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| Quand'ero bambino, mille anni fa, ... |
Quand'ero bambino, mille anni fa, ... Quand'ero bambino, mille anni fa, e vivevo spesso in campagna con i nonni materni, se mi avessero detto che dopo molti decenni quello delle spazzature sarebbe diventato un problema di difficile soluzione, avrei riso di gusto. In campagna la questione non esisteva proprio. I rifiuti organici decomponibili venivano portati da ogni famiglia in fondo all'orto e gettati dentro una fossa quadrata, spesso delimitata da un muretto di cemento. Era il letamaio. Col tempo il materiale diventava una poltiglia azotata, usata per coltivare i campi e gli orti.
La tragicommedia
Gli oggetti che non servivano più in casa venivano dati ai robivecchi, che battevano le strade dei paesi con i loro tricicli pittoreschi. Erano oggetti di ferro, ossi, stracci, bottiglie, ottone, carta stagnola. La plastica non era ancora nemmeno stata inventata. Lo straccivendolo non solo liberava le case di una quantità di cose diventate inutili, ma spesso dava alle casalinghe qualche moneta di rame o di nichel, che esse tenevano nella tasca del grembiale per le loro piccole spese segrete.
Così di realizzava una raccolta differenziata spontanea: metalli, stracci, vetro, carta venivano riciclati, così come anche oggi dovrebbe avvenire, visto che i bisogni dell'umanità vanno aumentando, e v'è penuria di materie prime. Era un'ottima soluzione del problema, naturale e razionale insieme.
Nelle campagne non manca chi torna a pensare a sistemi di questo genere per il problema delle spazzature. Questo ovviamente sarebbe ancora possibile nei villaggi. Basterebbe un po' di fatica, di iniziativa e di buona volontà.
E nelle città? Nei grossi centri dove sorgono i condomini, e non ci sono né giardini, né cortili, né terreno adatto a queste soluzioni? Dove le spazzature vengono raccolte in sacchi di plastica e, bruciati, sviluppano diossina, e dunque costituiscono un problema in più? Qui bisogna per forza ricorrere alle discariche in attesa che le spazzature vengano distrutte nei grandi bruciatori inventati proprio per risolvere il problema.
Essi tra l'altro producono calore, e quindi energia elettrica.
Ma qui nascono problemi e conflitti con le popolazioni locali. Esse non vogliono le discariche perché puzzano, inquinano le falde d'acqua, richiamano fitti stormi di gabbiani e di corvi, eserciti pericolosi di topi. E non vogliono neppure i bruciatori perché sono convinte che sprigionino gas dannosi per la salute. Che fare allora? Non ho seguìto tutte le fasi minute della vicenda di tanti centri dove le spazzature si sono pericolosamente accumulate per le strade. Ma la mia impressione è che molte popolazioni abbiano scartato, con manifestazioni pesanti, a volte anche violente, tutte le soluzioni, tranne una, costosissima per l'erario italiano: quella cioè di caricare le spazzature sui treni e sulle navi, e di portarle in territori semideserti del Terzo Mondo, oppure in Germania, per seppellirle nelle miniere ormai inutilizzate, o eliminarle nei bruciatori efficientissimi del Nord-europa.
I tedeschi si fanno pagare, ovviamente, ed utilizzano il materiale di scarto per incenerirlo e produrre calore e quindi energia. Ma se questo è avvenuto nel passato, non può continuare ad avvenire. Di fronte al problema delle spazzature siamo tutti uguali, come di fronte alla legge. Ogni regione e ogni provincia dovrà risolvere il problema da sè. In fondo è una questione di giustizia, se non su base individuale, che non sarebbe possibile, almeno su base collettiva.
Non volere le discariche di qualunque tipo sul proprio territorio, perché creano incovenienti, non è che una forma di mentalità infantile, perché esse sono una necessità assoluta, e non si può fingere che non esista. Ovviamente vanno scelti per le discariche i luoghi più adatti, e dalla vicenda delle spazzature bisogna ad ogni costo tener lontane le organizzazioni malavitose, che cercano di trarre guadagni sporchi da ogni possibile affare. Del resto la tecnologia moderna ha ridotto al minimo gli inconvenienti prodotti dai bruciatori. Si può anzi dire che essi sono inesistenti. Infatti nel Nord dell'Europa ce ne sono perfino nel centro delle città.
Ed è veramente ora di finirla che minoranze di violenti nevrotici continuino a dire di no ad ogni pubblica iniziativa indispensabile per la comunità: no alla Tav, no ai rigassificatori, no alle linee aeree di alta tensione, no alle centrali atomiche, no ai bruciatori, no alle nuove autostrade o alle nuove ferrovie. Qui purtroppo bisogna dire che sono gli Stati troppo permissivi che hanno prodotto questa mentalità. Certe cose si debbono fare anche se comportano qualche inconveniente o qualche rischio. Se vogliamo i servizi, dobbiamo anche accettare i disagi che essi comportano. E poi ci sono rischi e rischi, la cui gravità non può essere giudicata dalle folle, ma soltanto dagli esperti,
C'è un rischio per le città che potrebbe essere subito e facilmente eliminato. È quello di permettere alle auto di accedere ai centri storici, per rendere un po' più inquinante le strade e ostacolare il trasporto pubblico. Purtroppo non ho mai visto un corteo di protesta per questo motivo. A tutti fa comodo andare in città con la propria automobile, anche se si tratta di una delle cose più dannose e inquinanti della modernità.
Riguardo alle discariche, ci sarebbe un'altra importante osservazione da fare. Esse potrebbero ridursi alla metà, se i prodotti venissero venduti in confezioni più semplici e più facili da aprire. Meno carta, meno cartone, meno sigilli, meno plastica, meno nastri, meno di tutto. Io ho spesso difficoltà ad aprire certe confezioni di prodotti qualsiasi, specialmente alimentari, senza usare le forbici o il coltello. Pare che tra i produttori e i gestori di discariche ci sia una sorta di patto diabolico, perché il materiale protettivo, che costa molto e serve a poco, sia il più complicato possibile. À quoi bon?
Carlo Sgorlon
da gazzettino.quinordest.it |
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| "Così ho detto a mia figlia che sono malato di cancro" |
In un libro il coraggio di affrontare la leucemia.
Con l'amore della famiglia. La lotta quotidiana, la vita che cambia, l'intimo stravolto
"Così ho detto a mia figlia che sono malato di cancro"
Dalla scoperta del male alla battaglia per contrastarlo
di CORRADO SANNUCCI
HO svegliato mia figlia e poi siamo rimasti insieme sul letto a farci qualche coccola. "Papà, ma tu adesso non parti più!". Ho visto nei suoi occhi verdi una consapevolezza che andava molto oltre la circostanza che io non viaggiassi più per lavoro. La sua era una constatazione che conteneva, implicita, una domanda. Ho deciso di risponderle. Le spiego che adesso ho un'infezione al sangue, una specie di raffreddore ai globuli rossi.
"Non hai mai sentito starnutire i miei globuli rossi in questi giorni?". Le chiedo. "Non hai sentito noiosi "eccì" che non mi fanno dormire la notte?". Mia figlia sorride, questo inizio di spiegazione l'ha già in parte rassicurata. La mia medicina scende da questo pistoncino che ormai conosce bene. Sarà una cura lunga e noiosa, che mi impedisce di prendere l'aereo, non vogliono che salga a bordo gente che potrebbe nascondere delle bombe nei pistoncini fissati al braccio.
Le parti del puzzle cominciano a combaciare. Io che non parto più, il mio elastomero che fa scattare l'allarme al controllo di sicurezza dell'aeroporto, io che la notte mi alzo continuamente perché le emazie che starnutiscono mi svegliano.
Facciamo colazione mentre mia moglie si prepara ad accompagnarci, lei a scuola, me in ospedale. Con una manciata di corn-flakes mia figlia è sazia, io non sarei placato che da un paio di etti di gorgonzola. Ma le faccio compagnia con un biscotto, ha già dovuto digerire l'infezione del padre, non vorrei che le apparisse ora come un famelico Shrek.
"Ma dimmi, preferisci quando papà è in viaggio o quando resta a casa e sta più tempo con te?". Che domanda piena di trabocchetti mi sono inventato. Per quanto possa averla rassicurata, dev'essere chiaro nella sua testa che la mia presenza a casa è legata alla mia salute, alla possibilità che io non stia bene. Ma come risponderà? Se non avesse un'intuizione delle ragioni della mia insolita disponibilità non potrebbe preferire questi pomeriggi nei quali facciamo i compiti, ascolto i suoi esercizi di pianoforte, la accompagno alle lezioni di nuoto, perdiamo tempo a scegliere le figurine dal giornalaio? "Preferisco quando sei in viaggio!" dice con una smorfia, recitando una scena del tipo: così a casa posso fare quello che mi pare. Ma è solo una recita, appunto. Ci guardiamo negli occhi. "Risposta esatta!" le dico. "Ho vinto un premio?". "Certo. Te lo sei meritato".
