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Intelletuali delle Trevenezie contro il razzismo.

Toni Fontana

Alla fine c’è voluto un microfono gracchiante, e questa è stata l’unica promessa che gli scrittori dei Nordest non hanno mantenuto.

Avevano annunciato che avrebbero parlato con la «nuda voce», invece la stupenda piazza dei Signori era piena di gente e così c’è voluto un altoparlante per traformarla nella piazza della libertà, della tolleranza, della non rassegnazione davanti al dilagante germe del razzismo che sta infettando il Veneto che però ieri ha mostrato i suoi possenti anticorpi. Marco Paolini, Mauro Covacich e la pattuglia di intellettuali delle tre venezie hanno sfidato il «razzismo istituzionale».

Il razzismo che alcuni irriducibili leghisti, con alla testa il vice-sindaco «sceriffo» di Treviso Giancarlo Gentilini, stanno spargendo a piene mani, con l’obiettivo di erigere muri, escludere, forgiare una società piramidale con i «bianchi» in cima e tutti gli altri al margini, schiavi. «Se vivi qui - spiega Tiziano Scarpa - ti rendi conto dell’impresentabilità, dell’imbecillità di chi inneggia alle Ss».

L’idea è partita un mese fa quando alcuni esponenti leghisti hanno passato il confine della decenza inneggiando ai nazisti, ai «dieci clandestini uccisi per uno di noi». Come dice Renzo Guolo, islamista e commentatore, la «Lega si è fatta imprenditore politico della xenofobia».

Da due mesi i musulmani di Treviso, guidati dall’ImanYoussef Tadil, girano col tappeto sotto braccio in cerca di una moschea, nei cimiteri non possono seppellire i loro morti, i bambini vengono esclusi dagli asili «perché non sanno l’italiano - dice Khalid, un marocchino che vive a Treviso - così non potrammo mai impararlo». Dilagano le ordinanze «alla Bitonci» che impongono un reddito minimo agli immigrati, quelle che vietano la macellazione «secondo il rito di Abramo».

Per questo gli intellettuali del Nordest hanno deciso di uscire allo scoperto, di rompere il silenzio assordante che circonda il razzismo istituzionale. «Non siamo mai fuggiti di fronte al dilagare di questo germe - prosegue Tiziano Scarpa, mentre si avvicina al porticarto dove saranno letti brani contro il razzismo - nel Veneto vi è un formicolare di iniziative, ci muoviamo in rete, con i blog collettivi, non siamo stati latitanti. Si deve alla sensibilità di Mauro Covacich se abbiamo deciso di andare in piazza dei Signori.

Quelle di alcuni amministratori non sono solo “sparate” sbruffonate, loro vogliono “rompere i coglioni” agli immigrati, far sapere che non saranno mai dei nostri, come noi. Vogliono infastidire, intimorire».

Inizia il «reading» in piazza de Signori. Roberto Ferrucci legge il primo ed il secondo articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, della quale ricorre nel 2008 il sessantesimo anniversario. Applausi, ancora applausi, la folla occupa la piazza, alcuni sono commossi. Le uniche bandiere che si vedono sono quelle dei «grillini» schierati con il comico genovese. «Siamo per la libertà e contro ogni censura, qui a Treviso comanda uno solo e siamo stufi», dice uno di loro.

Romolo Bugaro, emozionato, sale sugli scalini del porticato e si appresta a leggere poche righe tratte da Meditazione su una frase di Santa Teresa di Raymond Carver. «Parla dell’importanza delle parole - dice Bugaro - dice che occore fare attenzione allo spirito delle parole. Questi amministratori che inneggiano alle Ss hanno un ruolo pubblico, non sono ragazzini, i politici non possono giocare, sono titolari della rappresentanza ed io mi vergogno per quello che dicono». Poi si prepara a leggere dai gradini.

Sul corso. come ogni sabato, c’è una fiumana di gente che guarda le vetrine sfavillanti. «La condizione media è l’anestesia - conclude Romolo Bugaro - molti sono anestetizzati e indifferenti. Noi volevamo fare questo gesto e l’abbiamo fatto».

Tocca a Mauro Covacich, l’ideatore dell’iniziativa. «Leggerò – ci dice - un breve brano tratto da Sillabario di Goffredo Parise, il racconto di intitola “altri” ed ha per protagonista un bambino che scopre l’esistenza dei suoi coetanei». Mauro appare «autenticamente felice. Se fossimo andati in un altro posto - spiega - avrei potuto dire che la nostra critica è scontata, è ovvio essere contro il razzismo, ma oggi usciamo dalla scontatezza. Treviso è un luogo simbolico, il razzismo viene dalle istituzioni, dall’alto. In un bar di periferia può capitare di sentire una battuta sulle Ss, ma qui, a dire queste cose, sono le istituzioni».

Forse dopo il successo del reading di Treviso vi saranno altre iniziative, «non lo sappiamo - prosegue Covacich - alcuni di noi sono amici da tempo, altri si sono aggiunti lungo la strada, non abbiamo preparato alcun cartello politico o poetico. L’importante è farsi sentire, uscire allo scoperto, evitare che il silenzio si trasformi in complicità. Noi non c’entriamo con loro e lo volevamo dire».

Lello Voce guarda la folla che si sta ingrossando. «Vogliamo creare un ponte tra la gente, tra i luoghi e le persone. Loro invece vogliono solo erigere muri, creare steccati. Ciò è molto grave perché i politici dovrebbero invece essere lungimiranti, hanno responsabilità.

Qui a Treviso non c’è il deserto, molti immigrati hanno manifestato talenti e e vocazioni, qui produciamo cultura, letteratura, poesia, ma gli spazi per comunicare ci vengono negati, ci confinano dentro un recinto, ci minacciano, hanno cercato di cacciaci, di allontanarci, di intimidirci. Ma noi non siamo fuggiti, siamo rimasti qua e vi resteremo».

«Questa è un’iniziativa che va oltre quelle tradizionali - interviene Gianfranco Bettin - qui misuriamo la possibilità di rifondare una presenza diversa che riparte dalle fondamenta della nostra società».

Tra i presenti molti stranieri ed il capo della comunità islamica, protagonista di tante battaglie per ottenere un luogo nel quale recitare le preghiera del venerdì. «Vivo in Italia da 20 anni - spiega l’imam Youssef Tadil - noi musulmani ci battiamo per l’integrazione e non per la separazione. Siamo preoccupati per i nostri figli, per la seconda generazione di immigrati che non vede un futuro, siamo in ansia per coloro che soffrono la disoccupazione. Noi rappresentiamo una risorsa per Treviso e per l’Italia.

Chiediamo aiuto perché la nostra gente vuole una casa, un lavoro». Uno dei problemi che maggiormente alimentano la tensione è quello della sepoltura dei morti che viene vietata in molte comuni. «Dal 1995 chiediamo uno spazio nei cimiteri - dice l’imam mostrando la foto di un ragazzo di 19 anni morto d’infarto pochi giorni fa -: per trasportare la salma in Marocco abbiamo dovuto raccogliere 5000 euro, nel Veneto ci sono solo due cimiteri che accolgono i nostri morti. Purtroppo a volte si tratta di neonati e le famiglie non hanno i soldi per trasportare in patria i corpicini».

Tra i presenti c’è Khalid, un giovane che lavora nell’ industria: «Ho smarrito il permesso di soggiorno - racconta - ho fatto un documento sostitutivo alle poste, ma la Prefettura mi ha convocato nel marzo 2009 per il duplicato. Mi hanno offerto un lavoro in Germania, se vado non posso più tornare in Italia». La gente si affolla, applaude ancora. «Con la manifestazione di oggi - dice Marco Paolini - abbiamo dato un’emozione diversa e non solo manifestato un’intenzione».

Ora la sfida è aperta. Da parte dei leghisti anche ieri solo invettive e insofferenza razzista.

Pubblicato il: 27.01.08
Modificato il: 27.01.08 alle ore 6.56  
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Pubblicato : 27/01/2008 da (da luinta.it) | 1 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

LONDRA - Le mutande vanno larghe alla Gran Bretagna.

ESTERI

Jeremy Paxman, popolare mezzobusto della Bbc, si abbassa i pantaloni e scrive a Marks & Spencer scatenando un acceso dibattito tra i sudditi di Sua Maestà

"Le mutande non sorreggono più" La rivolta dei maschi britannici

dal corrispondente ENRICO FRANCESCHINI


 LONDRA - Le mutande vanno larghe alla Gran Bretagna.

O meglio, agli uomini britannici. A dare l'allarme è uno di loro, e non uno qualsiasi: bensì Jeremy Paxman, conduttore di "Newsnight", il più popolare programma giornalistico della Bbc, un mezzobusto televisivo temuto da tutti, inclusi i primi ministri e i membri della famiglia reale, per la grinta delle sue domande, oltre che autore di libri di successo sul Regno Unito. Alla lunga lista delle sue provocazioni in diretta, ora Paxman ne ha aggiunta una che poteva rimanere privata: si è abbassato i pantaloni.

