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Il Gambero Rosso non riaprirà più...

Sì, ho spento i fornelli

di Sabina Minardi


Il mitico Gambero Rosso? Storia ormai chiusa: Fulvio Pierangelini ha voglia di nuove esperienze. Che racconta a L'espresso

"Se il Gambero Rosso riaprirà? Cominciamo dalla fine? No. Non riaprirà più". Piangano, protestino, borbottino nei blog. E infine si rassegnino critici e gourmet che per trent'anni si sono ritrovati in pellegrinaggio sulla strada per San Vincenzo, dribblando i finti non-c'è-posto, schivando una proverbiale scontrosità, pur di accomodarsi alla tavola di Fulvio Pierangelini: il sandwich di spigola, il viaggio intorno a una gallina livornese, il risotto alla marinara e i piatti della quotidianità con i quali ha sfidato memorie ed esperienza (e, va da sé, la mitica passatina di ceci con gamberi, sintesi di una filosofia di vita e totem dell'alta cucina italiana), in un menu unico, sotto l'insegna del Gambero Rosso, non si gusteranno più.

Neppure quello intitolato 'Piccione alle spezie orientali. Souvenir di un viaggio mai fatto'. Perché Fulvio Pierangelini da quel viaggio è appena ritornato. E siccome si sa che la vita o si vive o si scrive, lo chef che esattamente un anno fa ha lasciato di stucco il mondo gastronomico chiudendo il suo tempio toscano da due stelle Michelin e da numero uno tra i cuochi italiani, è troppo impegnato a ricominciare, per tornare indietro.

A guardarlo, seduto al ristorante L'incontro del Savoy di Firenze, uno dei 14 luxury hotel della Rocco Forte Collection dove lo chef è consulente culinario, è quello di sempre: cachemire sulle spalle, mocassini inglesi con nappine, l'aria scapigliata di chi è tormentato da demoni. La tentazione di trasformare ogni incontro in una recita a soggetto: teatralità istintiva, la sua, silenzi sospesi, la calma di chi sta assistendo a un supplizio, irritazioni sproporzionate, "glielo dico ma non lo scriva". Fino a sparire, di colpo. Per ritornare con un fardello di carte, scontrini col retro scribacchiato, ispirazioni acciuffate dove capita, il calendario delle semine in cima a tutto. L'entusiasmo di un uomo libero riversato sul tavolo: Pierangelini oggi è un artista dall'energia incontenibile, che straborda persino contro la sua volontà. Un lupo di mare in solitaria. Davanti ad altri oceani.


La second life di Pierangelini. Da dove cominciamo?
"Seconda vita? La prima. Sono appena tornato da una vacanza, per la prima volta nella mia vita da solo. Sono arrivato a Marrakech per la festa del montone. La sera camminavo per Jama'a el Fnaa conquistato dai profumi e dalle luci, e l'energia era incredibile. Di giorno, un caffè al sole era un piacere assoluto".

Ma non detestava l'aereo? Sono noti alcuni suoi gran rifiuti, pur di non volare.
"È vero. Per 35 anni non ho preso un aereo. Mi muovevo solo in macchina o in treno. Mi è capitato di rifiutare cifre enormi pur di non volare. Solo nell'ultimo anno ne ho presi 180".

Un miracolo. Grazie a chi?
"Ho avuto improvvisamente fretta".

Dove l'hanno portata i suoi viaggi?
"Alla ricerca dei miei souvenir. A scoprire luoghi, situazioni, persone che non avrei immaginato. A visitare un museo appena aperto a Bruxelles. A lasciarmi coinvolgere da un lavoro dell'artista Sophie Calle. Ho respirato fino in fondo, per la prima volta, il mare e l'atmosfera della Sicilia".

Per chi ha cucinato, nell'ultimo anno?
"Per tutti, ogni giorno: amici, affetti, per i 14 ristoranti della collezione Rocco Forte. Per gente famosa. Uno dei pranzi più emozionanti l'ho organizzato a Sciacca, in occasione della chiusura del resort Verdura, per il personale dell'hotel. E prima sono passato a salutare le signore da cui facevo la spesa: restavo ore a guardare le loro mani, incantato dal modo di riconoscere le verdure, di tagliarle. Amo la passione e la purezza di certi gesti. Condividendoli mi sembra di essere più vicino alla verità".

La verità si specchia in piatti apparentemente semplici e rassicuranti?
"La semplicità è conoscenza. Solo se hai la conoscenza assoluta puoi scartare. Ci vuole coraggio a essere semplici".

Etica zen, la sua.
"Io so di avere dei talenti, che ho coltivato. E che mi hanno permesso di raggiungere dei risultati. Dentro ci sono però anche i miei sacrifici e le mie illusioni, le mie storie e le mie emozioni".

Internet circolano lettere e appelli...
"Internet non mi piace. Non ne ho i cromosomi. La Rete non è democrazia: è una dittatura di fronte alla quale sono disarmato".