Mia figlia ha capito tutto. Vuole il papà a lavorare lontano, lo vuole sano.
2. Il 5 dicembre è una tersa giornata dell'inverno più caldo degli ultimi cento anni. Alle 15 in punto mi siedo davanti al primario del reparto oncoematologico del Santo Spirito. Ho con me le analisi del sangue e la mente già piena di tetre premonizioni. Ho dato uno sguardo ai valori dei globuli rossi e delle piastrine, anche a un profano è evidente che c'è un problema serio nel mio midollo. Il primario è un uomo piccolo, più giovane di me, dai modi decisi e con una somiglianza a certi ritratti dei repubblicani, i Gracchi o i Bruti. Percepisco immediatamente che la vita non mi risparmierà alcun male e lui non mi nasconderà nulla di questo male. Analizza i numeri che sono sui fogli ma il suo interesse è per il diagramma dell'ultima pagina, il picco monoclonale delle gammaglobuline, la fotografia rivelatrice di quello che sta accadendo dentro di me. Non ci sono "mmmh" di dubbio, non ci sono se o ma o forse. La visione di quell'everest rosso spiega tutto. "Questo è un mieloma multiplo" mi dice con voce ferma. "Una brutta bestia". Sono le 15.01. La mia vita precedente è distrutta. Il bombardamento di Dresda era stato più lento, anche lo tsunami si era avvicinato dando il tempo a qualcuno di arrampicarsi su un albero, il tornado Katrina era stato annunciato per televisione. Solo a Hiroshima la bomba atomica era stata più rapida di questa sentenza.
3. C'è un breve silenzio tra di noi, il primario è consapevole dell'annuncio che mi ha dato. Per reggere il confronto con la sua fermezza anch'io tengo la schiena dritta e lo sguardo fisso su di lui. In realtà sono stordito dalle ondate di uno choc emotivo totale. Un mieloma multiplo. Siamo a dicembre, arriverò fino a marzo? Riuscirò a sistemare la cose di famiglia in questi pochi mesi? Devo avvertire il giornale che questa sera non potrò essere all'Olimpico per Roma-Valencia. Mia moglie deve trovare un lavoro, dovrà aiutarla in questi giorni. Finisce così improvvisamente la vita, senza mai un avvertimento o un segnale di allarme? Finisce quando siamo ancora giovani? Mia figlia è così piccola, come crescerà senza padre? Il primario interrompe il mio camminare sullo strapiombo. "C'è una strada possibile per uscirne. Lunga e faticosa". Ah, c'è una strada. Non lo sapevo: quando io ero ragazzo, quarant'anni fa, un mieloma era senza scampo. Non mi ero aggiornato sui progressi dell'ematologia. Ascolto il mio inflessibile Gracco, non se ne rende conto ma il mio precipitare nel baratro sta rallentando, improvvisamente mi sento aggrappato a un piccolo paracadute. "Però questa è una malattia che non ammette il pareggio. O si vince o si perde".
4. Per la diagnosi definitiva c'è in realtà bisogno di un puntato midollare, anche se, mi dice esplicitamente il primario, che sa come dirmi le cose indicibili, non ci sono possibilità di errore. "Vogliamo cominciare adesso o vuole aspettare o farsi visitare da un altro medico?". "Che aspettiamo? Andiamo subito" gli rispondo bruscamente. Se la strada è lunga e faticosa è meglio incamminarsi immediatamente. "Sentirà dolore". "Non importa, facciamo quello che è necessario fare". Sono disteso su un lettino e mi immerge un ago nello sterno, ma la raccolta è laboriosa, l'osso è duro e non si riesce a tirare via niente. Proviamo allora sulla cresta iliaca, questa volta con maggiore successo. "Sente dolore", chiede più volte. "No" rispondo tranquillamente. Nulla di quel rimestare tra muscolo e osso si avvicina minimamente all'idea che ho del dolore. Torniamo nel suo studio, non è passata mezz'ora e ho già una garza e un cerotto addosso. "Devo dirle che lei è libero di scegliere la terapia che preferisce. Ha tutto il diritto di andarsene da qui e affidarsi a chiunque altro ritenga possa farla uscire da questa situazione e con i metodi che più la convincano". Un poco pizzica la puntura sull'anca. Il primo fastidio percepito in una storia che finora è stata del tutto muta e nascosta. "Lei intende niente chemio ma omeopatia o somatostatina o gita a Lourdes o guaritori con la dieta?" chiedo. "Le opzioni legittime di altri pazienti" commenta il primario in modo molto politically correct. "No, resto qui. E voglio aghi nelle vene appena possibile. La autorizzo a ferirmi, a entrarmi nel corpo in ogni momento e modo lei ritenga necessario, a invadermi con sostanze chimiche o strumenti nelle dosi più potenti che la terapia richiede, con le ferite più profonde che le analisi impongono. Nulla mi dev'essere risparmiato. Mi tormenti, mi sgretoli, mi frantumi. Raccolga da me il siero, l'osso, il sangue. Mi nutra delle più devastanti molecole che la scienza abbia inventato. Io voglio dentro di me queste molecole e ho fiducia in questa scienza. Ma questa battaglia devo vincerla".
(Questo brano è l'inizio del primo capitolo del libro "A parte il cancro tutto bene" scritto da Corrado Sannucci, inviato di Repubblica)
(22 aprile 2008)
da repubblica.it |
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| Fo: La maschera di Arlecchino |
Encarta
Fo: La maschera di Arlecchino
Nato dall'incrocio della tradizione comico teatrale latina e poi italiana (lo Zanni bergamasco) con un personaggio mezzo diavolo, mezzo selvaggio del folklore francese medievale (Hellequin, Harlek da cui deriva il nome), Arlecchino è la variante moderna del folle buffone, dalla cui bocca escono impunemente scandalose verità. Dario Fo, in Manuale minimo dell'attore, offre un rapido ritratto di questa maschera immortale.
Il pezzo è di origine francese: come è noto, la maschera di Arlecchino è frutto dell'innesto dello Zanni bergamasco con personaggi diabolici farseschi della tradizione popolare francese; Arlecchino, infatti, come ho già detto, lo troviamo per la prima volta a Parigi alla fine del Cinquecento su un palcoscenico gestito da comici della commedia dell'Arte italiana detta dei 'Raccolti'. L'attore che interpretava la prima maschera di Arlecchino, e di cui abbiamo già fatto la conoscenza, si chiamava Tristano Martinelli ed era nativo di Mantova. Il termine Arlecchino nasce da un personaggio medievale: Hellequin o Helleken che diventa poi Harlek-Arlekin. Un demonio nominato anche da Dante: Ellechino. Nella tradizione popolare francese del Due-Trecento troviamo questo personaggio descritto come un diavolaccio caciaroso, scurrile, così come dev'essere ogni buon diavolo che si rispetti, e soprattutto ridanciano, gran fabbricatore di beffe e truffe. Il personaggio si incrocia anche con l''homo selvaticus' o 'sebaticus', una specie di mammuttones ricoperto di pelli o di foglie a seconda delle zone e delle stagioni. Spesso rozzo, candido e sprovveduto, altre volte furbo come una scimmia, agile come un gatto, violento come un orso impazzito. Assommando a incastro tutti questi caratteri, compreso quello del demonio Harlek, otteniamo l'Arlecchino di Tristano Martinelli, una specie di fauno che sproloquia nella lingua lombardesca degli Zanni inzeppata di espressioni dell'argot francese. Il primo Arlecchino non calza maschere, ma presenta la faccia tinta di nero con ghirigori rossastri. Solo più tardi apparirà in pubblico con una maschera di cuoio marrone presentando il ghigno di una scimmia antropomorfica con sopracciglia vistose e un gran bernoccolo sulla fronte. Il costume a fondo bianco di tela grezza è cosparso di sagome ritagliate a mo' di foglie. Foglie verdi, terra gialla, rosso faggio e marrone. È evidente che si allude all''homo selvaticus'. Le losanghe e le toppe variopinte arriveranno solo più tardi, sessant'anni dopo, con un altro grande Arlecchino: Domenico Biancolelli.
