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l'Italia balorda di oggi e di sempre...

Sul quotidiano britannico consigli e suggerimenti per chi intende visitare il Belpaese

Dai furbetti, alla burocrazia, al cibo. E poi la stampa, i media, Berlusconi...

L'Italia vista da Londra vademecum ironico del "Guardian"

 
 LONDRA - Attenzione ai furbetti, non fidatevi dei tassisti, evitate se possibile la burocrazia e abituatevi alle chiacchiere, pubbliche e private, spesso ad alta voce e condivise con i vicini. Le raccomandazioni arrivano dal Guardian, che offre a chi è intenzionato ad affrontare un istruttivo viaggio in Italia un catalogo a puntate su vizi e virtù del Belpaese, dalla buona cucina alla dolce vita, sempre tutto condito con una massiccia dose di politica divisa schematicamente in pro e contro Berlusconi.

Un modo ironico di raccontare l'Italia indicando termini e modi di dire in diverse situazioni. "Learn Italian" è infatti una ricca guida con tanto di video, audio e dizionario per pronuncia e grammatica, soprattutto illustrazioni per imparare e spiegare la gestualità tutta italiana.

In taxi. La città scelta è Roma, l'arrivo è in taxi, direzione Fontana di Trevi: "Mi scusi, è la strada più veloce? Mi hanno detto che sarebbero stati solo dieci minuti. - In Italia dieci minuti non sono esattamente dieci minuti. C'è molto traffico. - Ma son sicuro di aver già visto questa piazza! - Lo veda come un giro gratuito della città".

In autobus. Riposo in hotel e poi visita in città, in autobus c'è un tipo che urla al telefonino: "Scusi, è in luogo pubblico, spenga il cellulare. - E perché dovrei? - Per rispetto della gente che sta in autobus. - Non ci penso nemmeno".

Scandali e indifferenza. L'ultima lezione è preceduta da un'introduzione intitolata in modo eloquente: "Perché i britannici sono in collera per lo scandalo dei rimborsi governativi e gli italiani, invece, quasi non battono ciglio di fronte all'ultima gaffe di Berlusconi?".

Nepotismo. Dedicate alla politica e all'economia, le conversazioni tradotte in inglese segnalano l'italico nepotismo: "Hai sentito che hanno promosso a direttore Giovanni Bianchi? - Cosa? Ma stai scherzando! E' stato assunto solo sei mesi fa! Com'è possibile? - Semplice! E' il figlio di un noto sindacalista".

Vittimismo. "Molte aziende italiane non sono più competitive. Alitalia e Fiat, però, reggono. - Eh si! Per alcuni, il governo interviene sempre".

Burocrazia. "Senza permesso non posso richiedere l'assicurazione per lo scooter. La prego. - Vuole un consiglio? Si faccia aiutare da un amico. Avanti il prossimo".

Giornali e politica. Nelle lezioni del Guardian, l'italiano è immancabilmente qualunquista: "I politici pensano ai loro interessi, e spendono i nostri soldi!". E quando si occupa di politica, lo fa in funzione pro o contro Berlusconi: "Da oggi non leggerò più il Corriere della Sera: da quando c'è il nuovo direttore è cambiato molto, è più filo berlusconiano. La Repubblica, invece, è sempre stata critica nei confronti dell'attuale governo".

Digestivi. Alla fine, è meglio concentrarsi sull'arte e sul cibo. Evitando accuratamente, però, la milanese "cassoeula": "Ho mangiato qualcosa che mi ha fatto male. - Ha mal di stomaco? Crampi? - Corro sempre in bagno! - Ha qualche allergia? - Alle medicine no! Ma non mangerò più la cassoeula! - Prenda una compressa ogni quattro ore".

(18 luglio 2009)
da repubblica.it


Pubblicato : 19/07/2009 da da repubblica.it | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

Coppi e Bartali: le due Italie di Curzio Malaparte

Anteprima

Un saggio scritto in francese nel 1949 esce ora da Adelphi

Coppi e Bartali: le due Italie di Curzio Malaparte

Operai e contadini, cartesiani e religiosi


Mi ha sempre affascinato, nella vita degli assi del ciclismo, il loro precoce senso di predestinazione. Fin dalla più tenera infanzia, sanno che un giorno diventeranno campioni. Hanno dei sogni, delle visioni. Già all'età di sei, otto o dieci anni, ciascuno di loro sa che diventerà un fuoriclasse, e che un giorno vincerà la Milano-Sanremo, il Giro d'Italia, la Parigi-Roubaix, il Tour de France, una Sei Giorni. Ciascuno di loro, all'età di sei, otto anni, sa già che avrà un rivale, un nemico fraterno. Ogni Oreste, prima ancora di inforcare la prima bicicletta, sa già che avrà il suo Pilade. Ogni Girardengo sa che avrà il suo Ganna, ogni Binda il suo Guerra, ogni Bartali il suo Coppi.

Gino Bartali (1914-2000) e, a destra, Fausto Coppi (1919-1960), ripresi sulla vespa all’Arena di Milano a fine anni Quaranta (foto Archivio storico Piaggio) 
Ma Gino Bartali non è come tutti gli altri. A sei anni non solo aveva, come gli altri, dei sogni e delle visioni: sentiva anche delle «voci». Il buon Gino si arrabbia se gli si parla dei suoi buoni rapporti di amicizia, o forse farei meglio a definirli di buon vicinato, con i santi del paradiso. Gino Bartali si arrabbia quando gli si ricorda con discrezione la sua cuginanza con gli angeli del cielo, cosa di cui parla sempre, in ogni momento, a ogni colpo di pedale. Quando discretamente si allude alla sua madrina, voglio dire alla Santa Vergine. Gino si arrabbia quando gli si dice che a dargli una mano sul Galibier, nel 1948, probabilmente è stata la Madonna, o santa Rita da Cascia, oppure è stato il suo zietto san Cristoforo. Gino diventa rosso di collera quando si sente chiedere se è vero che il Santo Padre gli ha predetto per l'anno 1949 una magnifica serie di vittorie, a condizione che egli si confessi e si comunichi ogni settimana. Perché la fede di Gino è sincera e ardente, e lui non ama essere preso in giro su questo argomento.

«Sono un buon cattolico» dice, come se volesse convincervi che solo grazie a questa condizione si può essere un grande campione. Bartali possiede la fede ingenua e profonda dei toreri spagnoli. Ogni volta, prima di sfidare il toro, si inginocchia e prega: ogni volta, dopo aver ucciso la tappa, si inginocchia e prega per ringraziare Dio di avergli concesso la vittoria contro la strada, contro il cronometro o contro il toro Coppi. Sono nato a Santa Lucia, villaggio sulle colline del Chianti che dominano Ponte a Ema, paese natale di Gino Bartali. Di recente il curato mi raccontava che, durante l'ultimo Giro d'Italia, una ragazzina della sua parrocchia aveva visto un angelo sospingere Bartali lungo una salita. Questo buon prete è orgoglioso del suo Gino tanto quanto Gino lo è del suo angelo. «Esiste al mondo un altro campione che possa vantarsi di correre con un angelo sulla spalla?» mi diceva il curato di Santa Lucia. Certo che non esiste! O perlomeno io la penso così: e così la pensa Fausto Coppi, il rivale di Bartali. Coppi è piemontese e appartiene, senza saperlo, al genere di persone che non credono molto al soccorso divino. Voglio dire che è un voltairiano inconsapevole. Sicuramente c'è qualcosa di filosofico nella rivalità sportiva che lo oppone a Bartali e rappresenta uno degli aspetti più moderni della disputa fra credenti e liberi pensatori.

