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TONINO GUERRA 90 anni a marzo.

«Sprofondiamo nella miseria e stiamo facendo scempio dell’unico tesoro: la bellezza»

di Malcom Pagani


Padroni del territorio, camminano ovunque. Ciotole, odori lancinanti, macchie che sfuggono alla vista e contornano l’orizzonte. Circondano complici la poltrona da cui Tonino Guerra, 90 anni a marzo, osserva curioso il mutamento delle foglie. «Sono quaranta». E intende i gatti, gli unici a non stancarsi, nella plastica mimesi tra un mandorlo e un limone. Caldissimo tramonto d’agosto. Un artista, il suo regno, un quadro quieto di alberi e colline appoggiate tra Marche, Toscana ed Emilia.
Di stanze buie, grida e sepolte nobiltà del Montefeltro, Pennabilli conserva un lontano fruscio. Torri, pinnacoli, sentieri di campagna. Basta immaginare. Oltre gli orari delle medicine, i baffi e lo sguardo opaco, Guerra custodisce il lusso. «C’è la diffusa convinzione che debba andarmene a breve. Avverto una sinistra fretta degli editori e in autunno, pubblicherò quattro libri. La vita è magnifica, passa in un baleno e io non vado molto volentieri nei cimiteri. Alcuni mi piacciono, adoro quelli di montagna ma nei moderni, non si percepisce la sensazione magica dell’addio. Un due novembre di quattro anni fa, ligio al dovere mi reco all’entrata e poi ci ripenso. Lascio mia moglie. «Vai tu, io passeggio. Trovo un contadino tra le viti. È ben vestito, pronto a officiare l’omaggio. “Le dispiace se mi fermo un po’ qui? Le confesso che la morte mi spaventa” Lui mi fissa serio. “Perché? Non ci si annoia mica. In fondo, viene una volta sola».
Tonino Guerra si è insediato dove tutto cominciò.
«Vivo a Pennabilli da quasi vent’anni. In questi spiazzi, nei primi anni del secolo breve, i miei genitori, analfabeti, prima a cavallo e poi a bordo di un camioncino, risalivano da Sant’Arcangelo per vendere frutta e verdura. Ogni tanto li seguivo. L’aria buona, diceva il dottore, serviva a tenere distante la tubercolosi».
<b>Tempi duri. </b>
«Di una semplicità commovente. Se nevicava, aprivo la bocca pensando cadesse zucchero dal cielo. Mamma e Papà si sbattevano come muli. Sveglia alle quattro, fatica, nessuno spazio per la metafisica. Poco dopo la maggiore età, i fascisti mi catturarono mentre portavo cibo agli animali. Mi consegnarono ai tedeschi che a loro volta, mi tradussero in Germania. Esperienza tremenda, fortificante, gemmata di straordinari momenti. Nel campo di concentramento di Troisford, iniziai a scrivere in dialetto».
<b>La cifra di un’intera esistenza. </b>
«I prigionieri romagnoli mi chiedevano che gli sollevassi il grigiore terribile del quotidiano. Il dialetto è una lingua, non uno scherzo. Ha una sostanza sudata, è una ferita che arriva al cuore. A Natale, a conflitto quasi terminato, non era arrivata neanche la solita broda. Nel freddo, a digiuno, i miei compagni mi chiesero di fare le tagliatelle con le parole. Cominciai a raccontare, ricreando l’atmosfera del focolare. Parmigiano, uova, pasta. Pareva ci fossero tutti gli elementi. Loro mangiarono, qualcuno chiese anche il bis».
<b>San Leo, Pennabilli e altri cinque comuni marchigiani, passeranno all’Emilia. Dalla provincia di Pesaro, a quella di Rimini. Accenti, snodi economici, rivalità ancestrali. </b>
«Io sono romagnolo e per correttezza non ho partecipato al referendum, però oltre l’80 per cento dei votanti si è espresso per unirsi a quella realtà. I miei concittadini devono presentarsi al tavolo con proposte giuste, senza mendicare, chiedendo di mantenere un’indipendenza culturale rispettosa delle ricchezze utili di cui questo lembo incontaminato, trabocca. Sul risultato ha pesato la questione ospedaliera. Per gli anziani, Pesaro è un viaggio molto più tortuoso rispetto a Cesena. Ho scritto ai riminesi. “Pennabilli è un luogo pieno di onde verdi e non si aspetta che giungano cavalloni troppo salati”. Ho sempre rimproverato ai romagnoli di non amare abbastanza l’entroterra. Questo respiro di silenzio e natura, indispensabile al nostro mare rumoroso».
<b>La Lega ha sfondato anche qui. </b>
«Ma credo che il sindaco sappia guidare la giunta consapevole che la nostra bandiera è quella nata a Reggio Emilia. L’Italia dev’essere unita. Tentare di dividerla è un progetto vergognoso».
<b>A Roma, culla del potere politico, lei arrivò all’alba degli anni ’50. Finì per rimanervi tre decenni. </b>
