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| Il metodo De Filippi attraverso tre punti |
A FIL DI RETE
Il metodo De Filippi attraverso tre punti
«Il ballo delle debuttanti», il nuovo reality voluto da Maria De Filippi e condotto da Rita Dalla Chiesa è poco avvincente dal punto di vista spettacolare ma molto interessante da quello sociologico. I prodi osservatori di costume, delusi dalla politica, ribadiranno così che la De Filippi è un periscopio che esplora la superficie della collettività (Canale 5, domenica, ore 21.25).
Seguendo la trasmissione, una specie di reality dove 12 ragazze di età compresa tra i 18 e i 23 anni «iniziano il loro percorso formativo per debuttare alla vita», ci sono infatti tre elementi che possono aiutarci a capire a che punto è l'identificazione fra tv e vita.
Il primo. Come ha già osservato brillantemente Walter Siti, la tv generalista italiana è dominata da un universo omosessuale: l'estetica, rappresentata da balli, vestiti, buone maniere, è qualcosa che assomiglia molto a una nuova affermazione di identità legata al gender, e modellata su un immaginario queer (qui persino troppo caricaturale, di maniera).
Il secondo. Molte trasmissioni sono una parodia della scuola: una strana istituzione dove vige un metodo d'insegnamento basato sulla lite continua: le ragazze chic contro le pop, gli insegnanti contro gli allievi, gli opinionisti (c'è persino Diaco con una sua giovane accompagnatrice) contro gli insegnati. Al fondo, si immagina sempre una preside vestita di pelle nera con la frusta in mano. Si cresce litigando, si matura scambiandosi ingiurie, si coltiva la rabbia e l'invidia come molle dell'elevazione sociale, né chic né pop.
Il terzo. Tutte le trasmissioni della De Filippi hanno uno strano fondo di pedagogia: il suo ideale di vita e di tv consiste nel traghettare la coatteria all'onor del mondo (da questo punto di vista il suo capolavoro è l'invenzione del tronista), di mascherare il greve (come una signorina deve leccare il gelato) con il galateo. Ancora una volta, il limite di ogni volgarità è solo una volgarità più grande.
23 settembre 2008
GRASSO - da corriere.it |
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| Vicenza – L’AGENZIA GIADA PRESENTA |
L’AGENZIA GIADA PRESENTA IL VOLUME SULL’ANALISI AMBIENTALE
Questa mattina in Provincia la conferenza stampa di presentazione di un volume che racconta il miglioramento dello stato di salute della Valle del Chiampo
Vicenza – Si è svolta questa mattina nella sede centrale della Provincia di Vicenza la conferenza stampa di presentazione del volume di Sintesi dell’Analisi Ambientale Iniziale. Erano presenti l’assessore provinciale all’Ambiente Antonio Mondardo, il responsabile dell’Agenzia Giada Andrea Baldisseri, il sindaco di Montecchio Maggiore Maurizio Scalabrin, il sindaco di Arzignano Stefano Fracasso e un rappresentante della sezione concia dell’Associazione Industriali.
Il volume presentato stamattina dall’Agenzia Giada, di 120 pagine circa, rappresenta un aggiornamento del Rapporto di analisi ambientale del distretto conciario della Valle del Chiampo del 2006, e contiene i dati aggiornati con relativi commenti e spiegazioni dettagliate sugli obiettivi dell’Agenzia. Il libro è una sintesi del cd-rom, applicato in quarta di copertina, che contiene, dopo un inquadramento generale del territorio, tutti i risultati, comune per comune, dei monitoraggi di acqua, aria, elettromagnetismo, energia, rifiuti, rumore, suolo e traffico.
