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Questo Paese è peggiorato e somiglia a Berlusconi

Questo Paese è peggiorato e somiglia a Berlusconi

Il Pd? Deve rifare l’Italia

di Pietro Spataro


È stata una prova d’appello, ora non si può più deludere la speranza del popolo delle primarie...». Guido Crainz, storico e docente all’Università di Teramo, guarda a quei tre milioni che si sono messi in fila per scegliere il segretario del Pd con interesse ma anche con preoccupazione. Il professore, che ha appena pubblicato il libro «Autobiografia di una Repubblica», vede un paese peggiorato e senza regole. E sulla fine di Berlusconi dice: «Non vorrei che fossimo già morti berlusconiani...».

Tre milioni per scegliere un leader sono una bella prova, non crede?
«Certo, sono un segno di vitalità. Penso si possa dire che gli elettori del centrosinistra sono migliori dei loro dirigenti. Però, altre volte la spinta delle primarie è andata delusa. Ora non si può sbagliare un’altra volta».

E quindi che cosa fare per dare un senso a quei tre milioni?
«Sembrerà utopistico ma io dico: costruire una buona politica. All’inizio degli anni Novanta il centrosinistra ha avuto una grande occasione, poteva farsi interprete di una buona politica per rifare l’Italia come diceva Prodi: il merito, la trasparenza, un modo diverso di fare le nomine. E invece non è stato così ed è stato un disastro».

Pensa sia cominciato tutto quindici anni fa?
«Dobbiamo riflettere su quel periodo. In quel momento c’è stata una crisi profonda: prima l’esplosione di tangentopoli, poi l’offensiva minacciosa del leghismo. Un’offensiva contro l’Italia. Gian Enrico Rusconi scrisse un libro intitolato “Se cessassimo di essere nazione” nel quale coglieva il problema. Allora però si scelse di addossare ogni responsabilità al ceto politico e si immaginò una società civile sana, portatrice di una missione salvifica. Quella società però non era incontaminata e pura. La gente infatti ha votato per Berlusconi e non per una politica riformatrice».

Insomma la storia è andata da un’altra parte?
«Diciamolo: in questi quindici anni il Paese è peggiorato. Basti pensare che oggi anche le denunce documentate non producono più alcun effetto. Questo è il nostro dramma. O riusciamo a invertire la tendenza o saranno guai. Vede, arrivo a dire che se Berlusconi cadesse oggi cambierebbe poco».

Perché?
«Perché questa Italia è stata modellata dalla sua concezione e dai sui comportamenti. Certi processi messi in moto da Berlusconi hanno cambiato il Paese».

Niente regole, affari privati contro interesse pubblico: dove nasce questo spirito negativo dell’italiano?
«È troppo comodo dire: siamo sempre stati così. È una forma di autoassoluzione. Credo che il processo che ci conduce a questo punto cominci quando finisce l’Italia contadina e si avvia la nascita di quella moderna. Quei caratteri negativi, come li chiama lei, sono presenti già nel periodo del boom economico. Però in quegli anni c’erano gli anticorpi: il movimento operaio, l’Italia rossa, l’Italia bianca del solidarismo, il movimento studentesco. Questi anticorpi frenavano certe tendenze. Tutto questo fu stritolato negli anni Settanta prima dalla strategia della tensione e poi dagli anni di piombo. Entriamo così negli anni Ottanta che furono il trionfo dell’Italia senza regole. A quel punto però gli anticorpi non ci sono più. Questo spiega perché vince Berlusconi e non i riformatori. Ricordiamoci che sorpresa furono le elezioni del ‘94. Pensavamo ci fosse un paese sano che dopo tangentopoli avrebbe cambiato l’Italia e invece apparve il Cavaliere».

Veniamo a oggi. Come lo vede questo Paese?
«Mi chiedo, usando il titolo di un libro di Fruttero e Lucentini, a che punto è la notte. Certi comportamenti negativi si sono estesi. Sono diffusi, me lo lasci dire, anche in alcuni di quelli che vanno alle primarie e votano centrosinistra».