Convinto che la marca di mutande che compra da una vita non fosse più della stessa qualità, e che, per essere precisi, non sorreggesse più adeguatamente quello che c'è dentro, ha deciso di inviare un messaggio di protesta al responsabile: siccome le mutande le ha sempre acquistate da Marks & Spencer, la più grande catena di grandi magazzini britannica, Paxman ha inviato una email a Stuart Rose, presidente e amministratore delegato della società.

"Come molti uomini di questa nazione, ho sempre comprato le mie mutande da M&S", scrive il giornalista della Bbc. "Ultimamente, però, ho notato che è successo qualcosa di preoccupante. Non so in quale altro modo dirlo: le mutande non danno più il sostegno adeguato. E non sono il solo a pensarlo. Quando ho discusso il tema con amici e conoscenti, ho scoperto una diffusa ansia sulla capacità di sostegno delle vostre mutande. E' dunque una questione di grave apprensione per gli uomini della Gran Bretagna. Perciò ho pensato di sollevarla con l'unico che può risolverla, cioè lei, Stuart Rose".

Non sorprendentemente, qualcuno ha spifferato la letterina digitale a un giornale, il Daily Mail, e Paxman è apparso per così dire in mutande davanti a tutto il paese. Nessuno, tuttavia, ha riso. Anzi, la sua protesta è stata accolta con la massima serietà. Un portavoce di Marks & Spencer ha difeso la qualità delle mutande da uomo in vendita nel grande magazzino e sottolineato che le lamentele al riguardo sono a un livello basso da record; tuttavia ha reso noto che l'amministratore delegato incontrerà presto Paxman a colazione, "per discutere il problema". Risultato: da due giorni, in Inghilterra, non si parla d'altro che di mutande.

I tabloid pubblicano rassegne di foto di uomini in mutande (di ogni tipo, dagli slip più esili a modelli ascellari), chiedendo ai lettori di votare il preferito. Qualcuno ricorda che quando David Beckham ha fatto pubblicità alle mutande di Armani, l'anno scorso, non s'è lamentato che non sorreggevano: sebbene circolassero ironie sul fatto che il contenuto delle medesime fosse stato ingrandito artificialmente per l'occasione. Una cosa è certa: ogni aggiustatina dei pantaloni data da Jeremy Paxon, d'ora in poi, verrà attribuita alle mutande che non stanno su. Il giornalismo, viene la tentazione di scherzare, non era mai caduto così in basso.

(21 gennaio 2008)

da repubblica.it


Pubblicato : 22/01/2008 da ENRICO FRANCESCHINI (da repubblica.it) | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

INTERVISTA A JACK NICHOLSON

INTERVISTA A JACK NICHOLSON

"Sono meglio io di un Van Gogh"
 
Jack Nicholson e Morgan Freeman sono i protagonisti di "Non è mai troppo tardi"

L’attore: “Mi succede con gli ammiratori nei musei”

FULVIA CAPRARA
INVIATA A CANNES


Un uomo piccolo, tarchiato, che se ne frega della linea. Eppure quando si toglie gli occhiali neri e concentra lo sguardo mefistofelico sull’interlocutore, Jack Nicholson, 70 anni di genio e sregolatezza, film leggendari e vita spericolata, diventa assolutamente irresistibile. Anche adesso che, stiracchiandosi, risponde a chi gli chiede se è stanco, «no, sono vecchio». Nel suo ultimo film The bucket list, in arrivo sui nostri schermi venerdì con il titolo Non è mai troppo tardi, è un detestabile miliardario che si ammala di cancro e decide, grazie all’incontro con Morgan Freeman ricoverato con lui in ospedale per lo stesso motivo, di usare l’ultimo periodo di vita per fare le cose che non ha fatto ma avrebbe sempre voluto fare. Calvo, con una vistosa cicatrice sulla testa, sfiancato dalla chemioterapia, per metà del film a letto, alle prese con aghi e cannule, Nicholson è ancora una volta odioso e affascinante, cinico e toccante, perfido e ridicolo.

Di recente è stato ricoverato in ospedale per un intervento alla gola, quanto le è servita l’esperienza personale sul set di questo film?
«La mia operazione è stata una piccola cosa, eppure, siccome non ero mai stato malato in quel modo, non mi era neanche mai capitato di passare tanto tempo a letto, privo di autonomia, con le infermiere che ti vengono a svegliare di notte per darti le pillole, limitato in tutto, sapendo che se ti viene a trovare una signora l’unica cosa che puoi fare con lei sarà al massimo mangiare un gelato. Comunque sì, ho usato qualcosa della mia esperienza per il personaggio di The bucket list, ma la ragione per cui ho accettato di fare il film era la componente avventurosa. A me piace molto essere avventuroso».

Che rapporto ha con l’idea della morte?
«Credo che il motivo per cui tutti la temiamo sia perché è qualcosa che non conosciamo, qualcosa davanti a cui non possiamo esercitare il nostro diritto di scelta. Anche la vecchiaia è così, ci arrivi lentamente e devi chiamare a raccolta tutte le tue energie per non esserne travolto. Se non riesci a fare questo, finisci per perdere le persone che hai intorno e ti ritrovi solo e depresso».

Lei ha compiuto settant’anni, lavora a pieno ritmo, è una star amatissima in tutto il mondo, nel suo caso problemi del genere sembrano lontani...
«Quando ero in ospedale mi ha molto colpito vedere persone ricoverate completamente sole, la storia del film mi ha fatto riflettere. Comunque nella vita ci sono sempre cose che non si fanno e che si rimpiange di non aver fatto. Per me andare avanti significa averne sempre una che vuoi assolutamente fare il giorno dopo».

Le è mai pesata la celebrità?
«No, ma è una cosa che ancora oggi non riesco a spiegarmi. Così come mi è ancora molto difficile ignorare cose scritte sul mio conto che con me non hanno niente a che fare. Mi è capitato di stare in un museo, rapito davanti a un quadro di Van Gogh, di vedere gente che mi riconosceva e mi chiedeva di farsi fotograre al mio fianco. Insomma, invece di guardare Van Gogh, guardavano me che lo guardavo, vi rendete conto?».

Lei è anche sceneggiatore, ma è un aspetto della carriera che ha sempre lasciato in ombra, perché?
«Sì, lo sono stato anche per The bucket list, ma non mi piace parlarne, così come non amo andare in tv, né farmi vedere troppo in giro, né parlare di continuo con i giornalisti. Se un attore non è circondato da un certo mistero, finisce per non funzionare. Se di lui si sa tutto, non sarà più credibile nei personaggi che interpreta».

Oltre che recitare e scrivere, ha anche diretto film, non ha voglia di continuare su quella strada?
«Quando si fa la regia si ha tutta la responsabilità di un film, da attore si può essere un po’ più defilati, ci si può concentrare di più».

Qual è il segreto per rimanere sempre sulla cresta dell’onda?
«Continuare ad avere sempre la stessa voglia di fare questo mestiere che si aveva all’inizio, e poi essere profondamente innamorati del cinema. Io lo sono, e come me lo è, ad esempio, Dustin Hoffman».

Quindi lei non annuncerà mai, come hanno fatto altri suoi colleghi, di voler smettere di recitare.
«Nel mio lavoro questo genere di dichiarazioni sono assolutamente superflue. Se ricevo una bella sceneggiatura e voglio farla, la faccio. Se non voglio, non la faccio. Punto e basta».

da lastampa.it


Pubblicato : 20/01/2008 da FULVIA CAPRARA (da lastampa.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Atomica, al via la campagna di smilitarizzazione

Atomica, al via la campagna di smilitarizzazione

Luigina D'Emilio


«Una firma per chiedere lo smantellamento degli arsenali nucleari in Italia» questo l'obiettivo della settimana di mobilitazione con cui i partiti della Sinistra, l'Arcobaleno e tutto il comitato promotore che si compone di oltre 50 reti, associazioni, riviste e coordinamenti di enti locali raccoglieranno consensi per sostenere la legge di iniziativa popolare lanciata dalle associazioni pacifiste per dichiarare il territorio della Repubblica italiana "zona libera da armi nucleari", in cui cioè non ne è ammesso né il transito né il deposito, anche temporaneo.