Entrambi gli attori usavano della provocazione. Entravano in scena aggredendo il pubblico con oscenità e gesti scurrili inauditi. Martinelli, nel bel mezzo del dialogo d'amore tra il cavaliere e la sua dama, si calava le braghe e iniziava a defecare, tranquillo e beato, sul proscenio. Poi afferrava il risultato della sua fatica e a piene mani (si trattava, quasi sempre, di castagnaccio ancora tiepido) lo gettava sul pubblico urlando con gran sghignazzo: Porta fortuna!... Approfittate!' Penso che sia nata allora l'espressione francese 'Merde!'
Altre provocazioni erano quelle di fingere di orinare sul pubblico, di cadere franando addosso a quelli delle prime file, di gettare oggetti in platea, di sparare con colubrine e razzi micidiali, sempre sul pubblico. C'è un canovaccio dove è descritto il crollo dell'intera scena, con tanto di praticabili e paratie che vanno precipitando in platea sulle teste degli intervenuti. All'ultimo istante la scena viene trattenuta da corde predisposte, naturalmente, in anticipo. L'effetto di terrore era garantito.
Re Enrico III era letteralmente innamorato di questo nuovo genere di teatro e andava pazzo per l'Arlecchino di Tristano Martinelli, lo invitava spesso a corte e lo copriva di doni e di affettuosità. La regina gli aveva tenuto a battesimo i figli. Di tale simpatia approfittava Arlecchino, che si permetteva di attaccare con sfottò satirici piuttosto pesanti uomini politici, aristocratici e prelati, sicuro di passare immancabilmente impunito. Questa della satira politica inserita nella Commedia dell'Arte è una notizia sconosciuta anche a molti ricercatori specializzati. Al tempo di Molière il Biancolelli (secondo Arlecchino) usava mettere in scena temi e situazioni scottanti, come il problema della giustizia e quello dell'ingiustizia. Esistono due canovacci in cui Arlecchino si ritrova rispettivamente nei panni del giudice arraffone e in quelli dell'inquisitore fanatico e ipocrita al tempo stesso.
Dario Fo, Manuale minimo dell'attore, Einaudi, Torino 1987.
da it.encarta.msn.com |
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| E adesso, benvenuti nella Campania pulita |
ATTUALITÀ IL SUD CHE NON TI ASPETTI: Viaggio a Mercato San Severino, nel Salernitano,
E adesso, benvenuti nella Campania pulita
Raccolta porta a porta. 60% di differenziata. Un sindaco che trasforma la spazzatura in posti di lavoro
MERCATO SAN SEVERINO (Salerno) - «Non c’è niente da fare, la battaglia contro la monnezza è una battaglia culturale». A dirlo, nel suo ufficio al primo piano del palazzo comunale, dimora patrizia di epoca vanvitelliana ristrutturata e conservata ad arte, è Giovanni Romano, vicesindaco. Benvenuti a Mercato San Severino, 25mila abitanti sparsi in 22 frazioni per un totale di 31 chilometri quadrati di territorio. Siamo in provincia di Salerno, 13 chilometri nell’entroterra alle spalle della città e 50 chilometri appena da Napoli. Ma qui gli echi della lotta ai cumuli di spazzatura che arrivano ai primi piani delle case sembrano racconti di un altro mondo. «Noi siamo ormai a più del 60% di raccolta differenziata. Sono numeri consolidati, che ci hanno fatto vincere la palma di Comune riciclone», spiega Romano. È lui il deus ex machina della vittoria sulla spazzatura. Sono 14 anni che studia il problema e si inventa sistemi per risolverlo. Spulciando tra le leggi dello Stato e i regolamenti per attuarle. Prima con due mandati da sindaco, adesso come seconda poltrona del Comune salernitano. E la svolta, quella da record, l’ha messa in piedi proprio lui, tra i primi in Italia. «A metà 2005 abbiamo abbandonato la Tarsu, la tassa sui rifiuti, e l’abbiamo sostituita con la Tia, la tariffa di igiene ambientale », spiega. Che, tradotto in parole povere, vuol dire per i cittadini una cosa non da poco. Cioè: più riciclo, più risparmio.
Il meccanismo è semplice: per lo smaltimento dei rifiuti, tutti i cittadini di Mercato San Severino devono al Comune una quota fissa annuale che è calcolata sulla superficie occupata dalla famiglia e sul numero delle persone della famiglia. Poi c’è una quota variabile calcolata sulla quantità “presunta” di rifiuti prodotti dalla stessa famiglia. Ed è qui che scatta il colpo di genio di Giovanni Romano: «Abbiamo messo in piedi un sistema che permette di sapere esattamente quanti rifiuti produce ogni nucleo familiare. Chi ricicla di più vince un bonus sotto forma di sconto sulla parte variabile della tariffa».
Le bollette per i rifiuti sono quattro all’anno, nell’ultima il Comune scala tutti gli “sconti” a cui la famiglia ha diritto. Un esempio? La signora Filomena Acconcia, casalinga, vive al sesto piano di un palazzo poco distante dal Comune. «In famiglia siamo in cinque», racconta. «Io, mio marito, i miei due figli e mio papà. Di quota variabile dovremmo pagare circa 90 euro all’anno, ma facciamo bene la differenziata e così a fine anno il Comune ci sconta ben 40 euro su 90. Un bel risparmio». «Il sistema », spiega il vicesindaco, «funziona con semplici codici a barre che i cittadini devono mettere sui sacchi della spazzatura differenziata. Noi del Comune, a inizio di ogni anno, forniamo tutto il materiale: i sacchi, i codici a barre, e un calendarietto in cui sono segnati i giorni di raccolta». Sì, perché a Mercato San Severino la monnezza si raccoglie porta a porta tutti i giorni della settimana.
Non esistono cassonetti in strada e nemmeno campane colorate. Tutti i rifiuti, di ogni genere, scientificamente separati, sono prelevati davanti alle porte di casa delle famiglie e dei 1.500 esercizi commerciali da squadre di operatori ecologici che entrano in servizio alle quattro della mattina e lavorano fino alle undici passando al setaccio ogni giorno tutto il territorio del Comune. Così il bravo cittadino “riciclone” tiene in casa i suoi contenitori colorati in cui dividere i rifiuti (umido, carta e cartone, plastica, alluminio e banda stagnata, secco non riciclabile) e, nei giorni stabiliti, mette il suo codice a barre sul sacco pieno e lo piazza fuori della porta di casa. «Così noi del Comune possiamo calcolare la quantità di rifiuti che fa la famiglia semplicemente moltiplicando il peso dei rifiuti che ogni sacco può contenere (che noi abbiamo già calcolato) per le volte che la famiglia ci dà il sacco pieno».
E non basta. Ognuno può controllare a che punto sono i suoi “sconti” andando in una parte dedicata del sito del Comune. Ma tutto questo meccanismo quanto costa alle casse comunali? Dice ancora Romano: «Pensi che da quando abbiamo messo a regime questo sistema risparmiamo quasi il 6% rispetto alla raccolta indifferenziata. E in più diamo lavoro a 26 persone che gestiscono la raccolta porta a porta». Ventisei giovani dipendenti di una società, la Ge.se.ma. Spa, che è al 51% di proprietà del Comune e per il 49% di Italia Lavoro. Che si portano a casa uno stipendio medio di 1.400 euro al mese per sei giorni di lavoro alla settimana. «E risparmiamo anche se abbiamo dovuto organizzarci a portare l’umido addirittura in Sicilia con dei container perché nella nostra regione non ci sono impianti di compostaggio. Con un costo a tonnellata che invece di 45 euro schizza fino a 145».
Intanto in giro non si trova una cartaccia nemmeno a pagarla a peso d’oro. Girando a piedi per le vie del centro e setacciando le 22 frazioni in cui sono sparsi gli abitanti di Mercato San Severino, sembra un po’ di essere nei cantoni della Svizzera. Tutto lindo, pulito e profumato. Così perfetto che questa “oasi” della Campania (regione governata da Antonio Bassolino, che proprio sulla monnezza ha ricevuto un avviso di garanzia) è addirittura diventata modello per molti Comuni del Nord. «Pare incredibile», racconta soddisfatto Giancarlo Troiano, responsabile amministrativo del Comune, «ma da noi sono arrivati a studiare il sistema della raccolta differenziata addirittura dalla provincia di Cuneo. E la Regione Lombardia ci ha contattato perché le facessimo da consulenti. Una bella soddisfazione, no?».
