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| LA STUPIDITA' E' IL MALE DA COMBATTERE... |
Il sindaco fa rimuovere il Cristo col condom
Il sindaco Rosa Russo Iervolino ha chiesto e ottenuto che il Cristo incappucciato con un condom, opera di Sebastiano Deva, esposta al Pan, fosse rimossa.
E' stato lo stesso assessore Nicola Oddati a precipitarsi al Pan per far rimuovere «Sacred Love»
di Cristina Zagaria
Il sindaco chiede di rimuovere il Cristo incappucciato con un condom e l´assessore Nicola Oddati si precipita al Pan ed elimina l´opera. Il caso, sollevato dal "Corriere del mezzogiorno", su «Sacred Love», di Sebastiano Deva, nell´ambito del «format» Emergency Room (ideato dal franco-canadese Thierry Geoffroy), scatena le ire di Palazzo San Giacomo. «È chiaro che, quando manca l´ispirazione artistica, si tenta di far parlare di sé anche con operazioni artistiche di pessimo gusto e che non rispettano (come si dovrebbe) il sentimento religioso dei cittadini - commenta Rosa Russo Iervolino - Naturalmente, quando chiedo il rispetto del sacro, mi riferisco a tutte le religioni e non intendo comprimere la libertà dell´arte. Ma, lo ripeto, in questo caso, quello che manca è proprio l´arte, mentre regna il pessimo gusto. Sono sicura che la saggezza dell´assessore Oddati eliminerà questo sconcio, senza naturalmente che il Pan e l´arte abbiano a soffrire».
E Oddati ieri sera, alle 20, è andato al Museo. «L´opera di Sebastiano Deva, non deve rovinare una bellissima iniziativa - commenta l´assessore - Tra parentesi questa piccolissima installazione, rientra in un format curato da Geoffroy, che prevede che ogni giorno un artista possa installare una sua opera ispirata alle notizie di cronaca, secondo una rotazione libera. Quando sono arrivato Sacred Love era già stato messo in una stanza secondaria, perché questo prevede il format. Io ho materialmente spento il proiettore che ricreava la diapositiva sul muro. L´opera è stata rimossa». Oddati aggiunge: «Secondo me, l´artista ha voluto far parlare di sé, anche se ha affrontato un tema delicato come il rapporto tra religione-morale cattolica-prevenzione dell´Aids.
Però se voleva fare una cosa seria, poteva sforzarsi di più e non presentare un´installazione così dozzinale». Oddati cita un altro esempio: «Sempre al Pan, nell´ambito di "Napoli senza titolo", c´è una foto di Salvino Campos, giovane fotografo brasiliano, che ritrae un crocifisso, con ai piedi una sedia a rotelle. È tutt´altra storia».
Tra le opere esposte al Pan, comunque, c´è un´installazione dell´artista napoletana Roxy in the box, che giocando sul parallelismo tra le notizie ossessive dei media e la fede cattolica presenta Madonna, Gesù e un Dio con i superpoteri di Superman, Batman e gli Incredibili.
(21 marzo 2009)
da repubblica.it |
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| Guerra alle zanzare non ai russi... |
I laser di Reagan per i missili sovietici usati per la "guerra" alle zanzare dal nostro corrispondente Anna Guaita
NEW YORK (17 marzo) - Grazie a Ronald Reagan, il mondo sarà presto liberato da un nemico sanguinario. La tecnologia laser che il presidente voleva usare contro i missili sovietici verrà utilizzata contro un diverso avversario, più piccolo, ma solo in apparenza meno pericoloso: la zanzara.
Quei raggi che dovevano abbattere i missili ”rossi”, vengono adesso sperimentati contro l’insetto che rovina le nostre serate. Certo, gli scienziati che ci stanno lavorando hanno uno scopo un po’ più serio che non proteggere le nostre notti estive: vogliono spazzare via dalla faccia della terra la zanzara anopheles, colpevole di diffondere la malaria.
La malaria continua a essere uno dei grandi flagelli del mondo. Trecento milioni di persone ne vengono colpite ogni anno, e un milione perde la vita. I più esposti sono i bambini, che in Africa muoiono al ritmo di uno ogni trenta secondi. Contro questa malattia, la fondazione di Bill e Melinda Gates, il creatore di Microsoft e la moglie, ha stanziato milioni e milioni di dollari. Laboratori di tutto il mondo sono alla ricerca di spray o altre soluzioni per debellare l’anopheles. C’è chi esplora il settore della biotecnologia, chi insiste sulla chimica, e chi cerca semplicemente di creare tende protettive più efficaci da mettere sulle culle dei bambini. Ma tutte queste soluzioni sembrano destinate a essere presto superate dal raggio laser.
Gli scienziati che ci lavorano hanno recentemente invitato i giornalisti ad assistere a una dimostrazione dell’efficacia del laser nella guerra contro la zanzara: «Noi crediamo di aver contribuito a porre fine alla Guerra Fredda - ha dichiarato l’astrofisico Jordin Kare -. Ora vorremmo tentare di vincere quest’altra guerra, che dura da più tempo ed è costata molte più vite umane».
Kare lavora sotto la guida di un notissimo scienziato americano, Lowell Wood, che a sua volta fu il braccio destro di Edward Teller, l’ideatore della bomba a idrogeno. Wood è uno dei ricercatori di punta ai Laboratori Lawrence Livermore, in California, ed è da decenni l’uomo di riferimento del Pentagono nella ricerca e nella creazione di nuove armi. Fu lui a convincere Ronald Reagan della necessità di costruire un sistema di difesa laser contro i missili Urss, un progetto che il Pentagono chiamò Strategic Defense Initiative, e che i suoi detrattori soprannominarono invece ”Star Wars”.
