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Il brano sul gay aveva qualcosa in più

«Il brano sul gay aveva qualcosa in più»

Mogol: basta ipocrisie sulla canzone di Povia (la migliore dell'anno)

L'autore più noto d'Italia premia il pezzo che all'ultimo Festival di Sanremo ha provocato tante liti
 

Mogol, stasera a Bard, in Val d’Aosta, si as­segna il premio che porta il suo nome. I fina­listi sono Arisa, Battiato, Capossela, Jovanot­ti, Simona Molinari, Povia. Chi vince?
«La giuria composta da Marcello Veneziani, Oliviero Beha, Arnaldo Colasanti e da me ha scelto Giuseppe Povia».

E la canzone?
«Luca era gay».

Quella di Sanremo e delle polemiche?
«Lo so, qualche amico mi ha messo sull’avvi­so: 'Ti attaccheranno, non sarebbe meglio un ex aequo?'. Ma un premio che porta il mio no­me devo assegnarlo secondo coscienza, senza lasciarmi condizionare dalle invettive».

Come mai quella canzone le è piaciuta tan­to?
«Perché racconta un fatto di vita, usando la prima persona. È un testo sincero, senza reto­rica: una poesia che non nasce dall’ispirazione talentuosa ma dall’esposizione di una verità quotidiana. Povia ha intinto la penna in un in­chiostro molto simile al sangue».

Gli omosessuali però si sono sentiti offe­si...
«Non capisco perché. Non è un testo univer­sale, non enuncia una legge; racconta una sto­ria. La storia di un ragazzo che cercava il padre e non voleva tradire la madre. Povia parla di una vita, al di là di ogni dogma».

La sua vita? E’ un testo autobiografico?
«Non lo so, e non è importante. È scritto co­me se lo fosse. Se non lo è, il suo merito è anco­ra più grande. Perché suona come vero, non come artificio. Non conta quel che è stato, ma quel che è scritto».

Però l’omosessualità è presentata come una sorta di disgrazia da cui si può uscire.
«Io la canzone non l’ho letta così. Assoluta­mente. Si può essere omosessuali per molti motivi: perché lo si è nati, o perché lo si è di­ventati per influenze esterne; così come ci so­no donne che restano frigide tutta la vita per un trauma infantile. Se un eterosessuale diven­ta gay, non c’è colpa. Perché dovrebbe esserci se un gay diventa eterosessuale? L’autore non giudica. E poi la sua libertà va difesa. Capitò anche a me: ricorda 'Il tempo di morire'?».

«Motocicletta/ dieci hp/ tutta cromata/ è tua se dici sì...».
«Lui offriva a lei il suo bene più prezioso, la moto nuova, per una notte d’amore. Le femmi­niste si infuriarono. Ma Battisti e io raccontava­mo una storia: il protagonista era sincero, e noi liberi. Ricorda 'Il mio canto libero'?».

«In un mondo che/ non ci vuole più/ il mio canto libero/ sei tu...». Era un rifiuto degli Anni 70, dell’ideologia?
«Certo: i 'retaggi del passato'. L’Italia di allo­ra era una società conformista. E c’è una cop­pia che si ribella alle convenzioni e rivendica i diritti dell’individuo, della persona, dell’amo­re».

Sì, ma da qui a Povia...
«Guardi, abbiamo selezionato altre grandi canzoni: 'Tutto l’universo obbedisce all’amo­re' di Battiato, 'A te' di Jovanotti, che peraltro ha vinto l’anno scorso con 'Fango'. Ma 'Luca era gay' è l’unica che mi ha chiuso la gola. Che mi ha commosso».

Come mai?
«Per la sua disarmante naturalezza, la sua grande innocenza, l’assenza di sensi di colpa. Gli altri erano bei testi, ma quello di Povia ha qualcosa in più».

Esiste una lobby gay nel mondo dello spet­tacolo?
«Ma no. Esistono molti omosessuali, più di quanti se ne conoscano. Persone sensibili, grandi artisti».

