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| Lega, sparisce il cuoco islamico |
Il musulmano esperto in piatti veneti ha rinunciato all’incarico di lavorare alla festa regionale del Carroccio
Lega, sparisce il cuoco islamico
Un consigliere di Monselice: «La questione ha causato disdette da tanti nostri iscritti» Padova NOSTRO SERVIZIO
Una cucina asettica. All'interno si muovono ragazze poco più che ventenni. Sono le volontarie della Lega Nord accorse alla chiamata dell'onorevole leghista Paola Goisis e del consigliere comunale di Monselice, Santino Bozza, per garantire il servizio pasti alla Festa regionale del Carroccio.
A Monselice c'è un'attesa mista a curiosità. Si vorrebbe vedere all'opera Naser Abdel Ghazal, musulmano esperto di piatti della cucina veneta. Ma si resta delusi: Ghazal ha rinunciato all'incarico poche ore prima dell'inizio dell'iniziativa leghista, cominciata puntualmente l'altra sera, in Campo della Fiera. Cos'è successo? Ghazal non parla. Tocca agli organizzatori della festa spiegare le ragioni della sua scelta. «Non voleva essere strumentalizzato - afferma Goisis - dopo il polverone provocato dall'assegnazione dell'incarico di organizzare la cucina. Il suo scopo non era certo quello di diventare un caso nazionale. Voleva solamente lavorare. Invece ha dovuto rinunciare. Troppi problemi».
«La serata non è davvero di quelle speciali - continua l'onorevole - Il tempo e gli attacchi di qualche teppista alla nostra festa, qualche scritta ingiuriosa, hanno indotto qualcuno a restare a casa. Comunque è importante che la festa sia partita senza altri incidenti. Certamente decollerà nei prossimi giorni, ne sono certa».
Goisis non dice di più, impegnatissima a risolvere i troppi problemi degli ultimi minuti. Primo tra tutti, proprio la rinuncia di Ghazal, che ha creato non poche difficoltà per la sua sostituzione. In tutta fretta è stato affidato all'incarico di coordinare la cucina a Giuseppe Busolin. «È una brava persona - afferma la Goisis - con ottime referenze. Quindi gli abbiamo affidato l'incarico con molta fiducia».
Busolin si fa fotografare mentre è intento alla frittura del pesce. È specialista nei "secondi". Porta un vistoso cerotto sul naso a causa di un piccolo incidente occorsogli qualche ora prima. Almeno lui saprà dire cos'è capitato a Ghazal... Macchè, non risponde, affaccendato alla preparazione dei piatti. Anzi, chiede agli organizzatori di estromettere gli intrusi, per poter continuare a lavorare. Accontentato. Abbandoniamo l'area-cucina, incrociando un giovane inserviente dalla pelle nera. «È la dimostrazione che la Lega Nord non è razzista» commenta Goisis.
La gente seduta ai tavoli dello stand mangia i piatti della tradizione veneta. Soddisfatti. «La questione di Ghazal ha provocato le rinunce di tanti nostri iscritti - commenta Bozza - perché in molti mi hanno detto che non vogliono mangiare i piatti che sono stati preparati da un musulmano. Il compito di Ghazal era limitato alla gestione, invece la questione è stata gonfiata e portata all'esasperazione. Una brutta storia».
Bozza si avvia ad accogliere Roberto "Bobo" Maroni. Un abbraccio. L'ex ministro del Carroccio poco dopo infiamma dal palco i cuori dei fedelissimi, le guardie padane nell'immancabile camicia verde e i simpatizzanti. Alla fine si siede a tavola vuole assaggiare le preparazioni della cucina. Mangia con gusto e apprezza l'ottimo vino rosso prodotto sui colli Euganei. Busolin si è fatto apprezzare anche da "Bobo", chissà se Ghazal sarebbe riuscito a fare altrettanto.
Orfeo Meneghetti da gazzettino.quinordest.it |
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| Giornalisti randagi tutti a ubriacarsi da Al |
Giornalisti randagi tutti a ubriacarsi da Al
Hunter S. Thompson
All’inizio degli anni Cinquanta, quando San Juan cominciò a diventare una meta turistica, un ex fantino di nome Al Arbonito aprì un bar nel patio dietro casa sua, che dava su Calle O’Leary. Lo battezzò Il cortile di Al e appese un cartello in strada, sopra il portone, con una freccia puntata tra due palazzi fatiscenti, verso il patio sul retro. All’inizio serviva solo birra, venti centesimi alla bottiglia, e rum, dieci centesimi liscio e quindici con ghiaccio. Dopo qualche mese cominciò anche a servire hamburger, cucinati personalmente.
Era un bel posticino dove bere, specialmente alla mattina quando il sole non spaccava ancora le pietre e la salsedine portata dal mare dava all’aria un che di frizzante e salubre che per qualche ora avrebbe resistito alla canicola soffocante che verso mezzogiorno avrebbe strangolato San Juan per mollarla solo al tramonto.
Anche di sera non era male, ma non faceva così fresco. Di solito, quando tirava un po’ di vento, da Al potevi sentirlo perché la posizione era ottima, proprio sul cocuzzolo di Calle O’Leary, così in alto che se il patio avesse avuto le finestre avresti potuto ammirare tutta la città. Ma intorno al patio correva un muro di cinta, e tutto quello che potevi vedere erano il cielo e qualche banano.
Più avanti Al acquistò un nuovo registratore di cassa, poi comprò qualche tavolaccio di legno con tanto di ombrellone, da mettere nel patio, e infine fece sloggiare la famiglia da Calle O’Leary, trasferendoli nei sobborghi di un nuovo agglomerato vicino all’aeroporto. Prese come aiuto un marcantonio nero di nome Sweep, che lavava i piatti, serviva gli hamburger e alla fine imparò perfino a cucinare.
Al trasformò quello che un tempo era il salotto in un piccolo piano-bar, e ingaggiò un pianista di Miami, un mingherlino dalla faccia triste chiamato Nelson Otto. Il pianoforte era a metà strada tra il bancone del bar e il patio. Si trattava di un vecchio pianoforte a mezza coda, grigiastro ma rivestito di una speciale gommalacca che impediva alla salsedine di rovinare la vernice; e tutte le sere della settimana, per tutti i dodici mesi dell’infinita estate caraibica, Nelson Otto si sedeva al piano per mescolare il suo sudore ai malinconici accordi della musica.
All’ufficio del turismo favoleggiano gli alisei rinfrescanti che accarezzano le spiagge di Portorico ogni giorno e ogni notte dell’anno, ma a quanto pare gli alisei e Nelson Otto non andavano d’accordo. In quelle ore afose, merito di un trito repertorio di blues e ballate, il sudore gli colava dal mento e pezzava le ascelle della sua camicia a fiori. Imprecava contro «questo caldo dimmerda» con una violenza e un astio tali che a volte riusciva a rovinarci la serata, tanto che la gente se la svignava al Flamboyan Lounge, dove una birra costava sessanta centesimi e una bella bistecca tre dollari e cinquanta.
Quando un ex comunista di nome Lotterman arrivò dalla Florida per fondare il San Juan Daily News, Il cortile di Al divenne il nostro circolo della stampa, perché nessuno degli sballati e degli idealisti che venivano a lavorare per il nuovo giornale di Lotterman poteva permettersi le tariffe dei bar fighetti che spuntavano dappertutto come un’esplosione di funghi velenosi al neon. I giornalisti e i redattori del turno di giorno arrivavano alla spicciolata verso le sette, e quelli del turno di notte - i cronisti sportivi, i correttori di bozze e gli impaginatori - di solito calavano in massa verso mezzanotte. Una volta ogni tanto qualcuno portava una ragazza, ma in una serata normale nel locale di Al una ragazza era una rarità eccitante. Non c’erano tante ragazze bianche a San Juan, e quasi tutte erano turiste: mignotte, oppure hostess di passaggio. Non c’era da stupirsi se preferivano i casinò o il bar sulla terrazza dell’Hilton.
Al News arrivava gente di ogni risma: dai giovani arrabbiati che volevano rivoltare il mondo come un guanto ai vecchi imbrattacarte che volevano solo godersi un po’ di pace prima che un gruppo di pazzi decidesse di rivoltare il mondo come un guanto.
C’era tutto il campionario: gente col talento e brave persone, così come degenerati e balordi senza speranza che sapevano a malapena scrivere una cartolina: sciroccati, ubriaconi, imboscati, un borsaiolo cubano che aveva una pistola con tanto di fondina, un messicano mezzo scemo che molestava i bambini, papponi e pederasti e feccia umana di ogni tipo, quasi tutti lavoravano soltanto per raggranellare il necessario per qualche bevuta e un biglietto aereo.
D’altro canto, c’era anche gente come Tom Vanderwitz, che poi avrebbe lavorato per il Washington Post e vinto il Pulitzer. E un tizio di nome Tyrrell, che adesso lavora al Times di Londra: allora sgobbavano quindici ore al giorno per salvare il giornale dal naufragio.
Quando arrivai io, il News c’era da tre anni ed Ed Lotterman era sull’orlo dell’esaurimento nervoso. A sentirlo parlare veniva da pensare che si fosse sempre trovato ai quattro angoli della terra, dato che credeva di essere un incrocio tra Dio, Pulitzer e l’Esercito della Salvezza. Spesso imprecava dicendo che se quelli che in quegli anni avevano lavorato per il giornale fossero apparsi in massa davanti al trono dell’Onnipotente, se si fossero presentati tutti insieme a raccontare le loro storie e le loro fisime e le loro malefatte e i loro vizi, lui non aveva dubbi: perfino Dio si sarebbe strappato i capelli per la disperazione.
Certo, Lotterman esagerava: nelle sue tirate si dimenticava di tanti bravi guaglioni e si riferiva solo a quelli che lui chiamava «avvinazzati». Ma certo non erano pochi, e il meglio che si possa dire della redazione era che fosse una marmaglia indisciplinata. Nell’ipotesi migliore erano inaffidabili, in quella peggiore erano sbronzi, sudici e irresponsabili. Ma in qualche modo riuscivano a sfornare un giornale, e quando non stava lavorando una buona parte ammazzava il tempo trincando al Cortile di Al.
Tutti mugugnarono quando - con quello che alcuni bollarono come «un attacco di tirchieria» - Al alzò di un quarto di dollaro il prezzo della birra; e continuarono a brontolare finché lui non decise di appendere un cartello con il costo della birra e del rum al Caribe Hilton. Stava lì scritto a caratteri cubitali, appeso in bella mostra dietro al bancone.
Dato che il giornale funzionava come un centro di smistamento per tutti gli scrittori, i fotografi e gli imbroglioni alfabetizzati di passaggio a Portorico, Al godeva anche dell’opinabile beneficio di questa clientela. Il cassetto sotto il registratore di cassa era pieno di conti non pagati e lettere da ogni angolo del pianeta che promettevano di «saldare quel debito al più presto». Si sa: i giornalisti randagi sono degli scrocconi, e per chi vive senza fissa dimora, un conto chilometrico al bar può anche diventare un motivo di vanto.
Allora non era difficile trovare dei compagni di sbronza. Non duravano molto, ma continuavano ad arrivare. Li chiamo giornalisti randagi perché non esiste termine più appropriato. Non ce n’erano due uguali. Erano professionalmente perversi, ma qualcosa in comune ce l’avevano. Erano abituati a ricavare quasi tutto il loro reddito dai giornali e dalle riviste; la loro vita si basava su un’ottima occasione e un trasloco in fretta e furia; sostenevano di non servire nessuna bandiera e di non credere in niente che non fosse una botta di culo e qualche buon aggancio.
Alcuni di loro erano più giornalisti che randagi, e altri più randagi che giornalisti, ma con qualche rara eccezione erano più o meno corrispondenti esteri, futuri inviati che per un motivo o per l’altro giravano al largo dall’establishment giornalistico. Ben diversi dagli sgobboni ipocriti e dai pappagalli sciovinisti che si vendevano ai giornali reazionari dell’impero di Henry Luce. Erano fatti di tutt’altra stoffa.
Portorico era una zona depressa e lo staff del Daily News era formato da una irascibile compagnia di giro. Andavano a zonzo, a seconda delle voci e delle opportunità, per l’Europa, l’America Latina e l’Estremo Oriente, ovunque ci fossero giornali in lingua inglese, saltando da uno all’altro, sempre in cerca del colpo grosso, dell’incarico decisivo, della ricca ereditiera o di una grassa busta paga dietro il prossimo biglietto aereo.
In un certo senso io ero uno di loro - più bravo di alcuni e più tranquillo di altri - e negli anni in cui ho portato quel vessillo sbrindellato il lavoro non mancava. Mi capitava di lavorare per tre giornali insieme. Scrivevo gli avvisi pubblicitari per i casinò e i bowling appena inaugurati. Facevo il consulente per il racket dei combattimenti fra galli, il critico gastronomico più corrotto dell’isola, il fotografo di yacht e la vittima preferita della polizia locale. Era un mondo avido e io ci sguazzavo. Ho fatto amicizia con un sacco di personaggi, avevo abbastanza soldi per spassarmela e ho capito un sacco di cose sul mondo che non avrei potuto imparare in nessun altro modo.
