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| Il costo della guerra sui civili. |
La storia - Le testimonianze di chi ha «subito» il conflitto. Le vittime innocenti di ogni guerra, donne e bambini
Tutti vittime di bombe, lager e fame Ma dove sono fascisti e partigiani?
Il costo della guerra sui civili.
Le città distrutte, la gente che perde tutto
Su cento testimonianze giunte a 'La memoria va Online', il progetto del Corriere della Sera sulla seconda Guerra Mondiale, il 30% riguarda i bombardamenti sui nostri centri urbani da parte degli anglo-americani, il 26% la prigionia e la terribile esperienza dei soldati italiani internati nei lager tedeschi, il 18% le privazioni patite sul fronte interno, la fame e il freddo soprattutto. Tre quarti delle testimonianze sono dunque di vittime. Percentuali ad una cifra trattano invece di episodi specifici lo sfollamento nelle campagne, il giorno della Liberazione o quello caotico dell'Armistizio proclamato dal maresciallo Badoglio l'8 settembre 1943.
Curiosamente, una minima frazione delle lettere al Corriere sono dedicate al ruolo che il Fascismo ebbe nella vita degli italiani in quello stesso periodo. Chi ne parla lo fa indirettamente, quasi per caso. Lo stesso vale per la guerra partigiana. Eppure Resistenza e Fascismo sono i due poli sui quali, di solito, si concentra il dibattito 'ufficiale' su quel periodo storico. E' un esempio di come la politica sia lontana dal vissuto della gente? Di come, ieri in Italia quanto oggi in Afghanistan, Sudan, Pakistan, la guerra pesa su civili che non si interessano delle motivazioni che l'hanno provocata? Oppure, ha ragione Aurelio Lepre che scrive qui a fianco: anche i lettori del Corriere vogliono rimuovere parte della loro memoria? Ammettere un errore dovrebbe essere segno di maturità. Invece nessuno ha raccontato quando applaudì il Duce o partecipò ad una spedizione punitiva contro fascisti. La risposta ai lettori.
Andrea Nicastro
Ecco una carrellata di alcune tra le ultime testimonianze giunte all'indirizzo mail memoria@corriere.it.
8 SETTEMBRE 1943
«L'8 settembre ero sulle montagne sopra Dubrovnik - scrive l'ex soldato Giacomo Bonelli - , provammo a scappare in due per rientrare in Italia, ma poi capimmo di essere a più di mille chilometri di distanza. Tra noi e casa sia i partigiani di Tito sia le truppe naziste. Ci consegnammo al comando tedesco e finimmo in un campo di raccolta gestito dagli ustascia, i fascisti croati ».
Angelo Brioschi, ricorda invece quel giorno a Lecco perché «tutta la città partecipò al saccheggio della caserma abbandonata dagli alpini, piena di ogni ben di dio. In poche ore fu svuotata completamente anche delle armi e munizioni. Tre militari tedeschi furono sufficienti a ripristinare l'ordine».
BOMBARDAMENTI
Milano bruciava, scrive Liliano Maso, ed evidentemente le gabbie dello zoo di via Palestro erano state danneggiate dalle bombe. «Ricordo gli scimpanzé scorrazzare liberi facendo piroette e addirittura inseguendo i rari passanti».
Giuseppe Bestetti era invece in Corso San Gottardo quando una bomba incendiaria inglese centrò un edificio dove si stagionavano forme di formaggio. «Si sentì una voce: ’Hanno colpito la casera! Hanno colpito la casera’. I vicini si guardarono l'un l'altro, fino a che i più temerari uscirono dal rifugio antiaereo e corsero fra le rovine per prendere le forme di grana. La scena era un misto di tragico e ironico». Tra le fiamme e le macerie che invadevano il Corso «le persone facevano rotolare le forme di formaggio come bambini che giocassero a cerchio».
PRIGIONIA
Ercole Destro venne catturato con tutto il suo reparto dai tedeschi poco dopo l'Armistizio e, al suo rifiuto di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, venne condotto in un lager tedesco. «Fui sorpreso nell'incontrare tra gli ’ospiti’ del campo, diversi ragazzini sovietici. Erano sempre affamati come tutti noi e all'ora del pasto alcuni di loro approfittando di un attimo di assenza dell'addetto alla distribuzione della zuppa, si precipitavano verso gli enormi pentoloni immergendovi le loro gavette per riempirle di quella brodaglia. Quindi scappavano a nascondersi nel folto gruppo dei prigionieri in coda. Le loro scappatelle erano viste da tutti noi con assoluta comprensione perché erano bambini affamati, infelici e soli. Un triste giorno però le guardie piombarono su due ragazzini. Immersero le testoline nella zuppa bollente, trattenendovele per qualche tempo nonostante i tentativi di ribellione dei malcapitati. Li estraessero da quella brodaglia rantolanti e li portarono via, senza farci conoscere il luogo e la conclusione di quella orribile vicenda » .
«A me toccò un campo di lavoro per l'estrazione di carbone da miniera profonda - scrive Antonio Brossa, un altro ex internato - . Non ci venne detto il nome del campo, né documenti, solo un numero di matricola cucito sul vestito e scritto su un tabellone. Non so se la miniera fosse privata o statale: noi comunque eravamo a contatto solo con personale militare, sia Wehrmacht sia SS. La vita era disumana; il lavoro durissimo, sette giorni su sette; l'alimentazione scarsissima: un panino da forse un etto da dividere in due, e un mestolo di brodaglia di rape o cavoli con un po' di margarina al giorno; di notte si dormiva stanchissimi in baracche di legno gelide, torturati da pidocchi e zecche che spesso producevano grosse piaghe sulla pelle; di cure mediche non si poteva neanche parlare; di scrivere a casa neppure. Ho visto molti miei compagni morire di inedia. Succedeva spesso agli uomini alti e robusti: lavoravano fino all'ultimo, poi diventavano gialli, si gonfiavano e d'improvviso cadevano. Sono stato sei mesi, forse più, senza vedere la luce del giorno: solo miniera di giorno e baracca di notte».
FASCISMO
«I ritratti del Re e del Duce erano appesi alla parete insieme al crocefisso. La mattina, entrando in classe facevamo il saluto romano rivolti verso di loro e poi recitavamo una preghiera - scrive Vittorio Tanzi e poi: In seconda elementare ero diventato Balilla: ciò mi obbligava il sabato mattina ad indossare la divisa e fare le esercitazioni nel cortile della scuola. Ci andavo malvolentieri perché i pantaloncini di panno grigioverde della divisa erano così ruvidi che mi pizzicavano le gambe. Facevo tutto il possibile per non andarci, anche inventando finti malesseri. Una volta mio padre se ne accorse e mi sgridò. Era un uomo d'ordine, non ammetteva disobbedienze».
LIBERAZIONE
A Milano, ricorda Nada Reale, «i marciapiedi della via Marochetti e il Corso Lodi erano gremiti di gente. Eccoli! Eccoli!. Evviva, evviva i liberadur!. Tutti urlavano e battevano le mani con entusiasmo irrefrenabile. Io, bambina, non capivo. Avevo tanto sofferto nelle cantine della nostra casa in Via Polesine, quando sentivo il sibilo delle bombe sganciate dagli aerei nemici e stavo ad aspettare il boato dell'esplosione».
Dalle alture dietro Rimini, Maurella Salvatore Dell'Acqua, ci regala un altro flash della Liberazione: «Arrivarono gli alleati. In quel paesino erano inglesi con le truppe indiane. Mi venne l'itterizia per lo spavento. Era l'uomo nero con il turbante». «La mattina del 25 Aprile scesi a Savona - scrive Graziella Panconi - e trovai una città sommersa di bandiere tricolori. Il buio, il freddo, la paura erano finiti. Prima c'era la guerra, ora non c'era più. Un mondo scompariva e un altro stava arrivando».
29 novembre 2009 da corriere.it
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| BASTA LA PAROLA |
Basta la parola
Moni Ovadia
Alcuni anni orsono, a seguito del grande successo del film «Train de Vie» di cui avevo curato la versione italiana dei dialoghi, ricevetti la proposta di curare anche i dialoghi italiani di un film di produzione tedesca intitolato «Commedian Harmonists». La pellicola racconta la storia e le tribolazioni di un gruppo vocale formatosi a Berlino alla fine degli anni '20 del secolo scorso. L'ensemble, dopo le iniziali difficoltà proprie di ogni impresa di quel tipo, riusci a conquistare una straordinaria fama anche all'estero e i Commedian Harmonists divennero delle superstar proprio negli anni in cui saliva al potere il partito nazista. Il gruppo musicale, i cui componenti erano per metà ebrei cominciò a subire progressive vessazioni e alla fine fu costretto a sciogliersi.
I componenti ebrei emigrarono.
Il film, molto bello a mio parere, ha avuto un grande successo nei paesi di lingua tedesca ma non in Italia dove è stato equivocato, e persino accusato di essere un film revisionista.
L'accusa, ingiusta, si basava sul fatto che il film mostra solo i primi due anni del potere nazista, quelli del nazismo dal volto ambiguo, la cui vera violenza è ancora sottotraccia, la cui natura genocida non è ancora sbocciata e la vocazione antisemita non ancora legalizzata. La legislazione antisemita sarà varata solo nel '35. Questo episodio mi è tornato alla mente leggendo e ascoltando la propaganda, i provvedimenti comunali e il progetto politico generale nei confronti di rom, clandestini e stranieri della Lega Nord.
Leggete i loro proclami e le loro farneticazioni sostituendo alla parola clandestino, o rom la parola ebreo. Ritroverete lo stesso clima del primo nazismo. Ora, fate un ulteriore sforzo e pensate cosa farebbero se l'Italia si trovasse in un contesto più drammatico come un conflitto armato.
28 novembre 2009 da unita.it |
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| Beato chi mangia... |
Foto
d'archivio |
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| Beato chi mangia... |
29/11/2009
Anche a Natale non dimenticate frutta e verdura GIORGIO CALABRESE
Da quando il Presidente Obama ha lanciato la giusta campagna per la sanità gratis a tutti, specie ai non abbienti, dagli Usa arrivano buoni consigli per dimagrire, o per non ingrassare durante le feste natalizie. Fra i cinque consigli fornitici, ce ne sono alcuni che sono proprio da seguire. Altri sono, invece, un po’ eccentrici, un po’ all’americana vecchia maniera. Condivido quando si afferma che non serve fare il digiuno preventivo, per poi ingozzarsi durante il pranzo di Natale.
Bisogna, infatti ricordare che il metabolismo ha dei minimi ma anche dei massimi calorici da rispettare ogni giorno, per cui è bene aumentare, per ogni pasto precedente, cibi ricchi di fibra, come legumi, cereali, verdura e frutta. Anche il secondo consiglio è saggio ma è generico: le quantità dei cibi debbono essere definite in base alla loro costituzione, quindi dimezziamo i cibi grassi, specie quelli di origine animale, diminuiamo un po’ i carboidrati, ma raddoppiamo le verdure e la frutta fresca di stagione, meglio se ambedue di filiera corta.
Il terzo consiglio è tipicamente americano: c’è sempre un cibo che non ti piace che si deve evitare; e se questo fosse proprio la verdura o la frutta? Meglio, quindi, limitare quei cibi che ci piacciono molto ma sono ipercalorici. Per il quarto consiglio non bisogna camuffarsi da saggi salutisti americani, perché non basta mangiare una carotina o tre noci prima della festa in ufficio, meglio assaggiare ciò che assomiglia a cibo povero di calorie e magari sorseggiare alla fine una flute di spumante e poi, una volta a casa, nutrirsi con un po' più di proteine, come carne o pesce, e meno di carboidrati, come pane o pasta o riso, ma senza eliminarli. Infine, per quanto riguarda il quinto e ultimo consiglio, quello che riguarda il giorno dopo, va bene la colazione più ricca di fibre, ma bisogna evitare la grossa fetta di panettone o di pandoro avanzata il giorno precedente, che è molto gustosa ma anche tanto grassa.
A pranzo è meglio un buon minestrone di legumi misto a verdure euna macedonia di agrumi, pere e mele. Un’ultima concessione italiana: a Natale non fatevi mancare un buon bicchiere di vino durante il pasto, e alla fine va bene brindare con una gustosa flute di vino dolce, come moscato o simile.
da lastampa.it |
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| Giuseppe Fava ucciso due volte prima la mafia, poi le calunnie |
La storia del giornalista torna grazie ad un libro.
Dopo l'omicidio anche la delegittimazione
Si disse persino che era corrotto, in modo da nascondere i suoi testi, le sue parole
Giuseppe Fava ucciso due volte prima la mafia, poi le calunnie
di ROBERTO SAVIANO
Anticipiamo parte della prefazione di al romanzo di Giuseppe Fava, "Prima che vi uccidano" (Bompiani pagg. 406, euro 19)
GLI sparano cinque colpi alla testa. Tutti mirati alla nuca. Per ammazzarlo e per sfregiarlo. Chi nasce al Sud sa bene che non tutti i modi di ammazzare sono uguali. Alle mafie non basta eliminare. Nella modalità della morte è siglata una precisa comunicazione. Giuseppe Fava, Pippo per chi lo conosceva, lo sfregiano sparandogli in testa quando si sta muovendo in una situazione che non c'entra nulla col suo lavoro. L'esecuzione di Pippo Fava gli uomini di Cosa Nostra la compiono il 5 gennaio 1984, mentre sta andando al Teatro Verga a prendere sua nipote che aveva appena recitato in Pensaci Giacomino!, l'inno pirandelliano al nostro eterno Stato incapace. Ma la morte di Pippo Fava non termina con quegli spari. Non si esaurisce con quel singolo atto di violenza. La si stava preparando da tempo e sarebbe continuata per molto tempo ancora.
Nei giorni tra Natale e Capodanno, poco prima di essere ucciso, Giuseppe Fava riceve in dono dal cavaliere Gaetano Graci ? uno dei proprietari del "Giornale del Sud", quotidiano che dirigeva prima di fondare "I Siciliani" e da cui era stato licenziato per, diciamo così, divergenze nella linea editoriale ? una quantità smisurata di ricotta e una cassa di bottiglie di champagne. Nella simbologia mafiosa questi due elementi sono molto chiari. Dicono: ti ridurremo in poltiglia e brinderemo sulla tua bara.
Ma fare questo, brindare alla sua eliminazione fisica, non è sufficiente. Pippo Fava sembra dar fastidio anche da morto. Si vuole evitare che diventi un simbolo. Comincia così una vera e propria campagna di delegittimazione in cui si mescolano, con perizia, verità e menzogne.
