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| Quell´italiano sul Granma |
Addio al partigiano Donè El italiano del Granma
È morto all'età di 83 anni Gino Donè Paro, il partigiano veneto che dopo aver combattuto nella Resistenza partecipò alla Rivoluzione cubana a fianco di Che Guevara. Fu l'unico europeo a salire sul Granma, la nave che sbarcò a Cuba con gli 81 ribelli di Fidel Castro alla fine del 1956. E a Cuba, nell'archivio storico delle Far (Forze armate rivoluzionarie) è conservato ancora il suo dossier.
Partigiano con la Missione Nelson, dopo la guerra emigrò a Cuba passando per il Canada. Dopo l'incontro con Olga Norma Turino Guerra, giovane rivoluzionaria di ricca famiglia cubana che nel '54 diventerà sua moglie, Gino Donè entrò nel "Movimento 26 luglio" di cui divenne anche tesoriere. "El Italiano" partì così il 25 novembre del 1956 dal porto Messicano di Tuxpan con i patrioti del battello Granma, ma nel gennaio del '57 ricevette l'ordine di andare all'estero. Dopo mezzo secolo Gino aveva detto che «dopo il Desembarco del Granma, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto chi un una forma chi un'altra. Io che ero straniero ero il più indicato a strare lontano e fare ciò che nella Sierra non avrei potuto fare».
Il partigiano trevigiano, che viveva con la nipote Silvana a Noventa di Piave (Venezia), si è spento sabato sera in una Casa di cura di S.Donà dove era ricoverato per alcuni esami. I funerali si svolgeranno giovedì. Al cimitero di Spinea, poi la salma verrà cremata. Alle esequie di Gino Donè parteciperà una delegazione dell'Anpi con la bandiera dei partigiani italiani. La nipote Silvana ha annunciato anche la partecipazione di una delegazione dell'ambasciata di Cuba a Roma. Cordoglio e dolore per la morte di «un grande partigiano e grande rivoluzionario» sono stati subito espressi dal consigliere regionale della Sinistra Arcobaleno Nicola Atalmi: «Il suo impegno per la libertà e contro le ingiustizie lo hanno portato a lottare in una vita avventurosa - ricorda Atalmi - prima partigiano in Veneto contro il fascismo, poi al fianco di Che Guevara nella rivoluzione cubana. La sua testimonianza di impegno contro le ingiustizie e per la libertà ci consegna una eredità ideale che vivrà nelle nostre lotte».
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Quell´italiano sul Granma
Maurizio Chierici - Gino Doné
La malinconia dell´addio di Gino Doné. È morto a San Donà del Piave.
Le ultime immagini mostrano un signore a passeggio sull´argine della città veneta beato come quando frugava la sabbia delle spiagge della Florida alla ricerca di denti di pescecane. Quei denti che gli ami dei cacciatori strappavano alla preda. Stivali, cappello con visiera, barba alla Hemingway e una maglietta segnata dal nome «Granma». Proprio la barca di Fidel e del Che, traversata avventurosa dal Messico con la speranza di rovesciare la dittatura di Battista. Impresa alla quale 82 utopisti si erano associati, impresa incredibilmente riuscita.
Ma il Doné che aveva salvato il Che folgorato dall´asma nelle ore dello sbarco ritrascinandolo nel plotone di comando, 2 dicembre 1956; quel Gino Doné sorridente e sicuro non ce l´ha fatta ad entrare all´Avana accanto all´amico del cuore: Ernesto. Lo ha sempre chiamato Ernesto nei primi incontri che ci hanno riunito in Florida quando l´ho ripescato, nove anni fa, assieme al fotografo Pigi Cipelli. «Il Che è venuto dopo. Lo hanno inventato gli altri», si arrabbiava. «L´uomo che mi incantava a Città del Messico era solo Ernesto. Il Che è stata una bella invenzione dei cubani e dei giornalisti accorsi ad osservare come avrebbero cambiato la storia i ragazzi al potere all´Avana; ma io ricordo l´Ernesto che saltava la cena per sfamare una madre e tre bambini gelati dall´inverno. Allungavano la mano sulla porta della posada dove i pochi soldi consolavano malamente la nostra pancia vuota. Ernesto spariva per riapparire trionfante: "stasera non ho fame". Allora sono uscito: la donna e i bambini mangiavano. Allora sono rientrato e ho preso Ernesto per il bavero inchiodandolo al muro: giusto sfamare chi ha fame, ma il tuo impegno riguarda tutti noi e la gente che a Cuba aspetta di vedere crollare Battista. Non rifarlo più...».
Ma Ernesto lo ha rifatto. Ernesto malinconico per il matrimoni fallito con la moglie peruviana; per Hildita, la figlia piccola scomparsa a Lima assieme alla madre. Insomma l´Ernesto che con Gino Doné e un volontario domenicano costituivano l´intera legione straniera della spedizione del Granma. All´impresa del Granma Gino aveva preso parte con la qualifica di «tenente della retroguardia» comandata da Raul. Perché proprio a un italiano di 32 anni, il più vecchio della spedizione, era stato affidato l´incarico di contenere l´inseguimento dei militari di Battista? Ecco la prima parte di una vita irripetibile.