Come quasi tutti, ero un arrivista, un tarantolato, uno scontento cronico e spesso e volentieri un attaccabrighe idiota. Non ero abbastanza pigro per stare a riflettere, ma credevo che in qualche modo il mio istinto avesse ragione. A volte condividevo il loro ottimismo, che alcuni di noi avrebbero fatto carriera, che in fondo avessimo imboccato la retta via, e che i migliori sarebbero certamente arrivati in cima.
Allo stesso tempo, provavo l’oscuro presentimento che la vita che facevamo fosse una causa persa, che non facessimo altro che recitare, prendendoci per il culo a vicenda in un’odissea senza senso. Era la tensione tra questi due poli - un idealismo inquieto da un lato e l’incombere di un destino tragico dall’altro - che mi dava la carica.
San Juan, inverno del 1958
Pubblicato il: 28.09.07 Modificato il: 28.09.07 alle ore 9.29 © l'Unità. |
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| La casta e la rabbia |
26/9/2007 La casta e la rabbia LUIGI LA SPINA
Perché gli italiani sono così furibondi nei confronti della loro classe politica? Perché quando Grillo parla, su Internet, in tv o nelle piazze, l’adesione è così entusiastica e contagiosa? Perché il libro di Stella e Rizzo, La casta, ha avuto un così meritato successo? Queste domande hanno già avuto molte risposte, alcune convincenti, altre meno, ma certamente non tali da esaurire il mistero per cui, in apparenza all’improvviso, i nostri concittadini sono diventati così intolleranti di fronte all’arroganza del potere, ai privilegi del ceto politico, alle piccole e grandi furbizie di chi li governa.
Eppure, il popolo italiano è stato abituato, da secoli, a sbuffare ma a pazientare davanti ai soprusi di chi li comanda. Le classi dirigenti italiane, inoltre, al di là delle nostalgie di chi, per età o per smemoratezza, tende a edulcorare il passato in una mitica «età aurea» del costume pubblico, non si sono mai distinte per alto senso civico. La domanda, perciò, ritorna insistente: perché la demagogia di un bravo comico, la capacità investigativa e la piacevolezza della scrittura di due ottimi giornalisti hanno trovato una così pronta e incendiaria accoglienza nell’opinione pubblica?
Le indagini sociologiche subito avviate dai principali centri di ricerca hanno colto un motivo «politico» sicuramente fondato: la delusione per gli effetti della cacciata di Berlusconi da Palazzo Chigi ha suscitato un acuto malessere in chi si era illuso che un cambio di maggioranza bastasse a risolvere almeno alcuni dei problemi che affliggono gli italiani.
La plausibilità di questa interpretazione non sembra sufficiente, però, a motivare una indignazione così estesa e profonda, l’urgenza di uno sfogo così violento, speriamo solo negli eccessi verbali, un’ipersensibilità che non ammette reazioni proporzionate ai fatti, tali da omologare, per esempio, una infrazione stradale, sia pure grave, come quella del presidente della Regione Liguria Claudio Burlando, alla più infamante motivazione di immediate dimissioni. Ecco perché la ricerca delle cause meno superficiali di questo pesante disagio italiano, forse, dovrebbe indirizzarsi anche sulle condizioni economiche, sociali, ma anche psicologiche, di due grandi categorie del nostro Paese: i giovani e la piccola e media borghesia, soprattutto quella che vive di reddito fisso. Una attenzione che, tra l’altro, alla vigilia della Finanziaria, il governo Prodi dovrebbe privilegiare per non sbagliare clamorosamente l’indirizzo dei provvedimenti di aiuto alle classi veramente in difficoltà in questo momento.
Queste parti della nostra società, innanzi tutto, costituiscono la sezione «mobile» dell’elettorato, quella che non vota sempre allo stesso modo, per fedeltà ideologica o per abitudine familiare. Quella più sensibile ai cambiamenti di umore collettivo, più abituata a esprimere, anche politicamente, la protesta. Giovani e piccola-media borghesia, inoltre, sono le vittime quasi esclusive della «grande illusione» del secolo scorso: quella per cui una maggiore istruzione dei figli avrebbe garantito una migliore condizione di vita rispetto ai genitori. Ormai il Duemila ha svelato il grande inganno: non solo la mobilità sociale è proibita dalle caste professionali e dal loro potere di perpetuazione, ma, nella grande maggioranza dei casi, solo le rendite, le pensioni e le cure dei padri e persino dei nonni consentono ai giovani di poter campare, sia pure a fatica.
Alla frustrazione dei figli, nell’ultimo decennio, si è aggiunta, ora, la paura dei genitori, perché quelle risorse che consentivano alla piccola-media borghesia italiana di integrare l’affitto e la spesa dei figli, si sono paurosamente assottigliate: rispetto al reale costo della vita, l’impoverimento delle classi medie è stato drastico. È una constatazione che si fa tutti i giorni, a partire dalle esigenze più elementari, quelle della casa, per esempio. Solo l’eredità consentirà ai figli il possesso di quella abitazione che i loro genitori avevano conquistato mediamente già dopo 10-15 anni di lavoro. Ecco perché il circolo di mutua assistenza che garantiva la sopravvivenza della famiglia borghese italiana, dalla nonna-baby sitter alla figlia badante dei vecchi genitori, rischia di spezzarsi in uno stato, magari dignitoso e silente, ma di vera disperazione.
È questo lo stato d’animo, esteso e profondo, che rende intollerabile ogni ingiustizia, ogni privilegio. Uno stato d’animo acuìto, poi, dal ricordo di recenti abitudini di vita più confortevoli, da piccoli lussi una volta considerati normali e ora divenuti proibitivi. Finché erano possibili la speranza di un futuro migliore, l’attesa del dovuto riconoscimento dei sacrifici fatti, la verifica di una competizione sociale non completamente truccata dai «jolly» che possono mettere sul tavolo coloro che sono già privilegiati, l’indulgenza poteva essere ammessa. Finché sopravviveva l’illusione «protoleghista» di poter far da soli, di poter fare a meno dello Stato, si poteva essere meno esigenti nei confronti di chi rappresenta il nostro Stato. Ora che il cortocircuito di queste speranze le ha improvvisamente spente, l’urlo di Grillo si confonde, minacciosamente, con quello disperato di tanti giovani e di tanti loro genitori. Peccato che il primo faccia tanto rumore e il secondo si estingua nell’indifferenza di tutti. DA LASTAMPA.IT |
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| "Non volevo fucilare il Che" |
Felix Ismael Rodriguez, ex agente della Cia, ha catturato Che Guevara
Parla l'ex agente della Cia che ordinò l'esecuzione: «Era un freddo assassino, ma lo rispettavo»
"Non volevo fucilare il Che"
PABLO TRINCIA MIAMI
Verso la fine dell’estate del 1967, un agente della Central Intelligence Agency con base a Miami convocò sedici dissidenti cubani per selezionare un volontario da mandare in missione segreta in Sud America. L’obiettivo dell’operazione era un pezzo grosso: Ernesto «Che» Guevara de la Serna, all’epoca il leader rivoluzionario più famoso al mondo, nascosto con i suoi guerriglieri nella boscaglia boliviana. Vi era arrivato dopo aver lasciato Cuba e al termine di un lungo viaggio in Africa, deciso a riportare il verbo della rivoluzione in America Latina. Gli americani avevano bisogno di qualcuno che aiutasse l’esercito boliviano nella caccia all’uomo.
Al termine di ogni colloquio, ai candidati veniva posta una domanda chiave: «Se ti scegliessimo subito, quando saresti disposto a partire?». La maggior parte chiese qualche giorno di tempo. Poi toccò a un 26enne laureato in ingegneria: «Se mi lasciate tornare a casa, prendo le mie cose, saluto mia moglie, torno qui e andiamo. Se siamo di fretta datemi un telefono, così la avviso che devo partire. Se non c’è tempo nemmeno per questo, ecco il suo numero, chiamatela voi e inventatevi che sono dovuto andare via all’improvviso».
Impressionato dalla risposta, l’agente della Cia trascrisse il nome del candidato: Felix Ismael Rodriguez. Benché giovane, il cubano aveva già un curriculum di azioni sotto copertura. Rodriguez aveva svolto attività di intelligence nell’operazione che doveva anticipare l’invasione americana della Baia dei Porci. L’invasione era sfumata due giorni prima di cominciare, lasciando decine di esuli cubani dissidenti - nel frattempo infiltrati a Cuba - nelle mani delle forze rivoluzionarie. Ma ora il giovane ingegnere aveva la possibilità di prendersi una rivincita: catturare l’uomo che - a fianco di Fidel - era diventato il simbolo della rivoluzione cubana e dare l’ordine di fucilarlo.
Oggi nel suo ufficio di Little Havana, a Miami, quarant’anni dopo la morte del Che, Rodriguez racconta - snidando dettagli nascosti negli angoli più bui della sua memoria - la cronaca di una caccia all’uomo ormai storica. Quasi settantenne, appesantito dagli anni e da un lungo esilio lontano da Cuba, questo ex della Cia - o «guerriero dell’ombra», come l’hanno soprannominato - non lascia trapelare emozioni. La sua voce, cavernosa e atona, velata ancora da un forte accento ispanico, snocciola con freddezza gli aneddoti di una vita tra oscure missioni segrete in un mondo diviso dalla Guerra Fredda. Rodriguez ha aiutato i governi di Venezuela, Bolivia, Perù ed El Salvador a combattere le guerriglie, volato più volte sopra la guerra del Vietnam e fatto da tramite per la vendita di armi ai Contras in Nicaragua. E’ amico personale di George Bush senior e di altri alti quadri di passati governi Usa. Oggi è presidente della Brigada 2506, che a Miami raccoglie i veterani della Baia dei Porci e altri esuli anti-Castro. Ma per la storia, rimarrà sempre «l’uomo che ha catturato Che Guevara».
Una volta arrivato in Bolivia, Felix Rodriguez trovò un esercito cencioso e poco motivato, privo di equipaggiamenti. «Decisi di addestrarne un gruppo e di mandare in avanscoperta altri che parlavano le lingue locali». Intanto Guevara e i suoi avevano ottenuto l’ospitalità di un contadino, Honorato Rojas. Lo stesso Rojas li tradì, informando l’esercito. Ma a guidare Rodriguez alla cattura dei guerriglieri fu anche José Castillo Chavez, detto Paco. «Quando seppi della sua cattura chiesi ai boliviani di interrogarlo», ricorda Rodriguez. «Paco era gravemente ferito e temevo che l’avrebbero fucilato. Lo feci curare e lui contraccambiò con molte informazioni utili sul Che, con il quale era furioso. Gli era stato promesso che l’avrebbero mandato a Cuba e poi in Urss, ma non partì mai. Ci spiegò che il battaglione si muoveva con Guevara al centro e due reparti - uno avanzato e uno arretrato - a un chilometro di distanza. Così, quando furono catturati tre membri dell’avanguardia, capimmo che eravamo vicini».
Eppure a dare la staffilata finale alla guerriglia fu un colpo di fortuna. Uno dei boliviani addestrati dalla Cia ottenne informazioni da un contadino, che aveva sentito voci non lontano da casa sua. Il 7 ottobre, la compagnia comandata da Gary Prado circondò l’area. «Era una domenica, mi trovavo nella zona di Valle Grande», ricorda Rodriguez. «Alle 10 di mattina arrivò il Maggiore Arnaldo Saucedo. “Mi capitan! - mi disse - abbiamo informazioni dal campo: papa cansado!” (papà è stanco), un termine in codice per indicare che il leader della guerriglia era ferito e catturato. La mattina seguente arrivai a La Higuera a bordo di un elicottero».
Nel villaggio, Rodriguez trovò quello che restava della guerriglia boliviana: un gruppo di uomini feriti e stremati. Guevara era da solo in una stanza, seduto sotto la finestra, le mani legate dietro alla schiena, una gamba insanguinata. «Era la peggiore guerriglia che abbia mai visto», commenta il guerriero dell’ombra. «In un anno non erano riusciti a reclutare un solo contadino boliviano. Oltretutto la radio del Che era rotta e non riusciva a comunicare con Cuba. Era solo, probabilmente anche a causa delle sue pessime relazioni con i sovietici. Quando entrai nella stanza lui capì. Mi guardò stizzito: “A mi no se me interoga!”. Replicai che volevo solo parlare. Lo rispettavo, perché se si trovava lì - e non alla guida del governo cubano - significava che era fedele ai suoi ideali, per quanto li ritenessi sbagliati. Detti l’ordine di slegarlo. Parlammo del più e del meno, poi andai a copiare tutti i suoi documenti, che dovevo inviare negli Usa».