Lei di recente ha denunciato la crisi della canzone italiana.
«Rischiamo di perdere la cultura popolare. L’industria discografica boccheggia, priva co­m’è di mezzi. Si danno dischi d’oro o di platino per 30 o 40 mila copie. E non c’è meritocrazia. Non si selezionano le cose belle. Qui in Umbria abbiamo aperto una scuola, i ragazzi fanno un lavoro serio, ma sono schiacciati dal potere enorme degli show tv. Al massimo uno di loro ha un’occasione ogni 5 o 10 anni. Come Arisa».

Cosa pensa di «Amici», la trasmissione di Maria de Filippi?
«Non so, non ho visto. Se avvicina lo spetta­colo e l’arte alla gente comune, non ha una fun­zione negativa».

«X Factor»?
«Ci sono stato. Mara Maionchi è una donna eccezionale, Morgan e Francesco Facchinetti sono molto bravi, l’atmosfera è bella. Ma è tut­to un po’ dilettantesco. Tv, più che musica».

Marco Carta, il vincitore di Sanremo?
«Un cantante molto tradizionale, che non credo abbia ascoltato tutto Dylan. L’attualità, la cultura sono importanti per un artista. Uno co­me Vasco Rossi non è solo un cantante, è un comunicatore».

A proposito di comunicatori: come mai Ce­lentano si è offeso con lei?
«Si è offeso per una canzone affettuosa, in cui lo invitavo a tornare tra noi: gli amici che gli vogliono bene, la gente che vorrebbe altri suoi concerti. Ci sono rimasto molto male. Adriano e io siamo nati negli stessi anni, sia­mo cresciuti negli stessi posti: la periferia di Milano, che ora è diventata centro; lui aveva i suoi prati, io i miei. Una reazione simile me la spiego solo con un condizionamento esterno. Ma non mi faccia dire altro. Non voglio riapri­re la polemica».

Anche la Bertè ce l’ha con lei. Sostiene che Mogol non l’ha mai potuta soffrire, al punto da far togliere il suo nome come corista di Battisti.
«Io non ho mai avuto nulla contro la Bertè, e lo può testimoniare il mio caro amico Mauri­zio Lavezzi, che è stato a lungo il com­pagno di Loredana. E non posso aver fatto togliere il suo nome, perché la Bertè non è mai stata corista di Batti­sti».

Le sue antenne cosa le dicono sul­­l’Italia di oggi?
«Viviamo un momento faticoso. Ser­virebbero le energie migliori di en­trambi gli schieramenti per venirne fuori. Gli italiani se lo attendono, ma temo che il momento sia ancora lonta­no. Trent’anni fa scrissi: 'Sogno il mio Paese infine dignitoso, non più preda di facili entu­siasmi e ideologie alla moda'. Lo sottoscrivo ancora oggi».

Aldo Cazzullo

da corriere.it


Pubblicato : 16/06/2009 da Aldo Cazzullo (corriere.it) | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

ARROGANZA DEL SILVIO?

2009-06-16 15:02

FIORELLO: BERLUSCONI MI DISSE, STRADA SKY E' SENZA RITORNO


 ROMA - Fiorello, in una lunga intervista a Vanity Fair, in edicola domani, svela i retroscena dell'incontro avuto con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli durante la trattativa finale per il passaggio a Sky. A Palazzo Grazioli si è sentito, dice lo showman, "dentro a una situazione assurda. Avevo davanti il presidente del Consiglio che si occupava di me, un guitto, un saltimbanco, e mi diceva: 'La tua strada e' senza ritorno". E lui? "L'ho messa sul ridere e me la sono data a gambe".

Festeggia 20 anni di carriera, si dichiara molto contento dei risultati a Sky con il Fiorello show, ipotizza un futuro anche in Rai con cui si è lasciato benissimo e su Mediaset dice 'Mai piu''. E' Fiorello che in una lunga intervista a Vanity Fair, che gli dedica anche la copertina del numero in edicola domani, ripercorre la carriera iniziata nel Natale del 1989 per arrivare ai tre mesi di tutto esaurito al Fiorello Show, che chiude il 19 giugno al Teatro Tenda di Roma (ultimo appuntamento su Sky Uno il 21, poi tre speciali in luglio).

