scegliere la migliore tariffa e una delle più tediose attività annuali è risparmiata al cittadino.
Rimanere per sempre un artista sconosciuto. Con l'avvento del web è molto semplice far conoscere le proprie capacità artistiche mandando poesie e opere ai siti specializzati.
Provare una forte emozione a causa di un ricongiungimento amoroso. Grazie ai social network è molto più semplice ritrovare un antico amore o una vecchia fidanzata. Ma il cuore non batterà mai forte come se l’incontro fosse casuale.
Giocare con le carte a solitario. Uno dei passatempi più classici è stato definitivamente sostituito dall'omonimo gioco sul pc.
La prostituzione in strada. Il web ha dimostrato alle prostitute che è più facile ed economicamente più favorevole trovare clienti attraverso la Rete piuttosto che attenderli in strada.
Le note a piè di pagina. Nell'era di Internet le "note a piè di pagina" che si usavano per citare la fonte di un articolo o di un'opera stanno ormai scomparendo. Oggi Internet le considera superflue e adotta il sistema del link alla pagina web.
La pausa pranzo. Oramai per molti impiegati è solo un ricordo. Tanti preferiscono durante la pausa pranzo restare in ufficio e mangiare un panino davanti al pc così da sfruttare l’unico momento della giornata in cui si può navigare spensieratamente sul web senza essere scoperti dal capo.
F. T. 04 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA da corriere.it |
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| L'antisemitismo cristiano ha origini pagane... |
La tesi
ALLE ORIGINI DELLA presa di distanza dalle radici semitiche
L’antisemitismo cristiano ha origini pagane
Ai tempi di Adriano i seguaci di Gesù disprezzarono gli ebrei per piacere ai romani.
Alla base lo scontro tra Roma e Gerusalemme nel I secolo d.C.
Nabucodonosor bruciò il tempio di Gerusalemme, deportò tutto il nostro popolo al completo e lo trasferì a Babilonia; avvenne così che la città restò deserta per settant’anni fino a Ciro re dei Persiani
La Storia dell’antisemitismo scritta da Léon Poliakov a ridosso del processo di Norimberga e pubblicata poi negli Anni Cinquanta (in Italia da Sansoni) dedica un numero di pagine davvero limitato alla origine dei sentimenti di ostilità nei confronti degli ebrei che pure si registrano prima dell’età cristiana: «Non scopriamo nell’antichità pagana—scrisse Poliakov—quelle reazioni passionali collettive che in seguito renderanno la sorte degli ebrei così dura e precaria». Riconosceva, Poliakov, che si deve fare un’eccezione per la città di Alessandria, dove esisteva una grande comunità ebraica e i conflitti tra gli ebrei e la popolazione greca erano «frequenti e acuti» così che dovettero registrare ripetute «esplosioni di collera popolare contro gli ebrei». Ma, aggiungeva, «come regola generale l’Impero romano dell’epoca pagana non ha conosciuto l’antisemitismo di Stato». E con questo ridimensionava del tutto le espressioni antiebraiche che troviamo in abbondanza negli scritti di Diodoro Siculo, Filostrato, Pompeo Trogo, Giovenale, Tacito, Orazio, Valerio Massimo e Seneca.
Qualche decennio dopo Peter Schäfer in Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico (Carocci) si è soffermato—in base a un’ampia documentazione — su un’indicazione che il re greco di Siria Antioco VII ricevette dai suoi consiglieri all’epoca dell’assedio di Gerusalemme (135 a.C.) secondo cui non ci si doveva limitare a espugnare la città ma sarebbe stato opportuno «estirpare completamente la razza dei giudei ». A partire da ciò Schäfer ha sostenuto che si può parlare di antisemitismo in pieno rigoglio «ben prima dell’avvento del cristianesimo ». Ne è nato un dibattito dalle evidenti implicazioni. E furono in molti a polemizzare — sia pure tra le righe — con Schäfer. Uno per tutti lo studioso di Oxford Jasper Griffin il quale (recensendo Giudeofobia su «La Rivista dei libri», settembre 1999) riconobbe che sì, anche in età precristiana «ci furono casi in cui si proiettarono sugli ebrei fantasie di sacrifici umani e giuramenti ratificati con sangue umano» ma, aggiunse, «sono storie rare, che si narravano anche al riguardo di altri gruppi, druidi, cristiani, congiurati di Catilina e non erano dunque prerogativa esclusiva degli ebrei».