I dati pubblicati riguardano i monitoraggi degli ultimi anni sul territorio dei 16 comuni del distretto della concia che aderiscono al Progetto Giada: l’aspetto più evidente è il netto miglioramento della qualità dell’aria nel distretto, basti pensare che le emissioni nocive causate dai solventi utilizzati nel ciclo di produzione delle pelli, sono passate in pochi anni da 18 a 8 mila tonnellate all’anno. I sindaci dei comuni di tutto il distretto, rappresentati stamattina da quelli di Arzignano e Montecchio Maggiore si dicono molto soddisfatti del lavoro svolto dall’Agenzia, i risultati sono importanti, la comunicazione e la trasparenza evidenti e ambiziosi gli obiettivi futuri. «In questi primi otto anni di attività – spiega il responsabile dell’Agenzia Giada Andrea Baldisseri - ci siamo dedicati prevalentemente a quelli che si presentavano come i problemi ambientali più gravi, prima fra tutti la qualità dell’aria; visto che ora la maggior parte delle emergenze risultano ridimensionate e nell’impegno a perseverare nell’ottica del continuo miglioramento, l’Agenzia conta di dedicare al più presto le sue attività anche ad altre importanti matrici come i consumi energetici e la tutela della risorsa idrica».
Obiettivo della pubblicazione è soprattutto quello di consentire una facile lettura del rapporto di analisi ambientale anche per i non addetti ai lavori, chiaro segno di dialogo e di trasparenza nei confronti della cittadinanza. Si è cercato di estrapolare i dati più significativi che caratterizzano il distretto conciario e commentare gli stessi utilizzando un linguaggio non eccessivamente tecnico, pur preservando la scientificità dei dati e delle conclusioni riportate. Al fine di aiutare il lettore, al termine della relazione è stato realizzato un breve Glossario al quale fare riferimento per la comprensione di alcuni termini specialistici non altrimenti sostituibili. I volumi verranno distribuiti ai comuni del distretto nei prossimi giorni e saranno poi messi a disposizione della popolazione e delle aziende.
da www.progettogiada.org
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| Il Veneto tra razzismo e integrazione |
Il Veneto tra razzismo e integrazione
Gigi Marcucci
«La prima volta ho pensato a un errore. La seconda a una coincidenza. La terza ho capito, stava succedendo proprio a me».
Silvia Elena Ayon è nata 44 anni fa in Nicaragua, ha una laurea in economia urbana, un marito e un figlio italiani, due grandi occhi scuri che parlano della sua origine. Coordina progetti di sviluppo in due continenti, di fatto amministra circa 41 milioni di euro per conto dell’ Unione europea e di altri finanziatori pubblici.
Lavora nel volontariato ma è a tutti gli effetti una manager. Il 14 maggio è su un autobus della linea 12, diretto in zona stadio, periferia di Verona. Un signore anziano la avvicina e le dice: «Spostati, quel posto è mio». Lei crede di aver capito male, gli indica altri sedili liberi. Lui si mette a urlare: «Voi stranieri ve ne dovete andare, dovete smetterla di portare via il lavoro a noi italiani». Elena urla a sua volta, quasi si vergogna di provare rancore verso un anziano. Ma davanti al silenzio degli altri passeggeri le si accappona la pelle, il gelo le si infila tra le scapole, come il gomito di quella signora che, qualche giorno prima, su un autobus molto più affollato, le ha detto di andarsene. Era proprio così, quella gomitata non era «un errore».
È lo stesso freddo nelle ossa che ha avvertito in treno, quando alcuni viaggiatori hanno indicato lei e suo figlio al controllore, chiamandoli "stranieri". Accade a Verona, dove Nicola Tommasoli, disegnatore non ancora trentenne, è stato ucciso a calci e pugni per aver rifiutato una sigaretta a una ronda di diciottenni con un debole per l’estrema destra. Nicola aveva i capelli lunghi, raccolti in una crocchia. Prima di picchiarlo, lo hanno chiamato "codino".