Secondo lei esiste in Italia una questione democratica? Gli attacchi del premier alCapodello Stato e alla magistratura, il disprezzo del Parlamento, mettono a rischio la democrazia?
«Provo un po’ di paura a dire che la democrazia è in pericolo.Ma non c’è dubbio che Berlusconi è portatore di una concezione estranea alla democrazia. L’unico baluardo sono stati in questi anni i presidenti della Repubblica: prima Scalfaro e Ciampi, oggi Napolitano. Forse dimentico qualcosa ma non mi viene in mente un’iniziativa forte del centrosinistra ».

Ci sono stati i girotondi qualche anno fa...
«Sì certo e sono stati un fenomeno importante. Ma non dimentichi le lezioncine che diede allora D’Alema il quale non seppe cogliere la novità. Oggi però non è consolante vedere che l’unico baluardo alle concezioni di Berlusconi è il Quirinale».

Secondo lei questa destra al governo non è un po’ sovversiva?
«Gli attacchi sono cronaca quotidiana. Siamo in un momento in cui sembra un’anomalia che il presidente della Camera sia una luminosa eccezione. Vede, se mi chiede quali politici sono cambiati di più in questi anni io le rispondo Fini.Hacompiuto, dal Msi a oggi, un percorso difficile e di grande rilievo».

Però è abbastanza isolato...
«Certo è assolutamente isolato.Hafatto delle scelte a costo anche di pagare un prezzo. Dall’altra parte come ha detto lei c’è il sovversivismo: ma non solo delle classi dirigenti ma anche degli organi di stampa. Nominare Feltri direttore del “Giornale” è la dimostrazione di quale sia il modo di intendere la lotta politica».

Qualche osservatore dice che comunque il dopo Berlusconi è già cominciato.Condivide?
«Lo abbiamo detto tante volte e tante volte un inadeguato centrosinistra gli ha permesso di tornare in sella. Vorrei che fosse chiaro un fatto: una cosa è la fine politica di Berlusconi e una cosa è la fine di questa Italia. Si ricorda quando si diceva “moriremo democristiani”? Ecco, non vorrei che fossimo già morti berlusconiani».

Ma perché l’Italia non riesce ad avere una destra europea?
«Perché la destra italiana è frutto di questo paese. Nel 1968 dopo la rivolta studentesca in Francia furono i gollisti a fare una riforma che modernizzò l’università. In Italia questo non accadde. Quindi il punto è cambiare il Paese».

Professore possiamo dire che questo quindicennio in Italia ha segnato la sconfitta della sinistra?
«Parlerei di scomparsa del progetto di trasformazione. Qualcuno mi dice che sono pessimista ma io noto una lunga difficoltà. Non riesco a vedere né programmi né metodi nuovi. E non li vedono i cittadini. C’è quasi la convinzione di un mondo che non cambia. Se una parte dell’elettorato ha ritenuto che Berlusconi fosse la novità e la sinistra il vecchio una ragione ci sarà».

In questo contesto come valuta la nascita del Pd?
«Per ora mi pare una grande occasione mancata. Vediamo se riesce a costruire unmodo riformatore di fare politica e a non deludere la speranza del movimento delle primarie».

L’elezione di Bersani alla segreteria le pare una prima risposta?
«Le rispondo: non lo so. Mi permetta di restare nel dubbio».

Lei chiude il suo libro con alcuni versi di Giorgio Caproni: «Sono giunto alla disperazione / calma senza sgomento/ Scendo. Buon proseguimento». Quindi non c’è più nulla da fare e vuole cedere alla tentazione di “scendere”?
«Guardi, spesso ho questa tentazione. Credo non si debba cedere ma la tentazione è forte, negarlo mi sembrerebbe mentire. Chevuole che le dica? Spero davvero di sbagliarmi ».