In Rai, dice Fiorello, tornerebbe, perché "ci siamo lasciati benissimo, mi hanno fatto un sacco di in bocca al lupo, come si fa sempre tra persone civili. Ci ho lavorato per anni". Ma per il momento continua con Sky. Sul compenso però la butta sulla battuta, non sono i 15 milioni svelati da Carlo Rossella, "ma sono 14" e prosegue, sono "nemmeno la metà della metà". "Non sapevo", dice ora Fiorello a Vanity Fair, "che mi ero infilato dentro a una guerra tra Berlusconi e Murdoch, proprietario di Sky. Né che avevo incrinato la sacralità del potere del Cavaliere. Tanto meno sapevo che sarei diventato il vaso di coccio in mezzo al ferro e al fuoco della politica. E che per quanti planetari problemi ci fossero nel Paese, come la crisi, o il terremoto, o i rifiuti a Napoli e Palermo, tutti i moschetti del centrodestra avrebbero trovato il tempo e la voglia di circondarmi per fucilarmi di parole e di sarcasmi e di rancori".

Fino al punto che, un certo giorno di metà aprile, smise di leggere i giornali. Smise di parlare con i giornalisti. Alle penultime elezioni aveva detto: "strappate le schede elettorali". In queste "Votate Noemi" che le ha persino risposto: "Grazie, ma la politica non fa per me". "Non la inviterò mai - aggiunge- finirei per massacrarla in pubblico e mi dispiacerebbe. Stiamo parlando di una ragazzina di 18 anni, devastata da questa storia di 'papi'. Se fossi il padre vero, la terrei molto lontano da questa roba. Sotto a quel genere di luce puoi solo farti male, e specialmente dopo, quando si spegneranno i riflettori e tornerà il buio". Su Mediaset dice, "con Piersilvio sono anche andato due volte a pranzo. Mi diceva: 'Vieni da noi a qualunque cifra'. E in effetti c'era un progetto. Mi stavo vedendo con Valerio Staffelli e con il mio amico Antonio Ricci. Mi avevano proposto una nuova edizione di Striscia. Con Staffelli l'avrei anche fatta, magari tra un paio di stagioni". Invece? "Mai più". 

da ansa.it


Pubblicato : 16/06/2009 da FIORELLO su ansa.it | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

Solo per adulti (assurdo)

Il caso

Un’enorme bambola nuda in scena e l’Opera avverte: «Solo per adulti»

A Roma è già polemica sullo spettacolo della Fura dels Baus
 

ROMA — Quei pazzi geniali della Fura dels Baus, alle prese con la paura della morte, ne hanno combinata un'altra. Il 18 all'Opera di Roma la compagnia spagnola mette in scena, diretta da Zoltàn Peskó,Le Grand Macabredi Ligeti. La loro forza visionaria e iconoclasta aderisce come un guanto a un'opera surreale, scritta alla fine degli anni '70, quando il melodramma era l'esempio massimo del ciarpame conservatorista. Dal Financial Times a Le Monde, la prima a Bruxelles fu un trionfo. In futuro girerà mezzo mondo, Londra e Barcellona, Amsterdam e Torino, e perfino l’Australia.

A Roma, in un teatro mortificato dal commissariamento che ha prodotto tagli artistici sulle novità (da Rihm al debutto dello scrittore McEwan come librettista), gli uomini dell'interregno restauratore pensano di lavarsene le mani, o di prendere le distanze, allegando ai manifesti dello spettacolo questa scritta: «Si consiglia la visione a un pubblico adulto».

«Il sesso della donna? D’accordo, è molto realistico. Ma è di una bambola!», dice il regista Alex Ollé. Alex, che condivide la regia con Valentina Carrasco, non si dà pace, «lo so che c'è questa strana aria all'interno del teatro», apre il computer e mostra delle foto: «Guarda, ti sembra uno scandalo? Non siete voi, a Roma, che avete tante statue nude antiche nelle piazze? Lo avete inventato voi il barocco. Mi fa tristezza pensare che in una città di 2000 anni possa essere sconveniente una bambola nuda».