Accade, paradossalmente, nella stessa città che ospita il quartier generale dei padri comboniani e ha visto missionari partire verso i luoghi più poveri e disperati del pianeta. Nella città dove ogni giorno almeno un imprenditore bussa allo sportello "stranieri" della Cisl lamentando di non poter assumere lavoratori immigrati, causa intoppi burocratici e legislativi; dove i nuovi assunti di nazionalità straniera sono il 31%, la quota più elevata del Veneto (fonte: dossier Caritas 2007). Sempre a Verona, ogni anno, mille persone bussano alla porta di ProgettoMondo, l’Ong per cui lavora la signora Ayon, chiedendo di partecipare a questo o quel progetto di cooperazione oltre frontiera. Ma il sindaco di questa città è il leghista Flavio Tosi, eletto col 66% dei suffragi, e ha tagliato i finanziamenti al Festival del cinema africano, una manifestazione che ogni anno attira a Verona alcune migliaia di persone. «No, non vogliamo sentirci un corpo estraneo, ma di sicuro siamo una minoranza».
Il comboniano padre Aurelio Boscaini è passato attraverso Ruanda, Burundi e Togo prima di approdare a Nigrizia, nella stessa stanza appartenuta ad Alex Zanotelli. In quegli uffici è in funzione da qualche mese Afriradio, la prima emittente web a occuparsi a tempo pieno di Africa con notiziari e spazi di approfondimento. Nasce da una costola di Nigrizia - nata sul finire dell’800 e traformata in rotocalco nel ’58, dal genio di Enrico Bartolucci -, che ora si sta lanciando nel multimediale. «Noi qui remiamo contro, la maggioranza della città è col sindaco Flavio Tosi, ma i veronesi non li definirei razzisti. Sono certamente di destra, rispondono sicuramente a un riflesso d’ordine, ma non sono razzisti».
Certi episodi rimangono di difficile classificazione, ammette Boscaini. «L’altro giorno, un fratello degli stimmatini (congregazione che prende il nome dalle stimmate di Gesù ndr), raccontava l’avventuroso approdo veronese di un frate della Costa d’Avorio. Ha chiesto a quattro passanti la strada per il convento, i primi tre non gli hanno nemmeno rivolto la parola». Strano a vedersi in una città che vanta 50 congregazioni religiose femminili e 30 maschili, dove quasi ogni famiglia a un parente che fa il sacerdote, è entrato in convento oppure fa il missionario. L’anima di Verona è profondamente divisa, spiega Boscaini. Tutte le famiglie, religiose e non, sono attraversate da una profonda lacerazione: «La morte di Tommasoli ci ha mostrato una società a cui appartengono sia l’assassino che la vittima», dice il padre comboniano.
San Zeno, vescovo e patrono della città, era nero. Il suo successore, Giuseppe Zenti, dedica molta attenzione ai clandestini, sostenendo che il racket va sconfitto. Parole che ha visto e toccato con mano la povertà e l’ingiustizia del continente africano non commenta volentieri. «Credo che la Chiesa, anche a Verona, dovrebbe diffondere la voce del Profeta», dice padre Boscaini, e cita il Vangelo (Matteo,25): «Perché ero affamato e mi hai dato da mangiare...».
Ivana (il nome è di fantasia) è arrivata un anno fa dall’Albania. E’ stata assunta grazie al decreto flussi, ma il primo datore di lavoro, a Udine, voleva metterla sul marciapiede. Lei non voleva tornare a Scutari, sua città natale, ed è scappata a Verona. Qui un imprenditore della plastica voleva assumerla, ma il vecchio padrone non aveva comunicato il licenziamento di Ivana all’Ufficio unico del lavoro. E il pacchetto sicurezza promette il carcere a chi dà lavoro in nero agli stranieri. Così il nuovo datore di lavoro si è messo in auto con Ivana e, dopo alcuni viaggi inutile, tra Udine e Verona, ha trovato con Jean Pierre Piessou, coordinatore dell’ufficio stranieri della Cisl ,una soluzione semplice: rivolgersi a un altro commercialista e firmare la lettera di assunzione. Sono tempi duri anche per chi dà lavoro a circa 2.500 immigrati dall’America latina che vantano parentele italiane.