«Avevo dato alle stampe un libro di poesie commentate da Carlo Bo. A Elio Petri, per vie traverse, era approdata qualche notizia di me. Venne per conoscermi e poco dopo, tornò con un famoso produttore. “Quanto guadagni come maestro elementare?”. “Trentanovemila lire l’anno” “Te ne do 300”. Come una puttana, partii in un amen. Per dieci anni, feci la fame. Mi aiutarono De Santis e Fellini. Peppe possedeva un cuore lungo chilometri, Federico doveva ancora battere il suo primo ciak, girava su un macchinone verde ed era un generoso disinteressato al denaro».
<b>Poi Antonioni, Tarkovskij, Monicelli, Rosi, i Taviani. La voce pulsante di una leggenda che pare sfiorita. </b>
«Sono un pessimista che tenta di essere ottimista. Risorgerà una luce, dopo 35 anni di splendore assoluto. Perché conseguivamo successi planetari? Semplice. Venivamo tutti dalle stesse sofferenze. Sogno che i film tornino a essere poveri, che si faccia come Pippo Del Bono. Un telefonico, una telecamera quasi invisibile. Oggetti piccoli per raccontare il paese. Rossellini non aveva la pellicola adatta e con gli scarti, offriva slabbrate imperfezioni di verità. Non sempre il nuovo è bello. Visconti, i vestiti appena comprati, non li indossava mai. “Splendida questa giacca, Luchino”. “Sì, ha più di dieci anni”».
<b>«L’avvento della tv fu un disastro». Lo disse nel ’91. E’ ancora di quell’idea?</b>
«I riti si svolgevano in piazza. Nel bar, frequentato quasi esclusivamente dai maschi. La tv, mezzo eccezionale non sempre adoperato adeguatamente, frantumò quell’universo. Quella minuscola finestra, era il cannocchiale cui tutti si stringevano, chiudendosi in casa, con il decisivo assenso delle donne».
<b>Al cinema contemporaneo sembrano mancare copioni adeguati. </b>
<MC>«Per noi sceneggiare significava rubare dai giornali 4 notizie al giorno, appuntare tutto quello che ci sembrava magico, legare il filo delle suggestioni. Ho sempre e soltanto creduto al regista. L’opera è sua, gli altri sono degli aiutanti. Possono suggerire, mai sostituirsi. Chi scrive ha un suo ruolo, fondamentale ad esempio nella commedia ma sintetizzando, ciò che resta, è l’immagine scelta. Fa di un racconto qualunque, un resistente pezzo di storia. Su una sola cosa mi sono battuto e insisto con gli studenti che periodicamente incontro a Mosca: la differenza tra guardare e vedere».
<b>Amico di Giorgio Morandi, sceneggiatore, pittore, scultore. Un mestiere solo, non le è mai bastato.</b>
«Ho cercato per tutta la vita di essere un poeta. Ho fatto altro ma è stato come travestirsi. Disegno fontane ma non sono un architetto, dipingo ma non raggiungerò mai le vette di Picasso».
<b>Però è “l’Omero della civiltà contadina”, come decretò Elsa Morante. </b>
«Cara, esagerata, blasfema. Un onore. Se mi regalano cento milioni, non mi domando da dove vengono. Li prendo e basta».
<b>Le manca qualcosa? </b>
«I paesaggi che ho desiderato calpestare e che non sfiorerò. Ho goduto del fascino di Samarcanda e Bukara ma non toccherò mai Sana’a, con quelle magnifiche torri yemenite costruite sulla sabbia e tutti gli sconfinati luoghi dell’inconscio. Col passare delle stagioni, ti accorgi che l’attimo scorre dall’angolo di una finestra. Ma non ho rimpianti, né ammirazione per i capolavori eretti dall’uomo. Tra una nevicata in Valmarecchia e una visita a Notre-Dame, opto per il bianco che avvolge ogni cosa. Ho voglia di sentirmi dentro qualcosa, non rimirarlo da fuori. Una grande pioggia, il rumore dei tuoni. Chiedermi dove si nasconde l’orchestra che muove il gioco è una profonda consolazione».
<b>Coltiva ancora speranze? </b>
«Credo che l’Italia stia sprofondando nella miseria. Non abbiamo petrolio, oro, risorse. Nulla di nulla. Solo la bellezza. La difendo ma mi accorgo che la stanno scempiando. Agli uffici tecnici lo dico sempre: “Non fate le case bianche in montagna, nessuno brama per villeggiare in una dentiera”. Ma c’è ambizione, ignoranza, stupidità. Non si può edificare un parco pubblico vicino all’ospizio. Un giardino è già morte, falso paradiso, illusione. Ci vorrebbero gli orti. Un vecchio deve vedere qualcosa che nasce, vive e muore, sotto i suoi occhi. Senza falsi o mediazioni artificiali».
<b>E dell’illusionista prìncipe, Silvio Berlusconi, che opinione ha?</b>
«Io cerco le curve nei rettilinei, Berlusconi è un uomo senza curve».

