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| I MIEI 25 APRILE E QUELLI DEI BIGOTTI ROSSI... |
I miei 25 aprile e quelli dei bigotti rossi
di Giampaolo Pansa
Il mio primo 25 aprile fu quasi in presa diretta. Pochi giorni dopo la fine della guerra, arrivò a Casale Monferrato un capo partigiano importante: Pompeo Colajanni, il famoso Barbato... Guidava una divisione garibaldina e aveva iniziato a combattere subito dopo l’8 settembre 1943, in val del Po. Siciliano di Caltanissetta, classe 1906, iscritto al Pci clandestino, era stato ufficiale di cavalleria a Pinerolo. Aveva un aspetto fiero e splendidi baffi. Vestiva una divisa inglese e portava il basco nero con una piccola stella rossa.
Barbato viaggiava in jeep e lo fecero sfilare per il centro cittadino. Transitò in via Roma, dove c’era il negozio di mia madre. Andavo per i dieci anni e sedevo sul gradino di “Mode Pansa” con il libro che stavo leggendo: “I tre moschettieri”.
Mio padre mi chiese: «Sai chi sta passando?». Guardai il viso del comandante, colpito dai mustacchi. E pensando a uno degli eroi di Dumas risposi: «Porthos!». Mio padre esclamò: «Ma che Porthos! Passa la libertà».
La guerra civile era appena finita. In quei venti mesi avevo imparato una legge indiscutibile: i partigiani erano tutti buoni e i fascisti tutti cattivi. Due mesi dopo, la legge venne smentita. L’11 luglio 1945, nei giardini pubblici della città, due partigiani comunisti uccisero a rivoltellate Mario Acquaviva, astigiano, ragioniere, uomo di un coraggio mite.
La vittima non era un fascista, come accadeva di solito in quei giorni di mattanze. Era anche lui un rosso, sia pure di un piccolo gruppo inviso al Pci: il Partito comunista internazionalista. Un dissidente, un antistaliniano, un eretico. Lo accopparono perché considerava Togliatti un servo di Mosca. E Stalin un capitalista. Mia nonna Caterina commentò: «Adesso che hanno vinto, i comunisti si ammazzano tra loro». Iniziai a domandarmi come mai i partigiani non erano tutti buoni e bravi. Una prima risposta la scovai nell’estate 1952, fra i sedici e i diciassette anni. Il mio maestro di letture, il libraio Romeo Giovannacci, mi fece acquistare un volume appena stampato da Einaudi nei Gettoni: “I ventitrè giorni della città di Alba”. Era di uno scrittore sconosciuto: Beppe Fenoglio, di Alba, partigiano nelle formazioni autonome. Lo lessi tutto d’un fiato. Poi lo rilessi subito. Avevo scoperto uno degli autori della mia vita. Ma ai comunisti Fenoglio non piaceva. Me ne resi conto quando un sinistro della mia città mi disse: «Questo tizio di Alba ha scritto un libraccio che non leggerò mai! Ha fatto una carognata contro la Resistenza». Era il giudizio velenoso stampato sull’Unità. La «mala azione» l’aveva rimproverata a Fenoglio un critico importante, Carlo Salinari. Il direttore del quotidiano comunista, Davide Lajolo, arrivò a scrivere che Fenoglio vedeva la lotta partigiana «dall’altra sponda», ossia dal punto di vista dei fascisti. E stampò la scomunica: «Falsa la realtà, sovverte i valori umani, distrugge l’onestà morale di cui la tradizione letteraria può farsi vanto». Oggi avrebbero dato a Fenoglio del revisionista.
Nel frattempo, ogni anno si festeggiava il 25 aprile. Il pubblico presente era sempre più rosso. Però l’Anpi si era già divisa ed erano nate altre due associazioni partigiane che rifiutavano di reggere il sacco al Pci. Una aveva per presidente Ferruccio Parri. Il 25 aprile 1948, terzo anniversario della Liberazione, “Maurizio” venne fischiato dai comunisti che volevano impedirgli di parlare. E fu costretto a scendere dal palco. Riprese il discorso soltanto quando Luigi Longo lo scongiurò di farlo. Accadde a Parri quello che tanti anni dopo sarebbe accaduto a Letizia Moratti. Sempre a Milano, la piazza italiana più turbolenta.
I “Ventitrè giorni” di Fenoglio m’insegnarono che c’era un altro modo per festeggiare la Liberazione: sapere quanto era accaduto durante la Resistenza. Con la voracità degli adolescenti, mi gettai a leggere tutto ciò che trovavo sulla nostra guerra interna. Leggevo e pensavo, con arroganza: un giorno scriverò anch’io qualcosa su quel tempo.
L’occasione si presentò nel 1955, quando avevo vent’anni. La Provincia di Alessandria bandì un concorso per una monografia sulla Resistenza nella nostra zona. Decisi di partecipare, lavorai con l’energia folle dei giovani, non riuscii a completare il lavoro, ma vinsi lo stesso un premio. Non sarò mai abbastanza grato a quella giuria. E al presidente della Provincia, Giovanni Sisto, un democristiano, partigiano bianco chiamato Tristano.
La monografia per il concorso di Alessandria fu il nocciolo della tesi di laurea a Torino. Ottocento pagine, più duecento di appendice documentaria, tre anni di lavoro, dal 1956 al luglio 1959. Mentre stavo per laurearmi, andai a Genova ad ascoltare un convegno sulla storiografia della Resistenza, il 24 maggio 1959.
Uno dei relatori era Roberto Battaglia, autore di un libro cult per la mia generazione. Con la protervia dei 23 anni dissi che tutte le storie generali della Resistenza, compresa la sua, bisognava riscriverle. E che occorreva studiare pure la Repubblica sociale. Qualcuno mi accusò di essere un giovane fascista. Ma Parri, presidente del convegno, mi donò una borsa di studio: venticinque mila lire.
Nel 1965, ecco un altro 25 aprile. Lo festeggiai pubblicando con l’Istituto della Resistenza di Torino una guida bibliografica sulla guerra partigiana in Piemonte. Un lavoro fatto tutto da solo: 330 pagine, con 1984 schede commentate. Due anni dopo, Laterza stampò la mia tesi di laurea: “Guerra partigiana tra Genova e il Po”. Nell’estate del 1968 scrissi “L’Esercito di Salò”, un libro sul riarmo della Rsi, poi pubblicato dalla Mondadori. Tralascio i tanti articoli e i saggi.
Ho ricordato queste mie feste del 25 aprile per arrivare al chiodo di un problema che non riguarda soltanto me. La questione ha più di un aspetto. Il primo è il bigottismo dell’antifascismo rosso. Nel corso degli anni l’ho visto diventare la religione di una setta. Che non ammette devianti, neppure in casa propria.
Nel 1991 Claudio Pavone, storico di sinistra, pubblicò il suo libro più importante: “Una guerra civile”. Mi chiese di presentarlo con lui in due città di sinistra: Siena e Alessandria. In entrambi i posti trovammo un pubblico di ex partigiani incavolati. Non si doveva parlare, mai e poi mai, di guerra civile! Ma soltanto di Resistenza e di guerra di liberazione.
Il secondo aspetto è l’ignoranza intollerante dei bigotti rossi. Quando appare un mio libro revisionista, insorgono urlando che non scrivo mai del contesto. Ossia dell’asprezza della guerra interna, madre di tutte le vendette. Non sanno nulla di quello che ho pubblicato, leggono soltanto i libri che li consolano. E mi considerano un alieno piovuto da Marte per diffamare i partigiani e guadagnarci dei soldi.
Tuttavia i bigotti stanno perdendo. Resistono nelle feste ufficiali per il 25 aprile, ma non dentro l’opinione pubblica. E non si rendono conto che si sono fatte largo molte verità. Loro non vogliono udirle. Si tappano le orecchie, come bambini. Per non mettere in discussione quello hanno sempre pensato.
Festeggio il 25 aprile 2009 ricordando alcune di queste verità. Fra il 1943 e il 1945 non è esistito “un popolo alla macchia”, per citare il titolo di un vecchio libro bugiardo di Longo. La zona grigia, descritta da Renzo De Felice, quella dei civili che aspettavano la fine della guerra senza schierarsi, era vastissima. A combattersi furono due minoranze. E i giovani schierati con la Rsi erano ben più numerosi dei partigiani. Com’era fatale dopo il ventennio fascista.
La Resistenza è stata una grande prova di dignità nazionale. Ma non era un mondo compatto. I resistenti si proponevano obiettivi opposti. L’asse portante della guerra partigiana, le formazioni comuniste, volevano conquistare il potere e fare dell’Italia un paese satellite dell’Unione Sovietica: un’Ungheria del Mediterraneo.