Adesso la discussione è destinata a riaprirsi per merito di un voluminoso saggio di Martin Goodman, la cui parte conclusiva prende in esame lo scontro che oppose Roma a Gerusalemme tra la fine del primo e l’inizio del secondo secolo dopo Cristo. Una resa dei conti spietata che, secondo le stime contenute nella Guerra giudaica di Giuseppe Flavio, provocò oltre un milione e centomila morti. Cifra sbalorditiva per l’epoca. Era inevitabile, si chiede l’autore, l’urto tra romani e giudei che ebbe come esito, nel 70 d.C., quella carneficina e soprattutto la distruzione del Tempio di Gerusalemme? O quantomeno era inevitabile che quel conflitto assumesse un tratto per così dire definitivo? Assolutamente no. Anzi, la tesi di tutta la prima parte del libro di Goodman Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche, che Laterza sta per mandare in libreria nell’impeccabile traduzione di Michele Sampaolo, è che quei due mondi avrebbero potuto benissimo coesistere come avevano fin lì coesistito: fu la lotta per il potere a Roma che provocò la catastrofe. In che senso? L’occupazione romana della regione si era protratta per oltre un secolo (dal 37 a.C.) senza che mai si dovessero affrontare crisi di quelle proporzioni. Dapprima per effetto della repressione messa in atto da Erode; successivamente (dal 6 al 66 d.C.) non ci fu bisogno neanche di quella.
Ma alla fine del regno di Nerone le cose cambiarono. Nel maggio del 66 con un banale pretesto— gli abitanti avevano rifiutato di andare in processione a salutare due coorti dell’imperatore — il procuratore romano della Giudea, Gessio Floro, scatenò le sue truppe contro il mercato superiore di Gerusalemme provocando in un solo giorno tremilaseicento morti, la maggior parte donne e bambini. Energica fu la reazione giudaica, che portò alla costituzione di uno Stato indipendente; anche se gli abitanti di Gerusalemme restarono divisi tra coloro che volevano riprendere un percorso di pace e quelli intenzionati a insistere sul terreno delle armi. La situazione, però, in quel momento era ancora recuperabile. A provocare la rottura di questo equilibrio fu, nel giugno del 68, la morte di Nerone.
Quando l’imperatore fu ucciso dal liberto Epafrodito, Tito Flavio Vespasiano, un soldato assai capace (ma niente di più) che si era distinto vent’anni prima nella conquista della Britannia, colse l’occasione derivatagli dall’essere comandante in campo della guerra in Giudea per sfruttare la guerra stessa e con essa dare la scalata al potere nella capitale dell’impero sconvolta dalle divisioni per la successione tra Galba, Otone e Vitellio. Vespasiano riuscì nel suo intento (69) grazie anche ai consigli di Giuseppe, un sacerdote gerosolimitano che, dopo aver comandato le truppe ribelli in Galilea, era stato catturato dai romani e si era messo a disposizione del futuro imperatore vaticinando per lui fin dal 67 (cioè ben prima della morte di Nerone) l’ascesa al sommo incarico. Giuseppe avrebbe poi spiegato nei sette magnifici libri della Guerra giudaica di cui si è detto all’inizio — scritti nel 70 quando il figlio di Vespasiano, Tito, distrusse la città e il Tempio — come i suoi antichi correligionari si erano fatti sopraffare. Nonostante le successive sollevazioni in Cirenaica e in Egitto (72) e l’ultimo tentativo di resistenza a Masada (73). E qui si arriva alla parte più interessante del libro di Goodman, dove si approfondisce quel che rese per così dire definitiva la crisi del 70.