26 agosto 2009
DA unita.it


Pubblicato : 28/08/2009 da Malcom Pagani | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Eros, religione, politica.

Il fascino svelato dei libri storici proibiti


Di Cristina Cimato

Antiquariato In mostra a Cortona 40 volumi oggetto di censura, insieme agli amuleti templari


Eros, religione, politica.

A Cortona Antiquaria, mostra mercato che apre i battenti il 22 agosto e prosegue fino al 6 settembre, verrà ospitata quest'anno una mostra dedicata ai Libri proibiti, organizzata con la collaborazione della libreria antiquaria Quartich di Londra e la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Verranno esposti 40 volumi oggetto di censura, testi soppressi o nascosti che vengono ora mostrati raccontandone anche la storia e gli aneddoti.

Tra le opere in esposizione la prima biografia di Hobbes, l'elenco di prostitute, figli illegittimi ed eunuchi al seguito degli ecclesiastici di ogni diocesi nella Francia del '500 stilato dall'alchimista Barnaud, ma anche le anatomie rinascimentali, un Corano inglese del Seicento, adattamenti dell'ars amatoria di Ovidio e il semiclandestino manifesto di Marx ed Engels. La mostra è strutturata per temi e affronta episodi famosi di censura ecclesiastica e governativa.

Il progetto espositivo mette in luce anche esempi di autocensura, libri nascosti a lungo dagli stessi autori, ma anche episodi di censura colti sull'atto. La mostra collaterale, cui si affianca un'esposizione dedicata agli Amuleti templari in cui sono esposti rari e sconosciuti oggetti espressione di misteriose credenze, verrà ospitata all'interno di Palazzo Vagnotti, dove sono esposti nella mostra-mercato oltre mille pezzi di pregio tra argenti e bronzi, dipinti e mobili, suppellettili e dipinti di alta epoca, gioielli e arredi da esterno, ma anche, per la prima volta, pizzi e tappeti.

Credenze e cassettoni del '600, conchiglie tibetane, collane di perle e oro, ma anche oli dell'inizio del Novecento riempiranno le sale della dimora per il primo appuntamento della nuova stagione con il mercato del collezionismo.


(riproduzione riservata)
da milanofinanza.it


Pubblicato : 23/08/2009 da Cristina Cimato | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Vale anche nella vita a due...

LO STUDIO

Ecco perché quando ci si perde si tende a camminare in circolo

I ricercatori hanno analizzato la traiettoria di persone che hanno camminato per ore nel deserto del Sahara, in Tunisia, e nella zona forestale in Germania.

Tutti seguiti con il Gps


di BENEDETTA PERILLI

 "SONO ORE che giriamo in circolo", dice il naufrago impaurito al compagno di sventure. "Non ti preoccupare, è solo la tua impressione", risponde l'altro speranzoso. La scena potrebbe essere quella di uno dei tanti film di avventura che raccontano le peregrinazioni di protagonisti persi nel mezzo di un deserto, di una foresta o di un'isola sconosciuta. O anche il vissuto di qualche turista sfortunato. A molti sarà capitato di avere la sensazione di camminare circolarmente intorno a un punto nel momento in cui si perdono le coordinate spaziali.