La scena è occupata dalla scultura di una enorme donna in versione nature. È qui l'azione, dentro un grande corpo umano che si sente assediato da una malattia immaginaria. Il male è lo stesso cataclisma che minaccia (ipoteticamente) l'esistenza dei personaggi; si nascondono, entrano e escono da questa creatura umana che si lascia abitare e manipolare, la testa gira, le gambe si aprono, gli occhi roteano. A un certo punto l'ingresso è la vagina.

«Ma è un attimo», dice Alex. Lo mostra al computer, sembra una tenda che si apre. «A Bruxelles ho visto tra il pubblico bambini di dieci anni coi genitori e si sono divertiti perché c’è molta ironia». Anzi, dicono che sono stati pudichi: nel libretto, Nakrotzar, che raffigura la morte, fa ripetutamente l'amore con Mescalina: «E noi li nascondiamo, senti che cantano la scena dell'amore ma non si vede nulla, sarebbe uno scandalo troppo stupido, e non c'è niente di più bello che immaginare. Se a Roma si verrà senza pregiudizi, sono sicuro che piacerà». Il vero pericolo forse è che lo spettacolo venga inghiottito dalle mille idee che guizzano come lapilli di un falò.

Il corpo nudo nello spettacolo è iper-realistico: «Non è un archetipo, la chiamiamo Claudia come se fosse un'amica. La scultura è modellata sulle fattezze di una nostra vera amica, una cantante lirica». È così cicciona? «Nel riprodurla abbiamo un po' esagerato ». Quando la vera Claudia appare nelle proiezioni, quella falsa ha le stesse espressioni. A ogni personaggio corrisponde un organo della scultura, «che è come una casa, o una città. La morte è il sistema nervoso, rappresenta l’idea della fine del mondo creata dalla paura; la polizia è il sistema linfatico, la difesa del corpo, di colore verde come le mimetiche dei militari».

Il Grand Macabre ci annuncia l'Apocalisse. Un asteroide sta per abbattersi su Bruegelandia e la gente in prossimità della fine del mondo come una mandria impazzita si lascia andare a ogni tipo di pazzia. Ma l'asteroide cambierà direzione e la morte, per la prima volta, viene sconfitta. Può morire la morte?, chiediamo ad Alex con un po' di provocazione. Ma a un maestro della provocazione l'osservazione piace e se ne appropria sul taccuino di regia: «La morte si ubriaca e si dimentica il suo mestiere, fino all'ultimo si mantiene l'ambiguità: ha le sembianze di un ciarlatano o fa sul serio? ». Cosa ci vuol dire quest'opera? «Avete temuto la morte e non è successo nulla. Godetevi la vita finché si può. Un messaggio niente male in tempi di crisi».

Di Ligeti anche il libretto, adattò La balade du Grand Macabre (1929) di Michel de Ghelderode, «scrittore dell’assurdo», belga come le tele di Brueghel a cui si fa riferimento. E i motivi dei suoi quadri, riaggiornati, ritornano nelle proiezioni, che forgiano lo stile della Fura dels Baus. L’altro leit motiv è (benché suoni paradossale) l'aderenza al testo: «È una musica da guardare, più che da ascoltare». Lo stesso Ligeti, il grande anticonformista del XX secolo, in un afflato di moderazione cambiò i nomi dei protagonisti, Spermando e Clitoria, in Amando e Amanda. L’ouverture è un concerto di clacson d’automobili. La musica rimanda a ritmi di strada con echi di Mozart, Donizetti e Stravinskij. «Molto rivisitati», tiene a chiarire Alex. Ligeti paragonò i suoi lavori a una macchia di marmellata sul tappeto. L’impronta che rimane era per lui la Storia della musica.

Valerio Cappelli

06 giugno 2009
da corriere.it


Pubblicato : 06/06/2009 da Valerio Cappelli (da corriere.it) | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Condominio Milano

Condominio Milano

di Francesco Bonazzi


L'Expo? Un danno. La Moratti? Dimostra che il Comune non serve. Berlusconi e Ligresti? Gente che mangia in tinello. I milanesi? Affettano il salame. La capitale morale vista da un grande dissacratore.