Gli appelli comunque ci sono. E l'auspicio è che lei chiuda in fretta questo anno sabbatico. E riprenda a fare ciò che faceva prima.
"Tutti, in questi mesi, hanno scritto coccodrilli. Eccomi, invece. Sto solo facendo cose diverse: sono assessore alle Mani in Pasta a Salemi. Sto mettendo a disposizione di molti ragazzi il mio stile".

Niente a che vedere col Gambero Rosso.
"Il Gambero Rosso non può riaprire. Tutto sommato è stata un'avventura emozionante: per i nostri ospiti, per i nostri collaboratori, per noi. Anni di gioie, sofferenze, emozioni, solitudini, tristezze e successi. Presto racconterò nuove storie".

Ce ne anticipi qualcuna.
"Ho progetti per il teatro: monologhi con ospiti. E per la tv. Ho idee per il cinema, che è una mia vecchia passione".

Strade nuove. Non sembra voler contare sul suo successo precedente. Perché uno come lei, all'improvviso, volta pagina?
"È una normale evoluzione di un mio percorso. Sentivo di dover fare altre cose. So di aver ricevuto altri doni. Sarebbe un peccato non provare ad esprimerli. Oggi disegno giacche da cuoco. Ho in mente una linea di padelle, utensili per la tavola, contenitori per contenuti".

McLuhan della cucina. C'è un motto, un aforisma, che le sta ispirando questo cambiamento?
"Ai tuoi proponimenti attieniti come fossero la legge, sapendo che tradirli è empietà. Di quello che si dice di te non ti curare. Non è più cosa che ti appartenga. Epittéto, 50 d.C.".

Stoico. E distaccato. Oggi in molti si sottraggono alla valutazione delle guide. Lei sentiva la dittatura delle stelle?
"No. Io ho sempre lavorato per me stesso. Pensare in termini di stelle oggi è una pratica piccolo-borghese".

Avrebbe voluto fare il diplomatico. Dopo la laurea si è persino iscritto a un master a Ginevra. Cambiata idea, ha accantonato l'abc dell'arte di mediare.
"Sono stufo della gente che, per il solo fatto di mangiare, si arroga il diritto di esprimere giudizi definitivi. Chi fa questo mestiere, dal più umile al più esperto, merita rispetto. Un italiano medio invece chiama ancora tutto ciò che non corrisponde alle sue sicurezze nouvelle cousine".

Neppure tutti gli chef la sanno lunga quanto lei.
"Ammetto che uno chef abbia bisogno di una cultura generale importante. E che le scuole alberghiere non siano in grado di darla. Ma sono i furbi che mi danno fastidio. In cucina, oggi, vogliono tutti fare i compositori. Meglio gli esecutori perfetti. Come insegna Leonard Bernstein, così felice di eseguire alla perfezione un'opera da trarne un godimento assoluto. E da realizzare, a sua volta, un capolavoro. Anche chi fa una cucina i cui esiti non condivido, se è frutto di un percorso onesto, ha tutto il mio rispetto".

Quella molecolare, per esempio?
Riconosco lo stupore di un vapore. Anche se svanisce subito. Io cucino a mano, su misura".

Sembra che in Francia lei sia molto amato. Del resto, lì è stato protagonista di programmi in tv. Ed è un personaggio letterario: in 'Toscane(s)', di François Simon. Si sente più amato all'estero che in Italia?
"Mettiamola così: io voglio essere adorato. Se qualcuno mi vuole solo bene non mi basta".

Ha promosso Gelinaz, performance culinarie in forma di improvvisazioni jazzistiche con grandi chef. A che punto è?
"L'hanno distrutto. Gelinaz era un progetto generoso e libero, la mia risposta al copyright, parlava di condivisione rispettosa, di cucina. Introdurre un prezzo ha cambiato le cose. Ma mi ha dato la gioia di uno dei piatti più straordinari della mia vita: dessert di lingua di vitello e vino rosso".

Ha sempre avuto un rapporto in apparenza distaccato col denaro.
"Per me il prezzo deve avere etica. Anche perché è sempre solo una convenzione: come si può quantificare l'emozione, il sacrificio, la libertà, la passione che c'è dietro un piatto?".

Oggi ha voglia di riverificare il suo talento. Ma potrebbe riaprire un ristorante?
"Certo che sì, se ne avessi davvero voglia".

E come sarebbe?
"Non tradizionale, formale. Non m'interessa un ristorante con antipasto-primo-secondo, frequentato da persone che solo perché pagano credono di poter comprare la mia anima. Non cucinerò più per chi non ho voglia di farlo. Perché forse non ha più grande senso la gastronomia".