Ma non è solo un fatto di sensi. Gli scienziati dell'Istituto Max Planck di Biologia cibernetica di Tubinga, in Germania, hanno dimostrato attraverso prove empiriche che l'uomo tende a camminare in circolo quando perde una strada conosciuta. Lo studio, che è stato pubblicato sulla rivista Current Biology, ha analizzato la traiettoria di persone che hanno camminato per ore nel deserto del Sahara, nella parte settentrionale della Tunisia, e nella zona forestale di Bienwald, in Germania. Lo strumento utilizzato per monitorare il percorso dei volontari è stato il sistema di posizionamento globale GPS.

I risultati dell'analisi hanno dimostrato che i camminatori sono stati in grado di mantenere una linea retta solo quando il sole o la luna erano visibili. Ma appena il sole veniva nascosto dalle nuvole o la luna calava, le persone iniziavano a camminare in circolo senza neanche rendersi conto del cambio di rotta.

La spiegazione di questa tendenza comportamentale è stata data dal capo della ricerca Jam Souman in un comunicato: la maggior parte delle persone ha una gamba più lunga o più forte dell'altra, aspetto che comporterebbe una predisposizione naturale per una precisa direzione. A riprova di questa tesi i ricercatori hanno chiesto ai volontari di camminare in linea retta con gli occhi bendati, eliminando così tutti gli effetti della vista. Ma la maggior parte dei partecipanti allo studio non ha abbandonato la rotta circolare, anzi i circoli si sono ristretti ad un diametro di 20 metri.

I movimenti inoltre non vanno quasi mai nella stessa direzione e una persona può indistintamente andare verso sinistra o verso destra. In questi casi però la tendenza al movimento circolare non dipenderebbe solo dalla forza o dalla lunghezza delle gambe ma dalla crescente incertezza sulla giusta posizione della linea retta, dovuta alla vista oscurata e alla mancanza di riferimenti. "Piccoli errori aleatori in alcuni segnali sensoriali che danno informazioni sulla direzione nella quale si cammina, facendo si che una persona abbia la sensazione di star camminando su una linea retta, la allontanano invece dalla direzione reale", ha spiegato Jam Souman.

"I risultati di questa esperimento - aggiunge il coautore Marc Ernst - dimostrano che quando le persone sono convinte di camminare su una linea retta non sempre hanno delle percezioni affidabili. Per avere maggiori garanzie l'uomo ha bisogno di riferimenti come una torre, una montagna posizionata a distanza o la posizione del sole". Tutte strategie cognitive che vanno a supportare il senso dell'orientamento umano.

Così come è emerso dallo studio dei comportamenti dei volontari impiegati nella ricerca. Sei sono stati condotti nella foresta di Bienwald, quattro hanno camminato in una giornata nuvolosa e senza il riferimento del sole e due in una giornata assolata. I quattro che hanno camminato sotto le nuvole si sono mossi tutti in circolo e tre di loro hanno incrociato i loro stessi percorsi senza accorgersene. I due volontari che hanno camminato sotto il sole sono riusciti a mantenere la linea retta, tranne che per quindici minuti durante i quali il sole è stato nascosto dalle nuvole. Stessa storia anche per i tre camminatori che hanno attraversato il Sahara: due, muovendosi di giorno e sotto il sole, hanno mantenuto la linea retta e uno, che si è mosso di notte, è riuscito a camminare dritto solo fino a quando la luna è stata oscurata dalle nuvole.

La soluzione per non perdere mai la rotta sarebbe dunque quella di diffidare delle proprie sensazioni, che in questi casi si dimostrano spesso fallaci, di prendere come riferimento dei punti facilmente riconoscibili e di muoversi tra di loro attraverso dei piccoli spostamenti che possono essere tracciati con dei segnali.

(22 agosto 2009)
da repubblica.it


Pubblicato : 23/08/2009 da da repubblica.it | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

Veronica e Silvio... ma chi se frega!

IL LIBRO

Veronica, il premier, la scelta del divorzio «Ecco che cosa accadde in quei giorni»


Dal 27 aprile al 4 maggio, cronaca dello strappo nella villa di Macherio

Questa nuova edizione di Tendenza Veronica arriva cinque anni dopo la prima e in un contesto totalmente diverso. Nel 2004 Veronica era la moglie del presidente del Consiglio, oggi si appresta a diventare ex. (...) Tendenza Veronica fu pubblicato mentre Silvio Berlusconi era a Palazzo Chigi, per la seconda volta capo del governo. Lo incontrai nel suo studio di Palazzo Grazioli insieme al sottosegretario Paolo Bonaiuti e alla sua segretaria di sempre, Marinella Brambilla e lui, che aveva il libro sulla scrivania, mi disse di non averlo ancora letto. Un vezzo, sospetto, perché un’occhiata qua e là doveva averla data di sicuro; in fondo, in quel volume si parlava di lui e non soltanto di lei.