L’analisi
- Martin Goodman ha studiato questo fenomeno ribaltando alcune considerazioni sull’antigiudaismo nell’antichità
L’antisemitismo cristiano ha origini pagane
Ai tempi di Adriano i seguaci di Gesù disprezzarono gli ebrei per piacere ai romani
La resa dei conti fu tanto spietata che, secondo le stime contenute nella «Guerra giudaica» di Giuseppe Flavio, provocò oltre un milione e centomila morti
La Storia dell’antisemitismo scritta da Léon Poliakov a ridosso del processo di Norimberga e pubblicata poi negli Anni Cinquanta (in Italia da Sansoni) dedica un numero di pagine davvero limitato alla origine dei sentimenti di ostilità nei confronti degli ebrei che pure si registrano prima dell’età cristiana: «Non scopriamo nell’antichità pagana—scrisse Poliakov—quelle reazioni passionali collettive che in seguito renderanno la sorte degli ebrei così dura e precaria». Riconosceva, Poliakov, che si deve fare un’eccezione per la città di Alessandria, dove esisteva una grande comunità ebraica e i conflitti tra gli ebrei e la popolazione greca erano «frequenti e acuti» così che dovettero registrare ripetute «esplosioni di collera popolare contro gli ebrei». Ma, aggiungeva, «come regola generale l’Impero romano dell’epoca pagana non ha conosciuto l’antisemitismo di Stato». E con questo ridimensionava del tutto le espressioni antiebraiche che troviamo in abbondanza negli scritti di Diodoro Siculo, Filostrato, Pompeo Trogo, Giovenale, Tacito, Orazio, Valerio Massimo e Seneca.
Qualche decennio dopo Peter Schäfer in Giudeofobia. L’antisemitismo nel mondo antico (Carocci) si è soffermato—in base a un’ampia documentazione — su un’indicazione che il re greco di Siria Antioco VII ricevette dai suoi consiglieri all’epoca dell’assedio di Gerusalemme (135 a.C.) secondo cui non ci si doveva limitare a espugnare la città ma sarebbe stato opportuno «estirpare completamente la razza dei giudei ». A partire da ciò Schäfer ha sostenuto che si può parlare di antisemitismo in pieno rigoglio «ben prima dell’avvento del cristianesimo ». Ne è nato un dibattito dalle evidenti implicazioni. E furono in molti a polemizzare — sia pure tra le righe — con Schäfer. Uno per tutti lo studioso di Oxford Jasper Griffin il quale (recensendo Giudeofobia su «La Rivista dei libri», settembre 1999) riconobbe che sì, anche in età precristiana «ci furono casi in cui si proiettarono sugli ebrei fantasie di sacrifici umani e giuramenti ratificati con sangue umano» ma, aggiunse, «sono storie rare, che si narravano anche al riguardo di altri gruppi, druidi, cristiani, congiurati di Catilina e non erano dunque prerogativa esclusiva degli ebrei».
Adesso la discussione è destinata a riaprirsi per merito di un voluminoso saggio di Martin Goodman, la cui parte conclusiva prende in esame lo scontro che oppose Roma a Gerusalemme tra la fine del primo e l’inizio del secondo secolo dopo Cristo. Una resa dei conti spietata che, secondo le stime contenute nella Guerra giudaica di Giuseppe Flavio, provocò oltre un milione e centomila morti. Cifra sbalorditiva per l’epoca. Era inevitabile, si chiede l’autore, l’urto tra romani e giudei che ebbe come esito, nel 70 d.C., quella carneficina e soprattutto la distruzione del Tempio di Gerusalemme? O quantomeno era inevitabile che quel conflitto assumesse un tratto per così dire definitivo? Assolutamente no. Anzi, la tesi di tutta la prima parte del libro di Goodman Roma e Gerusalemme. Lo scontro delle civiltà antiche, che Laterza sta per mandare in libreria nell’impeccabile traduzione di Michele Sampaolo, è che quei due mondi avrebbero potuto benissimo coesistere come avevano fin lì coesistito: fu la lotta per il potere a Roma che provocò la catastrofe. In che senso? L’occupazione romana della regione si era protratta per oltre un secolo (dal 37 a.C.) senza che mai si dovessero affrontare crisi di quelle proporzioni. Dapprima per effetto della repressione messa in atto da Erode; successivamente (dal 6 al 66 d.C.) non ci fu bisogno neanche di quella.