Hanno un permesso di soggiorno che non permette loro di lavorare, eppure li trovi nei cantieri. Regolari ma clandestini. Verona che maltratta gli stranieri sugli autobus è la stessa che si sbatte per trovare forza lavoro, senza preoccuparsi del passaporto dei dipendenti. Sono anime diverse della stessa città ma non comunicano tra loro. Lo dicono i bigliettini che tutt’ora ricoprono il luogo dove Nicola Tommasoli è stato assassinato, vicino a Porta Leoni. Lì qualcuno ha lasciato un verso di Nazim Hikmet: «Ho vissuto molto o poco?... Scrivo quel che mi attraversa, ma nessuno legge, nessuno ascolta»
Pubblicato il: 19.09.08 Modificato il: 19.09.08 alle ore 8.09 © l'Unità. |
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| «Presidente Berlusconi, a lei dispiace sentirsi dire fascista?». |
Lettera al premier
Giovanni Maria Bellu
Presidente Berlusconi,
una premessa: è molto complicato scriverle, fin dalle prime righe. In una prima versione di questa lettera, avevo scritto «Caro presidente». È una formula di stile, che prescinde dal fatto che il destinatario sia realmente «caro» al mittente. Quando la si usa rivolgendosi a un esponente delle istituzioni, quale lei è, si vuole esprimere un’idea di «familiarità nazionale». Si vuol dire che, anche se si hanno idee molto diverse attorno alla politica, si riconosce l’esistenza di valori condivisi. Si sa che esiste un luogo, per quanto estremo, nel quale è inevitabile ritrovarsi. Quello è, appunto, un luogo «caro» perché è la casa comune dove sempre si torna anche dopo aver percorso strade divergenti, aver visitato luoghi lontanissimi tra loro. Con quella parola, «caro», infatti, cominciano anche le missive più dure e più risentite.
Con «egregio», «spettabile» etc. cominciano invece le lettere che danno per presupposta una distanza, a volte già incolmabile. È stato dopo questa riflessione che ho cancellato il «caro» ma non l’ho sostituito con l’«egregio» o con lo «spettabile». Il fatto è che spero che la distanza non sia incolmabile ma, contemporaneamente, non vedo più la casa comune. C’è poi un’altra difficoltà. È proprio questo giornale che lei ha spesso offeso. Non solo, ha offeso personalmente dei giornalisti di questo giornale per il solo fatto che le rivolgevano una domanda a lei sgradita. E l’ha fatto senza argomentare, senza motivare. Applicando meccanicamente il giudizio di condanna del comunismo che, a quanto pare, è l’unico «male assoluto» che lei ha individuato nella storia. Irridendo i percorsi dolorosi, la fatica di riconoscere gli errori. Ignorando quello che è stato qua, in Italia, il comunismo e quanto hanno fatto quelli che combattevano in suo nome per costruire la democrazia e per difenderla in tanti momenti cruciali. Adesso lei si domanderà perché comunque abbia deciso di scriverle. Tra l’altro interrompendo, sia pure per qualche minuto, le tante attività della sua giornata lavorativa. Il fatto è che scriverle, e questo lei dovrebbe apprezzarlo, è un modo di non spezzare definitivamente quel filo sottile che conduce alla casa comune. Perché, presidente Berlusconi, la casa comune siamo obbligati a cercarla fino alla fine, ostinatamente, utopicamente persino. Dobbiamo cercarla perché, nostro malgrado, siamo nati nello stesso paese.
Ecco, arrivato a questo punto ho riletto le prime righe e ho provato un senso di disagio. Mi sono accorto di averle appena scritto una cosa del tutto ovvia. Una di quelle cose che si insegnano, o forse si insegnavano, ai ragazzini nelle lezioni di educazione civica. I principi che molti di noi, di certo i più fortunati tra noi, hanno appreso in famiglia. Dalle madri, dai padri, dai nonni. È stata l’improvvisa consapevolezza della sua età - lei è un uomo anziano, alle soglie della vecchiaia - che mi ha suscitato quella sensazione di incongruità. Lei, infatti, queste cose non solo dovrebbe saperle ma dovrebbe aver cominciato a trasferirle ai suoi nipoti. Perdoni questa lunga premessa. In realtà non devo dirle molto altro. Solo che ho vent’anni meno di lei e sono cresciuto, come tutta la mia generazione (e come quella che l’ha immediatamente preceduta e quelle che sono venute dopo) con l’idea della «casa comune». Era una casa lontana, edificata con i mattoni della memoria che erano stati creati, prima che noi nascessimo, nelle fornaci della paura. Era la memoria della guerra. Ci è stata trasferita in una miriade di piccoli gesti e, a volte, di rimproveri. Alcuni di essi ci risultavano incomprensibili. Frasi come «non sprecare il pane». Oppure: «Non superare di corsa un vecchio». Ma anche: «Ascolta le ragioni degli altri».