Le pagine che in questa nuova edizione vanno ad aggiungersi alla prima, invece, parlano solo di Veronica, dello stato d’animo che in questi mesi l’ha portata alla scelta di separarsi, di quel momento e degli altri che sono seguiti, alcuni dei quali, per lei, di imprevedibile violenza, come ho scritto sul Corriere della Sera e su A, subito dopo l’annuncio della separazione. Qui troverete la cronaca di quel che è veramente accaduto, nella villa di Macherio, tra il 27 aprile e i primi di maggio. Quanto a quel che succederà da qui in avanti, come sempre accade in certe situazioni, esistono due scuole di pensiero e, forse, addirittura due squadre che tifano per l’uno o l’altro scenario. Il primo, considerato al momento quello più realistico, vede le due parti accordarsi su una separazione consensuale, mentre le loro vite prenderanno strade e, chissà, forse anche Paesi diversi. L’altro scenario è quello che nell’entourage del premier qualcuno (non molti a dir la verità) caldeggia; separazione sì, ma poi ritorno di Veronica accanto al marito per aiutarlo a ritrovare se stesso. Magari anche passando per un soggiorno in una di quelle cliniche specializzate nella cura della dipendenza dal sesso. Non è uno scenario del tutto escluso, e molto dipenderà da quanto e come la stampa (soprattutto all’estero) continuerà ad appassionarsi alla vita privata di Berlusconi. Ma, al momento, è il primo quello che il presidente del Consiglio sembra intenzionato a perseguire.

La colazione di aprile
È la fine di aprile (...). Veronica Berlusconi è a Milano e decidiamo di fare colazione insieme. So che è turbata. Da quando ha letto sui quotidiani che la sera di domenica 26 aprile suo marito è stato a Casoria, alla festa per i 18 anni di Noemi Letizia, la sua scelta degli ultimi dieci anni, quella di restare comunque e nonostante tutto la moglie del presidente del Consiglio, è improvvisamente diventata insostenibile. Ha un paio d’ore libere e verrà a mangiare qualcosa a casa mia, mi dice. Da giorni non si parla che di Noemi Letizia, una ragazza sconosciuta alle cronache ma nota al giro più intimo del premier. (...) Per Veronica è una delle settimane più difficili della sua vita: in poche ore succede di tutto, la figlia Barbara, ricoverata al San Raffaele perché si teme un parto anticipato mentre la madre sta mettendo fine al rapporto più importante della sua vita, una storia durata trent’anni, quella con Silvio Berlusconi. Torniamo alla colazione a casa mia. (...) Quando arriva è una donna amareggiata ma serena. «Penso che non mi resti altra scelta che separarmi» mi dice. Io sono incredula.


Veronica Lario
La ascolto, coltivando il dubbio che, all’ultimo momento, Veronica possa cambiare idea. «Perché non vi parlate, tu e tuo marito?» le chiedo come banalmente farebbe chiunque. «Non posso », risponde «mi racconterebbe l’ennesima bugia e stavolta non la reggerei». Anch’io commetto l’errore di sottovalutare la sua fermezza, penso che magari vorrà meditare ancora sulla decisione: la conosco da 18 anni e per me è un esempio di persona razionale ed estremamente prudente. Invece, stavolta, non va così. Nessuno meglio di lei sa quando l’amarezza buttata giù in silenzio negli anni raggiunge il livello di guardia. Prima o poi arriva il momento in cui non resta che arrendersi al luogo comune della goccia che fa traboccare il vaso. Veronica è addolorata, arrabbiata e lucida. «Diranno che potevo farlo prima? Può darsi, e allora sarà un divorzio riparatore, mettiamola così. Non posso condannarmi a fargli da balia, e ormai non riesco a impedirgli di rendersi ridicolo davanti al mondo. Sono arrivata al capolinea. Dieci anni fa non ero pronta, oggi a testa alta posso dire: "Mi separo da quest’uomo". «Domenica pomeriggio mi ha detto: "Sai, devo partire per Napoli, ho un vertice importante sulla spazzatura, domattina presto...". L’ennesima bugia. Allora, meglio cercare un’ultima forma di rispetto per me stessa, meglio divorziare. Non so da cosa mi viene questa convinzione, questa forza. Comunque, è lui che mi ha messo in questa condizione. Io potevo andare avanti per anni, ma così è impossibile ». (...)