Non c'è alcuna volontà di indagare sugli assassini e questo lo si capisce subito, il giorno stesso del funerale, quando il sindaco di Catania, in totale spregio di ciò che è accaduto, dichiara che: "Catania è una città che non ha la mafia. La mafia è a Palermo". L'odio che da allora in poi il territorio di Catania riversa sulla memoria di Giuseppe Fava è paragonabile a un secondo omicidio. Poliziotti e politici, notabili e persone qualsiasi, tutti pronti a ripetere che non era un omicidio di mafia, tutti a insinuare la pista del delitto passionale. Tutti a dire "mannò, ma quale eroe?". Tutti a insultarlo con la più degradante delle balle: misero in giro la voce che fosse un puppo, cioè un omosessuale pronto ad adescare ragazzini fuori dalle scuole. Voci che vogliono creare intorno un'aura di sospetto, allontanare il peso infamante del sangue versato. A difenderlo resta solo quella parte di Catania per cui l'impegno contro la mafia è istinto di pancia più che vanto ideologico.
Negli anni successivi si battono le piste più improbabili per cancellare la realtà dei fatti. Furono indagati tutti i movimenti economici di Fava, i suoi conti correnti ridotti a poche lire dopo che per fondare "I Siciliani" aveva venduto tutti i suoi averi nella convinzione che in Sicilia l'unico modo per fare informazione fosse possedere un proprio giornale. Il conto di Pippo Fava fu sezionato. Fu ordinata una delle prime inchieste favorite dalla legge La Torre, legge creata per indagare sui patrimoni di mafia, e invece, ironia della sorte, a essere inquisiti furono i conti correnti dei giornalisti de "I Siciliani".
Soltanto dieci anni dopo, nel 1994, c'è una svolta nelle indagini. Un pentito, Maurizio Avola, comincia a parlare e si autaccusa dell'omicidio Fava. Racconta di aver fatto parte del gruppo di fuoco permettendo così di riaprire il caso. Da quel momento in poi la magistratura catanese inizia a ricostruire le tracce di ciò che era realmente accaduto. Dieci anni di accuse, di insulti, di sputi, a cui la famiglia e gli amici hanno dovuto resistere senza segnali di solidarietà e di speranza. Dieci anni in cui a infangare la sua memoria non era Cosa Nostra ma un territorio che non voleva saperne di vedere tracce di mafia nella propria imprenditoria. Un territorio dove chi invece a quel mondo dava un nome era come se mettesse le mani addosso alle anime e alle coscienze di ognuno. Meglio continuare a sfregiare la memoria di Pippo Fava con le più banali insinuazioni. Meglio nasconderlo all'opinione pubblica nazionale, nascondere i suoi libri, il suo operato.
Emerge che quando Nitto Santapaola decide che è tempo di uccidere Fava, pronuncerà semplici e inequivocabili parole di condanna: "Questo noi dobbiamo farlo non tanto o non soltanto per noi. Lo dobbiamo ai cavalieri del lavoro perché se questo continua a parlare come parla e a scrivere come scrive, per i cavalieri del lavoro è tutto finito. Per loro e per noi".
Quindi prima minacce - Fava è preoccupato e compra una pistola, dice che potrebbero ucciderlo per cinquecentomila lire -, poi l'omicidio e la diffamazione. E Pippo Fava sa benissimo che entrambe le cose non possono che andare insieme. Una condanna a morte non parte mai senza che si sappia come agire sulla memoria dell'assassinato. Prima della traiettoria delle pallottole, il percorso che dovrà avere la delegittimazione è già tracciato.
Per offuscare il peso politico che la sua morte avrebbe potuto avere, per istillare il dubbio sull'onestà delle sue parole, la strategia delle calunnie era iniziata già da tempo. E quelle voci le diffondevano non solo uomini vicini ai boss, ma, cosa più grave, anche chi non era corrotto dal danaro della mafia: cronisti biliosi, politici ostili, persone rispettabili e rispettate che si sentivano messe sotto accusa da Giuseppe Fava, ancor più dal momento in cui il suo sacrificio urlava al cielo il loro colpevole silenzio.
Roberto Saviano Agenzia Santachiara e Bompiani Editore
© Riproduzione riservata (26 novembre 2009) da repubblica.it |
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| Vent'anni fa, Sciascia: lo scialo di elogi prima del dimenticatoio. Come Pasolini |
Vent'anni fa, Sciascia: lo scialo di elogi prima del dimenticatoio. Come Pasolini di Goffredo Fofi
ROMA (25 novembre) - Si commemora Sciascia a vent’anni dalla morte. Bene, è giusto, è doveroso, ed è anche giusto e doveroso riconoscere che “Sciascia ci manca”. Come ci mancano Calvino, Pasolini, Fortini, la Morante, la Ginzburg, la Ortese, Fellini, Garboli e tanti altri, meno famosi ma spesso non meno lucidi e non meno coraggiosi di loro.
Quando erano in vita, ci è capitato di discutere con loro, direttamente o indirettamente, e di non trovarci d’accordo, di litigare… Siamo stati fortunati, avevamo persone con cui polemizzare di quella statura, di quel valore! E oggi? Cosa è cambiato, cosa impedisce alla cultura italiana di produrre personaggi altrettanto lucidi e convincenti, altrettanto provocatori nei confronti dei luoghi comuni, delle convenzioni ideologiche, delle menzogne che chi comanda - e i suoi lacchè, si diceva una volta - non ci risparmiano, mentendo qualche volta perfino a se stessi?
Le commemorazioni sciasciane finiranno per essere, come quelle pasoliniane di qualche anno fa, uno scialo di elogi e di rimpianti, perlopiù insincero, e da parte di alcuni per dichiararsene eredi in nome di una passata frequentazione ma non certo dell’adesione al suo modello di sincerità. E dopo, il silenzio. Di Pasolini, dopo tante commemorazioni in cui lo si tirò da tutte le parti, non si parla quasi più, dimenticato anche lui, salvo, forse, nell’università. Dove però si tende a imbalsamare tutto e il passato sono cadaveri da sezionare, non pensiero vivo da trattenere in vita.
Oggi a farsi ascoltare, imponendosi con la loro invadenza mediatica, sono i politici, i giornalisti, i divi della cultura, diventata passerella, luci del varietà. Si parla, si scrive, si denuncia - e quanto si denuncia! - ma si fa poco o niente di altro, cioè di concreto, per cambiare le cose. Perfino quelli che ritengono di fare - la pletora di associazioni e gruppi, di iniziative sociali o culturali con il loro milione di operatori - risultano alla fine come una parodia del sogno lontano della “democrazia dal basso”, un altro inganno, che serve nei casi migliori, bensì rari, a lenire qualche male secondario, ma a non scalfire il potere e le sue roccaforti decisionali.
La chiacchiera sostituisce l’azione, la “politica” come preoccupazione per il funzionamento della polis. Come ci hanno insegnato gli antichi, le parole senza i fatti non servono a molto, mentre i fatti senza parole (cioè, senza pensiero, senza progetto) possono anche cambiare qualcosa, oggi, ma in direzioni facilmente recuperabili all’ordine d’ingiustizia esistente.
Nella ritualità e nell’insincerità di tante commemorazioni (non di tutte, per fortuna) varrà la pena piuttosto di rileggere Sciascia, di tornare alla fonte. Per esempio a quel gran libro - tra tutti forse il più denso di riflessioni per l’oggi - che è Nero su nero (Adelphi), raccolta di pensieri, scartafaccio diaristico degno dei modelli del passato, di Quasi una vita di Alvaro e del Diario romano di Brancati , e più in là senza troppo esagerare, in alcune sue parti, dello Zibaldone leopardiano, più in qua di Una pietra sopra di Calvino e delle Lettere luterane di Calvino. E d’altronde fu con Calvino e Pasolini che il dialogo di Sciascia è stato più stretto.
Da Nero su nero, estraggo questo brano di una sconcertante italica attualità e forse perennità: «… mi pare che i particolari guai del nostro paese nascano tutti da una inveterate e continua doppiezza, da un vasto e inesauribile giuoco della doppia verità che partendo dall’alto si arresta là dove la verità non può permettersi il lusso di essere doppia - ed è una, inequivocabile: quella della povertà, del dolore».
Questa doppiezza parte «dal potere e si dirama e moltiplica in perfetta circolarità, tornando al potere come linfa nuova (…). Il critico che su un libro, su un quadro, su un autore tiene due giudizi ben distinti e diversi: uno pubblico e uno privato. Il politico che in privato giudica ignobile una persona, un fatto; e un’ora dopo, in parlamento, parlerà della nobiltà di quella persona, di quel fatto. Il borghese che vive da borghese e professa e conclama odio alla borghesia. (…) La destra che sa (e prende) quello che fa la sinistra. La sinistra che sa (e prende) quello che fa la destra. Il bue che dà del cornuto all’asino. L’asino che ragliando accusa il bue di ragliare. (…) Mai c’è stata un’epoca, mi pare, in cui come oggi quello che si dice ha più importanza di quello che si fa. Basta che uno della retroguardia dica di essere per l’avanguardia, ed è un avanguardista; che un reazionario dica di essere per la rivoluzione, ed è un rivoluzionario; che un mascalzone dica di essere per l’onestà, ed è onesto».
Il quadro è perfetto, fatte le doverose distinzioni: perché la borghesia è scomparsa assimilandosi alla piccola borghesia che ha fagocitato culturalmente tutte le altre classi meno il sottoproletariato; e perché di rivoluzione non parla più nessuno da tempo. Ma Sciascia incalza: «E se non si torna a chieder alle persone il conto preciso di quello che sono, di quello che fanno, di come vivono; se non si torna a giudicare un’azione per quella che è, senza far caso se è fatta con la mano sinistra (che sa quello che fa la destra) o con la mano destra (che sa quello che fa la sinistra), temo che nessuna riforma o rivolgimento varrà a cavare il classico ragno dal classico buco». Eccetera.
«Chiedere alle persone il conto preciso di quello che sono, di quello che fanno, di quello che dicono»: questa sarebbe la vera rivoluzione di oggi. Ma «alle persone» vuol dire, per Sciascia, a tutti, proprio a tutti. Si deve, per lui, cominciare da sé, e non rinviare ad altri, non limitarsi ad accusare altri, non rimettersi ad altri. Un’impresa impensabile, impossibile e, va aggiunto con dolore, più impensabile e più impossibile oggi che quando Sciascia scriveva quelle righe. © RIPRODUZIONE RISERVATA da ilmessaggero.it |
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| Com'è perfetta Venezia in fermo immagine |
NEWS
23/11/2009 - FOTO DAI SET IN LAGUNA
Com'è perfetta Venezia in fermo immagine Dai fratelli Lumière a Spielberg, da Visconti a Woody Allen istantanee dal luogo del cinema per eccellenza
FULVIA CAPRARA ROMA
Amori disperati, intrighi oscuri, addii struggenti. E poi estasi mistiche, inseguimenti all’ultimo respiro, fascinazioni erotiche, acrobazie spettacolari. Una grande passione lega da sempre il cinema e Venezia, set ideale per l’incomparabile bellezza, ma anche set ingombrante, per lo stesso, identico motivo. Girare a Venezia è un sogno, una sfida, un’impresa che lascia un segno indelebile in chi l’ha realizzata, dai fratelli Lumière a Orson Welles, da Michelangelo Antonioni a Steven Spielberg, da Luchino Visconti a Woody Allen che, a proposito di Tutti dicono I love you, racconta: «Mi dissero che per girare a Venezia avrei impiegato sei volte il tempo previsto perchè bisogna continuare a salire e scendere dal motoscafo. Invece, proprio per questo motivo, ci mettemmo sei volte di meno. Non c’era traffico, e raggiungevi la location successiva in 60 secondi, rispetto ai 60 minuti che impeghi a New York». Set in Venice, il volume di Ludovica Damiani, edito da Electa con introduzione di Paolo Mereghetti, raccoglie mille di queste confessioni. E con esse difficoltà, sensazioni, ricordi. Ma soprattutto illustra, attraverso 380 immagini, l’avventurosa storia di una città, sede del più antico Festival del mondo, che sembra nata per il cinema.
Ogni film (80 in tutto, in 10 sezioni che rimandano ai generi cinematografici) rivive nelle foto, nelle interviste, nelle critiche, nelle osservazioni di registi e attori, ma anche, fatto raro per un libro di cinema, nelle parole di quelli che materialmente danno corpo a idee e suggestioni. Costumisti celebri, come Gabriella Pescucci, e come Piero Tosi che di Morte a Venezia racconta: «Quando venne a fare il provino, il ragazzo che era stato scelto per il ruolo di Tadzio era perfetto, di proporzioni, di altezza. Ma era nell’età dello sviluppo. A distanza di due mesi, pronti per le riprese, lo ritrovammo cresciuto, tanto alto che gli avrei tagliato le gambe...». Il grande schermo vive di illusione e la laguna è il regno del miraggio, sia quando resta se stessa con le acque limacciose e il viavai dei battelli, sia quando rinasce in un teatro di Cinecittà, ricostruita come per Il Casanova di Federico Fellini. Il protagonista era Donald Sutherland, scelto, spiega il Maestro, in quanto «attore dalla faccia cancellata, vaga, acquatica, che fa venire in mente Venezia». Un’esperienza non facile: «Ho lavorato con Fellini - dichiara Sutherland - per 13 mesi. Le prime 5 settimane sono state le peggiori della mia vita, senza eccezione alcuna. I successivi 11 mesi e 7 settimane, invece, sono stati semplicemente divini».
Con Venezia le mezze misure non funzionano. Se c’è l’amore, dura per sempre. Tinto Brass, che ci è nato, confessa «di ogni film che giro, cerco di ambientarne anche solo una piccola parte a Venezia». Silvio Soldini, che ha girato tra le calli il campione d’incassi Pane e tulipani, rievoca la ricerca di luoghi inediti, «ad esempio una piccola isoletta nella laguna... ho scoperto un mondo che non conoscevo». Eleonora Giorgi che ha interpretato Nudo di donna, iniziato da Alberto Lattuada e poi diretto da Nino Manfredi, dice che «Venezia è il passato che vive oggi e ti illude». Carlo Verdone, che ha scelto il balcone di una suite dell’Hotel Danieli come teatro del suicidio di Fosca, la sposina Veronica Pivetti di Viaggi di nozze, racconta della mattina in cui, mentre provava la scena, fu notato da turisti convinti che stesse facendo sul serio: «In meno di un minuto fui afferrato alle spalle da camerieri ed inservienti che mi tolsero di peso dal balcone. Una figura pietosa e miserabile...». Prima di quel giorno, molti anni prima, nel ‘58, Alberto Sordi aveva indossato la maglia a righe rosse del gondoliere protagonista di Venezia, la luna e tu: «...quel gondoliere che sta arrivando è il più bel gondoliere di Venezia. Si chiama Bepi, è un fiòl d’un can e presto lo metteranno sulla carta geografica fra le bellezze della laguna».