Crescendo e studiando abbiamo compreso il perché di quelle prescrizioni che a volte ci irritavano o ci parevano anacronistiche. In effetti, le merendine avevano ormai stabilmente sostituito il pane e vivevamo in condizioni di sicurezza che credevamo definitivamente acquisite dal genere umano. Ma poi abbiamo capito. Non è stato facile perché le nostre madri, i nostri padri e i nostri nonni evitavano di dircela tutta. Abbiamo capito il senso di quegli ammonimenti: con pudore, con vergogna a volte, ci stavano trasferendo la memoria del disastro a cui avevano assistito quando avevano la nostra età. La memoria della guerra e dell’ideologia dissennata che l’aveva prodotta. La memoria del fascismo e del nazismo. Molti di loro, tra l’altro, ci avevano creduto. E le macerie erano ancora là. Con la contabilità della catastrofe. Con le prime immagini dei lager. A un certo punto abbiamo capito così tanto che molti di noi hanno cominciato a osservare con perplessità e con sconcerto le cerimonie spesso sciatte e formali con le quali veniva rievocato periodicamente quell’orrore. Abbiamo cominciato a domandarci perché mai i partiti che l’avevano combattuto, compreso quello che aveva come organo questo giornale, fossero così timidi e pudichi. E abbiamo deciso di scoprirlo da soli. Chi ha cominciato da «Marcia su Roma e dintorni» di Emilio Lussu, chi dalla biografia di Antonio Gramsci, chi dalle «Lettere dei condannati a morte», chi leggendo Vittorini, o Cassola, o Fenoglio, o Natalia Ginzburg. È stato emozionante e ci ha riempiti di orgoglio impadronirci della storia e capire quanto era stata dura. I più fortunati tra noi hanno compreso la fortuna della democrazia e sono cresciuti meglio.
Presidente Berlusconi - ecco, adesso ho dovuto reprimere l’impulso di scriverle «caro» per rendere più sincero e più accorato quanto le scrivo - non spezzi il filo. In questi giorni in ben due occasioni le è stata fatta una domanda banale, una domanda alla quale ognuno degli abitanti della casa comune dovrebbe rispondere in un istante, senza esitare. Le è stato chiesto, semplicemente, se lei si ritiene antifascista. Lei non ha risposto. Per due volte.
Presidente Berlusconi, ci ha inquietato vederla in questi anni a volte vestito con la camicia nera. Ma ci abbiamo scherzato. Abbiamo pensato che la indossasse perché il nero snellisce. Abbiamo creduto che per lei la camicia nera fosse come la crema sul viso o il trapianto dei capelli. E anche quando ha detto cose che avrebbero fatto inorridire alcuni dei nostri nonni, come quella battuta infame sui confinati dal fascismo che in realtà «andavano in villeggiatura», ci siamo sforzati di pensare che fosse solo una gaffe storica (come la volta che disse «Romolo e Remolo», ricorda?) o un effetto della necessità politica di compiacere i suoi alleati. Il fatto è che, pochi giorni fa, uno di quegli alleati, Gianfranco Fini, che tra l’altro non ci è affatto simpatico, ha detto delle parole chiare che fanno venire meno quella spiegazione. Insomma, presidente, lei non ha più alcuna necessità di compiacerlo. Almeno non in quel modo. Ma allora perché non risponde alla domanda, a quella banale domanda che è il filo dei valori condivisi? Forse è opportuno riformularla in modo ancora più esplicito, così che non ci siano più equivoci. Che non ci siano più dubbi tra il «caro» e l’«egregio». Per questo gliela poniamo, anziché in negativo, in positivo.