Rodriguez ha sempre negato di aver voluto la morte di Guevara, sostenendo che in realtà gli americani lo preferissero vivo per interrogarlo. Ma mentre spulcia tra le carte e i diari del Che, il cubano riceve una chiamata. Una voce dall’altra parte del telefono ordina: «Capitano: 500-600». «Capii. 500 era il codice che indicava Che Guevara. 700 significava vivo. 600 morto. Passai l’ordine all’esercito, ma cercai di prendere tempo. Erano le 11 di mattina. Mi diedero tempo fino alle 2 del pomeriggio. Tornai da lui e scattammo la foto famosa che ci ritrae insieme. Nell’immagine lui appare imbronciato. Un attimo prima, però, rideva: gli avevo detto di guardare l’uccellino nell’obiettivo. Alle 12.30 la radio dette la notizia che Guevara era già morto. Tornai da lui. Gli dissi che avevo fatto del mio meglio, ma c’era un ordine dall’alto comando boliviano. Il Che diventò bianco come un pezzo di carta. Poi commentò che forse era meglio così».
Guevara consegna a Rodriguez la sua pipa. L’uomo della Cia riesce anche a entrare in possesso del suo Rolex. Oggi li conserva in una cassaforte. Si abbracciano in segno di saluto. «Mi chiese di dire a sua moglie di risposarsi e di cercare di essere felice. Poi uscii. Ordinai ai soldati di sparare dal petto in giù, perché sembrasse morto in combattimento. Qualche minuto dopo, all’una e dieci, sentii il fragore degli spari».
Rodriguez rimane freddo, impassibile.Rimorsi? «No. E nessuno su Che Guevara. Era un assassino a sangue freddo. Faceva fucilare la gente per i motivi più futili. Ne ho sentite, di storie su di lui». Perché è diventato un mito? «È stata la propaganda castrista. Altrimenti Castro avrebbe dovuto ammettere di aver fallito con Che Guevara. Fu lo stesso Che ad ammetterlo, nella breve chiacchierata prima dell’esecuzione. Mi raccontò di come riuscì - lui, uno studente di medicina argentino - a diventare presidente della banca nazionale cubana. Un giorno, durante un comizio, Fidel aveva chiesto se tra i presenti ci fosse un vero economista. Il Che alzò la mano e venne nominato presidente. In realtà, nella confusione non aveva sentito bene. Pensava che Castro cercasse un vero comunista».
da lastampa.it |
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| Visita specialistica... |
Colombina malatina... in Veneto.
... dopo tanto insistere la porto dallo "specialista", di la dal muro.
Perchè, di qua dal muro, i tempi sono troppo lunghi.
Scavalchiamo in un ambulatorio privato, appuntamento in 24 ore (compresa la notte), visita di 15 minuti (in pratica quasi solo descrizione del malanno), alcune raccomandazioni, diagnosi quasi certa, un esame da fare, un medicinale da comprare e arrivederci.
Totale: 160 Euro.
Che culo... ci hanno fatto la fattura.
ciaooooooooooooo
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| Ne parla il libro «Cardinali e cortigiane» |
Cardinali (e papi) e donne di facili costumi
Cortigiane e amanti, storia segreta del potere Principi della Chiesa e dame spregiudicate: un libro racconta l'eterna ipocrisia
Ne parla il libro «Cardinali e cortigiane»
«Isabella mia chara, chara, chara, chara, te baso con tucta l'anima mia sin de qua et prego che ti ricordi di me come merita il grandissimo amore che ti porto». Il cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena doveva proprio aver perso la testa, per quella damigella di corte di Isabella d'Este che portava lo stesso nome della duchessa e aveva conosciuto durante un viaggio a Mantova. E certo non si faceva problemi a esprimere quei sentimenti con una passione (teoricamente) proibitissima a un uomo di Chiesa. Tanta indifferenza ai giudizi altrui un buon motivo l'aveva. In quel 1515 in cui scriveva alla sua bella, la corte pontificia di Leone X, alla quale il prelato apparteneva, non si scandalizzava certo per così poco.
Anzi.
Lo racconta un libro appena uscito per la Newton Compton. Si intitola Cardinali e cortigiane ed è stato scritto da Claudio Rendina, che alla storia di Roma, dei papi, dei soldati di ventura, degli ordini cavallereschi ha dedicato diversi volumi. Tutti caratterizzati da continui rimandi a una ricca bibliografia (i libri e i documenti citati in questa occasione sono 168), ma insieme da una scrittura volutamente leggera, apparentemente «facile» e da una esuberante raccolta di aneddoti e curiosità che forse faranno alzare con disappunto il sopracciglio a qualche barone dell'accademia, ma accompagnano attraverso certi percorsi nel nostro passato anche persone che altrimenti non ci si avventurerebbero mai. Dettagli irresistibili. Come la descrizione, presa dallo «Zoppino», pseudonimo di un sacerdote e scrittore spagnolo nonché «protettore di cortigiane », Francisco Delicado, delle tecniche usate per sedurre i suoi spasimanti da una certa Lucrezia Porzia. La quale non solo faceva pesare i suoi favori concedendosi solo dopo mille preghiere e regali e vestendo la parte della verginella sdegnosa (al punto che la chiamavano «Matrema non vole», soprannome ripreso anche dall'Aretino), ma si dava arie da intellettuale facendosi « beffe d'ogni uno che non favella a la usanza; e dice che si ha da dire balcone e non finestra, porta e non uscio, tosto e non vaccio, viso e non faccia, cuore e non core, miete e non mete, percuote e non picchia, ciancia e non burla ».
Ne esce un libro curioso. Che mette insieme, incrociandole continuamente, un sacco di storie di cardinali (e papi) e di donne di facili costumi. Le quali a volte erano così costose che talora, scrisse Montaigne, «volevano essere pagate anche per la semplice conversazione» e riuscivano a diventare immensamente ricche, come quella Giulia, detta La Lombarda, che riposa accanto all'altare maggiore della chiesa veneziana di San Francesco della Vigna e davanti alla cui tomba qualcuno prega invocando una grazia senza sapere che la «sontuosa meretize» morta nel 1542 aveva potuto comprare a Brentasecca, vicino a Padova, una bella villa con campagna con quello che aveva ricavato vendendo gli ori e i gioielli avuti in dono dalla danarosa clientela.
UN ACCOSTAMENTO CHE NON DEVE STUPIRE - Questo accostamento tra le «squillo» e gli uomini di Chiesa dei tempi meno virtuosi, del resto, non deve stupire. Basta rileggere Montesquieu a proposito della città serenissima: «Mai in nessun luogo si sono visti tanti devoti e tanta poca devozione come in Italia. Bisogna tuttavia ammettere che i veneziani e le veneziane hanno una devozione che riesce a stupire: un uomo ha un bel mantenere una puttana, non mancherà certo la sua messa per nessuna cosa al mondo». Proprio un proverbio veneziano del Settecento riassumeva così la dolce vita suggerita ai nobiluomini: «La matina una messetta, dopo pranzo una bassetta, dopo cena una donnetta». Messa, bisca, amante.
SESSO E POTERE, DA MESSALINA A OGGI - E a leggere il libro di Claudio Rendina, che accosta cortigiane e cardinali come sintesi del rapporto che esiste da sempre tra sesso e potere, da Messalina al deputato dell'Udc Cosimo Mele, protagonista del recente festino a luci rosse all'Hotel Flora con due ragazze a pagamento e un po' di cocaina, furono proprio tanti, a seguire l'ipocrita raccomandazione. Al punto che nella chiesa capitolina di Sant'Agostino, come scriveva Georgina Masson nel suo Cortigiane italiane del Rinascimento, «tutto lo spazio compreso tra l'altare e i posti nei quali sedevano i cardinali era occupato da cortigiane » che in una città come Roma «erano assidue frequentatrici di chiese, dato che era anche questa un'eccellente forma di pubblicità, forse la migliore».
Ed ecco la storia di Pietro Riario, figlio adottivo di Papa Sisto IV, che dava nel suo palazzo a Santi Apostoli indimenticabili banchetti di sei ore con 42 portate e aveva come amante una ballerina di nome Tiresia, che appariva alle feste su un cocchio tirato da cigni e che il cardinale, nota il genovese Battista Fregoso, manteneva «con una prodigalità tale che si comprende dall'uso di scarpette ricoperte di perle».
Ecco Madama Lucrezia, una bella figliola di Torre del Greco che, dopo esser stata l'amante del re di Napoli Alfonso d'Aragona, reso ben presto, come scrisse il futuro papa Enea Piccolomini, «servo di una femminetta», andò a cercar fortuna a Roma.
E Vannozza Cattanei, che diede tre figli (Cesare, Juan e Lucrezia) all'amante Rodrigo Borgia, futuro Alessandro VI, il quale le offriva copertura procurandole uno dietro l'altro tre mariti di comodo, via via defunti.
E giù giù fino a Beatrice Ferrarese, immortalata da Raffaello, e alla celeberrima Veronica Franco, che a Venezia ospitò nel suo talamo Enrico III che andava a Parigi a farsi incoronare e gli regalò una poesia da lei composta e un ritratto che le aveva fatto il Tintoretto.
Fino alla Divina Imperia, cortigiana di straordinario spessore intellettuale, a Clementina Verdesi che Giuseppe Gioachino Belli ribattezzò «puttana santissima», alle nipoti del cardinale Mazzarino che i maligni chiamavano les mazarinettes, al vescovo col «vizietto» di Frascati Enrico Stuart di York, alla contessa di Castiglione.
Indimenticabile, tra l'altro, la descrizione, ripresa dalle memorie di Giovanni Burcardo, cancelliere del Papa e noto come cardinale d'Argentina, del banchetto organizzato dal duca Valentino «al quale prendono parte cinquanta meretrici oneste, quelle dette cortigiane. Finito di cenare ecco le cortigiane danzare con i servitori e altre persone che si trovano lì; da principio vestite, poi nude. Sempre dopo cena vengono posati in terra i candelabri con le candele accese che illuminano la mensa; dove vengono sparse delle castagne che le meretrici, nude, raccolgono passando fra i candelabri sulle mani o sui piedi. Tutto alla presenza e sotto lo sguardo del Papa, del duca e di sua sorella Lucrezia… ».
È proprio vero: se la Chiesa è sopravvissuta, deve avere sul serio qualcosa di grande…
Gian Antonio Stella 21 settembre 2007 da corriere.it |
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| L´agroalimentare cuore dello sviluppo |
L´agroalimentare cuore dello sviluppo
Mario Capanna *
Perché l´Italia dovrebbe privarsi di ciò che di meglio, e di unico, ha il mondo?
A questa domanda sono chiamati a rispondere tutti i cittadini, attraverso la consultazione nazionale promossa dalla coalizione ItaliaEuropa-liberi da Ogm, formata da ventotto organizzazioni (sociali, culturali, produttive) che annoverano circa dieci milioni di associati: qualcosa che non ha precedenti nella storia del paese.
Chiediamo un sì per il futuro, un sì per non avere Ogm, un sì per migliorare il meglio che già abbiamo. Il ragionamento è semplice: il nostro «oro nero» è... verde: consiste in quella miriade di prodotti agroalimentari di qualità, legati ai territori e alle culture millenarie, che tutto il mondo apprezza, compera e cerca persino di imitare. Se introducessimo gli Ogm, questo immenso patrimonio di originalità scomparirebbe. sarebbe un vero e proprio atto di autolesionismo, dato che l´agroalimentare costituisce il 15% del Pil - secondo solo al settore metallurgico - e l´Italia è il primo produttore biologico in Europa e il quarto nel mondo.
La consultazione (www.liberidaogm.org) è partita... a razzo il 15 settembre e proseguirà fino al 15 novembre, con l´obiettivo di raggiungere tre milioni di sì sulla scheda referendaria, con migliaia di assemblee e anche attraverso il voto elettronico. Chiediamo a tutti i cittadini di aiutarci ad... aiutarli. La coalizione non manda a «vaffa»... nessuno: ciò che si sta avviando è un inedito processo di democrazia partecipata reale, di ricoesione sociale e culturale, di dialogo fra scienza e società. Una grande battaglia di modernità per l´Italia e l´Europa.
* Presidente Fondazione Diritti Genetici
Pubblicato il: 17.09.07 Modificato il: 17.09.07 alle ore 10.29 © l'Unità. |
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| Berlusconti in Sardegna... |
Chiamatelo Berlusconti
di Vittorio Malagutti
Un’asta finita nel mirino dei giudici. Un ex manager Fininvest in azione.
Così il Cavaliere acquista a metà prezzo 30 ettari di terreno intorno alla villa sarda. Perché Silvio Berlusconi si occupa così tanto del parco di Villa Certosa, la più preziosa delle sue proprietà in Costa Smeralda?
Risposta di Silvio Berlusconi medesimo: «Perché voglio donarlo alla regione Sardegna».