Il progetto è poi annegato per i suoi costi stratosferici e i continui fallimenti. Ma un paio di anni fa Wood si convinse che da quei grandiosi disegni militari poteva nascere qualcosa di pacifico e utile per l’umanità: il laser antizanzara.
La sua idea è piaciuta a Nathan Myhrvold, un ex collaboratore di Bill Gates oggi proprietario della Intellectual Ventures, un’azienda che finanzia la realizzazione di invenzioni. Ed è così che, dopo un anno di ricerche ed esperimenti, a Seattle, nei laboratori di Myhrvold, i giornalisti hanno potuto vedere il raggio laser in azione.
L’arma è assolutamente innocua per gli esseri umani e per gli altri insetti: riconosce infatti la frequenza audio del battito delle ali delle zanzare, e si punta automaticamente contro di esse. Per ora gli scienziati si sono concentrati sulla sua applicazione umanitaria nei villaggi africani: azionato da un computer, il raggio può ripulire un intero villaggio di tutte le zanzare in pochi minuti.
Il marketing del laser, in formato portabile e da casa, non è comunque lontano. E allora saremo finalmente liberi di dormire con le finestre spalancate d’estate e cenare all’aperto senza doverci circondare di zampironi. Un mondo senza spray antipunture, candele alla citronella e fornelletti. E dovremo ringraziare di ciò la Guerra Fredda, il presidente Reagan e il Pentagono. da ilmessaggero.i |
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| Belluno = lo scandalo della vagina "artistica"... |
Belluno.
Lo scandalo della vagina "artistica": Comune contro Provincia
Opera d'arte censurata dall'ente provinciale.
Il sindaco Prade: «Non sono loro a decidere cosa il cittadino può vedere»
di Beatrice Mani
BELLUNO (11 marzo) - "Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?". L'ironica domanda di Nanni Moretti in "Ecce Bombo" ha finalmente trovato risposta nello "Scandalo della vagina" che sta scombussolando Comune e Provincia di Belluno: Ti si nota di più se proprio non vieni. Pomo della discordia un'opera d'arte che non è stata esposta da GaBls in occasione dell’8 marzo perché considerata eccessiva, di troppo impatto: si tratta di "Piatto, posate, vagina in cera d’api", dell'artista Mario Padovani.
L'arte ha mille forme espressive, una miriade infinita di soggetti, il gusto e la sensibilità del pubblico si comporta parimenti, muta con il passare del tempo, con lo sviluppo della società. E, arrivati al giorno d'oggi, parlare di scandalo intorno alle forme, anche quelle più intime, di un corpo femminile riesce a strappare quasi un sorriso. Insomma, su tv, giornali e web se ne vedono di tutti i colori. E invece, nonostante l'assuefazione all'eros dei nostri tempi, un'opera d'arte ha creato un vero putiferio, spaccando in due il mondo politico bellunese: Comune contro Provincia.
Occorre fare un passo indietro, per meglio capire l'inizio dei dissapori. "Piatto, posate, vagina in cera d’api", questo il nome della famigerata opera, era stata inserita fra i pezzi in esposizione nella collettiva organizzata in città da GaBls, l'8 marzo scorso per la Festa della donna. Si tratta, come ha spiegato lo stesso autore Mario Padovani, di «un'opera contro la retorica che sulla donna si fa in occasione della festa della donna; e non solo. Perché sul corpo femminile, ogni giorno, tutti ci mangiano: basta guardare la televisione ed aprire i giornali».
Peccato che il prodotto dell'estro di Padovani non l'abbia mai visto nessuno cittadino, o almeno l'abbiano visto in pochi: nella mostra non è mai stato esposto. Perché? Troppo d'impatto. La critica è arrivata dai piani alti della politica, non si è ancora ben capito da chi in particolare, tuttavia ha creato una frattura che sembra insanabile fra la Provincia, sostenitrice del diniego verso il "Piatto, posate" e quant'altro, e Comune, paladino della libera espressione.
Don Chisciotte in questo senso è stato proprio il sindaco Antonio Prade che ha tuonato contro la censura: «Certa politica pensa ancora di poter stabilire cosa un cittadino possa vedere o meno e che cosa deve pensare. Ed ecco la giunta Reolon che, coerente con questa vecchia impostazione, stabilisce cosa vada esposto in mostra, decidendo se un’opera è corretta o meno, se urta il pudore o altro. Ma quarda: le posizioni si sono rovesciate: una volta non erano loro, i progressisti, a stracciarsi le vesti nei confronti della censura? Oggi avviene il contrario». Il sindaco ha poi invitato l'artista ad esporre la sua opera a mostra conclusa "ovunque" negli spazi comunali.
Una dichiarazione che non è passata inosservata, anzi, la replica non ha tardato ad arrivare: «Collochi quell’opera dove vuole - ha sentenziato Claudia Bettiol, vicepresidente e assessore alla cultura della Provincia -, magari anche all’entrata della mostra del Brustolon!». Infuriata, la vice di Reolon non ha risparmiato parole verso il sindaco: «Prade si diverte a invocare una caccia alle streghe come un nuovo gioco cui invita i cittadini. In realtà noi non siamo entrati nel merito della qualità dell’opera in questione. Il curatore di GaBls ci ha interpellati sull’opportunità di esporre o meno quel lavoro e noi abbiamo concluso che nell’occasione dell’8 marzo, con tutti i casi di stupro che si verificano, quell’immagine era assolutamente improponibile». Insomma, si tratterebbe di un caso di "opportunità", con tutte le violenze che si sono in giro, un'opera del genere avrebbe, nella peggiore delle ipotesi, potuto perfino istigare qualcuno a commettere atti condannabili contro le donne, o semplicemente trasmettere un messaggio negativo ai visitatori.