Lo stesso Togliatti si trovò in difficoltà, davanti ai progetti insurrezionali del suo gruppo dirigente e di gran parte della propria base militante. Fra il 1946 e il 1947 ci mise sei mesi per rimuovere il federale di Reggio Emilia che copriva gli Squadroni della morte. E la seconda guerra civile, con la caccia agli antifascisti che si opponevano al Pci, terminò soltanto il 18 aprile 1948, con la vittoria della Dc sul Fronte Popolare.
Non sentiremo dire questo dai palchi di oggi. La retorica, le furbizie dei politici di mezza tacca, l’opportunismo contrapposto dei vari schieramenti, produrranno altri banchi di nebbia spessa. Chi oserà andare contro verrà fischiato. Lo sarebbe anche Giorgio Napolitano se ripetesse quanto disse il 15 maggio 2006, nel suo primo messaggio al Parlamento da presidente della Repubblica.
Vogliamo riascoltarlo? «Ci si può ormai ritrovare, superando vecchie laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni». Tre parole micidiali. Tre titoli per almeno tre libri revisionisti. Mi auguro che al Quirinale non le abbiano dimenticate.
Venerdì, 24 aprile 2009 da ilriformista.it |
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| I GIORNI PEGGIORI |
Giorgio Bocca
I giorni peggiori
La retorica e la mediocrità piccolo borghese restano e rinascono.
Il ritorno dilagante delle menzogne sta oscurando il cielo I fascisti c'erano all'incoronazione del Cavaliere, gli squadristi eterni e i reduci di Salò, ma chi conosce l'Italia prefascista ha ritrovato la piccola borghesia padronale e ambiziosa che rotea gli occhi e gonfia le gote quando canta la strofa dell'inno nazionale 'che schiava di Roma Iddio la creò' sciaguratamente adottato dai costituenti democratici.
L'Italia (ma potremmo dire l'Europa sciovinista e 'über alles') che pensavamo, speravamo di esserci lasciata alle spalle dopo il massacro dell'ultima guerra mondiale. E invece eccoli lì come usciti da una vecchia fotografia del 'secolo breve', felici e trionfanti attorno al nuovo ducetto: come un mazzo di fiori, con le camicette bianche sull'impetuoso seno, le donne- ministro, la Carfagna e la Meloni, le gallinelle del padrone, a memoria di privilegi maschili antichi.
Poi, come in una foto scolastica, tutti i nuovi gerarchi e gerarchetti, la faccina protesa verso il capo. E ancora. Grazie alla televisione che tutto vede, i giovani entusiasti, uomini e donne, finalmente anche per loro nati e cresciuti nella grigia democrazia un capo, un superuomo, un duce.
Ecco la ragione per cui questi sono a nostro parere i giorni peggiori della nostra vita, quelli per cui possiamo mestamente pensare di averla vissuta invano. Questo ineluttabile slittamento verso il passato, questa terribile delusione: il tempo passa, i troni e le dominazioni cadono, i ladri e i malvagi muoiono come tutti, ma la retorica e la mediocrità piccolo borghese restano e rinascono. Il ritorno dilagante delle retoriche, delle menzogne sta oscurando il cielo.
Più di tutte insopportabile e affliggente la retorica del 'popolo della libertà', un nome impudicamente rivendicato dalla nuova razza padrona. Diciamo impudicamente perché se c'è un paese al mondo dove la libertà è un bene raro e misterioso, un regalo talmente prezioso che a volte facendone uso ci sembra di sfiorare l'eresia, è il nostro.
Sentimmo il desiderio di libertà negli anni della dittatura morente e poi ne parlammo molto, concitatamente, nei giorni della guerra di liberazione. Noi liberalsocialisti eravamo per la libertà totale, pura e ingenua, i vecchi combattenti comunisti ci mettevano in guardia: libertà, sì, ma che sia anche libertà dal bisogno. E i costituenti non poterono ignorarlo (ecco ciò che il Cavaliere definisce influenze bolsceviche), fondarono la Repubblica sulla libertà e anche sul lavoro.
Poi per oltre mezzo secolo abbiamo cercato di capire, di sopravvivere, di avanzare nella giungla degli appetiti umani dominanti, nella lotta continua, quotidiana per affrontare il disonesto e il corruttore, e, in primis, di riconoscerlo dietro le menzogne e le propagande. Di nuovo, ancora convinti dalle esperienze quotidiane che la libertà è una distinzione umana ma non gratuita, non regalata ma conquistata e conservata con quotidiana fatica, con quotidiano impegno personale, al di fuori delle belle parole che applicate a una realtà indecente, indecenti appaiono.
C'è da chiedersi come 'l'animale politico' Mussolini, uomo non sprovvisto d'intelligenza politica, abbia potuto pensare di cambiare gli italiani con il profluvio di retorica nazionalista, ma evidentemente questo tipo di errore è inevitabile, se oggi l'abile affarista che ci ritroviamo a capo del governo crede di sostituire la patria e l'impero con la libertà, anzi, le libertà, perché lui è abituato a far le cose in grande, e a presentarle come in un supermercato.
(24 aprile 2009) da espresso.repubblica.it |
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| IL PAESE NORMALE - (poveri noi. ndr) |
Edmondo Berselli
Il paese normale
Il berlusconismo normalizzato mette ai margini tutti gli altri. Sono out quelli che si indignano, i fissati che vedono la mafia nella economia. L'irrealtà rischiamo di essere noi Sarebbe meglio accorgersi alla svelta di un fenomeno insidioso, cioè di una fase diversa del berlusconismo. Complice l'emergenza, complice il terremoto, complice la crisi economica, complice la fragilità delle opposizioni a cominciare dal Pd, la società italiana si sta abituando a Berlusconi. Già. L'Italia 'normale' è quella di Berlusconi, azione di governo e decisioni rapide. Efficaci? Boh. Eppur presenzia. Andrà alla celebrazione del 25 aprile, per la prima volta. Critica con sufficienza padronale la lottizzazione patrimoniale dell'informazione Rai, alza le spalle davanti alle accuse di fare le nomine a casa sua ("Lo faccio per risparmiare allo Stato le telefonate private"; "E prima dove li facevano, questi vertici?"). Si propone come il vero depositario del buonsenso in un paese infestato da untori fanatici.
Insomma dopo il presidente donnino, il presidente operaio, l'unto del Signore, quello dell'amaro calice, ecco finalmente il Presidente Italiano, somma o meglio sintesi della medietà nazionale. Berlusconi iperbole dell'italiano medio, e anche dell'italiana media, per virtù seduttiva innata. "Avesse una puntina di tette", diceva infatti Enzo Biagi, "farebbe anche l'annunciatrice": la battuta è antica, ma quando una battuta diventa verità e rafforza ogni giorno se stessa diventa un dato genetico, una rivelazione, una totale verità.
Il fatto è che non siamo ancora all'appeasement con il capo del Pdl, dopo 15 anni di strattonamenti, a corpo a corpo, lotte e attacchi, risate e dissimulazioni, menzogne e ipocrisie. La pacificazione semmai l'hanno fatta gli establishment e le corporazioni, con l'Alitalia e i benefici fiscali via tolleranza all'evasione. Tuttavia la società nel suo complesso, anche se non ha fatto la pace, comincia ad abituarsi. Ad assuefarsi. Vabbè, non è un governo di prima classe, è fatto di personalità trovaticce, i risultati sono dubbi, le invenzioni estemporanee superano del tutto i progetti, c'è molto più potere che amministrazione, erano liberisti e sono diventati protezionisti o chissà che cosa, la politica sull'immigrazione è catastrofica e la sicurezza lasciamo perdere, erano liberali e sono diventati ratzingeriani.
Ma, si dà il caso, è l'unico governo che c'è. Le alternative non si vedono (l'ultima alternativa ce la siamo giocata con il biennio di governo caotico 2006-2008 e con la 'vocazione maggioritaria'). E quindi sarà bene capire che l'assuefazione generale a Berlusconi e al berlusconismo è una questione politicamente scivolosa. Non per confermare quelle certezze antropologiche dei grandi scettici e cinici alla Longanesi, quelli che hanno sempre sostenuto che il popolo italiano è una corte di conformisti e servi, pronti a seguire il padrone di turno. Tutte storie. Il paese si è addormentato per una quantità di motivi, dalla perdita delle culture, dal degrado della vita civile, dal disastro dei processi di formazione, fino alla sostanziale abdicazione civile della sua classe dirigente e dei suoi clan, come anche per l'ipnosi profonda prodotta dalle reti televisive Mediaset e controllate e quindi l'atomizzazione in una individualità implosa.