Sono poche parole e per rispondere basta un attimo, il tempo di dire «sì» o «no»: «Presidente Berlusconi, a lei dispiace sentirsi dire fascista?».
Pubblicato il: 19.09.08 Modificato il: 19.09.08 alle ore 8.08 © l'Unità. |
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| Alemanno antifascista e anticomunista... |
Alemanno: «Insieme all'antifascismo nella Costituzione anche l'anticomunismo»
ROMA (16 settembre) - Il sindaco di Roma Gianni Alemanno torna a parlare della polemica sul fascismo incalzato dalle domande di Enrico Lucci de Le Iene.
Alemanno ha spiegato di essere d'accordo «con le dichiarazioni di Fini e quindi accettiamo i valori antifascisti». Ma il sindaco aggiunge: «Sono antifascista ma anche anticomunista, ci tengo che insieme all'antifascismo nella costituzione sia messo anche l'anticomunismo». La Iena ha quindi chiesto nuovamente: «Possiamo dire che lei è antifascista?». Alemanno ha risposto: «Esatto».
La Commissione Amato. Sulle dimissioni di Giuliano Amato dalla Commissione per Roma Capitale a chi gli chiedeva se temesse ulteriori possibili defezioni il sindaco in Campidoglio ha dichiarato: «A questo punto chiedo al centrosinistra di accontentarsi della testa di Giuliano Amato e di non fare mobbing su altri membri per costringerli a dimettersi».
L'ex ministro presiederà tavolo giuristi. «Amato si occuperà solo di quella parte relativa alle riforme per Roma Capitale - ha spiegato Alemanno - continuerà a presiedere questo ramo, ovvero il tavolo dei giuristi.
Stiamo lavorando per vedere se è possibile dar vita ad un progetto condiviso sulle riforme per Roma Capitale tra Comune, Provincia e Regione». «È chiaro - ha aggiunto - che non si può chiedere al presidente di una commissione di essere degradato a membro. Di scortesie nei confronti di Amato la politica ne ha già fatte abbastanza, credo non meriti anche questa».
da ilmessaggero.it
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| Ecco il codice di Cosa Nostra |
CRONACA
Un cronista ha annotato nei suoi taccuini in anni di lavoro le frasi-chiave dei mafiosi voci minacciose o all'apparenza innocenti, cariche però sempre di un messaggio
Mafia, le parole d'onore
Ecco il codice di Cosa Nostra
di ATTILIO BOLZONI
SONO VOCI che provengono da un altro mondo. Salgono minacciose, stordiscono. A volte arrivano sfuggenti e all'apparenza innocue, a volte sono volutamente cariche di presagi. Nascondono sempre qualcosa, portano sempre un messaggio. Tutto è messaggio nella loro parlata. Anche i dettagli che sembrano più irrilevanti, i gesti che accompagnano o prendono il posto delle voci. Anche i silenzi. È un coro inquietante che ho ritrovato sul mio taccuino. Quelle parole e quei "discorsi" sono diventati i miei appunti.
In questo libro i mafiosi parlano di moralità e famiglia, di affari e delitti, di regole, amori, amicizie tradite, di religione e di Dio, di soldi e di potere, di vita e di morte. Del rapporto con il carcere e con la legge, di latitanze infinite, della Sicilia e dello Stato. In alcune circostanze scoprono fragilità, in altre mostrano una stupefacente fibra. E ricordano con rimpianto i loro antichi privilegi, descrivono i luoghi-simbolo della loro autorità. L'Ucciardone, primo fra tutti. Confessano il loro passato o difendono il loro presente. Raccontano ancora di mogli e di figli, di padri, di sorelle o fratelli rinnegati. Spiegano chi sono e da dove vengono. Uno di loro dice: "Perché in Sicilia, quello a cui non si può rinunziare, è la considerazione che hanno gli altri per te".