Tinto Brass. E chi, meglio del famoso regista erotico, poteva dire la sua in merito a questa dilaniante querelle? Nessuno, ovviamente. Tinto Brass ha espresso le sue critiche ai censori senza mezzi termini: «Fanno la figura dei retrogradi». Di tabù Brass ne sa qualcosa e ha commentato, facendo un parallelismo con l’"Origine du monde" di Gustave Courbet, del 1866: «Anche quella grande vaginaè stata oggetto di strali».
Ma Brass ha fatto di più, ha liquidato la questione citando Picasso: «L’arte non è mai casta. Se lo è non è arte».
Ora bisognerà capire se e quando verrà esposta la tanto contestata e censurata "vagina" in cera, anche perché, nel frattempo, la curiosità degli appassionati è montata a dismisura. E chissà che questo scandalo tutto provinciale non determini la fortuna del giovane artista che, in futuro, potrebbe trovarsi a ricordare con nostalgia quell'episodio tanto discusso, senza il quale nessuno lo avrebbe notato.
da ilgazzettino.it |
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| FURBACCHIONI STUPIDI IN CRISI... |
Crisi del turismo a Venezia, le responsabilità degli albergatori Lavoro dal '79 nel turismo e da anni negli alberghi; ho visto e vissuto situazioni varie e crisi più o meno gravi nel trasporto aereo, nei tour operator e nelle agenzie di viaggi, ma rimango "basito" nel leggere le quotidiane lamentele degli albergatori veneziani sulla crisi del turismo a Venezia.
Ci sono alcune cose che con tutta la mia buona volontà mi rimangono oscure, per esempio: Com'è possibile che bastino 3 mesi di incassi diminuiti (perché non mi vengano a raccontare la storia dell'orso, fino a settembre il turismo a Venezia è stato pressoché uguale all'anno precedente) per mandare in crisi aziende grandi e piccole che venivano da decenni di lauti guadagni? Contratti in scadenza non rinnovati, riduzione di orari, diminuzione di personale... una Caporetto.
In tutto questo lamentarsi però non ho sentito neppure una voce dai vari dirigenti dei vari organi preposti al controllo del turismo veneziano che ammettesse una qualche responsabilità per una situazione che chiunque dotato di un minimo di buon senso avrebbe potuto prevedere... Allora provo io, semplice addetto ai lavori, a metter lì qualche considerazione buona per riflettere: 20 anni fa esisteva la classificazione degli alberghi: serviva a garantire un minimo di standard qualitativo per il cliente, che sapeva che se prenotava un hotel 3 stelle aveva un servizio da 3 stelle, se prenotava un quattro stelle pagava di più ma aveva un servizio migliore.
Ogni anno venivano fatti controlli accurati e se l'albergo non rispettava gli standard o si adeguava alla svelta o veniva declassato... quando si apriva un albergo si dovevano rispettare delle regolamentazioni ferree a seconda delle quali veniva data la classificazione in stelle. Però questo evidentemente non andava bene, perché obbligava i proprietari degli alberghi ad investire soldini sulle strutture, per mantenerle in linea con gli standard richiesti, sul personale che doveva avere certe qualifiche (i quattro stelle dovevano avere obbligatoriamente un direttore, una governante ed un concierge).
Allora hanno (ribadisco hanno) deciso di abolire i controlli e la classificazione. Risultato? Proliferazione di alberghi sopravvalutati, 4 stelle con servizio da 2 stelle, personale non qualificato mandato allo sbaraglio per risparmiare, qualità inesistente. Oggi chiunque può classificare il suo albergo come gli pare, rispettando solo i vincoli di metratura, infischiandosene di standard di qualità e professionalità (andate a fare un giro per le portinerie degli alberghi di Venezia dopo le 21, il 95% del personale non parla non dico le lingue ma nemmeno l'italiano!!). Vent'anni fa esistevano le tabelle con i prezzi minimi e massimi divisi per categoria: significava che un albergo a 4 stelle aveva un prezzo minimo e uno massimo per la bassa e l'alta stagione così come i 3, i 2 stelle. Era obbligatorio applicare quei prezzi, se si sgarrava erano multe salate. E così chi prenotava un 4 stelle sapeva che pagava di più e se voleva risparmiare prenotava un 3 stelle. Però nemmeno questo andava bene: via la differenziazione dei prezzi. Risultato? una babele di tariffe... hotel 4 stelle che vendono a prezzi di 3 stelle, 3 stelle che vendono al prezzo dei B&B sia in bassa che in alta stagione (che ormai non esiste più, si vende un tanto al chilo a seconda della disponibilità, tanto nessuno dice niente), forbici di prezzi fra minimo e massimo che possono arrivare anche al 300%!!