Gino è figlio della fede. Fausto è figlio del libero pensiero. Entrambi figli del popolo, discendenti dai migliori ceppi del popolo italico (i toscani e i piemontesi sono considerati, a ragione, i più intelligenti fra gli italiani), rappresentano in qualche modo le due grandi correnti del pensiero italiano contemporaneo. Bartali appartiene a coloro che credono alle tradizioni e alla loro immutabilità, Coppi a coloro che credono al progresso. Gino è con chi crede al dogma, Fausto con chi lo rifiuta, nella fede, nello sport e nella politica così come in ogni altro ambito. Bartali crede all'aldilà, al paradiso, alla redenzione, alla resurrezione, a tutto ciò che costituisce l'essenza della fede cattolica. Coppi è un razionalista, un cartesiano, uno spirito scettico, un uomo pieno di ironia e di dubbi che confida solo in se stesso, nei propri muscoli, nei polmoni, nella buona sorte. Ah, la fortuna! Bartali non crede alla sorte. La sua fortuna si chiama Provvidenza. È Lei a governare ogni cosa sulla Terra, e quindi anche sulle strade. Gino è un ispirato, Fausto uno scettico. «La casa di Bartali è la casa del buon Dio» scriveva di recente Pierre About. «A casa sua, tavola imbandita. La cucina è sempre popolata, i fornelli cucinano senza sosta, le camere degli ospiti non sono mai vuote. Solo l'altare dove egli recita le sue preghiere è rispettato. Là Gino entra in contatto con santa Teresa di Lisieux, di cui possiede una bella statua».

Fausto Coppi non è protetto da una santa. Non ha nessuno, in cielo, che si occupi di lui. Il suo manager e il suo massaggiatore non portano le ali. Egli è solo. Solo sulla sua bicicletta. Non pedala con un angelo appollaiato sulla spalla destra. È un uomo. Un «uomo» nel senso più moderno e scientifico della parola. Bartali è un uomo nel senso antico, classico e anche metafisico della parola. È un asceta che in ogni istante mortifica e dimentica il corpo, un mistico che confida soltanto nel proprio spirito e nello Spirito Santo. Gino sa che, se il motore della Provvidenza perde anche un solo colpo, per lui può arrivare la disfatta. Bartali prega pedalando. Alza la testa solo per guardare al cielo. Sorride ad angeli invisibili. Fausto Coppi, invece, è un meccanico. Crede solo al motore che gli è stato affidato, vale a dire al suo corpo. Per tutta la tappa è lui a condurre: è solo lui, voglio dire, a condurre la macchina, il suo corpo. Dalla partenza all'arrivo, dall'inizio alla fine della corsa, non smette un solo istante di tenere sotto controllo quel motore preciso, delicato e formidabile che è il suo corpo. Pedala a testa bassa, gli occhi fissi su invisibili manometri. Sa che una perdita d'olio, un semplice colpo in testa, un accesso di tosse del carburatore, la sincope di una candela possono costargli la vittoria. Coppi non teme l'inferno: teme il secondo posto nell'ordine di arrivo. Egli sa che Bartali forse arriverà per primo in paradiso.

Ma che gli importa? Fausto Coppi vuole arrivare primo sulla Terra. Questi due atleti perfetti, fra i più grandi che esistano, sono tanto diversi fra loro quanto possono esserlo due diverse rappresentazioni del mondo, due modi diversi di concepire l'universo e l'esistenza. Il duello fra questi due rivali, fra questi due nemici fraterni, è il più bello, il più puro, il più nobile al quale sarà mai dato di assistere. Lo sport internazionale forse non vedrà mai più, l'uno di fronte all'altro, due campioni che incarnino a tal punto i due aspetti essenziali del mondo moderno. Anche la differenza di età fra Bartali e Coppi può spiegare molte cose sulla loro rivalità. Gino è nato nel 1914, Fausto nel 1919. Bartali ha compiuto la prima parte della sua mirabile carriera sportiva prima della guerra del 1939. Il primo exploit di Coppi risale al 1939. Bartali è il campione di un mondo già scomparso, il sopravvissuto di una civiltà che la guerra ha ucciso: egli rappresenta quel romanticismo inquieto e inquietante che ha raggiunto l'apice fra le due guerre e perpetua nel mondo moderno lo spirito eroico della vecchia Europa.

Coppi è il campione del nuovo mondo partorito dalla guerra e dalla liberazione: egli rappresenta lo spirito razionale, scientifico, il cinismo, l'ironia, lo scetticismo della nuova Europa, l'assenza d'immaginazione delle nuove generazioni, il loro credo materialista. In Bartali, nato da una famiglia di agricoltori toscani, prevale il contadino, con la sua mistica elementare, la sua fede in Dio, il suo attaccamento ai valori tradizionali della terra. In Coppi prevale invece l'operaio, sebbene anche lui sia nato in una famiglia di contadini. Ma mentre Bartali è passato dall'aratro alla bicicletta, Coppi, quando ha sposato la bicicletta, aveva già ripudiato la terra. Bartali è figlio di una zona della Toscana che è rimasta contadina, Coppi di una zona del Piemonte in cui il contadino appariva già tinto di spirito «proletario». Per essere ancora più preciso, aggiungo che Bartali proviene da una famiglia di mezzadri, Coppi da una famiglia di braccianti. Fausto è un operaio, Gino un agricoltore. Il «mistero » fisico di Bartali sarebbe inspiegabile se si dimenticasse che la virtù fondamentale dei contadini toscani è la resistenza, unita a un senso dell'economia, sia fisico sia morale, che diventa arte. L'aspetto umano è più sviluppato in Bartali che in Coppi. Bartali è un uomo, Coppi un robot.

Curzio Malaparte

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12 maggio 2009
da corriere.it


Pubblicato : 18/07/2009 da Curzio Malaparte | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Quante bugie sui vecchi

LO STUZZICAVENTI

Quante bugie sui vecchi
 
La vita si è allungata molto, ma la solitudine non dà scampo
 
Allontanare la morte a ogni costo è un miraggio.

E che la vita si sia allungata non è una fortuna


GUIDO CERONETTI

Va considerato oltraggioso un avverbio che viene inesorabilmente interposto nella ripetutissima frase, quando si tratta vecchiaia e vecchi come «problema sociale» - eccola: «La vita, fortunatamente, si è allungata molto». Al suo posto, sarebbe adeguato un purtroppo, ma il coraggio, l’energia vitale della verità manca talmente al linguaggio comune da non far sperare che si ficchi una volta tanto nell’uso. Per me, che non ho voglia di mentire, vale il purtroppo.