Ma alla fine del regno di Nerone le cose cambiarono. Nel maggio del 66 con un banale pretesto— gli abitanti avevano rifiutato di andare in processione a salutare due coorti dell’imperatore — il procuratore romano della Giudea, Gessio Floro, scatenò le sue truppe contro il mercato superiore di Gerusalemme provocando in un solo giorno tremilaseicento morti, la maggior parte donne e bambini. Energica fu la reazione giudaica, che portò alla costituzione di uno Stato indipendente; anche se gli abitanti di Gerusalemme restarono divisi tra coloro che volevano riprendere un percorso di pace e quelli intenzionati a insistere sul terreno delle armi. La situazione, però, in quel momento era ancora recuperabile. A provocare la rottura di questo equilibrio fu, nel giugno del 68, la morte di Nerone.
Quando l’imperatore fu ucciso dal liberto Epafrodito, Tito Flavio Vespasiano, un soldato assai capace (ma niente di più) che si era distinto vent’anni prima nella conquista della Britannia, colse l’occasione derivatagli dall’essere comandante in campo della guerra in Giudea per sfruttare la guerra stessa e con essa dare la scalata al potere nella capitale dell’impero sconvolta dalle divisioni per la successione tra Galba, Otone e Vitellio. Vespasiano riuscì nel suo intento (69) grazie anche ai consigli di Giuseppe, un sacerdote gerosolimitano che, dopo aver comandato le truppe ribelli in Galilea, era stato catturato dai romani e si era messo a disposizione del futuro imperatore vaticinando per lui fin dal 67 (cioè ben prima della morte di Nerone) l’ascesa al sommo incarico. Giuseppe avrebbe poi spiegato nei sette magnifici libri della Guerra giudaica di cui si è detto all’inizio — scritti nel 70 quando il figlio di Vespasiano, Tito, distrusse la città e il Tempio — come i suoi antichi correligionari si erano fatti sopraffare. Nonostante le successive sollevazioni in Cirenaica e in Egitto (72) e l’ultimo tentativo di resistenza a Masada (73). E qui si arriva alla parte più interessante del libro di Goodman, dove si approfondisce quel che rese per così dire definitiva la crisi del 70.
Paolo Mieli 04 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA da corriere.it
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| Teniamolo solo per noi... |
Da giovane pensavo che le puttane sono anche mamme... a volte
Adesso da vecchio penso che le mamme sono anche puttane... spesso.
... chiedete a "lui". |
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| LA MARMAGLIA ERAVAMO NOI... |
I VERBALI SEGRETI DI HITLER
Escono per la prima volta in italiano
«Occupiamo subito Roma. Quella marmaglia ci tradirà»
25 luglio 1943, ore 21.30: gli ordini del Führer dopo la caduta di Mussolini
Il Führer — È già stato informato sugli sviluppi in Italia?
Keitel — Ho sentito solo le ultime parole.
Il Führer — Il Duce si è dimesso. Non è ancora confermato: Badoglio ha assunto il governo, il Duce si è dimesso.
Keitel — Di sua iniziativa, mio Führer?
Il Führer — Probabilmente per desiderio del re, su pressione della corte.
Jodl — Badoglio ha assunto il governo.
Il Führer — Badoglio ha assunto il governo, quindi il nostro più acerrimo nemico. Dobbiamo chiarirci subito le idee, trovare un qualche metodo per riportare sulla terraferma la gente qui (indica sulla cartina le truppe tedesche impegnate in Sicilia contro gli alleati, ndr ).
Jodl — La domanda decisiva è: combatteranno o no?
Il Führer — Dichiarano che combatteranno, ma questo è tradimento! Dobbiamo essere chiari con noi stessi: è tradimento bello e buono! Sto attendendo le notizie su quello che il Duce dirà. Vorrei che il Duce venisse subito qui in Germania.
Jodl — Se queste cose sono incerte, c’è solo un modo di procedere.
Il Führer — Stavo già pensando — la mia idea sarebbe che la 3ª divisione corazzata granatieri occupasse subito Roma e scardinasse immediatamente tutto il governo.