Della ricca panoramica di Set in Venice fanno parte film d’animazione come Corto Maltese-Corte sconta detta Arcana basato sull’opera di Hugo Pratt e Johan Padan a la descoverta de le Americhe, tratto dalla commedia teatrale di Dario Fo. Ci sono anche curiosità come Yogi, Cindy e Bubu, cartone dove i celebri abitanti del parco di Yellowstone si ritrovano romanticamente adagiati su una gondola, e l’unica immagine di Mayerling in cui Catherine Deneuve dipinge sul molo di San Marco. Marcello Gatti, direttore della fotografia di Anonimo veneziano, osserva: «Venezia splende come una bella donna. Non ha bisogno di essere illuminata perchè lei stessa emana luce. Ce l’ho nel cuore». Nel cuore ce l’hanno anche molti altri, in tutto il mondo. Compresi quelli che, nel 1970, videro il film e, seguendo il malinconico girovagare di Florinda Bolkan e Tony Musante, ascoltarono il protagonista Enrico, musicista afflitto da un male incurabile: «Non potrei aspettare di morire in un’altra città. E non perchè sia nato e vissuto qui, o perchè sia la più bella città del mondo, no. Ma perchè è in agonia... e mi dà questo senso di morire insieme».
da lastampa.it |
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| Voghè, che il nostro onor se comincià dal remo |
15/11/2009
Il mio Dna di veneziano SANDRO CAPPELLETTO
«Voghè, che il nostro onor se comincià dal remo»: così dice il comandamento di una società remiera di Cannaregio. In vetrina, un remo e una forcola. Venezia è nata così: tanta acqua e tanti remi, prima per spingersi all’interno della Laguna e salvarsi dai nemici invasori, poi per uscire in mare e creare la Serenissima Maestosa.
Ogni anno, mentre partecipano alla Vogalonga o una delle tante regate in programma, moltissimi degli ormai pochi veneziani rimasti in Centro Storico, si sentono i nuovi attori di una storia antichissima. Il nostro dna è fatto di varie cose. Non sei veneziano se, la notte del Redentore, a luglio, non vai proprio sotto la «machina» a vedere partire i fuochi d’artificio più luminosi del mondo. Se, in quei giorni, non attraversi i ponti di barche che collegano la Giudecca e le Zattere, se, quando la nebbia cala fissa, non senti il desiderio di uscire e perderti lì dentro.
Se non sai elencare subito, a memoria, almeno sei bacari dove andare a ombre e cicheti lungo la Strada Nova. Se non sei mai entrato alla Chiesa della Pietà dove Vivaldi faceva musica, se non vai a cercare cappe nella secca vicino al Forte di Sant’Andrea, se non hai pianto mentre la Fenice bruciava, se, quando qualcuno ti dice che la tua città sta morendo, non gli rispondi che lui sta facendo soltanto la solita letteratura, mentre tu vai a sentire l’aria salata che si ingolfa in Calle del Vento, e ti sbatte in faccia.
Proprio mentre una gigantesca nave da crociera piena di turisti felici ti passa davanti e ti manda di traverso il folpetto che hai appena mangiato.
da lastampa.it |
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| I libri pericolosi per mafie e tiranni |
CULTURA Lo speciale di Roberto Saviano sulla Rete 3
Un lungo racconto da Garcia Lorca a Rushdie
"I libri pericolosi per mafie e tiranni"
di CARLO BRAMBILLA
MILANO - "Pagine più forti della nitroglicerina". Libri pericolosi, autori perseguitati, volumi capaci di far tremare i governi e crollare i regimi. Di smascherare le mafie e i poteri criminali.
Da I versetti satanici di Salman Rushdie alle inchieste di Anna Politkovskaja. Dalle poesie di Federico Garcìa Lorca ai racconti del gulag di Varlam T. Salamov. Dall'inferno che sembra prevalere in certi momenti, alla bellezza della parola scritta, che dà la possibilità di esistere e di lottare. Di questo ha parlato ieri sera con Fabio Fazio a Che tempo che fa, in uno speciale emozionante, dedicato a lui, Roberto Saviano, lo scrittore italiano costretto a vivere blindato, sotto scorta, per le minacce ricevute dalla camorra. Seduto a un tavolino rotondo, ricoperto di libri e poi in piedi, davanti alle immagini che scorrevano alle sue spalle, Saviano ha raccontato alcuni casi emblematici nei quali "la parola è diventata pericolosa e straordinariamente bella". Ha parlato di "autori delegittimati". E ha spiegato come "l'unico modo per difendersi dalla delegittimazione per chi la subisce è sperare che le sue parole vengano credute": "Salman Rushdie quando ha scritto I versetti satanici non credeva affatto di imbattersi nella fatwa, nella possibilità che l'intero mondo islamico intorno a Khomeini potesse sentirsi offeso. Ma c'è un momento preciso in cui la parola, per una specie di alchimia, diventa pericolosa. Magari se un libro fosse uscito un anno piuttosto che un altro avrebbe avuto un destino completamente diverso".
Libri bomba. Saviano cita il poeta turco Nazim Hikmet, che ha avuto il coraggio di ricordare il massacro degli armeni e ha subito 28 anni di carcere. "Perché le sue poesie erano lette dai soldati turchi. Erano lette dalla società civile. E il governo non sopportava tutto questo. Non poteva permettere che le parole di quello che consideravano un sovversivo potessero arrivare alle persone. Ma la maggior parte delle sue poesie non sono poesie politiche". E poi lo scrittore cubano Reinaldo Arenas, autore di Prima che sia notte. "Il regime comunista castrista costringe Arenas al carcere per due ragioni: è omosessuale ed è uno scrittore. Questo libro riuscirà a pubblicarlo perché lo scrive sulla carta igienica. E transessuale incarcerato userà questo libro come supposta e lo porterà fuori dal carcere".
Cita i Racconti siciliani di Danilo Dolci. "I suoi scritti cambiano il corso delle cose. Porta avanti al Sud un progetto di sciopero davvero unico: disoccupati che si mettevano a lavorare". E Poi Federico Garcia Lorca, "fucilato e scelto tra tanti intellettuali perché aveva firmato un documento di sostegno alla Repubblica spagnola, che aveva vinto attraverso le elezioni. Vengono punite le sue parole che si identificano con la sua vita". E ancora I racconti della kolyma di Varlam T. Salamov che dai gulag siberiani è riuscito a far arrivare i suoi scritti non svendendo l'anima né la dignità. Il bisogno di libertà di Vita e destino di Vasilij Grossman. Fino ai libri di Anna Politkovskaja, uccisa per i suoi racconti sulla Cecenia. Perché non c'era altro modo di fermare la sua implacabile testimonianza sulle crudeltà commesse dal governo.
© Riproduzione riservata (12 novembre 2009) da repubblica.it
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| Alda Merini racconta Alda Merini |
Il paradiso segreto di Alda
di Alda Merini
La guerra. L'infanzia. I primi versi vergati sulle macerie di casa. Gli amori. La gelosia. La famiglia. Le figlie. Il manicomio. Il denaro. La poetessa si racconta. In un inedito testo autobiografico Alda Merini racconta Alda Merini. Questo inedito testo autobiografico è stato dettato dalla poetessa alla giornalista Cristiana Ceci nell'autunno del 2004. Alda Merini in quei giorni si trovava in ospedale, a Milano: non solo per motivi di salute, ma anche perché in quel periodo era senza una casa. Nel corso di quasi una settimana, fumando una sigaretta dopo l'altra, ha quindi raccontato la sua vita.
Sono nata a Milano il 21 marzo 1931, a casa mia, in via Mangone, a Porta Genova: era una zona nuova ai tempi, di mezze persone, alcune un po' eleganti altre no. Poi la mia casa è stata distrutta dalle bombe. Noi eravamo sotto, nel rifugio, durante un coprifuoco; siamo tornati su e non c'era più niente, solo macerie. Ho aiutato mia madre a partorire mio fratello: avevo 12 anni. Un bel tradimento da parte dell'Inghilterra, perché noi eravamo tutti a tavola, chi faceva i compiti, chi mangiava, arrivano questi bombardieri, con il fiato pesante, e tutt'a un tratto, boom, la gente è impazzita. Abbiamo perso tutto. Siamo scappati sul primo carro bestiame che abbiamo trovato. Tutti ammassati. Siamo approdati a Vercelli. Ci siamo buttati nelle risaie perché le bombe non scoppiano nell'acqua, ce ne siamo stati a mollo finché non sono finiti i bombardamenti. Siamo rimasti lì soli, io, la mia mamma e il piccolino appena nato. Mio padre e mia sorella erano rimasti in giro a Milano a cercare gli altri: eravamo tutti impazziti. Ho fatto l'ostetrica per forza portando alla luce mio fratello, ce l'ho fatta: oggi ha sessant'anni e sta benissimo. La mamma invece ha avuto un'emorragia, hanno dovuto infagottarla insieme al piccolo e portarseli dietro così, con lei che urlava come una matta.
Mi chiamavano la fornaretta A Vercelli ci ha ospitato una zia che aveva un altro zio contadino, ci ha accampati come meglio poteva in un cascinale. Sembrava la Madonna mia madre, faceva un freddo boia, era una specie di stalla, ci siamo rimasti tre anni. Non andavo a scuola, come facevo ad andarci? Andavo invece a mondare il riso, a cercare le uova per quel bambino piccolino: badavamo a lui, era tutto fermo, c'era la guerra. Stavo in casa e aiutavo la mamma, andavo all'oratorio, ero una brava ragazza io. Io sono molto cattolica, la mia parrocchia a Milano era San Vincenzo in Prato. Mi sento cattolica e profondamente moralista, nel senso che sono una persona seria allevata da genitori serissimi, pesanti e pedanti in fatto di morale. Non lo so se credo in Dio, credo in qualcosa che... credo in un Dio crudele che mi ha creato, non è essere cattolici questo? Perché, Dio non è così? Tutti abbiamo un Dio, un idoletto, ma proprio il Dio specifico che ha creato montagne, fiumi e foreste lo si immagina solo... Con la barba, vecchio, un po' cattivo, un Dio crudele che ha creato persone deformi, senza fortuna. Credo nella crudeltà di Dio. Non penso siano idee blasfeme, la Chiesa non mi ha mai condannata. Anzi, il mio "Magnificat" è stato esaltato, perché ho presentato una Madonna semplice, come è davvero lei davanti a questo stupore dell'Annunciazione, che non accetta fino in fondo perché lei ha San Giuseppe.
Io pregavo da bambina, ero sempre in chiesa, sentivo sette, otto, dieci messe al giorno, mi piaceva, però non ci vado più dai tempi del manicomio. Ho trovato una tale falsità nella Chiesa allora, in manicomio vedevo le ragazze che venivano stuprate e dicevano di loro che erano matte. Stuprate anche dai preti, allora mi sono incazzata davvero. L'ho visto accadere ad altri, non è una mia esperienza. La Chiesa è dura con le donne, da sempre. Però oggi come sono magre e secchette le donne, prima erano belle adipose. Sono tornata a Milano quando è finita la guerra, siamo tornati a piedi da Vercelli, solo con un fagotto, poveri in canna, e ci siamo accampati in un locale praticamente rubato, o trovato vuoto, di uno straccivendolo. E ci stavamo in cinque. Abbiamo ripescato anche mia sorella che era partita con i fascisti, con i tedeschi, aveva imparato, si metteva in strada, tirava su le gonne, i tedeschi andavano in visibilio e le regalavano il pane, si sfamava così, si alzava solo la gonna, era bellissima.
In questo stanzone stavamo tutti e cinque, accampati, con delle reti, allora sono andata con il primo che mi è capitato perché non ce la facevo più. Avevo 18 anni, dove dormivo scusate? Così poi l'ho sposato, nel 1953. Era un operaio, è morto nel 1981, un lavoratore. Si chiamava Ettore Carniti, io sono zia del sindacalista Pierre Carniti e anche mio marito era sindacalista. Un bell'uomo. Ho avuto quattro figlie da lui. Andavamo a mangiare la minestra da mia madre perché lui non aveva ancora un lavoro. Poi abbiamo preso una panetteria in via Lipari, non è che proprio facevamo il pane, era solo una rivenditoria. Mi chiamavano la fornaretta. Ho avuto la mia prima bambina nel 1955, Emanuela, poi nel 1958 è nata anche Flavia. Avevo 36 anni quando è nata la mia ultima figlia, Simona, e prima ancora era arrivata Barbara.
Un giorno gli ho rotto la testa Le mie prime cose le ho scritte sulle pietre di casa, c'erano le case disastrate, così mi sedevo su una pietra e sull'altra scrivevo. Con la penna o la matita, ma forse la penna non c'era, quindi con il lapis, e su dei fogli trovati qua e là. Avevo 15, 16 anni. Ero un'enfant prodige, una secchiona. Fra chiesa e letteratura ho dato proprio tanto. Però niente università perché al liceo Manzoni mi hanno respinta in italiano e dopo non mi hanno mai più vista. Così ho frequentato l'Istituto professionale Solera Mantegazza. Ero un genio io, invece mi hanno detto che ero confusa, perfino che non capivo un tubo. Insomma ho avuto una vita normale, è dopo che è successo il patatrac. È successo che mio marito si è innamorato di qualcun'altra, penso, ma non ne ho mai avuto le prove, è una vita che le cerco invano. Cerco le prove di chi abbia fatto questa cazzata, ero una ragazza troppo tranquilla, forse lui aveva un'amante. È da lì che ho iniziato a grattarmi le mani, una psoriasi inguaribile che ho ancora oggi: ma è un tale piacere grattarsi che spiace rinunciarci. Lui ha incontrato un'altra donna, io sono stata sempre molto cornuta, ma non soffrivo di gelosia. Soffrivo e basta. Io stavo a casa con le figlie, mi occupavo della casa. Un giorno l'ho quasi ammazzato: non tornava mai, giocava, allora ho preso una sedia enorme, non so come ho fatto a trovare tanta forza, e gliel'ho spaccata in testa. Gli ho rotto la testa, poi ho chiamato l'ambulanza. Non ho mai capito come ho fatto a sollevare quella sedia, io così gracile. Non volevo ammazzarlo, volevo dargli semplicemente una cadregata, gli ho spaccato la testa, siamo finiti tutti e due in ospedale, lui era molto incazzato, ma io non pensavo di essere così forte. Mi sentivo debole. Volevo dargli una lezione, vedevo i miei figli che pativano la fame, lui giocava, andava con gli amici e spendeva tutto, stava via anche intere settimane. Mi è scattata l'ira, ero stanca, che poi il panettiere guadagna molto. Era un continuo illudersi: adesso cambia, non cambia, insomma quando è finita è stata una liberazione quasi. Se non ci fossero state le bambine, le mamme sono così quando ci sono bambini, si armano di pazienza. Comandavano gli uomini a quei tempi, la donna era succube, noi eravamo già predisposte a questa sottomissione.
Le donne hanno una posizione diversa ora, nessuno osa più picchiarle come un tempo, io venivo picchiata molto quando lui era ubriaco, ma sopportavo, cambierà, cambierà, invece sono cambiata io ma in meglio.