Generoso. E anche fortunato. Perché poche ore dopo le dichiarazioni berlusconiane su Villa Certosa (alla festa dell'Udeur di Clemente Mastella), un'inchiesta pubblicata da "L'espresso" innescava lo scandalo delle abitazioni svendute a decine di vip, con i parlamentari in prima fila. «Lui (Berlusconi) le sue ville le paga senza sconti», ha scritto nei giorni scorsi il direttore del "Giornale", Maurizio Belpietro, per replicare a una lettera di protesta del senatore Francesco Cossiga, anche lui tirato in ballo nella lista dei privilegiati.
Senza sconti?
Non è detto. Documenti, testimonianze, perizie tecniche raccolte in una lunga indagine della Procura di Milano sollevano pesanti sospetti sulla vendita a Berlusconi di una parte importante del parco di Villa Certosa: un terreno di 30 ettari nella zona di Punta Lada. Alla fine, il capo di Forza Italia sarebbe riuscito ad aggiudicarsi questo angolo fatato di Costa Smeralda pagando il 50 per cento in meno rispetto ai prezzi di mercato.
A conti fatti, il presunto sconto ammonterebbe a circa 12 miliardi di vecchie lire.
Niente di penalmente rilevante. L'inchiesta dei pm milanesi, uno stralcio di una più ampia indagine sulla gestione irregolare di alcuni fallimenti societari, si è chiusa con una richiesta di archiviazione. Restano agli atti, però, le singolari circostanze con cui il capo dell'opposizione è riuscito ad allargare i confini delle sue già rilevanti proprietà sarde. E per di più a prezzi di saldo.
Tutto comincia da un'asta che secondo il consulente tecnico della Procura, Silvano Cremonesi, «presenta aspetti critici e perfino oscuri». Si parte dalla liquidazione, decisa nel 1996, della Techinvest, una società della famiglia Donà delle Rose. A gestire la procedura è un collegio di amministratori composto da tre professionisti: Salvatore D'Amora, Carmen Gocini (condannata nel 2006 a sei anni di carcere per una lunga serie di ruberie ai danni di procedure fallimentari) e Ugo Ticozzi. L'unica attività messa in vendita nell'asta pubblica bandita il 18 marzo 1997 è proprio l'area di Punta Lada su cui all'epoca era prevista la costruzione di un albergo, 50 ville e un campo da golf.
A questo punto cominciano le stranezze. Dei sei soggetti che si presentano a ritirare la documentazione per partecipare alla gara, uno (Gianfranco Stella) scompare nel nulla e non viene rintracciato neppure dieci anni dopo in sede di indagine dai pm. Degli altri cinque, quattro risultano legati alla Fininvest e il quinto è il liquidatore D'Amora, che agiva dietro il paravento di una fiduciaria. «Non si capisce bene quale fosse il suo interesse ad acquisire quei documenti», si legge nelle carte dell'indagine. A meno che non volesse partecipare personalmente a un'asta di cui era uno degli organizzatori.
Restano quattro concorrenti: un poker di personaggi tutti, in un modo o nell'altro riconducibili a Berlusconi. C'è Sergio Roncucci, all'epoca dipendente della Fininvest (settore immobiliare) e il geometra brianzolo Francesco Magnano, che in precedenza aveva ricevuto più di un incarico professionale dal gruppo del Biscione. L'agente immobiliare milanese Roberta Alemanni Molteni e l'avvocato Renzo Persico (attuale presidente del Consorzio Costa Smeralda) si muovevano invece per conto di Daniele Lorenzano, manager e poi consulente della Fininvest nella compravendita di diritti cinematografici.
Tra le stranezze va citato anche il regolamento dell'asta. Una serie di norme congegnate in modo tale da evitare una vera gara al rialzo che avrebbe avuto l'effetto di aumentare le possibilità d'incasso della liquidazione e quindi dei creditori della Techninvest. L'articolo 7 delle condizioni di vendita prevedeva infatti testualmente che, «nel caso in cui sia pervenuta un'unica offerta di importo non inferiore a lire 3,5 miliardi ovvero un'offerta che superi tutte le altre di almeno il 5 per cento, l'aggiudicazione sarà fatta senza ulteriore gara». Come dire: bastano due proposte d'acquisto di almeno 3,5 miliardi di lire di cui una superiore all'altra di almeno il 5 per cento e la gara è chiusa. Vietati i rilanci.
Alla fine le offerte vere sono soltanto due: una dell'Immobiliare Idra di Berlusconi e l'altra targata Pan Europe finance, una finanziaria off shore (British Virgin islands) di Lorenzano. Il quale, a sorpresa, vince mettendo sul piatto 4,55 miliardi, il 7 per cento in più dei rivali. «Con una precisione straordinaria», commenta il perito Cremonesi, «la società caraibica (....) aveva offerto quel tanto che bastava a evitare la gara: bastava il 5 per cento, superò (il concorrente, ndr) del 7 per cento». Secondo il consulente del pm, riesce difficile immaginare che Lorenzano potesse agire all'oscuro del gruppo per il quale lavorava.
L'ex manager Fininvest fece un affarone. Riuscì a pagare quei 30 ettari di Costa Smeralda circa 7 euro al metro quadrato. Tempo tre anni e il consulente Fininvest si fa da parte. Torna in scena l'Immobiliare Idra. Questa volta la società berlusconiana centra il bersaglio e si aggiudica il terreno sborsando circa 12 miliardi di lire, che prendono il volo alla volta delle British Virgin islands, ben lontani dal fisco italiano. In altre parole, nel giro di soli tre anni, Lorenzano riesce a incassare il triplo di quanto ha investito.
Anche Berlusconi se la cava alla grande. Aggiunge la nuova proprietà al vasto parco che circonda la sua Villa Certosa. Tutto questo a prezzi, a dir poco, di saldo. Infatti, carte alla mano, si scopre che l'Immobiliare Idra ha comprato da Lorenzano al prezzo di circa 22 euro al metro quadro. Poco? Pochissimo, secondo una perizia di stima diposta dai pm milanesi che assegna a quell'area di Punta Lada un valore compreso tra 44 e 57 euro al metro quadrato. Quindi, concludono i consulenti della Procura, il padrone della Fininvest avrebbe pagato 12 miliardi di lire un terreno che in realtà valeva almeno il doppio. E il progetto per costruire albergo, villette e campo da golf? Niente da fare. Bocciato dagli enti locali. Resta l'agrumeto, la foresta di ulivi, la spianata dei cactus e l'anfiteatro finto greco. Tutto targato Berluconi. Almeno fino a quando, come promesso, non lo regalerà alla Regione.
(13 settembre 2007)
da espresso.repubblica.it |
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| Racconto inedito di Oriana Fallaci |
Racconto inedito di Oriana Fallaci
Io e il fantasma di Alekos
L'amore, il dolore, la scrittura: i miei tre inverni nel tunnel
Oriana Fallaci
Era morto l'uomo che amavo e m'ero messa a scrivere un romanzo che desse senso alla tragedia. Per scriverlo m'ero esiliata in una stanza al primo piano della mia casa in Toscana ed era stato come infilarsi in un tunnel di cui non si intravede la fine, uno spiraglio di luce. La stanza era in realtà un corridoio brevissimo, arredato con alcuni scaffali di libri, un tavolino, una sedia, e male illuminato da una mezza finestra che s'apriva su un campo di ulivi. Al bordo del campo e proprio sotto la mezza finestra, un pero su cui mi cadeva lo sguardo quando alzavo gli occhi in cerca di sole. Non uscivo di casa neanche per recarmi in giardino o alla piscina, non comunicavo nemmeno con le persone della mia famiglia. All'alba mi alzavo, sedevo al tavolino, ci restavo fino a notte inoltrata ammucchiando fogli scritti che a volte approvavo e a volte gettavo. Tutt'al più mi interrompevo per andare giù da mia madre che si estingueva come una candela in un letto, divorata da un invisibile mostro che Con identici passi, identici gesti, scendevo le scale che portano al piano terreno, attraversavo il salone col grande orologio che ogni sessanta minuti suonava col rintocco della Westminster bell, ed entravo nella camera dove lei giaceva con adirata rassegnazione: il bel volto sempre più smunto, le belle mani sempre più affilate. «Come stai?» «Male». Parlavamo poco, quasi avessimo paura di dirci quel che pensavamo: «Ora te ne vai anche tu» , «Ora me ne vado anch'io». Le pause che trascorrevo con lei erano un susseguirsi di movimenti che rubavo all'infermiera e che avevano l'unico scopo di mascherare il nostro silenzio: sollevarla in una posizione meno scomoda, aggiustarle i guanciali, controllare le bombole dell'ossigeno grazie a cui respirava. Esaurito il cerimoniale, lei bisbigliava una frase: quasi sempre la stessa. «Diventerai cieca su quel libro». Io rispondevo scherzosa che mi sarei messa gli occhiali, posavo un timido bacio sulla fronte d'avorio, riattraversavo il salone, risalivo le scale, e tornavo al mio esilio privo di rapporti col mondo. [...] Una sera di gelo scesi a controllare le bombole dell'ossigeno, aggiustarle i guanciali, sollevarla in una posizione meno scomoda, e quando lei mosse le labbra non uscì alcun suono: l'invisibile mostro era salito fino alle corde vocali. Terrorizzata le suggerii la frase diventerai-cieca-su-quel-libro. Scosse la testa per rispondere no.
Elencai una serie di domande che la aiutassero a farmi capire: aveva sete, voleva andare nel bagno, non sopportava il dolore? Ma ogni domanda scuoteva la testa per rispondere no, no, no. Ci volle un secolo prima che l'infermiera captasse il vocabolo prete, capisse che voleva il prete. E il prete venne, con la sua valigetta di flaconi contenenti acqua santa, olio santo, altri liquidi santi e brevettati per la guarigione dell'anima. Come uno stregone che si accinge a misteriosi esorcismi si addobbò con stole nere e ricamate d'oro e d'argento, brandì la croce, recitò litanie, spruzzò i suoi liquidi santi, la assolse dei peccati che non aveva mai commesso. Poi se ne andò e mi lasciò sola con lei che, sollevata all'idea d'esser stata assolta dei peccati mai commessi, mi indicò la poltrona accanto al letto. Lì sedetti, col cuore che mi scoppiava, e rimasi sei giorni e sei notti dimenticando il fantasma che mi aveva rubato a lei con un libro.
La morte della madre non è paragonabile alla morte dell'uomo che amavi: è l'anticipo della tua morte. Perché è la morte della creatura che ti ha concepito, portato dentro il ventre, regalato la vita. E la tua carne è la sua carne, il tuo sangue è il suo sangue, il tuo corpo è un'estensione del suo corpo: nell'attimo in cui muore, muore fisicamente una parte di te o il principio di te, né serve che il cordone ombelicale sia stato tagliato per separarvi. Per rinviar quella morte che era un anticipo della mia morte, dunque mi tenevo sveglia. Per tenermi sveglia la tenevo sveglia e parlavo, parlavo. Le raccontavo ciò che non le avevo mai raccontato e non avrei mai raccontato a nessuno, le mie ferite, i miei rimpianti, i miei dubbi, prezioso fardello tuttavia giacché era esso stesso vita, le dicevo che malgrado quelle ferite e quei rimpianti e quei dubbi mi piaceva tanto la vita, ero così contenta d'esser nata, e la ringraziavo in ginocchio d'avermi partorito. Perfino se non avesse fatto altre cose buone nella sua bontà, nella sua generosità, l'avermi regalato la vita sarebbe stato per me sufficiente a giustificar la sua vita. E io speravo che questa mia gratitudine la ripagasse di ogni dispiacere che potevo averle dato. Per rispondermi che la rendevo felice, fiera del bellissimo gesto che aveva compiuto, lei mi stringeva con forza le dita e mi spalancava addosso gli occhi nocciola.
Poi, quando veniva mio padre, me lo indicava con l'indice e con un sorriso: quasi a ricordarmi che il dono veniva anche da lui. La settima notte crollai e di colpo caddi in un sonno esausto da cui emersi scrollata dall'infermiera che strillava in preda al panico: «Si svegli, si svegli! ». Mia madre non respirava quasi più e i suoi occhi improvvisamente celesti fissavano già il nulla. Se ne andò tra le mie braccia, come un uccellino intirizzito dal freddo, e per condurla al cimitero uscii finalmente di casa notando che le strade erano ancora strade, che la gente era ancora la gente. Ma la cosa non mi tentò e subito rientrai nel mio tunnel trasformando l'esilio in prigione. Scomparsa lei che mi strappava al tavolino e mi induceva a scender le scale, attraversare il salone con l'orologio, entrare nella camera ora chiusa a chiave ed evitata da tutti, non avevo più motivo di lasciare la stanza con la mezza finestra aperta sul campo di ulivi.