I clienti non ci capiscono più niente, non esiste più la differenziazione di prezzo e qualità che faceva scegliere al cliente un 4 stelle piuttosto che un 3 stelle... Vogliamo parlare poi della qualità del servizio negli alberghi, anche quelli di lusso? personale ridotto all'osso, senza formazione, molto spesso nemmeno in grado di esprimersi in italiano figuriamoci altre lingue, investimenti per la qualificazione professionale zero, salvo quella obbligatoria per legge ( 626, HCCP, antincendio, ecc...)
In conclusione: la deregulation selvaggia voluta dagli albergatori veneziani che negli anni di vacche grasse guadagnavano bei soldini si è loro ritorta contro. Il problema è che come sempre l'hanno scaricata sull'anello debole della catena, i lavoratori, quelli che hanno bisogno dello stipendio di fine mese per pagarsi il mutuo e ai quali anche una riduzione di orari causa gravi problemi.
Lettera firmata da gazzettino.it |
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| TODOROV: PAURA DEI BARBARI? |
Paura dei barbari, la ricetta di Todorov: affermarsi senza sconfiggere gli altri
di Roberto Bertinetti
ROMA (9 marzo) - Filosofo, teorico della letteratura, critico, antropologo. E da qualche tempo anche analista politico. Non si finisce mai di ammirare la capacità camaleontica di Tzvetan Todorov, di cui esce ora in Italia La paura dei barbari (Garzanti, 284 pagine, 16,50 euro), un saggio in cui si contesta in maniera aperta la teoria di Samuel Huntington sullo scontro tra civiltà e si sostiene l’urgenza di riprendere in fretta il dialogo tra i paesi che negli ultimi anni sono stati dominati dal risentimento e quelli che invece hanno agito sulla spinta del terrore verso chi viene ritenuto diverso.
«La paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari - scrive Todorov -. E il male che ci faremo sarà maggiore di quello che temevamo di subire. La storia insegna: il rimedio può essere peggiore del male. I totalitarismi si sono presentati come un mezzo per guarire la società borghese dai suoi vizi, eppure hanno dato vita a un mondo più pericoloso di quello che combattevano.
La situazione attuale senza dubbio non è così grave, ma rimane inquietante; c’è ancora tempo per mutare orientamento».
Nato a Sofia, in Bulgaria, nel 1939, Tzvetan Todorov vive in Francia dall’inizio degli anni Sessanta ed è stato allievo di Roland Barthes prima di diventare direttore del Centro di ricerca sulle arti e sul linguaggio di Parigi. Todorov è certo che la Guerra Fredda abbia celato antiche ostilità che sono riemerse con la fine del comunismo. I conflitti, aggiunge, non potevano svanire per incanto perché le loro cause profonde erano ancora presenti e forse si erano persino intensificate.
La popolazione mondiale, ad esempio, continua ad aumentare velocemente mentre le risorse vitali (soprattutto quelle energetiche e idriche) tendono a diminuire. Con il risultato di accrescere la competizione tra paesi, a cui segue l’aggressività di quelli che hanno meno e la tendenza di quelli che hanno di più a tentare di proteggere quelli che ritengono essere diritti acquisiti.
I problemi, a giudizio di Todorov, si sono ulteriormente aggravati dopo l’11 settembre. In primo luogo a causa degli interventi militari decisi per battere la minaccia costituita per l’Occidente dai terroristi. E poi per l’emergere sempre più preoccupante in Europa di una xenofobia accompagnata da una crescente islamofobia. «Le due forme di rifiuto - osserva Todorov - coincidono almeno parzialmente: l’islamofobia riguarda soltanto una parte degli immigrati, ma non si ferma alle frontiere di un singolo paese; nonostante ciò la maggior parte degli immigrati attuali in Europa è di origine musulmana. Attaccare gli immigrati è politicamente scorretto, mentre criticare l’Islam è considerato un atto di coraggio; perciò l’uno può prendere il posto dell’altro».
Lo studioso è comunque certo che le attuali difficoltà non possono venire risolte grazie a un generico (e un po’ ipocrita) appello alla tolleranza. A suo giudizio, infatti, «non si può certo tollerare tutto». Senza contare che l’invito alla tolleranza deve partire dalla richiesta del rispetto delle leggi e, in particolare, dei diritti umani fondamentali. «Leggere i conflitti politici e sociali in termini di religione, di cultura o di razza - precisa - è al tempo stesso sbagliato e dannoso: inasprisce i conflitti invece di pacificarli. La legge deve prevalere sul costume quando i due ambiti non coincidono».
Poiché, a differenza di ciò che auspicano i movimenti populisti, non si possono certo blindare i confini occorre individuare soluzioni diverse e più efficaci. Tenendo conto, in particolare, che nel mondo di oggi e in quello di domani gli incontri tra gli uomini e le donne appartenenti a culture differenti sono destinati a diventare sempre più frequenti e la “paura dei barbari” potrebbe crescere ulteriormente, scatenando ulteriori conflitti su scala planetaria.
Todorov conclude la sua lunga analisi con un invito.
L’unica opportunità che abbiamo, dice, consiste nel liberarci dal dominio della paura e del risentimento e tentare di vivere in pace in un mondo plurale in cui l’affermazione di sé non passa attraverso la sconfitta dell’altro. «Non vi sono dubbi sulla scelta che s’impone - scrive -. E’ giunto il momento per ciascuno di assumersi le proprie responsabilità: bisogna proteggere il nostro fragile pianeta e i suoi abitanti così imperfetti, gli esseri umani».
da ilmessaggero.it |
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| La crisi farà pulizia? |
Arlecchino
Oggetto: Non tutto il male...