Il divorzio
E allora eccola, la nostra prima coppia d’Italia che così di rado si è mostrata in coppia. (...) Chi, ancora di recente, ha avuto occasione di vederli insieme, non ha potuto non riconoscere tra loro un rapporto profondo. Punzecchiature reciproche, ma, si sarebbe detto, in fondo affettuose. Tra coniugi che sanno, volendo, dove andare a parare. Ogni tanto, si chiamavano amore. (...) Fino ai primi mesi del 2009, insomma, la coppia sembrava avviata verso una sia pur turbolenta sopportazione. (...) Lunedì 4 maggio l’avvocato della signora, Maria Cristina Morelli, rilascia la dichiarazione ufficiale: Veronica Lario chiede il divorzio da Silvio Berlusconi. (...)

L’ira di Barbara
Veronica è riuscita per anni a difendersi dalle insidie dei media, a esserci mentre non c’era. Stavolta, però, non ha scampo: la sua storia viene rivisitata da qualche quotidiano con l’approccio malevolo che di solito, nei divorzi, appartiene alla squadra che si schiera col marito, rileggendo in chiave negativa tutti gli episodi che fino a qualche tempo prima avevano tutt’altra interpretazione. Un atteggiamento che certo non fa piacere alla diretta interessata, ma che manda letteralmente su tutte le furie Barbara, la maggiore dei figli nati dal secondo matrimonio di Berlusconi. Dei tre, è certamente lei la più vicina, almeno fisicamente, alla madre: abitano a poca distanza l’una dall’altra, nel parco della residenza di Macherio, mentre Luigi, concluso l’anno accademico in Bocconi, come nelle estati precedenti è volato a Londra per uno stage e medita di trasferirsi in Cina per un anno, per un Erasmus in una università della nuova potenza globale. Eleonora, infine, vive negli Stati Uniti e anche dopo la laurea in economia conta di rimanere lì per uno stage nel mondo della comunicazione e della tv. Così è Barbara quella che, nel ruolo della primogenita, si fa carico di affrontare, a più riprese, il difficile colloquio con un padre amatissimo ma del quale non condivide i più recenti comportamenti.

Il primo scontro, raccontano fonti attendibili, si consuma il giorno in cui Dario Franceschini inciampa in un’infelice dichiarazione: «Fareste educare i vostri figli da un uomo come Berlusconi?». Da Palazzo Chigi partono molte telefonate verso Macherio e a Barbara, incinta di otto mesi del secondogenito Edoardo, viene chiesto di aggiungere anche la sua voce a quella dei fratelli Marina, Piersilvio e Luigi, tutti insorti, con dichiarazioni e toni distinti, contro l’ipotesi franceschiniana che il loro non sia il miglior genitore del mondo. Ma Barbara non sente ragioni e in una concitata telefonata col padre, che in quel momento è a Roma, sfiora quasi la rottura dei rapporti. In quello stesso giorno, a Milano, la galleria Cardi Black Box di cui Barbara è socia con gli amici Nicolò Cardi e Martina Mondadori, ha in programma il primo grande evento ufficiale. Tutti e tre i figli di Veronica sono presenti ed è atteso anche Silvio Berlusconi che, invitato, a quanto pare aveva assicurato di riuscire ad arrivare in tempo per la cena. Ma il presidente del Consiglio non si farà vedere. Dopo quella sera, Barbara e il padre tornano ovviamente a parlarsi, vengono anche fotografati a Portofino insieme al piccolo Alessandro e a Giorgio Valaguzza, il compagno di Barbara. Alla nascita del quinto nipote, Edoardo, il nonno si precipita nella clinica di Lugano e i rapporti sembrano rasserenati. Il 5 agosto però Vanity Fair pubblica un’intervista a Barbara il cui contenuto appare piuttosto critico verso Berlusconi. (...)