La seconda guerra mondiale sorprende Doné a Pola, nel tutti a casa dell´8 settembre. Scappa. Torna a piedi a San Donà del Piave. A piedi, sfuggendo i posti di blocco dei tedeschi. Ma i fascisti del suo Veneto lo vanno a prendere in casa. Disertore da spedire in Germani a meno che non accetti la divisa tedesca per dimostrare il pentimento. Donè indossa i panni di Hitler e subito riscappa. Lo riprendono: diventa carne da cannone da schierare ad Anzio per fronteggiare lo sbarco alleato. Primissima linea per venti giorni così vicino agli americani che dovrebbe uccidere e ai quali non spara, da ascoltarne i discorsi ed innamorarsi della loro lingua. Terza fuga: sempre a piedi attraversa l´Italia per tornare a San Donà. La campagna attorno era una palude: i tedeschi l´avevano riallagata temendo uno sbarco americano. Viene contattato dall´intelligence inglese e fino alla fine raccoglie e imbarca su un sottomarino alleato che affiora a Caorle, piloti britannici e australiani abbatuti nella pianura veneta e nascosti dai contadini. Centro strategico la fattoria Argentin, padre di Moreno Argentin, campione del pedale. Londra lo decora con una croce di guerra, ma nel dopoguerra tornano le tasche vuote. Clandestino in Francia, clandestino ad Amburgo, clandestino su una nave della Lauro diretta all´Avana. Dove comincia a lavorare manovrando scavatrici per aprire una strada verso Santiago de Cuba. Incontra la bella figlia di un tabaquero, la sposa. Il tabaquero appartiene ai radicali ortodossi che finanziano il Fidel in esilio a Città del Messico. Gino va e viene con i dollari cuciti sotto la fodera della giacca. Nasce l´amicizia con Castro il quale gli cucina perfino un piatto di spaghetti, ma è Ernesto l´amico che ammira: comincia l´avventura. Finisce poco dopo lo sbarco. Un´imboscata e Gino si salva a Santa Clara dove viene incaricato di addestrare militarmente giovanissime maestre rurali. La prima allieva si chiama Aleida March futura moglie del Che o di Ernesto, come ricordava Gino. La prepara ad un attentato che non si farà. Poi un´imboscata della polizia. Clandestino su una nave danese,sbarca a New York dove comincia la terza vita. Imbianchino, ma anche Papillon. Va in Colombia a cercare smeraldi, prova a scavar l´oro in Venezuela, si tuffa fra i galeoni delle flotte tesoriere dell´impero spagno nella speranza di pescare un tesoro.
Gli anni passano, sposa una signora di 14 anni più matura. Diventa un pensionato squattrinato con problemi quotidiani che annebbiano ogni passato. Un giorno rivede un amico cubano che lo riporta all´Avana accolto dal tappeto rosso che Fidel riserva agli ospiti speciali. Ma Fidel e Raul non hanno tempo per riceverlo. Ne ascolto l´amarezza nella registrazione dei primi giorni d´intervista. Lo accoglie Jesus Montané, barba rossa potentissimo nell´anticamera di Fidel. Montané lo ascolta, si commuove e l´invita a tornare quando gli impegni di stato lasceranno respirare i fratelli Castro. Per Pigi Cipelli e per me che primi abbiamo ascoltato il racconto delle sue tre vite è stata un´esperienza giornalistica insolita: dovevamo ravvivare una memoria affogata nel tempo. Non c´era mai capitato. Gino ricordava lentamente e quando un episodio usciva dall´oscurità della memoria telefonava al nostro albergo, due passi dalla sua casetta: «Sono le tre di notte, ma devo raccontarvi...». Qualche minuto e si piegava sul registratore.
L´Italia ne ha scoperto l´avventura (più avventura che impresa politica) attraverso i nostri servizi del Corriere della Sera e del magazine Sette. È subito diventato un protagonista molto amato, testimone di tante storie vissute con l´impegno di chi non sopportava le ingiustizie: «Ernesto mi ha fatto capire tante cose...». In Italia ci siamo parlati qualche volta, solo al telefono. Ogni volta ripetevo il dubbio: «Hai ricordato proprio tutto?». Gino rideva: «Se vieni ti dico il resto». Adesso, l´ultimo viaggio.
Pubblicato il: 25.03.08 Modificato il: 25.03.08 alle ore 11.14 © l'Unità.
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| I 70 anni di Claudia Cardinale |
L’intervista. L'attrice Sarà festeggiata anche a Cannes
I 70 anni di Claudia Cardinale
«Il cinema mi ha dato la vita e non mi fermo. No al lifting: è bello mostrare i segni del tempo»
Il mio problema è sempre stato la voce. Rimpianti? Non essere abbastanza colta
PARIGI — «Un’intervista sui miei 70 anni? Non me ne frega niente degli anniversari ». Claudia Cardinale è gentile ma risoluta. Le ricordiamo quando, 20 anni fa, volle riaccompagnare all’ingresso della sua villa il giovane cronista, imbarazzato per la sua 500 ammaccata. «Ma guardi Pasquale». Il regista Pasquale Squitieri avanzava come un panzer, spingendo il cancello col paraurti della Porsche. Claudia sorride. Quell’episodio è il ritratto dell’uomo che ha reso piena la sua vita, restituendole la libertà selvaggia e un po’ folle. Sorride e cambia idea: 70 anni il 15 aprile. È piena di progetti: il remake per la tv francese de I soliti sospetti («Volevo ritrovare Jacques Perrin 46 anni dopo La ragazza con la valigia); Le premier homme di Gianni Amelio da Lo straniero di Camus e Il filo sull’omosessualità; il documentario sui 50 anni della sua carriera, Io, Claudia: storia di un’italiana: l’ha girato Squitieri e andrà al Festival di Cannes. Nessun film del nostro Paese: «Perché appena mettono la macchina da presa, si preoccupano: capisco tutto».
Ci riceve nella sua casa al Marais: i ricordi africani, le icone russe, le foto con Armani, Bolognini, Chirac, i suoi due figli, Patrick (fa il designer) e Claudine, avuta da Squitieri: «Compone musica, suona, dipinge. Se ho un rimpianto, è di non essere abbastanza colta». In soggiorno decine di premi, Berlino, Venezia, i David... Manca solo l’Oscar: le dispiace? «No, ne ho avuti tanti altri».
Da ragazza, in Tunisia dov’è nata, era introversa: «Volevo dimostrare che ero più forte degli uomini, prendevo il treno in corsa quando era già in marcia. Avevo già il problema della mia voce, il timbro rauco era perché non parlavo, non usavo le corde vocali. Fu Fellini a restituirmi la voce non doppiandomi in 8 e ½. Il cinema mi ha salvato la vita, sono riuscita a esprimermi».