Nel nostro Paese, infatti, esiste ancora la bomba atomica, con questa provocazione, gli organizzatori dell'iniziativa ricordano come, pur avendo firmato il Trattato di Non Proliferazione (TNP) nucleare l'Italia non è ancora libera da testate atomiche. Il documento, sottoscritto nel 1975, impegnava il nostro Paese a non produrre nè ad accettare mai sul proprio territorio armi nucleari. Il TNP, è il trattato internazionale per il disarmo con il maggior numero di Stati appartenenti: ne fanno parte in tutti i membri delle Nazioni Unite tranne India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. Si fonda su un accordo duplice ed inscindibile: le cinque potenze nucleari (USA, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina) si impegnano a lavorare in buona fede per il disarmo nucleare totale, mentre tutti gli altri Stati si impegnano a non dotarsene mai.

Ma la realtà è più complessa visto che nelle basi di Aviano e Ghedi ce ne sono 90 di testate atomiche: 50 ad Aviano (Pn), nella base delle forze armate Usa, e 40 a Ghedi (Bs), nell'aeroporto dell'aeronautica militare. I primi cittadini dei due Comuni, Stefano Del Cont e Anna Giulia Guarneri, insieme ai sindaci di altre città europee che ospitano armi nucleari, in una lettera pubblica hanno recentemente ribadito la richiesta di rimuovere dai rispettivi territori le atomiche. Ma il nostro territorio ospita anche navi e sottomarini a propulsione nucleare che attraccano negli 11 porti italiani abilitati a tale traffico e cacciabombardieri che atterrano e ripartono dagli aeroporti, sorvolando il territorio nazionale.

La legge vorrebbe intervenire su tutti questi fronti, ma dovrà essere sottoscritta entro la fine del prossimo marzo, da almeno 50mila persone, affinché possa iniziare il suo iter parlamentare. Secondo il diritto internazionale, infatti, l'Italia deve rifiutare tutto questo e invece, per la propria appartenenza alla Nato, ne accetta la presenza sul proprio territorio.

«Canada, Grecia, Danimarca, Austria ed Islanda, spiegano i promotori, hanno chiesto ed ottenuto di non ospitare ordigni atomici della Nato, pur continuandone a far parte. Anche l'Italia può ottenere la rimozione delle armi nucleari dal proprio territorio, unendosi ai 160 Paesi dove è già vietato avere od ospitare armi nucleari».

Un'iniziativa necessaria messa in campo non caso nella settimana dal 19 al 26 gennaio periodo in cui si promuove anche il world social forum 2008 proseguono gli organizzatori che ricordano: « In tutto il mondo ci sono circa 30.000 testate nucleari, capaci di distruggere la terra ben più di una volta sola. Riteniamo che questo sia il tempo di promuovere la pace piuttosto che le guerre, di promuovere il disarmo piuttosto che la corsa al riarmo, che sia il tempo di ribadire che mai più esploderà un'atomica».

In Belgio, che come l'Italia ospita armi nucleari, già da molto tempo i due rami del Parlamento chiedono al governo di eliminare le bombe statunitensi dal loro territorio. La Grecia ha già fatto rimuovere la ventina di testate atomiche (nel 2000) che ospitava.

Intanto la prima zona libera da armi nucleari (NWFZ) compie 40 anni e ad oggi include più della metà del pianeta: tutti gli Stati delle Americhe tranne USA e Canada, il Sud Pacifico, l'Africa, il Sudest asiatico. La più recente NWFZ è quella dell'Asia centrale. Anche lo spazio, i fondali marini e l'Antartide sono zone libere da armi nucleari in base a specifici trattati internazionali.

I Promotori della Campagna si pongono l'obiettivo non solo di ottenere lo smantellamento delle bombe, ma di innescare un circuito virtuoso:« ridare slancio a movimenti e sindaci degli altri Paesi europei dove si trovano armi nucleari statunitensi illegittime. Inoltre, eliminando una violazione dei trattati internazionali, un'Italia dichiarata "libera da armi nucleari" potrà diventare quella novità, benché piccola, che permetta all'intero processo diplomatico teso al disarmo e alla messa al bando delle atomiche di ricominciare».

 

Per aderire, sostenere e saperne di più il sito della campagna è:


http://www.unfuturosenzatomiche.org/


Pubblicato il: 18.01.08
Modificato il: 19.01.08 alle ore 9.55  
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Pubblicato : 19/01/2008 da Luigina D'Emilio (da unita.it) | 0 commenti
Categoria : CULTURA

La Befana e i re Magi scoperti da Keplero

La Befana e i re Magi scoperti da Keplero

Pietro Greco


La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte … per distribuire, come Babbo Natale, regali ai bambini. Ma quante differenze, con Santa Claus!

In primo luogo proprio quelle ciabatte disfatte col gonnellone nero, il grembiule sdrucito, lo scialle, il cappellaccio a coprire capelli come paglia, la vecchiaia mai camuffata e per volare una scopa. Di contro l’elegante omone del profondo nord, nella sua rossa e inappuntabile divisa, la barba ben curata, alla guida di una potente slitta trainata da renne mozzafiato.

Babbo Natale apre le feste e lei, la vecchina, invece tutte le porta via. Come è allegro, Babbo Natale. E come è triste la Befana. E poi, lui, benefattore globale che da Rovaniemi vola per il mondo, da Milano a Parigi, da New York a Tokio, mentre lei, dispensatrice di provincia, che si muove solo per l’Italia. E per di più nella parte più povera della penisola, quella appenninica. Il calendario cristiano la associa a tre sovrani, troppo umili per essere reali, e a una stella, cometa, troppo effimera per essere vera. Ricordate le parole di Matteo? «Ecco, dei Magi arrivarono dall’Oriente a Gerusalemme, e domandarono: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Perché noi vedemmo la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo. Allora Erode, chiamati in segreto i Magi, volle sapere da loro minutamente da quanto tempo la stella era loro apparsa. Essi partirono: ed ecco, la stella che avevano veduto in Oriente, li precedeva …». Ma che razza di stella è quella che i Magi vedono ed Erode no?

La Befana porta regali ai bambini (italiani) proprio come i Magi portano doni al neonato dio dei Cristiani. Ma la vecchina non è un mito che appartiene solo alla cultura popolare associata alla narrazione evangelica. Affonda le sue radici nella cultura romana, e alle feste in onore di Giano e di Strenia in cui, con uno scambio di regali, si salutava per sempre l’anno appena passato e si dava il benvenuto al neonato. Insomma, lei - testimone della ciclica transizione dal vecchio al nuovo - c’era prima che nel cielo apparisse la stella che guida i Re Magi fin alla grotta di Betlemme. E poi, quella stella che Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova dipinge come una cometa, c’è mai stata davvero? Non è affatto strano che a questa domanda abbiano cercato di rispondere non solo eruditi biblisti e antropologi culturali, ma anche astronomi compassati. Tra i primi e più qualificati, addirittura Giovanni Keplero, la cui madre è stata accusata di essere una strega, un personaggio che, curioso a dirsi, nell’iconografia popolare viene descritta proprio come una befana. Che sghignazza invece di sorridere e che dispensa malefici invece che doni. Ebbene all’inizio del XVII secolo Keplero, come ci ricorda il bel libro, Messaggeri Celesti, che Eugenia Della Seta ha pubblicato con gli Editori Riuniti, non è affatto convinto che la stella di Matteo sia come l’ha dipinta Giotto, ovvero una cometa. Keplero, che pur guadagnandosi parte dello stipendio facendo l’astrologo è un astronomo di grande classe, sulla base di calcoli molto precisi sostiene che i Magi hanno visto in cielo la congiunzione tra i pianeti Giove e Saturno che si è manifestata (epifania) nella costellazione dei Pesci ai tempi in cui è nato Gesù. In realtà, i calcoli indicano che la congiunzione c’è stata nel 7 avanti Cristo. Ma a essere sbagliata, pensa Keplero, non deve essere la mia ricostruzione, quanto il più volte rivisitato calendario cristiano (che il Cristoforo Clavio proprio in quegli anni, 1582 per la precisione, ha appena rivisitato). Il suo calendario il monaco Dionigi il Piccolo lo ha elaborato mezzo millennio dopo i fatti, mettendo insieme le esigenze della tradizione con i vincoli del rigore storico e facendo un po’ di confusione.