Enrica Barazzi 18 aprile 2008(ultima modifica: 19 aprile 2008)
da corriere.it |
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| Nord, le città della destra in cerca di soldi e stabilità |
Focus
Nord, le città della destra in cerca di soldi e stabilità
Artigiani e commercianti dietro la svolta
Gli armatori di Genova, gli agricoltori di Parma, i commercianti di Venezia, i piccoli imprenditori di Verona, i giovani di Cremona. Categorie e corpi sociali diversi che, ancora una volta, hanno innalzato la bandiera della libertà economica, issata sulle banchine del porto di Genova, sulle ciminiere di Porto Marghera, sulle cattedrali delle città venete. Città che sono il tessuto connettivo della questione settentrionale, di quel Nord impaurito e ostile alla sinistra che salda l’insicurezza sociale alla vivacità dei commerci, che teme la globalizzazione ma è pronto a cavalcarla, sfruttando le promesse di Lega e Pdl: dal federalismo fiscale alla detassazione degli straordinari, dalle riforme delle infrastrutture all’abolizione dell’Ici.
Cipriani testimonial a Venezia
Qui non ci sono moschee né campi rom. Eppure la Lega cresce. Nei sestieri veneziani è al 12 per cento, a Jesolo arriva al 30. Marco Michielli, presidente di Confturismo e Federalberghi: «Il Pd è stato troppo attento alla grande industria, come il Pdl. E infatti hanno piazzato Riello e Calearo, trascurando altre categorie». Errore grave a Venezia, dove il centrodestra aveva un testimonial eccellente, Arrigo Cipriani: «Ho votato Lega al Senato e il centrodestra alla Camera». Non che il titolare dell’Harry’s bar sia di destra: «Ci sono persone che hanno fatto bene anche nel Pd». Né condivide slanci xenofobi o derive securitarie: «Ma no, qui io e i miei colleghi abbiamo votato Lega perché vogliamo il federalismo fiscale. Siamo una terra ricca, con imprese che hanno grandi capacità e che arrancano anche a causa dei prelievi statali». I veneziani sono stanchi, dice Cipriani: «Siamo una città decimata, chiusa in se stessa, offesa dalla massa di turisti che si riversa qui ogni giorno ». Non ha difficoltà ad ammettere, Cipriani, che è stato anche un voto di protesta: «Contro questa sinistra che parla di decoro e non fa nulla, se non gli editti declamanti dagli altoparlanti dei vaporini. Il veneziano è stufo, non ha più voglia di pensare, di discutere. Vuole concretezza ».
Il record veronese della Lega
Silvio Berlusconi lo definì «un po’ rozzo, ma efficace». Efficace lo è stato di sicuro, se è vero che da queste parti si parla di «effetto Tosi» per definire il boom della Lega, arrivata a Verona al 32 per cento e a percentuali stellari nella Treviso di Gianpaolo Dozzo, ministro in pectore. Un sindaco forte, che non basta a spiegare il vento del Nord. Il presidente dei piccoli imprenditori, Alberto Aldegheri, la mette così: «Hanno promesso cose che stanno realizzando. C’è voglia di gente concreta». Ancora più esplicito il presidente della Confartigianato, Ferdinando Albini: «Il governo ci ha fatti passare per evasori fiscali, per quelli che hanno mandato in malore l’Italia». Magari è anche vero che qualcuno non paga le tasse, ma gli artigiani si sentono umiliati e offesi e la Lega conforta: «Ha ben poco di folcloristico. In passato l’ho anche criticata, ma ora Tosi mantiene le strade pulite e garantisce la sicurezza». E poi le infrastrutture: «Ferrovie e autostrade in Veneto sono disastrose. Stamattina parlavo con un collega che doveva andare a Roma: prima prendeva l’aereo, ora Alitalia ha sospeso i voli da Verona».
Genova, la cena di Castelli
A Genova il Pd ha tenuto bene. Ma il crollo della sinistra ha portato con sé la crescita impetuosa della Lega, più 93 per cento alla Camera. La rappresentazione scenica del nuovo clima si poteva cogliere qualche giorno prima del voto. Niente sagre paesane, ma una cena in un ristorante di classe, presenti l’ex Guardasigilli Roberto Castelli e ben 120 tra imprenditori, avvocati, commercialisti e persino nobili cittadini. Platea nella quale spiccava Claudio Gemme, ad dell’Ansaldo. Gemme risponde al telefono da Mosca, dove sta inaugurando una nuova filiale: «Come imprenditori non ci siamo sentiti molto supportati dalla politica. La Lega ha un programma serio, vicino alle aziende e molto focalizzato sull’industria: sulle risorse energetiche, la necessità manodopera qualificata, il costo ridotto delle ore straordinarie». Bossi si scaglia da sempre contro la globalizzazione e invoca dazi. Gemme non crede affatto che la Lega sia ripiegata su se stessa: «Anche Castelli ce lo ha detto: è giusto e necessario che le aziende italiane esportino i loro prodotti nel mondo. C’è un mercato enorme che ci aspetta». Quanto al protezionismo, «è ovvio che importare prodotti di bassa qualità dalla Cina, impoverisce il nostro Paese. Dobbiamo evitare anche di comprare energia dall’estero. Serve aiuto. Del resto anche i coreani e i brasiliani godono di sostegni per noi impensabili, come premi all’esportazione». Altro cavallo di battaglia della Lega è il no ai clandestini e il freno all’immigrazione: «L’Ansaldo utilizza manodopera che arriva da tutto il mondo. Nelle mie aziende lavorano rumeni, iracheni. Tutti specialisti, gente che lavora. Non credo che la Lega sia contraria a questa immigrazione».
La borghesia agraria di Cremona
A Cremona, due anni fa, fu testa a testa. La spuntò per 700 voti e uno 0,7% il centrodestra. Oggi, due anni dopo, il blocco azzurro-verde stacca di sette punti Veltroni. E mentre il Pd guadagna circa quattro punti rispetto all’Ulivo, la Lega cresce dall’8,7% al 15,8% e Berlusconi cede quattro punti. Effetto del voto identitario, con sullo sfondo le proteste per il progetto della moschea che si sono intrecciate con la condanna per terrorismo all’ex imam. Ma almeno due dati rendono più complesso il quadro. Una massiccia adesione silenziosa alla Lega da parte della borghesia agraria, che nelle scorse legislature sembrava fidelizzata da Forza Italia — che aveva nel grande agricoltore Giovanni Jacini un personaggio carismatico—e dall’An di Gianni Alemanno. Ora la borghesia agricola cremonese si è in parte riconosciuta nell’antico simbolo che negli anni ’90 era vicino al 20 per cento e che poi ha flirtato con il leader dei Cobas del latte Giovanni Robusti. Ma a segnare la svolta, a Cremona, c’è anche il piccolo esercito dei Giovani Padani. Sono 80, tantissimi relativamente ai numeri della città, guidati da un ventiquattrenne laureando in informatica, Fabio Grassani: «Siamo tutti tra i 17 e i 28 anni e per noi è la prima esperienza politica. Cosa vogliamo? Sicurezza e federalismo».
Pavia, Abelli protagonista
A Pavia, come a Cremona, il Comune è amministrato dal centrosinistra. E le politiche sembrano l’occasione perfetta per chiedere il conto alla sindaca Piera Capitelli. Attaccata da sinistra per la mano dura usata contro i Rom e criticata da destra per i ritardi, in molti, sulle sponde del Ticino, pensano che al centro del voto ci siano anzitutto dinamiche locali. Difficile, tuttavia, ignorare il contesto generale in cui si inserisce il raddoppio della Lega, giunta quasi al 14%, il lieve calo del Pdl e il buon risultato del Pd. Resta sicuro, invece, il solito nome forte che esce dalle urne pavesi per il centrodestra: quello di Gian Carlo Abelli, uomo di fiducia e assessore di peso di Formigoni in Regione. Proprio l’ormai probabile permanenza romana del governatore, peraltro, sembra schiudere spazi importanti ad Abelli al Pirellone con dall’altra parte del tavolo, ancora una volta, la Lega Nord. C’è chi, nella preminenza di un dc targato Prima Repubblica come Abelli sul Pdl pavese, ha visto una delle ragioni dello spostamento del voto moderato cittadino sulla Lega.
Il caso-Brescia
Quella che si è consumata a Brescia, invece, è un’altra storia. Secca la sconfitta al primo turno per il candidato del Pd, Emilio del Bono, contrapposto ad Adriano Paroli. La vittoria in una piazza forte, economicamente rilevante e non proprio amica, lancia a livello nazionale due under quaranta bresciani: Maria Stella Gelmini, molto stimata da Berlusconi, e Stefano Saglia, ex An. Per lui si profilerebbe un incarico da viceministro con deleghe alle questioni energetiche. Questioni non da poco, nella Brescia in cui è serpeggiato qualche malumore per la gestione della fusione tra Asm e la milanese Aem. Mentre nella vicina Bergamo uno dei possibili emergenti di domani è Giorgio Jannone, molto vicino al Gruppo Radici e attivo, in queste settimane, sullo scottante dossier Alitalia.