Di chi si è sentita rivale? «Quando girai Le Pistolere con Brigitte Bardot c’erano paparazzi da tutto il mondo, convinti che ci saremmo ammazzate. Invece ci siamo divertite come matte. A Tunisi era il mio mito, mi vestivo e pettinavo come lei, la coda di cavallo, le mèches». Dépardieu? «Abbiamo fatto Il clan dei marsigliesi, una delle sue prime apparizioni era già un omone intraprendente. Con Belmondo ho lavorato tanto. È stato parecchio male, gli amici m’hanno sconsigliato d’andarlo a trovare, ci sarebbe rimasto male. Vorrei rivederlo ». La coppia Sarkozy-Bruni? «A Parigi ci hanno bombardati. A Natale ci siamo visti per caso in un ristorante a Roma. Lui è venuto verso di me, mi ha abbracciata. Chiamami. Ma ti pare che mi metto a telefonare al presidente della Repubblica? È fatto così, aperto, va in mezzo alla gente».
Claudia, quanti film? «Novantasei. Sono stata puttana e principessa. Dalla Russia all’Australia, l’Africa, l’America del Nord e del Sud». Se citiamo i suoi registi, lei che non vive di rimpianti, dice uffa o è felice? «Non mi guardo mai indietro ma, per carità, sono stati i miei maestri, anche se l’Italia ha la memoria corta ». Leone: «Ha inventato un modo di girare, la cinepresa sulla pelle degli attori. La musica di Morricone me la faceva sentire per entrare nel personaggio». Fellini: «Diceva che lo ispiravo, sei la mia musa, mi diceva in macchina. Io muta. Mi ha fatto interpretare me stessa, il mio stesso nome». Visconti: «Quando rivedo Rocco e i suoi fratelli o Il Gattopardo con Alain (Delon, ndr), lui si emoziona». Ha superato il brutto periodo? «Sì. Ha sofferto di depressione dopo che era stato lasciato dalla sua compagna. Sta molto meglio. Quei due film mi hanno aperto le porte del mondo». La storia del bustino stretto stretto è vera? «Alain riusciva a cingermi la vita con le mani. La sera piangevo. Nessuno sapeva delle mie ferite sul bacino. Luchino mi ripeteva di non camminare a piccoli passi, dovevo prendere possesso dello spazio: "Sembri una gatta da accarezzare sul divano. Poi ti trasformi in una tigre che doma il domatore". Germi: «Un maledetto imbroglio è uno dei miei primi film. Ci capivamo con lo sguardo».
Emanuelle Bèart ha confessato che rifarsi a 27 anni le labbra è stata la più grande idiozia della sua vita. «Non mi sono mai ritoccata nulla, e sai quante volte me l’hanno chiesto? È così bello vedere i segni del tempo, rifarsi è un segno di fragilità, se non sei forte e non accetti i tuoi anni, meglio che lasci stare». Il suo «no» al nudo: «È più sensuale immaginare. Nei Professionisti il regista Richard Brooks disse a Burt Lancaster di togliermi la camicia. Mi feci fare dalla sarta di Marlene Dietrich un velo sotto. Capì che non c’era niente da fare. In Vaghe stelle dell’Orsa e in C’era una volta il West mi si vede la schiena nuda. Il mio record».
E i grandi rifiuti? «Un musical a New York. Il rifiuto più importante a Strehler: con questa voce, chi mi sente?, pensavo». Come ha cominciato? «In Tunisia, vennero a prendermi davanti scuola. Mio padre, di origini siciliane, figuriamoci... Imprevedibilmente disse sì». Di Franco Cristaldi, il produttore, non parla volentieri. «Avevo un contratto all’americana, in esclusiva, sotto controllo. A me dei soldi non è mai importato nulla. Venivo pagata al mese, a prescindere dagli incassi. Ho vissuto 17 anni così. Con Pasquale ho riscoperto la libertà. Ha una cultura pazzesca ma è napoletano, se vuole, canta e suona». In Italia mica è tanto compreso. «Perché è un rivoluzionario che dice quello che pensa».
La Senna scorre lentamente sotto di noi. «Sono sempre in viaggio, ho gli impegni umanitari contro l’Aids in Africa. E in Africa, con l’acqua davanti, sono nata. A Parigi guardo il fiume dalla finestra. L’acqua è un segno di serenità».
Valerio Cappelli 25 marzo 2008
da corriere.it |
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| Oscar, Prudente di nome e di fatto e autore di "Pensiero Stupendo" |
23/3/2008 Oscar, Prudente di nome e di fatto e autore di "Pensiero Stupendo" di Marinella Venegoni
Dear Friends, questa intervista-ritratto che è uscita stamane su La Stampa è un po' lunga, ma piacerà a chi vuol saperne di più di un mondo fra i '60 e i '70 che Oscar ha cavalcato: a cavallo davvero con Battisti e Mogol nella famosa traversata Milano-Roma, ma poi con Fossati nell'epoca hippy di "Jesahel" di cui ha scritto la musica. E prima ci sono stati gli amici Luigi Tenco e Sergio Sandrini, i semi di "Via del Campo", Nanni Ricordi, etc etc etc.
Ha attraversato da protagonista la più bella stagione della musica popolare italiana, i leggendari '60 e '70 che ancora riempiono la memoria: ma l'ha attraversata con l'understatement genovese. Sarà per questo che Oscar Prudente, 64 appena compiuti e portati con riccioli sale e pepe, non è uno di quei nomi che accendono subito la fantasia. Eppure, Prudente è con Ivano Fossati l'altra metà di «Jesahel», e soprattutto l'altra metà del "Pensiero Stupendo": sua è la musica, e di Ivano quel dondolante «E tu, e noi, e lei fra noi» che ancora si canta dopo trent'anni. E' pure, Oscar, il terzo uomo della sempre favoleggiata traversata a cavallo da Milano a Roma di Battisti&Mogol. Esperienze che riemergono ora che Prudente, violando la natura insita nel proprio cognome, si è deciso a raccontare in prima persona la propria storia in due concerti, con il quartetto genovese degli Gnu: il primo al Teatro della Tosse di Genova il 5 aprile, il secondo il 23 al Ciak di Milano. Lo ha intitolato «Benvenuto Fortunato», come la canzone che scrisse agli esordi, con il fondatore della Tosse, Tonino Conte. Si annuncia un parterre de roi, da Gino Paoli a Dori Ghezzi per la quale Oscar scrisse «Margherita non lo sa».