Si cerca di tamponare la faccenda, quanto al problema sociale, moltiplicando le attenzioni dello Stato assistenziale; quel che le vanifica in buona parte è la quantità enorme di vecchi che con poche varianti d’anni entrano a far parte dello stuolo dei predestinati ad invecchiare, ignari spesso, per altre distorsioni prodotte dal linguaggio traditore, di quel che li aspetta. Allontanare la morte ad ogni costo è il miraggio unico di questo sprofondamento nel sottosuolo della menzogna.

La demografia scientifica contiene una falsificazione basilare, oltre al fluttuare delle statistiche: non tiene conto che i vecchi consumano di più di ogni cosa, acqua specialmente, risorse alimentari (la tristezza senile rende mangioni), medicinali di ogni specie, energia di riscaldamento, trasporti, denaro pubblico. Aggiungi, incalcolabile, eco-non compatibile, il consumo di affetto, dato ai vecchi per pietà, dovere, tolleranza, avarizia, una nuvolaglia di vapori neri gravanti sulla vita associata peggio delle emissioni di anidride. L’affetto va risparmiato, perché se lo diamo a rubinetti aperti la terra ne resta asciutta: lo si lesina ai vecchi, d’istinto, perché ne resti un po’ di più ai bambini.

Nelle antiche comunità perdute (tra cui Atlantide) i vecchi si sacrificavano per la tribù e andavano incontro alla morte nelle foreste - ma l’Io non era ancora apparso, e non ci sono più abbastanza foreste, specie incantate, per assorbire tante vecchiaie. E nelle giungle d’asfalto ci ritrovano subito e ci danno del disertore. A Tolstoj riuscì il colpo, ma il filo del Telegrafo lo riacchiappò a Ostapovo. Inoltre, socialmente, una quantità di vecchi non sono ancora affatto inutili e il Mercato dell’a-buon-prezzo li spia.

È psicologicamente e individualmente che la grande Pandemia di sopravvivenza, cominciata all’incirca alla metà del XX secolo, s’impagina con inedita crudeltà nei moderni contesti del Tragico. La sua maschera dolente si scontra con una feroce inaccettabilità che la nega: sempre più zittiti, ai vecchi viene imposta un’anagrafe falsificata, un’identità non corrispondente, un volto da lifting interiore, che piace al cretino («Ma che bella faccia! Va là che stai bene! Dai dei punti ai giovani!»); i pugnali congiurati del Luogo Comune trafiggono il tuo autentico esserci di persona umana, che non può e non vuole essere Quello che si vuole lei sia, e che pretende l’inquisizione degli ottimisti, una irrealtà di costruzione medica e di finta premura sociale, un raccapricciante «diversamente giovane», ma semplicemente e umilmente un corpo vecchio, che vive arretrando, come sa, come ci riesce, e in cui il pensiero della morte non osa più dirsi, per la brutalità della repressione linguistica, liberatorio e di speranza.

La vecchiaia per antonomasia, la realtà senile che ha più parentela col Tragico è la maschile; non ci sono due condizioni uguali: le donne sono favorite dalla diversità sessuale e mentale. La donna vecchia ha ancora forze sufficienti per consolare la vecchiaia dell’uomo vecchio.

Non sono paragonabili le due solitudini. Chi ha avuto e perso una compagna amata è infelice allo stato puro. Portagli pure a casa la zuppa calda: potrebbe venire dallo Chef Premio Nobel più ispirato, non ne scalfirebbe l’infelicità neppure per un minuto. Fin che può la vecchia signora allontana la pena occupandosi della casa e di attività sociali; il vecchio gentleman mangia pane di ghiaccio solido. Se è colto, gli restano i libri; certamente non la televisione (vedi il romanzo breve di Simenon, Il Presidente, perfetta radiografia di una vecchiaia molto ricca e molto bene assistita). Osservate nelle case di riposo le facce degli uomini e quelle delle donne, quando non siano spente dalla malattia mentale: nelle donne sopravvive sempre qualcosa di ilare, di facilmente appagabile, un’onesta rassegnazione che per pudore non si manifesta; l’uomo nel suo avvilimento è senza misura, nei suoi tratti si esprime uno stato di desolazione indeterminato, senza confini. In genere socializzano poco, sono dei manichini, dei tubi digerenti orbi di digestione. L’uomo vecchio sente sempre che il suo incontro con l’esserci è stato un fallimento, che è mancato all’appuntamento con quel che è più alto. E rimane muto, davanti a tanta sciagura, mentre gli altri chiacchierano e chiacchierano, impotenti a capire.

L’essenza del Tragico maschile è la privazione di appagamento. Con molta cautela Sofocle ne fa intravedere un modo al termine dell’Edipo a Colono, Victor Hugo lo vede nella morte del Giusto che è Jean Valjean. Nelle tremende solitudini sovraffollate di vecchiaie in eccesso delle nostre giungle metropolitane, però, restano all’esterno le redenzioni trasmesse dalle nostre carte esemplari.

Anche la maialità senile è enigma e dramma maschile. Ricordo un filosofo di cui ammiravo la dottrina: seppi che, da pensionato, restò fino alla morte tuffato nell’Osceno. Alle donne niente di simile potrà mai accadere. Ma la maialità dei vecchi che perdono il controllo (così si dice) non ha spiegazioni facili. Il vecchio perde il ritegno più per disperazione che per vizio, in specie dopo una vita irreprensibile, non può far conto di corteggiamenti, sbatte nell’impotenza. La perdita totale di rapporti con gli accessi ad altri mondi e con il Dio Ignoto, fracassa le dighe frollite dal cumulo d’anni.

E la moltiplicazione dei vecchi dissemina fortemente, coperto o manifesto, maialismo senile. Le innumerevoli ipertensioni domate non fanno precipitare in una pornofilia indomabile? Il geriatra allungando (altro non può fare) la vita, prescrivendo farmaci sgattiglianti, perché non dorma «il garrulo eremita», e nello stesso tempo antidepressivi e sonniferi, non allunga anche la torturante altalena degli affanni sessuali maschili al di là del segno di un decente traguardo? Volete che le carrozzine dei centenari, davanti ai sexshop dei più disumani paesaggi urbani, facciano la fila? Non sarebbe il diavolo a sospingerle là dentro?

La némesis-natura risponde colpo su colpo a tutti, nessuno escluso, gli oltrepassamenti di limiti, che diventano, in un granello di filosofia, altrettanti modi predestinati delle oscure espiazioni metafisiche da cui si origina la vita (Volontà schopenhaueriana o qualsiasi altra forza emanata dai boccaporti dell’Essere). La politica, cieca come uno squalo, balbetta i suoi «fortunatamente» e lo strafalcione delle sue «problematiche», e un famoso pugno-di-mosche è sempre tutto quanto, alla fine, ci resta in mano.

Io, qui, non ho pensato che ad emendare al minimo, di qualche impurità e falsificazione, il linguaggio della tribù.

da lastampa.it


Pubblicato : 17/07/2009 da GUIDO CERONETTI | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Alla mia nazione

Alla mia nazione


Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.