L’estate del 2008
«Voglio che mio nipote Alessandro cresca con il senso della famiglia ». Ecco perché la first lady ha dedicato l’estate ai suoi. «Siamo un nucleo complesso che vuole restare unito. Dovrebbe far piacere, e invece tutti si auguravano una nostra separazione. Strano Paese il nostro. C’era un’attesa per questa separazione, un’aspettativa... Nessuno si augura che la gente rimanga insieme, che trovi un suo equilibrio... Tutti tifavano per la rottura, aspettavano il divorzio, la notizia che anche questo matrimonio era saltato. Non è facile mantenere unita una famiglia complessa come è la nostra. Ma è bello veder arrivare una terza generazione, è qualcosa che trasmette gioia, anche amio marito. Voglio che mio nipote Alessandro cresca avendo il senso della famiglia». Per Veronica Lario in Berlusconi quella del 2008 è l’estate della sovraesposizione e in tanti si sono chiesti perché avesse dato il via libera alle foto mano nella mano col marito, alle passeggiate a Porto Rotondo e a Portofino, al ritratto di famiglia, il primo dopo molti e molti anni, sulla copertina di Chi. (...) «Resta perché c’è di mezzo un gran patrimonio» semplificano quelli che vedono nella «robba» il solo collante per tenere insieme i rapporti. (...) «Ne abbiamo viste di famiglie che per l’eredità si massacrano. Ecco, si può cercare di evitare questo dolore immenso, si può credere in un nucleo nel quale, ciascuno con un proprio ruolo, ci sia la volontà di rimanere uniti» è la riflessione di Veronica. È un pensiero che la accompagna da tempo, ma certo l’arrivo di Alessandro ha rafforzato il convincimento. (...)

L’amarezza di oggi
Che cosa succederà, adesso, nella Dinasty di Silvio e Veronica? (...) L’unica certezza è che, per la prima volta, la coppia si troverà a trascorrere almeno una parte di agosto in Italia, a un passo l’uno dall’altra e, paradossalmente, senza incontrarsi. (...) Quanto a lei, lo stato d’animo è forse meno turbato di quanto non fosse il 27 aprile, il giorno in cui tutto è cominciato. Ma l’amarezza resta, e sta tutta in un pensiero confidato alle persone più vicine: «Quel che più mi dispiace è che un uomo come Silvio possa aver tradito se stesso. Ha fatto tanto, tanto ha conquistato, e oggi di lui si parla per cose che fanno dimenticare quel che davvero è stato ».

Maria Latella
22 agosto 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA

da corriere.it


Pubblicato : 22/08/2009 da Maria Latella | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Ne abbiamo pochi spendiamoli bene...

VACANZE

Il mare

I cinque luoghi scelti da Umberto Pelizzari


Santa Teresa di Gallura
 
 
«Santa Teresa di Gallura. Ci vivo, è il mare dove sono nato». All’anagrafe Umberto Pelizzari ( www. umbertopelizzari. com ), un record mondiale in tutte le discipline dell’apnea, sarebbe di Busto Arsizio. Ma per questo ocean man (il film realizzato nel 2000 con il rivale storico, Pipin Ferreras) che «dopo molti mari girati» si definisce «subacqueo da Mediterraneo», Santa Teresa è il luogo della rinascita. «È dove arrivai per la prima volta in Sardegna, 25 anni fa: sul belvedere, all’alba, tra colori e profumi. A Capo Testa torno con il maestrale: massi di granito da 50-80 metri, a strapiombo sul mare, tra i posti più carichi di energia vitale che abbia mai visto...».

Lampedusa
 
L’isola dei Conigli
«Lampedusa ( l’isola dei Conigli ), dove mi trovo ora. E dire che sono partito forse un po’ prevenuto, come tutti». Gli sbarchi dei clandestini, le tragedie del mare. «Ho trovato un’isola stupenda, dove la gente si diverte a contatto diretto con la natura. Le temperature restano miti, dentro e fuori dall’acqua, anche a inizio autunno: oggi per esempio mi sono immerso, c’erano 29 gradi e 50 metri di visibilità... Senza contare la grande ospitalità degli abitanti. Un posto in cui tornare».

 

 

Le grotte di Alghero
 
Capo Caccia
Ancora, come era da aspettarsi, nella sua Sardegna. «Le grotte di Alghero, a Capo Caccia. Un azzurro e un cobalto molto forti, il contrasto tra il buio e il bianco di stalattiti e stalagmiti, l’acqua che senti ma non vedi, perché è del tutto trasparente...». Se c’è un posto adatto per un tuffo nell’anima, è questo. «E poi la Grotta del Cervo, e il Cristo degli Abissi a San Fruttuoso», la Liguria tra Camogli e Portofino.