Colloquio con Philippe Daverio 

Prima di parlare di Milano dobbiamo ammettere che il Paese fa schifo e che in Europa ormai ci trattano da barboni. Philippe Daverio, natali alsaziani, doppio passaporto, vita e amori artistici a Milano, è uno dei pochi che sotto la Madonnina si può permettere di dire quello che vuole. Senza risparmiare critiche alla Moratti, a Formigoni, a Berlusconi, a Bossi, a Ligresti e agli altri profeti del 'tinello'. Dopo aver buttato il suo papillon nella mischia della giunta Formentini, Daverio torna in politica guidando la lista Penati alle provinciali. Lo fa alla sua maniera, ovvero da situazionista, come i video su YouTube in cui promette l'abolizione della Provincia o in cui ricorda che, grazie a Dio, Milano non l'hanno fatta i milanesi.

Allora, lei non parla di Milano se prima non le si fa dire cosa pensa dell'Italia?
"Esatto. Per inquadrare tutto devo cominciare ricordando che questo Paese fa schifo. Due mesi fa lo 'Spiegel', ben prima del caso Noemi, ha dedicato sei pagine a Berlusconi e le donne. La verità è che l'Italia ha funzionato solo dopo le guerre civili, come quella del 1848-1861 e quella del '45".

Ma rinascere senza spargimenti di sangue?
"Oggi siamo in una guerra civile parodistica. Berlusconi è un incrocio tra la parodia di Mao e quella di Mussolini e l'opposizione è una parodia, roba da avanspettacolo".

E Milano ne è la degna capitale morale.
"Milano è complicata. È tutt'ora il luogo dove nascono le tendenze che trascinano l'Italia e qui sono nati i fenomeni di Craxi, Berlusconi, Di Pietro e della Lega. È qui che Mussolini ha sbattuto la porta. Ecco perché Milano può trascinare il Paese verso il riscatto o la definitiva liquidazione".

Se a sua volta Milano cerca il riscatto nell'Expo del 2015, siamo a posto...
"L'Expo è la tecnologia dell'idiota, inutile a se stesso e dannoso per gli altri. Vincendo l'Expo abbiamo fatto un danno all'Europa, perché con Smirne si sarebbero aperti nuovi mercati e si sarebbe rafforzata la Turchia laica. Qui a Milano si litiga e si perde tempo perché non c'è ancora un progetto definitivo e così i vari Zunino, Ligresti, Cabassi giocano ognuno la propria partita e nessuno fischia la fine".


Il progetto non sarà chiaro, ma gli appetiti sono robusti.
"Le pressioni per appalti e subappalti sono fortissime. Il gioco è: si prende un'area, la si dà a un costruttore per farci i baracconi, gliela si urbanizza gratis e poi, finita l'Expo, il costruttore tira giù i baracconi e realizza la sua cubatura già ben collegata e sistemata a spese del contribuente".

A proposito di mani sull'Expo. A Milano la commissione antimafia è scomparsa. La mafia non esiste e il solo problema è il traffico?
"Ha presente la storiella di quello di Sciacca che dice che la mafia semmai è ad Agrigento e di quello di Agrigento che sostiene che semmai è a Sciacca? Qui è uguale. Solo che Letizia Moratti dice che qui la mafia non c'è senza accento siculo, per cui la barzelletta fa meno ridere".

Ecco, la Moratti. L'arbitro che dovrebbe fischiare la fine di baruffe e veleni sarebbe lei.
"Ma la Moratti è senza energia. La spinge solo l'ambizione personale ed è nelle mani delle lobby. Non conosce la città, non è mai stata nei quartieri, non sa nulla della gente normale. Deve gestire un contenitore come Milano, dove votano in meno di 900 mila persone, ma dove lavorano e vivono in quattro milioni. E questa città è un contenitore esplosivo, sotto pressione, senza più tanti prosciutti da affettare".

Prosciutti?
"Sì, a parte il mattone, c'è poco. L'Aem se la sono già affettata. Restano gli aeroporti della Sea e le acque. Sono grato alla Moratti per aver dimostrato che il Comune non serve a nulla. Dobbiamo creare l'area metropolitana e affidarla a Penati, che guida un esperimento pratico e trasversale".