Jacopo Tondelli, Alessandro Trocino 17 aprile 2008
da corriere.it |
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| Asterix, la Baviera e il Lombardo-Veneto |
17/4/2008 Asterix, la Baviera e il Lombardo-Veneto GIAN ENRICO RUSCONI
Sconcerto, sarcasmo, attesa.
Una mescolanza di sentimenti ambivalenti e di giudizi contrastanti caratterizza in queste ore i commenti europei sull’Italia dell’immediato dopo-elezioni. Ma l’ironia è il motivo più appariscente, presente specialmente nei titoli dei giornali. I contenuti dei commenti sono più cauti e attenti. Ma segnalano sempre una grande sorpresa.
Tipica è la Frankfurter Allgemeine Zeitung, il giornale più importante in Germania, che non esita a mettere in prima pagina due vistose vignette di Asterix sotto il titolo «Perché di nuovo Berlusconi?». E Obelix risponde. «Sono matti questi romani!».
L’editoriale che accompagna le vignette è più controllato. Ma non dice né spiega in che cosa consista esattamente «la follia» politica degli italiani. Il sottinteso è che Berlusconi continua a essere considerato incapace di risolvere i problemi italiani ed è guardato con sospetto. All’interno dello stesso giornale c’è uno scontato riferimento a «Peppone», incarnazione della sinistra Arcobaleno, che è sparito dalla scena politica. Ma nell’articolo che volonterosamente descrive la confusione italiana, manca una spiegazione convincente. L’Italia, che con i suoi problemi d’invecchiamento della popolazione, di inefficienza, disoccupazione, crisi sociale si affida a un miliardario padrone di un vasto sistema mediatico, rimane semplicemente un enigma. «Un cangiante, impenetrabile solista da operetta nel concerto europeo». Rassegniamoci a questo modo di vedere il nostro Paese, fatalmente associato al berlusconismo sulla falsariga inaugurata anni fa. In questa ottica la tonalità più facile per il commentatore estero è il sarcasmo.
Ce lo siamo meritato? Tocca a noi - sostenitori o avversari di Berlusconi - spiegare agli europei che cosa sta accadendo davvero all’Italia. Ma è molto difficile, per molte ragioni. La prima ragione ovviamente è perché ce lo stiamo spiegando appena ora e faticosamente tra noi. La seconda è che usiamo un gergo politico-giornalistico praticamente intraducibile nelle altre lingue europee. Il terzo motivo - il più triste - è che l’immagine dell’Italia in questi anni è precipitata così in basso in ogni classifica di stima e simpatia, per cui rimontare è un’impresa disperata. Possiamo protestare quanto vogliamo, affermando che tutto questo è ingiusto. Ma ormai c’è un macigno comunicativo che rende difficile dialogare e farci intendere davvero (al di là delle cortesie diplomatiche) dai partner europei. Del resto - e l’abbiamo scritto più volte su La Stampa - la campagna elettorale da parte dei leader dei due schieramenti è stata segnata da una scandalosa disattenzione alla politica estera ed europea. Siamo inchiodati ai nostri problemi interni, tutto è letto in chiave interna. Con una punta di vittimismo verso il grande mondo esterno, fuori da casa nostra.
La domanda-chiave ora è: il nuovo governo invertirà la rotta autoreferenziale, ricercherà contatti reali con i partner europei, oppure ci chiuderemo in un grande leghismo nazionale? A questo proposito, osservando la nuova cartina politica delle regioni settentrionali, viene spontaneo pensare a una situazione bavarese con una forte e dominante Csu. La Lega come una possibile variante del «Partito sociale cristiano» tedesco-bavarese? È un accostamento epidermico o un’ipotesi da valutare seriamente?
A prima vista le differenze storiche e culturali sono abissali. Da una parte in Baviera c’è un partito storico, profondamente radicato in una regione che ha goduto d’una millenaria autonomia statale, dotato di un’ideologia conservatrice tradizionale ma capace di una straordinaria dinamica modernizzante. Dall'altro (tra le Alpi e il Po) c’è una forza nuova aggressiva, dall’ideologia visionaria sconclusionata, con comportamenti contraddittori ma capace d’interpretare bisogni di strati sociologicamente misti, tenuti assieme dall’appartenenza territoriale e da un intenso senso d’incertezza economica, sociale e persino culturale. Il collante sembra essere il crescente risentimento contro un centro politico statale «romano», inefficiente e percepito come rapace. È troppo poco per trasformare la Lega in un partito social-popolare come la Csu e inventare una Baviera nell’Italia nel Nord.
La Baviera ha una tradizione antica di autonomia da gestire e modernizzare oculatamente, in un sistema nazionale federale solido e condiviso. Nelle regioni settentrionali italiane invece un sistema di autonomie amministrative è tutto da costruire: un sistema che il centro politico e partitico in decenni di chiacchiere non è mai riuscito a proporre. Questo complesso di autonomie amministrative (definito federalismo fiscale) rischia ora d’essere raggiunto a colpi di mano, con il pericolo di rompere il tessuto nazionale che soltanto un autentico sistema federale può garantire.
Ci si lascia andare anche alle reminiscenze del Lombardo-Veneto quasi a surrogare con un’esperienza storica reale l’irrealtà della Padania. Ma occorre andare cauti con le ascendenze storiche che hanno la pretesa di legittimare iniziative politiche che rispondono a logiche completamente diverse. La relativa autonomia del Lombardo-Veneto storico non rispondeva affatto ad alcuna struttura federalista o autonomista in senso moderno, bensì alla logica di un impero plurinazionale, nato e sviluppato per conquiste e accorpamenti di territorio. Anzi con il passare degli anni l’impero mostrava chiare tendenze al centralismo modernizzante. La buona amministrazione asburgica aveva poco a che fare con l’autonomia. Erano e sono due problemi diversi.
Ragionamento analogo vale se con l’evocazione del Lombardo-Veneto (ma perché non del Piemonte o della Liguria?) s’intende indicare un certo stile di vita e di lavoro, di gusto imprenditoriale e di prestazione professionale che caratterizzerebbe queste popolazioni. Ma un discorso completo e sensato dovrebbe far intervenire altre variabili, compreso un certo tipo di religiosità (quando ancora c’era, naturalmente), variabili che complicherebbero un quadro che non si lascia facilmente strumentalizzare a usi partitico-elettorali.
Lasciando le suggestioni storiche e tornando alla dura realtà odierna, la vera domanda è se la coalizione politica, guidata da Berlusconi, uscita vincente dalle consultazioni con il decisivo contributo della Lega, sarà in grado di proporre un sistema di autonomie fiscali senza pregiudicare la necessaria coesione nazionale.
Evidentemente questa impresa non può essere lasciata alla buona volontà, al senso di moderazione della sola Lega che, consapevole della sua nuova forza, dovrebbe abbandonare i toni aggressivi del passato. Ma appartiene al Dna della Lega tenere alta la tensione sui suoi obiettivi. La strategia delle dichiarazioni minacciose seguite dalla loro sdrammatizzazione ha funzionato troppe volte per essere facilmente abbandonata. Ciò che colpisce tuttavia nelle ultime vicende, nelle prese di posizioni pubbliche soprattutto di Umberto Bossi, è l’accentuazione del rapporto fiduciario personale con Berlusconi. Non credo che l’insistenza del leader leghista sul «mantenere la parola», sul valore dell’«amicizia personale» siano semplici espressioni retoriche o sentimentali. È un modo di mettere in gioco esplicitamente il ruolo di leadership di Berlusconi e con essa la capacità di far marciare verso il federalismo fiscale tutto il Popolo delle Libertà.