Pier Paolo Pasolini - 1959


Pubblicato : 16/07/2009 da Pier Paolo Pasolini  | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Isabella Ferrari. Sono stata anche io una velina

Anticipazione da «a»

«Sono stata anche io una velina Ecco come ne sono uscita»

Isabella Ferrari: «Ecco come sono sfuggita al cliché della bella ma scema...»

 

Isabella, ovvero l’arte della seduzione.
«No, no, ne sono sempre più lontana. Ci ho messo un freno. Anzi, le dirò, mi infastidisce quando mi dicono sei seduttiva».
Eppure le foto di queste pagine…
«Ho lavorato con una donna, in totale libertà, e la cosa che più mi ha divertito è che non c’era nessun giochetto di seduzione».
Andiamo, non neghi l’evidenza. Certe scene cinematografiche non le dimenticheremo mai. E non mi riferisco all’incontro erotico con Moretti in Caos Calmo, penso alla sua camminata in Saturno contro. Un’inquadratura che scatena molte più fantasie di un qualsiasi torrido amplesso cinematografico.
«Mestiere. La seduzione è qualcosa di più profondo, ha a che fare con quello che pensi e che dici. Non pretendo di non aver usato nella vita l’arma del voler piacere, anche quello è un passaggio. Ovviamente mi lusinga essere considerata bella, ma oggi mi interessa meno. In questo ruolo sono una donna decisa. Per dire, niente scene d’amore forte».


Isabella Ferrari sta finendo di girare un film tratto dal libro di Ken Follet Nel bianco. «Una coproduzione lussuosissima - dice entusiasta - con una troupe di 300 persone». Tre mesi di “esilio” fra Scozia e Berlino, «e stare all’estero non mi dispiace per niente, proprio per non mettere la testa nella spazzatura che sta travolgendo l’Italia. In compenso questa solitudine forzata mi fa del bene all’anima. Io sono una donna malinconica in realtà, mi piace starmene un po’ triste, in silenzio. E non è nemmeno la malinconia dell’intellettuale quella che mi porto dentro, è un’amalgama di un’infinità di elementi. Mi piace meditare su quello che non ho fatto, anche sui viaggi interiori incompiuti. Ognuno di noi deve avere la libertà di fare dei percorsi, di perdonarsi. Mannaggia, siamo pieni di sensi colpa».
Per esempio?
«Sono mammona, ogni volta che parto e lascio i miei figli e mio marito piango, poi per fortuna mi ripiglio».
Il suo rapporto con il regista Renato De Maria ormai dura nel tempo. Come è cambiato con gli anni?
«Stiamo insieme da 13 anni. Chiaro che si è trasformato. Ma non voglio parlare di me in particolare. Ogni coppia ha la sua storia. Però, per racconti di vita vissuta, potrei quasi dichiararmi un’esperta. Ho una mia teoria. All’inizio di una relazione, nel periodo legato alla passione, l’uomo si prende un po’ della femminilità della moglie, e lei la mascolinità del marito. Così lei finisce per essere meno donna e lui meno uomo. È la fase simbiotica. Ma questo non può durare, perché a un certo punto lei vorrà mettere alla prova la mascolinità di lui…».
E allora?
«Se il rapporto continua a essere importante e stimolante, è fondamentale che lui rimanga uomo e lei donna. Che ognuno mantenga i suoi spazi. Io sto molto fra donne, ora per esempio sono a Roma per quattro giorni, e ogni giorno vedo le mie amiche del cuore. Da sola. Non penso che due persone che si amano debbano riuscire a darsi tutto quello di cui hanno bisogno. Mi sono liberata da quell’ideale romantico, portare l’altro per forza a me. Amare l’altro è lasciarlo dove vuol stare. E questo mi piace che sia reciproco. Vedi le sue inadeguatezze, le sue fragilità… lo ami e basta. Naturalmente tutto ciò ha bisogno di tempi di trasformazione, ma è una fase dell’amore, senz’altro più matura, che mi piace forse più della passione. Quando conquisti questa individualità tutto può ancora accadere. Anche il piacere di svegliarsi la mattina e dirselo. Sento di matrimoni che con sempre più facilità si rompono. Sento donne dire che il matrimonio è uguale alla morte. Ecco, io non penso sia così. Quando leggo di gelosie, mi dico ma forse io non sono più giovane, perché non ne ho più… Sono in un rapporto molto maturo, di grande amore».
E vuol dire questo? Non avere gelosie?
«Anche, a quest’età credo sia anche questo».
E il sesso?
«Se c’è amore c’è sesso. È fondamentale in un rapporto, e per me è sempre accompagnato dall’amore».
Eppure siamo circondati da coppie che dopo anni di matrimonio non provano più desiderio.
«Quando stai con una persona da 12 o 13 anni è un po’ come se il rapporto entrasse nell’età dell’adolescenza, senti il matrimonio una fatica, senti la fatica di portare giù i bidoni della spazzatura. Ma l’accettazione di portare giù i bidoni della spazzatura è andare oltre. Perché il problema non è lì. Se non è lì allora è quella cosa che si supera, come l’adolescenza appunto, ma devi dare il tempo anche all’altro di entrare in questa armonia. E allora devi cercare di starci dentro, ti può portare via soltanto un altro grande sentimento. Sennò rischi di scalpitare solo per scalpitare e quindi bruciare tutto. Quanto è invece più interessante accompagnarsi, superare l’adolescenza come età del rapporto, seguire questo flusso della vita. È un sogno il mio?».
Lei cosa dice?
«Io sono così impaurita dalla vita, da tutto quello che ti può succedere, che cerco di stare centrata, cerco di darmi delle spiegazioni. E poi ho avuto la fortuna di incontrare una persona che ha tenuto vivo il rapporto, ha continuato a rinverdire il suo essere uomo e il mio essere donna».
È stato faticoso arrivare a questa, chiamiamola, maturazione?
«No. In questo momento della vita desidero rispetto per la mia persona, quindi viene naturale. Ho meno paura a dire di no, nel privato e anche nel lavoro (suona il telefonino, guarda chi chiama: “No non ti rispondo, ecco questo è un bel no”). E poi è come mangiare biologico, come cercare di diventare meno consumisti. Ride. Forse troppi scioglimenti di matrimoni fanno parte del consumismo».
Prima diceva che il suo esilio forzato per via del lavoro non le dispiace perché così evita la spazzatura quotidiana che invade l’Italia. Alludeva al caso Noemi, alle feste di villa Certosa...?
«Appunto. Ma non mi piace entrare nella logica che ognuno dice la sua e tutto finisce in piazza. Posso soltanto dire che in Italia si fa sempre di più un uso propagandistico e superficiale della donna. Io non voglio mettere al rogo la bellezza, uno può essere bello ma anche pensante, però l’immagine delle ragazzine che ne viene fuori è spaventosa. Penso che un regista bravo dovrebbe cominciare a raccontare tutto questo, proprio come si racconta la camorra».
Sua figlia ha 14 anni. Non ha paura che cresca in un Paese dove quello che conta è solo entrare nel mondo dello spettacolo?
«Come madre sono ancora abbastanza serena, e spero di essere abbastanza brava a fare in modo che non vada in quella direzione, che non si esponga. Gioca anche il fatto che in casa vediamo pochissima v. Sono convinta che conta la qualità delle cose che si dicono e si esprimono in famiglia, per questo insisto a fare una riunione serale tutti insieme, perché penso che anche il più piccolino debba dire la sua. So di tante famiglie dove invece non si parla, e quello può essere pericoloso».
Sua figlia segue gli ultimi scandali italiani?
«Assolutamente sì. Mia figlia si informa, legge, mi ha chiesto di vedere insieme Gomorra. In un certo senso io monitorizzo la sua vita, so chi vede, cosa si dicono fra amici. La comunicazione è assoluta fra noi. Vero che i ragazzini sono cambiati, ma non è una regola per tutti. Penso che ci siano tanti giovani che si ribellano a questo sistema, che cercano altri percorsi. E poi speri anche che i tuoi figli portino fuori casa il messaggio che si può essere diversi. Ognuno di noi può fare qualcosa all’interno della famiglia per migliorare società».
Oltre che della tv, i giovani sono schiavi del computer. Sua figlia chatta molto?
«Sì. E lì mi faccio un segno della croce. Non voglio nemmeno controllare tutto, anche perché ho un’idea dell’educazione che non è legata al limite, alla negazione delle cose, ma sempre appunto alla discussione, allo scambio di opinioni. Mi sembra già un successo quando i miei figli si confidano. Non potrò mai limitarli. Probabilmente ho anch’io i miei limiti di madre».
Lei quando era ragazzina era molto controllata?
«Molto sulle persone che frequentavo, sulle droghe, ma quando ho detto vado a Roma, mi hanno lasciata andare. Si sono fidati».
A 17 anni viveva già sola.
«E non sapevo quasi nulla, come non si sa nulla neppure oggi a 17 anni. Sono stata una ragazzina che ha iniziato con una sigla tv, non facevo praticamente niente se non mostrare la mia bellezza. Avevo il vento fra i capelli, ero appoggiata a un pianoforte, guardavo nel vuoto e mi lasciavo guardare. Quella che oggi si dice una velina. Per questo non trovo giusto demonizzare la bellezza. L’importante è però volere lasciare un segno, essere curiosi, imparare, guardare altrove. Adesso penso di essere stata fortunata, se non mi sono mai montata la testa lo devo alla mia famiglia, a come mi hanno cresciuta. Però sono partita grazie alla bellezza non al talento».