Prudente ha a che fare anche con De André: nel '67, scrisse una «Dormi dormi» per la commedia di Dario Fo «La passeggiata della domenica»: «Era un excursus fra i presidenti americani - ricorda Prudente -. Le musiche erano di Carpi, ma Fo mi chiese di buttar giù una musica su un accenno medievale di "Donna Lombarda la va alla fonte". La scrissi e la cantai, diventò "Dormi dormi". Visto lo spettacolo, De André chiese a Fo se poteva utilizzare quella bellissima canzone, che diventò "Via del Campo"». Non l'ha mai rivendicata, Oscar? «Eh no. Non ero preparato. E poi già ci sono state un sacco di discussioni intorno a "Via del Campo", che ora è firmata Jannacci-De André».
Dev'esser sempre sembrato affidabile, Prudente, perché gli hanno affidato più di una mission impossible: per prima, quella appunto di fido scudiero nella cavalcata di Mogol-Battisti. «Avevo conosciuto Lucio al Cantagiro nel '68, eravamo in auto insieme ai tempi di "Balla Linda": diventammo amici, fu la mia rovina - scherza -. finii alla loro Numero Uno. La traversata a cavallo fu una di quelle follie da macho nelle quali Mogol cercava sempre di coinvolgere Battisti che invece in sport era zero. Io guidavo la Range Rover con attaccata la roulotte dove dormivamo e bivaccavamo la sera. Li precedevo, preparavo il campo: la sera, quando arrivavano, si cucinava alla brace, si mangiava, si suonava la chitarra, a volte ci ospitavano nelle cascine. Cose spartane, alla Mogol. Una fatica mostruosa, dovevo trovare luoghi deserti perché Battisti era già conosciuto...Mi ricordo che abbiamo visto la partita Italia-Germania in un bar dalle parti di Carrara, in mezzo alla campagna». Il famoso 4-3 del 19 giugno 1970.
«Da ragazzo, vivevo con i miei in via Rivoli. Dall'altra parte della chiesa di Carignano, in via Fieschi, abitava Ivano Fossati con sua mamma Germana. Io già suonavo, avevo imparato molti strumenti, facevo jazz al New York Bar dove c'era una buttafuori che chiamavamo Mussolini: ci veniva Tenco, con il suo sax alto. Conservo un suo testo che scrisse per me, non l'ho fatto mai vedere a nessuno. Studiavo allo scientifico ma suonavo la batteria, e al piano c'era il grande talento di Sergio Sandrini, che era stato espulso dal Conservatorio perché aveva accennato un pezzo di jazz al saggio finale. Presto, sarei finito da quel grande talent-scout che era Nanni Ricordi, a Milano, che mi incoraggiò a scrivere canzoni».
Nei '70, la carriera di Oscar aveva ormai preso il volo, ma lui tornava sempre a Genova: «Un giorno, suonò il campanello la mamma di Ivano: aprì mia madre, Lina; sentì raccontare del figlio che amava la musica, e aveva fondato i Delirium. Germana chiese di farci incontrare». Anche quella volta Prudente non disse di no: «Era il momento hippy, ebbi questa melodia di "Jesahel" e Ivano pensò a una cosa tipo Joe Cocker a Woodstock. Volevamo andare a Sanremo: allora, testi e musiche si mandavano al sindaco. Coinvolsi i Flora Fauna e Cemento, e Lavezzi. Ci sponsorizzò il Genoa e andammo a Sanremo sul suo pullman. Avevamo il mellotron, lo si doveva accendere 2 o 3 ore prima e fummo costretti a metterci uno di guardia perché ce lo avevano spento di nascosto, la prima sera. Arrivammo sesti, ma fu un successo enorme. Poi, Ivano andò militare e sciolse il gruppo. Continuammo a frequentarci, ci balenò l'idea di scriver canzoni per altri».
E «Pensiero Stupendo»? «Era nata per Loredana Berté. Gliela facemmo sentire ma non le piacque, e rifiutò. "Vedi? - diceva Ivano - ho canzoni bellissime ma per interpreti sbagliati". Poi andò a Roma, e la fece ascoltare a Patty Pravo, che impazzì». Che coppia eravate, com'era lui? «Io ero forte, lui timidissimo. Come diceva De André, era l'ultimo degli orsi liguri. Molto riservato, pensava in genovese e lo trasferiva in italiano: aveva questa grande dote di idee colorate che gli veniva dalla madre». Perché vi siete lasciati? «Prese la sua strada, e dopo "Panama" non si è mai più fatto vivo».
Chissà che non spunti, il ritroso Fossati, al Teatro della Tosse il 5 di aprile. da lastampa.it |
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| Vi racconto la mia vita da brigatista |
Vi racconto la mia vita da brigatista
di Paolo Biondani e Andrea Pasqualetto
La militanza pacifista. Il centro sociale. Il lavoro da postino. L'incontro con i nuclei armati. Ecco la confessione di Rossin, terrorista per caso nato nel '71 Il casolare di ArzercavalliCome può nascere, nell'Italia di oggi, una nuova leva di brigatisti rossi? Cosa spinge un giovane pacifista a diventare, tra i 20 e i 30 anni, addirittura l'armiere di un'organizzazione terroristica che sembrava cancellata dalla storia? Dopo tante opinioni più o meno documentate, su questi interrogativi ora filtra una prima risposta dall'interno della stessa banda armata.