E mentre il fantasma dimenticato per sei giorni e sei notti riprendeva possesso della mia esistenza, mentre il mio cervello tornava ad essere un muscolo da usare esclusivamente in funzione del libro che stavo scrivendo, la stanza divenne una cella sopra il pero che sbocciava in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta la primavera, poi grondava di nuovo pere sicché doveva esser giunta un'altra estate, poi ingialliva di nuovo le foglie sicché doveva esser giunto un altro autunno, poi le perdeva di nuovo denudandosi in mezzo alla neve sicché doveva esser giunto un altro inverno, poi sbocciava una seconda volta in una nuvola di fiori bianchi sicché doveva esser giunta un'altra primavera che presto sarebbe scivolata in una terza estate e in un terzo autunno e in un terzo inverno. Il mondo, una memoria sempre più lontana. [...] D'un tratto nel buio del tunnel apparve uno spiraglio di luce, e filtrò attraverso il sipario della mia cecità per portarmi la nostalgia del mondo che avevo sepolto con le due persone amate. Questo avvenne, credo, nel periodo in cui il pero sbocciò per la terza volta e il romanzo si avviò verso le ultime pagine. A ogni pagina, un risorgere di curiosità per gli avvenimenti che il mio delirio aveva ignorato, un bisogno di cancellare anche il ricordo di quel delirio, un'impazienza di tornare ai viaggi, alle avventure, alle scoperte, insomma alla vita di un tempo. Allora la cella in cui m'ero rinchiusa diventò insopportabile, l'eco dell'orologio che ogni sessanta minuti ripeteva i rintocchi della Big Ben diventò un incubo anzi una tortura.
Con l'ira del prigioniero che s'avventa contro il suo carceriere, scesi nel salone e ne fermai il meccanismo. Poi raccolsi il mio lavoro, mi trasferii in un'altra ala della casa, mi sistemai in un'ampia stanza piena di finestre. L'indomani ripresi a leggere i giornali, a guardare la TV, rispondere a telefono, uscii addirittura in giardino spingendomi fino alla piscina dove per due estati non m'ero mai tuffata, non avevo mai goduto un filo di sole. Mio padre stava strappando le erbacce che erano cresciute sui bordi. Sollevò la testa, mi avvolse in un'occhiata incredula, esclamò: «Redivivi te salutant!».
Ed io scoppiai in una risata il cui suono mi spaventò: durante tutti quegli anni trascorsi in compagnia di un fantasma e d'un silenzio che parlava soltanto di morte, avevo perfino dimenticato come si fa a ridere ed era la prima volta che udivo me stessa ridere. Qualche settimana dopo il libro era finito e volavo a New York per affacciarmi all'uscita del tunnel con la riluttanza di un prigioniero rimasto troppo a lungo nell'oscurità. Che farne di tanto spazio, tanta luce? In che modo riprendere le abitudini perdute, le esperienze interrotte, l'esistenza di prima? Un libro appena finito, oltretutto, non restituisce alla libertà che ti tolse il giorno in cui lo concepisti. Come un figlio appena nato va guidato, nutrito, difeso dalle insidie, dalle perfidie, e a ciascun passo questo ti riconduce ai tormenti che ti divoravano mentre lo scrivevi. Insomma, sapevo bene che la sua pubblicazione m'avrebbe avviluppato in una nuova schiavitù e che avrebbe resuscitato il fantasma da cui ero stata rubata a mia madre quando essa aveva bisogno di me.
Questo testo è tratto da un brano letto dalla Fallaci nel 1980 di fronte agli studenti del Columbia College di Chicago
13 settembre 2007 da corriere.it |
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| CHIUDE IL SETTIMANALE 'DIARIO' |
2007-09-07 11:26
CHIUDE IL SETTIMANALE 'DIARIO'
MILANO - Chiude 'Diario della settimana', il settimanale diretto da Enrico Deaglio.
Lo si legge nell'editoriale e nella copertina dell'ultimo numero uscito oggi in edicola. Nato il 23 ottobre 1996 come allegato al quotidiano l'Unità, il periodico dopo un anno ha poi avuto vita indipendente. 'Diario' è uscito in edicola - è stato sottolineato nell'articolo di addio - ben 567 settimane.
Tra i suoi collaboratori, Enzo Baldoni, il free lance ucciso in Iraq nel 2004. Tra le cause della chiusura la carenza di pubblicità e anche la concorrenza con i nuovi media. "Tenere un diario pubblico - é scritto, fra l'altro, nell'editoriale non firmato - settimana dopo settimana, è una attività che in questi undici anni è cambiata molto. Il numero di siti web, di blog e in generale lo scambio di notizie è fortunatamente cresciuta a dismisura.
La 'buona lettura' è stata adottata da molti giornali. La possibiltà di sedersi di fronte al proprio lap top e di consultare 'in tempo reale' tutte le fonti di informazione del mondo è sempre più alla portata di tutti.
Il mercato pubblicitario (l'unico a tenere in vita i giornali) è a noi praticamente precluso, per quella mancanza di do ut des che ci caratterizza e che dal mercato è evidentemente stato ben colto. Di qui la necessità di fare una pausa". Viene comunque ipotizzata una nuova iniziativa editoriale. "Speriamo di farci vivi al più presto con un nuovo giornale - conclude l'articolo - Ci stiamo pensando e pensando".
da ansa.it |
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| Vicenza, se questo è un sindaco... |
Società
8 settembre: annullata la Cena in Corso.
Botta e risposta al veleno tra Sindaco e Comitati L'amministrazione comunale di Vicenza ha deciso di annullare la tradizionale "Cena dei Oto" in corso Palladio, per non esporre i cittadini ad azioni di aggressione, di offesa e di disturbo annunciate dal Comitato No Dal Molin Quanto prima saranno comunicate le modalità di restituzione della somma di iscrizione ai 350 cittadini che avevano già aderito alla manifestazione.
Di seguito, la dichiarazione con la quale il sindaco Enrico Hüllweck spiega le ragioni della decisione: "Il vergognoso atteggiamento arrogante e incivile con il quale il Comitato ha proclamato e ufficialmente annunciato di voler manifestare il proprio odio antiamericano e la propria insofferenza verso le istituzioni democratiche (compreso il Presidente della Repubblica) preparando azioni di aggressione, di offesa e di disturbo nei confronti dei vicentini partecipanti alla festa serale della "Cena dei Oto" in Corso Palladio (giunta ormai alla nona edizione) deve far riflettere l'Amministrazione Comunale sulla opportunità di non esporre gli autentici vicentini al rischio di subire aggressioni o angherie e di non poter godere in sicurezza e serenamente del diritto di partecipare a una loro tradizionale festa, per la quale, come è nella consuetudine, hanno tutti pagato il biglietto, senza favoritismi. Tale rischio deriva purtroppo - prosegue il Sindaco - dalla impossibilità, comunicataci da parte dei responsabili locali delle Forze di Polizia dello Stato di poter tutelare completamente in tal senso i diritti dei cittadini. Il ruolo della Polizia di Stato appare infatti determinante in tale contesto, essendo impensabile accollare ai Vigili Urbani il compito di affrontare i manifestanti provenienti da tutta Italia.
D'altro canto, sarebbe ingeneroso colpevolizzare i locali rappresentanti della Polizia di Stato degli effetti di una situazione che vede da tempo Vicenza alla mercé di estremisti e manifestanti di professione provenienti da tutta Italia, in virtù di una sovraesposizione certamente strumentale e propagandata ad arte di una situazione locale che sembra inspiegabilmente sottovalutata in taluni ambienti responsabili nazionali.
Nel sospendere, quindi, per quest'anno, la festa serale dell'8 settembre in Corso Palladio, crediamo di compiere un gesto non già di debolezza ma di responsabile tutela nei confronti dei cittadini di Vicenza, ai quali spetta giudicare l'operato del Comitato NO DAL MOLIN. Al prossimo sindaco lascio l'invito e l'augurio di riprendere una festosa tradizione popolare oggi così barbaramente interrotta."
E non si è fatta attendere la risposta dei Comitati No Dal Molin in una nota che trasmettiamo integralmente: "Quel che è giusto è giusto: chi ha svenduto Vicenza non poteva appropriarsi del centro cittadino per una cena tra intimi, com'era quella organizzata dalla Giunta comunale in occasione dell'otto settembre. Volevano celebrare gli sfarzi di un'Amministrazione che, ormai, non rappresenta da tempo la maggioranza dei vicentini; volevano cenare al cospetto dei gioielli architettonici di Andrea Palladio che loro stessi hanno messo a rischio favorendo il progetto di militarizzazione della nostra città.
Era una cena illegittima e, come è giusto che sia, non si farà. La calata dei "barbari" - termine che Hullweck usa per indicare i cittadini vicentini - ha infatti fatto temere al Sindaco l'arrivo di migliaia di pericolosi manifestanti di professione armati di fischietti, pentole e tamburi, pronti ad aggredirlo a colpi di baccalà e polenta. Hullweck farnetica parlando di aggressioni; dimentica la libertà di espressione che, fino a prova contraria, è garantita anche a Vicenza. Questo avevamo annunciato: la contestazione della giunta che ha svenduto la città berica per un pugno di dollari.
L'Altrocomune, invece, conferma i propri appuntamenti. A partire dalle 18.00 saremo in P.za dei Signori per festeggiare l'otto settembre di quanti continuano a battersi per difendere il futuro di Vicenza; sarà un'iniziativa a cui tutti i cittadini potranno partecipare, senza transenne, biglietti e posti riservati. Saremo nel centro cittadino perché noi siamo coloro che difendono i beni artistici e architettonici della nostra città, a differenza del Sindaco che non ha esitato a metterli in pericolo per favorire il progetto statunitense di costruzione della nuova installazione militare. E' giunto il momento che Hullweck se ne renda conto: la sua festa è finita da tempo; gran parte dei vicentini non lo riconoscono più come proprio rappresentante". Redazionale.
28/08/2007
da www.vicenza.com |
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| Il blog è un media a tutti gli effetti |
6 settembre 2007
Il blog è un media. Dagli Usa la sentenza rivoluzionaria
di Andrea Franceschi
Il blog è un media a tutti gli effetti e come tale gode di tutte le libertà che una democrazia gli può offrire, anche quella di appoggiare un partito politico. Lo ha stabilito la commissione elettorale federale degli Stati Uniti che ha respinto il ricorso di un blogger conservatore contro The Daily Kaos. John C.A. Bambenek aveva accusato il sito liberal di sponsorizzare i democratici e pertanto di violare le leggi sul finanziamento ai partiti durante la campagna elettorale.
Markos Moulitsas Zuniga, che gestisce il Daily Kaos, oltre ad appoggiare il partito d'opposizione nei suoi post, aveva offerto ai candidati dell'elefantino spazi pubblicitari gratuiti. Una scelta che Bambenek aveva giudicato una forma occulta di finanziamento.
La contesa era appunto se il blog potesse essere considerato alla stregua di un media e pertanto venire esentato dal rispetto della legge sui finanziamenti ai partiti.
Così si è espressa la Commissione. Avendo accertato che «non è controllato ne di proprietà di nessun partito o candidato», il sito agisce a tutti gli effetti come «un organo di stampa». Dal 1974, i media statunitensi sono esentati dal rispetto del Federal Election Campaign Act. Solo dall'anno scorso però, lo sono anche i media online.
Con la sentenza di questa settimana la Fec da ufficialmente ai blog lo status di «media online».
Da qualche anno negli Stati Uniti i blog hanno iniziato a svolgere un ruolo sempre più importante nel dibattito politico. Daily kos è nella rete LBAN (liberal blog advertising network). I siti che ne fanno parte vendono spazi pubblicitari a chi è interessato a rivolgersi a un «target liberal». Daily kos, con i suoi 2125 dollari a banner, fa la parte del leone.
Secondo un sondaggio di Blog reader project (gruppo che effettua ricerche sui blog) i frequentatori della rete LBAN sono «iper-coinvolti on-line». Il 61% di loro lascia dei commenti; il 68% di loro dedica alla lettura dei diari on-line 5 o più ore a settimana; il 21% ha un suo blog personale.
Il 90% dei frequentatori della rete LBAN ha votato alle ultime elezioni; l'81% ha scritto o telefonato a un politico eletto; il 70% ha fatto donazioni on-line a candidati negli ultimi sei mesi; il 78% è laureato e il 53% guadagna almeno 75.000 dollari all'anno.
da ilsole24ore.com |
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| PAVAROTTI |
Pavarotti e la malattia «Vita felice e il cancro, con Dio sono pari» «Non voglio più ascoltare nessuna mia registrazione»
PESARO — Ferragosto a villa Giulia. «Ora ho solo bisogno dell’aiuto di Dio e sembra proprio che Dio me lo stia dando», dice il Maestro — come tutti qui lo chiamano — nella sua splendida casa in collina davanti all’Adriatico. Convalescente dopo l’intervento, il mese scorso, per la rimozione di un cancro al pancreas, Luciano Pavarotti viene spinto lentamente attorno, da uno spazio all’altro, su una sedia a rotelle, dove resta inchiodato immobile da mane a sera.