Jodl — Il combattimento viene sospeso, per questo caso, in modo che qui nella zona di Roma concentriamo quanto più possibile queste forze che portiamo fuori qui e quelle che sono già là, mentre il resto confluisce qui. — La cosa diventa difficile qui (si riferisce sempre alla Sicilia, ndr ). Il Führer — Qui c’è solo una cosa: che tentiamo di portare la gente su navi tedesche lasciando indietro il materiale — materiale qui o là, non fa differenza, gli uomini sono più importanti — Presto avrò notizie da Mackensen (ambasciatore tedesco a Roma, ndr ). Poi predisporremo subito il resto. Ma questo deve essere subito via!
Jodl — Sissignore.
Il Führer — La cosa decisiva intanto è che assicuriamo subito i passi sulle Alpi, che siamo pronti a prendere subito contatto con la IV armata italiana e che prendiamo subito in mano i valichi francesi. Questa è assolutamente la cosa più importante. Per fare questo dobbiamo mandare giù subito delle unità, eventualmente anche la 24ª divisione corazzata.
Keitel — In tutto quello che potrebbe accadere la cosa peggiore sarebbe non avere i valichi.
Il Führer — Dunque in linea di massima: una divisione corazzata, ed è la 24ª, è pronta. La cosa più importante è mandare giù subito in quella zona la 24ª divisione corazzata e che la divisione granatieri «Feldherrnhalle», che deve essere pronta, occupi almeno i valichi. Perché qui abbiamo solo una divisione che è vicino a Roma. — La 3ª divisione corazzata granatieri è tutta là, vicino a Roma?
Jodl — È là, ma non completamente mobile, solo parzialmente.
Il Führer — Poi, grazie al cielo, abbiamo ancora qui la divisione cacciatori paracadutisti. Perciò la gente qui (Sicilia) deve essere salvata ad ogni costo. Qui, questo non serve a nulla: devono passare di qua, soprattutto i paracadutisti ed anche gli uomini della «Göring» (la divisione scelta intitolata al capo dell’aeronautica, Hermann Göring, ndr ). Il loro materiale non ha alcuna importanza, che lo facciano saltare o che lo distruggano. Ma la gente deve passare di qua. Ora sono 70 mila uomini. Se c’è la possibilità di volare, saranno di qua molto in fretta. Devono tenere una cortina qui così prendono indietro tutto. Solo armi leggere, tutto il resto rimane, di più non serve. Contro gli italiani ce la caveremo anche con le armi leggere. Tenere questo qui non ha alcun senso.
Jodl — Dobbiamo attendere notizie veramente precise e vedere quello che sta accadendo.
Il Führer — Ovviamente, solo che noi, da parte nostra, dobbiamo cominciare subito a fare delle riflessioni. Su una cosa non possono esserci dubbi: con tutti i loro intrighi, naturalmente dichiareranno di rimanere dalla nostra parte; questo è chiarissimo. Ma questo è un tradimento; non rimarranno dalla nostra parte.
Keitel — Qualcuno ha già parlato con questo Badoglio?
Il Führer — Per il momento intanto abbiamo ricevuto questo rapporto: ieri il Duce era al Gran Consiglio. Nel Gran Consiglio c’erano Grandi, che ho sempre definito un «porco», Bottai, ma soprattutto Ciano. Hanno parlato contro la Germania in questo Gran Consiglio e avrebbero detto: «Non ha più alcun senso proseguire la guerra, in qualche modo si deve tentare di tirar fuori l’Italia». Alcuni erano contrari. Farinacci ecc. si sono certo espressi contro, ma non con l’incisività di quelli che si sono espressi a favore di questo movimento. Ora, già questa sera il Duce ha fatto sapere a Mackensen che è deciso ad accettare questa battaglia e che non capitolerà. Poi improvvisamente ho ricevuto la notizia che Badoglio vorrebbe parlare a Mackensen. Mackensen ha detto di non aver nulla da discutere con lui. Egli allora è diventato ancora più insistente ed infine Badoglio ha mandato un uomo — Ha detto che il re lo aveva appena incaricato di formare un governo dopo che Mussolini da parte sua si era dimesso. Che significa «dimesso»?