E Roberto Formigoni, il governatore in eterno procinto di succedere a Berlusconi?
"Non ha capito che i presidenti di Regione da nessuna parte sono divenuti dei politici. Hanno assunto poteri di spesa, ma non sono personaggi nazionali. Pensi a Bassolino: da sindaco era un re, da governatore."

Ma Formigoni è il campione della sanità privatizzata e l'idolo della Compagnia delle Opere.
"Sì, ma la sua lobby, la Compagnia delle Opere, ormai mostra segni di debolezza perfino qui. Non è mai diventata un centro di potere su scala nazionale e Formigoni non è diventato un leader nazionale".

Qui però qualcuno con il vento in poppa c'è: la Lega di Umberto Bossi.
"Sì, come la Malpensa. Ma andiamo! Malpensa è il simbolo di superficialità e arroganza della Lega. Se gli affidi l'Italia, te la trasformano in una gigantesca Malpensa".

Però avanzano a ogni elezione e ora possono anche sventolare il federalismo fiscale.
"Avanzano, ma restano una forza di contado. E poi secondo me Bossi odia Milano. Non ci viene volentieri. Quando ero assessore nella giunta Albertini, è venuto qui a cena con noi una sola volta: la sera delle bombe di mafia del '93. Quanto al federalismo fiscale, è una vittoria che durerà poco. Giusto il tempo che impiegheranno i siciliani a trovare la soluzione per riprendersi i soldi".

Poteri deboli e banche milanesi in mano agli 'stranieri': il romano Cesare Geronzi che guida Mediobanca e il bolognese Massimo Ponzellini alla presidenza della Popolare di Milano. Siete in ginocchio?
"Non la metterei così. Milano è il luogo dove le cose avvengono, ma non le fanno i milanesi. Pensi alla Comit fondata da un tedesco. Il milanese guarda e affetta il salame brontolando".

E Milano capitale culturale?
"Ma per carità. Qui c'è solo la Scala, ben diretta da Stéphane Lissner che infatti non è un milanese, e vedo qualche segno di vita a Brera e intorno alla Triennale. Il resto è solo un gigantesco happy hour".

Va bene, ma allora chi comanda in città?
"Milano è terra di conquista. Alcune orde sono quelle immobiliari. Sul mattone regnano cinque o sei tycoon che non si scansano facilmente. La città è circondata da una catena claustrofobica. Il vero rischio è che altri non siano più tentati di scendere quaggiù. Poi c'è un problema anagrafico che mi preoccupa molto".

Sarebbe?
"Nel 2015 non so in che condizioni di salute saranno due vecchietti come Salvatore Ligresti e Silvio Berlusconi. Ma come si può lasciar immaginare la metropoli del futuro a gente che va per i novant'anni e, nonostante abbia fatto miliardi a palate, mangia ancora nel tinello?".

Ma milioni di italiani mangiano in tinello e non è colpa loro.
"Ma certo, però il tinello porta all'happy hour e alla palude attuale. La borghesia ottocentesca milanese mangiava in sala da pranzo: viveva e pensava in grande. Oggi i miliardari di questa città mangiano in tinello. Non solo il tinello è una tristezza infinita: è il segno di mancanza di progettualità".

Veramente il Cavaliere ha la passione per le ville e le feste regali, com'è noto.
"Le tante ville del Berlusca sono solo un sogno puerile. La realtà è il tinello. Qui vogliono continuare a fare i soldi vendendo alloggetti senza corridoi e senza sale da pranzo a 4-5 mila euro al metro quadro. La gente si svena per comprarli e poi, per vedere gli amici, è costretta a vivere in strada con il bicchiere dell'aperitivo in mano. Ecco: stare fermi con l'aperitivo in mano, in fuga da palazzi e strade senza negozi, è il simbolo di dove siamo arrivati".