Trentasei amanti ho avuto dopo, sono tanti? Nel 1965 mi hanno ricoverata al Paolo Pini a Milano, istituto psichiatrico: dieci anni inenarrabili che in parte sono un buco nero, no, ricordo poco e se ricordo non parlerei comunque. Non parlerei mai di questo alla gente. È raro diventare un'Alda Merini, perché tutti vorrebbero ammazzarlo il poeta, perché è un diverso, perché gli altri sono invidiosi. Dicono: sì è brava però intanto è in galera. In manicomio è stato uno sterminio, sono morti tutti i miei amici. In manicomio c'è la felicità Ci davano anche gli estrogeni, e psicofarmaci a palate, mangiavamo pochissimo, ero una larva, eravamo tutti denutriti. E oggi mi dicono che sono sovrappeso! Non so come sia ora il Pini, so che lì ballano e cantano, non ci sono più tornata. Mi hanno invitata ma non sono andata. Per me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto morire tanti ragazzi. Mi ha salvata mio marito che veniva a trovarmi, perché chi non aveva nessuno scompariva all'improvviso nel nulla. Quando sono uscita è cominciata un'altra tragedia. Spesso mi sono detta stavo meglio lì. Però il problema della sessualità va ridimensionato, anche se ti riempono la testa, io posso scopare di qua, io di là; io invece non ho fatto l'amore per molti anni, ma non ho sofferto per questo. Fare l'amore diventa anche un'abitudine, oggi gli si dà un peso eccessivo. Molto più male mi ha fatto il ripudio di mio marito, la mancanza di amore. Forse quello che fa ancora più male del ripudio è la gelosia: vedere il proprio uomo con un'altra donna, non ho mai saputo chi fosse, ho delle supposizioni, ma nessuna certezza. Anche se la trovassi però non le darei mai due sberle, io alla fine in manicomio ho trovato la felicità, ho trovato la mia dimensione di donna, non ho più scritto, grazie a Dio non ho più visto né giornalisti né editori: ero matta in mezzo ai matti. Sono stati anni stupendi. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti, sono nate lì le mie più belle amicizie, ma ora sono morti tutti. Vanni Scheiwiller, fra i miei primi editori, diceva: fra i grandi amici di Alda Merini metti anche me, che son matto anch'io. I matti sono quelli che avrebbero dato la vita per me. Quando sono uscita ero contenta come quando passa un mal di denti, però i miei matti mi hanno coperto, mi hanno portato la minestra, mi hanno coccolato, mi hanno voluto molto bene. Ero giovane, qualcuno mi di-ceva: però che belle gambe che hai, dopo mi mancavano molto. I matti sono simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita: quelli che dicono questa bottiglia deve stare qui, come Sirchia che dice qui non si fuma, e noi invece fumiamo. Sono italiana e sprecona, faccio solo due tiri dalle sigarette. Fumo come una matta dai tempi del manicomio. Si stava di un bene. In ospedale invece, al Redaelli, cominciano: si cambi la maglietta, si faccia il bagno, che palle. Come ho fatto a rientrare in tutte queste regoline? Ci sono rientrata il giorno in cui il direttore del manicomio, Aldo Dubbiani, mi ha dimessa: per noi tutti è stato un padre, era cardiopatico, noi andavamo da lui e ci chiedeva se volevamo andare a fare un giro, poi ci dava cento lire, significava che avevamo il permesso di uscire. Allora quando sono uscita per sempre, prima qualcuno (non so più chi) mi ha dato dei soldi, ma non cento lire, di più: ho capito che in quei soldi c'era il valore della libertà.
Il manicomio è una follia anche come concetto: bisogna essere matti per fondare un manicomio. Sono andata, sono tornata a casa mia, dove c'era ancora Ettore. Dove dovevo andare? Ancora oggi è casa mia, però la odio un po', perché è tutta un rebelot. Lui intanto è morto in un modo atroce, di cancro. Sono tornata a casa dal manicomio e mio marito mi ha detto: «Ah, sei tornata»; la panetteria l'aveva venduta, aveva cambiato lavoro e ho passato fra gli anni più belli della mia vita. Mio marito mi ha aiutata a tornare alla vita fuori dal manicomio, prima mi ha fatto ricoverare poi mi ha tanto aiutata, si vede che era pentito, l'avranno consigliato male. Poi lì non si paga, allora mettiamola lì, si sarà detto.
Dopo sono rimasta vedova, ero sola, nel 1983 ho sposato Michele, medico e poeta tarantino: aveva 86 anni, lo avevo conosciuto da giovane, è stato un grande amore, anche lui era un poeta, ma fra di noi non c'era attrazione sessuale. Lui mi diceva che era solo, allora visto che anch'io ero a Milano da sola, sono andata a Taranto da lui. Ero giovane e vivacissima, così i figli hanno cominciato a dire che l'avevo sposato per interesse. Quando toccavo le sue tasche erano piene di soldi, perdeva soldi dappertutto, non ci badava, era via con la testa, forse per demenza senile, ma era stato un grande chirurgo. Prendevo tutti quei soldi e li spendevo, c'erano soldi dappertutto, ma quando i figli se ne sono accorti hanno cominciato a farmi la guerra. Ha lasciato a me tutta l'eredità, ai figli niente, hanno sofferto molto.
Odio gli euro, sono orribili Oggi vivo con la pensione di mio marito e con il denaro della legge Bacchelli: 6 milioni di vecchie lire ogni tre mesi, in euro bah, io li odio gli euro, sono orribili, sbaglio sempre con i resti. Adesso vorrebbero darmi un milione in più al mese, da quello che hanno detto, a titolo di regalo, ma non ho ancora visto niente. Sul conto corrente non ho niente, zero fisso. Gli editori pagano a sei mesi, io ho un agente, il 20 per cento se lo prende lui, non mi fa neanche vedere l'assegno. Il "Magnificat" ha venduto oltre 20 mila copie e io non ho i soldi per l'affitto. La legge Bacchelli è un aiuto effettivamente, pensata in modo che il poeta non debba avere problemi che lo distolgano dal suo scrivere. Ti toglie le ambasce di pagare il telefono, l'acqua, la luce, la casa, così poi puoi scrivere tranquillo. E va a finire che scrivi l'Erniade, cioè la storia dell'ernia, invece dell'Iliade: è la quarta volta che mi operano all'ernia. E sono finita in rianimazione, terribile, un mese fa, dolorosissima, ti riempiono di farmaci, catetere, non senti dolore, non senti niente, il brutto arriva dopo. Dopo anni di manicomio ho cercato di dimenticare le sofferenze, anche quelle degli altri, perché sennò diventa un'ossessione. Se non ho voglia di alzarmi non mi alzo, si logora la vita se ci si forza troppo. Poi ho un altro antidoto quando mi viene la depressione, ancora adesso, vado giù a comperare qualcosa che non mi serve, mentini, roba così, poi mi dico, a cosa mi serve? Mi piace uno stile di vita contenuto, sobrio, prendiamo i frati, mangiano la minestra solo. Tanto più mangiamo, peggio stiamo. Mi consolo con i tanti amici, tutti giovani e rispettosi, vengono da me perché mi vogliono conoscere e diventiamo amici. Alcuni vogliono scrivere ma io li scoraggio. Per amore di Dio non scrivete, mi fanno leggere le loro cose, ho i cassetti pieni, non sono un editore. Sono giovani romantici, sognatori. Qualcuno si innamora di me. Ma come si fa?
(04 novembre 2009) da espresso.repubblica.it |
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| Febbre Baarìa, tutto esaurito a Pechino |
8/12/2009
Febbre Baarìa, tutto esaurito a Pechino FRANCESCO SISCI
Tutto pronto a Pechino per accogliere la proiezione di «Baarìa» di Giuseppe Tornatore. Biglietti esauriti, cinesi preparati ad affrontare lunghe attese e critici cinematografici già entusiasti. Come spiegare tanta curiosità per una storia siciliana? Questa volta la mafia non c’entra: «Nel suo film si sente la profondità della cultura antica», scrive la critica Du Lin, spiegando la profonda assonanza che ha sentito tra la sua Cina e la Sicilia di Tornatore. Una cosa analoga era accaduta per «Nuovo Cinema Paradiso», dove nel rapporto tra Philippe Noiret e il bambino Salvatore Cascio, i cinesi avevano rivisto il modello maestro-allievo, sacrale e antico per la loro cultura. E ancora di più, forse, per «Malena», un altro grande successo italiano tra il pubblico cinese: lì erano stati la magia, l’esotismo, ma anche la sensualità e la cattiveria, il profumo di cannella, vaniglia, di fiori d’arancio evocato dalla passeggiata arrogante di Monica Bellucci per la piazza principale di Siracusa. Scene che un cinese non aveva mai visto prima e che ai suoi occhi avevano rappresentato il simbolo di una diversità epocale. Ma c’è poi anche la vicinanza.
«È così, quelli sono gli occhi di un bambino cinese», spiegava entusiasta un generale dell’esercito di liberazione popolare dopo avere visto e rivisto «Malena», tradotto più direttamente con «La bella siciliana». Secondo lui e secondo tanti altri cinesi affascinati dalla pellicola l’amore del ragazzo, la seduzione subita ad opera della straordinaria Bellucci, catturava un sentimento profondo, vero, universale e molto cinese allo stesso tempo.
È dunque con enorme curiosità che la Cina si prepara ad accogliere nei prossimi giorni Giuseppe Tornatore, in occasione di una sua rassegna organizzata dall’istituto di cultura diretto da Barbara Alighiero con il sostegno del direttore del Festival di Venezia Marco Mueller. «Guardando l’Italia com’era - dice ancora Du Lin - è impossibile non andare con la memoria alle profonde radici rurali del nostro Paese».
In qualche modo Tornatore tocca una doppia corda in Cina: da un lato si avvicina a miti culturali cinesi, dall’altro mostra un mondo distante e incantato, quello della Sicilia e dell’Italia, che per Pechino ha una valenza speciale. Non è un caso infatti che la Cina abbia restaurato con soldi propri tutto l’ex quartiere italiano al centro di Tianjin. Il quartiere, con le sue ville che si ispiravano al quartiere romano dei Parioli, era considerato ancora negli Anni Venti e Trenta il più elegante di tutta la Cina. Qui scelse di vivere persino l’ultimo imperatore dopo che venne cacciato dalla Città proibita.
Qui, lontanissima geograficamente dalla Sicilia ma vicinissima al suo cuore, venerdì sarà aperta una sala di proiezioni che Tianjin chiamerà proprio «Nuovo Cinema Paradiso».
da lastampa.it |
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| Herta Müller Raccontati da uno sguardo |
Raccontati da uno sguardo
di Herta Müller
Herta Müller riceverà il premio Nobel per la Letteratura giovedì a Stoccolma. Il suo nuovo libro, del quale pubblichiamo un brano in anteprima, parla delle molte persecuzioni che dovette subire dalla polizia segreta di Ceausescu. Le attribuirono patologie psichiatriche del tutto inesistenti
Quand'ero bambina, nel villaggio in cui sono cresciuta, per anni e anni sono andata in bicicletta. Attraversavo campi di tabacco, frutteti, verso il letto del fiume, l'orlo del bosco. Mi piaceva soprattutto farlo da sola e senza una meta. Unicamente per avere una visione diversa da quella che si ha quando si cammina, il terreno che scorre sotto le ruote e il paesaggio che non smette di dipanarsi di fianco agli occhi. A quindici anni mi trasferii in città. E dopo cinque anni la città la conoscevo così bene che anche lì mi venne voglia di veder scorrere le strade e dipanarsi ciò che sta ai lati. Dopo averci riflettuto un bel po' mi comprai una bicicletta. La mia voglia non sarebbe durata a lungo; ciò che mi diede da pensare fu una frase, che mi venne rivolta senza alcun nesso logico durante uno degli interrogatori dei servizi segreti: «Càpitano anche degli incidenti stradali». Era da quattro giorni che giravo in città in bicicletta. Il quinto giorno un autocarro m'investì e mi scaraventò in aria. Me la cavai con un paio di scalfitture al torace e nient'altro. Due giorni dopo mi convocarono per un interrogatorio. Senza che c'entrasse nulla, il funzionario dei servizi disse: «Eh già, càpitano davvero degli incidenti stradali». L'indomani la bicicletta la regalai a un'amica. Non le rivelai il motivo di quel dono, le dissi soltanto: non la voglio più. Il giorno dopo andai a farmi tagliare i capelli. Appena mi sedetti davanti allo specchio, la parrucchiera mi domandò: «Sei venuta in bicicletta?». Non le avevo mai detto che possedessi una bicicletta. «I capelli li schiariamo un po'?», domandò. «Mi è arrivata della tintura dalla Francia». «Perché no?», acconsentii. Almeno i capelli biondi, dissi fra me, dal momento che non posso avere una bicicletta. Impastò con l'acqua della polvere bianca e me ne cosparse la testa. Bruciava come un tizzone acceso. Me ne lagnai. «È così che dev'essere – disse –, è a questo modo che si ossigenano». L'indomani il cuoio capelluto era tutto una piaga. In un tempo sorprendentemente breve si formò una crosta, che mi portai per due settimane come un guscio di noce, poi, pettinandomi, si sbriciolò come fa quella del pane appena sfornato. Stava già sparendo, sotto i capelli non la si vedeva più, allorché ci fu un nuovo interrogatorio, e il funzionario dei servizi, senza che c'entrasse nulla, disse: Essere bionda deve far stare male, no? Disse qualcosa che non avrebbe dovuto sapere, come la parrucchiera, quando s'era informata della bicicletta.(...)
È in questa vita di tutti i giorni che si è sviluppato lo sguardo estraneo. Lentamente, silenziosamente, spietatamente in mezzo a strade, a pareti, a oggetti familiari. Ombre significative vagano intorno popolando lo spazio. E gli si sta dietro con un sensorio che ti brucia di dentro con un continuo guizzare. Il banale vocabolo persecuzione ha più o meno quest'aspetto. Ecco perché non posso lasciar correre quella motivazione dello sguardo estraneo che mi si attribuisce in Germania. Lo sguardo estraneo è una cosa vecchia, che ho portato via con me, già bell'e fatta, dalla realtà che mi era nota. Non ha niente a che fare con l'espatrio in Germania. Per me estraneo non è il contrario di noto, è il contrario di familiare. Ciò che è ignoto non dev'esserci necessariamente estraneo, ma può diventarlo ciò che ci è noto.
Per ciò che ho imparato a pensare e a giudicare in merito alla vita, le cose non possono essere separate dalle ombre che loro gettano. Non si può ridurre tutto quanto ai dati di fatto, tralasciando ciò che li ha provocati. Ma era proprio questo che veniva impedito alla mia capacità di comprendere. Per me è un lusso abbastanza recente la possibilità di vagliare mentalmente dei periodi di tempo relativamente lunghi. Me lo ha concesso la caduta della dittatura. Finché essa restò al potere ho convissuto con minacce di morte, anche qui in Germania negli ultimi tre anni della sua durata. E per lo più, in tutto questo tempo, ho pensato nei limiti immediati dell'oggi. Da un oggi a un altro oggi, è vero, dato che una giornata andava da un oggi a un altro. Ma sempre racchiusa nei limiti di quel giorno, non oltre. Era una scuola di portamento, ogni giorno doveva tornare a imparare come si va avanti, benché io mi rendessi conto della sua assoluta impossibilità a procedere. Ciò che contava restava invisibile. Mentre saltavano all'occhio le tracce che esso lasciava, con la disinvolta nudità di crisalidi continuamente cangianti.