Sì, sarà la risposta, ma non è tutto così: al margine del berlusconismo e dei suoi officianti, fuori dalla pappa delle soubrette e dei terzini, delle rifatte e dei palestrati, dei cocainomani sociali e dei talent show, c'è ancora un'Italia civile e civica che tiene. Ancora piena di passioni, con accenni di impegno, rivolta a temi solidali. Non illudiamoci. È l'Italia dello spazio esterno. Fuori dai confini del reale. Fuori dalla foto. I famosi ceti medi riflessivi. Quelli che prima di consumare ci pensano, quelli biologici e ambientali. Quelli che credono ancora nei contratti collettivi. Quelli che si fermano con il giallo, che rispettano le regole, magari anche quelle non scritte, e che ancora pensano ci sia in prospettiva un'Italia moderna e ispirata a una simpatia per gli altri, i meno privilegiati, quelli che ce la fanno a stento o non ce la fanno più.
Ecco, potrebbe sembrare un moralismo babbione, e si potrebbe finire tutto questo con l'esecrazione dei telefonini e di Facebook. Ma non è questo il senso: il berlusconismo normalizzato mette ai margini tutti gli altri. Chi resta fuori è qualcuno che ulula alla luna. Sono out quelli che si indignano, i fissati che vedono le infliltrazioni mafiose nell'economia, coloro a cui continua a sembrare inconcepibile una democrazia che non sia contendibile, quelli che si attaccano alla Costituzione. In questo modo, la realtà è Berlusconi. L'irrealtà rischiamo di essere noi. Se non ce ne rendiamo conto, siamo destinati a danzare nel vuoto, pallide figure di un mondo che non c'è più.
(24 aprile 2009) da espresso.repubblica.it |
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| 25 Aprile (festa dimenticata e oggi scippata. ndr). |
25 aprile, Festa della Liberazione
Stasera di pensieri ce n’è un’insalata. Chiaramente non sono saggio come Marco Aurelio Antonino, imperatore filosofo e valoroso. Non so tenere una conversazione brillante, ma forse un pregio ce l’ho: sono abituato a contare solo su di me senza aspettarmi mai favori piovuti dal cielo, come mi aveva insegnato Nonna Jole. Non posso dimenticarmi il suo volto saggio e profumato, gli occhi celesti e i capelli grigi raccolti dietro la testa. Brrr. Mi sento gelare a questi ricordi. Lasciamo stare.
Con mia moglie decidiamo di cenare al Reginus di Collevecchio. Tortellini alle noci e Merlot del 2004. Complimenti, Pierangelo! Ma ecco che, riflettendo e rimuginando, a un tratto ci troviamo, ahinoi, coinvolti in mistiche congetture. Nostro malgrado, sia ben chiaro! Ecco, davanti a me vedo il discepolo senza nome vicino a Maria di Cleofa, mentre al suo maestro crocifisso gli viene inferto un colpo di lancia nel petto. Intanto Anna, il sacerdote assassino, ride del Gesù morente sulla croce, insieme a Satana, capo delle forze del male, che perde però la battaglia definitiva quando Cristo, l’Unto, risorge. “Eli, Eli, lemà sabactàni?” Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?
Mi servo del dogma per uscire fuori dai miei dubbi razionali. Quindi penso al Corano, che non ha difficoltà nell’esortare a diffondere le sue verità religiosa anche con la forza fisica. E’ facile dire che la nostra arma è la parola. Mi ricordo che alcuni giorni fa ho rivolto queste mie devote perplessità a Stefano, mio fratello. Ricordo anche che lui, sornione, mi ha lanciato un’occhiata stupita, consigliandomi di non fumare troppo pakistano nero. Mah… Cosa avrà voluto dire?
Simonetta interrompe bruscamente le mie divagazioni mistiche, ricordandomi che domani è Festa. E che Festa! Cavolo, il prossimo 25 aprile sarà il 64° anniversario della Liberazione dell’Italia dagli occupanti nazisti. Una pagina importante della storia italiana, che fu scritta grazie ai soldati alleati ma con il contributo determinante degli italiani, partigiani e militari, chiudendo il periodo della dittatura e aprendo la strada alla libertà, alla nascita della Repubblica e alla nuova Costituzione.
Certo, la Festa della Liberazione è una giornata per ricordarci che i diritti, il benessere, la libertà dei quali godiamo non sono qualcosa di scontato. Troppa gente se ne dimentica. Non riesco a capire. Eppure molti sono morti per garantirci queste conquiste. Forse il punto è questo: spetta a noi difenderle, tenendole vive nella coscienza e negli atti di ogni giorno. E’ proprio vero: per questo il 25 aprile deve essere veramente una giornata di Festa!
Ritorniamo a Ostia, sazi e contenti. Ho deciso, del resto. Dopo questa ottima cena al Reginus di Collevecchio, domani mi rivedrò “Roma città aperta”, il film che racconta una storia ambientata nella Roma del 1944. Un capo della Resistenza, l’ingegner Manfredi, è braccato dai tedeschi. Trova rifugio da Pina, una donna del popolo, vedova con un figlio, che sta per risposarsi con Francesco, un tipografo anche lui legato alla Resistenza. Marcellino, il figlio di Pina, riesce a mettere in contatto l’ingegnere con don Pietro, un prete che ha già collaborato in passato con i partigiani. Quando anche Francesco viene portato via, Pina corre inseguendo il camion, ma una raffica di mitra la uccide sotto gli occhi impietriti della gente e del figlio. Manfredi viene sottoposto a tortura e muore, ma senza parlare; don Pietro, anche lui arrestato, è costretto ad assistere alla scena e maledice gli assassini. Poi, nel piazzale di un forte, don Pietro, fatto sedere su di una sedia, viene fucilato alla schiena sotto gli occhi dei ragazzini della sua parrocchia. E questa è la fine del film.
Che bello! Vi piacciono tutte queste ingiustizie? Figuratevi: a me manco per idea.
Mario Pulimanti Lido di Ostia -Roma
(24 aprile 2009) da ilmessaggero.it |
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| IN 4000 VIVONO ANCORA NELLE CASETTE ASISMICHE... |
Le baracche da Avezzano a Balsorano: nella marsica il sisma fece trentamila morti
Abruzzo, il terremoto del 1915 e le baracche dimenticate
In quattromila vivono ancora nelle "casette asismiche" costruite per gli sfollati del sisma di un secolo fa
da uno dei nostri inviati Lorenzo Salvia
BALSORANO (L’Aquila) – Niente riscaldamento, niente gabinetto, niente pavimento, la luce quella sì, ma una sola lampadina per un totale di metri quadri 32. Ai genitori di Rosa Margani dissero di portare pazienza, perché quella sarebbe stata una sistemazione provvisoria. Giusto il tempo di ricostruire la loro casa, buttata giù dal terremoto che nel 1915, qui nella Marsica, fece trentamila morti. È passato quasi un secolo ma la signora Rosa, 82 anni, è ancora qui, dentro queste due stanze buie ed umide vicino al castello di Balsorano. Non è la sola. Sono quattromila le persone che in Abruzzo vivono ancora nelle cosiddette casette asismiche, i rifugi costruiti per gli sfollati del terremoto di un secolo fa. Asismiche cioè sicure (per l’epoca) perché ad un solo piano e con il tetto in travi di legno. E provvisorie, anzi «baracche realizzate a titolo precario» come assicurava il decreto firmato l’11 febbraio 1915 dal Re Vittorio Emanuele III.
COME UN ACCAMPAMENTO - Certo, nel corso degli anni molte baracche sono state demolite, quasi sempre sostituite da case popolari. Ma dei circa diecimila esemplari costruiti tra il 1916 e il 1920 ne restano in piedi ancora 1.066 sparsi in 38 comuni, da Avezzano a Balsorano passando per tutta la Conca del Fucino. Tetto spiovente, muri sottili di mattoncini, struttura a castrum romano con le due strade principali che si incrociano al centro, l’immagine è proprio quella di un accampamento. Qualcuno, capendo che la provvisorietà era solo teorica, negli anni ha sistemato le cose ricavando almeno un bagno. Come la signora Angela De Meis che un anno fa ha trasformato la sua baracca di Capistrello in un appartamentino vero e proprio. «Ho messo i termosifoni e adesso vorrei comprare pure la parabola» dice, mentre aspetta di scolare la pasta. La sua vicina di casa, la signora Letizia, si accontenta di una stufa a legna che non ha l’aria di essere proprio a norma. Ma spesso le condizioni sono quelle di un secolo fa e quasi sempre a viverci sono persone anziane.