Insomma, Dionigi ha fissato la data di nascita di Gesù a 753 anni dalla fondazione di Roma. Ma i conti non tornano. Erode è morto quattro anni prima, nel 749 dopo la nascita di Roma. E poiché non avendo avuto notizie di ritorno dai Re Magi, ha ordinato di uccidere tutti i bambini d’Israele di età inferiore a due anni. In definitiva, Erode è morto almeno sei anni dopo la «vera» nascita di Gesù. D’altra parte Giuseppe e Maria non sono andati a Betlemme per esigenze anagrafiche: ovvero per registrarsi e ottemperare all’ordine di censimento emanato in tutto l’Impero romano da Augusto? E quel censimento non si è forse tenuto tra l’anno 8 e l’anno 6 prima dell’anno che Dionigi considera come quello che ha visto i natali del Cristo? Insomma, sostiene Keplero, è molto probabile che i Magi siano abili astronomi e abbiano visto la congiunzione tra Giove e Saturno del 7 avanti Cristo che l’inesperto Erode non sa vedere. In realtà, dopo Keplero molti si sono esercitati nel cercare una spiegazione astronomica alla narrazione evangelica che si trascina dietro in salsa cristiana, la festa della Befana. Le ipotesi riguardano altre congiunzioni planetarie, con protagonista Marte, oltre che Giove e Saturno. Oppure la comparsa di una supernova o di una cometa. E in realtà gli astronomi cinesi, che a queste cose sono attenti, registrano nell’anno 5 avanti Cristo l’apparizione di una «stella nova» e nell’anno 4 di una cometa senza coda. Tuttavia gli storici non danno molto credito all’ipotesi della supernova - fosse apparsa se ne sarebbe accorto anche Erode - o della cometa. Perché oggi siamo in grado di calcolare che in quegli anni di comete luminose nel cielo me sono apparse in continuazione: nell’anno 11, 9, 4 e 3 avanti Cristo e anche negli anni 1, 3 e 13 dopo Cristo.

L’evento cometa è troppo frequente per indurre tre umili ma sapienti Re Magi a intraprendere un viaggio al seguito di quella scia luminosa. Per incredibile che possa sembrare, l’ipotesi che meglio regge a tutt’oggi è quella del geniale astronomo della corte di Vienna, Johannes Kepler. E, in fondo, la congiunzione dei pianeti in cielo ha l’immagine di un evento astronomico povero, rispetto a quello di una «stella nova» o di una cometa dalla coda fluente. Povero, ma ricco di significato. Proprio come la scopa della Befana. Mica come la rutilante slitta di Santa Claus.

Pubblicato il: 06.01.08
Modificato il: 06.01.08 alle ore 15.09  
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Pubblicato : 06/01/2008 da Pietro Greco (da unita.it) | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

Disney, uno spagnolo che inventò Topolino

Disney, uno spagnolo che inventò Topolino

Giuliano Capecelatro


Che smacco per Mickey Mouse!

L’astutissimo topo potrebbe ritrovarsi, una volta tanto, con un palmo di naso.

Scoprire, lui, piccolo borghese contegnoso e perbenista, di avere un albero genealogico taroccato. Con un papà dai natali chiacchierati. E tremare per l’esito di un eventuale esame del Dna. Il documento che lo imbarazza ha la data del 29 giugno 1990. Senza possibilità di equivoci, dichiara: malgrado un’accurata ricerca, negli archivi di Chicago e Cook County, Illinois, non si trova traccia di un Walt Disney nato il 5 dicembre 1901. Una vulgata alternativa offusca l’immagine consacrata di Walter Elias Disney. Il sano figlio degli Stati Uniti, che si arruola segretamente nel Fbi a caccia di comunisti, in realtà sarebbe venuto al mondo al di là dell’Atlantico. In un remoto villaggio nel cuore dell’Andalusia. Mojácar rocciosa, che dall’alto si protende verso il mare tra cactus, agavi, e una piana desertica.

Balugina il ventesimo secolo. Una giovane lavandaia cade trafitta dagli strali d’amore. Fuori da un legittimo matrimonio. Concepisce e genera l’uomo destinato a diventare Walt Disney. Sorridente e intraprendente papà di Topolino, Paperino, Pippo e tutta la garrula brigata di Disneyland. Storia ricca di misteri. Una ragazza imprevidente. Padri putativi che si danno il cambio. Visitatori che parlano l’ inglese gracchiante degli States e cercano un atto di nascita in una Mojácar senza luce né telefono, stremata dalla guerra civile. L’ ombra sinistra dell’ Fbi e di J. Edgar Hoover. Un fantasma di nome José Guirao. Che, come lo spettro di Banquo, si piazza alle costole di Walt e non lo mollerà più. E, sullo sfondo, l’ occhio surrealista di Salvador Dalì. L’ uomo che, dicono, sapeva tutto. «Sono oltre vent’anni che porto avanti le mie ricerche». Ha un lieve sorriso Tito Del Amo, proprietario di un chiringuito, uno stabilimento balneare, sulla spiaggia di Mojácar, mentre il mare scaraventa sulla sabbia una schiuma rabbiosa. Bellissimo, il mare; verde, potente; amichevole con chi non si lascia impressionare dai suoi ruggiti. Non così lo scenario della costa; deturpato da una speculazione edilizia che non ha pari neppure in Italia. In un piccolo ufficio di legno, ingombro di carte e dipinti, Tito scorre i file del computer. Fruga sulla scrivania. Estrae testi, foto. Il certificato che incrina il mito. Una foto: un ragazzo di dieci anni, Tito, e un uomo. È lui, Walt Disney. Era il 1952. In una Disneyland ancora in costruzione.

Ha sessantacinque anni, oggi, Tito. Longilineo, alto, dai modi garbati e la voce che sfiora l’orecchio come una carezza. I capelli che vanno sul bianco sono raccolti sulla nuca a coda di cavallo. Retaggio della militanza hippy. Un giovane hippy californiano, che nel 1964 decise di tornare nella terra d’origine.

«Vivevamo a Los Angeles», ricorda. «Dall’altra parte della strada c’era la villa di Disney. Vedevo un treno nel suo giardino. Aveva carrozze così grandi che ci si poteva stare dentro». Ma lo incontrò di persona solo quella volta, a Disneyland. Il giovane hippy non immaginava che quel signore dai baffi neri e i capelli impomatati sarebbe diventato il refrain della sua nuova vita. Correvano voci, a Mojácar. Girava un libriccino; con un accenno a quella storia. Favole, pensò. Poi un giorno… «Bussò alla porta l’esattore della luce. Era il ritratto sputato di Walt Disney».

Tito prese a districare i fili della leggenda. Prima con distacco, poi sempre più coinvolto. Il 1900. Un paese povero, chiazza bianca sulla pianura arida. Isabel Zamora va in giro a lavare panni per campare. È bella. La chiamano la bicha, la biscia. Termine che nel parlato indica anche ragazze un po’ leggere. La bicha si scopre incinta. Sguardi pettegoli si appuntano sul dottor Gines Carrillo, pezzo grosso della comunità, fama di donnaiolo. Sotto gli ulivi contorti del barrio Espiritu Sancto che guardano il mare, dalla cima del paese, avrebbe preso avvio la vicenda di José Guirao Zamora. Alias Walter Elias Disney. Alias Walt Disney. Alias… perché a getto continuo compaiono nuovi personaggi. E il dottore si defila.

«Lui ha soltanto aiutato Isabel. L’ha accolta e nascosta per qualche tempo», spiega Tito. Allora spunta José Guirao, commerciante di frutta che vendeva al mercato di Mojácar. Sposato con un figlio, non resiste però al fascino di Isabel. Nella Spagna bigotta del 1900 un figlio fuori del matrimonio è uno scandalo grande. La bicha lascia Mojácar. Un fratello vive a Chicago. Fa l’acrobata di circo. Lo raggiunge.

Distesa sui fianchi della collina, Mojácar, avvolta attorno alla pietra scura della chiesa di santa Maria, ha forma di conchiglia. Stradine strette e tortuose, ripide. Si sale, si scende. Si sale ancora. Resti diroccati, casette bianche: il quartiere Espiritu Sancto ha sempre l’occhio puntato sul mare mosso dal vento. Nel centro, due o tre scorci rievocano l’epoca dei mori. Prima che il cattolicissimo re di Spagna allungasse le mani. Il resto è pane per le agenzie immobiliari, che volteggiano come avvoltoi.

Tre americani arrivano qui nel 1940. Incontrano il parroco. Cercano i documenti di José Guirao. «C’è un avvocato - racconta Tito -, oggi ha oltre settant’anni, un nipote di quel parroco. Allora era un bambino. Ricorda benissimo quegli strani visitatori». Ma la guerra civile ha distrutto l’archivio. José Guirao è come se non fosse mai nato. Il 5 dicembre 1901, a Chicago, viene ufficialmente al mondo il figlio di Elias Disney, carpentiere, e di sua moglie, Flora Call.

«Disney a Mojácar? Ma no! È solo un gioco». La giovane avvocato risale in macchina dalla spiaggia; affronta con piglio sportivo i tornanti. Frequenta i notabili del paese. Ridono di quelle congetture: un gioco. Escogitato in un paese che, nel ’40, neppure sospettava l’esistenza di Walt Disney. I tre americani portano in scena il Fbi. E il suo potente boss, J. Edgar Hoover. È lui che recluta, negli anni Cinquanta, Walt Disney tra i SAC (Special Agent in Charge); in parole povere, tra i delatori. «Esiste inoltre una lettera di Hoover in persona - rivela Tito - che offre a Disney ’a sure identity for the rest of your life’ ": una sicura identità per il resto della tua vita.