Riflettere, discutere, scrivere sono e restano mezzi di ripiego, non coglieranno mai ciò che è accaduto, neanche per approssimazione. Che cosa e come io sia stata mentre vivevo una determinata situazione non riesco a capirlo, quanto più precisi sono i dettagli registrati dalla memoria. Basta dare un'occhiata a una mezza pagina o a un quarto di essa, e anche quelle pagine, tutte le volte che ci provo, sono diverse. Pensare con chiarezza, in modo che solo allora le cose possano prendere il loro vero aspetto cangiante.
E ciononostante, o forse proprio per ciò, si sa moltissimo su di sé e su quel che abbiamo avuto intorno, al confronto di quelle persone che regolarmente, in un contesto di maggiore libertà, hanno potuto smettere di osservarsi per lunghi periodi di tempo. Si sa davvero troppo, e quindi tanto poco. Non perché si abbia una memoria migliore, ma perché ci si è stati costretti. Perché non era possibile smettere di osservarsi mentre stava succedendo qualcosa. Ogni essere umano smette volentieri di osservarsi, per uno è più facile lasciare che le cose accadano senza sentircisi continuamente tirato in ballo.
La maggior parte delle cose che ho vissuto senza poter lasciarle inosservate ho dovuto viverle benché non ne fossi curiosa, non ne avessi voglia, al di là di ogni ragionevolezza e facendo forza ai miei nervi. Le giornate di cui ho riferito prima lo dimostrano, bicicletta e tintura dei capelli, frigorifero e pietruzze di ghiaia si alternano. Ma nell'alternanza di tutte le cose insignificanti c'è costante un'ombra significativa, perché costante è il senso di minaccia.
Da tutto ciò si può e si deve trarre questa semplice conclusione: quanto più un paese non è libero, quanto più si viene tenuti sotto osservazione da uno Stato, tante più sono le cose con cui presto o tardi si ha a che fare in modo fastidioso. Tanto più di rado si può distogliere l'attenzione da se stessi. La percezione di sé scatta automaticamente, si viene osservati, giudicati, dunque bisogna anche osservarsi. La persecuzione non si verifica soltanto quando si è chiamati a render conto durante un interrogatorio. Essa si insinua furtivamente in certe cose e in certe giornate, che all'apparenza non hanno nulla di rilevante. È per questo che uno perde l'abitudine a quei pezzi di esistenza quotidiana che si vivono distrattamente, approssimativamente, che ci si porta in giro senza pensarci su e senza uno scopo preciso. La necessità di una continua circospezione dispone la giornata su una sorta di carta millimetrata. Che qualcosa ci passi davanti senza lasciar traccia, che lo si scorga distrattamente diventa impossibile. L'espressione «dare un'occhiata», e il modo in cui la si usa qui da noi per ogni tipo di percezione visiva, per me corrisponde proprio a quello scorgere distrattamente che non potevo permettermi. Dovevo guardare con attenzione, il che non significa necessariamente vedere. Soltanto dare contemporaneamente un senso a ciò che si è guardato significa vedere.
Nello Stato in cui vige un controllo dall'alto chi è perseguitato non può esimersi dal registrare ogni situazione in cui si viene a trovare. E tale registrazione dev'essere altrettanto precisa quanto quella che va effettuando lo Stato che lo tiene sotto osservazione.
Ogni millimetro del proprio vissuto deve porsi a confronto col millimetro estraneo registrato dall'osservatore. In colui che si sente minacciato si verifica necessariamente un adeguamento del proprio modo di vivere alla tattica del persecutore. Con la sua attività di sorveglianza il persecutore adempie un incarico dello Stato. Acquisire dati precisi rientra nei suoi obblighi di servizio. Dal canto suo, chi subisce la minaccia sta a osservare il persecutore per proteggersi da lui.
Il persecutore manovra d'attacco, il perseguitato in difesa. Il persecutore non ha bisogno di essere fisicamente presente per esercitare la sua minaccia. Sotto forma di ombra si annida comunque nelle cose, la facoltà di incutere paura l'ha trasmessa alla bicicletta, alla tintura dei capelli, al profumo, al frigorifero, rendendo minacciosi quegli oggetti usuali e inanimati. Gli oggetti privati di chi si sente minacciato diventano la personificazione del persecutore.
6 dicembre 2009 © RIPRODUZIONE RISERVATA da ilsole24ore.com |
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| Tornerò e saremo milioni |
Bolivia, inizia a cambiare il mondo
di L. Ummarino - La Paz
“Tornerò e saremo milioni” è la profetica frase che Julian Apaza, meglio conosciuto con il nome di Tupac Katari pronunciò poco prima di morire. Tupac Katari, provate a pronunciare questo nome dalle parti degli altopiani andini della Bolivia. Fatelo e osserverete occhi che si illuminano, percepirete parole riempirsi di orgoglio.
Chiedete di raccontarvi la sua storia: Tupac Katari, è stato il leader della più importante rivolta indigena della Bolivia guidando un esercito di 40.000 persone contro le autorità coloniali. Era di etnia Aymara, e il suo nome prende spunto da quello di altri due rivoluzionari, Tupac Amaru e Tomas Katari.
Tenne sotto scacco La Paz per più di 150 giorni prima di cadere prigioniero. Come in un film già scritto subirà la stessa sorte di Tupac Amaru II. Fu torturato e ucciso per squartamento, il suo corpo venne diviso in quattro parti. Morirà assieme alla sua compagna, anch’essa eroica rivoluzionaria, Bartolina Sisa. La leggenda narra che le quattro parti del suo cadavere furono trasportati ai quattro angoli del pianeta perchè il suo corpo non fosse mai ricomposto.
Siamo a Achacachi 4000 metri di altezza a pochi chilometri dalle sponde del lago Titicaca, il bacino di acqua dolce che unisce la Bolivia al Perù e che è anche il lago navigabile più grande del pianeta, siamo in un territorio ribelle passato alla storia per le sue rivolte, perchè qui I conquistadores spagnoli non sono mai riusciti ad entrare. Sono le Ande degli Aymara e sono loro a raccontarci la storia di Tupac Katari. Siamo arrivati fin qui sopra un piccolo pulmino che nel viaggio da La Paz ha finito la benzina e ha sbagliato strada più di una volta. Alla fine siamo giunti a destinazione,una delegazione composta da amministratori della Provincia di Roma (l'assessore Massimiliano Smeriglio e il consigliere Gianluca Peciola) e del Municipio Roma Xi (Il Presidente Andrea Catarci e il consigliere Donato Mattei).
A coordinare la piccola carovana l'associazione Asud (Giuseppe De Marzo, Laura Greco e marica Di Pierri) che da tempo lavora a fianco dei movimenti sociali e delle comunità indigene della Bolivia.
Ad aspettarci troviamo una piccola folla che ci accompagna subito a visitare Warisata. Entriamo in un piccolo edificio che da qualche anno è stato nominato “bene storico nazionale” . Fu proprio in questo stabile che nacque clandestinamente nel 1931 la prima scuola indigena (fino agli anni 70 agli indigeni era vietato istruirsi). Dal 2008 Warisata è diventata una università indigena che porta avanti un lavoro di valorizzazione delle culture tradizionali, e mira a consolidare l'esperienza dei movimenti indigeni e - tra le altre cose - a costruire un internato dove vivano insieme gli studenti e i depositari delle culture indigene: gli anziani. A illustrare questi principi e valori di fondo che caratterizzano la “universidad indigena boliviana aymara Tupak Katari” è stato il rettore Benecio Quispe in un' affollata assemblea all'interno dell'università.
Autogoverno, democrazia, Difesa dei beni conuni e “bien vivir”, non si parla di socialismo, comunismo. Le parole da queste parti hanno perso ogni sfumatura ideologica fondendo l'antica saggezza indigena a una visione globale che riguarda il destino dell'umanità. Questo in sintesi è “el cambio” che il governo di Morales sta provando a praticare in Bolivia. Un cambiamento che si percepisce ovunque e che è ben riassunto nei principi che caratterizzano la nuova costituzione della Bolivia. Uno su tutti è la revocabilità di ogni carica istituzionale compreso il Presidente. Con un refrendum, in ogni momento, i cittadini possono revocare il mandato e “mandare a casa” chiunque ricopra una carica politica a tutti i livelli istituzionali: dai piccoli municipi al governo centrale. Un altro punto fondativo della nuova costituzione è il riconoscimento dell'autonomia indigena e delle forme di autogoverno delle comunità native.
Non solo la Bolivia, dove 36 sono i gruppi indigeni che costituiscono il 65% della popolaazione totale, ha deciso di occuparsi in maniera seria del futuro del pianeta. A raccontarcelo è il Viceministro per l'ambiente, la biodiversità e il cambiamento climatico. Un'esperienza unica quella di questo ministero che non ha precedenti del mondo. “ Stiamo lavorando per preparare il vertice di copenhagen. - ha detto Juan Pablo Ramos Morales- Porteremo all' agenda dell'incontro dei temi importanti che riguardano il futuro di tutti, non solo il nostro. Vogliamo parlare di debito ecologico, di critica al mercato di emissioni, di tutela della bioversità come priorità rispetto allo sviluppo economico, di necessità di cambiare modello di sviluppo”
“la nostra delegazione sarà composta in gran parte da indigeni. Loro rappresenteranno la Bolivia a Copenaghen – ha sottolineato il viceministro – perchè non vogliamo che la loro parola sia relegata a qualche sottosezione del vertice lontana dai momenti ufficiali dove si decide”
Teresa Morales viceministra allo sviluppo ci racconta che quello che sta accadendo ora in Bolivia, con il governo Morales, non è inquadrabile in uno schema presistente perchè è una storia nuova “ Spesso capita che qualcuno tenti di dare un nome a quello che facciamo usando schemi vecchi – ci dice la ministra – c'è chi dice che la nostra costituzione è socialista, chi dice che è liberale, chi riconosce le classiche teorie keiynesiane. Io non so cosa rispondere, so soltanto che stiamo provando a costruire un paese dove si possa vivere bene, dove nessuno sia escluso, dove al centro ci sia l'antica tradizione comunitaria dei popoli originari e che quest'ultima sia capace di camminare insieme alla modernità, ai diritti e all'armonia del pianeta” continua Teresa Morales” io ho vissuto l'esilio dalla dittatura con mio padre, ho studiato economia, ho lavorato nelle ONG e nelle università, non so come definire la mia formazione, diciamo marxista – anarchica” la vice ministra lo dice ridendo e poi aggiunge” potevamo provare l'uso delle armi, entrare nel parlamento e imporre il cambiamento. Abbiamo scelto di fare una rivoluzione senza violenza”
L'impressione è che intorno all'avventura di Morales si sia ritrovata una comunità intellettuale esule, sparsa tra l'america latina e l'Europa, figlia delle vicende travagliate di questo continente e che ora sia tornata per partecipare a questo progetto che si chiama Bolivia.
Dopo l'incontro con l'università indigena di Warisata il nostro pulmino ha ripreso la strada imboccando un sentiero sterrato fino alla comunità di Casamaya. Qui l'associazione ASUD sta portando avanti un progetto per l'incentivazione concreta di metodi di irrigazione tradizionale. Arriviamo in un luogo che ricorda molto i caracol zapatisti dove ad attenderci c'è l'intera comunità. Qui quando serve e quando avviene qualcosa di importante tutti indossano i ponci rossi. Quando l’Ayllu, il sistema plurisecolare che governa le comunità, è minacciato, i campesinos si preparano alla lotta indossando il più Sacro tra gli indumenti, il Poncio Rosso. I “Ponchos Rojos”queste “milizie” hanno preso parte alle più recenti insurrezioni popolari, come quelle del 2003 della guerra del gas, ma sono state presenti anche all’interno dell’”Esercito Guerrigliero Tupac Katari”. Sono loro ad accoglierci e a donarci il simbolo per loro più importante, il poncho rosso appunto.
Nel viaggio di ritorno verso La Paz la benzina finisce di nuovo e il nostro autista non riesce a indovinare una strada giusta che sia una. A non pensare a tutto questo ci aiuta la pianta sacra della bolivia le cui foglie se masticate ti aiutano a vivere questi paesaggi nel modo giusto. Infine tornati in albergo, in questa città che è anche la capitale più alta del mondo dove anche camminare è un'arte che allena la mente e il fisico, dove si impara la bellezza della lentezza, del respiro che ricerca l'ossigeno necessario, il pensiero va alla profezia di Tupac Katari e a tutti ci viene da sorridere. Suerte Bolivia
da altronline.it |
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| Albanese il comico educato |
Albanese il comico educato
di Stefania Rossini
Raccontare la realtà e "l'osceno che ci circonda", ma senza attacchi frontali. Parla l'artista-operaio. Che ha firmato una regia pure alla Scala di Milano. Colloquio con Antonio Albanese Antonio AlbaneseAntonio Albanese è un uomo che cambia spesso. Cambia vita, mestieri, personaggi, generi e passioni. Operaio al tornio, comico di cabaret, regista di cinema, attore nel cinema altrui, interprete di testi teatrali di Camus o Brecht, scrittore dei suoi testi, inventore di figure grottesche che sanno raccontare, a loro volta, come cambia il paesaggio umano e politico di questo grottesco paese: il mite "Epifanio", il rozzo "Cetto Laqualunque", il sempre attuale "ministro della Paura". Con in più la capacità di non lasciarsi alle spalle le esperienze, ma di tenerle tutte all'erta per una nuova vita. L'ultima mutazione, che non intende dimenticare, si è consumata alla Scala di Milano dove a ottobre Albanese ha fatto la regia di "Le convenienze e inconvenienze teatrali", farsa in un atto di Gaetano Donizetti. Come fanno a volte gli artisti quando hanno già visto tutto, ha voluto sperimentare la lirica.
La Scala, l'opera: scelta curiosa per un comico. «Al contrario, è una scelta fortunosa, ne sono uscito rigenerato. Ho scoperto una forma d'arte artigianale e completa, profondamente fisica. Una scelta curiosa semmai è quella di fare televisione».
Ma come? La tv le ha dato fama e successo. «Le confesso che cerco disperatamente di non diventare famoso. È una battuta, ma ha qualcosa di vero. La grande fama si conquista con la ripetizione, approfittando di quello che si ha già e proponendolo in quei luoghi televisivi enormi che mi hanno sempre spaventato. L'unica volta che ho provato a misurarmici è stato nello spettacolo di Celentano. Non era il mio spazio».
Qual è il suo spazio? «Quello della qualità, una scelta che fa a cazzotti con i grandi numeri. Inoltre ho preso fin dall'inizio una strada piuttosto ambiziosa: raccontare l'attualità senza citare l'attualità. Per riuscirci, devi analizzare, capire, osservare coi tuoi occhi e con quelli di collaboratori con cui sei in sintonia, eliminare tante cose. Un lavoro lungo e faticosissimo».