28 ottobre 2009
da unita.it


Pubblicato : 28/10/2009 da Pietro Spataro (da unita.it) | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Lo sposalizio del tempo


E. P. Taormina
Lo sposalizio del tempo
edizioni del Foglio Clandestino
8 euro – isbn 978-88-902114-9-2

collana di poesia: Interno 10


edizionidelfoglioclandestino.it
redazione@edizionidelfoglioclandestino.it

 


Nei versi de Lo sposalizio del tempo, brevi e rapidi come i granelli che scorrono nella clessidra, si assiste a un continuo flusso tra visioni, pensieri, ricordi. Tale flusso è impregnato di quella sfuggente sostanza che è il tempo. Tutto trapassa, eppure il filo che annoda tali oggetti temporali è la parola poetica, la quale congiunge e sostiene ciò che può andare perduto. Il poeta è accompagnato, nel suo percorso, dal femminile, presenza ricorrente che assume di volta in volta sembianze puramente naturali, metamorfiche o enigmatiche.

È un invito a un viaggio interiore che permetterà la (ri)scoperta di paesaggi mediterranei, volti, dettagli quotidiani, sensazioni che appartengono alla dimensione più intima del proprio essere.
“nella parola / trovai / il limo / di antiche / terre / e la chiave / di un calendario / astronomico”

Sergio Lagrotteria

 


UNA NOTA DI LETTURA

Scrittura del frammento e della dislocazione, il lavoro in versi di Taormina è lavoro di una vita, lettura che richiede l’impegno di entrare nella misura e nella durata, nelle pieghe delle immagini. Adeguato il respiro, sabbia, mare, coralli, tramonto, stelle, onde, i segni lasciati nell’uomo dalla terra. E cambia la visione delle parole: dallo sguardo fotografico alla prospettiva del sentimento.
Prospettiva… nient’affatto: i punti di vista, i punti di fuga si sovrappongono: «ti ho carezzato / con le parole». I bordi dei frammenti nella vita parlano, spigolosi, taglienti, oppure smussati, si legano di continuità; in un attimo, «il tempo / è scivolato / così bene / nella poesia / che non si vede».
E affiorano linguaggi altri: il silenzio, l’assenza, il discorso amoroso, dialogante contro ogni evidenza, come se si trattasse di respiro. E così è.
Nelle soste, si rimane, soli, con la coscienza del mondo.

Massimo Barbaro

 

Emilio Paolo Taormina è nato nel 1938 a Palermo dove vive. Dal ‘62 cura un’attività commerciale specializzata in musica rock, folk, blues, jazz. È autore di una vasta produzione di narrativa e poesia. Sue opere sono state tradotte in albanese, armeno, croato, francese. inglese, portoghese, russo, spagnolo e tedesco. È presente in antologie e riviste internazionali.

 


il tempo
è scivolato
così bene
nella poesia
che non si vede

 


sull’erba
della sera
hanno riflessi
d’oro
i rintocchi
delle campane

 


è rimasto
impigliato
al giallo dei limoni
il fischio
dell’ultimo
treno

 


Pubblicato : 27/10/2009 da Emilio P. Taormina | 0 commenti
Categoria : CULTURA

GENITORI E FIGLI...

La pelle sottile dei nostri ragazzi e l’autorità che manca agli adulti

Genitori e figli

di JAVIER MARÍAS

Sembra che ogni nuova generazione di giovani sia sempre più suscettibile e sempre più pusillanime e ogni nuova generazione di genitori sempre più disposta a proteggerla e a incoraggiare questa pusillanimità, in un crescendo senza fine. Gli adulti, poi, si allarmano di fronte ai risultati, quando è ormai troppo tardi: si ritrovano in casa adolescenti tirannici che non tollerano il minimo contrattempo o frustrazione; che a volte usano le mani (soprattutto contro le madri, che sono le più deboli); che aggrediscono la polizia, danno fuoco alle auto e cercano di assaltare le questure (che spasso!) perché è stato impedito loro di protrarre un rumoroso festino, un botellón , fino alle tre di mattina, come è successo pochi giorni fa nella facoltosa Pozuelo de Alarcón, appena fuori Madrid; giovani che, nel peggiore e nel più estremo dei casi, violentano in gruppo una ragazza della loro età o anche più giovane, come è avvenuto in un paio di occasioni in Andalusia qualche mese fa; e che naturalmente abbandonano prematuramente gli studi, quando non hanno ancora le competenze per svolgere qualsiasi lavoro.