«NON PENSAVO DI FINIRE A VIVERE COSÌ» - Come il signor Andrea Venditti, 71 anni, tornato nella sua baracca di Balsorano, dopo 30 anni passati a fare il cuoco in Inghilterra: «Davvero non pensavo di finire a vivere così, ma con 500 euro al mese di pensione cosa devo fare?». Ecco, le baracche di un secolo fa almeno sono economiche. Tre euro al mese per ogni stanza, il tutto da pagare al comune. Una somma che non basta a coprire nemmeno per gli interventi urgenti di manutenzione. «Noi le vorremo abbattere – dice Gino Capoccitti, vice sindaco di Balsorano – ma la gente che ci vive dentro dove la mandiamo?». Sono almeno 40 anni che se ne parla. Inutilmente. Nel 1971 per iniziativa del senatore Giuseppe Fracassi, che proprio in una delle casette asismiche era nato, venne approvata la "legge per lo sbaraccamento". Abbattimento di tutte le casette, sostituzione con edilizia popolare e spazi verdi. Cosa buona e giusta ma rimasta sulla carta perché la legge non è mai stata finanziata davvero. Servirebbero 50 milioni di euro per riqualificare tutte le 1.066 baracche ancora in piedi.
L'ULTIMO STANZIAMENTO E L'ARRESTO DI DEL TURCO - L’ultimo stanziamento, 800 mila euro, era allo studio della giunta regionale quando l’arresto del presidente Ottaviano Del Turco, meno di un anno fa, ha travolto tutto. «Questa gente è costretta a campare in condizioni da terzo mondo», allarga le braccia Marco Riccardi, segretario della federazione marsicana di Rifondazione comunista. Come la signora Rosa, che non dimentica quella promessa fatta ai suoi genitori: questione di mesi, poi avrete la vostra casa. Era un secolo fa.
19 aprile 2009
da corriere.it |
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| UN GIOVANE DA VERO RECLUSO CI INVITA A RIFLETTERE |
CARCERI: GIOVANE DETENUTO SCRIVE A CONCORRENTI GRANDE FRATELLO, NOI I VERI RECLUSI
Come pseudonimo ha scelto '38', un numero - spiega - che gli porta fortuna. Ha 20 anni, da quattro é detenuto nel carcere minorile Malaspina di Palermo. Insieme ad altri tre ragazzi dell'istituto di pena, fa parte di una sorta di redazione nata nell'ambito del progetto In&out, finalizzato, tra l'altro, al reinserimento nella società dei minori in carcere. Trentotto e i suoi compagni, con l'aiuto dei giornalisti della redazione ANSA di Palermo, sono gli autori di una newsletter dal titolo "Il nostro giornale", un trimestrale telematico attraverso il quale i detenuti del Malaspina provano a raccontarsi.
L'idea della lettera aperta ai protagonisti de 'Il Grande Fratello' nasce da un incontro tra Trentotto, gli altri tre "cronisti" della redazione, e i giornalisti dell'ANSA.Le riflessioni del giovane detenuto, che ha voluto rivolgersi ai ragazzi del noto reality, segnano il suo "debutto" in un'iniziativa con cui si tenta di dar voce a chi, per forza di cose, non ha voce all'esterno.
Ecco il testo integrale della lettera
''Direte, giustamente, perche' non si e' mai contenti? Oppure perche' dici che non si e' mai contenti? Mi spiego meglio: oggi 26/03/09 e' iniziata una nuova attivita' e a mia vista e' apparsa molto interessante, cioe' penso di avere la possibilita' di dire pubblicamente tutto quello che penso e che ci dico sempre a quelli della televisione.Ad esempio quelli del Grande Fratello: tutto inizia perche' lo si vuole, tutti voi del G.F. che prima fate i provini e pregate il Signore che vi prendano e vi fanno entrare e poi come venite presi ed entrate dentro la casa dopo una settimana cominciate a piangere a lamentarvi che vi sentite chiusi,vi manca la famiglia ecc.ecc. pur sapendo che nel momento in cui volete aprite la porta e ve ne andate a casa vostra.Quando poi venite eliminati piangete per chi se ne va anche se sapete benissimo che e' una possibilita' in piu' per voi per vincere un sacco di soldi.Io dico ma veramente non si e' mai contenti allora nella vita.
Dico vi capita l'occasione di andarvi a divertire dentro la casa piu' desiderata d'Italia, diventate famosi, certe volte trovate pure qualche ragazza che in ogni edizione e 'e' sempre di che divertirsi ma nonostante tutto piangete e vi fate SCHIFIARE (disprezzare n.d.r.).Io sono un ragazzo che sfortunatamente si trova pure in una specie di G.F. solo che anziche' di G.F. si chiama IPMMalaspina di Palermo.Vi dico subito che non ho fatto nessun provino per entrare, sono stato scelto per caso mentre facevo una rapina comunque sono entrato perche' giustamente ho sbagliato con la legge pero' in fin dei conti guardo a voi che avete la bella vita giorno per giorno davanti agli occhi e non ve ne accorgete ad essere sincero neanche io me ne accorgevo quando ero fuori, certo non avevo tutto quello che avete voi li dentro pero' avevo la mia liberta', e per sentirmi togo (all'altezza n.d.r.) e per avere vestiti alla moda e soldi in tasca facevo lo scemo, ora che sono qua mi accorgo che se volevo potevo benissimo accontentarmi di tutto quello che avevo e non mi sono accontentato e ora sono qua.
Comunque vi faccio sapere che qua ragazze non ce ne e', non piango quando esce qualcuno, anzi sono piu' che contento e non vedo l'ora di essere eliminato anch 'io. Quando voglio non me ne posso andare a casa e la mia famiglia la vedo 1 ora a settimana, non si diventa famosi e non si vince niente, e' tutta una corsa verso la liberta'. Quello e' il vero montepremi.Con tutto cio' io non mi lamento perche' si dice piangere al morto sono lacrime perse (espressione dialettale che indica l'inutilita' di un'azione n.d.r.), devo solo aspettare e basta e anche se non ho fatto i provini per entrare dovevo pensarci prima, ma questa e' un 'altra cosa. Ora voi avete di che spassarvela e vi lamentate e poi se non volete stare chiusi perche' non ve ne andate? Forse perche' qualcuno di voi e' falso. Comunque ma chi ve lo fa fare e e soprattutto non lamentatevi che siete messi molto molto meglio di me e di tutti gli altri rinchiusi per forza, quindi non mi lamento io perche' dovete lamentarvi voi e se dovete stare in televisione non state tristi perche' di cose tristi gia' se ne vedono tante''.
da ansa.it |
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| ALCATRAZ = QUESTA CASA NON E' UN ALBERGO |
Questa casa non è un albergo!
Da leggere attentamente, rigo per rigo, prima di prenotare. (Con rischio di interrogazione telefonica!).
Premessa: il testo che segue, nonostante presenti tutta la verità nient'altro che la nostra verità, è stato scritto con leggerezza e ironia per cui si prega di leggere con altrettanta leggerezza e ironia. Grazie. :-)))
In tutti questi anni abbiamo peccato di presunzione pensando che Alcatraz fosse un posto per tutti. Il nostro rispetto per la biodiversità ci ha fatto cadere nell'errore di credere che chiunque venisse qui da noi, si sentisse a casa propria e che questo potesse bastare per stare bene. Tra l'altro, in un posto semplice, immerso nella natura, dove non ci sono barriere di preconcetti verso nessuno. Ma la realtà è anche un'altra. C'é una fetta di gente che non vuole sentirsi "a casa", ma cerca un posto dove farsi trattare magari con falsa cortesia, anche soltanto per provare l'effetto che fa! Per cui è opportuno chiarire alcuni punti fondamentali affinchè non ci siano malintesi sul tipo di ospitalità che offriamo, per non deludere nessuno.
Giusto per non spaventarti ti diciamo subito che: ad Alcatraz apparecchi, sparecchi, ti fai il letto (le lenzuola te le diamo noi).
