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Caterina sul lettino di Tinto

REPORTAGE

Caterina sul lettino di Tinto
 
Una donna ripensa a un amore in una villa della campagna romana tra fantasmi di Simenon e Velázquez

GIANCARLO DOTTO


Di afrodisiaco c'è soprattutto l'odore della mortadella. Per risalire lungo le scale al set basta seguire le briciole, gli avanzi della merenda mattutina, le lattine di coca, i pacchetti di Camel, il brusìo della pausa, tecnici, operatori e macchinisti, Maurizio, Sandro, Francesco, l'incenso sparso per simulare l'effetto flou e la nuvola del sigaro, dentro la quale c'è lui, Tinto Brass, la voluttà fatta uomo, il colonnello Kurtz del culo di donna come capolinea del piacere e della disfatta esistenziale. Con l'inevitabile cravatta fucsia al collo, Tinto sembra l'insegna di uno sexy shop vivente, meno credibile del solito per via delle buste di cellophane che la padrona della villa lo costringe a portare ai piedi per non macchiare la moquette. Tinto si avventa ora su un iperbolico trancio di pizza da cui la mortadella deborda come una tetta selvaggia. Tinto non le dà scampo. Addenta. Strappa. Inghiotte. Ha fretta di ricominciare. «Silenzio... motore... azione... vai Caterina!». E Caterina va. Obbedisce. Un Pierrot con la lacrima, il trucco colante e i capezzoli turgidi al punto e al momento giusto. Finge di tracannare una bottiglia di Sambuca o forse la tracanna davvero. Si sfila la sottana di chiffon, le «parigine», gli stivali e si sdraia nuda, bocconi sul grande letto bianco pieno di cuscini su cui campeggia un totem immancabilmente fallico. Imita nella posa la «Venere» di Velázquez appesa alla parete. Le natiche «sontuose» e «guttusiane» da copione sono quelle di Caterina Varzi, la psicoanalista junghiana al suo debutto assoluto da attrice erotica. L'ultimo scalpo di Tinto Brass.

L'invenzione più audace. Siamo in una villa di Bassano Romano, campagna a nord di Roma, location di «Hotel Courbet», il primo di una serie di corti e di coiti destinati a Sky, dal titolo «Il favoloso mondo di Tinto Brass», sopra uno smisurato fondoschiena di donna su cui è tatuato l'intero pianeta. «L'ho pensato come un mini melò, ispirato a una citazione di Picasso: “L'arte non è casta, se è casta non è arte”. Lo definirei un colto più che un corto». Citazioni letterarie e pittoriche, «La chambre Bleu» da Georges Simenon, le tele di Velázquez e di Courbet. Una storia di fantasmi molto carnali nello stile brassiano, dove l'evocazione è una scorciatoia per la masturbazione, la memoria un motore per la foia. Caterina è una donna non più giovanissima che ripensa nostalgica a un amore passato, visitata, mentre illanguidisce nel ricordo, da un attempato e un po’ imbranato Arsenio Lupin d’altri tempi, sospeso tra la sua missione di ladro e quel culo maestoso offerto in primo piano. Alberto Pedrolini da Parma è il ladro dandy. Ex vitellone anni '70, pokerista di professione, l'occhio spermatico degli attori di Brass, un passato nei set porno con Sylvester Stallone, «che allora non aveva una lira e girava con l'infradito». Aspettando il suo turno, Alberto improvvisa per le maestranze una lezione pratica sul punto G delle donne. Estrae nervosamente ogni due minuti dal taschino un foglio dove sta scritta la battuta, l'unica, che sta cercando da ore di mandare a memoria: «La bellezza tenta il ladro più dell'oro, da Shakespeare». La ripete a voce alta, come uno scolaretto. «Se sbaglio, stavolta il Maestro mi sbrana, mi butta giù dalla finestra». Ma il Maestro oggi è rilassato. Non sbrana, non bestemmia, non spegne il sigaro sulle scenografie, non licenzia in tronco nessuno. Merito di Caterina. Che va, funziona, generosa e sciolta. «Stop, brava Caterina!», è la patente del Maestro, prima della pausa pranzo. Generosa e tossicchiante Caterina. Inconvenienti del nudo. Sono lì dalle sei del mattino. Da ex pittore, Brass è un perfezionista maniaco dell'immagine. La scena del nudo ripetuta quindici volte, incluso il controcampo. Un regista vecchio stampo che mostra alle attrici come si fa. Si butta Tinto, rotola lascivo sul letto, morde, bacia, tocca, si tocca.