Questi adolescenti pusillanimi e dispotici non provengono in genere da famiglie emarginate o povere (sebbene, come in ogni cosa, esistano delle eccezioni) ma dalle classi medie e benestanti. Sono quei giovani che si è potuto e voluto viziare; se non dal punto di vista affettivo, certamente da quello economico. Gli studenti dell’Università inglese di Cambridge appartengono ancora, per la maggior parte, a queste classi più o meno agiate e insolenti e sono molto «sensibili», a giudicare da quello che hanno chiesto e ottenuto. Hanno deciso che pubblicare i tabelloni con la lista dei risultati finali degli esami (esami pubblici, così si chiamano) è «troppo stressante», poiché provoca loro «un’ansia eccessiva e non necessaria» e presuppone un’«umiliazione», visto che permette ad altre persone di sapere se si è stati promossi o bocciati. Il corpo docente protettore ha accolto la loro richiesta, così ora riceveranno i loro voti via email o potranno consultarli online 48 ore prima che vengano esposti. Non è difficile prevedere che alla prossima generazione questo sembrerà insufficiente, e si pretenderà che le liste non vengano nemmeno esposte. Gli adulti, andando avanti di questo passo, non oseranno contrariarli e così si perderà un’altra delle motivazioni degli studenti ad applicarsi, ossia: la vergogna di apparire davanti ai compagni come degli asini, dei pigri o degli incompetenti. Mentre bambini e giovani diventano sempre più capricciosi, i governi intervengono per trasformare in delitto lo schiaffo che i genitori usavano dare ai propri rampolli quando bisognava insegnare che alcuni atti comportano conseguenze e castighi.

Nella vita si è sempre fatta la distinzione senza difficoltà tra questo, cioè uno schiaffo occasionale, e una percossa in piena regola da parte di un adulto verso un bambino, qualcosa di condannabile e ripugnante per quasi chiunque tranne colui che infierisce. Coloro che hanno proibito lo schiaffo non sempre si oppongono, tuttavia, a mandare in galera minorenni, se questi commettono un delitto rilevante. È il regno della contraddizione: non si possono mettere le mani addosso a un ragazzo per nessun motivo, per quanto commetta sciocchezze e non senta ragioni («è molto sensibile»), mentre invece lo si può rinchiudere dietro le sbarre per un certo periodo per rovinargli la vita definitivamente. Nulla è certo, ovviamente, ma è possibile che né gli stupratori di giovani né i fascistoidi di Pozuelo si sarebbero spinti tanto oltre se avessero ricevuto, in fasi precedenti, un adeguato schiaffone e avessero imparato a temere le conseguenze dei loro atti destinati a diventare delittuosi. So già che qualcuno leggerà questo articolo come una mera rivendicazione dello schiaffo. Ebbene, che possiamo farci. Supponendo di essere tanto semplicistici quanto questi possibili lettori, preferirei che un ragazzo se ne prendesse qualcuno di tanto in tanto, piuttosto che finire troppo presto in fondo ad una cella, senza capire come diavolo ci sia capitato, o piuttosto che violentare in gruppo una compagna e tornare a casa convinto che questo possa avere la stessa importanza che imbottirsi di alcol nelle allegre nottate di botellón.


traduzione di Francesca Buffo
© The New York Times Syndicate
© RIPRODUZIONE RISERVATA


11 ottobre 2009
da corriere.it


Pubblicato : 11/10/2009 da JAVIER MARÍAS (da corriere.it) | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Il Rettore annulla il convegno: "C'è Dario Fo"

Il Rettore annulla il convegno: "C'è Dario Fo"

Su Alitalia "non è competente": con questa motivazione Marcello Fontanesi ha negato l'aula dove si sarebbe dovuto proiettare il film "Tutti già per aria.