Una verità giudiziaria raccontata da Valentino Rossin, il portalettere che custodiva il principale arsenale dei 17 presunti neo-brigatisti arrestati nel febbraio 2007. Mitra, pistole, fucili e munizioni nascosti in un rustico abbandonato nelle campagne di Arzercavalli, il suo paese, a sud di Padova. Nato il 16 marzo 1971, Rossin confessa a sorpresa di avervi "imboscato" il suo primo carico di fucili e pistole "già nel 1998", ben dieci anni fa. Eppure giura di aver scoperto "solo dopo gli arresti" che nel "tubo arancione" dissotterrato dalla polizia c'erano almeno due armi, "vecchie, ma perfettamente funzionanti", che riportano indietro di un trentennio l'orologio della storia: un Winchester e una Sig Sauer che nel 1978, l'anno dell'omicidio Moro, appartenevano alle Brigate rosse di Mario Moretti.
Nei suoi interrogatori il postino Rossin ripercorre tutta la sua vita di 'compagno', con padre operaio e nonno contadino, in grado di parlare sia con i "giovani" che con la "vecchia guardia" dell'"area dell'autonomia". E in più di mille pagine di verbali integrali, dove improvvisa anche lezioni di veneto, talora spassose, per il pm Ilda Boccassini ("Vècio come mì? Non vuol dire che è vecchio, ma che ha la mia stessa età"), Rossin consegna al processo, che si aprirà a Milano il 27 marzo, la sua autobiografia di brigatista per caso. Armiere sì, ma sempre tenuto all'oscuro dell'origine, destinazione e utilizzo delle sue armi.
Compagno sì, ma prima "isolato per prudenza" e poi "usato", tanto da arrivare a sentirsi tradito dai "vecchi amici" che sognavano di rifondare un "partito armato". Un nuovo "partito comunista politico-militare", ma ancora marchiato con (due) stelle a cinque punte. Condannato a tre anni e quattro mesi con il rito abbreviato, Rossin è ora passato dal carcere ai domiciliari, ma ammette di vivere nella "paura" che "qualcuno dell'area del contro-Stato"possa "tirare una molotov contro la casa di legno di mia mamma". Il suo avvocato, Gian Mario Balduin, è stato minacciato e da mesi si paga di tasca propria una guardia del corpo.
Valentino Rossin "Ho iniziato a fare politica con la prima guerra del Golfo", racconta Rossin: "Fino al 1990-91 il centro popolare Gramigna, che si chiamava ancora centro sociale, era in via Montrà 100, nell'ex fonderia Peraro, quella che han buttato giù per costruire appartamenti sulle vasche radioattive, e auguri a chi ci abita... Dopo le medie avevo fatto due anni di lavoro in fabbrica... Sa, dottoressa, in casa mia non abbiamo mai avuto soldi... Poi ho fatto le superiori: il biennio in provincia, il triennio a Padova, dove ho conosciuto l'ambiente degli studenti... Facevamo un discorso politico contro gli spacciatori di eroina e cocaina, contro l'Italia che va in guerra violando la Costituzione... Nell'anno della maturità ho abitato al Gramigna occupato... Le ho prese anch'io dai fascisti, una sera mi hanno riempito di botte in dieci contro uno... Ho fatto militanza attiva per otto-nove anni... E lì ho conosciuto Davide Bortolato e Claudio Latino", ora a processo come presunti capi dei 'nuclei' (armati) di Padova e Milano.
Ma allora è vero che il terrorismo nasce nei centri sociali? Non proprio. Rossin sostiene che il Gramigna "è sempre stato in polemica" con gli altri "spazi occupati" del Nord-Est, tanto da bollare il più famoso, "il Pedro", come "quinta colonna del sistema". Ma non basta: "Io ho visto le prime armi solo dopo aver smesso di fare politica". Era il 1998. "Bortolato e Andrea Tonello portarono due fucili e due pistole a casa mia. A me facevano palpitare il cuore... Io avevo fatto l'obiettore di coscienza per non prendere in mano armi". Rossin conferma che "Bortolato s'è portato via una pistola che non ha più restituito. Era una Walther, la stessa di cui mi avete sequestrato un caricatore di munizioni. Ma io non so dove sia nascosta e se sia stata usata...
La regola era di non dire niente. Io dovevo solo prendere i mitra e portarli dove c'era la prova di fuoco o l'azione, come la tentata rapina al Bancomat... Fino al 2006 non abbiamo mai mosso le armi. E io non sapevo nemmeno chi doveva usarle e con quale obiettivo".
Il pm Boccassini lo attacca più volte: "Non le credo... Un conto è far parte di un movimento di migliaia di giovani che manifestano, un altro è dire: nascondimi questo Kalashnikov! Dov'è adesso l'esplosivo? Dove sono le altre armi?". Rossin insiste: lui obbediva al vincolo di gruppo, non all'ideologia."Io ero funzionale perché in campagna avevo buoni nascondigli e perché non facevo più politica, per cui non ero controllato... Anzi, Bortolato mi teneva lontano dal Gramigna... La spiegazione di tutto è la parola compagno: se non mi prestavo, è chiaro che i compagni storici mi facevano una X sopra... Ho custodito le armi perché... perché sono un deficiente. Mi usavano per cose materiali, senza darmi una giustificazione politica. Solo quando ho letto la vostra ordinanza ho capito che progetti avevano!".
Nata per proteggere il gruppo armato, la regola brigatista della compartimentazione (minima circolazione di notizie, come in compartimenti stagni) viene invece vissuta da Rossin come un tradimento che lo spinge a collaborare. Scavando nella sua formazione, però, salta fuori anche unamitologia partigiana che incuriosisce i poliziotti della Digos: "Mentre lavoravo alle Poste ho fatto l'università. Mi sono laureato nel 2005 con una tesi sulla Resistenza nel Conselvano. Ho raccolto le testimonianze dei partigiani e i resoconti di tutte le armi, quelle sequestrate e quelle ancora imboscate... Andavo a cercarle con il metal detector... Per questo non mi sembrava astruso mettere da parte delle armi senza obiettivi immediati. Perché se ipoteticamente ci fosse un colpo di Stato...".