La fonte, questa volta, è un libro. Dello scrittore americano Marc Eliot. Il principe nero di Hollywood è, riconosce Tito, un testo anche fantasioso. Però di sicuro Eliot ha ficcato il naso tra circa seicento documenti del Fbi. Molti altri resterebbero coperti dal segreto.

La vulgata alternativa prende corpo in quel giorno del 1940. Indiscrezioni escono sulla rivista Primer Plano. Nasce una letteratura, si fanno ricerche. Nel ’90 un cronista spagnolo, Carlos Almendros, chiede all’anagrafe di Chicago copia del certificato di nascita. Risposta negativa. Così la prima apparizione al mondo, documentata, di Walt Disney diventa l’ 8 giugno 1902. Giorno del battesimo. In cui Elias Disney dichiara al sacerdote che suo figlio è nato il 5 dicembre 1901. Un balletto di date punteggia la vita di Walt. Nel 1917, gonfio di amor patrio, si invecchia di dieci anni. Gli Usa sono entrati nella prima guerra mondiale. Lui sogna di fare l’ autista di ambulanza. La spunta. Raggiunge il fronte francese. Undici anni dopo, nel 1928, diventato un uomo con fisico e baffi da ballerino di tango, crea il capostipite della fortunata famiglia animata, Mickey Mouse, Topolino. Significativo indizio psicologico: nessuna delle sue creature ha regolari genitori. Nell’universo di Disneyland proliferano zii e zie. Shakespearianamente, sono tutti «non nati da donna». Padri, invece, Walt Disney ne avrebbe anche troppi. Tito prosegue: «Il vero padre non è Guirao. Si sa chi è. Ma per ora il nome non può essere diffuso».

In paese La Pavana, bar con vista sulla pianura e una fetta di mare, è una piccola enclave cosmopolita con uno spruzzo di intellettualità che resiste alle ciurme di turisti. Molti inglesi; qui vivono da signori con le loro pensioni. «Ho sentito qualcosa, ma non so molto di questa storia di Disney». Marco, torinese, trentenne, fa il barman e vuole scapparsene: «Solo anziani e turisti, qui non ci sono più giovani».

A voci, ipotesi, fantasie il re dei fumetti reagì sempre da sornione. Nessuna smentita e, a domanda, enigmatici «chissà». Non era stato avaro di confidenze, però, con Salvador Dalì. Suo grande amico, conosciuto durante un viaggio in Andalusia. Il pittore, sostiene qualcuno, si sarebbe lasciato sfuggire che «anche Walt era convinto di avere origini spagnole». E la sua espressione straniata incornicia una vicenda surreale.

Topolino scuote la testa sdegnoso. Come gli eredi Disney in carne ed ossa. Avversari irremovibili di ogni ricerca: Walt è nato a Chicago. Punto e basta. Davanti a una caña, una birra alla spina, con voce morbida Tito scopre l’ultima carta. «La prova del Dna. Sui discendenti. Non sarà facile. Ci sono leggi severe, limiti rigidi. Ma ho tra le mani due persone disposte a sottoporsi al test. Qui in Spagna, Adelina, una bisnipote del vero padre. In California uno scrittore, un mio amico, nipote di Walt Disney. E se riusciremo a superare gli ostacoli…», sussurra, appena percettibile nel fragore del mare.

Pubblicato il: 04.01.08
Modificato il: 04.01.08 alle ore 9.04  
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Pubblicato : 04/01/2008 da Giuliano Capecelatro (da unita.it) | 2 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Quando la vita ti butta sulla strada

CRONACA

Un inciampo, una fatalità e tutto si trasforma, l'esistenza deraglia

Storie di senzatetto fra vecchie coperte distese sui marciapiedi e mille rimpianti

Vivere (e morire) da barbone

Quando la vita ti butta sulla strada

di FABRIZIO RAVELLI


 GIANNI LA SCIARPA a disegni Burberry se l'arrotola bene intorno al collo, poi infila il cappotto blu che sarebbe anche elegante, blu anche il berretto di panno a visiera tipo lupo di mare. Ha due borse, una 48 ore nera e una sacca grigia. Scarpe nere moderne. La vestizione è alle cinque e mezza della mattina, nella sala d'aspetto della stazione ferroviaria di Greco-Pirelli. "Prima sistemo le mie cose. Ho i cartoni sotto, poi una coperta, e il sacco a pelo. Piego tutto, e metto dietro la panchina di fuori. Fanno tutti così, nessuno tocca niente. Se posso, faccio colazione, sennò salto". Poi si avvia verso la sua giornata, e sembra un viaggiatore in arrivo. "Certo io non mi sento un barbone. Non ho fatto questa scelta".

Diventare barbone è un attimo, un inciampo, una fatalità. Brutta parola barbone, ce ne sono di più corrette: va molto clochard, elegante, o senzacasa, senzadimora. Gianni ha 57 anni, nato a Ragusa. Da tre anni vive per strada. Non si sente un barbone, ma ha grande solidarietà e rispetto per i suoi compagni di vita. Il suo amico Daniele, per esempio, 51 anni, droga e galera alle spalle, senza casa da una vita. Magro, piccolo, e tossisce di continuo in questa mattinata di neve. "Daniele, bisogna che ti curi, che vai dal medico". L'altro scuote le spalle e tossisce. "Testa dura di un valtellinese, hai fatto la broncopolmonite anche l'anno scorso".

L'inciampo di Gianni, quello che l'ha fatto deragliare, è stata una malattia: "Epatite B, quando me l'hanno trovata ho perso il posto. Ero chef sulle navi da crociera della Festival Cruise, in Oriente". E poi un furto: "Sono tornato in Italia, e a Roma mi hanno rubato la 24 ore. Dentro c'era il mio passaporto, e c'era la protesi. Sì, la dentiera. Era il 2004. Siccome ero residente nelle Filippine, là avevo moglie e due figlie, ci hanno messo un anno per ridarmi il passaporto, un calvario. Da allora sto per strada. Senza dentiera, nessuno mi dà un lavoro. Lo vedi? Mi restano solo questi tre denti davanti. Ho fatto dieci colloqui, ma mi guardano in bocca e dicono di no".

Gianni parla sei lingue: "Quattro parlate e scritte: inglese, francese, tedesco, spagnolo. Due solo parlate: cinese e giapponese". Nel suo italiano c'è traccia di pronuncia inglese. Ha girato il mondo. In borsa ha un curriculum che comincia nel '63, scuola alberghiera Tre Stelle di Stresa e finisce sulla motonave Flamingo, Festival Cruise Line. In mezzo, quattro diplomi in Food and Beverage Management, e tredici posti di lavoro: hotel, ristoranti, navi, in tutto il mondo. Ha una domanda di impiego in inglese, ("applicazione", dice traducendo), con tanto di indirizzo e-mail e cellulare ("Usato, me l'ha regalato una suora amica mia"). Il suo indirizzo è quello del Centro Sos, comunità Exodus di don Mazzi: "Ci vado spesso, si possono vedere gli amici e fare quattro chiacchiere, e c'è da leggere". A cento metri dal Grand Hotel Gallia, dove Gianni è stato assistente chef nel '74-'75.

La sua giornata è questa: "Mi alzo alle cinque e mezza. C'è anche chi dorme fino alle sette, ma io lo faccio per rispetto dei viaggiatori. Dobbiamo liberare la sala. Adesso siamo otto singoli e due coppie. La sala è riscaldata, ci lasciano stare, e nessuno fa casino o si ubriaca". Prende su le sue borse, e si incammina verso la fermata dell'81. "Vedi, il mio segreto è questo: io faccio come se dovessi lavorare, come se avessi sempre un'occupazione. Vivo di espedienti, sì. Però non rubo, e non chiedo l'elemosina per strada. Per me è una questione di orgoglio personale". Si arrabatta: "Ho chiesto il sussidio del Comune, ma dicono sempre che si deve riunire la commissione. Conosco qualche prete e qualche vescovo, che a volte mi allungano dei soldi. Io non sono insistente, non assillo la gente. So stare al mondo, e sono gentile".

Con le sue borse, come un viaggiatore. Basta non sentirsi un barbone. "Per mangiare, faccio così. Per esempio: il mercoledì sera alle nove, davanti alla stazione di Porta Garibaldi, viene il furgone di Sant'Egidio con del cibo caldo. Io e Daniele prendiamo il treno delle 20,58 da Greco a Garibaldi". In borsa ha la guida della Comunità di Sant'Egidio "Milano, dove mangiare, dormire, lavarsi". C'è tutto, ci sono anche gli ambulatori dove Daniele non vuole andare. Lui non dorme in stazione: "Mai stato in un dormitorio. Voglio stare da solo. Poi c'è quello che puzza, quello che non ha rispetto. E io ho un cattivo carattere". Poi ci porta a vedere "casa sua". Non l'ha mai mostrata nemmeno a Gianni.