Ma un serio sistema di autonomia fiscale non può essere costruito contro il Partito democratico e le altre formazioni schierate all’opposizione. Da qui l’altro quesito: chi oggi ha la credibilità e l’energia di far convergere tutte le forze politiche ragionevoli attorno a un grande progetto comune, senza che siano evocati «inciuci» o altre formule politicamente diffamatorie? da lastampa.it |
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| Da ballata yiddish a inno partigiano il lungo viaggio di Bella ciao |
SPETTACOLI & CULTURA
Il brano fu portato in America da un musicista tzigano originario di Odessa
Ne esiste anche una versione operaia cantata dalle mondine dopo la guerra
Da ballata yiddish a inno partigiano il lungo viaggio di Bella ciao
dal nostro inviato JENNER MELETTI
BORGO SAN LORENZO - In fin dei conti, svelare un segreto è costato solo due euro. "Nel giugno del 2006 ero al quartiere latino di Parigi, in un negozietto di dischi. Vedo un cd con il titolo: "Klezmer - Yiddish swing music", venti brani di varie orchestre. Lo compro, pagando appunto due euro. Dopo qualche settimana lo ascolto, mentre vado a lavorare in macchina. E all'improvviso, senza accorgermene, mi metto a cantare "Una mattina mi son svegliato / o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao...". Insomma, la musica era proprio quella di Bella ciao, la canzone dei partigiani. Mi fermo, leggo il titolo e l'esecutore del pezzo. C'è scritto: "Koilen (3'.30) - Mishka Ziganoff 1919". E allora ho cominciato il mio viaggio nel mondo yiddish e nella musica klezmer. Volevo sapere come una musica popolare ebraica nata nell'Europa dell'Est e poi emigrata negli Stati Uniti agli inizi del '900 fosse diventata la base dell'inno partigiano".
E' stata scritta tante volte, la "vera storia di Bella ciao". Ma Fausto Giovannardi, ingegnere a Borgo San Lorenzo e turista per caso a Parigi, ha scoperto un tassello importante: già nel 1919 il ritornello della canzone era suonato e inciso a New York. "Come poi sia arrivato in Italia - dice l'ingegnere - non è dato sapere. Forse l'ha portato un emigrante italiano tornato dagli Stati Uniti. Con quel cd in mano, copia dell'incisione del 1919, mi sono dato da fare e ho trovato un aiuto prezioso da parte di tanti docenti inglesi e americani. Martin Schwartz dell'università della California a Berkeley mi ha spiegato che la melodia di Koilen ha un distinto suono russo ed è forse originata da una canzone folk yiddish. Rod Hamilton, della The British Library di Londra sostiene che Mishka Ziganoff era un ebreo originario dell'est Europa, probabilmente russo e la canzone Koilen è una versione della canzone yiddish "Dus Zekele Koilen", una piccola borsa di carbone, di cui esistono almeno due registrazioni, una del 1921 di Abraham Moskowitz e una del 1922 di Morris Goldstein. Da Cornelius Van Sliedregt, musicista dell'olandese KLZMR band, ho la conferma che Koilen (ma anche koilin, koyln o koylyn) è stata registrata da Mishka Ziganoff (ma anche Tziganoff o Tsiganoff) nell'ottobre del 1919 a New York.
Dice anche che è un pezzo basato su una canzone yiddish il cui titolo completo è "the little bag of coal", la piccola borsa di carbone".
Più di un anno di lavoro. "La Maxwell Street Klezmer Band di Harvard Terrace, negli Stati Uniti, ha in repertorio "Koylin" e trovare lo spartito diventa semplice. Provo a suonare la melodia... E' proprio la Koilen di Mishka Tsiganoff. Ma resta un dubbio. Come può uno che si chiama Tsiganoff (tzigano) essere ebreo? La risposta arriva da Ernie Gruner, un australiano capobanda Klezmer: Mishka Tsiganoff era un "Cristian gypsy accordionist", un fisarmonicista zingaro cristiano, nato a Odessa, che aprì un ristorante a New York: parlava correttamente l'yiddish e lavorava come musicista klezmer". Del resto, la storia di Bella ciao è sempre stata travagliata. La canzone diventa inno "ufficiale" della Resistenza solo vent'anni dopo la fine della guerra.
"Prima del '45 la cantavano - dice Luciano Granozzi, docente di Storia contemporanea all'università di Catania - solo alcuni gruppi di partigiani nel modenese e attorno a Bologna. La canzone più amata dai partigiani era "Fischia il vento". Ma era troppo "comunista". Innanzitutto era innestata sull'aria di una canzonetta sovietica del 1938, dedicata alla bella Katiuscia. E le parole non si prestavano ad equivoci. "Fischia il vento / infuria la bufera /scarpe rotte e pur bisogna andar / a conquistare la rossa primavera / dove sorge il sol dell'avvenir". E così, mentre stanno iniziando i governi di centro sinistra, Bella ciao quasi cancella Fischia il vento. Era politicamente corretta e con il suo riferimento all'"invasor" andava bene non solo al Psi, ma anche alla Dc e persino alle Forze armate. Questa "vittoria" di Bella ciao è stata studiata bene da Cesare Bermani, autore di uno scritto pionieristico sul canto sociale in Italia, che ha parlato di "invenzione di una tradizione". E poi, a consacrare il tutto, è arrivata Giovanna Daffini".
La "voce delle mondine", a Gualtieri di Reggio Emilia nel 1962 davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi aveva cantato una versione di Bella Ciao nella quale non si parlava di invasori e di partigiani, ma di una giornata di lavoro delle mondine. Aveva detto che l'aveva imparata nelle risaie di Vercelli e Novara, dove era mondariso prima della seconda guerra mondiale. "Alla mattina, appena alzate / o bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / alla mattina, appena alzate / là giù in risaia ci tocca andar". "Ai ricercatori non parve vero - dice il professor Granozzi - di avere trovato l'anello di congiunzione fra un inno di lotta, espressione delle coscienza antifascista, e un precedente canto del lavoro proveniente dal mondo contadino.
La consacrazione avviene nel 1964, quando il Nuovo Canzoniere Italiano presenta a Spoleto uno spettacolo dal titolo "Bella ciao", in cui la canzone delle mondine apre il recital e quella dei partigiani lo chiude". I guai arrivano subito dopo. "Nel maggio 1965 - cito sempre il lavoro di Cesare Bermani - in una lettera all'Unità Vasco Scansani, anche lui di Gualtieri, racconta che le parole di Bella ciao delle mondine le ha scritte lui, non prima della guerra, ma nel 1951, in una gara fra cori di mondariso, e che la Daffini gli ha chiesto le parole. I ricercatori tornano al lavoro e dicono che comunque tracce di Bella ciao si trovano anche prima della seconda guerra. Forse la musica era presente in qualche canzone delle mondine, ma non c'erano certo le parole cantate dalla Daffini, scritte quando i tedeschi invasor erano stati cacciati da un bel pezzo dall'Italia". "Una mattina mi sono alzata...".
Fino a quando ci sarà ricordo dei "ribelli per amore", si alzeranno le note di Bella Ciao, diventato inno quando già da anni i partigiani avevano consegnato le armi. "Bella Ciao? Forse le cantavano - dice William Michelini, gappista, presidente dell'Anpi di Bologna - quelli che erano in alta montagna. Noi gappisti di città e partigiani di pianura, gomito a gomito con fascisti e nazisti, non potevamo certo metterci a cantare".
(12 aprile 2008)
da repubblica.it |
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| Il nettare dei Fenici |
31/3/2008 (8:10) - WINE STORY
Il nettare dei Fenici
Sull'isola di Mozia si torna a coltivare l'antica uva grillo
GIANNI STORNELLO
Il rilancio dei vini del territorio, piccole nicchie di vigneti antichi che vengono scoperti, recuperati e portati alla produzione, prosegue con un nuovo adepto: il «vino dei Fenici». Arriva dalla Sicilia e a farlo rinascere è la famiglia Tasca d’Almerita, sempre all’avanguardia nell’esprimere la Sicilia del vino di qualità. Tasca d’Almerita ha colto la sfida della Fondazione Whitaker: far rivivere, appunto, il vino dei Fenici, prendendosi cura dei vigneti sull’Isola di Mozia, perla storico-culturale del Mediterraneo.
«Questo vino – afferma Alberto Tasca d’Almerita – nasce da un territorio unico: 13 ettari di vigneto, di cui tre risalenti all’antica proprietà Whitaker, e 10 reimpiantati dopo anni di esperimenti, con la supervisione dell’Istituto regionale della Vite e del Vino, e la consulenza di Giacomo Tachis, che è uno dei tecnici più accreditati del settore. Qui nascerà l’etichetta firmata da Tasca d’Almerita e prodotta a Mozia: un “Grillo” che arriverà sul mercato alla fine della primavera».
Il primo impianto del vigneto di uva Grillo a Mozia si fa risalire all’inizio dell’Ottocento, quando gli inglesi, giunti a Marsala, intuirono quanto le condizioni del suolo e del clima fossero favorevoli per produrre un vino in concorrenza con il Madera e il Porto, di cui si rifornivano le flotte inglesi. E il Grillo può essere considerato il vino dei Fenici anche se, come sottolinea Alberto Tasca d’Almerita, non esiste alcun tipo di documentazione precisa sulla presenza di vigneti sull’isola all’epoca fenicia e punica, quindi in un periodo compreso tra il VII e il IV secolo avanti Cristo.