La Boccassini ironizza: "Cioè, per esempio, se i fascisti vanno al potere, voi vi difendete con la carabina Winchester?". Rossin: "Insomma, un conto è tenere armi sotto terra, un altro è colpire qualcuno... Per me la faccenda ha preso un brutto taglio solo due mesi prima dei nostri arresti, quando hanno cominciato a farmi prendere le armi per usarle". Al pm l'eredità partigiana continua a sembrare una scusa: "Anche i brigatisti erano convinti di fare la guerra allo Stato". E qui Rossin, per una volta, alza la voce: "Io la penso diversamente, va bene? La guerra partigiana aveva un suo significato storico. Gli anni '70 erano tutta un'altra cosa. E adesso è un'altra storia ancora, completamente diversa". Quando il pm lo informa che almeno due armi erano delle Br di Moretti, il postino smoccola in veneto: "Eh no, Diobòn... Dio caro, non mi hanno detto niente!".
L'assoluta mancanza di democrazia interna è un'altra costante del gruppo. Rossin ricorda tutte le svolte ideologiche, ma non sa spiegarne nessuna: "La prima è del '99, quando la vecchia guardia si lega al Carc di Angelo Maj. Il Gramigna era movimentista, mentre il Carc introduceva l'elemento-partito. Ma poi fu rottura anche con il Carc. Ci fu una riunione famosissima al Gramigna sulla guerra in Jugoslavia, che finì quasi a botte. E i nostri compagni se ne andarono dal Carc".
Mai giovani potevano discutere quelle scelte? La risposta di Rossin, che pure si sentiva un "luogotenente", è desolante: "Al Gramigna c'erano due comitati, di gestione e di occupazione, ma sopra c'era un direttivo ristretto, convocato per passaparola, che chiamavamo Struttura... C'era anche un metodo per valutare i compagni... Però nelle riunioni non si capiva mai se c'era un capo. Non si capiva nemmeno chi dava l'ordine del giorno".
Anche la presunta tattica d'infiltrazione nel sindacato, che dopo gli arresti fece scorrere fiumi d'inchiostro, per i capi era "fuorviante": "Dopo il Gramigna, mi sono conquistato il posto di portalettere facendo anni di dura battaglia contro il precariato. Alle Poste cercavo di entrare all'interno dell'organizzazione sindacale con la Cgil per spostarla un po' più a sinistra. Mi sarebbe piaciuto parlarne con Bortolato, ma lui diceva che non aveva tempo, lo riteneva superfluo... Non ho mai avuto un confronto politico sul mio ruolo, né con Bortolato né con Latino, che aveva il carisma di leader maximo. Ho parlato di politica più al Gramigna che negli otto anni in cui le armi sono rimaste nascoste a casa mia".
(20 marzo 2008)
da espresso.repubblica.it |
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| Diossine, pesce di laguna più pericoloso del Petrolchimico |
I risultati di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori di Marghera sul sangue dei veneziani.
I consumatori di prodotti ittici risultano contaminati in modo maggiore rispetto ai lavoratori della chimica
Diossine, pesce di laguna più pericoloso del Petrolchimico Venezia NOSTRA REDAZIONE
Hanno il sangue contaminato da diossine e policlorobifenili in misura ben superiore alla norma. Sono persone che hanno lavorato per anni nelle industrie chimiche di Porto Marghera; ma anche veneziani che semplicemente mangiano tanto pesce e molluschi di laguna. Anzi, in questi ultimi, sono stati trovati tassi di tossicità anche maggiori a quelli del primo gruppo! Sono dati in parte sorprendenti, comunque preoccupanti, quelli che emergono da una nuova indagine promossa da un gruppo di ricercatori guidati da Stefano Raccanelli, responsabile del laboratorio microinquinati dell'Inca, il consorzio interuniversitario di chimica per ambiente che ha sede proprio a Marghera. Il lavoro sarà presentato il prossimo 27 marzo, a Venezia, al tradizionale convegno organizzato come ogni anno da questo consorzio che riunisce una trentina di università di tutta Italia. Intanto, però, lo stesso Raccanelli ha già scritto alla Regione Veneto per sollecitare un'indagine più ampia sui livelli ematici dei veneziani: questi primi dati, infatti, gettano una luce inquietante sulla contaminazione della laguna e impongono un approfondimento. «I valori massimi riscontrati - si legge nelle conclusioni della ricerca - confermano che alcuni soggetti sono particolarmente esposti a queste sostanze (le diossine e i contaminati organici persistenti, pop, in genere, ndr.) da cui l'esigenza di comprenderne le vie di assunzione. Il risultato dello studio potrebbe diventare importante anche per programmare interventi di riqualificazione e protezione ambientale, come le bonifiche, di prevenzione della contaminazione della catena alimentare, e di prevenzione di malattie».
Ma vediamo, allora, in anteprima questi dati. A firmare l'indagine, insieme a Raccanelli, ci sono Simone Libralato, Gretel Frangipane e Maurizio Favotto. Il gruppo ha rispolverato una vecchia ricerca del '99 condotta proprio dalla Frangipane, all'epoca laureanda di chimica a Ca' Foscari, sui livelli ematici della popolazione veneziana in rapporto alle rispettive abitudini alimentari. Il risultato fu un tesi di laurea da cui emergeva che il sangue dei grandi consumatori di prodotti ittici di laguna era più contaminato di quello di chi aveva una dieta povera di pesce e molluschi. «Quella tesi, però, fu tenuta nascosta - accusa, ora, Raccanelli - dalla stessa Ca' Foscari e dall'Ulss 12, che pure avevano speso tanti soldi per le analisi, all'epoca fatte eseguire negli Stati Uniti. I risultati non furono comunicati nemmeno ai volontari che si erano sottoposti all'esame del sangue. Ma quel che è peggio non fu fatto alcun approfondimento successivo, nonostante arrivassero altri dati preoccupanti, come quelli sul latte materno che da una ricerca del 2002 dell'Istituto superiore di sanità risulta più contaminato a Venezia che altrove».