(23 dicembre 2009)
da espresso.repubblica.it


Pubblicato : 28/12/2009 da Sabina Minardi (da espresso.repubblica.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

La dignità della Catalogna

28/11/2009 18:02

Il ruolo della stampa


La parola "papel" ha diversi significati in spagnolo, letteralmente sarebbe la "carta", il "documento", ma vorrebbe anche dire "ruolo", "funzione". Si discute molto in questi giorni a Barcellona sul "papel del papel", ossia sul ruolo della carta stampata in un momento di crisi dell'editoria, nel quadro di una crisi economica generale dalla quale nemmeno Zapatero ha ancora capito come e quando si inizierà ad uscire. Il dibattito nasce da un'iniziativa, da alcuni definita "storica", che giovedì scorso hanno sbattuto in prima pagina ben 12 quotidiani catalani sotto il titolo La dignità della Catalogna. L'iniziativa, totalmente inedita nella storia del panorama giornalistico spagnolo, ha preso la forma di un editoriale anonimo in cui si difende l'importanza di mantenere integro il testo del nuovo statuto della regione autonoma catalana. Un testo approvato dal Parlamento catalano, dalle Camere di Madrid, firmato da Re Juan Carlos I, applaudito in referendum dal popolo a cui si riferisce... ma da ben tre anni allo studio del Tribunale Costituzionale per presunta incompatibilità con la Costituzione firmata nel 1978, durante la transizione dal franchismo alla democrazia. Ebbene, senza entrare nel merito della questione (il cui succo sarebbe: hanno diritto i catalani a considerarsi una nazione dentro la nazione spagnola e a conservare le proprie tradizioni, rendere obbligatoria la conoscenza della propria lingua e la presenza dei propri simboli nelle sedi istituzionali...?), quel che più interessa di tutta la faccenda è il fatto che dodici quotidiani abbiano deciso di mettersi d'accordo e pubblicare allo stesso tempo un documento che esercita una forte pressione su un alto tribunale.

La dignità della Catalogna è un testo ben scritto, redatto sostanzialmente per sollevare un polverone, per spronare politici, magistrati e anche semplici cittadini a prendere una posizione sulla discussione in merito alla necessità di concedere maggiore autonomia al popolo catalano. Si conclude con un appello ad una società responsabile, che potrebbe anche scendere in piazza, aizzata dalle parole pubblicate.
La stampa di Madrid ha alzato le barricate: "Impossibile scrivere più sciocchezze, con peggiori intenzioni, in così poco spazio", è stato uno dei commenti. La rivalità tra Barcellona e Madrid (domani si consumerà pure la "classica" sfida al Camp Nou tra le due squadre di calcio) ha raggiunto livelli di incandescenza abbastanza preoccupanti. Ma ancor più preoccupante, secondo il mio punto di vista, è il fatto che sia proprio la stampa a buttare legna sul fuoco e a cercare di condizionare la sentenza di un tribunale costituzionale, con minacce di protesta popolare più o meno velate. L'iniziativa ha raccolto moltissime adesioni, da tutti gli anelli della società catalana (economia, fondazioni, sport, cultura...). È un ruolo che la stampa deve iniziare a ricoprire, quello della pressione sulla istituzioni democratiche, per vendere di più o reinventarsi in qualche modo?


P.s. Un dato interessante che rinvigorisce il dibattito: lunedì prossimo, 30 novembre, un nuovo giornale inizierà a camminare nella selva dell'editoria spagnola. Si chiamerà Factual e sarà disponibile solo on-line. Le parole d'ordine sono queste: "Il giornalismo non si compra".
Chi lo compra e chi ha smesso di comprarlo? Questa secondo me è la domanda.

da unita.it


Pubblicato : 28/12/2009 da da unita.it | 0 commenti
Categoria : POLITICA

NON CONFONDERE LA CHIESA CON I SUOI GERARCHI...

 La Chiesa in decadenza? Mai stata così fiorente


Diffusione globale, fedeli di tutte le culture, Pontefici di alto livello, teologi di valore.

Cardinal Martini

Sono molte le lettere che denunziano una decadenza della Chiesa, descritta anche in termini drammatici. Vengono proposte cause e rimedi per questo fenomeno. Qui considereremo il fatto della decadenza (esiste o non esiste?), alcune ragioni di questo fatto e qualcuno dei rimedi proposti. Ma vorrei prima esporre alcune mie convinzioni.

Primo: sono dell’avviso che la storia ci mostri come la Chiesa nel suo insieme non sia mai stata così fiorente come essa è ora. Per la prima volta ha una diffusione veramente globale, con fedeli di tutte le lingue e culture; può esibire una serie di Papi di altissimo livello, una fioritura di teologi di grande valore e spessore culturale. Malgrado alcune inevitabili tensioni interne, la Chiesa si presenta oggi unita e compatta, come forse non lo fu mai nella sua storia.

Secondo: la Chiesa non va vista solo nel suo aspetto istituzionale, identificandola per giunta con la gerarchia, cioè con i preti, i vescovi e il Papa. Essa è composta da tutti coloro che credono in Gesù Cristo Figlio di Dio, attendono la sua venuta definitiva, lo amano e si comportano col prossimo come con Gesù stesso. Fanno parte o sono chiamati a far parte della Chiesa anche tutti gli altri uomini, i quali, come si esprime il Concilio Vaticano II, hanno «un solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti» (Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, n. 1).