Del resto, l’isola di Mozia, 40 ettari a poche centinaia di metri di mare dalla punta estrema nord-occidentale della Sicilia, vicino a Trapani, rappresenta uno dei più importanti insediamenti fenici nel bacino del Mediterraneo. Fondata alla fine del secolo VIII dal mitico popolo di navigatori, Mozia conserva un valore inestimabile per l’entità dei reperti archeologici che ancora custodisce.
Nei primi anni del Novecento l’isola fu acquistata dall’in glese Joseph Whitaker, che creò un museo e l’omonima Fondazione, alla quale oggi è affidata la gestione dell’intero sito. «Un aspetto fondamentale nella storia di Mozia – ricorda ancora Alberto Tasca d’Almerita – è la sua tradizione viticola. Nel 1875 Mozia era coperta di vigneti, quegli stessi che oggi ci impegniamo a valorizzare, creando un vino che esprima l’unicità della terra da cui proviene».
La famiglia Whitaker per qualche anno si dedicò alla cura del vigneto, finché non decise di dare priorità agli scavi archeologici. Nel 2007 la Fondazione Whitaker decide finalmente di far rinascere la tradizione vinicola e di affidarne la cura ai Tasca d’Almerita, che è oggi una delle famiglie più rappresentative nel mondo del vino.
Dedita da metà Ottocento alla vitivinicoltura, la famiglia Tasca d’Almerita ha anticipato il successo internazionale e l’interesse mediatico di cui oggi godono la Sicilia e i suoi vini sfruttando le enormi potenzialità della Tenuta Regaleali. Già a quell’epoca, sugli Annali dell’agricoltura siciliana, l’azienda di Regaleali veniva infatti descritta come fattoria modello da additare a esempio per tutta la Sicilia. Il successo è continuato attraverso sette generazioni, sino all’attuale, rappresentata da Alberto e Giuseppe Tasca d’Almerita.
da lastampa.it |
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| Barbera nel Gotha |
31/3/2008 (8:20) - GRANDI ROSSI/3
Barbera nel Gotha
Un altro classico piemontese passa da "DOC" a "DOCG" ed entra nel club ristretto dei Barolo, dei Barbaresco.
SERGIO MIRAVALLE
I barberisti si presentano al Vinitaly sapendo di avere una G in più nel medagliere. È quella della Docg (Denominazione di origine controllata e garantita) che dalla prossima vendemmia potrà fregiare le produzioni della Barbera d’Asti e quella del Monferrato superiore. «È un passo avanti decisivo per dare più smalto all’immagine della nostra grande rossa», commenta soddisfatto Mario Sacco, presidente della Camera di Commercio di Asti, che è stato tra i promotori del difficile percorso, conclusosi con le audizioni pubbliche e il sì definitivo del Comitato nazionale vini. Portare la Barbera nel Gotha dell’enologia italiana accanto ad altri rossi piemontesi di lignaggio, come Barolo e Barbaresco, è un risultato importante, che sarebbe piaciuto a un pioniere come Giacomo Bologna, produttore di Rocchetta Tanaro. Fu lui, l’inventore del Bricco dell’Uccellone e della Monella, durante la bufera dello scandalo del metanolo nel 1986, a voler acquistare un piccolo spazio pubblicitario su La Stampa per proclamare il suo amore: «Viva la Barbera, quella vera». Un atto di fede e di speranza.
E poi ci sono stati in questi decenni uomini e famiglie del vino come i Chiarlo, i Bava, gli Scrimaglio, i Gaudio che hanno fatto crescere nel mondo nome e vendite della Barbera e con loro decine di altri produttori, piccoli e grandi. La Barbera piace e non solo in Piemonte dove si è deciso di chiamarla al femminile, nonostante le perplessità linguistiche espresse da letterariamente titolati estimatori di questo vino, come lo scrittore Sebastiano Vassalli, che sostiene la dizione al maschile (il Barbera) facendo riferimento al Tommaseo. Ma la diatriba tra dizione «alla piemontese» e lingua italiana sfuma di fronte all’alloro della Docg. Ora dalla vendemmia 2008 ci sarà un impegno in più da onorare rispettando un disciplinare più rigido. Il territorio è simile per le due Docg: prevede una zona di produzione che comprende tutto l’Astigiano, Casalese, Acquese, per un totale di circa 10 mila ettari potenziali, con una produzione stimata tra i 30 e i 40 milioni di bottiglie. La resa massima è stata fissata in 90 quintali/ ettaro). In bottiglia ci potrà essere dall’85 al 100% di vino ottenuto da uve barbera, ma non sono vietati «matrimoni» con un massimo del 15% di freisa, grignolino o dolcetto. La zona di vinificazione della Docg ricalca il disciplinare della Doc e comprende tutto il territorio piemontese. Ci sono poi norme precise per l’invecchiamento.
Negli ambienti vinicoli astigiani e alessandrini c’è soddisfazione. Nel gruppo degli entusiasti, oltre a Mario Sacco, ci sono l’assessore alessandrino all’agricoltura Davide Sandalo che si è battuto per dare al Monferrato anche la possibilità della Docg per la tipologia superiore, lasciando alla Doc il tipo «vivace», che pur ha i suoi estimatori, specie tra i giovani. La Regione ha seguito l’iter e ora l’assessore regionale all’Agricoltura Mino Taricco ricorda che con questo riconoscimento «salgono a 12 i vini piemontesi Docg, che si aggiungono a 45 doc e coprono complessivamente oltre l’80 per cento della produzione vitivinicola regionale. Un record». «Ora», ha aggiunto, «è necessario lavorare per far rendere il risultato ottenuto. Stiamo predisponendo un grande progetto promozionale sulla Barbera Docg». Anche dal Consorzio di tutela presieduto da Giovanni Chiarle ci sono grandi attese. «Un bel lavoro di squadra che ha dato i suoi frutti. La Docg rappresenta un traguardo storico che riconosce la crescita qualitativa e l’affermazione sui mercati nazionali e internazionali. L’intesa creatasi tra i territori astigiani e alessandrini è un ottimo auspicio per le azioni future da intraprendere». Le organizzazioni agricole si sono mosse su più fronti. La Coldiretti aveva invitato i propri iscritti a firmare una petizione per la Docg. Più caute Unione Agricoltori e Cia che puntano anche sulla revisione dell’albo vigneti «per dare certezze a chi produce e a chi consuma». In particolare la Confederazione degli agricoltori insiste sulla necessità di creare una fascia di base del prodotto con una Igt Piemonte. «L’indicazione geografica tipica adottata con successo dai toscani e in altre regioni, manca ai piemontesi. Noi crediamo che sia utile tutelare con la Docg la parte alta della piramide del mercato, ma non trascurare la sana Barbera quotidiana per riconquistare quote di vendita e soprattutto quotazioni dignitose per i produttori di uva, che hanno patito prezzi avvilenti in questi ultimi anni»
da lastampa.it |
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| Barolo alla riscossa |
31/3/2008 (8:30) - GRANDI ROSSI/1
Barolo alla riscossa
Dopo due annate sfortunate, quello del 2004 è eccellente.
Crescono qualità e produzione.
E c'è anche un'iniziativa de La Stampa con Fontanafredda
ROBERTO FIORI
Negli Stati Uniti hanno recentemente decretato che il Barolo è il vino più sexy al mondo: un po’ come Sharon Stone, è un maestro di seduzione che più invecchia più diventa «austero, maturo e sensuale ». È senza dubbio tra i vini più blasonati d’Italia, forse il più apprezzato dagli esperti di tutto il mondo, come confermano decine di guide, classifiche e degustazioni comparate. Da secoli ci dicono che è il più amato dalle teste coronate, con il famoso e quasi logoro motto «il re dei vini, il vino dei re».
Ma cliché a parte, il Barolo sta vivendo un periodo particolarmente positivo: nonostante il dollaro debole, il mercato internazionale è vivace e pare che quest’anno molte cantine in Langa abbiano già esaurito le loro scorte. E dire che l’annata 2004, entrata in commercio il primo gennaio dopo i consueti tre anni di invecchiamento, è stata finalmente completa, dopo due stagioni che avevano dovuto fare i conti con la siccità e con la grandine decimando i raccolti. Questa volta sono state prodotte ben 10 milioni e 252 mila bottiglie, contro gli 8,7 milioni del 2003 e i 5,9 del 2002. «Un’annata eccellente, nonostante la gran quantità di prodotto a disposizione», dice l’enologo albese Armando Cordero. «I primi assaggi parlano di un Barolo che ha beneficiato di un percorso molto regolare come andamento climatico, diventando un vino equilibrato e non eccessivamente alcolico. Il colore è molto bello e la vite, che nel 2003 aveva subito la siccità, nel 2004 ne ha approfittato per riprendersi dal terreno tutto ciò che le era mancato».