Bene, dopo aver demolito la degna capitale morale di un Paese "che fa schifo", le tocca qualcosa di costruttivo.
"Certo che si può rinascere. Perfino con l'Expo. Qualche tempo fa guardavo il panorama della città dalla vecchia Fiera e immaginavo come sarebbe bella una strada dove tutte le 20 città gemellate con Milano, da Osaka a Chicago, costruissero il loro palazzo. Perché tre grattacieli fanno tristezza, 20 fanno New York. E poi se abbiamo già tante fabbriche a Nord, allora buttiamo giù tutti i capannoni a Sud, rilanciamo il parco agricolo e creiamo la città dove il verde non è quello finto dei parchi e dove si mangia a 'chilometri zero'"

(04 giugno 2009)
da repubblica.it


Pubblicato : 06/06/2009 da Philippe Daverio da repubblica.it | 0 commenti
Categoria : POLITICA

Qualcuno era comunista di Giorgio Gaber

Qualcuno era comunista di Giorgio Gaber


Uh? No, non è vero, io non ho niente da rimproverarmi. Voglio dire non mi sembra di aver fatto delle cose gravi.
La mia vita? Una vita normale. Non ho mai rubato, neanche in casa da piccolo, non ho ammazzato nessuno figuriamoci, qualche atto impuro ma è normale no?
Lavoro, la famiglia, pago le tasse. Non mi sembra di avere delle colpe, non vado neanche a caccia.
Uh? Ah, voi parlavate di prima. Ah ma prima, ma prima mi sono comportato come tutti.
Come mi vestivo? Mi vestivo, mi vestivo come ora… beh non proprio come ora, un po’ più… sì jeans, maglione, l’eskimo. Perché, non va bene? Era comodo.
Cosa cantavo? Questa poi, volete sapere cosa contavo. Ma sì certo, anche canzoni popolari, sì…"Ciao bella ciao". Devo parlar più forte? Sì, "Ciao, bella, ciao" l’ho cantata d’accordo e anche l’Internazionale, però in coro eh, in coro.
Sì, quello sì, lo ammetto, sì, ci sono andato, sì, li ho visto anch’io gli intillimanni, però non ho pianto.
Come? Se in camera ho delle foto? Che discorsi, certo, le foto dei miei genitori, mia moglie, mia…
Manifesti? Non mi pare. Forse uno, piccolo però, piccolino: "Che Ghevara". Ma che cos’è un processo questo qui?
No, no, no, io quello no, il pugno non l’ho mai fatto, il pugno no, mai. Beh insomma una volta ma… un pugnettino rapido proprio…
Come? Se ero comunista? Eh. Mi piacciono le domande dirette. Volete sapere se ero comunista? No, no finalmente perché adesso non ne parla più nessuno, tutti fanno finta di niente e invece è giusto chiarirle queste cose, una volta per tutte, ohhh.


Se ero comunista? Mah? In che senso? No voglio dire…


qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.
Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà… la mamma no.
Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il "Paradiso Terrestre".
Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.
Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica.
Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.
Qualcuno era comunista perché: "La storia è dalla nostra parte!".
Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.
Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.
Qualcuno era comunista perché prima era fascista.
Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano ma lontano.
Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.
Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.
Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.
Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.
Qualcuno era comunista perché la borghesia - il proletariato - la lotta di classe. Facile no?
Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopo domani sicuramente…
Qualcuno era comunista perché: "Viva Marx, viva Lienin, Viva Mao Zetung".
Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.
Qualcuno era comunista perché guardava sempre RAI TRE.
Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.
Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il "materialismo dialettico" per il "Vangelo secondo Lienin".
Qualcuno era comunista perché era convinto d’avere dietro di sé la classe operaia.
Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.
Qualcuno era comunista perché c’era il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista nonostante ci fosse il grande Partito Comunista.
Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.
Qualcuno era comunista perché abbiamo il peggiore Partito Socialista d’Europa.
Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi solo l’Uganda.
Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi viscidi e ruffiani.
Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera.
Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.
Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno credeva di essere comunista e forse era qualcos’altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.
Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.


Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani "ipotetici".


E ora? Anche ora ci si sente come in due, da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si era rattrappito.


Due miserie in un corpo solo.

05 giugno 2009

da unita.it


Pubblicato : 06/06/2009 da Giorgio GABER | 0 commenti
Categoria : POLITICA


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