Lei gioca a nascondersi. Sa bene che i suoi personaggi sono molto noti. «Se è così, è perché da vent'anni racconto attraverso di loro la trasformazione antropologica di questo paese. Quando il mio industrialotto lombardo Perego dice "Noi nella mia famiglia lavoriamo tutti. Mio nonno ha fatto il capannone piccolo, mio padre il capannone grande, io il capannone grandissimo. Mio figlio si droga", fa ridere ma dice una verità agghiacciante che tutti riconoscono».
Come mai non si ricordano sue battute intorno a Berlusconi? «Non l'ho nominato mai, neppure una volta. Io voglio raccontare da dove nasce il berlusconismo, illustrare l'osceno che ci circonda, non attaccare l'uomo. I comici non se lo possono più permettere».
Come sarebbe? Non è nella natura del comico la satira del potere? «Non quella diretta e frontale, che insulta spudoratamente. La ritengo controproducente e penso che negli ultimi anni questo tipo di satira abbia convinto a votare Berlusconi almeno due milioni di italiani. Non si trattano con la satira problemi delicati che riguardano la giustizia e le sorti del paese. Noi comici non siamo educatori».
Che cosa siete? «Forse angeli, come diceva qualcuno. Quindi dobbiamo riuscire a non farci censurare, altrimenti ci incateniamo ai tempi che viviamo. E perdiamo le ali».
La sua non sembra prudenza. Da dove le vengono convinzioni così ferme? «Forse dalla mia famiglia, umile e onesta fino all'esagerazione, che mi ha insegnato a non far del male a nessuno, a non insultare mai. Forse dalla mia esperienza operaia...».
Sentiamo. «Mio padre è un siciliano emigrato al Nord dove ha fatto il muratore. Io così sono nato a Olginate, fra lago e monti, vicino Lecco. A 15 anni, come era normale nel mio ambiente, sono stato mandato in fabbrica a lavorare: tornio, fresa, trapano radiale. Ci sono rimasto otto anni. Nessuno mi aveva mai presentato alternative».
Com'è riuscito a cambiare vita così radicalmente? «All'improvviso, una sera, uno spettacolo teatrale mi ha folgorato. Ho scoperto che mi riempivo di gioia anche solo come spettatore. Qualche settimana più tardi frequentavo una scuoletta serale di recitazione. Dopo pochi mesi, ero ammesso all'Accademia d'arte drammatica di Milano. Avevo venduto l'auto per pagarmi l'affitto, ma il problema fu dire a mio padre che lasciavo il nostro mondo. "Cazzi tuoi", mi rispose. Oggi è contento, anche se considera il mestiere di attore pari a qualsiasi altro».
da espresso.repubblica.it |
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| La morte in crociera... |
Morte sulla nave da crociera: decine di casi misteriosi e ancora irrisolti di Luana De Vita
ROMA (5 novembre) - La notte e il mare. Romantico set di un ricordo di mezza estate o incubo senza risveglio? Anche a bordo di una nave da crociera il mare e la notte possono rappresentare la sintesi perfetta dell’infinito e dell’ignoto, l’estasi in cui perdersi o l’abisso che inghiotte, l’onda che viene e l’onda che va, il mare che porta e che prende.
Stefano Trivellin il mare se l’è portato via per sempre, ha restituito solo un cadavere. Era un ragazzo di 28 anni, di Alghero, secondo ufficiale di macchina di una nave da crociera, Costa Atlantica, con un sorriso allegro e sincero che illuminava ogni foto del suo profilo su Facebook. La notte del 17 settembre di quest’anno, in navigazione verso Barcellona, è volato giù da un ponte della nave, il cadavere è stato ritrovato in mare all’alba.
La morte di Federico è una tragedia ma è anche un mistero, era stato appena promosso, era felice, la famiglia esclude il suicidio. Ma come è possibile che un marinaio esperto cada in mare, dalla propria nave e affoghi? Un mistero per tutti, una tragedia per i genitori e gli amici. E di misteri e tragedie le navi da crociera ne potrebbero raccontare tante, troppe.
«Una sorte bizzarra e cattiva», questa la sintesi dei fatti sulle note di autori come Bruno Lauzi e Paolo Conte che raccontavano la vicenda di un uomo: «onda su onda, son caduto dalla nave mentre a bordo c’era il ballo». Il protagonista della canzone sarà portato dal mare fino all’isola che non c’è, il paradiso, il naufragio perfetto e sarebbe bello sperare che questa fosse la realtà per i tanti nomi che riempiono le pagine web dell’Associazione Internazionale Vittime delle Crociere. Organismo di volontariato che nasce dalla disperata determinazione di due famiglie americane, i Carver e gli Smith , segnate da un analogo tragico evento.
Nel 2004 Merrian Carver di 40 anni scompare da una da crociera in Alaska, dal secondo giorno di navigazione non userà più la sua cabina. Nessuno informa nessuno. La crociera finisce, la cabina viene ripulita, gli oggetti personali gettati e la nave riparte. La famiglia impiegherà più di un mese per avere conferma dalla compagnia di navigazione dell’effettivo imbarco e anche del dettaglio della sua scomparsa. Nessuno sa che fine ha fatto Merrian Carter e nessuno sa che fine ha fatto George A. Smith, di 26 anni, nel bel mezzo della sua luna di miele nel Mediterraneo. Scompare dalla nave, testimoni affermano di aver sentito urla e rumori di una rissa in cabina, ma nessuno sa con chi George ha litigato quel giorno e che cosa sia davvero successo. La sposa è sbarcata in Turchia mentre la nave proseguiva il suo giro turistico, probabilmente con un assassino a bordo. Queste due famiglie e molte altre dell’associazione denunciano le difficoltà incontrate nella gestione delle indagini, delle denuncie e le problematiche relative alla giurisdizione di certi eventi.
Il diritto a bordo di una nave da crociera è determinato dalla bandiera che sventola a bordo, ovvero la giurisdizione è limitata alla nazione in cui è registrata l’imbarcazione. Moltissime navi da crociera di lusso utilizzano “bandiere di comodo”, di altre nazioni, magari della Bolivia, che non ha alcuno sbocco a mare ma evidentemente è “utile” agli armatori per altri motivi. L’associazione proprio per queste ragioni promuove e sostiene una campagna a favore di una legge che obblighi le navi da crociera, indipendentemente dalla nazionalità della loro bandiera a riferire alla Guardia Costiera e all’FBI qualsiasi crimine o presunto crimine si sia consumato a bordo.
Attualmente se i crimini sono commessi in acque internazionali le navi da crociera che non battono bandiera americana non hanno alcun obbligo di denuncia, né sono tenute ad investigare. Normalmente si limitano a ripulire le cabine e far scendere gli eventuali familiari sopravissuti, i cadaveri se ci sono e proseguono, più o meno serenamente, il percorso turistico previsto. E così si perdono le tracce di Amy Linn Bradley di 23 anni, esce probabilmente per fumare una sigaretta dalla cabina di una nave da crociera nel Mar dei Caraibi e nessuno l’ha mai più rivista. Né viva, né morta. I genitori offrono un premio di 250.000 dollari a chiunque possa offrire informazioni di qualsiasi tipo su cosa può essere successo quella mattina a bordo di quella nave.
I numeri approssimativi di questi incidenti a bordo di navi da crociera sono pubblicati da un altro sito dal nome davvero insolito ma abbastanza esplicativo: Cruise Junkie, tossicodipendente non da eroina ma da crociera. L’autore del sito - Ross Klein - è in realtà un professore universitario, un viaggiatore che evidentemente sta cercando di disintossicarsi al punto da dedicare molte delle sue energie a denunciare l’industria turistica delle crociere in tutte le sue presunte nefandezze.
Nel suo sito e nei suoi libri dedicati al lato oscuro, sconosciuto, non visibile dell’industria crocieristica non tralascia alcun aspetto ed essendo un sociologo ne valuta ogni possibile conseguenza. Dall’impatto ambientale alla gestione dei rifiuti di queste città galleggianti, dalle questioni burocratiche a quelle del lavoro a bordo, dagli incidenti che coinvolgono navi a quelli che coinvolgono persone. Ha raccolto così una casista annuale dei passeggeri morti, annegati o scomparsi dalle navi da crociere in tutto il mondo, tanto turisti quanto lavoratori. Ma anche degli stupri o dei tentativo di stupro che coinvolgono sia turisti che lavoratori. E’ un “j’accuse” forte e sostenuto da numeri inquietanti dal 2000 a oggi la stampa internazionale ha riportato 124 casi di persone cadute a mare, incidenti o suicidi e molti misteri perché di quasi tutti le circostanze e le modalità sono rimaste ignote e di molti non si è mai trovato il cadavere.
La settimana scorsa la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato un disegno di legge che riguarda proprio le navi da crociera che intendono attraccare o salpare da un qualsiasi porto americano, indipendentemente dalla nazionalità della bandiera che sventola a poppa.
La legge prevede oltre all’obbligo di denuncia immediata alle autorità americane per qualsiasi reato a bordo di navi e la registrazione dei casi di violenza sessuale, di cadute dalle nave, suicidi, omicidi, scomparse a bordo di qualsiasi nave da raccogliere in un sito web della Guardia Costiera. A queste disposizioni si aggiungono questioni più tecniche relative alle misure di sicurezza da adottare: spioncini alle cabine, telecamere di sicurezze, procedure d’intervento mirate a preservare ogni possibile prova di un crimine a bordo. La legge passerà ora al Senato prima di essere definitivamente promulgata dal presidente Obama a tutela e difesa della sicurezza dei passeggeri delle navi da crociera.
Resta il fascino e la malinconia della memoria descritta da Fellini nel suo Amarcord, con le barche in attesa del passaggio del favoloso Rex, con le luci del transatlantico che si specchiavano nel mare confondendosi con il riflesso luminoso delle stelle. E speriamo che da qualche parte nelle profondità delle acque internazionali, chi non è mai più tornato a casa possa almeno riposare in pace.
da ilmessaggero.it |
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| Leonardo Sciascia |
La testimonianza di Andrea Camilleri di Andrea Camilleri
L’inizio del mio rapporto d’amicizia con Leonardo Sciascia si caratterizza per due occasioni mancate. Ho usato la parola amicizia ed è bene che, prima di tutto, chiarisca di che grado lo fummo. Sciascia aveva una ristretta cerchia di amici di vecchia data (alcuni racalmutesi e poi Guttuso, Consolo, il fotografo Scianna, Enzo ed Elvira Sellerio) che lo chiamavano Nanà, diminutivo di Leonardo; poi ne aveva una seconda, alquanto più larga, che lo chiamavano Leonardo o Leonà, e con lui non aveva rapporti di vera confi denza anche se di solida amicizia. Io ho fatto parte di questa seconda cerchia.
Gli scrissi per la prima volta, non conoscendolo di persona, nel 1963, dopo che aveva dato alle stampe Il giorno della civetta. Ma avevo già letto avidamente Le parrocchie di Regalpetra e Gli zii di Sicilia. Allora, come funzionario Rai, lavoravo all’uffi cio «Ricerche e sperimentazioni», diretto da Angelo Guglielmi. In quei giorni un nostro programma sperimentale, «Candid Camera», era stato accettato dalla direzione generale e quindi, con Guglielmi, forti del successo, decidemmo di tentare uno sceneggiato a puntate, genere che allora aveva molto successo, basato non su un romanzo celebre, come usava, ma su un soggetto originale che avesse a che fare con la nostra realtà. Un giorno parlai a Guglielmi del delitto Notarbartolo, che aveva avuto larghissima eco in tutta Italia nei primissimi anni del secolo scorso. Notarbartolo, presidente del Banco di Sicilia, era stato assassinato in treno a pugnalate da due mafi osi che pare avessero agito su mandato di un deputato nazionale, l’onorevole Palizzolo. Nello shaker italosiciliano si cominciava dunque ad agitare quel micidiale cocktail di mafi a-bancheaffari- politica che continua ad essere agitato anche ai giorni presenti. Inutile perciò dirvi che l’onorevole venne assolto dall’accusa contro ogni ragionevole evidenza e portato letteralmente in trionfo al suo ritorno in Sicilia.
«Vedi se Sciascia è interessato» – mi disse Guglielmi. E io quindi ebbi il primo contatto epistolare con lui su carta intestata Rai. Mi rispose, dopo una quindicina di giorni, dicendomi che la proposta l’affascinava, ma che, avendo consultato qualche scritto d’epoca, aveva capito che, per farne una cosa seria, occorreva impegnarsi a lungo, troppo a lungo. E che perciò non se la sentiva. Gli scrissi nuovamente, proponendogli di assoldare una persona di sua fiducia per le ricerche d’archivio e un’altra per aiutarlo nella stesura del soggetto, ma non riuscii a smuoverlo. Prima occasione mancata.
Nello stesso anno il direttore del Teatro Stabile di Catania mi domandò se volevo curare la regia del Giorno della civetta. Accettai con entusiasmo, battendomi il petto e dicendo «Domine, non sum dignus». Alla riduzione teatrale stava lavorando Giancarlo Sbragia, che non era solo un attore, ma anche uno sceneggiatore e un fine intenditore di letteratura.
Un giorno Sbragia m’invitò nella sua casa romana e qui incontrai, per la prima volta, Leonardo. Sbragia ci lesse quello che fino ad allora aveva scritto e alla fine ci chiese il nostro parere. A me sembrò che avesse fatto un ottimo lavoro, ma la prima parola spettava all’autore. Il quale, impenetrabile come un Budda, per tutta la lettura non aveva fatto altro che fumare una sigaretta dopo l’altra. Sbragia e io ci voltammo verso di lui in attesa del responso e Sciascia, avvolto in una nuvola di fumo, mormorò qualcosa che non capimmo assolutamente. Allora Sciascia era solito spiccicare a stento qualche parola intramezzata da lunghe pause o da mugolii o da bofonchiamenti. In seguito si sciolse abbastanza.
Quando se ne andò, Sbragia mi chiese preoccupato: «Ma gli è piaciuta o no?» «Sì, me l’ha detto». «Ma se non si capiva niente!» «Me l’ha detto con gli occhi». E quante volte in seguito con Leonardo ci siamo parlati con gli occhi!
Pochi mesi dopo andai a Palermo per mettere in scena La favola del figlio cambiato di Pirandello e almeno due volte alla settimana m’incontravo con lui in un albergo per parlare del copione che intanto Sbragia ci aveva consegnato. E, naturalmente, parlavamo anche di Pirandello e del lavoro che stavo dirigendo. Appena andato in scena con La favola io sarei dovuto correre a Catania per iniziare le prove della commedia di Sciascia-Sbragia. Senonché un cumulo di circostanze avverse fece sì che io dovetti ritardare di una quindicina di giorni l’andata in scena a Palermo. Con mio autentico dolore, dovetti rassegnarmi alla proposta degli amici di Catania di affidare ad altri la regia, il loro calendario non consentiva deroghe. E questa fu la seconda occasione mancata. Occasione mancata anche per me, per la mia carriera di regista.