-------------------------------------------------------------------------------- ALTRI PUNTI Punto primo: Se non hai nessuna intenzione di rilassarti non venire ad Alcatraz. Punto secondo: Ci piace mangiar bene e biologico (sano). Punto terzo: Ad Alcatraz è richiesto il rispetto per tutti. Punto quarto: Alcatraz è in collina per cui non troverete le risorse che vi offre la città (Perugia è a 25 Km, Gubbio a 25 Km ma il primo centro abitato è soltanto a 7 Km). Punto quinto: Ad Alcatraz se vuoi raccontare trovi chi ti ascolta; se vuoi ascoltare trovi chi ti racconta; se vuoi stare in silenzio nessuno ti chiede niente. Se vuoi partecipare alle attività in programma vai in palestra con tutti gli altri, se non vuoi partecipare nessuno ti costringe, lo spazio intorno è infinito e ci sono tanti posticini deliziosi per contemplare la natura o per leggere un buon libro o semplicemente dormire. Punto sesto: Non esiste un'organizzazione di animazione che ti accompagna nel corso della tua vacanza. A parte le attività in programma, tutto quello che accade in più nasce spontaneamente dall'allegria di chi ha voglia di giocare e scherzare con gli altri. Per cui l'animazione sei anche tu. Noi amiamo gli ospiti che si portano la chitarra o il tamburo! Punto settimo: Qui da noi non troverete tante cose! In camera non troverete la tv, figuriamoci il frigo bar. Non disponiamo di un servizio sveglia. Al bar non troverete la coca cola (soltanto quella bio). A vostro servizio, non troverete gente da trattare con distacco. Nel ristorante non troverete tavoli da due (sono previste concessioni occasionali a chi deve fare una dichiarazione d'amore e si vergogna a farlo davanti a tutti!). Tutti gli altri si mangia insieme su lunghe tavolacce di legno. In giardino non troverete sdraio in midollino con cuscini. In piscina calda non troverete shampoo e phon per ognuno. Sul divano del bar (unico in tutta Alcatraz) non troverete sempre posto a sedere, soprattutto quando c'è Giovanna, perchè lei ama sdraiarcisi. Tra i nostri giochi da tavola non troverete tutte le pedine (a volte manca addirittura il tabellone!). Nel nostro bazar non troverete tutto quello di cui pensate di aver bisogno. E inoltre non offriamo servizi di lavaggio schiene (giuriamo che ce l'hanno chiesto!), non vendiamo tabacchi (tocca portarsele) e non abbiamo una sala interna per fumatori. Punto ottavo: Adoriamo gli animali ma non possiamo ospitarli. In camera e nel ristorante è assolutamente vietato portarli. Punto nono: Ci piace lavorare perchè tutti possano ridere e star bene ma è importante che anche noi si riesca, altrimenti che senso avrebbe?! E il punto dieci? Non c'é! Punto G? C'é, c'è! -------------------------------------------------------------------------------- Voci di corridoio Alcatraz è difficile da raccontare ma, visto che ci arrivano le voci più disparate sul nostro conto, (e adesso capiamo perchè le nostre vecchie zie non vengono mai a trovarci), vorremmo principalmente chiarire che ad Alcatraz: non si fa scambio di coppie non gira droga (leggera o pesante che sia) non si balla tutti nudi non si viene irretiti subliminalmente non si fa sesso tra tutti e con tutti. non sequestriamo i telefonini non siamo una setta e neanche una otta! e se il tassista che vi accompagna da noi vi dice che ci mettiamo tutti nudi in una stanza e ci rovesciamo i secchi di vernice colorata addosso...mi dispiace non facciamo neanche questo!!! (i colori servono per dipingere non possiamo sprecarli! * Volete sapere l'ultima? ... Ci hanno detto che qui ad Alcatraz c'è un night con le spogliarelliste... cavolo,... ci dispiace ma neanche questa è vera!!!!
Inoltre:
non possiamo ospitare persone con patologie psichiche, non avendo a nostra disposizione una figura medica non siamo una comunità di recupero per soggetti dipendenti a sostanze quali droga o alcol Alcatraz non ha nessuna attinenza con le varie comunità degli arancioni di Osho, dei seguagi di Sai Baba o chissà quale altro santone.
Ad Alcatraz non ci sono guru!
Ma è anche vero che Alcatraz non vuole essere unica e sola e si associa a tutte le buone iniziative umanitarie e si accompagna volentieri alle altre attività impegnate sullo stesso fronte civile. Per noi, l'importante è diffondere benessere e non cercare di essere esclusivi.
Alcatraz principalmente è un posto immerso nella natura e questa richiede ritmi diversi per essere vissuta al meglio. Anche da noi si balla ma non è una discoteca. Anche da noi si ride ma non è un cabaret. Anche da noi si mangia (e tanto) ma non per gonfiarsi lo stomaco.
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"Ma insomma non si può far nulla!?" "Saranno tutti moralisti convinti e pieni di sé!" "Cosa ci vado a fare in vacanza io là, pago e non posso nemmeno insultare il cameriere?" " Saranno i soliti comunisti!" "In un posto così ci vanno soltanto gli svitati!" "Che c'avranno da ridere?!"
Se almeno una di queste frasi ti è passata per il cervello non sei ancora pronto per conoscere il mondo di Alcatraz!
-------------------------------------------------------------------------------- Ma perchè devo venire ad Alcatraz? Alcatraz è un posto di vacanza dove è possibile rilassarsi e riposare proprio come di solito non ci è concesso fare durante il resto dell'anno. Il malessere generale è lo stress? Bene, qui, se vuoi, puoi non trovarlo! Ovvio che sarebbe un salto troppo grande farti rallentare di colpo dalla "frenesia cittadina" che spesso ti scuote, per cui ogni giorno ti proponiamo delle attività ludiche, benefiche per il corpo e per la mente che ti portano gradualmente (se ti lasci guidare dalla curiosità e dalla voglia di rilassarti) ad uno stato diverso da quello da cui vieni. Ti offriamo la possibilità di partecipare ai nostri progetti più svariati (ultimo quello di collaborare alla creazione del giardino fantastico, fatto di statue da dipingere e decorare). Ti offriamo uno spazio immenso e immerso nella natura per recuperare energie, magari passeggiando o dedicandoti allo sport che preferisci. Ma ti offriamo anche un posto dove non far nulla, e questo può essere miracoloso per tanti. Quindi, non è consigliabile che tu venga ad Alcatraz con l'intenzione di continuare a "stordirti" di movimento e di pensieri paranoici e sopratutto non è quello che noi vogliamo per te. Purtroppo, noi umani, siamo terrorizzati dal provare noia per cui cerchiamo in ogni dove qualcosa da fare. Qui, in realtà, da fare ce n'é ma capita che ogni tanto arrivi ad Alcatraz chi non cerca minimamente quello che offriamo come attività. Niente di male se non ci fosse la pretesa di qualcuno di questi che noi li si faccia ridere perforza, gli si dia servizi extra al benessere vero e proprio (almeno quello che noi riteniamo tale!) o che gli si dia qualche cameriere da trattar male. Insomma, che noi gli si dia l'opportunità di rimanere in un meccanismo quotidiano a cui sono abituati e da cui credono di non potersi distaccare. Tutti noi che lavoriamo ad Alcatraz abbiamo scelto di vivere in armonia e pace con la natura e con i nostri simili. Per cui viviamo con piacere e coinvolgimento personale ogni cosa o persona che capiti qui da noi. Non esiste cliente ma ospite. Non fingiamo il sorriso ma sorridiamo al garbo e ai sorrisi dei nostri ospiti. Da qui sono nate spontaneamente amicizie che durano da anni e quelle più nuove da mesi. Ci piace divertire e divertirci. Ci piace stupire e restare stupiti. Ci piace essere e non apparire e questo fa la differenza per noi e speriamo anche per te! Venire in pelliccia e pretendere ossequiosità invece che vera gentilezza e disponibilità, vuol dire non capire la filosofia di questo posto. Se proprio vuoi sentirti "qualcuno", come credo si evinca dalla nostra pubblicità, al massimo promettiamo di farti sentire un clown...e scusa se è poco... ma é quello che sappiamo fare! -------------------------------------------------------------------------------- Per chi è adatto questo postaccio? Alcatraz non è necessariamente un posto per "quelli di sinistra". Non è un posto esclusivamente per giovani. Non è un posto esclusivamente per anziani. Non è studiato per essere adatto ad una specifica categoria di lavoratori e professionisti. Non è un posto soltanto per animalisti, ecologisti, ambientalisti etc. Insomma, abbiamo visto ballare e scherzare medici primari e operatori ecologici, allo stesso modo e insieme. Persone che appoggiano idee politiche del tutto opposte, massaggiarsi e ridere insieme. Anziani e giovanissimi coccolarsi in acqua calda e fare giocoleria insieme. Persone di tutte le età chiacchierare a tavola e suonare i tamburi, insieme. Questo è il valore che vorremo recuperare: lo stare insieme! E attenzione non è una tendenza del momento ma è da sempre una reale esigenza dell'essere umano ma forse oggi c'è più bisogno di rivalutarla e ricominciare a viverla. Alcatraz piace ai single perché si stringe amicizia facilmente, piace alle coppie, perché è un posto romantico, piace ai gruppi di amici perchè possono continuare a divertirsi insieme.
-------------------------------------------------------------------------------- I nostri meravigliosi ospiti La stragrande maggioranza delle persone che vengono in vacanza ad Alcatraz sono ospiti stupendi nella loro semplicità e incontrano volentieri la nostra voglia di ospitare. Sono persone che cercano tranquillità e diversità. Persone che già nella loro quotidianità prestano attenzione al piacere della vita. Persone accomodanti e spesso molto simpatiche. Persone dai caratteri più disparati ma con la voglia di confrontarsi. Persone, a volte accompagnati ognuno dai propri problemi ma con la voglia di affrontarli scegliendo la via del piacere e del ridere. Ogni volta veniamo sommersi dalla loro gentilezza e dal loro amore ed è proprio questo che ci dà la forza di continuare a gestire questo posto, nonostante tutte le difficoltà concrete che possono di volta in volta crearsi. In realtà ospitiamo spesso anche tanti "musoni" ma la nostra e la loro fortuna è che non vogliono restare tali. Ti prego, non fraintendere! Non devi essere già santo per venire qui, ma se non hai voglia in questo momento di dedicarti ai piccoli piaceri della vita... magari aspetta prima di raggiungerci, abbiamo tutta la vita davanti!