Cristiana di San Marzano
15 luglio 2009

da corriere.it


Pubblicato : 15/07/2009 da Cristiana di San Marzano (corriere.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Dario Fo accanto ai NO DAL MOLIN

Il Premio Nobel, da sempre vicino ai "No Dal Molin"

"Lei non è come Bush". Presto sit-in alla Casa Bianca

Da Dario Fo appello a Obama "Ascolti la gente di Vicenza"

"L'allargamento della base militare va ridiscusso"

di ANNA BANDETTINI

 
Appello al popolarissimo presidente Obama da un premio Nobel. "Sì, mi rivolgo a lui, come i ragazzi, le donne, gli anziani del No dal Molin. Anch'io lo prego di intervenire sulla decisione di ampliare la base Nato a Vicenza e di rispondere all'appello dei cittadini, di difendere la pace non la militarizzazione di un territorio. Mr.Obama, lei non è come Bush, ci risponda , perché il nostro governo continua a scantonare sul problema della vivibilità senza basi militari in quella regione, e coltiva rapporti con le grandi industrie che producono armamenti".

Dario Fo è ancora una volta lì, accanto al "No dal Molin". Con i ragazzi che hanno scritto al presidente Obama, fiduciosi nel cambio della guardia alla guida degli Usa, una lettera per ricordargli le tante contraddizioni della vicenda del raddoppio della caserma Ederle a Vicenza: "Se non ci risponderà, è già pronto un charter per andare a protestare davanti alla casa Bianca" ha scritto in un comunicato il movimento No dal Molin.

Fanno bene, insiste Dario Fo che con Franca Rame ha già fatto molto per il No Dal Molin: sono scesi in piazza, si sono schierati, hanno fatto petizioni. "Obama da subito ha voluto tagliare con tutta la politica di Bush, uno che credeva di essere il poliziotto del mondo, il capo dello Stato controllore del mondo. Obama ci ha fatto capire che non la pensa così".

Il presidente Obama può dare dunque segnali diversi sulla vicenda della base?
"Lo si sente palesemente, dallo spirito che ci arriva dalla sua persona. Dai suoi valori che vanno nel rispetto delle persone. Questo dà forza ai cittadini di Vicenza e agli uomini civili di buona volontà. Ecco perché aspettiamo da lui risposte".

Solo perché è qui in Italia?
"Al G8 i cosiddetti grandi del mondo si ritrovano per parlare del rispetto dei popoli e della loro autonomia e libertà. Bè qui c'è un esempio macroscopico. Il progetto della base Nato di Vicenza risponde ancora alla logica di Bush".

Ma da noi era stata approvata dal governo Prodi
"Questa è la cosa assurda. E' l'esempio dell'anima rinunciataria della sinistra, rinunciataria soprattutto a mantenere un rapporto vivo e stretto con la popolazione. Alla sinistra che gliene importa se i cittadini si oppongono, se vivono con disagio l'allargamento di quella base e sentono il pericolo fisico costante che questa struttura militare determina? Basta pensare che nel progetto sono coinvolte anche alcune imprese della lega delle cooperative. Come dire: quando c'è da far l'affare..."

Eppure a Vicenza è un'isola del centrosinistra nel Veneto.
"Perché i cittadini sono vivi e hanno capito che bisogna stare contro un governo che tra le spese che ha approvato in un momento di crisi come questo c'è quella per 120 aerei militari di ultima generazione, vere armi da guerra, armi da combattimento e d'aggressione, costosissime anche quando non volano".

Perché lei dice no a questa base?
"Perché sono contro la militarizzazione del territorio ma soprattutto perché hanno detto no con un referendum i cittadini che non la vogliono a ragion veduta: lo sa che è costruita sulla più grande falda acquifera del nord est? Già con l'acqua stanno mettendo in piedi manovre orribili. Ho firmato una lettera per Obama in cui si stigmatizza l'intenzione di mettere l'acqua sul mercato e farne un bene su cui speculare e fare ricchezza "

Secondo lei cosa tocca di più la sensibilità di Obama nella protesta del Non Dal Molin?
"Che questa operazione si sta svolgendo vicino a una città tra le più culturalmente importanti d'Europa, con monumenti unici nella storia dell'arte. E poi la partecipazione straordinaria che le proteste contro l'allargamento della base hanno avuto a Vicenza: Obama non resterà indifferente davanti agli anziani, ai ragazzi, alle madri coi loro bambini, ai cittadini che hanno dimostrato di non voler subire una vessazione pesante. Persone che vogliono essere trattate come cittadini e che non si meritano questa violenza" .