-------------------------------------------------------------------------------- Si parla moltissimo di attività industriali e commerciali che licenziano e chiudono... ma non si parla per nulla della positività che questa crisi ci porta eliminando dal mercato, con sollievo della concorrenza e della cittadinanza ignara, aziende che da anni meritavano d'essere chiuse.
Molte tra queste per evasione fiscale, violazione delle norme ambientali e sanitarie, per stupidità o sconsideratezza dei titolari. Per tacere della delinquenza-imprenditrice (ma questa non sentirà la crisi sa come finanziarsi).
Chi, come me, conosce come sono nate e vissute certe realtà "imprenditoriali" fasulle è in grado di apprezzare la pulizia che si rende possibile grazie alla crisi.
Riflettiamoci un momento, senza distrazioni, in ogni zona ci sono attività che ci hanno fatto meravigliare per come siano riuscite ad avere successo.
Molto di quel successo è dipeso da azioni di rapina del sociale cioè di tutti noi.
Ognuno di noi potrebbe farne un elenco... magari sparissero per sempre!
ciaooooooooo
da www.forumista.net |
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| La femmina si evolve... anche così? |
8/3/2009 (7:28) - LA STORIA
Il club delle fedifraghe "L'8 marzo si tradisce" L'otto marzo in Russia: a Mosca sfilata di donne e politici La scelta di 200 moscovite: “Ma lo facciamo solo in questo giorno”
GIORDANO STABILE MOSCA
Uno scrittore russo, o forse francese, ha detto che una donna con un amante è un angelo, una donna con due amanti un mostro, una donna con tre amanti una donna. Noi non siamo angeli, ma non vogliamo neanche essere mostri». Veronica è una delle duecento moscovite che fanno parte del più originale club femminile dedicato all’Otto marzo.
Tutte sono sposate e tutte hanno superato, o presto supereranno, quota tre amanti. Ma non lo fanno né per denaro, né per vanità. Tradiscono per dispetto. Ed esclusivamente l’8 marzo. «È la festa più ipocrita dell’anno - continua Veronika -. L’unico giorno in cui gli uomini sono gentili, non si ubriacano, non si sfondano di cibo e ti regalano persino un mazzo di fiori. A noi tutto questo fa rabbia». E allora, quattro anni fa, è nato il Club dell’8 marzo di Mosca. «Quel giorno mio marito mi annunciò che saremmo andati da mia suocera - racconta Elena, una delle fondatrici -. Ero disperata. Abbiamo litigato. Mio marito è andato via furioso. Mi chiama un’amica e mi dice che c’è un suo collega a Mosca per il ponte, carino e solo soletto. Sono andata con lui e tutto mi è passato. Penso di aver salvato così il matrimonio».
Elena e la sua amica hanno allora deciso di estendere ad altre amiche quella forma di tradimento taumaturgica. Ed è nato il club. Il regolamento è semplice. Si può consultare la lista degli uomini disponibili, amici, amici di amici, ex fidanzati. In linea di massima vengono osservati due soli criteri di scelta: l’età e la statura. La regola principe è che l’incontro può avvenire una sola volta e una volta sola con quel determinato uomo. Se il prossimo 8 marzo si vorrà tradire nuovamente il proprio marito, lo si dovrà fare con un uomo diverso. «È tutto molto informale e flessibile - spiega Elena -. Non abbiamo una sede, non ci sono noiose riunioni. Ci vediamo una volta all’anno, all’inizio della primavera, ci scambiamo i numeri di telefono più interessanti, un po’ di informazioni e via». Unica formalità burocratica, i contatti vengono registrati, e si fa in modo di evitare che una stessa coppia si incontri di nuovo.
Insomma, quello moscovita è un club «di prime mogli» che non vogliono distruggere i loro mariti fedifraghi come nel film di Hugh Wilson, ma vendicarsi in silenzio, senza mandare in pezzi il matrimonio. «Queste donne sono le migliori perché tradiscono i mariti di rado, ma lo fanno molto meglio», osserva Artiom, uno degli uomini nella lista del club, sposato pure lui. «La cosa bella è questo incontro è il primo e l’ultimo, così si evita il pericolo di una delusione di un possibile rapporto prolungato - spiega invece Margarita al quotidiano Moskovski Komsomoliets, che ha messo in prima pagina la storia del club e delle sue donne disilluse ma non ciniche -. Non bisogna fidarsi una dell’altro. È l’unica difesa contro il tradimento istituzionale degli uomini. Il nostro obiettivo non è distruggere la famiglia. Una volta all’anno mi basta». Tutti gli altri giorni, precisa, «sono una moglie ideale, dolce e comprensiva».
Nel giro di quattro anni il club, da piccola carboneria, ha assunto però quasi dimensioni industriali.
Quest’anno c’è stato un vero boom di richieste. Forse è il clima quasi primaverile, con ben due gradi sopra lo zero e poche nubi. O forse è la crisi economica. «È meglio divertirsi con un regalo che non costa un solo copeco - conferma Valya, una neofita del club -. Né a noi stesse né ai nostri mariti». Un festa tradizionale costerebbe certo molto di più. In Russia l’otto marzo è una sorta di San Valentino all’ennesima potenza. Non si lavora, anche se cade di domenica si fa un ponte di due o tre giorni, la macchina consumistica dei regalini, regaloni, viaggetti romantici, weekend sotto l’ultima neve gira a pieno regime. Le istituzioni si sprecano nell’esaltazione del genio femminile, tutti gli uffici sono ricolmi di fiori, a casa gli uomini lavano i piatti almeno per una volta. «Ma alla fine il mio finisce sotto il tavolo ubriaco - continua Valya -.