Keitel — Tutto l’atteggiamento della Casa reale! Il Duce comunque al momento non ha in mano alcun mezzo di potere, nulla, non ha truppe.
Il Führer — Nulla! Gliel’ho sempre detto: non ha nulla! Non è vero che non ha nulla. Glielo hanno anche impedito perché non avesse un qualche mezzo di potere. Ora il ministro ha ordinato che Mackensen per prima cosa si rechi all’Ufficio Esteri. Probabilmente là gli verrà notificato questo. Suppongo che corrisponda. Secondo, il ministro ha chiesto se sono d’accordo che egli vada subito dal Duce. Ed io ho detto che vada subito dal Duce e, se possibile, induca il Duce a venire subito in Germania. Penso proprio che voglia parlare con me. Se il Duce viene qui, è già una buona cosa; se non viene, allora non so. Se il Duce viene in Germania e parla con me, di per sé è già una buona cosa. Se non viene qui o non può partire o rinuncia perché si sente di nuovo male, cosa che non meraviglierebbe con quel branco di traditori, allora non si sa. Coso (probabilmente si riferisce a Badoglio, ndr ) del resto ha subito dichiarato che la guerra continua, in questo non cambia nulla. Quella gente deve fare così perché è un tradimento. Ma anche noi, da parte nostra, continueremo a giocare il loro stesso gioco, prepareremo tutto per impadronirci fulmineamente di tutta questa gentaglia, per far piazza pulita di tutta quella marmaglia. Domani manderò giù un uomo che dia ordine al comandante della 3ª divisione corazzata granatieri di entrare seduta stante a Roma con un gruppo speciale, di arrestare subito tutto il governo, il re, tutta la banda, soprattutto di arrestare subito il principe ereditario e di impadronirsi di questa canaglia, soprattutto di Badoglio e di tutta quella gentaglia.
02 settembre 2009 da corriere.it
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| Ci si è ridotti così? No stiamo solo scherzando! |
2/9/2009 (7:49) - REPORTAGE
L'outlet dei pornodesideri
Il mondo del porno ha un mercato da 1 miliardio di euro
Viaggio nel più grande mercato all’ingrosso di sex toys alle porte di Roma: oggetti per ogni gusto
GIANLUCA NICOLETTI ROMA
L’outlet delle lussurie di plastica è a Roma est, poco oltre il diciottesimo chilometro della «Tiburtina Valley». Mimetizzato tra camion parcheggiati e le roulottes di un campo nomadi palpita «MSX International», ovvero il paradiso dell’oggettistica erotica. Da quei mille metri quadrati di magazzino escono ogni giorno, in anonime e discrete confezioni, centinaia di marchingegni per uso sessuale pronti a riempire vuoti affettivi e riaccendere passioni sopite. Visto da fuori è un capannone grigio con le vetrate fumé dove potrebbero impacchettare pentole o calzini, ma quando ci si affaccia all’interno le file lunghissime di scaffali grigio ferro alti fino al soffitto rivelano subito che quello non è certo un mercatone per famiglie.
Il regno del lattice Nel silenzio claustrale un paio di signore stanno facendo l’inventario, serissime annotano tra i ripiani numerati stracolmi di pezzi anatomici. Tronchi umani, teste, mani, sono i primi ad affacciarsi, ma quando si guarda meglio ci si accorge che tra tutta quella simil carne, nella gamma cromatica che va dal rosa pallido al nero ebano, prevalgono le parti del nostro corpo che la verecondia impedisce di nominare. Entrare nel deposito dei desideri costruiti in realistico lattice di gomma non solletica granché i sensi, non più di quanto possa farlo passeggiare per un deposito di ricambi d’auto o attrezzi per il giardinaggio. Una decina tra impacchettatori e fattorini passa con delle liste in mano tra i piani e mette nei carrelli gli ordini. Sembrano i folletti aiutanti di babbo natale, se non fosse per quei regalini motorizzati sono stati costruiti per far giocare signori attempati, casalinghe disperate, sposini annoiati, sperimentatori sensoriali e fantasiosi compulsivi.