Sotto la neve, in mezzo a questa nuova Milano della Bicocca, il teatro degli Arcimboldi, l'università e i palazzoni disegnati da Gregotti, il "Caffè Harry's Scala". Daniele sta su un pianerottolo, al livello 2 del posteggio sotterraneo, aperto al gelo. Una coperta stesa in verticale a far da muro. Sacchi a pelo, coperte, borse, scarpe, tre lumini da camposanto: "Io qui non sento nemmeno l'umidità". E tossisce. Il suo amico Enzo, titolare del secondo sacco a pelo, è in giro. C'era Donatella, ora è a Bologna. Lì sotto il tunnel del tram c'è altra gente: "Come quei due ragazzi poveri, Antonio e Ludmilla, e i loro cani, vivono in una tenda". Casa sua Daniele la tiene mezza segreta, "perché mi hanno insegnato che si fa così, non si sa mai".

Daniele si arrabbia se lo chiamano barbone "con superiorità", ma ha una sua filosofia della strada: "Il vero barbone è quello che non chiede niente, che fruga nei cestini e fuma i muccetti". Lui, che ha un sussidio di 160 euro al mese dal Comune, non vede che strada nel suo futuro. Gianni è amico suo, divide con lui anche un pasto completo 6 euro alla trattoria di via Breda: "Gestiscono dei cinesi, sono gentili, e quando ho qualche soldo ci vado". Ma per lui la strada è provvisoria, dice: "C'è chi l'ha scelta e chi non l'ha scelta. Chi l'ha scelta è diverso da me. Io mi curo esteriormente e interiormente, per essere una persona normale. Su tanti argomenti ho cultura, so fare discorsi. Potrei lavorare ancora qualche anno, se trovassi".

Già, la dentiera, sempre lì torna. "Ho questo preventivo, fatto dal dentista di fiducia di un amico vescovo: 3.600 euro. E come faccio? Mi sono informato: in Ungheria costa meno. Il viaggio 580 e la protesi 1.300 circa". A questo pensa, marciando con le borse per la sua Milano di mense religiose, centri di assistenza, bagni pubblici: "Vado in quello di via Pucci, 50 centesimi e ti danno anche l'asciugamano". Su e giù da tram e autobus. A pranzo da suor Carmela in via Ponzio: "La 90 fino a piazza Piola, poi la 93". A cena dai francescani di viale Piave, oppure il tè e le brioche della Croce Rossa a Greco. Daniele prendeva anche l'Intercity, due fermate, per mangiare a Pavia: "Il primo potevi mangiarlo anche tre o quattro volte, roba buona. Ma era troppo uno sbattimento".

E Gianni, che non si sente un barbone, lo accudisce come un fratello maggiore. Poi dà una mano al dopolavoro ferrovieri, sportello d'ascolto sotto la massicciata della stazione Centrale: "Abbiamo appena organizzato il Capodanno della solidarietà, 1200 pasti". Mimmo Vastola, il responsabile, ha un solo sogno: "Che restiamo disoccupati, nel senso che non ci sono più emarginati da assistere. Ci vorrebbero soluzioni vere. E invece i senza casa aumentano". A Milano c'è un esercito di gente che si dedica a loro, fra laici e religiosi. In questi giorni di neve e gelo, distribuiscono anche coperte e sacchi a pelo.

Gianni aspetta solo che finisca, questa sua vita di strada: "Ho tre mesi, fino a marzo, per risolvere il problema della dentiera. Perché poi ci sono gli ingaggi sulle navi, sono pronto a partire per il mondo". Nelle Filippine ha due figlie, ospiti delle suore. La moglie è morta nell'alluvione del 2002. "Ogni tanto telefono, se ho abbastanza soldi". Intanto, c'è da badare a quegli altri: "Hassan il marocchino, anche lui dorme con me a Greco: bravo ragazzo, con un caffè lo fai felice. Al bar, ogni sera ci regalano quello che è avanzato: brioche o panini". Aspetta anche che finisca l'inverno: "D'estate vado in Toscana, ho degli amici che mi aiutano". Liscia il cappotto blu, sistema la sciarpa, saluta gli amici della "sala". Non sentirsi un barbone è già qualcosa. Se poi ci fosse anche una dentiera, per ricominciare la sua vita deragliata, sarebbe tutto a posto.

(4 gennaio 2008)

da repubblica.it


Pubblicato : 04/01/2008 da FABRIZIO RAVELLI (da repubblica.it) | 1 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

Le ragioni che dividono il papa dai musulmani

Il cardinale scrive, il principe risponde.

Le ragioni che dividono il papa dai musulmani

Il contrasto non è solo di fede. Riguarda anche le conquiste dell'Illuminismo: dalla libertà religiosa alla parità tra uomo e donna.

La Chiesa cattolica le ha fatte proprie, l'islam no. Riusciranno a discuterne, quando Benedetto XVI e i musulmani della lettera dei 138 si incontreranno?

di Sandro Magister


ROMA, 2 gennaio 2008 – Il nuovo anno ha in agenda, in Vaticano, un incontro che il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, ha preannunciato come "storico", in un'intervista a "L'Osservatore Romano" del 30 dicembre.

L'incontro è previsto in primavera. E avverrà tra Benedetto XVI e una delegazione dei 138 musulmani autori della lettera aperta "Una parola comune tra noi e voi" indirizzata al papa e ad altri capi cristiani lo scorso ottobre.

Oltre che il papa, i rappresentanti dell'islam incontreranno anche altre autorità vaticane e avranno sedute di lavoro in istituti come il PISAI, il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica.

Ad aprire la strada a questo evento è stato lo scambio epistolare che è avvenuto in novembre e dicembre tra Benedetto XVI – tramite il cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone – e un autorevole promotore della lettera dei 138, il principe di Giordania Ghazi bin Muhammad bin Talal.

Come anticipato dalle due lettere, In febbraio o marzo tre rappresentanti dei 138 si recheranno a Roma a concordare gli incontri.

Fra i tre vi saranno l'unico italiano presente tra i 138, Yahya Sergio Yahe Pallavicini, imam della moschea al-Wahid di Milano, e il teologo libico Aref Ali Nayed, autore ben noto ai lettori di www.chiesa, docente a Cambridge e in passato chiamato a insegnare al PISAI.

Nello stesso mese di febbraio il cardinale Tauran si recherà all'università al-Azhar del Cairo, la più importante università dell'islam sunnita. E avrà incontri con la World Islamic Call Society della Libia e con il Royal Institute for Inter-Faith Studies di Amman.

Nella citata intervista a "L'Osservatore Romano" Tauran si è detto "molto fiducioso" e ha apprezzato le "considerevoli aperture" di cui danno prova settori importanti del mondo musulmano.

Ma le difficoltà da superare restano comunque grandi. Lo scambio di lettere tra il cardinale Bertone e il principe di Giordania evidenzia che le due parti non sono affatto concordi soprattutto su un punto essenziale: sui temi da mettere al centro del confronto.

Nella lettera del cardinale Bertone, datata 19 novembre e resa pubblica una decina di giorni dopo, i temi di discussione proposti sono principalmente tre: “un effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana”; "la conoscenza obiettiva della religione dell'altro"; "l'impegno comune alla promozione del rispetto e dell'accettazione reciproci tra i giovani".

Commentando la lettera di Bertone, il gesuita egiziano Samir Khalil Samir – che è uno degli islamologi più ascoltati dal papa, assieme all'altro gesuita Christian W. Troll, tedesco – ha sottolineato che sul primo di questi temi la lettera dei 138 non è chiara e, anzi, alcuni dei suoi firmatari si dicono per niente interessati a discutere di libertà di coscienza, di uguaglianza tra uomo e donna e tra credente e non credente, di distinzione tra potere religioso e politico, insomma di quelle conquiste dell'Illuminismo che la Chiesa cattolica ha fatto proprie ma che l'islam è ancora lontano dall'accogliere.

Viceversa, la lettera del principe di Giordania al cardinale Bertone, datata 12 dicembre e anch'essa resa pubblica una decina di giorni dopo, insiste perché il dialogo cattolico-musulmano sia primariamente "teologico" e "spirituale" e abbia come oggetto – più che aspetti definiti "estrinseci" come i comandamenti della legge naturale, la libertà religiosa e la parità tra uomo e donna – quella "Parola comune tra noi e voi" che è al centro della lettera dei 138, ossia l'unicità di Dio e il duplice comandamento dell'amore di Dio e del prossimo.

Non mancano nella lettera del principe di Giordania delle stoccate polemiche nei confronti della linea vaticana. La prima stoccata è dove la lettera cita il comunicato di alcuni delegati musulmani all'incontro interreligioso di Napoli del 21-23 ottobre 2007, organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio: un comunicato scritto per protestare contro alcune dichiarazioni fatte in quei giorni dal cardinale Tauran, sulla quasi impossibilità di una discussione teologica con l'islam, e contro il silenzio di Benedetto XVI, in visita a Napoli, a proposito della lettera dei 138.