Un po' legnosa solo il primo giorno, Caterina da Soverato, lo stesso paesone calabro della Gregoraci, Brass invece che Briatore, un passato da avvocato, da otto anni psicoanalista nel segno di Jung, lo studio a Trastevere. «Ci ho messo un po' a capire i tempi del set, ma spogliarmi non mi ha dato il minimo imbarazzo. Fin da piccola mi hanno spiegato in famiglia che il nudo non è pornografia. Mio padre faceva il modello per un noto pittore palermitano». Caterina si è consegnata docile al Maestro. Una sola concessione: il saggio del suo amato analista Aldo Carotenuto, «Attraversare la vita», sul comodino del boudoir. «Tinto non crede a niente, meno che mai alla psicoanalisi, ma ha capito che avere quel libro lì, a portata di mano, mi dava sicurezza... Sono stata quattro anni in analisi da Carotenuto, mi ha insegnato tutto... Fosse in vita, avrebbe approvato la mia scelta. Un giorno mi disse: “Prima o poi ti scoprirà un grande regista...”». Profetico. Scelta non facile. Vogliamo parlare del trauma di una paziente che scopre al cinema la sua psicoanalista, autrice su «Tuttoscienze» di recensioni non banali su testi di Jaspers, in libera esibizione delle parti intime? «Tranne uno, ho solo pazienti donne. Ho voluto condividere con loro la mia decisione e hanno mostrato di capirla, perfino di apprezzarla. La vedono come una scelta di coraggio e di libertà. Anche il mio compagno non si è opposto. Diverso il caso dei colleghi, che mi hanno fatto sapere la loro disapprovazione, di persona e nei blog». Retropensieri, mentre si mostra come mamma l'ha fatta a un esercito di potenziali guardoni, del tipo: «Sto forse facendo una irreversibile cazzata?». «Più del presente mi preoccupa cosa potrebbe capitarmi dopo. Perderò la privacy a cui tengo tanto? E poi, lo trovo ingiusto, ma in Italia le attrici di Brass sono associate al porno. In ogni caso, non intendo abbandonare le mie pazienti».

Tinto ascolta e annuisce con l'aria, a 75 anni definitiva, dell'animale epicureo. Considera «Hotel Courbet» propedeutico di «Ziva», il film che girerà nel 2009, copione già scritto, finanziamenti acquisiti, da trovare solo la location, un faro tra Croazia e Salento, di cui Caterina sarà l'oscena guardiana, tra mariti e amanti che scompaiono e affiorano dalle acque. «Lei cercava di trovare in me l'anima che non c'è, io ho trovato in lei, sotto i panni della strizzacervelli, il corpo e la sensualità che c'erano, eccome... Il suo, mi ricorda il culo largo a paniere della Sandrelli, tipico delle donne italiane. Ma sia chiaro, il bel culo lo fa il regista. Prendi la Claudia Koll. Un bruttissimo culo che, solo grazie a me, diventava sublime. Un posteriore con un'ombra di malinconia, in cui era tutto scritto il destino mistico... Tra Caterina e me è scattato un transfert generoso... C'è un segreto, in proposito, ma non posso dirti tutto... Te lo dico. L'ho convinta a girare la scena d'amore nella chambre Bleue con il fratello Vincenzo di due anni più giovane di lei. E' stato semplice, l'ho convocato sul set per un provino. Non ho fatto in tempo a dirgli spogliati che si era già tolto i pantaloni...». Insomma, un talento di famiglia. Dolce, frutta, caffè. Tinto smania. Si riparte. Ci sono da sistemare specchi, cuscini e tende. Brass è ossessionato dalla simmetria. Al comando della sua macchina da presa ha l'imponenza di un Horatio Nelson. I tecnici, gli stessi di sempre, lo adorano. «Perché lui ha una marcia in più di chiunque, solo i francesi lo hanno capito», giura Andrea Doria, lo stratega delle luci e delle ombre. Fondamentali i suoi interventi per coprire i buchi della cellulite, le smagliature, la pelle floscia, i seni cadenti. Fioccano gli aneddoti. Di quando la Koll, per girare la scena col prete, iniziò a bere Campari dalla mattina e si presentò sbronza al ciak. Si discute della scena del giorno dopo. Coitum e post coitum. Il problema è la goccia di sperma che dovrà solcare il seno dell'attrice. «Mandiamo in bagno uno», suggerisce spiccio un operatore. «Glicerina più farina», risolve scientifica Emanuela, la segretaria di edizione, l'unica donna del set, a parte Claudia.

da lastampa.it


Pubblicato : 24/12/2008 da Giancarlo Dotto | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

SONO MEDICO DI FAMIGLIA...