Duemilacinquecento clienti affezionati e seicentocinquanta esercizi pubblici qui si riforniscono da tutt’Italia ordinando on line prodotti studiati dai migliori ingegneri dell’intrusione meccanizzata, dal fior fiore dei chimici specializzati in lubrificazione abissale e carne artificiale. «In Italia il settore è sottosviluppato rispetto alle sue potenzialità», dice Andrea uno dei due soci dell’azienda, ha trent’anni e si è buttato in quell’attività con la bella fidanzata bionda. Entrambi ex artisti, ancora la domenica vanno a cantare per matrimoni e cresime. Lui nasce come venditore di materiali per bricolage, ma da tre anni ha fiutato un ramo di hobbistica ben più remunerativo. La ragazza mi dice che in Italia, come in Grecia, in Spagna o in Turchia il cliente maschio cerca oggetti che suppliscano alla propria paura di essere inadeguato sessualmente, quindi ritardanti, protesi «aggiuntive» e soprattutto sviluppatori come pompe ecc.
Il modello più raffinato è quello ad acqua «Bathmate Hydropump», da 90 euro. Al consumatore si offre l’opportunità «drop shipping», per cui i clienti possono a loro volta vendere ottenendo l’accesso a un pannello in cui possono caricare gli ordini, lavorando on line sulla loro cerchia di amici accedono a una percentuale sugli utili. «Abbiamo centinaia di richieste al giorno!!!- dice l’ingegnere addetto allo sviluppo software - altri privati stanno investendo nella vendita automatica, è un ottimo affare!». Cominciano a vedersi nel nord d’Italia, spesso in stazioni di servizio o videoteche, sono distributori automatici uguali a quelli delle merendine, solo che la merce è forse meno commestibile.
Molti degli articoli nascono da polimeri pensati per aziende di cosmetici o farmaci, poi si sono rivelati adatti anche alla realizzazione di giocattoli erotici. Mentre mi mettono in mano una vagina in barattolo e mi invitano a toccarla per verificarne il «realismo», provo a obbiettare che odora un po’ tanto di petrolio: «Basta lavarla con il balsamo per i capelli!», mi suggeriscono, poi mi viene spiegato che tutti i materiali sono continuamente perfezionati. La principessa di queste invenzioni si chiama «Cyberskin», similcarne ultrarealistica che ha superato il silicone medicale dei «pezzi» di generazione precedente.
Mi vengono sottoposti due attrezzi virili semoventi e al mio anfitrione sembra impossibile che io non veda le differenze tra il modello economico e quello premium. «Nelle applicazioni più complicate come le “Real doll” si usa ancora un altro materiale, capisce che quelle hanno un endoscheletro in alluminio con tutti gli snodi possibili, richiedono robustezza oltre una consistenza graduale che simuli perfettamente la carne».Passando tra gli articoli si capisce subito che il «sex appeal dell’inorganico» divide in due categorie i suoi estimatori. Chi cerca supporti sintetici realistici vuole i pezzi del corpo a lui utili creati in serie con silicone liquido colato in stampi, possibilmente ottenuti dalle pudenda di divi o dive del porno.
Piacere telecomandato Un’altra tipologia d’utente pensa che l’ingegneria «dildonica» abbia raggiunto vette tecnologiche talmente fantasiose che tanto vale approfittare della protesi non più umana. Un po’ come funziona per le gambe artificiali di tanti atleti alla Pistorius si riprogettano parti del corpo oltre i confini anatomici classici per prestazioni superlative. In questo campo gli «articoli» perdono ogni caratteristica indecente e possono assomigliare a insetti alieni, o piante carnivore come lo stimolatore «Wittle Wabbit» (30 euro), o nella stessa classe di prodotto, il «Passion Flower» o il «Lady bug».
Qui la tecnologia Wireless spesso fa da padrona, il congegno è telecomandabile a distanza per vibrare all’unisono del proprio iPod. Il top è un ovulo vibrante che si attiva con sms via cellulare, ma per chi sta molto al computer consigliano un «pezzo» di anatomia femminile in gomma con connettore usb, è capace di dialogare con un software che fa apparire sul monitor quello che manca della donna, è così forse nato il video «immersivo».
da lastampa.it |
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