È quella che loro chiamano la dignitudine. Il libro è una raccolta di pensieri e di "ragionamenti" mafiosi. Parole d'onore. È un inventario di follie. Una combinazione fra il delirio e la logica più implacabile, fra la paranoia e una spaventosa razionalità. Non è solo un linguaggio e non è solo un codice quello di mafia: è esercizio d'intelligenza, esibizione permanente di potere. Ogni riflessione è un calcolo, ogni modo di dire svela una natura di criminali molto speciali.
"Conoscere i mafiosi ha influito profondamente sul mio modo di rapportarmi con gli altri e anche sulle mie convinzioni... Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità", spiegava Giovanni Falcone in Cose di Cosa Nostra a Marcelle Padovani. Falcone è stato il primo, con il rigore del magistrato e la passione civile di certi grandi siciliani, a esplorare sino in fondo la mentalità mafiosa. Diceva: "Conoscendo gli uomini d'onore ho imparato che le logiche mafiose non sono mai sorpassate né incomprensibili. Sono in realtà le logiche del potere, e sempre funzionali a uno scopo. In certi momenti, questi mafiosi mi sembrano gli unici esseri razionali in un mondo popolato da folli. Anche Sciascia sosteneva che in Sicilia si nascondono i cartesiani peggiori".
In Parole d'Onore protagonisti sono mafiosi grandi e piccoli, noti e meno noti, i palermitani e quegli altri delle province interne. Ogni capitolo è una storia a parte, mai del tutto però separata dalle altre. È come un fiume sotterraneo che scorre nella vicenda siciliana per oltre cinquant'anni. È un andare avanti e indietro nel tempo con un ordine dettato dalle loro argomentazioni. Sempre le stesse, sempre uguali. Eterne. Ogni capitolo ha dentro una frase pronunciata da un mafioso. Riferita a un processo o a un pubblico ministero. Carpita da una microspia. Urlata o sussurrata in una piazza. Sono molte voci ma la trama è una sola. Tutto si tiene in Cosa Nostra.
Il mio mestiere di giornalista mi ha portato anche a far conoscenza con molti di loro. Nei palazzi di giustizia. Nelle borgate. Qualche volta anche nello loro case. Li ho incrociati sulle strade di Palermo, dove un quarto di secolo fa infuriava la guerra di mafia. Fra gli ultimi orti di Brancaccio e dopo le case diroccate sul mare della Bandita, dietro i palazzoni di Passo di Rigano e dell'Uditore, in mezzo ai vicoli dell'Acquasanta e dell'Arenella. Li ho rivisti qualche anno dopo, rinchiusi nelle gabbie delle aule bunker. Un osservatorio unico per capire il loro pensiero.
Dal maxi processo di Palermo dell'inverno 1986 alle ultime scorribande della primavera del 2008. Dai Buscetta e dai Liggio - passando per Totò Riina e per le stragi - fino al "decalogo" ritrovato nel covo dei Lo Piccolo, padre e figlio, capi improvvisati di una Cosa Nostra dall'incerto futuro.
L'idea di questo libro è nata tanto tempo fa, forse nel 1993. Nelle settimane successive all'arresto di Totò Riina ho soggiornato per qualche tempo a Corleone, in più di un'occasione ho avuto modo di incontrare suo fratello Gaetano. Ero là per ricostruire la vita di quei "contadini" siciliani che avevano tenuto in ostaggio lo Stato italiano. Con Gaetano Tanuzzo Riina abbiamo parlato di tante cose. Anche di Tommaso Buscetta. Di quello che aveva confessato al giudice Falcone. Di quello che aveva fatto nella sua esistenza fra la Sicilia e l'America, Palermo e il Brasile. Gaetano Riina, un giorno, mi ha dato una risposta che ho riconosciuto come una delle più formidabili parole d'onore mai sentite. Mi ha detto, a proposito del pentimento di Buscetta: "Ha visto il mondo e gli è scoppiato il cervello".
(7 settembre 2008)
da repubblica.it |
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