(10 luglio 2009)
da repubblica.it


Pubblicato : 10/07/2009 da DA REPUBBLICA.IT | 0 commenti
Categoria : POLITICA

Giorgio Ambrosoli l'uomo che sfidò Sindona e la mafia

Da La Repubblica del 26/08/2005 Vent'anni fa venne ucciso l'avvocato milanese

Giorgio Ambrosoli l'uomo che sfidò Sindona e la mafia

di Giorgio Bocca


 L'omicidio di Giorgio Ambrosoli

Sono passati venti anni dal giorno in cui "un eroe borghese" è stato assassinato a Milano. Questo è il titolo che Corrado Stajano ha dato alla biografia di Giorgio Ambrosoli l'avvocato milanese ucciso con tre colpi di rivoltella, l'11 luglio del 1979, da un sicario del banchiere mafioso Michele Sindona. Assassinato sulla porta di casa al termine di una lotta impari durata cinque anni fra quel "borghese", o si potrebbe dire fra quel cittadino quasi solo, e la grande rete di poteri sommersi che proteggevano Sindona, la Mafia, la P2, la finanza vaticana dello Ior, la Democrazia cristiana di Andreotti, gli ufficiali e i magistrati corrotti, i circoli americani più reazionari. Un avvocato di Milano serio, intransigente di "brutto carattere" come dicevano quelli che non riuscivano a comprarlo. Una di quelle persone che da sole contraddicono la società in cui vivono, i suoi vizi, le sue paure. E che non fanno disperare nella pianta storta dell'uomo.
Cinque anni di lotta impari in cui l'avvocato milanese sa che la sua vita è appesa a un filo. La moglie Annalori un giorno ha trovato fra le sue carte una lettera testamento. "Qualunque cosa succeda, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia e nel senso trascendente che io ho verso il paese, si chiami Italia si chiami Europa. Riuscirai benissimo ne sono certo perché tu sei molto brava e perché i tre ragazzi sono uno meglio dell'altro. Sarà per te una vita dura ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai sempre il tuo dovere".
Un avvocato milanese che si occupa di ispezioni bancarie, vissuto nelle intricate e anche sporche vicende dell'alta finanza, ma in questa sua lettera c'è il tono alto, il distacco etico, anche se è difficile dirlo di questi tempi, dei condannati a morte della Resistenza. Di eroi veri ce ne sono pochi in giro, di eroi borghesi pochissimi. Perché Giorgio Ambrosoli teme di venir assassinato? Perché nel settembre del '74 il governatore della Banca di Italia Guido Carli lo ha scelto come commissario liquidatore della Banca privata italiana, una delle banche di Michele Sindona. Perché lui e non altri? Forse per il buon lavoro fatto per il fallimento della Sfi una finanziaria milanese, forse su suggerimento del banchiere Tancredi Bianchi.
Lo sconosciuto avvocato Giorgio Ambrosoli contro uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo... Si potrebbe dire un uomo normale se gli uomini come lui non fossero una rarità. Sindona è uno dei siciliani che hanno fatto fortuna a Milano perché la Milano dei soldi sa come crescere anche certi uomini arrivati dal profondo sud con i sandali ai piedi come Virgillito, uomini intelligenti, tranquillamente amorali pronti a trovare con i loro pari affinità elettive automatiche, anche se non trasparenti. Pronti ad aprire nuove strade speculative anche per i rispettabili cumenda dell'"Ambrogino d'oro". E con l' intelligenza spregiudicata che non guarda in faccia nessuno, che mira a un unico scopo: fare denaro, farlo in fretta, farlo con l'astuzia e con le protezioni che occorrono. C'è una intervista di Sindona a un giornalista americano in cui dettagliatamente, senza nessuna esitazione moralistica, spiega come si possa depositare del denaro sporco a Hong Kong dove giocando sul cambio dello Yen, "un uomo che abbia una certa esperienza di questo sistema può in pratica rendere puliti centinaia di milioni di dollari in un tempo relativamente breve".
Milano scopre Sindona quando Time esce con la sua fotografia in copertina e in una lunga intervista lui spiega come stia diventando il maggior venditore mondiale di succhi di frutta. Sindona è un siciliano arrivato, a Milano e gli Stati Uniti, i due luoghi del potere e del successo del "business" degli uomini di onore. L'uomo è riservato, segreto, non è facile avvicinarlo, ascolta in silenzio con il suo volto pallido, lo sguardo da faina e continua con le sue mani a fare dei complicati giochini di carta. Di certo ha messo assieme una immensa fortuna, la Banca Unione e la Banca privata a Milano, la banca Franklin a New York e la Fasco una finanziaria padrona di centinaia di aziende.
Quando Ambrosoli entra per la prima volta nello studio privato di Sindona, nel settembre del ' 74, incomincia a capire il personaggio, la sua megalomania, il piacere dei grandi banchieri di apparire raffinati nel giro delle speculazioni, staccati dalla volgarità del tempo, imbattibili nelle cose concrete ma con gusti eleganti: Raffaele Mattioli il signore della Commerciale edita testi critici della letteratura italiana, con il plauso di Togliatti anche lui cultore del Dolce stil nuovo. Lo studio è nel cuore del capitalismo italiano di fronte alla Banca commerciale, vicino al Banco Ambrosiano e alla Mediobanca di Cuccia. E' il suo santuario: una statuetta lignea di Francesco Laurana, un busto del Pollaiolo, un fratino del sedicesimo secolo come scrivania e lui magro e pallido come un trappista. In fondo una porticina che conduce in un sottotetto dove per anni sono state nascoste le carte più delicate. Ma dentro, quando arriva Ambrosoli il commissario liquidatore, non c'è più niente, le carte sono sparite. Sindona è un uomo misterioso anche perché chi dovrebbe scoprire i suoi segreti finge di non sapere, di non vedere.
Nel '72 è arrivata alla questura di Milano una informativa del Criminal police office di New York in cui si dice che Sindona è in stretti rapporti di affari con un certo Daniel Anthony Porco per un traffico di stupefacenti. Ma Sindona è uomo al di sopra di ogni sospetto: è stato invitato da Paolo VI a rimettere ordine nelle finanze vaticane; durante un ricevimento al Saint Regis di New York, Andreotti lo ha salutato come "il salvatore della lira". Più è nei guai, più la revisione di Ambrosoli dimostra che le banche di Sindona sono prossime all'insolvenza e più i suoi difensori trovano ascolto presso il nostro governo: due italo-americani amici di Gelli vengono ricevuti da Andreotti, parlano con lui un ora e mezzo, sono i rappresentanti degli italo-americani cari al nostro capo del governo. Sono preoccupati che un così illustre e benefico concittadino venga messo sotto accusa dai "comunisti".
Veramente Ambrosoli è il figlio di un conservatore monarchico e lui è un cattolico amico di cattolici ma lo si dipinge come un sovversivo. E intanto il banchiere Sindona già colpito da un mandato di cattura con richiesta di estradizione dagli Stati Uniti scrive ad Andreotti da una suite del Waldorf Astoria: "Illustre presidente, nel momento più difficile della mia vita sento il bisogno di rivolgermi direttamente a lei per ringraziarla dei rinnovati sentimenti di stima che ella ha recentemente manifestato". Segue un elenco di tutto ciò che il governo italiano deve fare per coprire la bancarotta e i debiti ed evitargli le grane giudiziarie. Come se nulla fosse, Sindona continua a tener conferenze nelle università americane impartendo lezioni di moralità e di oculatezza. Ma Ambrosoli non si lascia intimidire. Presenta alla Banca d'Italia la sua prima relazione sul passivo della Banca privata italiana: 417 miliardi più un prestito di seicento miliardi della Germania federale garantito dalla Banca di Italia. L'isolamento di Ambrosoli aumenta, trova solo persone che gli danno suggerimenti vaghi, assicurazioni generiche. Un giorno dice a un amico: "Mi vogliono bruciare, mi vogliono far fuori? Vogliono uno che non riesca a mettere le mani e gli occhi dove vanno messi?".