-------------------------------------------------------------------------------- I prezzi Se avessimo l'opportunità economica di ospitare gratuitamente lo faremmo! Ma anche noi paghiamo le tasse allo stato e anche noi abbiamo spese quotidiane. Comunque, al prezzo base di 65 euro al giorno ti offriamo vitto alloggio e attività. Ci sono poi tariffe speciali per chi è già stato ad Alcatraz (e frequentato un corso di Yoga Demenziale completo/una settimana) almeno tre volte, o per chi viene in gruppo. Considerando che paghiamo regolarmente chi lavora con noi, contributi compresi, e che abbiamo spese di consumi energetici, spese di alimenti per il ristorante e il bar, spese di manutenzione, ..... ridurre ancora di più le nostre tariffe equivarebbe a morire come struttura.
Un modo per abbassare i prezzi al pubblico è dato dal fatto che chiediamo ai nostri ospiti di apparecchiarsi e sparecchiarsi, e di farsi il letto da soli con le lenzuola che diamo noi.
N. B.: Le camere le consegnamo pulite. I bagni sono dotati di asciugamani, sapone per le mani e carta igienica. Si dorme su materassi in lattice vegetale e d'inverno abbiamo sui letti piumini di seta non tessuta e il riscaldamento. A questo non vogliamo farvi rinunciare.
-------------------------------------------------------------------------------- Speriamo di averti soddisfatto nelle curiosità più importanti ma si consiglia di proseguire la visita nel sito, per scoprire, attraverso le foto e la lettura di altri testi, la magia di Alcatraz e altro ancora. Grazie per aver letto fin qui, sei stato molto gentile! :-))
Jacopo e Eleonora
* A proposito del taxi: vi segnaliamo che non costa più di 45 € e siccome c'è un furbetto (credo lo stesso che spaventa gli ospiti con racconti tipo quello dei colori...) che ne chiede fino a 78, concordate il prezzo prima di entrare nell'automobile! E comunque fare riferimento al Radio Taxi di Perugia: 075.500.48.88
Leggi qui i commenti di chi c'è stato
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Cosa succede quando gli ospiti ritornano a casa!
Lettera aperta ma molto personale di Eleonora.
Alcatraz è un via vai di persone che da anni ho la fortuna di incontrare. Con chi più e chi meno stringo relazioni in nome della simpatia e dell'affetto reciproco che si crea spontaneamente qui. Ma ahimé, poi tutti partono un giorno e mi lasciano ad aspettare un loro ritorno, suggellato da una convinta promessa, dettata dall'entusiasmo che ci si scambia tra baci e abbracci (veri). Io ci credo e in realtà tanti ritornano. Ma ancora una volta, dopo una settimana e più di piacevolissime emozioni, resto da sola senza coloro che sono appena partiti. Ho ancora nelle orecchie i loro discorsi, le loro risate... e vorrei dirgli... Cavolo è dura! Mi piacerebbe che tutti quelli con i quali ho condiviso e condividerò (in armonia) parte della mia vita, si fermassero qui per sempre. Mi dico: "tanto il mondo "reale" di cui mi raccontano (e che conosco bene anche io) è duro e cattivo. Perché non ci uniamo tutti qui, in questa oasi naturale, dove si raccolgono le migliori intenzioni pacifiste, dove gira un energia pulita (lasciata qui da tutti quelli che ci sono stati bene), dove fluiscono liberamente emozioni forti e vitali?" Lo so non è poi possibile perchè ci sono sempre di mezzo i soldi e inoltre l'idea di ridurre le nostre esigenze al solo stare insieme per coccolarci e chiacchierare sembra un utopia difficile da coinciliare col sistema sociale che ci circonda e da cui in parte siamo obbligati a dipendere. Vivrei di molto poco ma non ancora ho rinunciato a tante cose superflue, per cui forse non sono neanche io pronta. Ma potrei farlo! Avrei probabilmente bisogno di sapere che saremmo in tanti a scegliere questo tipo di vita semplice, fatta di esseri umani, di intelligenza emotiva e soprattutto di sentimenti e sensazioni. Nelle caverne non ci ritornerei ma alla comunità umana mi aggrego volentieri. Comunque sia intanto mi consolo all'idea che ormai conosco centinaia di persone come me, sparse un pò qua e un pò là, che amano la pace, la tranquillità e hanno inoltre un buon cuore pronto per chi ne avesse bisogno. Viviamo distanti ma so che se dovesse servire ci metteremmo un attimo a rincontrarci e ad unire le nostre forze. Mi sento nel gruppo! Ma, sono contro le sette di qualsiasi tipo. Il mondo è pieno di gente che cerca di arricchirsi e di abbrutirsi, plagiando persone e convincendole che hanno bisogno di un maestro da seguire. E addirittura ti insegnano che piangere e soffrire siano una strada obbligata per la salvezza dello spirito! La mia "ospitalità" va a tutti coloro hanno voglia di risvegliare il proprio senso di vita attraverso i piaceri semplici, e senza obblighi, nè dipendenza forzata. Mi piace sapere che non vendiamo corsi di felicità posticcia, qui ogni abbraccio è sentito, per cui di sicuro non stringo al mio animo chiunque! Se non sento, non fingo e non sono costretta a farlo! Non mi serve stringere rapporti umani con persone che non vogliono farlo. Mettiamola così: Io sono una "fanatica ricercatrice curiosa" del garbo e della sensibilità e non me ne frega un cavolo di avere un ospite in più, giusto perché paga! Alcatraz resiste nel tempo perchè abbraccia i sogni di chi ancora ci crede nel piacere della vita, compreso i miei! C'è una grossa fetta di gente che si è stancata di sentir parlare male e di vedere soltanto il brutto della vita! Grazie a tutti coloro ci stanno e ci vorrebbero essere e ci staranno! Lo sò, a volte sono pesante... ma ch'aggia fà?!
Eleonora
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| LA CROCE ROSSA E LA SPOCCHIOSA SIGNORA... |
La Croce Rossa e la spocchiosa signora Due notti fa, in una manciata di secondi moltissime persone hanno perso tutto.
Anche la vita.
Tanti bambini che aspettavano trepidanti il loro uovo di Pasqua, hanno chiuso gli occhi felici. Per sempre. I sopravvissuti – sfollati, (termine di rimembranza bellica), non hanno più nemmeno le lacrime. Gli occhi sono asciutti e gonfi. E imbambolati e vacui, come dopo un bombardamento. Hai presente il nulla? Ecco, il nulla ha riempito (ossimoro?) la vita di tanti abruzzesi colpiti tragicamente dal sisma. Ho visto persone con indosso indumenti inappropriati alla stagione, o rovinati… e comunque so, (lo sappiamo tutti, anzi), che queste persone non potranno andare alla boutique all’angolo di piazza dei miracoli, ad acquistare nuovi capi di vestiario. E nemmeno al mercato delle pulci.
Tra ieri e stamattina ho raccolto svariati indumenti, scarpe, calze e quant’altro, maschili e femminili, li ho piegati con cura, mi sono sincerata che fossero in buono stato e che fossero puliti.
Ieri mattina, Martedì 7 Aprile, ho chiamato la Croce Rossa Italiana, sezione di Ascoli Piceno, al numero 0736/259651 (il numero è presente sull’elenco telefonico). Mi ha risposto una voce femminile, alla quale mi sono debitamente ed educatamente presentata ed ho esposto la mia domanda: “Come fare a far pervenire questi indumenti ai sopravvissuti al terremoto?”.
La tipa, che peraltro non si è manco presentata, con tono quasi allibito ed una antipatica, stridente vocetta, mi ha risposto: “Noi della Croce Rossa non accettiamo indumenti usati, ma solo indumenti nuovi. Non li vuole nessuno, gli indumenti usati! Io, per esempio, non me lo metterei, un indumento usato, ah ah ah!”.
Sono rimasta pietrificata per qualche secondo , poi ho detto: “Signora, se lei avesse perduto la casa e non avesse più neanche un paio di mutande, le assicuro, li indosserebbe eccome, gli indumenti usati!”.
Lei: “Non so… ma noi, per principio, accettiamo solo indumenti nuovi. La direttiva viene dalla sede centrale della Croce Rossa. Se vuole, può effettuare un versamento sul Conto Corr…” – L’ho stoppata: “No, grazie”.