La conferma arriva anche dal presidente del Consorzio di tutela Barolo e Barbaresco, Claudio Rosso: «I nostri due nebbioli più pregiati godono di buona salute. In particolare, il Barolo ha ormai consolidato la sua fama di prodotto d’eccellenza in tutto il mondo». E i prezzi? Superate le incertezze, la tendenza del mercato è verso un moderato rialzo. «Ma nulla a che vedere con le follie di un milione di lire per una damigiana di Barolo viste negli anni Novanta», dicono gli esperti. Una bottiglia di Barolo 2004 in cantina costa mediamente – salvo discount ed etichette di particolare pregio – tra i 20 e i 30 euro, mentre per il Barbaresco i prezzi oscillano tra i 15 e i 25 euro. E un po’ tutti sono pronti a scommettere: il 2008 sarà un anno positivo anche dal punto di vista commerciale, pur senza troppi sbalzi rispetto al 2007. Ma se il gusto unico del Barolo conquista sempre più i palati, è solo con il tempo che questo vino perde il suo carattere aggressivo e dimostra tutta la sua morbidezza. Per questo i produttori consigliano di aspettare un po’ di anni prima di lasciarsi conquistare dal suo carattere. «Chi sa attendere riceverà dal Barolo grandi emozioni, scoprendo sapori e piaceri nuovi ad ogni sorso», sentenziano i migliori barolisti.
Così hanno fatto i Tenimenti Fontanafredda di Serralunga d’Alba e il quotidiano La Stampa, che hanno dato vita a una inedita collaborazione per creare quella che potremmo definire «un’etichetta da prima pagina». Un progetto innovativo, che per la prima volta mette insieme una delle più rinomate e grandi aziende vitivinicole di Langa con lo storico giornale di Torino. Due protagonisti del territorio piemontese riuniti per celebrare l’eccellenza. Senza dubbio, il vino rappresenta meglio di ogni altro prodotto la cultura, le tradizioni, la storia e il presente – anche economico – del Piemonte. Il Barolo, in particolare, esprime l’eccellenza di questa regione in Italia e nel mondo. E se La Stampa può vantare un’antica nascita editoriale che risale al 1867, anche la regale Fontanfredda non è da meno, avendo iniziato a produrre i primi vini nel 1878. Ecco, dunque, le ragioni di un incontro «in bottiglia » per dar vita ad un progetto comune nel mondo del vino che potrà poi in futuro aprirsi anche ad altri settori. La Riserva di Barolo 1999 Docg è stata prodotta in una serie limitata di alcune migliaia di bottiglie numerate. Viene offerta al pubblico al prezzo speciale di 59 euro, nella sua cassetta in legno personalizzata. La campagna di comunicazione è stata curata dall’agenzia Noodles di Torino. Per prenotare e ricevere il Barolo chiamare il numero verde 800.011.959. Esclusivamente per gli abbonati, il prezzo include anche le spese di spedizione.
da lastampa.it |
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| Ezio e i suoi Brunelli |
31/3/2008 (8:25) - GRANDI ROSSI/2
Ezio e i suoi Brunelli
Il più seducente dei nostri vini raccontato da un protagonista dell'enologia italiana.
Un piemontese doc pazzo di Montalcino
LUCA FERRUA
Guardare negli occhi un vino. Non con la luce che accende le tinte nel bicchiere e neanche leggendo l’etichetta, ma sfiorandone con la memoria la storia più intensa.
Ezio Rivella, tre quarti di secolo da pochi giorni (è nato il 3 marzo del 1933), lo ha fatto con il suo libro Io e Brunello (Baldini Castaldi Dalai, 2008), in quasi 400 pagine da leggere con la stessa intensità con cui si degusta un Biondi Santi, un Casanova di Neri, un Poggio al Vento o – per restare a casa dell’enologo dalle radici piemontesi ma dal cuore toscano – un Castello Banfi. Rivella, il generale tra i filari sempre a bordo di quella jeep stile marine, non le ha mai mandate a dire.
E anche in questo volume che celebra la sua vita mano nella mano con il rosso italiano più seducente, non si risparmia. Pagina dopo pagina si fa un viaggio nella vita di un uomochiave dell’Italia del vino, si conoscono retroscena degli anni più difficili e si arriva a parlare dell’oggi e del futuro. E Rivella, dall’alto di una vita di successi, non risparmia i dubbi sull’enosistema, puntando il dito sulle eccedenze produttive e sull’equilibrio tra denominazioni e prezzi.
In un mondo dove troppi produttori e molti commerciali parlano di trionfo Italia, lui ha il coraggio di dire che «non si può ancora giudicare soddisfacente l’export di bottiglie doc o igt, e che la posizione dei vini italiani di prestigio sui mercati internazionali è ancora molto debole». Parole meditate e coraggiose, scritte da chi ha ancora voglia di fare tanto. «Ho in mente così tanti progetti che Dio solo sa se avrò a disposizione abbastanza tempo per concluderli», dice Rivella dopo aver criticato, in modo costruttivo, il sistema vino italiano. Ma il lettore non tema di annoiarsi. Io e Brunello non è un saggio ma un romanzo. Il racconto di una vita cominciata il 3 marzo 1933 a Castagnole Lanze, nell’Astigiano, a un tiro di schioppo dalle altre colline del vino italiano: le Langhe. Un’esistenza passata attraverso il primo incarico, a Ciampino (Castelli Romani), e legata indissolubilmente a Castello Banfi. Rivella ci è arrivato nel 1977, a 44 anni, e dall’incontro con il suo amico Brunello – in un’azienda che è il cuore pulsante di quel territorio – è ricominciata la storia del principe dei vini toscani.
Biondi Santi su una sponda, Rivella su un’altra, hanno messo i gradini di una scalinata gloriosa che ha portato il territorio all’ombra del Monte Amiata ad avere oggi oltre 200 aziende vitivinicole. Ma il cavalier Rivella (un riconoscimento a cui tiene così tanto da celebrarlo con una festa che a Montalcino ancora ricordano) non si è fermato lì: per dodici anni è stato presidente dell’Associazione mondiale enologi, del Comitato Doc e vice dell’Office internationale de la vigne et du vin.
Nel libro c’è molto di tutto questo ma c’è soprattutto sudore, fatica e amore per la terra di Montalcino. Sono pagine per capire un fenomeno, conoscerne i segreti, comprenderne le scelte. Perché l’incontro tra Rivella e Castello Banfi, tra l’uomo di Castagnole Lanze e il suo amico Brunello, ha probabilmente cambiato la storia del vino italiano, almeno sul fronte dell’export verso gli Usa, almeno sul fronte della consapevolezza e del coraggio. Nel libro, Rivella non ha la presunzione di dirlo, ma lo fa capire sul filo dell’emozione, con i numeri e il lavoro e ricordando – da piemontese – che «l’Italia avrebbe bisogno di tante Montalcino».
Non solo sul fronte enologico. Puntando sui suoi vini da monovitigno (il Montepulciano d’Abruzzo, nelle versioni rosso e cerasuolo, e i bianchi Trebbiano d’Abruzzo, Pecorino, Passerina e Cococciola), l’Abruzzo sta acquistando sempre più consenso nelle principali guide e riviste di settore in Italia e all’estero, tanto da figurare ai primi posti nelle classifiche dei più importanti concorsi enologici: da Bruxelles a Bordeaux fino al Vinitaly, dove da due anni il Montepulciano d’Abruzzo doc – che quest’anno compie 40 anni – è il più medagliato.
Ma ancor più importanti sono i risultati di mercato. Oltre il 50% dei 110 milioni di bottiglie del vino abruzzese finisce sul mercato internazionale (principalmente Usa, Germania, Canada, Nord Europa, Giappone). In più, in Italia, il Montepulciano d’Abruzzo risulta essere per il terzo anno consecutivo il vino più venduto nella Gdo (iper e supermercati), a dimostrazione dell’apprezzamento dei consumatori per il favorevole rapporto qualità/prezzo.
Non paghi dei risultati, i produttori stanno ridisegnando il panorama produttivo con la revisione in termini rigorosi dei disciplinari di produzione, con l’individuazione di nuove sottozone e nuove doc, oltre alla docg Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane, punta di diamante dell’enologia regionale, che a Vinitaly presenterà in anteprima le annate 2005 e 2004 Riserva.
da lastampa.it |
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