E il giorno dopo non è già più l’otto marzo e la montagna di vettovaglie la devo lavare io. Meglio dirgli che vado a teatro con le amiche. Lui è contento che non deve portarmi fuori. E io per una volta sperimento l’estasi del tradimento». Effimera ma fonte di equilibrio matrimoniale, a sentire le donne del Club dell’otto marzo.
da lastampa.it |
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| ADULO DUNQUE SONO... |
2/3/2009 (7:41) - LA STORIA
Adulo, dunque sono Sandro Bondi, il ministro dei Beni culturali, compone poesie Dalla politica al lavoro ai sentimenti: elogio della pratica più antica del mondo
MIRELLA SERRI MILANO
Lo fanno gli scimpanzé che offrendo cibo e sesso a volontà sono soliti incensare e arruffianarsi il capo per ottenere favori e benemerenze. E lo fa - da par suo, s'intende - anche Luciana Littizzetto, complice Fabio Fazio in «Che tempo che fa». Quando declama: «Sire Nostro che sei in the sky, Maestà, Nostro Figo Imperiale, Bello tra i Belli, Gran Pacco, Gran Pezzo di Body Art, Sovrano dei Paesi Bassi, Zar di tutte le Russie, Eccelso, Esimio, Ettore di tutte le Troie (intesa come città), Ape Regina...». Con chi ce l'ha la Littizzetto con l’esempio di sperticato elogio di Berlusconi? Con l'adulazione? Con la più utile di tutte le arti, come la definiva lo storico Edward Gibbon? O col peggiore dei vizi, come diceva Niccolò Machiavelli? O con un modello di prostituzione, di grande circo mediatico, di attiva e sottile forma di seduzione? Oggi il mestiere più antico (tra i praticanti c’erano Platone, Tacito e Cicerone) viene rivalutato nell'«Elogio dell'adulazione. Tra l'erudito e il faceto» del sociologo Willis Goth Regier (De Agostini). Spiega Regier che la pratica servile è parte integrante della moderna vita professionale ma se ne giovano pure l'equilibrio e la dinamica socioculturale collettiva. Già, proprio così: chi si genuflette e china la schiena può vivere meglio di tanti altri, facendo però attenzione a non incorrere in errori madornali. Come l'esagerazione. L'eccesso non giova.
Capitò al pittore Hans Holbein: dipinse la non appetibile principessa Anne di Clèves in modo indulgente e di fronte a quel ritratto Enrico VIII decise di convolare a nozze, ma dopo aver incontrato la blasonata in originale prese a pedate l'artista. Di licenziamenti per surplus di piaggeria non se ne ricordano comunque molti, nemmeno quando un solerte senatore propose di incoronare col Nobel per la pace Silvio Berlusconi. Era un enfatico omaggio-boomerang per il presidente del Consiglio, insediato da un anno e tre mesi. Il troppo stroppia e anche Racine fu costretto a riconoscerlo. Al poeta di Bérénice Luigi XIV si rivolse in questi termini: «Ti avrei apprezzato di più se mi avessi elogiato di meno».
Le strofe La blandizie anche se viscida di amici e nemici svelenisce comunque il clima e rende i rapporti più armoniosi e sereni: è questa la tesi che permette allo studioso americano di considerare la piaggeria un efficace calmiere di spiriti conflittuali e ardenti. Ed è questo l'uso che oggi ne fa Sandro Bondi, il ministro dei Beni culturali nonché facitore di ossequiosi versi che dedica non solo a consanguinei politici ma anche a oppositori veementi: da Michela Vittoria Brambilla, "Ignara bellezza / Rubata sensualità / Fiore reclinato / Peccato d'amore", ad Anna Finocchiaro, "Nero sublime / Lento abbandono / Violento rosso... / Intrepido mistero", a Jovanotti, "Concerto / Vibrazioni dell'anima... / Onde dell'amore". Da don Abbondi - come Dagospia l’ha ribattezzato - ai cerimoniali delle corti dell'Europa imperiale, il passo è breve se si tratta di untuose lusinghe. Napoleone considerava le teste chine «uomini benedetti dal cielo».
Avido di lodi com'era, consumava la vena dei corifei che si libravano sempre nelle stesse formule ripetute fino allo stremo: «Dio della vittoria, Salvatore della patria, Pacificatore del mondo, Arbitro dell'Europa». A raccontare come una moderna corte napoleonica gli ambienti di Saxa Rubra e dintorni è stato Pierluigi Celli, l’ex direttore generale della Rai. Gli elogiatori sono duttili e veloci, non conoscono limiti o confini, nemmeno quelli che li separano dai nemici. Il poeta e filosofo Ralph Waldo Emerson rilevava che l'adulazione favorisce la competizione, e questo è vero anche oggi («Scrive sempre articoli di grande interesse che esprimono la cifra della grande politica», osserva Tremonti, insospettabile estimatore di Prodi). Gli adulatori si modellano abilmente sull'interlocutore: «Dicono all'uomo ricco che è un oratore e un poeta e che, se solo lo volesse, potrebbe essere un pittore e un musicista», osservava Plutarco. Per questo trasformismo molti li hanno disprezzati come striscianti mestatori: Tiberio li odiava, Galba li derideva, Marco Aurelio li ridicolizzava e così faceva a distanza di secoli il Kaiser Guglielmo I. Ma li hanno anche individuati come fonte di consolazione in caso di sconfitta (da Giulio Cesare a Caterina la Grande al ministro Brunetta che si complimenta con Veltroni che «ha trasformato le più cocenti sconfitte in trampolini di lancio»).