Se cerca di sapere qualcosa sullo Ior, la banca vaticana, incontra un muro di gomma. Nell'ottobre del '75 riesce però a mettere le mani sulle carte della Fasco e questa volta Sindona si infuria, lo denuncia alla magistratura e all'Ordine degli avvocati della Banca d'Italia, accusandolo di avere rubato le azioni della finanziaria e incomincia a mandargli i suoi messaggi di morte: "La vendetta e più bella quando è lontana". Un giornalista chiede a Ambrosoli: "Perché si parla di lei come del nemico di Sindona?" Risponde: "E' molto semplice mi pare, sono diventato il nemico di Sindona ma non l'amico dei potenti. Ho dovuto pestare i piedi a troppa gente che sta nel Palazzo. Per esempio ecco l'ultima pratica. Qualche giorno fa mi sono rivolto al tribunale per farmi restituire dall'Irades i dieci milioni che ebbe da Sindona. Vuol sapere chi è il presidente di questo istituto di studi sociologici? E' l'onorevole Piccoli che i dieci milioni li ebbe direttamente da Sindona, ma che ora dice di non doverli restituire".
Così poco Ambrosoli si fida dei nostri governanti che dovendo consegnare la relazione sul crak Sindona a una decina di uffici, temendo che ci sia una fuga di notizie fa scrivere in ogni copia un errore di battitura diverso e conserva le varianti in luogo sicuro. Alla fine del dicembre '78 incominciano le telefonate con minacce di morte. Il 26 Ambrosoli annota: "Mi cerca quattro volte al telefono, in studio prima e in banca poi, tale Cuccia. Lamenta che in Usa non avrei detto la verità su Michele Sindona. Devi tornare là entro il 4 gennaio con i documenti veri perché se Michele Sindona viene estradato tu non campi". E il 5 gennaio del '79: "Ritelefona due volte il soggetto che si è presentato a nome Cuccia. Stavolta a nome Sarcinelli. Insiste perché vada in Usa e dice che il 15 gennaio può intervenire l'estradizione. Altre telefonate in cui "il Picciotto" dice che Andreotti trama contro di me. Entra in funzione il controllo telefonico ma credo che ci sia poco da contarci". L'ultima telefonata è del 12 gennaio del 79 e così la riferisce Stajano nel suo Un eroe borghese: ""Pronto avvocato". Ambrosoli: "Buon giorno". "L'altro giorno ha voluto fare il furbo? Ha fatto registrare la telefonata". A: "Chi glielo ha detto?" "Eh sono fatti miei chi me lo ha detto. Io la volevo salvare, ma da questo momento non la salvo più". A: "Non mi salva più?" "Non la salvo perché lei è degno di morire ammazzato come un cornuto. Lei è un cornuto e bastardo"".
Le telefonate cessano, Sindona ha deciso di far uccidere Ambrosoli. E qualcosa trapela ai figli: il più piccolo, Beto, dice di aver sentito una notte una di quelle telefonate e scoppia in pianto. Ambrosoli cerca di tranquillizzarlo: "Stai tranquillo Beto io morirò vecchietto nel mio letto di Ronco". Il 13 giugno del '79 un commesso della Banca privata scende in cantina dove è conservata una parte dell'archivio e trova una rivoltella, pezzi di una rivoltella segati. E' un segnale? Pochi giorni dopo arrivano a Milano i giudici americani che si occupano di Sindona. Ambrosoli viene inquisito come se fosse lui il bancarottiere. Risponde preciso, con calma.
Intanto il killer William J. Aricò e già arrivato a Milano. Aricò è stato presentato a Sindona da Robert Venetucci un trafficante di eroina. Aricò ha preso alloggio all' hotel Splendido vicino alla stazione centrale. La mattina dell'11 luglio Aricò noleggia una Fiat 127 targato Roma. A bordo di quella macchina Aricò aspetta per ore davanti al portone di via Morozzo della Rocca che Ambrosoli esca. Tre colpi di pistola rimbombano a mezzanotte. Aricò restituisce la macchina il giorno dopo all'agenzia Maggiore e paga con una carta di credito americana. Sarà arrestato l'8 dicembre mentre rapina una gioielleria di New York. Aricò muore il 19 febbraio dell'84 mentre sta tentando di evadere dal carcere. Poco prima ha confessato a un giudice americano di essere l'assassino di Ambrosoli. Il prezzo pagato da Sindona è di venticinquemila dollari versati poco prima del delitto e novantamila accreditati su una banca di Lugano.
Michele Sindona e Robert Venetucci sono stati condannati all'ergastolo.
Ho assistito a quel processo a Milano: Sindona indossava un abito scuro, aveva un'aria spiritata, i pochi capelli ritti in testa. Entrò nella gabbia dove già si trovava il suo complice e mormorò un "How are you Venetucci"? L'altro non rispose. Lo osservavo da pochi metri: aveva un suo taccuino in pelle scura e vi scriveva continuamente chi sa cosa, come se potesse fare qualcosa contro le prove schiaccianti. Nessuno ha spiegato la morte di Aricò, invece la morte di Sindona è un mistero senza misteri nella esecuzione: è stato avvelenato con un caffè nel carcere, il secondino che gli ha portato il caffè non è stato inquisito, era arrivato pochi giorni prima da un istituto di pena siciliano. I potenti si sono tolti dai piedi un testimone pericoloso uno che avrebbe potuto raccontare molte cose sul loro conto.
Nel delitto Ambrosoli si ritrovano alcuni personaggi di oscure vicende italiane: Licio Gelli, Giulio Andreotti, Franco Evangelisti, il giornalista ricattatore di Op. Il professor Marco Vitale ha scritto in morte di Ambrosoli: "L'assassinio di Ambrosoli è il culmine di un certo modo di fare finanza, di un certo modo di far politica, di un certo modo di fare economia. I magistrati inseguono esecutori e mandanti del delitto, ma dietro ci sono i responsabili, i responsabili politici. E questi sono tutti coloro che hanno permesso che la malavita crescesse e occupasse spazi sempre più larghi nella nostra vita economica e finanziaria, e questi sono gli uomini politici che definirono Sindona salvatore della lira, sono i governatori della Banca di Italia che permisero che i Sindona penetrassero tanto profondamente nel tessuto bancario italiano, pur avendo il potere e il dovere di fermarli per tempo; sono i partiti che presero tangenti formate da denari rubati ai depositanti sapendo esattamente che di questo si trattava: sono quelli il cui nome è scritto nella lista dei cinquecento che hanno nascosto i soldi oltre frontiera, tutti quelli che da venti anni al vertice della politica e della economia hanno perso persino il senso di cosa sia la professionalità, cioè il subordinare la propria fetta di potere piccola o grande che sia, agli scopi dell'ordinamento, delle istituzioni, della propria arte o professione, all'interesse pubblico".
L'avvocato Ambrosoli ha vinto o perso la sua scommessa sulla onestà? Personalmente l'ha vinta, storicamente l'ha persa. Negli anni passati dalla sua morte l'integrazione nel male, la "facilità del male" sono aumentate non diminuite. Altri articoli in archivio

da archivio900.it


Pubblicato : 10/07/2009 da Giorgio Bocca | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Il ragionier Ugo Fantozzi è diventato leghista