La seconda stoccata è nel finale della lettera ed è rivolta contro "alcune recenti dichiarazioni provenienti dal Vaticano e da consiglieri vaticani". Qui il bersaglio è di nuovo il cardinale Tauran, assieme agli islamologi Samir e Troll. Un'analisi critica della lettera dei 138, fatta da Troll, era uscita su "La Civiltà Cattolica", con l'autorizzazione della segreteria di stato, negli stessi giorni in cui il cardinale Bertone aveva scritto al principe di Giordania, a nome del papa.

Tornando a Benedetto XVI, il dialogo da lui voluto con l'islam resta quello spiegato in un passaggio del suo discorso prenatalizio alla curia romana del 22 dicembre 2006:

"In un dialogo da intensificare con l'Islam dovremo tener presente il fatto che il mondo musulmano si trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi dell'Illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a soluzioni concrete per la Chiesa cattolica.

"Si tratta dell'atteggiamento che la comunità dei fedeli deve assumere di fronte alle convinzioni e alle esigenze affermatesi nell'Illuminismo.

"Da una parte, ci si deve contrapporre a una dittatura della ragione positivista che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l'uomo di suoi specifici criteri di misura.

"D'altra parte, è necessario accogliere le vere conquiste dell'Illuminismo, i diritti dell'uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l'autenticità della religione.

"Come nella comunità cristiana c'è stata una lunga ricerca circa la giusta posizione della fede di fronte a quelle convinzioni – una ricerca che certamente non sarà mai conclusa definitivamente – così anche il mondo islamico con la propria tradizione sta davanti al grande compito di trovare a questo riguardo le soluzioni adatte.

"Il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni giuste. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti coloro che, proprio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s'impegnano contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà".

Dallo scambio di lettere tra il cardinale Bertone e il principe di Giordania si ricava che la distanza tra le due parti resta molto ampia e profonda, rispetto a questo percorso indicato da Benedetto XVI.

Ecco dunque i testi integrali delle due lettere, inframmezzati da una breve esegesi alla lettera di Bertone scritta da padre Samir per la rivista "Mondo e Missione" del Pontificio Istituto Missioni Estere:


1. Al principe di Giordania Ghazi bin Muhammad bin Talal

dal cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone


Altezza Reale,

il 13 ottobre 2007 una lettera aperta rivolta a Sua Santità Papa Benedetto XVI e ad altri responsabili cristiani è stata firmata da centotrentotto capi religiosi musulmani, tra i quali Lei, Altezza. Lei, a sua volta, è stato così cortese da presentarla al Vescovo Salim Sayegh, Vicario del Patriarca latino di Gerusalemme in Giordania, con la richiesta che venisse inoltrata a Sua Santità.

Il Papa mi ha chiesto di trasmettere la sua gratitudine a Lei Altezza e a tutti coloro che hanno firmato la lettera. Desidera inoltre esprimere profondo apprezzamento per questo gesto, per lo spirito positivo che ha ispirato il testo e per l'esortazione a un impegno comune per la promozione della pace nel mondo.

Senza ignorare o minimizzare le nostre differenze di cristiani e musulmani, possiamo e quindi dobbiamo prestare attenzione a ciò che ci unisce, ed esattamente la fede nell'unico Dio, il creatore provvidente e il giudice universale che alla fine dei tempi considererà ogni persona secondo le sue azioni. Siamo tutti chiamati ad impegnarci totalmente con lui e ad obbedire alla sua sacra volontà.

Memore del contenuto dell'enciclica "Deus Caritas Est" ("Dio è amore") Sua Santità è rimasto particolarmente colpito dall'attenzione prestata nella lettera al duplice comandamento dell'amore verso Dio e verso gli uomini.

Come sa, all'inizio del suo Pontificato, Papa Benedetto XVI ha affermato: "Sono profondamente convinto che dobbiamo affermare, senza cedimenti alle pressioni negative dell'ambiente, i valori del rispetto reciproco, della solidarietà e della pace. La vita di ogni essere umano è sacra sia per i cristiani sia per i musulmani. Abbiamo un grande spazio di azione in cui sentirci uniti al servizio dei fondamentali valori morali" (Discorso ai rappresentanti di alcune comunità musulmane a Colonia, 20 agosto 2005). Questo terreno comune ci permette di fondare il dialogo su un effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana, sulla conoscenza obiettiva della religione dell'altro, sulla condivisione dell'esperienza religiosa e, infine, sull'impegno comune alla promozione del rispetto e dell'accettazione reciproci tra i giovani.

Il Papa confida nel fatto che, una volta raggiunto questo obiettivo, sarà possibile cooperare in modo produttivo in seno alla cultura e alla società e per la promozione della giustizia e della pace nella società e in tutto il mondo.

Incoraggiando la sua lodevole iniziativa, sono lieto di comunicare che Sua Santità desidera ardentemente ricevere Lei, Altezza, e un ristretto gruppo che Lei vorrà scegliere tra i firmatari della Lettera aperta. Al contempo, un incontro di lavoro potrebbe essere organizzato dalla vostra delegazione insieme con il Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, con la cooperazione di alcuni Pontifici Istituti specializzati, come il Pontificio Istituto di Studi Arabi Islamici e la Pontificia Università Gregoriana. I dettagli di questi incontri potranno essere decisi in seguito se questa proposta si dimostrerà per Lei accettabile in linea di massima.

Colgo l'occasione per rinnovarLe, Altezza, l'assicurazione della mia più elevata considerazione.

Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato

Dal Vaticano, 19 novembre 2007

__________


2. Commento alla lettera del cardinale Bertone

di Samir Khalil Samir


A una lettera di quasi trenta pagine, Benedetto XVI risponde con una di meno di 400 parole. Potrebbe sembrare scortese. Invece è una risposta che va in profondità.

Comincia con un “profondo apprezzamento per lo spirito positivo che ha ispirato il testo e per l’esortazione a un impegno comune per la promozione della pace nel mondo”. E papa Benedetto ha spesso invitato tutti a condannare la violenza senza ambiguità.

Continua: “Senza ignorare o sminuire le nostre differenze in quanto cristiani e musulmani, possiamo e quindi dovremmo guardare a ciò che ci unisce”. È tipico di questo papa: una visione positiva, mai parziale. Le differenze non devono nascondere ciò che ci unisce, né queste nascondere le differenze. Una parola di verità (qawl al-haqq) come dice il Corano (sura 19,34) di Cristo: “Egli è la Parola di verità”.

Il papa enumera tre elementi comuni: il fatto di credere nell’unico Dio, che è provvido creatore e (secondo aspetto) giudice universale, che alla fine dei tempi valuterà ciascuno secondo le sue azioni. Infine (terzo aspetto) il fatto che siamo tutti chiamati a dedicarci totalmente a lui e ad obbedire alla sua santa volontà.

Per non rimanere nei “pii voti”, avanza però una proposta, che è la cosa più importante di tutta la lettera: un invito per un incontro di lavoro tra un gruppo di firmatari scelto dal promotore della lettera e un gruppo di specialisti scelti dalla parte cristiana. Si tratta di concretizzare la buona volontà e di renderla duratura. Il papa elenca quattro temi di discussione.

Il primo è “l’effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana”. Nella lettera dei 138 non c’è un accenno chiaro a questo punto. La dignità presuppone rispetto della libertà di coscienza, uguaglianza tra uomo e donna, tra credente e non credente, distinzione tra il potere religioso e quello politico. Alcuni dei redattori musulmani della lettera pensano: “Il dialogo etico-sociale avviene già ogni giorno, attraverso istituzioni del tutto secolari. Perciò molti teologi musulmani non sono affatto interessati a un dialogo puramente etico tra culture e civiltà”. Invece, per il papa – come disse il 22 dicembre 2006 nel discorso ai cardinali della curia romana – “è necessario accogliere le vere conquiste dell’Illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione”. Per lui, “il contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani è in questo momento soprattutto quello di incontrarsi nell’impegno per trovare le soluzioni giuste”. Insieme ai musulmani, impegnarsi “contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e libertà”. Nel dialogo la Chiesa s’ispira al Vangelo, ma non lo mette come fondamento per non escludere nessuno. Il fondamento è “la dignità di ogni persona umana”, espressa dai diritti umani.

Il secondo punto è la conoscenza obiettiva della religione dell’altro. In realtà, né i cristiani hanno una conoscenza seria dell’islam, né i musulmani del cristianesimo. Questo implica una revisione di tutti i libri scolastici, come dei discorsi tenuti in chiesa o in moschea. È un programma vasto, lungo ed essenziale.