É per questo che l'Inca, che nel frattempo si è dotato di un proprio laboratorio per analizzare i livelli ematici di pop, ha deciso di approfondire l'argomento. I vecchi dati sui grandi e bassi consumatori di pesce sono stati messi a confronto con nuove analisi sul sangue degli ex lavoratori del Petrolchimico e di veneziani con abitudini di vita senza rischi particolari di esposizione. Ebbene, un po' per tutti gli inquinanti, il sangue più contaminato è risultato essere quello dei grandi consumatori di pesce e degli ex lavoratori del Petrolchimico. Emblematico il caso delle diossine, per cui i ricercatori hanno usato come termine di confronto anche le analisi sul sangue di un gruppo di lavoratori dell'inceneritore di Bolzano. Un campione, dunque, potenzialmente a rischio. Eppure, se per questi bolzanini la tossicità equivalente si ferma a 9 picogrammi per grammo di grasso, quello dei veneziani è sempre superiore: 9,94 in quelli con abitudini senza rischi; 13,91 nei bassi consumatori di pesce; 16,08 nei soggetti esposizione occupazionale; addirittura 19,33 nei grandi consumatori si pesce. Proporzioni che ritornano anche per il policlorobifenile: nei veneziani con abitudini non a rischio la tossicità equivalente si attesta attorno ai 6,7 picogrammi per grammo di grasso; sale a 9,30 nei bassi consumatori di pesce; raggiunge i 22 nei soggetti con esposizione occupazionale; e addirittura i 30,68 nei grandi consumatori di pesce. Quel che salta all'occhio è che i «livelli riferiti agli alti consumatori di pesce sono confrontabili - si legge - con quelli riferiti agli individui impiegati per molti anni nell'industria chimica di Porto Marghera». I ricercatori ricordano, a più riprese, come l'analisi si fondi su piccoli numeri. Ma «pur sottolineando l'esigua numerosità campionaria dei soggetti sottoposti a studio, questi risultati preliminari rafforzano la preoccupazione relativa all'esposizione umana ai pop - concludono - ed inducono a considerare la necessità di uno studio epidemiologico esteso al fine di accertare i livelli nella popolazione veneziana e italiana». Aggiunge Raccanelli: «Non vogliamo fare allarmismo, ma non vogliamo nemmeno che si continui a fare il gioco dello struzzo. I problemi ci sono e vanno affrontati».
Roberta Brunetti da gazzettino.quinordest.it |
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| PALLADIO E I COLORI, SFATATO IL MITO NEOCLASSICO |
2008-03-15 13:13
PALLADIO E I COLORI, SFATATO IL MITO NEOCLASSICO
di Nicoletta Castagni
ROMA - Si sgretola il mito di Palladio neoclassico, dalle immacolate armonie prospettiche che invece si inondano di colore, come dimostrano le recenti ricerche condotte per il quinto centenario della nascita, le cui celebrazioni culmineranno con la grande mostra di Vicenza dal 20 settembre.
Tracce di vernice rossa sono state rinvenute in alcune dimore storiche progettate dal grande architetto rinascimentale e nella chiesa di San Giorgio a Venezia. "Per me è stata una cosa davvero sorprendente", dice il direttore scientifico del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza, Guido Beltramini, che con Howard Burns sta curando l'esposizione vicentina (che poi andrà a Londra e forse negli Usa).
"Quando in San Giorgio abbiamo trovato quelle ampie tracce di vernice colorata non ci potevamo credere, pensavamo a interventi successivi - spiega lo studioso - poi, proprio nell'Archivio di Stato di Venezia, abbiamo rinvenuto un documento risalente al 1652 in cui si ordinava la ripulitura delle colonne, consigliando di dare mani di bianco finché il rosso non fosse sparito".
Quindi quei forti contrasti cromatici, i fusti delle colonne rosso acceso e i capitelli e le basi di un bianco abbagliante, erano propri dell'ideazione palladiana, presente non solo negli interni, ma anche nelle ville, dove la pittura veniva stesa sui mattoni delle colonne, levigata fino a farne uno stucco vermiglio.
Un'immagine violentissima, che rimanda a un Palladio diverso da quello tramandato dalla tradizione ottocentesca, più libero e creativo, come fanno pensare gli ultimi studi su Villa Foscari la Malcontenta, sul Convento della Carità (alle Gallerie dell'Accademia), sulla vicentina Loggia del Capitanato.
"Questi risultati - prosegue Beltramini - sono un importante passo in avanti. Li vedremo nella mostra internazionale di Vicenza, che vuol essere un tentativo radicale di rilettura complessiva dell'opera palladiana". Architetto sommo delle armonie classiche, "Palladio fu vittima del proprio mito, che lui stesso ha costruito".
E' dunque difficile ritrovare l'uomo e l'artista, anche perché, aggiunge Beltramini, in genere ci si accosta a lui come a una monade e lo si guarda con occhi educati dall"800. "Nei sei mesi che separano dalla mostra - dice il curatore - ci saranno altre novità sorprendenti per noi storici, capaci di demolire anche i luoghi comuni di vecchia data".
A partire dalla leggenda che vedeva il celebre architetto figlio di un povero mugnaio, mentre in realtà, precisa Beltramini, il padre era un imprenditore operoso della piccola borghesia, con un tenore di vita capace di sostenere gli studi del figlio.
La mostra, prodotta dal Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, dalla Royal Academy of Arts e dal Royal Institute of British Architects di Londra, sarà così l'attesa occasione per presentare gli straordinari risultati di queste nuove ricerche. Anche perché faranno ritorno in Italia, dopo secoli, i magnifici disegni di Palladio, che furono venduti nel 1614 a un inglese di passaggio e saranno accostati a modelli tridimensionali, tra cui figura quello di grandi dimensioni e colorato della chiesa di San Giorgio.