Terzo: una tale società esiste nella storia e quindi ha anche bisogno di una struttura visibile. Perciò esiste nella Chiesa anche l’aspetto istituzionale, la cui configurazione però è primigenia solo in pochi punti. Per il resto è sottoposta alla legge dell’adattamento e del cambio, con risultati più o meno felici, come appare chiaramente dalla storia della Chiesa.
Ma di tutte le istituzioni di questo mondo essa è tra quelle che sono durate più a lungo e che hanno mostrato nei secoli una capacità grande di rinnovamento e di cambio. Basta pensare ai giorni del Concilio Vaticano II e alla carica di gioia che esso fece esplodere. Quarto: molte delle lettere contengono osservazioni oggettive, ma che nascono dalla considerazione del nostro mondo occidentale. Esse non tengono conto della vivacità e della gioia che si trova nelle chiese dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina. Vengo ora ad alcune risposte alle singole lettere.

Alla prima dico che il senso profondo di Dio e di Gesù Cristo è dato congiuntamente da una sensazione del cuore e dalla corrispondenza di questo sentimento con la grande Tradizione.
Essa, come dice il Concilio Vaticano II, progredisce «sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano nelle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità» (Costituzione dogmatica Dei Verbum, n. 8).
Mi pare qui molto ben descritto quanto avviene nel cuore dei credenti. E io ne ho conosciuti tanti così, anche in Occidente.

Alla seconda: la lettera contiene osservazioni oggettive e in parte condivisibili. Ma v’è anche da tener presente il tanto bene che c’è nella Chiesa, il fervore di molti laici, la dedizione di molti preti. Io ne ho conosciuti tanti e per questo posso parlare così. Sull’ultima proposta mi esprimerò più sotto. Per la terza lettera rimando a quanto ho detto sopra sulla Chiesa come istituzione storica, legata quindi anche ai rivolgimenti del mondo ma ancorata nella sua fede e speranza in Dio e capace di rinnovarsi continuamente. Essa ha avuto il coraggio, negli ultimi tre secoli, di sottoporre ad analisi critica le proprie fonti. Ha saputo perciò riconoscere e quanto nelle antiche storie sia dovuto al genere letterario e quale prezioso messaggio esse contengano. Convengo con l’autore della quarta lettera (e di molte altre che non trovano spazio per la pubblicazione) sulla noiosità di non poche prediche domenicali. Bisogna anche riconoscere che l’omelia è un genere difficile. Sono anche d’accordo sul fatto che ci voglia più gioia. Sant’Agostino diceva a questo proposito: «gaudens catechizet», cioè si faccia la catechesi con gioia.


27 dicembre 2009
da corriere.it


Pubblicato : 28/12/2009 da Cardinal Martini (da corriere.it). | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

E' morto Carlo Sgorlon, cantore del Friuli

E' morto Carlo Sgorlon, cantore del Friuli


È morto a Udine il giorno di Natale lo scrittore Carlo Sgorlon. La notizia è riferita dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia e dal presidente Edouard Ballaman che ha espresso cordoglio per la scomparsa dello scrittore e narratore che ha legato la sua vita e la sua opera al mondo friulano.

I funerali di Sgorlon, che con i suoi libri ha vinto diversi premi, si svolgeranno martedì 29 dicembre nella chiesa di San Quirino a Udine. «Di lui - ha sottolineato Ballaman - ricordiamo il carattere affettuoso e schivo, il grande amore per la sua terra, gli oltre quaranta riconoscimenti nazionali e internazionali, su tutti i due premi Super Campiello e lo Strega. Mi piace però sottolineare la continua ricerca di nuove esperienze letterarie che hanno portato Sgorlon, in cinquant'anni di attività, a un continuo innovarsi nella tradizione.

"Lingua, sentimento, sacralità, spiritualismo, ritorno alla natura - ha concluso Ballaman - sono solo alcune delle strade percorse da Sgorlon nelle sue opere. Con la sua scomparsa perdiamo uno degli scrittori più profondi della nostra terra e un narratore unico grazie alla sua capacità di rappresentare il reale nel fantastico e viceversa".

Carlo Sgorlon, il popolare scrittore di saghe legate al suo Friuli e raccontate con quella vena di realismo magico che lo imparenta al grande autore sudamericano Garcia Marquez, da lui del resto tanto amato e difeso, era nato nel 1930 a Cassacco, paese di neanche 3.000 abitanti in provincia di Udine, che aveva lasciato per trasferirsi nel capoluogo.

Dopo gli studi alla Normale di Pisa e a Monaco di Baviera, ha insegnato lettere nell'Istituto tecnico Zanon di Udine.
Autore di grande successo, ha scritto decine di romanzi, di cui due in friulano; ha tradotto in italiano parecchie fiabe friulane; ha vinto i più importanti premi letterari, tra cui il Supercampiello (due volte, unico tra gli scrittori italiani contemporanei), lo Strega, il Nonino. È stato tradotto in varie lingue.