Sono allibita. Penso. Mi scervello. Mi domando se io, non avendo più niente, non accetterei un paio di scarpe, anche se usate. Mi domando e mi incazzo. Vado a rileggermi la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, su cui si fondano i princìpi della Croce Rossa. All’Articolo 17) leggo: “Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.”. Scusate; un maglione, anche se usato, non diventa poi proprietà della persona cui viene donato?!?
(...)
Vado a leggere lo Statuto C.R.I. LO STATUTO ATTUALE Trascorrono quasi vent'anni dall'entrata in essere del Sistema Sanitario Nazionale e della legge sul riordinamento della Croce Rossa Italiana quando viene adottato il regolamento per l'approvazione del nuovo statuto dell'Associazione. Con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 110 del 7 marzo 1997 viene confermata alla Croce Rossa Italiana la personalità giuridica di diritto pubblico avente una durata illimitata ed il cui scioglimento può essere determinato solo per legge.
I compiti Lo Statuto definisce i compiti dell'Associazione sia in tempo di guerra che in pace. Per quanto concerne i compiti in caso di conflitto armato, la Croce Rossa Italiana, in conformità alle Convenzioni di Ginevra ed ai loro Protocolli aggiuntivi del '77, "partecipa allo sgombero ed alla cura dei feriti e dei malati di guerra nonché alle vittime dei conflitti armati, allo svolgimento dei compiti di carattere sanitario e assistenziale connessi all'attività di difesa civile, a disimpegnare il servizio di ricerca e di assistenza dei prigionieri di guerra, degli internati, dei dispersi, dei profughi, dei deportati e rifugiati".
Sono invece compiti in tempo di pace: organizzare e svolgere servizio di assistenza socio sanitario in favore di popolazioni nazionali e straniere nelle occasioni di calamità e nelle situazioni di emergenza sia interne che internazionali e svolgere i compiti di struttura operativa nazionale di protezione civile;
Ecco, perfetto, mi chiedo se in una “occasione di calamità e nelle situazioni di emergenza” si possa concludere che io, o tu, o voi tutti, non possiamo fare donazione di capi di abbigliamento usati. Mi chiedo se sia legittima ed eticamente accettabile la dichiarazione della spocchiosa signora che mi ha risposto al telefono: “Io, per esempio, non me lo metterei, un indumento usato, ah ah ah!”, con tanto di risatina (che minchia ci sarà da ridere, poi?!?). Non ho voglia, certamente, di “sparare sulla Croce Rossa”.
Ma, in tutta onestà, auguro a quella signora di poter conservare per sempre lavoro, poltrona, casa, vestiti, oggetti, fotografie, ricordi e risparmi di una vita intera. In caso contrario, vi assicuro, non smezzerei con ella il mio pane!
Elisabetta Lelli Spinetoli (AP)
(8 aprile 2009) DA ilmessaggero.it |
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| Aquila, traditi dalla casa del loro amore... |
Vittime romane: Paola e Guido traditi dalla casa del loro amore/ di Veronica Cursi
ROMA (9 aprile) -In quel letto d’ospedale dove Paola Coira lotta tra la vita e la morte, non è il dolore al bacino, al braccio, non sono le ferite che le hanno massacrato il viso a farle più male. Ma la consapevolezza che suo marito non c’è più. Rimasto schiacciato tra le macerie della loro casa di montagna, a Tempera, la casa dei ricordi più belli. Un dolore troppo grande per lei, ricoverata nel reparto di Nefrologia dell’ospedale di Chieti, bendata e immobile, che adesso piange e urla tutto il suo dolore, ripete «ditemi che non è vero».
Chissà, forse avrà provato a salvarlo Guido mentre le mura venivano giù e la terra tremava. Non c’è stato niente da fare: suo marito è stato estratto dalle macerie di quel terremoto. Senza vita.
Erano sette mesi che Paola e Guido Zingari, 60 anni, docente di filosofia del linguaggio all’università di Tor Vergata, non mettevano piede in quel paesino vicino l’Aquila. Venerdì con il bel tempo si erano detti «andiamo ad aprire un po’ casa, dopo tanti mesi...». Lo facevano ogni fine settimana, d’estate. Lunedì mattina il professor Zingari aveva una lezione all’università. «Insegnare era la sua passione - ricorda il preside della facoltà di Lettere, Rino Caputo, che con lui aveva condiviso la nascita di quell’Ateneo - Amava stare a contatto con gli studenti. Era un uomo buono, oltre che uno studioso dal valore scientifico, culturale e didattico inestimabile». Forse avevano deciso di rimanere lì anche domenica notte per godersi la serata e ripartire lunedì mattina presto. Il terremoto li ha colpiti nel sonno. Solo Paola è riuscita a salvarsi. «E’ in condizioni difficili - dice un medico dell’ospedale - ma non rischia la vita. In questi giorni verrà sottoposta a diversi esami medici. Ma oltre che fisicamente e distrutta psicologicamente, non riesce a farsi una ragione di quello che è successo».
Paola e Guido erano inseparabili. All’università, dove il professor Zingari ricopriva dal 1994 la cattedra di filosofia del linguaggio, li ricordano ancora, «sempre insieme». Insieme avevano superato tutto. «La malattia che aveva colpito Zingari e che gli aveva lasciato conseguenze dal punto di vista motorio. Nonostante le difficoltà - ricorda ancora il preside di Lettere di Tor Vergata - Guido aveva sempre portato avanti il suo lavoro con immensa dedizione».
Zingari era uno dei massimi conoscitori italiani di filosofia tedesca. Sin dal 1974 le sue ricerche si erano orientate su temi teorici, problemi di logica, linguaggio e interpretazione, da Leibniz a Hegel e Haidegger. Membro della G.W. Leibniz-Geselleschaft di Hannover ha condotto i propri studi in Germania, Monaco e Hannover. Ed era conosciuto nel mondo universitario, e non solo, per la pubblicazione di numerosi saggi. Il 22 aprile nel consiglio di facoltà dell’Ateneo, proprio per ricordare la sua attività, verrà proposta un giornata di commemorazione in suo onore. Oggi, alle 15.30, si svolgeranno invece i funerali nella chiesa di Nostra Signora del Santissimo Sacramento e dei Santi Martiri Canadesi in via Giovanni Battista de Rossi, al Nomentano.
Tra gli amici e i colleghi di Zingari rimane solo il dolore per la perdita «di un collega, di un amico straordinario». «Un uomo buono - ripete chi lo conosceva - Classe, cultura, sensibilità, ironia, discrezione. In tutte le cose che faceva, ci metteva una passione indescrivibile. Amava il suo lavoro, confrontarsi con gli studenti. Per tutti è una perdita incolmabile».
da ilmessaggero.it
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| GIA' SI SAPEVA DELLA DIGNITA' DEGLI ABRUZZESI... |
I tristi addii di un paese mai abbastanza raccontato
di Enrico Fierro inviato a L'Aquila
Le statistiche dicono tutto, ma non raccontano niente. A giorni sapremo come i morti del terremoto sono divisi paese per paese, per sesso, per età, per condizione sociale, per il timbro impresso sul passaporto. Ma sono calcoli freddi che non si imprimono nella memoria. Maciniamo numeri davanti alla tv. Tanti morti per le stragi del sabato sera, per le guerre, per gli incidenti sul lavoro. Eppure dietro ogni numero c'è una vita. Le ambizioni bruciate dagli anni e dai fallimenti, e i sogni giovani tutti ancora da vivere. Dietro ogni numero di quei 272 morti del terremoto c'è un pezzo d'Italia che abbiamo l'imperdonabile colpa di non raccontare mai. Uomini e donne, giovani e anziani, studenti e manovali, italiani e stranieri: un paese intero, il paese dei morti.
Che parte avrà nella statistica del dopo Rosalba Franco? Strappava la vita a Poggio Picena ed era una lavoratrice precaria al Comune. Ragazza madre con un figlio di dieci anni, dicono in paese. E lo dicono con comprensione, senza mai un accenno di giudizio, perché da queste parti la gente ha imparato ad essere aperta e accogliente. Rosalba è uno dei cinque morti del suo villaggio di mille abitanti. Viveva nel centro storico, la stanza per dormire era al secondo piano, quando l'hanno trovata il letto era al primo. Lei abbracciata al suo piccolo uomo.
E della piccola figlia di Grek Pavel, che di mestiere faceva il muratore? Di lei non sanno ancora il nome preciso. Colpa della burocrazia. Perché la bambina era in Italia da pochi giorni, Grek il padre aveva realizzato finalmente il suo sogno, portare la famiglia dalla Moldavia a Fossa, riabbracciare il suo cucciolo di tre anni. Ricongiungimento, si chiama. Lo facevano i vecchi emigranti abruzzesi quando andavano nella loro America. Una vita di pane e cipolla, la casa e poi il “richiamo” per la famiglia. Per Grek e la sua piccola il sogno dell' America che si chiama Italia si è spezzato nella notte di domenica.