Nella rassegna ci sarà anche la storia dei progetti non realizzati dall'architetto veneto. Quindi un Palladio mai visto e non solo architetto, dal momento che sarà presentata una documentazione storica che ne illustra l'attività come regista teatrale, che selezione gli attori e dirige le prove nella rappresentazione dell'Amor Costante del 1561. E anche un Palladio editore che pubblica nel 1554 due guide turistiche di Roma e realizza due edizioni illustrate delle battaglie di Cesare e di Annibale.
da ansa.it |
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| Vincenzo, il ladro gentiluomo di Venezia |
- TRA CRONACA E ROMANZO
Vincenzo, il ladro gentiluomo di Venezia Fantômas è stato creato nel 1911 dai francesi Allain e Souvestre Un po’ Fantômas e un po' Cary Grant: "Una vita di furti, ma sempre con rispetto"
ANNA SANDRI
VENEZIA Dei suoi 65 anni, venticinque li ha passati in carcere e sempre per la stessa condanna: furto, furto, furto. Da uomo libero ha camminato più sui tetti che tra le calli, eppure se il suo nome e il suo volto a Venezia sono così famigliari non è per le foto segnaletiche.
Vincenzo Pipino lo conoscono tutti perché è il ladro di una volta, quello che «al derubato devi sempre dare una possibilità di reazione, altrimenti è violenza», quello che fa l'elemosina a chi la chiede, quello che perfino sul palazzo di Damiani svaligiato a Milano poche settimane fa ha qualcosa da ridire. «Basta con la banda del buco: non è sufficiente passare da un muro per farsi chiamare così. Il primo furto con il buco l’abbiamo fatto noi. Un po' di rispetto». Avesse potuto brevettarlo, lo avrebbe fatto. E poi: «Quello di Damiani non è un furto ma una furtina». E la «furtina», naturalmente, è parola coniata da lui: «E’ a metà tra il furto e la rapina, e quando sento puzza di rapina non mi piace».
Il debutto sfortunato Il primo colpo grosso a quattordici anni, seguendo un americano fin sulla spiaggia del Des Bains al Lido. L'americano stava in capanna tra i ricchi. Un attimo di distrazione e dalla camicia del turista sparisce l'equivalente di duecentomila euro. Tutti splendidi, inutili dollari: «Per cambiarli ci voleva una firma in banca». In compenso, sette mesi di carcere.
Nel suo genere, un professionista: sulle condanne non ha mai fatto una piega, anzi si lamenta della giustizia di oggi, perché c'è stato un tempo in cui se ti davano sei anni, sei anni facevi. Ha un cultura - soprattutto in storia dell'arte - grazie alla quale potrebbe tenere conferenze. Preferisce applicarla diversamente. E così quel giorno che entra in un gran palazzo veneziano per rubare gioielli e si trova davanti invece un Canaletto, gli vengono le lacrime agli occhi: «Era sul muro, in una stanza buia. Pareva che mi chiamasse, che mi pregasse di portarlo via da lì. Cosa dovevo fare: lasciarlo lì?». Sia mai. Via con il Canaletto sotto il braccio, prima con il barchino poi in auto fino a Roma. Quadro recuperato, Pipino in galera: «Ma lo rifarei».
Il bilancio gli è a favore: i furti per cui ha pagato sono molti, ma tanti di più sono quelli rimasti senza un colpevole. Nei palazzi veneziani: «Me lo ricordo bene quello dal grande industriale, quello che ha negozi in tutta Italia. A parte che ho portato via di tutto, sono rimasto senza parole: quanto sporco, ma quanto sporco. Sono uscito con i calzetti da buttar via. E quando adesso li vedo per la strada penso: tanta boria, ma potreste lavarvi un po' di più».
La vecchia avara Non dimentica quella sera che sul ponte c’era un poveretto che chiedeva l'elemosina: «Uno senza un braccio. Sto per dargli qualcosa, passa una vecchia carampana con una pelliccia lunga fino a piedi. Lo guarda e gli dice, ma vai a lavorare. Mi sono imbestialito. L'ho seguita fino a casa». Tre ponti, due calli e finalmente la signora infila un portone. Dopo due minuti si accende una luce: Pipino annota e se ne va. La punta. La controlla, sera dopo sera. Dopo un mese è pronto e al momento buono entra e porta via tutto. «Arrivato a casa mi sono accorto che avevo preso anche le ceneri del marito. Io ho sempre restituito quando per sbaglio rubavo cose particolari, magari la catenina del figlio morto, la fede del matrimonio. Ma quel poveretto in polvere, dentro quel sacchetto, mi faceva troppa pena: anche dopo morto con quell'arpia. L'ho portato sul ponte di Rialto, ho aperto il sacchetto e gli ho detto vai, che stai meglio libero».
Le case sono il passatempo, la professione è nelle gioiellerie. «Siamo ancora noi e solo noi la vera banda del buco». Per quella che Pipino chiama «la scuola veneziana», ogni negozio ha cinque punti deboli. Esclusa la vetrina, se soffitto, pavimento o uno degli altri tre lati confinano con un appartamento o magazzino vuoto, allora «è il gioiello che ti chiama». Si lavora in pieno giorno a bucare fino a quando resta solo un filo di malta: la preparazione può durare mesi. A quel punto basta aspettare il momento buono, di solito la pausa pranzo. Un soffio, il muro va giù e il resto è un gioco da ragazzi.
Non è un mestiere nobile, Pipino: «Ma io non mai fatto male a una mosca, e ho aiutato tanta gente. Potrei essere milionario, invece abito alla Giudecca in un alloggio del Comune».
Non è colpa sua, dice, se nessuna casa è inviolabile, per quanto ci spendi di allarmi. Un modo per blindarsi davvero esiste, dice, ma non se lo possono permettere tutti: «Bisogna conoscere Pipino e dirgli “vien darme un ocio a casa". Io arrivo, guardo e ti dico: lì, lì e lì. Proteggi quei tre punti e sta sicuro: non entra più nessuno».
da lastampa.it |
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