La sua narrativa, di tonalità epico-sacrale, è venuta creando via via una vera e propria epopea della sua terra. Nel suo ultimo libro, La penna d'oro edito da Morganti, Sgorlon ha raccontato senza veli, con ironia e disincanto, se stesso e i suoi rapporti con il mondo letterario, spesso difficili, confessando l'amarezza per il suo isolamento dagli altri scrittori e per non esser stato «ricambiato in forme piene e convinte» da quel Friuli a cui riconosceva la matrice della sua creatività, ma che avvertiva alquanto disattento nei suoi confronti.
Il motivo poi lo aveva scritto lui stesso a chiare note: «i friulani hanno molte doti, da me largamente rappresentate - aveva affermato - ma tra esse la magnanimità è molto rara».

26 dicembre 2009
da unita.it


Pubblicato : 26/12/2009 da da unita.it | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Fascino della grande città.

Il fascino intatto della grande città

di Luca De Biase


«Che ci faccio qui?» si chiedeva in un celebre libro il viaggiatore Bruce Chatwin. Già: bastava quella domanda a evocare la fascinazione per l'immensità di alternative che vive chi pensi di poter scegliere il posto dove stare. Ma in fondo come si sceglie? Se per molti la vita finisce dove comincia, coloro che partono se ne procurano un'altra. Vanno in cerca di fortuna: e si sa, spesso, la fortuna si cerca nella grande metropoli. Mentre gli altri stanno dove sono nati, il paese, la piccola città, dove ci sono i legami sociali, la casa della famiglia, il lavoro, la tradizione. A chi toccherà la vita migliore? Meglio la grande o la piccola città?
Ovviamente, dipende da dove si è nati. E da perché e per dove si parte. Alcune risposte si trovano nella 20ª edizione dell'indagine sulla qualità della vita nelle province realizzata dal Sole 24 Ore e pubblicata ieri.

L'indagine dimostra che le città piccole non sono tutte uguali: per chi decide di restare a casa - secondo i dati, freddi ma verificabili - è molto meglio essere nati a Belluno, Macerata o Trento, piuttosto che ad Agrigento, Caserta o Foggia. Ma per chi vuole partire, è meglio puntare a una piccola città o a una metropoli? A questa domanda, l'indagine risponde meno chiaramente. Nella classifica, la prima città di dimensione consistente è Bologna, 13ª, mentre Milano è 19ª e Roma 24ª. In testa, appunto, Trieste, Belluno, Sondrio, Macerata e Trento. Eppure le persone cercano fortuna a Milano e non a Sondrio, a Roma molto più spesso che a Macerata. Perché?
La scelta del posto dove andare a vivere non dipende dalla graduatoria della qualità della vita, calcolata in base al tenore di vita o alla sicurezza. Dipende dall'attrattività di una città: da ciò che promette, dalle opportunità che offre, dalle eccellenze che contiene, dalla leadership culturale che riesce a esercitare. E non è un caso se chi si gioca la vita andando altrove cerca, quasi sempre, la metropoli. Lo hanno dimostrato Londra, Parigi, New York. Lo dimostrano Mumbai, Shanghai e Shenzhen.
Sarà sempre così? È probabile, anche se non è certo. Richard Florida, il controverso teorico della "classe creativa", ha avuto il merito di sottolineare come nell'epoca della conoscenza, i luoghi dove si trovano molte persone di talento, con buone infrastrutture e una cultura aperta, attraggono altre persone di talento, investimenti e varietà di idee, innescando lo sviluppo economico e sociale: e quei luoghi sono spesso sono le metropoli, anche se niente impedisce alle piccole, intelligenti città, di darsi una strategia di crescita. Tanto è vero che Charles Landry, che ancor prima di Florida aveva lavorato al valore della creatività, ha dimostrato che è possibile - e necessario - gestire il governo locale con una visione di lungo termine, per alimentare lo sviluppo culturale e mantenere viva l'attrattività di una città: una metropoli può decadere, come una piccola città può crescere.
Certo, qualcosa conta anche la politica. La dimensione di una città è un vantaggio e un vincolo. Se cresce troppo più della qualità di chi la gestisce e la pensa, la dimensione diventa un freno più che un acceleratore. Le preoccupazioni espresse nei recenti libri di Marco Alfieri e Claudio Cerasa, rispettivamente su Milano e Roma, sono fondate. Anche perché mentre la politica passa il tempo a ridefinire le sue strategie, l'evoluzione delle città non si ferma. Attorno a Milano, dice il Censis, ormai si è sviluppata una megalopoli di nove milioni di persone. Pensarla è la premessa per gestirla.