L’anno dopo, sempre allo Stabile di Catania, misi in scena L’uomo e la sua morte di Giuseppe Berto, l’autore del Male oscuro, incentrata sull’ultima notte del bandito Giuliano. Alla prima m’informarono che in sala era presente Sciascia. Alla fine c’incontrammo quasi per caso all’uscita del teatro. Mi tirò in disparte: «Bello spettacolo». «Grazie». «Ma vedo che hai preferito un autore continentale a me». E se ne andò. Se l’era legato al dito che io non avessi fatto la regia della sua commedia. L’accenno all’autore continentale si riferiva a un episodio accaduto nel corso di uno degli incontri palermitani. Spesso venivano a trovarlo giovani autori siciliani che gli avevano portato a leggere le loro opere. Me li presentava e quindi, sia pure attraverso il suo avaro parlare, finiva sempre col trovare qualcosa di buono in ogni lavoro che, si vedeva, aveva letto scrupolosamente. Direi che a volte addirittura si sforzava di trovarvi qualcosa di buono. Non si sforzava per niente invece con gli autori nati al di là dello Stretto, con loro era anzi severissimo, li esaminava senza alcuna indulgenza.
Un giorno glielo feci notare. «Tu usi due pesi e due misure». «Sì» – ammise con un tono di sfida. «E perché?» «Perché davanti agli autori siciliani mi sento diventare mafioso. Di loro vorrei ssere fratello, amico, complice e protettore. Come diciamo noi? Addifenniti ’u tò a tortu o a ragiuni. E io questo faccio». Dunque, difendeva il suo. Considerava «suoi» gli scrittori della nostra terra. Una lezione che ho imparato. E me ne diede prova personale quando pubblicai Un filo di fumo. Stavamo festeggiando l’uscita del romanzo con l’editore Garzanti e quattro, proprio quattro di numero, veri amici. Eravamo nella camera d’albergo di Garzanti quando bussarono alla porta e apparve Leonardo. «Non potevo mancare» – disse abbracciandomi. A proposito di Un filo di fumo. Mentre lo scrivevo, non riuscivo a trovare una qualsiasi documentazione sull’Isola Ferdinandea, l’isola affiorata al largo di Sciacca e risommersa dopo poco tempo. È, tra parentesi, l’isola sulla quale Pirandello ambienta La nuova colonia. Chiesi soccorso a Leonardo che a Roma vedevo spesso. All’istante, non solo mi disse in quale libreria antiquaria andare, ma mi indicò dentro quale scaffale e su quale ripiano avrei trovato un esile libretto dovuto al primo geografico che visitò l’isola. Sceneggiai per la televisione un suo racconto tratto da Il mare colore del vino, che s’intitolava Western di cose nostre. Era di tre pagine e mezza a stampa e io ne trassi tre puntate di un’ora ciascuna. Gli telefonavo spesso per chiarimenti e consigli. Mi rispondeva immancabilmente con una famosa frase verghiana, «quello che è scritto è scritto» e non aggiungeva altro. Vidi andare in onda le puntate con un vero e proprio batticuore. Mi chiedevo cosa ne avrebbe detto Sciascia. Un giornale ci intervistò a tutti e due a distanza. Il giornalista mi domandò: «Come ha fatto a ricavare tre ore di spettacolo da tre pagine?» «Quelle tre pagine» – dissi – «sono come un dado Liebig che può fare un brodo per quattro persone». E Sciascia di rimando: «Sì, ma anche col dado Liebig ci vuole abilità a fare un buon brodo. E Camilleri ci è riuscito».
Una settimana dopo m’invitò a pranzo a casa sua, a Palermo. Un pranzo siciliano naturalmente, assolutamente squisito. Mi complimentai con sua moglie, la signora Maria. Ma appena Leonardo si alzò per andare a prendere qualcosa, la signora mi disse a bassa voce: «Non sono stata io a cucinare, ma lui. S’è alzato alle sei di stamattina per preparare questo pranzo. Però non vuole che si sappia in giro che sa cucinare».
Diressi anche quattro puntate di una trasmissione radiofonica destinata agli italiani all’estero e a lui dedicate. Si chiamava «Uno scrittore e la sua terra». Due giornalisti, uno francese e uno inglese, gli rivolgevano domande in diretta su uno schema preparato da me e lui rispondeva. Chissà se esistono ancora queste registrazioni, sarebbe interessante trascriverle. Facevamo passeggiate per le strade di Roma, parlavamo di Pirandello, di Stendhal, di qualche comune lettura giovanile come L’aquila e il serpente di Guzman, dei nostri due paesi, del teatro di Racalmuto chiuso da anni dove aveva esordito da regista. Quel teatro, dopo quarant’anni, è stato riaperto ed io ne ho accettato la presidenza solo in ricordo dell’affetto col quale me ne parlava.
A proposito di Pirandello: «Voi registi non fate altro che leggere e mettere in scena il suo teatro. E trascurate quella miniera che sono le novelle al cui confronto il teatro diventa una cosa che sa di artificiale». Ne tenni conto, in seguito, facendo uno spettacolo tratto da dodici novelle pirandelliane. A proposito di Stendhal: «Quanto gli sarebbe piaciuta quest’Italia dei giorni nostri così malati di corruzione, di trame oscure, di delitti!» E discutevamo, naturalmente, di politica. Erano i giorni della rottura avvenuta col fraterno amico Renato Guttuso e il suo anticomunismo aveva subito un’impennata tale che io ero costretto a reagire duramente a certe sue dichiarazioni almeno avventate. «Tu difendi Renato perché appartieni alla stessa parrocchia!». Per poco non passavamo alle male parole. Ma l’amicizia, qualunque cosa ci siamo detti nella foga dello scontro, non s’incrinò mai.
Un giorno un mio amico mi trovò i documenti, che da tempo cercavo, i quali comprovavano una strage avvenuta nel mio paese, Porto Empedocle, all’interno della Torre di Carlo V dai borboni trasformata in carcere. 114 carcerati fatti ammazzare in una sola notte dal comandante delle guardie di custodia che temeva un’insurrezione dei reclusi. Invitai Sciascia a casa mia, gli narrai la vicenda, gli consegnai le carte nella speranza che volesse scriverci su qualcosa. Dopo una diecina di giorni mi telefonò autoinvitandosi per un caffè. Mi disse che la storia l’aveva molto interessato. E poi mi domandò: «Scusa, ma perché vuoi che la scriva io invece di scriverla tu?» «Perché io non saprei scriverla come potresti fare tu». «Ma perché vuoi scriverla come saprei fare io? Io ne farei un libello e tu no. Scrivila come sai fare tu». «Ci penso io con la Sellerio». La scrissi, la intitolai La strage dimenticata e gliela diedi a leggere. Inutile dirvi con quale batticuore aspettavo il suo parere. Poi arrivò la telefonata: «Vienimi a trovare». «Cammillè (mi chiamò sempre così, mantenendo due emme nel cognome), quello che hai scritto m’è piaciuto, ma»… «Ma?» «Ma usi troppe parole siciliane». «Leonà, ce n’erano di più nel Filo di fumo». «Quello era un romanzo, e anche lì ce n’erano troppe. Ma questo è un saggio. È diverso. Tra parentesi, rischi di avere pochi lettori, se scrivi così». «Non so scrivere diversamente». «Non ci credo. A te piace scrivere così. Perché?» «Leonà, a te piace affilare il tuo italiano per farne una specie di bisturi luccicante e taglientissimo, a me piace lasciare i nodi del legno dal quale proviene, come il bastone di un pecoraio. Che faccio? Vuoi che lo riscriva?». «No, ti volevo solo avvertire». Portò il libretto a Elvira Sellerio e lo fece pubblicare. E intervenne magistralmente sulla bandella che altri aveva approntato, come ho potuto constatare leggendo il prezioso Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri di Silvano Nigro.
Una volta mi telefonò chiedendomi se avevo un racconto da dargli per inserirlo nella seconda edizione dell’antologia Scrittori di Sicilia che aveva curato con Guglielmino. Allora ne avevo scritto solo tre. Montalbano sarebbe arrivato molto tempo dopo. Gli risposi che glieli avrei lasciati in albergo tutti e tre, scegliesse lui quale. Mi richiamò per dirmi che ne aveva scelto uno, Capitan Caci e mi raccomandò di non darlo ad altri. Dopo nemmeno una settimana mi capitò un fatto inverosimile. Stavo leggendo Storie del porto di Bahia di Jorge Amado e provai una sorpresa indescrivibile. Ben due avvenimenti capitati al protagonista di Amado io li avevo quasi esattamente descritti nel mio Capitan Caci. Com’era possibile? Se avessi fatto pubblicare il mio racconto, tutti mi avrebbero accusato di uno sfacciato plagio. Glielo dissi a Leonardo e lui convenne che non era il caso. Ma sembrò non meravigliarsi molto. «Qualche volta capita». «Che signifi ca che capita?» «Capita, capita». Qualche anno dopo mi avvenne di leggere un articolo di Italo Calvino nel quale raccontava che gli era successo un caso analogo al mio e ne dava la spiegazione: le idee narrative si trovano tutte in una sorta di biblioteca archetipale e quindi può capitare che due autori consultino lo stesso libro. Mi confortò, quell’articolo.
Leonardo aveva scritto una delle famose interviste impossibili per la radio, ma si era rifi utato d’impersonare sé stesso come il programma esigeva. L’intervista perciò rimase inedita. Tre o quattro anni fa, la radio decise di realizzarla e io venni chiamato a fare Sciascia. Essere la sua voce per me fu quasi traumatizzante.
Un’ultima cosa. Che ho spesso ripetuto. Come scrittore, sono stellarmente lontano da lui. Eppure quando sento di avere le batterie mentali scariche, ricorro all’elettrauto di Sciascia. Mi basta leggere una sua pagina qualsiasi per tornare a sentirmi vivo. © RIPRODUZIONE RISERVATA da ilmessaggero.it |
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| Sciascia sul Gattopardo |
L'intervista inedita a Sciascia sul Gattopardo di Pietro Milone
Intervistai Sciascia a Roma, ai primi di novembre del 1983, quando partecipò in Campidoglio alla celebrazione del bicentenario della morte di Stendhal, per realizzare un articolo per il 25° della pubblicazione del Gattopardo. L’articolo, per cui contattai Giorgio Bassani e intervistai anche Carlo Muscetta e Ines Casiraghi della Feltrinelli, scritto per la Quotidiani Associati, non fu pubblicato. Riporto qui la breve intervista a Sciascia nella sua trascrizione completa che però, inevitabilmente, non può rendere l’amaro risolino che lo suggellò. Un riso come «di lumaca sul fuoco», per dirla con le parole del Pirandello che, nel discorso palermitano del cinquantenario della morte, Sciascia definì «padre». Un riso, dunque, umoristico, che non giunge al pieno distacco, al dominio degli affetti, alla congenita indifferenza su cui, proprio, lo intervistavo, a proposito del romanzo; ma che è dolentemente partecipe, delle illusioni ideologiche che contro quell’ aristocratica indifferenza lo avevano mosso. Dolentemente: in quanto, appunto, consapevole della loro illusorietà.
Cosa si può dire oggi, a distanza di 25 anni, del Gattopardo a spiegarne anche il grande successo di pubblico? È un’opera da bancarella, come diceva Contini, un’opera di grande intrattenimento, o un capolavoro come la presentava Bassani e in parte anche Montale? È un bel libro e il pubblico aveva ragione. Io non ho mai negato che fosse un bel libro. La mia polemica riguardava più i fan del Gattopardo che Il gattopardo stesso.
Cosa dire, allora, di quei due partiti che si erano creati e della spaccatura che riguardava la letteratura ma anche la cultura e la politica? Del rifiuto di Vittorini e di quella polemica nel crepuscolo del Neorealismo? È comprensibile che allora nascesse una polemica sul libro. Oggi quella polemica non c’è più e c’è soltanto il libro che è un bel libro.
E riguardo alla Sicilia, la visione della Sicilia dell’opera? La visione della Sicilia che c’è nel Gattopardo è un po’ troppo immobile. È un po’ troppo da alibi per la classe aristocratica cui Lampedusa apparteneva.
Romanzo storico e inadeguatezza della sua visione storica o romanzo psicologico? O questi interrogativi sono legati al momento in cui li si dibatteva? La visione storica è un po’ unilaterale, ciononostante è un romanzo storico. Non si può negare che materia del romanzo sia la storia. Ma è una fusione tra romanzo storico e ricerca del tempo perduto.
E quel pessimismo che aveva tanto scandalizzato, quel nichilismo, quella congenita sublime indifferenza di cui parlava anche lei, come giudicarla oggi, dopo tante esperienze? Si può anche dire che lui aveva ragione e noi torto [ride]. © RIPRODUZIONE RISERVATA da ilmessaggero.it |
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| Dario Fo: Croce via |
Dario Fo: Croce via
di Dario Fo, da Il manifesto, 4 novembre 2009
Suona scandalo la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo che, accogliendo la denuncia di una cittadina italiana, dichiara che la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni. Scandalizza enormemente i cattolici apostolici romani. Ma non i cristiani. Perché ci sono anche i cristiani non apostolici romani che non fanno del predominio del simbolo della croce il loro valore essenziale. Naturalmente è tutt'altro che offensiva per chi è ateo e non ha religione come me, e tantomeno la sento offensiva per chi professa un'altra religione.
L'elemento straordinario della sentenza, destinata a destare non solo scandalo ma dibattito e scontro, sta nel fatto che precipita sullo schermo piatto della realtà italiana che vive - vivrà? - nei millenni all'ombra del potere della Chiesa romana. Da questo punto di vista è la critica profonda al simbolo per eccellenza, la croce. Proposto finora come una simbologia imposta, affisso ovunque in scuole, ospedali, uffici come il connotato forte della nostra cultura. Una onnivora cultura di stato. E i cattolici difficilmente molleranno l'idea di essere i gestori della religione di stato.
Non a caso però la Corte europea ha aggiunto che proprio la presenza dei crocefissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente segno religioso e dunque potrebbe condizionarli: se incoraggia i bambini già cattolici, può invece essere di condizionamento e disturbo per quelli di altre religioni e per gli atei.
Esplode l'ira del Vaticano, il governo di centrodestra accusa, balbettano dall'opposizione democratica: «È una questione di cultura, di tradizione». Allora apriamo anche il libro nero di queste cultura e tradizione. Il cattolicesimo della Chiesa romana nasconde dietro il crocifisso interpretato come riscatto, una cultura e una storia di violenze, sopraffazioni, guerre. In nome della croce sono stati commessi grandi misfatti, Crociate, Inquisizioni, la rapina e i massacri del Nuovo mondo, la benedizione degli imperi e degli uomini della provvidenza. Pensate che il cattolicesimo ha proibito fino all'Ottocento di tradurre in volgare la Bibbia e il Vangelo.
In nome di quel «segno» si sono commessi i crimini più efferati. E si commettono, con le proibizioni contro il diritto degli uomini a gestire la conoscenza e la libertà individuale e sessuale. Se è la «nostra cultura», come dichiarano l'intrepida ministra Gelmini e il «pontefice» Buttiglione che accusa la sentenza di Strasburgo di essere «aberrante», perché non raccontare il lato oscuro della croce come simbologia di potere? Invece è come se continuassero a dire: lo spazio del visibile, dell'iconografia quotidiana della realtà è mio, lo gestisco io e ci metto le insegne che voglio io. È questo che è sbagliato.