I grandi campi
Sognava i grandi campi. E in un club importante aveva anche giocato, la giovanile della Fiorentina. Un successo, e a soli 14 anni. Poi il fallimento della squadra e il ritorno in Abruzzo, a giocare nel Loreto, a Celano. Sempre con lo stesso impegno. Il “campione” lo chiamavano. Domenica era andato a trovare la sua fidanzata a L'Aquila, in via XX settembre. Alle 3 passate il rombo che annuncia il sisma. La ragazza muore sul colpo, Giuseppe resiste, gli è crollato il soffitto addosso, ma ce l'ha fatta. Muore nella notte tra lunedì e martedì all'ospedale di Teramo. «Con negli occhi il verde del campo da gioco e il ricordo dell'odore dell'erba fresca”, dicono i suoi cari amici.
E quali erano i sogni dei ragazzi di via XX settembre, quelli della Casa dello Studente? Serena Scipione voleva laurearsi in medicina. Le foto la mostrano allegra, bella e solare. Da medico – confidava alle amiche – voleva andare nei paesi dove c'era più bisogno per salvare vite umane. E' morta con la sua amica Federica Moscardelli, 25 anni. Una forza della natura. Studiava a L'Aquila, ma al suo paese era volontaria della Croce Bianca, frequentava la chiesa e cantava nel coro.
Ragazzi
Ragazzi. Un pianeta indefinibile. Ognuno di loro è un mondo, una storia a sé. Fabio De Felice aveva vent'anni e studiava ragioneria. Lavorava. A Natale aveva fatto un po' di soldi spalando la neve. Domenica aveva anche litigato con i suoi che vivono a Onna e hanno una casa nuova. Solida di ferro e cemento. «Io nonna non la lascio dormire da sola. Ha paura del terremoto». Ha preso le sue cose ed è andato nella vecchia casa di pietra e tufi. Lì ha perso la sua lotta col sisma. Povero Davide contro un Golia che ha scaricato sulle fragili case dell'Abruzzo la forza di cinque atomiche.
09 aprile 2009 da unita.it |
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| In un sito le ore prima del disastro... |
Su un sito de L'Aquila, le ultime ore prima del disastro
di Daniela Amenta
«Speriamo che le scosse finiscano, e che non ne faccia una... veramente forte...». Il messaggio è di Carlo, datato 3 aprile, ore 14.31. Carlo, Selene, Bastian Contrario, Roby, Re Mida, Farfalla.... I soprannomi di sessantasei utenti collegati sul forum de "Ilcapoluogo.com", il giornale on line de L’Aquila. Ne parlavano da giorni, da mesi di quei sussulti della terra. Condividevano sul Web le loro paura, quell’ansia che toglieva il fiato. «Tutte le scossette fino ad oggi» è il titolo del post, l’argomento di discussione. Dal 26 marzo ben 26 scosse, di magnitudo compresa tra il secondo e il terzo grado.
Ne parlavano assieme
Roby, Farfalla e gli altri. Tre aprile, l’ultimo dibattito in Rete sulle "scosse". Anzi, le "scasse", a riderci un po’ su, le "scasse" che rompono e non fanno dormire. Costretti a condividere le giornate con quei tremolii, quei battiti, i lampadari ad oscillare. Lo raccontava Selene: «Ormai a casa si fa un gioco, chi ci azzecca a indovinare l’intensità. E poi segniamo i punti... Io ormai salto al minimo movimento e non sono la sola avverto tensione dappertutto. Capisco che bisogna tenere la testa sulle spalle essere calmi e razionali e quant’altro ma quando appena hai aperto gli occhi come questa mattina e ti senti l’ormai familiare rollio ti si drizzano i capelli .........un bel buongiorno non c’è che dire!». Buongiorno, appunto. Carlo, Selene, Farfalla. Chissà dove sono, ora. Buongiorno. Svegliarsi e precipitarsi sul sito dell’Istituto nazionale di geofisica, l’Ingv, per scoprire quanti sussulti quella notte, quanti brontolii della terra. Da mesi così, senza che l’allarme scattasse per davvero, senza che arrivasse un piano di evacuazione come si fa in Irpinia o nel Vesuviano. Nulla, silenzio. Solo i tonfi sordi del cuore per una "scassa" più pesante delle altre, una crepa sul soffitto. Lasciati soli, Roby, Carlo e gli altri quando era evidente l’allarme. Una catastrofe annunciata e inascoltata. «Speriamo che finiscano al più presto perché non possiamo avere una palpitazione ad ogni rumore! Stamattina si è sentito proprio bene! La messa del vescovo non è stata molto efficace!». Nevebianca ci scherzava. Gli altri della comunità un po’ a sdrammatizzare, un po’ a confortarsi l’un l’altro («L’Aquila è una città sismica, si sa»), un po’ a studiare da «geologi fai da te» discutendo di scala Richter e di magnitudo.
Però le “scasse” continuavano
Quel tre aprile, 48 ore prima la tragedia, l’aria doveva essere più pesante del solito. Così Lilli a un certo punto scrive: «Dopo le due “trettecate” di stamani ho telefonato all’ufficio del sindaco per suggerire la chiusura anticipata delle scuole per la vacanze pasquali. Mi è stato risposto che il ns sindaco era già in riunione per valutare la cosa dato che altre persone avevano chiamato e fatto la stessa richiesta. Così chi ha da partì, parta per rinfrancarsi la mente ed il cuore, mi dispiace per chi deve rimanere!!!».
Partire. Ce l’avrà fatta Lilli a partire? E gli altri?
Tre aprile. Felix chiede alla community: «Ragazzi, ma gli esperti non parlano? C’è un numero verde di emergenza o qualcosa di simile?». L’avevano capito loro, Roby, Carlo e Selene, la “banda” del Capoluogo, che non c’era da scherzare. Che le “scasse” insistevano, si moltiplicavano. L’avevano capito, lo sapevano. «Resistere, resistere, resistere», scrivevano sul forum. Resistevano a loro modo, facendosi coraggio da un computer all’altro.
Quattro aprile. Un giorno di quiete. «Oggi neanche una scossetta». E le faccine degli smile a commentare finalmente la buona notizia. Evviva. La terra daccapo dormiente, al suo posto, tutta tonda e compatta.
Cinque aprile. Alle 23.49 Patty lancia il primo allarme: «Mamma mia che scoppola». Replica tre minuti dopo Njamh: «Madonna che botto. E non finiva mai!!!». Prometeus scrive poco dopo, a mezzanotte: «...Infatti mi preoccupavo della calma apparente....meglio le scossette continue che ’ste scariche violente». È l’ultimo commento. Tre ore e trentadue minuti prima del boato. Poi, solo macerie, morte. Rabbia.
09 aprile 2009 da unita.it |
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| IL RITORNO DI RE CIPOLLINO |
3/5/2009 Il ritorno del Re cipollino BRUNO GAMBAROTTA Altezza serenissima, permetta a un suddito devoto di salutare il suo “Discorso di Torino” come l’inizio del riscatto dei Savoia. Spero che la facciano parlare dal palco di piazza San Carlo, di fronte al monumento di Emanuele Filiberto, l’illustre antenato di cui Lei porta il nome.
I suoi precettori avranno trovato il tempo, fra un tango e una milonga, di spiegarle che Emanuele Filiberto è raffigurato nell’atto di rimettere la spada nel fodero dopo aver vinto, il 10 agosto 1557, la battaglia di San Quintino. Lei, che ha vinto la ben più cruenta battaglia del televoto, sarà raffigurato mentre ripone nella sacca gli scarpini da ballo.
In quella stessa piazza San Carlo abitava il conte Vittorio Alfieri che nel 1778 si rifugiò a Firenze per non sottoporre le sue tragedie alla censura di Vittorio Amedeo III; fosse ancora vivo, alla notizia che lei scende in campo, Alfieri tornerebbe di corsa, non per scrivere un’altra tragedia, ma una farsa. Principe, in Europa l’attende un compito gravoso: la battaglia per difendere i suoi amati sottaceti dalla concorrenza sleale di quelli dell’Est.
Gli spagnoli diedero al suo antenato il soprannome di “testa di ferro”; lei, se vincerà la sua battaglia, sarà “testa di cetriolo”, o “re cipollino”, a scelta. Dopo il conte Verde e il conte Rosso, suoi antenati, avremo in lei il conte Fucsia.
P.S. Durante la campagna elettorale raccomandi al suo illustre genitore di non usare il telefono. Non si sa mai, qualcuno potrebbe essere in ascolto. Vittorio Emanuele II Nato a Torino, in palazzo Carignano, nel 1820. Re di Sardegna, e dal 1861 al 1878, primo re d’Italia. Regnò a Torino fino al 1864, quando la capitale fu trasferita a Firenze. da lastampa.it |
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