 


La piattaforma del Paguro
 
 
«Nell’Adriatico, il Paguro» ( a fianco dei sommozzatori pronti a immergersi ). Non il crostaceo, bensì un’ex piattaforma metanifera dell’Agip, oggi area protetta in provincia di Ravenna. «Sei lontano dalla costa, e non è l’Adriatico che ti immagini: a volte hai 20-25 metri di visibilità, il mare ha ripreso possesso della struttura, con fauna e flora ricchissime. Un’esperienza affascinante».

 


L’isola d’Elba
 
Capoliveri 
Non solo Sardegna, stavolta: «L’Elba, con il monte Capanne, offre bellissime camminate. E poi la baia di Pareti, sotto Capoliveri ( a sinistra ): sopra si sviluppa la Costa dei Gabbiani, con i suoi sentieri». Senza contare che, proprio a Capoliveri, c’è un centro sub che si chiama Il Corsaro. «Ed è praticamente un museo dell’apnea, con le foto ingiallite di Jacques Mayol». Per conoscere il mare da una prospettiva (ancora) diversa.

 

Umberto Pelizzari
22 agosto 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA

da corriere.it


VACANZE
La montagna
I cinque consigli per l'estate di Reinhold Messner
Le Dolomiti
 
Sassolongo
«Le Dolomiti. Le chiamano le 'montagne pallide', l’Unesco ne ha fatto un patrimonio mondiale. Dopo aver visto tutte le vette del mondo, resto convinto che siano le più belle». Reinhold Messner, il primo alpinista ad aver scalato tutti gli ottomila, non è (solo) uomo di record, ma di profonde passioni. Quelle che lo legano alle sue Dolomiti, appunto. «C’è una tensione tra il verde delle malghe e dei boschi di cirmoli, sotto; sopra, i mille metri di parete del Sassolongo, del Catinaccio ( in alto ), della Civetta... Lo disse anche Le Corbusier, del resto: 'Sono le costruzioni più belle del mondo'. Anche mare e montagna, nello stesso momento».

Da Chiusi ad Assisi
 
Chiusi
«Molti anni fa ho rifatto, da Chiusi ( nella foto ) ad Assisi, il cammino che un tempo fece San Francesco. Consiglio a tutti coloro che hanno gambe che funzionano di ripetere questo viaggio, immergendosi nella visione panteistica di questo monaco che in realtà era anche un grande filosofo della montagna». L’Appennino, dunque: «Bellissima montagna, con una cultura contadina forte. Qui gli agriturismi funzionano molto bene, la cucina è semplice e casalinga, di grande fascino».

 

 

Il Monte dei Cappuccini
 
Monte dei Cappuccini
«Ci sono anche montagne da visitare, non da conquistare, per capire la storia dell’alpinismo, l’ecologia, la geologia». Due luoghi, dunque, che sono due strutture museali: «A Torino, sul Monte dei Cappuccini ( a sinistra, www.museomontagna.org ), e a Bolzano, il mio 'museo della montagna incantata' ( www.messner-mountain-mu­seum. it ). Per capire che le montagne non sono solo strutture di pietra o di ghiaccio».

 

 

Il Monte Bianco
 
Monte Bianco
«Il Monte Bianco ( nella foto ), ovviamente. Visto da sud è uno spettacolo grandioso». Il re delle Alpi, insomma, val sempre una visita. «Anche un alpinista anziano come me continua a godere nel trovarsi di fronte questo spettacolo di granito e di ghiacciai, anche se oggi, ahimè, questi ultimi si stanno sciogliendo».

 

 

 

Il Vesuvio e l’Etna
 
L’Etna 
«Le lunghe salite dalla costa alla vetta di vulcani come il Vesuvio o l’Etna ( accanto ). Oppure le rocce della Sardegna: per tutto settembre e ottobre è ancora possibile godersi il mare durante il giorno e dedicarsi, la sera, all’arrampicata». Nella zona dell’Ogliastra, ad esempio, «anche mio figlio ha fatto pareti molto difficili. Ci sono rocce stupende, canyon di cristalli con l’acqua sul fondo». È l’Italia «che ti consente di avere tutto a portata di mano.


Reinhold Messner
22 agosto 2009
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Pubblicato : 22/08/2009 da vari da corriere.it | 0 commenti
Categoria : AMBIENTE & NATURA


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