È il suo ultimo trono di re dei tenori.
Ma nonostante la gravità del male che l’ha colpito e le difficoltà di un’operazione che è tuttavia riuscita ad estirpare interamente la massa tumorale, non ha l’aria afflitta e sconsolata di uno che è giunto «sul passo estremo » (come ha spesso cantato nel Mefistofele) e ha visto la morte da vicino. Ha conservato quel suo inconfondibile calore solare della voce (canta anche quando parla) e tale e quale è rimasto il suo sorriso di ragazzone emiliano, che gli spunta negli occhi prima di trasferirsi sulle labbra.
Siamo amici, lo conosco da quarant’anni, l’ho sentito cantare alla Scala e in tutti teatri del mondo. Lo vidi per la prima volta a Londra, negli anni Sessanta, quando venne chiamato al Covent Garden per rimpiazzare nella Bohème il grande Di Stefano, indisposto. Un trionfo. Stavo a pranzo in un ristorante vicino al teatro con Fiorenza Cossotto quando lui entrò gagliardo come Radamés con degli amici e si sedette a un tavolo. «Guardalo — mi disse la Fiorenza —, con Gigli è la più bella voce di tenore del secolo».
Il giorno dopo, infatti, i giornali inglesi impiegavano titoli strepitosi per definire la sua interpretazione di Rodolfo nella Bohème: nessun rimpianto per Di Stefano, scriveva il critico di un importante quotidiano. Pavarotti adesso non se lo ricorda, ma quando io gli chiesi, allora, cosa pensasse del lusinghiero accostamento col tenore italiano più osannato del firmamento lirico mondiale, rispose con una battuta semplice, com’è nel suo stile: «Calma—disse —, ragioniamo. Pippo è un fuoriclasse. Quand’è in serata, non c’è nessuno che gli stia a ruota. È come quando Bartali vedeva Coppi scattare sul Pordoi... Quello non lo piglia più nessuno... borbottava Ginettaccio. Capisci cosa voglio dire?».
Di Stefano è tra quelli che ogni giorno gli telefonano per avere notizie sulla sua salute, sul recupero e la riabilitazione: «Mi ha chiamato appena ieri — dice —. La sua voce, per me, è musica, è la musica. Lui è stato l’ispiratore, l’emissione perfetta, le vocali aperte, quel suo modo unico di fraseggiare.
Nonostante le mie condizioni, il connubio dei tre tenori non si è dissolto. Placido Domingo è venuto a trovarmi un paio di volte, José Carreras mi telefona... È stata una gran bella stagione, la nostra. Però io non mi ascolto più. Non mi voglio sentire. Se tu mi invitassi a cena e, per farmi piacere, mettessi su una mia vecchia incisione, ti pianterei in asso, dietro front. Se vuoi che resti, fammi sentire la voce di Placido».
Sono sconcertato, ma da Luciano non arriva alcuna spiegazione. È qui seduto davanti a me nella sua grande mole, un cappello a larga tesa che nasconde la calvizie e tiene un poco in ombra i suoi occhi vivacissimi e dolci, i soliti camicioni multicolori che gli conferiscono un’aria clownesca, come volesse ricordare che c’è stata, per tutti, un’infanzia felice, da circo equestre, con guitti, trapezisti, tigri addomesticate e inermi orsi giocherelloni.
Dice: «Sono stato un uomo fortunato e felice fino a 65 anni. Dopo è arrivata questa batosta. E adesso sto pagando il fio di quella fortuna e felicità. Ma trovo alimento nella mia infanzia, che è stata povera e felice, e vedo le cose con serenità. Le malattie non mi hanno angosciato. Il tumore te lo senti dentro, ti lavora. Ora dormo bene. Ho una certa sonnolenza durante la digestione, proprio come adesso che ti sto parlando.. Però sono e sarò ottimista fino alla morte. L’ho imparato dai miei, dal papà e dalla mamma che se ne sono andati quattro anni fa, a quattro mesi l’uno dall’altra ».
È rimasta la sorella Gabriella, grande e cordiale e col più affabile dei sorrisi che ci riporta nella Modena anni Cinquanta quando Luciano studiava canto con Mirella Freni per poi debuttare, insieme, a Reggio Emilia in una indimenticabile Bohème. «Nella vita ho avuto tutto, davvero tutto— ha confessato dopo l’intervento allo Sloan Kettering Hospital di New York — Se mi venisse tolto tutto, con Dio siamo pari e patta».
Cerco di sturargli i ricordi della sua vita e della sua carriera e mi sento a disagio. Mi rendo conto che lo sto affaticando. Più di una volta una domanda resta senza risposta. Spesso, le palpebre si abbassano sugli occhi come saracinesche, è l’ora del letargo pomeridiano, muove appena le labbra come volesse accennare una delle dolcissime arie del suo illimitato repertorio... È la solita storia del pastore, quindi non più stupide domande, lasciamolo sognare.
A svegliarlo, di colpo, ci pensa Alice, la sua bambina, che piomba nella stanza come un folletto e ne reclama l’attenzione: «Dai, papà, andiamo in piscina». «Non so se capisci — dice il re del melodramma sollevando a stento le palpebre —, non si tratta di un invito. È un ordine. Ed io, come Garibaldi, ubbidisco ». Lo spettacolo comincia. Un atto unico con due sole protagoniste: la bimba, che ha tre anni e mezzo e nuota come un pesciolino, e la sua mamma, Nicoletta, che si diverte un mondo assecondandola nelle sue acrobazie. Alice, assicura Luciano, ha una voce molto bella e forte e il suo papà, orgoglioso, la invita ad esibirsi tra un tuffo e l’altro.
«La canzone che meglio conosce — dice — è Fratelli d’Italia, che ha imparato guardando alla Tv le partite di calcio della Nazionale. Riesce a cantarla anche sott’acqua, ascoltala ». La sua vita ora è qui, in «quest’angolo di paradiso ». Perché villa Giulia? «È il nome di una delle mie nonne di Modena».
Il 12 ottobre prossimo compirà 71 anni e mi sembra indelicato chiedergli se potrà realizzare quei progetti che gli stavano a cuore prima che fosse assalito così brutalmente dal male: come fare un duetto con Mina o allestire una scuola di canto con la Freni e la Kabaivanska o perseguire l’obiettivo di Pavarotti and friends, favorendo delle grandi ugole liriche nei concerti di musica pop.
«All’inizio — ammette — ci son state delle polemiche perché mi ero avventurato in un genere totalmente diverso. Successivamente... mi hanno applaudito. E c’è chi rimpiange che non l’abbia più fatto, il pop». Non oso dirgli che faccio parte del branco dei conservatori: e che al Miserere urlato insieme a Zucchero preferisco di gran lunga l’Ingemisco del Requiem verdiano dove la sua voce raggiunge con vibrazioni arcane le zone sideree del pentagramma.
Ettore Mo 06 settembre 2007
Da corriere.it |
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| No Dal Molin «Se non c'è il sì, la base nasce sul nulla» |
Mercoledì, 5 Settembre 2007
Michele Boato (Ecoistituto veneto) è sorpreso dell’atteggiamento di Prodi e di Galan.
Il 10 ottobre nuova udienza «Se non c'è il sì, la base nasce sul nulla» (e.s.) «Suscita grande sorpresa il fatto che il nulla osta di Prodi agli Usa non solo non è stato reso pubblico, ma proprio non c'è mai stato. Se davvero fosse così, allora ci troveremmo di fronte ad un iter per la costruzione della base che è partito sul nulla». Michele Boato dell'Ecoistituto del Veneto, che assieme a Codacons partecipa al ricorso al Tar di Venezia, ha commentato così l'esito della prima udienza sul caso Dal Molin. «Galan evidentemente non se l'aspettava e così ha fatto una brutta figura invocando l'inammissibilità del nostro ricorso e addirittura chiedendo che fossero i cittadini a sostenere le spese processuali. L'avvocato Rienzi ha proposto ai cittadini di fare una colletta? Scherzava: al massimo chiederemo ai vicentini di partecipare con quattro o cinquemila euro alle spese per le trasferte e le carte. Per la seconda udienza, prevista per il 10 ottobre, abbiamo chiesto la convocazione dei responsabili».
«Forse si sarebbe dovuti partire prima con questo ricorso ma mi va benissimo che alla vicenda si sia interessata la Codacons», dice Filippo Magnaguagno di Rete Lilliput, uno dei movimenti contro la base che ha aderito al ricorso. «Alcune violazioni contestate erano note da tempo ma in più si è aggiunta la denuncia penale per omissione d'atti di ufficio e violazione della legge 241/90. Questo, come altri processi, potrebbe costringere la classe politica a riaprire tutta la discussione sulle servitù militari e i documenti secretati. Noi, come molti altri gruppi vicentini (ACLI Zugliano, Beati i Costruttori di Pace, Coordinamento Comitati, Famiglie per la Pace, Movimento Gocce di Giustizia - Movimento Nonviolento, Più Democrazia e Partecipazione e VicenzaAttiva) abbiamo sottoscritto il ricorso ma non l'abbiamo creato. Siamo venuti a conoscenza dell'azione di Codacons nell'ultima riunione del comitato degli esperti (appena prima delle vacanze estive, ndr), i quali avevano chiesto tutta la documentazione sul nulla osta di Prodi al Dal Molin.
È stata in quella occasione che il segretario del Comune Macchia ha fatto notare ai presenti che a Palazzo Trissino era pervenuto il ricorso di Codacons».
«Il fatto che manchi il nulla osta di Prodi è la conferma di quanto avevamo denunciato», dice Giancarlo Albera del Coordinamento dei comitati. «Noi comunque stiamo portando avanti anche un altro ricorso al Tar con l'avvocato Ceresoli». -----------------
Ieri mattina in laguna prima udienza al Tribunale amministrativo regionale per il ricorso del Codacons che punta a bloccare la nuova base americana
Galan: «Il Tar dica no e spese a carico dei vicentini»
Il Governatore del Veneto si è schierato decisamente a favore di Camp Ederle 2. L’avvocato Rienzi: «Faremo una colletta tra i cittadini» Il Presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, si schiera apertamente contro i vicentini che hanno fatto ricorso al Tar di Venezia per bloccare la costruzione della nuova base americana al Dal Molin. In occasione della prima udienza tenutasi ieri mattina in laguna, Galan ha chiesto che «il ricorso del Codacons e dei cittadini vicentini sia dichiarato irricevibile, inammissibile, improponibile, improcedibile e, in via subordinata, respinto perché infondato». Ma il governatore del Veneto non si è fermato lì e, così come il premier Prodi, ha richiesto che le spese processuali ricadessero sui residenti di Vicenza. «A questo punto faremo una colletta tra i cittadini», ha dichiarato disgustato Carlo Rienzi, presidente e legale della Codacons.
L'associazione per la difesa dei consumatori aveva depositato ricorso per l'annullamento, previa sospensiva, del provvedimento di nulla osta con cui lo scorso maggio Prodi apriva le porte del Dal Molin agli statunitensi. Ebbene, ieri l'avvocato dello Stato Daniela Salmini ha dichiarato che il Presidente del Consiglio dei Ministri non ha rilasciato alcun nulla osta a favore della costruzione del nuovo insediamento americano. A quel punto ai ricorrenti non è restato altro da fare che chiedere un rinvio della causa per acquisire i documenti richiesti.
Il ricorso si basa su cinque punti contestati: la violazione dell'art.11 della Costituzione, laddove l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali: tale violazione avviene anche attraverso la messa a disposizione di porzioni del territorio nazionale e relative infrastrutture per attuare una politica aggressiva nei confronti di altri paesi e popoli; la violazione degli artt. 80 e 87 della Costituzione laddove prevedono l'obbligo di ratifica con legge dei Trattati internazionali di natura politica; la violazione del Trattato Europeo di Maastricht del 1992, del Trattato di Amsterdam del 1997, del Trattato di Nizza del 2001, dei principi di politica estera e di sicurezza comune definiti PESC e la necessità del Parere favorevole del Consiglio Europeo; la violazione del Decr.legislativo n.39 del 1997 concernente la libertà di accesso alle informazioni in materia di ambiente; l'ultima, sul piano urbanistico contesta la violazione delle normative comunitarie Direttive 337/85 e 97/11/CE sulla Valutazione di Impatto Ambientale e la Valutazione di Impatto Strategico, non potendosi classificare il progetto "Dal Molin" come "opera di difesa nazionale", avendo sostanziale extraterritorialità e essendo quindi sottratto alla giurisdizione dello Stato italiano e non esistendo atti legislativi del Parlamento che esentano il progetto dalla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (Via).