La Conferenza episcopale strilla che si tratta di sentenza «ideologica». Racconti della violenza nella cultura storica della Chiesa romana apostolica, dei roghi contro la ragione eretica che da sola ha fatto progredire l'umanità. Se è l'origine salvifica per tutti che si vuole difendere, allora va accettato e relativizzato al presente, perché in origine esso era solo un segno di riconoscibilità dei luoghi clandestini di preghiera e culto. Non un simbolo imposto, che rischia di richiamare un rituale comunque di morte, contro gli altri, le altre culture, storie, religioni.
Che la realtà che ci circonda, in primo luogo quella formativa della scuola, torni ad essere spazio creativo oltre le religioni, libero per tutti dagli obblighi oppressivi dei valori altrui.
(4 novembre 2009)
da temi.repubblica.it
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| Le Comunità Cristiane di base: Meno croce e più Vangelo |
No al crocefisso in classe
Le Comunità Cristiane di base: Meno croce e più Vangelo
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato stampa delle Comunità Cristiane di base italiane.
Riteniamo un traguardo di civiltà, laicità, tolleranza, libertà e pacificazione religiosa la sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo che ha detto "no" all’esibizione del crocifisso nelle scuole pubbliche, pronunciandosi sul ricorso di una cittadina italiana. Finalmente una buona notizia dalla Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo che restituisce, in parte, quella realtà istituzionale alla democrazia ed ai diritti di cittadinanza.
Questa nostra valutazione è coerente con tutta la storia delle comunità di base che si sono sempre impegnate per l’affermazione di una laicità positiva in ogni ambito di vita, "nella società, nello stato, nella chiesa" come recita il titolo di un importante Convegno che le stesse comunità base tennero a Firenze già nel 1987.
Sappiamo di essere controcorrente perché la maturazione della società, della realtà religiosa e della politica sul tema della laicità è un percorso lungo e conflittuale. Ma non siamo affatto soli.
"Meno croce e più Vangelo" valeva nella scuola di Barbiana da dove don Milani aveva tolto il crocifisso. Meno croce e più Vangelo valeva per un cattolico come Mario Gozzini, il senatore della legge sulla umanizzazione del carcere, il quale nel 1988 scrisse sull’Unità due forti articoli di critica verso i difensori dell’ostensione pubblica della croce. Egli da fine politico e da buon legislatore fa la proposta di "uno strumento che impegni il presidente del Consiglio a studiare e compiere i passi opportuni per ottenere, dalla Conferenza episcopale, l’assenso a togliere di mezzo un segno diventato, quantomeno, equivoco... Ci vorrà tempo e pazienza – conclude Gozzini – ma ho speranza che alla fine la ragione e l’autentica coscienza cristiana, quella che bada a Cristo più che ai patrimoni storici, avranno la meglio".
La speranza di Gozzini è sempre più la speranza nostra, di tanti laici ma anche di tante realtà cattoliche.
da temi.repubblica.it |
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| E' MORTA ALDA MERINI |
ALDA MERINI
Repubblica — 27 agosto 2006 pagina 50 sezione: DOMENICALE
MILANO - «Stia attento, sa! Io sono un presunto premio Nobel», sussurra con tono ironico e fintamente minaccioso Alda Merini piegata sulla cornetta del telefono. Ammicca nella mia direzione. «Lei che ne dice?». Si tocca la pancia, una smorfia le si ricama sulla faccia intelligente e maliziosa, spiega che sta aspettando il medico. Era lui all' apparecchio. «Faceva storie». Sono le due del pomeriggio. Mi racconta che stava per fare il bagno, si era dimenticata dell' appuntamento. Lascia che l' acqua scorra nella vasca, dopo un po' il suo gorgoglìo diventa una nuova forma di silenzio. Ride, spezza il filtro di una Diana, se la infila tra le labbra e l' accende. Sul parquet brucia ancora il mozzicone di quella precedente, una sottile voluta di fumo si alza tra libri, fogli, disegni, stoffe, abiti non stirati, panni che da giorni attendono di finire in una misericordiosa lavatrice, scatole di gomma da masticare e paletò macchiati appesi a un unico tronfio trespolo che sembra un babbo natale impalato da qualche crudele ragazzino. Alda Merini è una delle più grandi poetesse italiane del Novecento. Di sigarette ne fuma settanta, a volte ottanta il giorno. «In manicomio ce le passavamo gli uni con gli altri. Stavamo in fila, a testa bassa, dentro i nostri camicioni, nel darci la cicca indugiavamo un po' per accarezzarci le mani. Erano le uniche ricchezze che avevamo, la sola cosa da fare, il solo gesto umano che ci univa nell' illusione di un breve spazio di normalità». In giro non si vedono posacenere, il pavimento assomiglia a un campo di stoppie annerite dai falò autunnali. «Le sigarette mi hanno allungato la vita». Solleva appena il vestito, mostra le gambe bianche: «Guardi che bella pelle che ho. Lei che ne dice?». La sua simpatia è dolce, nostalgica, attraversata da tenerezze e pudori di bambina. I poeti sono spesso poveri. Quasi mai tristi. Si portano dentro l' allegria dei naufraghi. Oppure lo sberleffo, che è la vanità degli artisti. è così per la Merini. La immaginavo, chissà perché, sempre sola nel cerchio tracciato dalla sua musa e invece scopro che ha dietro moltitudini di anime, amori, vite, dolori e piccole felicità passeggere, un' esistenza spezzata in tanti fiumi alcuni dei quali si sono seccati nella terra mentre altri, alla fine e fortunosamente, sono riusciti a riemergere e ricongiungersi. I poeti non perdono mai nulla, o abbandonano soltanto ciò di cui vogliono liberarsi. Alda Merini parla per esempio di Eugenio Montale, uno dei suoi uomini preferiti. Dice proprio così, «uomini», anche se con Montale non c' è stato nulla di più di un' amicizia. Ricorda quei versi indimenticabili che riportano tanti di noi al sapore dell' infanzia: Qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza, ed è l' odore dei limoni. Anche lei, a settantacinque anni, quindici dei quali, da quando ne aveva ventisette a quando ne ha compiuti quarantadue, trascorsi da matta tra i matti, fa il conto della sua ricchezza. «Ho avuto quattro figlie. Allevate poi da altre famiglie. Non so neppure come ho trovato il tempo per farle. Si chiamano Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta. A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini. Quella pazza. Rispondono che io sono la loro mamma e basta, che non si vergognano di me. Mi commuovono». Ha avuto un marito, Ettore Carniti, molto amato, molto geloso e, dice lei, anche parecchio infedele. Una notte che era rientrato a casa con addosso il profumo di un' altra donna, come il Tomàs dell' Insostenibile leggerezza dell' essere di Kundera, lei gli spaccò in testa una sedia dorata. «Quella lì», me la indica. La spalliera è tutta incerottata. Mi invita a sollevarla. è pesantissima. Lui sopravvisse eroicamente allo schianto, chiamò l' ambulanza e la portarono in ricovero coatto al Paolo Pini, l' ex manicomio di Milano ora diventato un parco e un teatro. «Ma io laggiù non ci ho mai più messo piede, ho paura. Terrore purissimo». Lei è così. Salta da un argomento all' altro. Li accatasta alla rinfusa, come gli oggetti di questa minuscola casa al 47 su Ripa di Porta Ticinese. Di fronte ci sono una chiesa di mattoni bruniti e l' acqua scura come la pece del naviglio. Camera da letto, bagno, cucinino, studio. Ci si sposta solamente mettendosi di fianco, schiacciandosi come acciughe contro gli indecifrabili relitti che coprono le pareti. Nel gioco dei pieni e dei vuoti, questi ultimi hanno avuto clamorosamente la peggio. Lei ce l' ha con il padrone di casa che l' ha obbligata a liberare la soffitta e con gli operai che spaccano, battono, impolverano. Ma è un rancore fragile, forse nient' altro che un aneddoto al quale si è ormai affezionata come un reumatismo che si risveglia nelle ossa quando cambia il tempo. «Qui, adesso, è impilata tutta la mia vita. Il mio lavoro. A volte viene a trovarmi mio marito». Ettore Carniti è scomparso nell' 81. «Non credo ai fantasmi, anche se sarei una buona giallista. Fu Manganelli a insegnarmi la tecnica del romanzo giallo. Ettore entra dalla stessa porta dalla quale è passato lei. Arriva all' improvviso, come faceva sempre, nel timore o nella voglia di scoprirmi con qualcun altro. Io lo sento. Portiamo i morti con noi fino a quando moriamo a nostra volta». Non potrei vivere senza la fede, scrisse in passato. Quand' era ragazzina, affezionata alla storia di Santa Teresina del Bambin Gesù, tentò di entrare in convento. Fu una fugace esperienza. «Sono una contemplativa, non mi piacciono i rumori, amo la solitudine». La famiglia andò a riprendersela. Finì a fare pratica da stenografa negli studi di alcuni avvocati fallimentari. Il primo impiego lo perse subito perché componeva poesie durante l' orario di lavoro. «Mi buttarono fuori. Erano taccagni, mamma mia, lei non ne ha idea dell' avarizia degli avvocati. Ma adoravo il loro modo di scrivere gli atti. Mi accorsi che gli avvocati scrivono bene». Nel centro di Milano percorreva ogni mattina la stessa strada. Era il 1948. Le capitava di incontrare sovente un signore minuto, curvo, silenzioso, di un' eleganza dimessa. A lui dedicò una delle sue prime poesie, Il gobbo: Mi viene a volte un gobbo sfaccendato, un simbolo presago d' allegrezza che ha il dono di una strana profezia. Quell' uomo era Enrico Cuccia, il leggendario banchiere. «Una mattina lo fermai e gli dissi: io ho fame. "Buon segno", mi rispose. E tirò dritto». Dio, invece, da lei si fermò, nonostante la rinuncia alla clausura. E non se n' è più andato dalla sua anima. Anche da altre parti del suo corpo. Dagli inguini - scrive la Merini nella raccolta La Terra Santa - può germogliare Dio. «La mia religiosità è molto pagana. Pagana e gaudente. Mi sono sempre comportata da grande peccatrice e non mi sono mai pentita. Non vado in chiesa a mormorare, d' altra parte le chiese sono sempre vuote. Non prego. Ma credo che Dio sia qui con me. Ne avverto la presenza, annuso il suo odore, sento dentro di me la pace divina. Due cose sopra tutte mi convincono dell' esistenza di Dio: che non sono padrona delle mie volontà e che l' Oceano Pacifico non possono averlo creato gli scienziati. Mi basta questo. Nego l' aldilà e la resurrezione. Se guardo tutto ciò di meraviglioso che Dio ha creato su questo terra, come posso credere che mi regali anche il paradiso? Sarà per questo motivo che non penso mai alla morte. A meno che non sia già morta. Lei che ne dice?». Dai muri gli oggetti appesi con mano malferma danno l' impressione di poter precipitare da un momento all' altro. Ci sono molte immagini di Giovanni Paolo II. «Lo amo. Era bello, coraggioso, ostinato. Non sembrava neanche un Papa. Ha saputo tenere annodati i cordoni della pace, ha parlato con tutti i popoli del mondo. La sua agonia è stata terribile, penosa. Dopo i suoi funerali non ho più acceso la tv». C' è un poster del film Vacanze romane. Gregory Peck e Audrey Hepburn. «I nostri grandi amori. Oggi non ne esistono più, si è persa la favola. Telefonini, computer, sms. Mi trovi uno che scriva ancora lettere alla fidanzata, se ne è capace. Gli italiani sono sempre più cretini, malati di padreternismo, egoisti e primitivi. E sempre più tristi. Mi era rimasto Berlusconi, il solo che mi facesse ridere in un paese che non ride più. Con la sua caduta è morto l' ultimo pagliaccio d' Italia, aveva una stupidità che incanta». In camera, proprio sopra il letto c' è una riproduzione dell' Origine del mondo di Gustave Courbet. «Guardi l' offerta piena che c' è tra le gambe di quella donna. Maria Corti diceva che le donne non hanno sesso. Io mi considero una donna fallica. Non ho l' ossessione del sesso, ma so per esperienza che il sesso annienta le nevrosi. Sono molti anni che non faccio più l' amore. A volte provo il desiderio di scopare un uomo, ma mi passa in fretta. In realtà non ne ho più voglia. Noi anziani trascorriamo le giornate con un obiettivo fisso nella testa. Prima di sera - ripetiamo a noi stessi - , riuscirò a fare questo e quello, e quell' altro ancora. Ci illudiamo di essere forti, autosufficienti. Viene notte e non abbiamo combinato nulla. A fatica ci manteniamo in vita. Io sono una vecchia che sta bene, vado a letto presto e so che ogni giorno nuovo è un giorno regalato». Alda Merini lavora ancora. Molto. Con Milva, Lucio Dalla, Roberto Vecchioni, Giovanni Nuti. Ha appena terminato i Vangeli apocrifi. «Scrivo per non annoiarmi. Non ho mai avuto il piacere della lettura, non so come la gente possa leggere le mie poesie. Credo di non avere mai letto un libro fino alla fine». Confessa di fermarsi alla prima frase dalla quale viene folgorata. Di lì in poi la sua mente spicca il volo e si perde. Acrobazie, evoluzioni, salti mortali sul filo delle parole. «Le parole sono per me modelli di virtù. Le bevo come i bambini attaccati al capezzolo della madre o al loro dito. Sono stata matta d' amore per Rainer Maria Rilke. Mi piacevano Holderlin, Valéry, Melville, Gide, Pirandello, Dante, Manzoni. L' errore è farci leggere I promessi sposi a scuola. Ho avuto la fortuna di conoscere altri grandi letterati: Quasimodo, Manganelli, Montale, Raboni, la Spaziani. Alcuni li ho amati, li ho avuti. Non Giovanni Raboni. Giovanni era bellissimo. Ricordo che una sera lo incontrai al bar in un albergo di non so più quale città. Era appoggiato al bancone e mi dava le spalle, alto, bianco, elegantissimo, un attore del cinema, un dio. Pensai: chissà che cosa beve un uomo così. Mi avvicinai e lo sentii ordinare al cameriere una camomilla. Avrei voluto abbracciarlo, ma non ne ebbi il coraggio». Lascia cadere sul pavimento la sigaretta ancora accesa, ne prende un' altra dal pacchetto. Dice: «Ho avuto una bella vita. Sa qual è il più bel complimento che ho ricevuto? Me lo fece la mia vicina, una signora che non c' è più e che non dimenticherò mai. Mi raccontò che in Sardegna abitava nella stessa casa di Grazia Deledda e che io gliela ricordavo perché come lei non mi davo arie e stavo bene anche con uno straccio addosso. Io non ho più niente da dire. E lei, lei che mi dice?». -
DARIO CRESTO-DINA da ricerca.repubblica.it |
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