Valore aggiunto L'adulatore che sa far bene il suo mestiere è un valore aggiunto. Lo sanno i potenti con ambizioni artistiche. Per il primo romanzo di Veltroni si sono spesi giudizi come questo: «Racconto di amore e di fede nella forza e nello strazio dei sentimenti». Lo sperimentano in questi giorni politici-scrittori balzati sotto i riflettori, dal neosegretario del Pd Dario Franceschini al neoconsigliere d'amministrazione Rai, Giorgio Van Straten, circondati da nugoli di ammiratori che ne aumentano la statura e li rendono imponenti. Tanti adulatori tanto onore: «È piacevole avere dei parassiti, vuol dire che la qualità del tuo sangue è buona», affermava Aldous Huxley. Nietzsche concordava: «L'uomo è la specie più evoluta che ospita il maggior numero di parassiti». Un corpo senza il suo ruffiano di riferimento non vale niente, sosteneva Talleyrand. Shakespeare era d’accordo: disprezzava gli adulatori e con ciò si lasciava adulare. Oggi ne sono convinti anche nella casa del Grande Fratello. La prosperosa Cristina Del Basso nel confessionale si autoincensa: «Sono una di pelle, una che non ci pensa, percettiva, che va a sensazioni».
E suscita il commento della telespettatrice Lilla: «Senza l'adulazione la donna vanitosa non può stare. Un esempio lampante è la tettona alle cui poppe si sono abituati tutti e che nessuno più elogia». L'autoadulazione - di cui erano maestri Cicerone e Franklin - è il grande spartiacque del nostro tempo, avverte Regier. Utilizziamola a più non posso come una crema tonificante per la pelle. Anche se magari va a finire che chi di adulazione colpisce, di adulazione perisce. È capitato a Emilio Fede che anni fa aveva osato dire del suo leader di riferimento «Lo amo». Oggi è stato stritolato dalle lodi di Iva Zanicchi: «Ti voglio bene, a te e alla tua tv così bella, pulita e vera».
da lastampa.it |
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| PATRUCCO censurato da ZELIG... non lo vogliono. |
2/3/2009 (7:40)
"Censurato dalla casta di Zelig" Alberto Patrucco fa teatro ma in tv non lo vogliono
ANDREA SCANZI
«Non ho chiuso con la tivù, è la tivù che non vuole più frequentarmi». C'è stato un tempo in cui Alberto Patrucco era uno dei punti di forza di Zelig, invitato perfino a Ballarò. Scriveva libri per Mondadori, vendeva. Poi è successo qualcosa, ad esempio l'incisione di un (bel) disco di traduzioni di George Brassens. «E' piaciuto a critica e pubblico, ma in tivù non mi ha chiamato nessuno».
Toccare Brassens significa confrontarsi con De André «E puoi solo perderci. Ma Brassens ha lasciato un repertorio sconfinato. In Francia ha venduto più dei Beatles, da noi è solo "quello di De André". Purtroppo non c'è più curiosità intellettuale, Brassens rappresenta un altro punto di vista e quindi fa paura. Il vero luogo artistico era e resta il teatro (il 3 febbraio a Roma, ndr), dove alterno canzoni e miei monologhi. Il teatro è calcio, la tv è calcetto».
E allora perché vorrebbe tornarci? «Per parlare a più persone e perché in tivù ormai ci sono solo due filoni: l'inutile e il gurismo. L'inutile è il comico che non fa male a nessuno. Il gurista è quello che non si limita a distruggere, ma dà anche consigli su come ricostruire. Ruolo, quest'ultimo, che non compete alla satira. Penso a Grillo, a Luttazzi, a Crozza. Che poi la satira, di fatto, non cambia assolutamente nulla».
Quindi se ne può fare a meno. «Al contrario, è fondamentale. Cosa c'è di più bello che individuare una strada personale che induca al riso? La satira è straordinaria, però concretamente non serve a niente. David Letterman, in campagna elettorale, dava dell'imbecille a Bush. Lo attaccavano tutti. Poi però lui ha vinto lo stesso. I censori sono stupidi, se il potere fosse intelligente saprebbe di non avere nulla da temere».
Scusi, ma lei non era quello del pessimismo cosmico? «Mica rinnego nulla. Ho sempre cercato di evitare il buffo da una parte e il comizietto dall'altro. Vengo dalla vecchia scuola milanese, quella che ti insegnava a diffidare dei comici, a frequentare altri mondi per non inaridirsi: musicisti, scrittori, filosofi. Oggi nessuno frequenta più nessuno. Ed io riprendo la chitarra, per raccontare il presente».
Potrebbe rifarlo a Zelig. «Sono ancora potentissimi, ma non rientro più nelle loro grazie. A Zelig era bello ma frustrante. Ogni volta preparavi un pezzo e ti tagliavano, controllavano, vivisezionavano. Mi sarebbe piaciuto sul palco, dire "Andate tutti affan….", scendere giù e poi chiedere a Bisio e agli autori: sono stato abbastanza conciso e generico?».
Ma in tivù la tagliavano sempre? «Da Costanzo avevo libertà totale. Anche con Funari. Rarità».