Sta di fatto che mentre i piccoli centri continuano a dimostrarsi qualitativamente migliori, l'attrattività dell'idea di metropoli non cessa di esercitare il suo fascino. Il che è dimostrato, per esempio, dalla strategia di chi osserva tra Faenza e Rimini la crescita di una città che non è mai stata nominata e vorrebbe cominciare a riconoscere. Del resto, l'idea di metropoli attrae persino qualche visionario veneto che sostiene, sul modello di Toronto, l'opportunità di unire anche organizzativamente Venezia, Padova e Treviso in una metropoli, per fare un polo di attrazione adatto all'epoca della conoscenza.
Insomma, la metropoli resta un centro di fascino. Poca qualità ma grande prospettiva. La vicinanza dei luoghi dell'eccellenza allargano - o sembrano allargare - le opportunità: molti non ce la fanno, sicché la qualità della vita resta più bassa; ma quelli che ce la fanno salgono più in alto di chiunque sia rimasto nella piccola città che aveva chiamato "casa". L'ambizione, l'astrazione della metropoli è il centro di gravità che attrae moltissimi in cerca di fortuna e pochi fortunati. Le molte fragilità e i pochi successi sono il risultato complessivo. Come cercare un equilibrio? In realtà, non esiste una metropoli sana senza una sana costellazione di piccole città. L'avventura è ovunque, nelle piccole o nelle grandi vite. Il progresso è l'insieme. E chiunque lo voglia ridurre a una delle sue componenti, fa ideologia o romanzo.

20 dicembre 2009
© RIPRODUZIONE RISERVATA
da ilsole24ore.com


Pubblicato : 25/12/2009 da Luca De Biase (da ilsole24ore.com) | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

La Spagna accoglie un albino ecco perchè.

«In Mali rischia la vita»

La Spagna accoglie un albino

di Rachele Gonnelli


Quando si tratta di magia è facile che un uomo, una persona magica, si trasformi in un animale o in una cosa. Se nasci albino in un villaggio dell’Africa occidentale, con i tratti somatici uguali a tutti gli altrimai colori virati al bianco come in un negativo fotografico, può succedere che ti rincorrano per strada non solo per insultarti e darti del «fantasma» o del «diavolo», ma per tagliarti le dita delle mani o dei piedi e farne amuleti. Per farti a pezzi, come una cosa appunto, e preziosa per giunta. La tua pelle e il tuo scalpo, crespo ma biondo, le tue ossa, il tuo sangue varranno migliaia di dollari per i riti magici degli stregoni in zone tribali intorno al Lago Vittoria.

Essere rincorsi per strada da qualcuno che ti vuole smembrare e vendere come una bambola vudù è successo almeno tre volte a Abdoulaye Coulibaly, 22 anni, che in questi giorni festeggia il riconoscimento dello status di rifugiato in Spagna dove è arrivato a marzo, sulla spiaggia di Tenerife, sbarcando da una piroga con altri 25 «clandestini». È la prima volta che l’asilo politico viene riconosciuto ad un albino che scappa per le violente discriminazioni subite in Africa. Abdou scappava dal Mali, dove non viveva malissimo. Conun diploma di scuola superiore, vendeva accessori per telefonini comeambulante. Il 26 marzo scorso si trovava vicino allo stadio di Bamako, la capitale, quando è stato nuovamente accerchiato da gente che voleva letteralmente fargli la pelle. È riuscito a darsi alla fuga e ha quindi deciso di proseguire fino ad un luogo veramente più sicuro: la Spagna, che lo ha accolto grazie anche all’intercessione e al sostegno di Salif Keïta, l’albino africano più famoso al mondo, pioniere della world music e oggi grande benefattore degli albini malati e poveri di Bamako. Anche Salif Keïta, oggi sessantenne, ha dovuto subire l’ostracismo di suo padre.

IL RAGAZZO D’ORO
Non si tratta propriamente di razzismo, tanto meno di pazzia collettiva, quanto piuttosto di una considerazione magica verso chi nasce senza pigmentazione nelle pratiche animistiche ancora molto praticate specie nelle aree rurali dell’Africa Nera. In Mali è considerato portatore di malocchio e sventure, in Tanzania di soldi facili e fortuna. Proprio in Tanzania, dove pure il presidente Jakaya Kikwete ha dato il via ad una operazione «tolleranza zero» già dal 2007 ed è stata elettauna parlamentare albina, Alshymaa Kwegyr, negli ultimi due anni ci sono stati 25 casi di mutilazioni e uccisioni rituali di albini. In Mali sette strangolati negli ultimi mesi. Altri 11 in Africa centrale. Neanche le condanne a morte degli assassini, l’ultima nel settembre scorso, servonocomedeterrente. Perchè, come dice lo stesso Keïta, «non siamo considerati esseri umani». Eppure non è tanto raro vederne. L’incidenza di questa anomalia genetica in Africa è un nato ogni 2mila contro uno a 17mila in Europa. Soltanto il2%però sopravvive oltre i 40 anni. Se non sono gli stregoni, è la mancanza di cure mediche, e il sole implacabile, ad ucciderli.

23 dicembre 2009
da unita.it


Pubblicato : 24/12/2009 da Rachele Gonnelli (da unita.it) | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

Igor Man il cuore di un maestro.

19/12/2009

Il cuore di un maestro
 
MARCELLO SORGI


Yes, I know, listen my friend...»: dal suo gabbiotto in redazione, la voce arrivava tonante. Igor parlava insieme arabo e inglese.
Aveva l’accento yankee di tanti della sua generazione che avevano conosciuto gli americani durante la guerra. Nei giorni della crisi di Sigonella e dei due missili lanciati da Gheddafi su Lampedusa, era uno spettacolo vederlo lavorare, appeso al filo incerto di una telefonata libica.