Enrico Soli --------------------
Ultimati i lavori al camping di Rettorgole. Domenica ospite del festival il ministro dell’informazione dell’autorità nazionale palestinese Noi, da volontari del fronte del no a abili artigiani (e.s.) In meno di una settimana hanno trasformato un campo agricolo in una struttura da far invidia a tanti campeggi e festival. I volontari del fronte del "no" al Dal Molin hanno ormai ultimato i lavori al camping- area spettacoli di via Madre Teresa di Calcutta, a Rettorgole. Ieri mancava solo l'installazione delle cucine e la sistemazione dei banchi nella zona ristorazione ma il grosso è stato fatto: allacciamenti all'elettricità e alle fognature, servizi igienici, docce, tendone per dibattiti, grande palco per spettacoli e area riservata ai campeggiatori.
All'impresa hanno partecipato in molti, da chi conosce il mestiere a chi non ha molta dimestichezza con i lavori manuali e ingegneristici. Si va così dall'artigiano libero professionista Giacomo Pendin, trentenne di Isola Vicentina capace di dare un contributo tecnico su tutti i fronti, al bancario quarantottenne Emanuele Rivellino, che, abituato a condurre la battaglia del Presidio su altri campi (più politici e meno agricoli), ha fatto il suo soprattutto sollevando e trasportando pesi. "Siamo per lo più artigiani che si sono presi le ferie ma ci sono anche vari precari- spiega Pendin, che di mestiere fa il pittore- Io mi sono occupato di pavimentazione, di grondaie e di manutenzioni".
Attorno ad uno zoccolo duro formato da una ventina di giovani che da una settimana vivono al campo di Rettorgole e ci lavorano quotidianamente dieci-dodici ore, ogni giorno sono arrivate dall'esterno offerte di aiuto da parte di persone di ogni età. Domenica scorsa erano una novantina le persone al lavoro. Alla struttura mancano solo gli ultimi ritocchi, mentre il programma è in via di definizione in queste ore. Domenica 9 settembre sarà ospite del festival Mustafà Barghouti, già Ministro dell'Informazione dell'Autorità Nazionale Palestinese, che incontrerà i cittadini alle 18.30 all'interno del tendone dibattiti.
Ma già alle 10 avrà luogo l'assemblea nazionale delle realtà che aderiscono al Patto di Mutuo Soccorso. Il festival aprirà i battenti venerdì 7 settembre alle 18.30 con una discussione sull'impatto delle strutture militari. Ci sarà innanzitutto, Guglielmo Verneau, l'ingegnere che ha coordinato il gruppo di esperti che ha analizzato a fondo il progetto Dal Molin. Ma il clou sarà sabato 8 settembre in occasione della cena in corso Palladio, cena che si preannuncia particolarmente calda visto che tra i commensali vi saranno probabilmente anche vari rappresentanti del fronte del "no" alla base.
da gazzettino.quinordest.it |
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| Arturo Paoli, vita vissuta assieme agli ultimi. |
Padre Paoli: quando la pace non fa notizia
Maurizio Chierici
L’altra sera la festa dei premi Viareggio.
Giornali e tv hanno raccontato le polemiche che accompagnano la vanità di ogni premio. Inquietudini che ne segnano la storia. E il giorno dopo le sorprese del Campiello. Viareggio sepolto. E nessuno ricorda più che il riconoscimento internazionale - già assegnato a Cesare Musatti, Norberto Bobbio e Altiero Spinelli - incorona Arturo Paoli, vita vissuta assieme agli ultimi.
Ma giornali e tv erano talmente indaffarati a raccogliere i pettegolezzi delle cucine letterarie, da sbrigare Paoli in fondo all’elenco: due righe per far sapere che c’era anche lui. Premiata e subito dimenticata la sua lunga storia sintetizzata da Paoli nel consiglio rivolto sotto i riflettori a chi si agita per le voci di paura che assediano ogni giorno la nostra tranquillità: «La pace personale è fondamentale per contrastare i messaggi di terrore con i quali i grandi interessi provano ad esasperare la vita di tutti».
Forse val la pena spiegare chi è il piccolo uomo che predica serenità. Occhi di un azzurro allegro, in novembre compie 95 anni. Per capire il suo ottimismo è necessario cominciare dall’infanzia. Famiglia della borghesia lucchese, laurea a Pisa, qualche amore giovanile. Ha otto anni quando la piazza che attraversa si riempie di gente. Fascisti a caccia degli antifascisti. Due morti a terra. L’immagine di quel sangue gli affida una notizia: gli uomini non si vogliono bene. E la notizia apre negli anni tante domande: il mondo sarà sempre così? Si può convincere la gente a non sparare? «Sentivo il dovere di dedicarmi alla riconciliazione. Ricordo un amico di famiglia, socialista tenace: arrivava a casa nostra sanguinante dopo essere stato picchiato dalle camice nere. Non si può continuare, pensavo». Diventa prete nel 1940. Passa in un rifugio la prima notte dopo l’ordinazione. «Era cominciata la guerra e il vescovo di Lucca consegna a me e ad altri tre sacerdoti il vecchio seminario abbandonato dove accogliere i profughi». Apre le porte ai perseguitati politici. Ne nasconde tanti. Salva con grande rischio un ebreo tedesco, Zwi Ycov Gerstel: diventerà famoso per gli studi sul Talmud.
Anni dopo Israele riconosce a Paoli il premio dei giusti. Poi, la pace. Nel 1949 Guido Carretto lo chiama a Roma, assistente nazionale della gioventù dell’Azione Cattolica. Don Arturo lascia Lucca con idee molto chiare.
«L’attività politica deve essere ispirata dalla fede, dal nostro bisogno di contribuire a una società più umana, più giusta ma le scelte non possono essere condizionate da elementi prettamente e visibilmente religiosi. La religione in sé è autoritaria, ti dà la verità che devi credere, mentre in politica vi deve essere la libera discussione e l’accettazione di posizioni che non sono quelle degli uomini religiosi. Avere un concetto laico vuol dire rispettare profondamente opinioni diverse: l’Italia non è una Paese composto da soli cattolici e, anche se lo fosse, non dovrebbe comunque essere confessionale. Negli anni 50 su questi temi avevamo un dialogo molto intimo con dirigenti democristiani come La Pira, Dossetti, De Gasperi, Gonella, Moro. Venivano dall’Azione Cattolica. Erano molto religiosi, ma anche profondamente laici. Sono stati loro a farmi capire il vero concetto di laicità.
Dio non crea l’uomo religioso, crea l’uomo laico e responsabile: deve affrontare i problemi del vivere comune. Le responsabilità sono soltanto sue, non può addossarle alla Chiesa.
Con Carretto pensavamo bisognasse dare una formazione politica a questi giovani che venivano in gran parte dal fascismo, quindi non avevano idea della partecipazione alla vita civile. Mi occupavo di pubblicare i loro scritti. Era una generazione fresca, motivata: fra gli aderenti all’Azione cattolica c’erano ragazzi come Umberto Eco». Parole raccolte da Massimo Orlandi in un piccolo libro, «La forza della leggerezza». Quando incontro Paoli nell’inverno della campagna reggiana, ospite di una comunità contadina che l’ha invitato per ascoltarlo, di lui sapevo da lontano. Della sua resistenza soave alle invasioni di campo della gerarchia ecclesiale: «La Chiesa ha avuto un atteggiamento sempre paternalistico. “I cristiani sono figliolini da tenere buoni”, questo si pensava. Invece noi volevamo dare ai giovani la loro identità, farli crescere. Il contrasto è stato all’origine di non poche frizioni».
Destino segnato, suggerisce Orlandi. «Anche perché nel 1952, con la nascita dei comitati civici di Gedda si mobilitavano suore, preti, credenti obbligati a seguire le indicazioni di voto dei vescovi. Hai letto “Diario di uno scrutatore” di Italo Calvino? Si racconta benissimo il ruolo di questi comitati che dovevano portare tutti, matti, ammalati, paralitici a votare per combattere il comunismo. Non solo: erano i vescovi a nominare direttamente i deputati, instaurando un circuito perverso di scambi e di favori. È stato l’inizio della corruzione della Dc. Naturalmente ci siamo opposti con tutte le forze, ma alla fine la nostra corrente all’interno dell’Azione cattolica è rimasta isolata. Sono stato costretto a dimettermi». Carretto si rifugia nella congregazione dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucault. Sceglie il silenzio. Paoli obbedisce all’autorità che lo esilia sulle navi degli emigranti: va e viene a bordo della Corrientes, transatlantico destinato da Evita Peron a trasportare italiani, spagnoli e portoghesi che sfuggivano alla povertà e alle rovine della guerra.
Sulla Corrientes incontra un piccolo fratello di Foucault: sta per morire. Decide di continuarne l’impegno. Il noviziato gli fa capire quale vita sta cominciando. Spiritualità e preghiera restano esercizi personali. Deve vivere fra gli ultimi dando solo esempio di umiltà. Per tre anni facchino nel porto El Abladh, davanti al deserto algerino. Scarica navi. I compagni di lavoro gli baciano le mani riconoscendolo “uomo di Dio”. Non importa se il loro dio ha un nome diverso.
Raggiunge Carretto nel deserto, esercizio di meditazione lungo 600 chilometri.
Camminano per settimane in coda alle carovane. «È stata l’avventura spirituale più bella della mia vita. Ho imparato dai beduini a non dubitare mai di Dio. Vivevamo di niente, ecco la prova. Dovevamo imparare a sopportare la povertà che gran parte dell’umanità sopporta». Nel ’57 viene mandato a Bindau, Sardegna delle miniere.
La burocrazia vaticana continua a diffidare. Torna in Argentina, Fortin Olmos, fra i boscaioli, braccia sfruttate da una multinazionale inglese e quando la multinazionale se ne va, Paoli li organizza in una cooperativa. Diventa superiore dei Piccoli Fratelli per l’America Latina e delinea una teologia “comprometida”, impegnata nel sociale. Non sopporta tanta fame e la provocazione della ricchezza dei pochi.
Trova l’appoggio del vescovo Enrique Angeletti, una delle poche voci critiche della chiesa che negli anni dei governi militari flirtava con la dittatura. Le squadre della morte gli chiudono per sempre la bocca. Paoli si trasferisce nel Cile di Allende e dopo il golpe di Pinochet diventa il secondo straniero “più pericoloso” nell’elenco delle polizie. Deve essere «eliminato in qualsiasi circostanza». Si salva in Venezuela. Continua a lavorare con le mani in obbedienza alla regola della congregazione, ma parla e organizza cooperative; anima il sindacato.
L’ultimo passo lo porta a Faz do Iguacu, favela Boa Esperanca davanti alle cascate che dividono il Brasile da Argentina e Paraguay. Non è solo miseria, lo sconforta il degrado civile. Arturo ricomincia. Nasce l’associazione Fraternità ed Alleanza, 1987, vent’anni fa. A poco a poco le baracche, lamiere e cartoni, diventano case.
Ma l’infelicità non svanisce con l’assenza delle abitudini normali raccolte fra le pareti dei quartieri più o meno appagati di ogni città del mondo. Paoli si impegna a restituire dignità e coscienza sociale agli esclusi dalla vita. Pubblica con la Morcelliana «Dialogo della liberazione» ed è la svolta: studiare ed incontrare gli esseri umani nella contingenza, cioè nel mondo visibile. «È stato il Concilio a richiamare ogni credente non solo a parlare di Dio ma a camminare assieme agli uomini affermando il diritto di una esistenza piena per tutti. Per coloro che nascono nei palazzi e per chi sfida il mare nella speranza d’essere riconosciuto un essere umano. Esaminare giustizia ed ingiustizia per agire. La parola diventa solo un’emergenza. Se la mia vita non testimonia, non posso parlare».
Torna in Italia dopo 50 anni fra i poveri del mondo. È cambiato qualcosa? «Niente. Provo sdegno nel vedere che resiste lo sfruttamento della religione da parte dei politici, e la poca dignità di coloro che si lasciano comprare da denaro davvero sporco». Prete scomodo nell’Italia 1952 dei papa Pacelli, prete imbarazzante nei nostri giorni. Alla marcia della pace organizzata a Trento il 31 dicembre 2005 la sua voce viene spenta. Gli organizzatori, assistiti dal vescovo Bressan, avevano scelto due protagonisti le cui parole dovevano aprire il cammino dei ragazzi.
Ecco perché scelgono Paoli e Antonio Papisca, professore all’università di Padova.
Ma il programma viene rovesciato. Da Roma arriva una scelta diversa. La scelta di Paoli e Papisca è considerata «malcelato desiderio di strumentalizzare la marcia per fini ideologici». Pax Christi, Caritas, Focolarini e boy scout, galassia dei movimenti del cattolicesimo di base, avrebbe nascosto l’eresia di un’ideologia contraria ai princìpi cristiani. Bisogna dire che chi ha imposto la “normalizzazione” si è forse vergognato. Ed ha scelto una scappatoia formale: Paoli e Papisca non erano trentini, quindi inadatti a guidare a Trento le riflessioni di un incontro sulla pace nel mondo. Impossibile evitare il sospetto di un’altra diversità nascosta dietro i paraventi comunardi cari a un certo tipo di padani. Paoli non si è amareggiato. Quante volte ha attraversato tribolazioni più pesanti nei tropici lontani.