L'aereo di carta" con il Nobel fra i protagonisti


di Anna Cirillo
 
L'Università Bicocca
Niente aula all’università Bicocca se a parlare di Alitalia c’è anche Dario Fo. Non è «competente». È questa la decisione presa dal rettore dell’ateneo, Marcello Fontanesi, che non ha concesso la sala U6 dove il 12 ottobre ci sarebbe dovuta essere la proiezione di «Tutti giù per aria. L’aereo di carta», il film documentario autoprodotto interamente dagli stessi ex lavoratori attraverso le molte riprese fatte nel 2008, durante i mesi di contestazione contro lo smembramento della ex compagnia di bandiera che ha lasciato senza lavoro 10mila dipendenti.

Alla proiezione, aperta agli studenti e al pubblico, introdotta dal premio Nobel - Fo interviene anche da protagonista nel videoclip, così come è presente, con un pezzo inedito, l’attore Ascanio Celestini - sarebbe dovuto seguire un dibattito. Con giornalisti (Francesco Bonazzi de Il Fatto Quotidiano, Franco Debenedetti e Vittorio Malagutti de L’Espresso), politici (Bruno Tabacci), professori della Bicocca (Francesco Silva, Ugo Arrigo) e dell’Istituto Bruno Leoni (Andrea Giuricin), assieme agli autori e produttori del film e ai lavoratori cassintegrati.

Ma l’altro ieri Fontanesi ha detto no all’aula per mancanza di «competenza» di Dario Fo sulla questione Alitalia. «Ho ritenuto che il programma dell’incontro dal punto di vista scientifico e disciplinare non fosse adeguato alla nostra università - spiega il rettore della Bicocca -. Noi vogliamo che il livello delle informazioni offerto agli studenti abbia contenuti professionali di un certo rilievo. Fo è già venuto qui due o tre volte, sempre ben accolto, non c’è ostracismo nè censura. Ma è venuto per parlare di altri argomenti. In questo caso si tratta di una questione tecnica molto delicata e credo che vada affrontata da persone che hanno competenze. Mi spiace che ci sia di mezzo lui, contro cui non ho nulla, ma devo tenere il timone in una certa direzione. L’u niversità non è un luogo dove si fa polemica». 

Esterrefatti i professori della Bicocca che si erano dati da fare per organizzare la proiezione-dibattito, increduli gli autori del docu-film, Alessandro Tartaglia Polcini, Guido Gazzoli, Francesco Staccioli e il regista Francesco Cordio. Stanno cercando un’altra aula, alla Statale o alla Camera del Lavoro, per mostrare anche a Milano il videoclip che verrà presentato alla stampa estera a Roma il 14 ottobre.

Lapidario Dario Fo. «Questa del rettore è una posizione di bassa politica - dice -. Qualsiasi persona sensata può avere un bel parere da esplicitare sulla vicenda Alitalia in un dibattito, mica dovevamo parlare delle tecniche di volo o di decollo. Dovevamo parlare di tutto quello che la gente sa. E cioè che c’è stata una manovra per evitare che Alitalia venisse comperata dalla Francia e l’opportunismo politico di Berlusconi che ha preannunciato la possibilità di salvarla perché era “roba italiana”. Poi l’i ntervento dei “nobili” della scalata, che hanno portato via denaro ai cittadini, dividendo Alitalia in due. La parte disastrata e piena di debiti è stata affibbiata di nuovo allo Stato, l’altra, quella che aveva del denaro, se la sono spartita».

(09 ottobre 2009)
da repubblica.it


Pubblicato : 09/10/2009 da Anna Cirillo (da repubblica.it) | 0 commenti
Categoria : CULTURA


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