Igor Man era un tipo unico, a cominciare dal nome d’arte che s’era dato ed era riuscito non si sa come a far stampare sui suoi documenti. Aveva un metabolismo mediterraneo, gli era rimasto attaccato il fuso orario dei vecchi giornalisti che andavano a dormire tardissimo, con la prima copia fresca di stampa ritirata alla rotativa. Personaggio da film, era uno degli ultimi di un’epoca romantica e appassionata.
In Vietnam mentre la moglie adorata, Mariarosa, metteva al mondo suo figlio: il telegramma per avvertirlo lo raggiunse quando il piccolo Federico era già tornato a casa. E poi in Cile, a Cuba, a Panama e in Costarica: per molti anni non c’era guerra o guerriglia, crisi grande o piccola nel mondo che non lo vedesse schierato in prima linea. Allora le missioni duravano mesi, la tv quasi non c’era, gli articoli si mandavano col telegrafo e cominciavano con il fatidico distico «dal nostro inviato speciale». In quell’aggettivo c’era un che di avventura, di sogno, di coraggio, che faceva desiderare anche all'ultimo dei cronisti di essere, chissà, un giorno, come il leggendario Igor Man.

A un certo punto della sua lunga carriera, Man aveva preso una sorta di seconda cittadinanza in Medio Oriente e nel mondo arabo nostro dirimpettaio e non ancora soffocato dal fondamentalismo. Andava e veniva, tornava e ripartiva, allungava orgoglioso il lungo medagliere di foto dei suoi intervistati. Accanto a Che Guevara, ad Allende, a un gruppo di misteriosi guerriglieri boliviani armati fino ai denti, a un Kennedy avvicinato svagatamente a un ricevimento a Washington, da un elegantissimo Igor in dinner jacket e papillon, comparvero così l’israeliana Golda Meir, l’egiziano Mubarak, il vecchio re Hassan II del Marocco, il ras della Tunisia Bourguiba, e poi, in varie pose, un Arafat di cui Man era spesso ospite esclusivo e autorizzato, raro privilegio, a descriverne la vita riservatissima nella casa araba dove il the bolliva lento tutto il giorno, tra nuvole d’incenso e fiori di gelsomino sparsi un po'dappertutto.

Con molti anni di anticipo, Man aveva capito che dalla sponda orientale a noi più vicina la polveriera islamica stava incubando dentro e attorno a un Occidente del tutto impreparato a contenerla. Per questo Igor, che aveva visto nascere il khomeinismo in Iran, era desolato quando gli americani avevano dovuto abbandonare la Somalia infestata dai fondamentalisti. Ed era disperato di fronte alla prima guerra del Golfo, quella del '91 in cui l'Italia si commosse per le gesta eroiche del maggiore Bellini e del capitano Cocciolone, ma non immaginava neppure cosa sarebbe accaduto dieci anni dopo. Toccò a Man raccontare nella sua rubrica «Diario arabo» la cultura, i valori e anche gli eccessi del mondo islamico: lo faceva umilmente, in trenta righe, tutti i giorni. E ogni articolo si concludeva con una «sura», una massima del Corano.

In quel periodo Igor veniva sempre a lavorare alla redazione romana. Arrivava verso l’una, freschissimo, elegante nella sua camicia candida, le frezze bianche sulla capigliatura corvina ravviate all'indietro e un'allure di profumo esotico che si lasciava alle spalle. L’incarnato scuro, la pelle sempre abbronzata già al primo sole primaverile, tradivano la sua origine catanese. I piccoli occhi verdi, alti su due zigomi sporgenti, svelavano la sua metà asiatica, ereditata dalla madre russa. Mentre il talento del grande giornalista trasudava dallo sguardo mobile, dalla battuta pronta, dal gusto dei dettagli, scovati tra le pieghe di un articolo o in un'immagine di tg. Per molti di noi, Man è stato un maestro, oltre che un amico affettuoso. Memorabile era il suo modo di trasmettere i vecchi trucchi artigiani del mestiere, come quando spiegava che in un’intervista difficile, con poco tempo a disposizione, era inutile bombardare l’intervistato con una raffica di domande. Meglio puntare al cuore, che alla testa. Scegliere, sulla sua scrivania, un oggetto, una foto, una cosa di nessuna importanza, ma che magari, notati con finta sorpresa, potessero ammorbidire il clima dell’incontro.

Era anche generoso, pronto a fare qualsiasi cosa necessaria al giornale. Quando morì Edoardo Agnelli, lui ch’era stato sempre vicino
all’Avvocato, si offrì di scriverne il ritratto. Scoprimmo così che quel ragazzo che aveva scelto di concludere tragicamente un’esistenza tormentata, per qualche tempo si era interessato alle filosofie orientali, e aveva trovato in Man un sostegno e un interlocutore.