«Sono medico di base, 1560 pazienti: fate valere il merito anche per noi»
 
 
ROMA (1 dicembre) - Se a scrivere è un medico di base, «ma preferirei definirmi medico della persona o della famiglia». Se non ha peli sulla lingua e si firma con nome e cognome, dottor Sandro Scatena, 50 anni, ambulatorio a Formello, piccolo centro dell’hinterland romano. Se mette in chiaro le ragioni dei medici ma non si erge a difesa di tutta la categoria. Ecco che allora si possono leggere frasi come queste: «Se ci sono colleghi che non lavorano o lavorano troppo poco, soprattutto nelle grandi città dove è tanto difficile trovare un pronto soccorso vicino, che paghino le loro colpe. Adesso basta».

Scatena lo ha scritto a Dillo al Messaggero. Il sistema così com’è non va. Scontenti gli assistiti: studi intasati, fino a 40 visite al giorno, tempi di attesa lunghissimi. Scontenti gli “assistenti”: 47 mila medici di famiglia che hanno comunicato il loro disagio anche recentemente fornendo tabelle e dati nell’ultimo convegno che si è tenmuto a Villa Simius, in Sardegna. Scontente anche le Asl indebitate fino all’osso. E allora il dottor Scatena lancia una proposta: «Diamo una valutazione del merito e dell’impegno». E suggerisce: «Il termine “malasanità” oltre a definire gli errori medici dovrebbe comprendere anche il “mal” uso delle risorse sanitarie spesso costrette a soddisfare bisogni inutili».

Nella sua e-mail si possono identificare tanti altri medici che vivono la stessa condizione. Quella di un ex medico condotto che ha scelto un posto di frontiera. «Quando iniziai da sostituto - ci ha raccontato ieri - qui non c’era niente di niente, laboratorio, ambulanze, strutture: zero. Più di qualche volta m’è capitato di portare i miei ammalati in macchina al Fatebenefratelli o a Villa San Pietro, gli ospedali più vicini. Per un lastra si doveva arrivare in centro, al San Giacomo».

Sposato, due figli, Scatena è un “massimalista”. Che non è la corrente della sinistra sindacale ma il modo per dire che un medico ha raggiunto il tetto dei 1560 pazienti. Tradotto in stipendio vuol dire circa 5mila euro mensili netti. Tradotto in lavoro «sei ore al giorno in ambulatorio, con una media di 40/45 visite, 120 ricette, 30 telefonate a cui si aggiungono 5/6 visite domiciliari (lo scorso anno 1048) e un’altra decina di contatti telefonici fuori orario. Cui si aggiunge il lavoro in medicina di gruppo e U.C.P. (Unità cure primarie), «l’ambulatorio è aperto 12 ore al giorno (8-20) con 3 segretarie, fax. e-mail, 2 numeri telefonici dedicati».

«Leggo e sento sempre più spesso che il medico di famiglia è “uno scansafatiche” che non si trova mai soprattutto nei periodi di festa», osserva ancora il medico di Formello. E aggiunge: «Così come siamo tanto bravi a gettare la croce a trovare la “malpratice”, facciamo in modo di premiare, anche solo a parole e con la considerazione, chi lo merita».
Le accuse più frequenti sono la scarsa disponibilità, gli studi aperti a singhiozzo, chiusi il sabato e la domenica, le visite-lampo, la mancanza di una continuità assistenziale. In teoria, il nostro medico di fiducia, quello al quale affidiamo la nostra salute, dovrebbe seguirci anche in caso di ricovero in ospedale.

«Sottoscrivo in pieno la e-mail di Scatena - commenta Pierluigi Bartoletti, segretario regionale dei Medici di famiglia - . Per le Asl siamo degli spendaccioni. Veniamo valutati solo in base a quanto facciamo spendere la Regione, non per quello che facciamo. Non esiste un controllo incrociato sui ricoveri per singolo medico e per fasce d’orario. E nemmeno un numero unico per garantire l’accesso al medico anche nei giorni festivi». Per l’ente locale è “bravo” chi prescrive pochi farmaci, “cattivo” chi fa troppe ricette. «Purtroppo il modello ideale - conclude con una provocazione Bartoletti - è un medico che assiste una popolazione giovane, prescrive poche medicine e il resto del tempo lo passa giocando a golf...».


da ilmessaggero.it


Pubblicato : 01/12/2008 da Dottor Sandro Scatena, 50 anni... | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE


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