Il terzo punto: condividere l’esperienza religiosa. La fede è esperienza di Dio, e non qualcosa di intellettuale, un’ideologia. Dialogare è condividere l’esperienza profonda dell’altro.

L’ultimo punto è incentrato sui più giovani. Occorre far crescere una nuova generazione che promuova il rispetto e l’accettazione reciproca. Sono i giovani, infatti, a rischiare di lasciarsi trascinare nell’ideologia della violenza. Con questa risposta di Benedetto XVI ai 138 si passa, dunque, dai buoni sentimenti a un progetto di costruzione della pace, cominciando dai giovani.

__________


3. Al cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone

dal principe di Giordania Ghazi bin Muhammad bin Talal


Eminenza,

La ringrazio per la sua cortese lettera del 19 novembre 2007, una copia della quale mi è stata consegnata dal nunzio pontificio in Giordania il 27 novembre 2007. Io sono solo uno dei 138 firmatari della lettera aperta "Una parola comune tra noi e voi", ma per rispondere alla sua lettera ho contattato e consultato un buon numero tra i principali autorevoli musulmani e sapienti religiosi che hanno firmato o poi aderito alla lettera aperta. Ed essi hanno gentilmente acconsentito che coordinassi questa risposta anche in loro vece. Posso quindi rispondere, a nome loro e mio personale, come segue.

Innanzitutto, La ringraziamo per la sua risposta, per la lettera e gli amichevoli suggerimenti. La preghiamo di trasmettere il nostro grazie anche a Sua Santità papa Benedetto XVI per il suo personale incoraggiamento e interessamento.

In secondo luogo, anche noi siamo molto desiderosi di incontrare Sua Santità a Roma. Ci è rimasta caldamente impressa nella mente e nel cuore la recente visita in Vaticano di Sua Maestà. Abd Allah bin Abd Al-Aziz, re dell'Arabia Saudita e custode dei Due Luoghi Santi.

Terzo, accettiamo, in via di principio, il dialogo che ci ha proposto, nella sua concezione generale e nell'impostazione. Le invieremo, Dio volendo, nel febbraio o nel marzo del 2008, come lei preferisce, tre rappresentanti per elaborare con Sua Eminenza o con suoi rappresentanti i dettagli dell’'organizzazione e delle procedure. Se Sua Eminenza avesse delle date particolari che preferirebbe all'interno di quel lasso di tempo, La pregheremmo di informarci di conseguenza.

Quarto, riceviamo la lettera di Sua Eminenza come risposta alla nostra lettera aperta "Una parola comune". Inoltre, Sua Eminenza dice che “"Sua Santità è rimasto particolarmente colpito dall'attenzione prestata nella lettera al duplice comandamento dell'amore verso Dio e verso gli uomini." e che “"possiamo e quindi dobbiamo prestare attenzione a ciò che ci unisce, ed esattamente la fede nell'unico Dio, il creatore provvidente e il giudice universale che alla fine dei tempi considererà ogni persona secondo le sue azioni"”, tuttavia “"senza ignorare o minimizzare le nostre differenze di cristiani e musulmani". Capiamo così che l’'aspetto 'intrinseco' di questo nostro particolare dialogo cattolico-musulmano sarà basato, Dio volendo, sulla nostra lettera "Una parola comune" – che è, come ben sa, essenzialmente un'affermazione dell'unico Dio e del duplice comandamento di amare Lui e il prossimo – anche se traspare che tra noi esistono delle differenze nell'interpretazione o comprensione del testo di questa lettera, ognuna in accordo con le rispettive sensibilità religiose e tradizioni. Queste stesse differenze sono anch’'esse presumibilmente un argomento di discussione tra noi, e dovrebbero essere un’'occasione per il reciproco rispetto ed omaggio, e non per una disputa che divide.

Crediamo anche che Sua Santità papa Benedetto XVI abbia proposto i Dieci Comandamenti (di Esodo 20, 2-17 e Deuteronomio 5, 6.-21) come una base di dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani. Non abbiamo alcuna obiezione a proposito di questa eccellente idea aggiuntiva, come base della dimensione 'estrinseca' del nostro dialogo (poiché questi comandamenti sono ripetutamente prescritti anche nel Santo Corano in varie forme), nonostante il comandamento di osservare il Sabato, che il Sacro Corano menziona come istituito da Dio per gli antichi israeliti ma che i musulmani non sono più tenuti ad osservare in quanto tale. Per 'intrinseco”' intendo ciò che si riferisce alle nostre anime e alla loro intima impronta, mentre per “'estrinseco'” intendo ciò che è riferito al mondo e quindi alla società.

È su questa comune base intellettuale e spirituale, quindi, che capiamo che stiamo perseguendo, Dio volendo, un dialogo sui tre temi generali di dialogo che Sua Eminenza ha saggiamente menzionato nella sua lettera: (1) "“effettivo rispetto della dignità di ogni persona umana"”; (2) “"conoscenza obiettiva della religione dell'altro”" attraverso “"la condivisione dell'esperienza religiosa”"; e (3) "un impegno comune alla promozione del rispetto e dell'accettazione reciproci tra i giovani". Potremmo forse anche discutere su come portare i risultati del nostro dialogo su questi tre temi a una realizzazione pratica tra cristiani e musulmani, basata su "Una Parola Comune" ed i Dieci Comandamenti (ferma restando la precisazione sopra detta sul Sabato).

Quinto, la nostra 'visione' di dialogo è stata espressa con esattezza dal comunicato di alcuni dei delegati musulmani all'incontro "Per un mondo senza violenza: religioni e culture in dialogo", (Napoli, 21-23 ottobre 2007, Comunità di Sant'Egidio), quando dissero:

"Il dialogo è per definizione tra persone di differenti vedute, non tra persone con lo stesso punto di vista. Il dialogo non è imporre agli altri le proprie concezioni, né decidere in proprio ciò che l’altra parte è capace o no di fare, tanto meno di credere. Il dialogo comincia con una mano aperta e un cuore aperto. Propone ma non fissa unilateralmente un'agenda. È ascoltare l'altra parte che parla liberamente per sé, e insieme è esprimere se stessi. Il suo proposito è vedere dove ci sia un terreno comune per incontrarsi e quindi rendere il mondo migliore, più pacifico, più armonioso e più capace di amare".

Il nostro 'motivo' per dialogare è essenzialmente quello di voler cercare la buona volontà e la giustizia al fine di praticare quello che noi musulmani chiamiamo rahmah (e quello che voi preferite chiamare caritas), in modo di ricevere a nostra volta Rahmah da Dio. Il Profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione di Dio) disse: "A chi non dimostra misericordia, non sarà dimostrata Misericordia" (Sahih Bukhari, Kitab Al-Adab, n. 6063).

Infine, il nostro 'metodo' di dialogo è in accordo col divino comandamento del Santo Corano: "Non disputate con le genti del Libro se non nel modo migliore, eccetto con quelli di loro che sono ingiusti. Dite: “Crediamo in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su di voi, il nostro Dio e il vostro sono lo stesso Dio e a Lui ci sottomettiamo" (Al-Ankabut, il Ragno 29, 46).

Noi confidiamo, naturalmente, che Lei abbia un analogo atteggiamento generale a favore del dialogo, poiché leggiamo con piacere (nella prima Lettera ai Corinti 13, 1-6) le parole di san Paolo:

"Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, Non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell' ingiustizia, ma si compiace della verità".

Richiamo queste ultime cose soltanto a seguito di alcune recenti dichiarazioni provenienti dal Vaticano e da consiglieri vaticani – che non possono essere sfuggite all'attenzione di Sua Eminenza –– riguardo al principio di fondo del dialogo teologico con i musulmani. Anche se molti di noi considerano queste dichiarazioni superate dalla sua lettera, nondimeno desideriamo ripeterle che anche noi, al pari di Lei, riteniamo che un accordo teologico completo tra cristiani e musulmani non sia intrinsecamente possibile per definizione, ma nonostante questo desideriamo cercare e promuovere una comune attitudine e cooperazione basata su ciò in cui siamo d'accordo (come menzionato sopra) –– comunque si voglia chiamare questo tipo di dialogo: “'teologico'” o “'spirituale”' o in qualsivoglia altro modo – per la ricerca del bene comune e per il bene del mondo intero, Dio volendo.

Colgo questa occasione per estendere alla sua persona i migliori auguri e il mio profondo rispetto, e le chiedo di trasmettere a Sua Santità papa Benedetto XVI i nostri migliori auguri per un Natale gioioso e di pace.

Ghazi bin Muhammad bin Talal

Amman, Giordania, 12 Dicembre 2007

__________


da chiesa.espresso.repubblica.it


Pubblicato : 02/01/2008 da Sandro Magister (Da espresso.repubblica.it) | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA


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