Quella volta Igor scrisse, non un articolo, ma una bellissima lettera ai genitori di Edoardo. Per confortarli, nel giorno più difficile della vita.

da lastampa.it


Pubblicato : 23/12/2009 da Marcello Sorgi (da lastampa.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

IGOR MAN

19/12/2009

Scrittore non solo cronista
 
ARRIGO LEVI


Igor è stato uno dei grandi inviati della mia generazione. Inviato a tutto campo. Ci incontrammo la prima volta nel dicembre del 1956. Ci trovavamo a Porto Said, dove io ero stato spedito da Londra dal Corriere della Sera al seguito dell’esercito britannico (giovane inviato, accanto a quel grandissimo inviato che era Virgilio Lilli al seguito dell’esercito francese), dopo la fulminea occupazione del Sinai da parte d’Israele e l’intervento militare sedicente «pacificatore» di Francia e Gran Bretagna. A dicembre, risolta in qualche modo la crisi seguita alla nazionalizzazione del Canale di Suez da parte di Nasser (una singolare commedia degli equivoci, risolta da un duro intervento del presidente Eisenhower che fermò non solo Ben Gurion, ma anche Eden e Guy Mollet), arrivò a Porto Said il primo treno proveniente dal Cairo, con a bordo un’altra squadra di inviati. Igor era tra questi.

Sto parlando di oltre mezzo secolo fa, eravamo tutti e due trentenni o poco più e stavamo facendo il lavoro più divertente, o almeno così mi pare, che possa fare un giornalista: l’inviato speciale, col mondo intero come territorio in cui esercitare l’arte del cronista, che è poi la quintessenza del giornalismo. Noi due appartenevamo, con Ronchey, Bettiza, Pieroni, Ottone e altri ancora, alla prima generazione postbellica, e ci confrontavamo con una generazione di grandi giornalisti affermatisi prima della guerra e durante la guerra. Ho nominato Lilli, cito ancora Luigi Barzini junior, che si era formato alla scuola americana e che vantava una sorta di primato per diritto ereditario, e ancora Vittorio Gorresio, Max David, Vittorio G. Rossi, tralasciando troppi altri nomi «Loro» ci sembravano, ed erano, giornalisti-scrittori, talvolta più scrittori che giornalisti, o così sembrava a noi. «Loro» sapevano poco o nulla di economia, noi eravamo, o ci sembrava di essere, più «moderni», più aggiornati culturalmente, anche se dicevamo di avere meno ambizioni letterarie.

Igor ora se n’è andato, ha lasciato all’improvviso i suoi affezionati lettori e i suoi amici e rivali di tutta una vita. Fra tutti noi, Igor era forse, per istinto, il più esotico nei suoi interessi. Quando diventai, nel 1973, direttore della Stampa, era considerato uno specialista sia di America Latina sia di Medio Oriente. Quelle vaste aree del globo le aveva girate da un capo all’altro, era stato testimone di tutte le crisi e aveva incontrato tutti i grandi protagonisti che meritasse incontrare. Lo sanno bene i suoi lettori, che hanno gustato ogni sette giorni i suoi ricordi di Vecchio Cronista su questo giornale. Igor si chiamava davvero, per ascendenza parzialmente russa (lo incontrai un giorno a Zurigo dove era andato a trovare nel più famoso Grand hotel una vecchia zia, gran signora, che parlava un russo musicale ed elegante che le generazioni successive hanno dimenticato). Il cognome Man, al posto del siciliano Manzella, gli era parso, giustamente, più esotico e più adatto al mestiere che faceva. Una piccola dose d’inventiva era pur necessaria, in quel nostro mestiere. Senza esagerare.

Avevamo, tutti noi, mogli che sopportavano come un destino le nostre frequenti, lunghissime assenze. Forse per questo quasi tutti abbiamo goduto di lunghissime unioni coniugali, con la moglie che diversi di noi avevano incontrato in giro per mondo. Igor, col suo volto un po’ asiatico, si considerava giustamente il più bello, e il più estroso di tutti. E sapeva scrivere, e come sapeva scrivere! In verità era scrittore, e non solo cronista. Anche se gli capitava, come a tutti noi, di mandare il pezzo sulla crisi del giorno, guerra o colpo di Stato che fosse, due ore dopo essere giunto sul posto. Gli autisti di tassì che ci avevano pescati all’aeroporto erano i nostri primi preziosi informatori; quando non accadeva che il pezzo l’avessimo già abbozzato in aereo. Era ovvio che i precedenti li conoscevamo già alla partenza, i protagonisti spesso li avevamo già incontrati, avevamo i numeri di telefono di chi poteva dirci qualcosa di più del tassista, e anche il primo pezzo aveva quel tanto di genuinità cronistica e quel piglio un po’ garibaldino che ci si attendeva da un «grande inviato». Come Igor Man, che ora ci ha lasciati bruscamente, da un giorno all’altro. Accade, alla nostra età. La schiera dei compagni d’una vita si assottiglia.

da lastampa.it


Pubblicato : 19/12/2009 da Arrigo LEVI (da lastampa.it) | 0 commenti
Categoria : CULTURA


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