Sta dicendo che le caste sono anche a sinistra? «Sai che scoperta. Tutta gente che vuole portarti a pensarla come loro. A me non interessa far cambiare idea alla gente: mi interessa farlo ridere con intelligenza».
Come crede di riuscirci? «Affrontando la realtà, senza paura di scomuniche. Siamo tutti precari con sogni low cost. La risata disimpegnata è rassicurante ma troppo facile. Un comico deve toccare anche gli argomenti tabù, come la morte. A teatro immagino gli epitaffi dei personaggi famosi».
Come Gaber ne Il suicidio. «Già. Romano Prodi: "Finalmente faccio parte di una maggioranza stabile". E poi Berlusconi, di cui parlo il meno possibile perché è tempo di igiene orale e mi sono già sporcato abbastanza la bocca. Oltretutto, quando è il Premier a fare il capocomico, per il satirico diventa tutto più complicato. Il suo epitaffio? "Quando dicevo che dovevate passare sul mio cadavere, scherzavo"».
E quello di Patrucco? «Non voglio epitaffi, non mi esalta competere in freddezza con il marmo e non sopporto l'idea di rimanere fermo sulle mie convinzioni».
da lastampa.it |
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| Peccato, è necessario (il 5 in condotta... quando ai politici?). |
2/3/2009 Peccato, è necessario PAOLA MASTROCOLA La scuola è da tempo disarmata. Non ha strumenti per affermare le sue regole e i principi in cui crede. Soffre, da 40 anni circa, di una sindrome di debolezza congenita che, peraltro, una certa parte di essa, la più ideologizzata, ha fortemente voluto in base all’idea che mai si debba punire, che il voto non sia un’arma, e che sia meglio motivare, prevenire, comprendere, giustificare: mai scendere al vile ricatto dell’insufficienza.
La stessa imbelle clemenza, d’altronde, aleggia oggi nelle famiglie: si tollera, si media, si scende a compromessi, si patteggia con i figli. Non si sgrida, non si molla un ceffone, non si manda a letto senza cena.
Giusto o sbagliato che fosse, era (ed è) così. Io ricordo che or non è molto (due anni o tre fa) dovetti fare un’ora di supplenza in una quarta liceo. Entrai e c’era un caos indescrivibile, gente ammucchiata sui banchi che chiacchierava urlando, giocava a carte, fischiettava, sbocconcellava panini e deglutiva liquidi a garganella dalle lattine. Nessuno cambiò atteggiamento quando mi vide entrare. Anzi, nessuno mi vide entrare. O meglio, nessuno ritenne che il fatto che fossi entrata fosse di una qualche importanza. Chi mi dava le spalle continuò a darmi le spalle, anche quando io salutai, mi presentai e dissi cos’ero venuta a fare e chiesi per favore di mettersi seduti ai banchi in silenzio. Per un’ora intera io non ottenni nulla. Ricordo che ero disperata e che non sapevo cosa fare e neanche dove e come fuggire. Ricordo che pensai di non avere nessuno strumento e nessun alleato: essendo solo una supplente, non avevo il registro e non potevo usare i voti; potevo dare una nota, ma le note non contavano nulla; potevo chiamare il preside ma non era detto che il preside avrebbe dato ragione a me (dipende dal preside, dal suo carattere e anche dalle sue idee politiche…: ho conosciuto presidi che davano comunque sempre ragione all’allievo, qualsiasi malefatta avesse compiuto, dicendogli con una affettuosa pacca sulle spalle: non farlo più!).
In genere non ho problemi: sono un’insegnante piuttosto vecchiotta, so tenere la disciplina e insegno in un buon liceo. Forse ho tratti fisici che non incutono il terrore, questo sì. O forse quella era una classe particolarmente terribile. Sta di fatto che mi sentii perduta, completamente inerme, e molto ridicola. Non feci niente i giorni successivi, non denunciai a nessuno l’accaduto semplicemente perché sapevo che sarebbe stato tutto inutile: non c’erano rimedi, leggi da applicare, autorità da invocare.
Oggi invece abbiamo la possibilità di dare 5 in condotta. Oggi la condotta è un voto che conta, è un’insufficienza che pesa e che può portare alla bocciatura. Oggi abbiamo uno strumento. E le cifre dicono che lo abbiamo usato abbastanza. 34.311 ragazzi insufficienti in condotta vuol dire circa un allievo ogni due classi. Non è poco.
È anche possibile siano troppi tutti questi 5. Forse, a forza di stare senza bastone, gli insegnanti hanno bastonato a man bassa, chissà. Ma non credo che si siano fatti prendere la mano senza criterio. Credo che si siano sentiti, per la prima volta dopo decenni, un po’ tutelati. Forse un po’ troppo euforicamente? Non so, certo è che l’ineducazione scolastica raggiunge numeri ormai davvero preoccupanti.
Io non so se essere felice di poter usare il 5 in condotta. So però che la parola condotta è una buona parola: è importante come una persona «si conduce» nella vita, come si comporta con gli altri, se è gentile e rispettosa oppure no. Certo, avrei preferito che i ragazzi di quella quarta si fossero accorti che era entrato in classe un insegnante e che si fossero disposti naturalmente (cioè in modo assolutamente naturale) all’ascolto e a quel rispetto a cui qualsiasi lavoratore nell’esercizio delle sue funzioni ha diritto. Bisognava dirglielo con un 5? Peccato. Ma se è necessario, che la lunga via di una minima rieducazione alla vita civile abbia dunque inizio. da lastampa.it |
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