Quindici anni dopo riecco Villaggio


di Giovanni Maria Bellu


Il ragionier Ugo Fantozzi è diventato leghista. Anche berlusconiano, a dire il vero. Solo che, dice Paolo Villaggio, «il personaggio del leghista si presta molto di più alla satira». Perché, alla fine, questa è la missione: strappare un sorriso. Impresa tutt’altro che facile «nell’Italia della mondezza di Napoli e dei ladri ovunque, della mafia e della camorra, di Apicella e delle mignotte». Impresa difficile, quasi impossibile, e comunque disperata, in questa «Italia di merda» come sintetizza Paolo Villaggio appena conclusa la lista delle nefandezze nazionali che ha scandito come il solista di un malinconico ditirambo davanti a due giovani e divertiti coreuti: il blogger Diego Bianchi, in arte Zoro, e la vignettista Francesca Fornario.

Oggi il ragionier Ugo Fantozzi - attraverso la penna del suo creatore - torna a l’Unità dopo quindici anni di assenza. Collaborò con noi dal 3 gennaio del 1993 al 31 luglio del 1995. Scrisse 130 articoli. Il primo s’intitolava «Ma perché s’ammazzano dappertutto?», l’ultimo «Vivete adagio la giovinezza». A spulciare nella lista, si ha una sarcastica cronologia dell’epoca («Quei tacchini che ci trattavano da sudditi: Craxi e Andreotti»; «I cannoni di Mosca e l’oro di Poggiolini») e s’incontrano anche titoli dal contenuto profetico, come un «Cavaliere a luci rosse» scritto nel lontanissimo gennaio del 1995. Sono passati quindici anni ma sembrano mille. E le idee politiche del ragioniere più sfortunato d’Italia nel frattempo sono cambiate radicalmente: il militante comunista che si commuoveva fino alle lacrime al funerale di Enrico Berlinguer è diventato uno scatenato leghista estremista. Uno che odia il politicamente corretto, gli intellettuali, gli immigrati, «i negri» e, naturalmente, i comunisti.

Paolo Villaggio, d’altra parte, non ha in grande considerazione quasi nessuno dei viventi. Nemmeno quelli che - come Beppe Grillo - a un primo sguardo parrebbero i più affini al suo sarcasmo iconoclasta. Lo associa a Guglielmo Giannini, il fondatore dell’«Uomo qualunque». E, nel farlo, rivela - a dispetto della cinica crudezza del suo linguaggio - una visione quasi utopistica del futuro. Già, mentre Ugo Fantozzi impreca, Paolo Villaggio sogna un paese migliore. Sogna un mondo «dove tutti possano essere felici».

Il creatore di Fantozzi torna oggi sulla pagine de l’Unità, ma qualche giorno fa è comparso di persona nella nostra redazione. Zoro e Francesca Fornario l’hanno accolto col rispetto che si deve a un maestro, ma senza timidezza né deferenza. Assieme al nostro direttore, l’hanno incalzato su varie questioni e anche su quella della sua effettiva collocazione politica. Una curiosità, quest’ultima, sollecitata dall’utilizzo che i nostri amici dei giornali governativi hanno fatto nei giorni scorsi della notizia della ripresa dell’antica collaborazione. Cosine come «La sinistra si affida a Fantozzi», accompagnate da interviste a Paolo Villaggio e a Ugo Fantozzi che si divertivano a darsi il cambio vorticosamente senza avvisare gli intervistatori (i quali, in effetti, non sembrano essersene accorti).

Alla fine crediamo di esserne venuti a capo della questione politica. Dunque: Ugo Fantozzi è leghista perché un leghista fa ridere un po’ di più di un berlusconiano. Paolo Villaggio, invece, non si pone assolutamente il problema di essere «di sinistra». nè di dire di esserlo. Ha, in questa scelta di stile, dei modelli alti: Alberto Moravia, Federico Fellini, Ugo Tognazzi. E dunque - avendo un’altissima considerazione di sé - a essi si unisce. Non dice «sono di sinistra», ma osserva di non aver mai conosciuto un «intellettuale di destra».

A Zoro, che gli ricordava le ironie attorno alla «sinistra disperata» che si affida al suo personaggio, ha risposto senza esitazione che sì, effettivamente, se la sinistra si affida a Fantozzi è «perché è nella merda». Ma tutte le volte che nel colloquio ha avuto l’occasione di descrivere le cause di questa condizione, ha parlato di una sinistra e di un Partito democratico che hanno smarrito la loro identità e che proprio per questo hanno seguito la sorte disgraziata dell’intero paese.
In questo il creatore e il suo personaggio - il Fantozzi che si commosse al funerale di Enrico Berlinguer - si prendono per mano e tornano una persona sola. Nella nostalgia del tempo passato, quando ancora esisteva la speranza. Ma la verità è che il piccolo ragioniere non avrebbe mai voluto fare politica. Era a suo modo felice. Sì, la sua esistenza era punteggiata da eventi sfigatissimi, ma viveva in un mondo nel quale era possibile intravedere l’esistenza della felicità. Tanto che lui, Fantozzi, pur senza mai riuscirvi, poteva anche ogni tanto sognare di raggiungerla. «Sicuramente - ci ha detto Paolo Villaggio - Fantozzi era molto più felice dei precari che hanno paura del loro futuro e dei ragazzi che hanno perso fiducia nel valore della cultura, perché il mondo che li circonda offre uno spettacolo ignobile». Un «paese di merda», appunto.

Fantozzi riprende la penna in mano con la sua fragile ferocia e il proposito di fare del male. Di procurare dolore e rabbia. Di scatenare indignazione e anche risate liberatorie. Come quella, omerica, che si levò nel paese per quel clamoroso «La corazzata Potemkin è una cacata pazzesca» gridato nel mezzo di un cineforum «di sinistra» verso la metà degli anni Settanta. Non tutti risero subito, qualcuno ci rimase male e riuscì a ridere molti anni dopo. Insomma, ci volle del tempo. E ora? Non c’è forse il rischio che qualcuno prenda alla lettera gli spropositi della “voce della Lega”?
«Non ho questa preoccupazione - è stata la risposta - ho un linguaggio così paradossale perché credo che sia il modo più efficace per convincere i lettori, specie i più giovani, che questi vecchi imbecilli che difendono solo i loro privilegi vanno combattuti con la presa per il culo».


01 luglio 2009
da unita.it


Pubblicato : 02/07/2009 da da unita.it | 0 commenti
Categoria : POLITICA


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