Continua a parlare e a scrivere: su «Rocca», rivista della Cittadella di Assisi; Radio 3, rubrica «Uomini e Profeti». Lavora su un libro. Abita la canonica di una chiesa sulle colline di Lucca. Vice parroco che vuol vivere da solo, ma, come nella favela brasiliana, ogni mattina la casa si riempie di gente. Signore che arrivano con le pentole da mettere sul fuoco. Chi lava, chi stira. Agli ospiti che lo visitano, Paoli spalanca le imposte del balcone: «Dietro gli ulivi, di là dal fiume cominciano le colline di Pisa». Sta partendo per il Brasile. A Boa Esperanca lo aspettano. Chissà se tornerà.
mchierici2@libero.it
Pubblicato il: 03.09.07 Modificato il: 03.09.07 alle ore 10.21 © l'Unità. |
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| Onestà e perbenismo... |
E Giovanni dov'è?
La fila è una cosa seria
Onestà e perbenismo
di Guido Martinotti
Più che su Giovanni, l'attenzione va posta sulla fila, perché è la passività della fila che permette la prepotenza degli impiegati o di chiunque altro. Chi fa il Giovanni è considerato un rompicoglioni e raramente aiutato.
La fila è un ottimo terreno per la sperimentazione sociale, per questo è stata studiata da diversi antropologi e sociologi. In essenza la fila è una società lineare in cui sono possibili solo due interazioni con quello davanti e con quello dietro, più in là il legame si affievolisce e quindi chi vuole saltare la fila ha il successo assicurato se riesce a individuare il punto debole, si infila e ci rimane nonostante le proteste. Nessuno lascia la fila per accorrere a dare man forte due o tre posti più avanti, tantomeno indietro. Molti di questi studi sono stati fatti in paesi anglosassoni: la tendenza a crash the queue non è solo italiana, anche se i freni culturali sono diversi. In Inghilterra (ma anche in Portogallo, per esempio) la regola della coda è di posizionarsi in modo da guardare la nuca di chi ti precede. In Italia è esattamente l'opposto; chi sta in coda si sporge sempre un po' a sinistra o a destra e avvicinandosi al banco arriva anche ad appoggiarvisi: così se si apre uno spiraglio ci si può infilare, e comunque le posizioni sono incerte.
Per il codista italiano la vista della nuca di chi lo precede è un imbarazzo e un impedimentum. Vale anche per le corsie in autostrada: tutti tendono a stare vicino o sopra le righe in modo da poter scegliere sempre la coda (apparentemente) più rapida, che non è mai quella in cui ci si trova. È il prodotto di caratteri puerili che vogliono sempre il massimo delle cose, se possibile la marmellata e il cioccolato assieme. Naturalmente questa tendenza è favorita se le organizzazioni o le istituzioni non si curano delle condizioni strutturali. Nel 1962 feci il mio primo viaggio negli USA e rimasi molto colpito dalle code alle poste, alle banche e negli altri uffici pubblici. Allora come ora, bastava un cordone con un paio di paletti per formare la coda, ci sono voluti quarantanni perché questo semplice strumento si diffondesse anche in Italia. Vogliamo pensare che in quasi mezzo secolo nessun dirigente delle poste o di banca sia andato negli USA?
Forte di queste poche conoscenze antropologiche mi faccio un punto d'onore di rompere le scatole a chi salta la coda lontano da me, anche se è indietro. L'altro giorno a Linate la mattina alle sette c'era una coda molto lunga che si estendeva parecchio all'indietro del punto in cui cominciano le transenne a serpentone; la Sea ha messo in vari punti dei tabelloni luminosi che indicano la durata da quel punto in avanti, sono molto utili perché in genere la coda è meno lunga di quel che sembra, ma ovviamente chi pensa di non starci dentro è spinto a delinquere. A meno 9 minuti si infila dietro di me un signore in fresco estivo con valigetta con la solita manovra di finta distrazione.
A quel punto io gli do sulla voce e si svolge un dialogo a distanza rinfocolato ogni volta che ci passiamo vicini nel serpentone. "Scusi ma guardi che c'è la fila?" "Ho avuto un incidente stradale e sono arrivato in ritardo". Aveva l'aria di chi è appena uscito dalla stanza da bagno e comunque gli ho fatto notare che poteva chiedere il permesso."Ma se devo fare la coda perdo l'aereo!" Gli chiesto a che ora partiva: "alle sette". Più o meno come me che ritenevo di avere tutto il tempo e probabilmente tutti quelli che erano in fila proprio perché a quell'ora ci sono molte partenze. E poiché insistevo è sbottato "ma io lavoro", gli ho fatto notare che era improbabile che le centinaia di persone dietro di lui si fossero alzate alle cinque per venire in coda a Linate a divertirsi.
A quel punto ha attaccato con un lamentoso "tolleranza zero" e io mi sono veramente arrabbiato, facendogli notare che la tolleranza non c'entrava e che lui mi sembrava proprio uno di quelli che dicono tolleranza zero contro gli immigrati. Siamo andati avanti per un po', ma poi mi sono reso conto che non una persona né davanti né dietro aveva detto una parola e allora ho lasciato perdere anche perché eravamo intanto arrivati al controllo. A parte l'idea che chi "lavora" (intendendo ovviamente farsi gli affari propri) abbia il diritto di non rispettare le regole, che è un prodotto di quella classe gretta e avida che sostiene il berlusconismo e il leghismo, mi ha molto colpito, ma non sorpreso, la remissività delle persone, nella mia esperienza come in quella raccontata da Gherardo.
Penso che molte persone abbiano paura ad esporsi, non tanto per timore di reazioni fisiche, rare in questi casi, quanto per perbenismo: hanno paura di fare brutta figura perché nel nostro paese non esiste una cultura condivisa del comportamento in pubblico e sono pochi quelli che sono disponibili a fare la figura dei rompiballe sfidando l'isolamento. Bisogna essere vecchi e un po' incazzati come me.
da golemindispensabile.ilsole24ore.com |
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| Il mondo rischia di finire il cibo |
AMBIENTE
Uno studio choc pubblicato dal quotidiano inglese The Guardian: il rebus biocarburi
Il cambio di destinazione provoca l'aumento dei costi delle derrate
Il mondo rischia di finire il cibo
Troppi campi dedicati al biofuel
Meno prodotti agricoli, sempre più cari. Aggiungete carenza d'acqua disastri naturali e sovrappopolazione: è la ricetta per il disastro
dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
LONDRA - Da anni viviamo con l'incubo del riscaldamento globale. Ma un'altra minaccia, ancora più immediata, potrebbe essere la fame globale: sempre meno prodotti alimentari disponibili, sempre più cari, contesi da una popolazione terrestre sempre più grande, in un periodo già reso critico da risorse idriche sempre più scarse e da un clima sempre più imprevedibile. "La fine del cibo", riassume il titolo del Guardian di Londra, puntando il dito contro un fenomeno che sta accelerando il deficit alimentare: sempre più terre, in America e in Occidente ma anche nel resto del pianeta, finora utilizzate per coltivare prodotti agricoli, adesso vengono adibite alla coltivazione di biocarburi, come l'etanolo e altri carburanti "puliti", sia per ridurre l'inquinamento atmosferico, sia per ridurre la dipendenza dall'energia petrolifera di un esplosivo e instabile Medio Oriente. E' questo, sostengono gli esperti, il fattore scatenante dell'aumento dei prezzi del cibo. Aggiungendovi il declino delle acque, i disastri naturali e la crescita della popolazione, ammonisce il quotidiano londinese, si arriva a "una ricetta per il disastro".
Lester Brown, presidente della think-tank Worldwatch Institute e autore del best-seller "Chi sfamerà la Cina?", presenta così la questione: "Siamo di fronte a un'epica competizione per le granaglie tra gli 800 milioni di automobilisti del pianeta e i due miliardi di poveri della terra". Come in quasi tutte le sfide tra ricchi e poveri, non è difficile immaginare chi la stia vincendo.
Esortati dal presidente Bush a produrre entro dieci anni un quarto dei carburanti non fossili di cui necessitano gli Stati Uniti, migliaia di agricoltori americani stanno trasformando il "granaio d'America" in una immensa tanica di biocarburi. L'anno scorso già il 20 per cento del raccolto di granoturco Usa è stato usato per la produzione di etanolo, i cui stabilimenti raddoppiano di anno in anno. Una politica analoga è in corso un po' ovunque, dall'Europa all'India, dal Sud Africa al Brasile. Diminuendo la terra destinata alla coltivazione di grano, il prezzo del frumento è aumentato del 100 per cento dal 2006, e ciò sta portando ad aumenti da record dei prezzi dei generi di prima necessità: pane, pollo, uova, latte, carne.
Ad accrescere le preoccupazioni del dottor Brown c'è il boom demografico ed economico di Cina e India, i due giganti in cui vive il 40 per cento della popolazione mondiale: anche perché cinesi ed indiani stanno abbandonando la loro tradizionale dieta ricca di verdure a favore di un'alimentazione più "americana", che contiene più carne e latticini. Non tutti condividono gli scenari catastrofici. "Il Brasile ha 3 milioni di chilometri quadrati di terra arabile, di cui solo un quinto è attualmente coltivato e di cui solo il 4 per cento produce etanolo", dice il presidente brasiliano Lula. Ma le Nazioni Unite calcolano che la richiesta di biocarburi aumenterà del 170 per cento solo nei prossimi tre anni. Ci sarà abbastanza cibo per tutti? O presto verrà il giorno in cui dovremo scegliere tra una pagnotta e un pieno di biocarburi per la nostra auto?
(30 agosto 2007)
da repubblica.it |
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Terrore multietnico di Enrico Pedemonte
La provocazione di un sociologo Usa di sinistra: l'immigrazione minaccia la solidarietà sociale.
Che fare? Ecco la sua idea per l'integrazione
colloquio con Robert Putnam
C'è un luogo comune, usato dalla sinistra nel dibattito sull'immigrazione, secondo cui la diversità etnica rende la vita sociale più ricca e le città più solide. Ma Robert Putnam, professore alla Harvard University, dice che nel breve termine è vero il contrario: l'immigrazione e la diversità etnica fanno crollare la solidarietà sociale e la fiducia negli altri e rendono le persone più egoiste e chiuse in se stesse. Putnam ha appena pubblicato una ricerca, frutto di 30 mila interviste in decine di città degli Stati Uniti, che sembra fatta apposta per confermare le peggiori paure della destra xenofoba e che sta suscitando clamore e polemiche. Anche perché Putnam, forse il più noto sociologo americano, è un intellettuale di sinistra. Negli anni Novanta si impose all'attenzione internazionale per il bestseller 'Bowling Alone', nel quale analizzava il calo nella partecipazione civile negli Stati Uniti, e sottolineava l'importanza del 'capitale sociale', quella rete di relazioni che costituisce la ricchezza non solo della società civile, ma anche dello sviluppo economico di un paese. Putnam ci riceve nella sua casa di campagna nel New Hampshire, che si affaccia su un laghetto immerso in un bosco di betulle nei pressi di Jaffrey. È un uomo alto e gioviale di 66 anni, che assomiglia in modo impressionante ad Abramo Lincoln. Parla un ottimo italiano, avendo studiato, fin dalla fine degli anni Sessanta, il legame tra società e istituzioni politiche in Italia, un interesse da cui sono nati diversi libri. Forse per questo una delle tre interviste a cui si è prestato, tra le centinaia di richieste ricevute, è stata con 'L'espresso'.
Come è nata questa ricerca?
"Nel 2000 un gruppo di amministratori pubblici venne a trovarci ad Harvard, per chiederci se potevamo misurare il 'capitale sociale' delle loro città: Los Angeles, Boston, Detroit, Atlanta, ma anche cittadine nel West Virginia e nel Sud Dakota. Volevano lanciare iniziative sociali e vedere che cosa sarebbe cambiato negli anni. Ne è nato un sondaggio con 30 mila interviste".
Risultato?
"Analizzando i dati abbiamo subito notato che i luoghi dove la solidarietà sociale era più alta erano quelli più omogenei da un punto di vista razziale, paesi come Bismarck, nel North Dakota, o Lewiston, nel Maine. Mentre in fondo alla classifica stanno città come San Francisco, San Diego, Houston. Abbiamo impiegato cinque o sei anni per essere sicuri di non avere compiuto errori nell'analizzare il rapporto tra diversità etnica e solidarietà sociale. Sapevamo che si trattava di una scoperta controversa".
Che cosa l'ha sorpresa di più?
"A stupire è il fatto che l'arrivo di persone di diversa etnia fa diminuire non solo la fiducia tra bianchi, neri e ispanici, ma in generale la fiducia negli altri. I bianchi si fidano meno dei bianchi. Le persone fanno come le tartarughe, si chiudono nella propria corazza".
È diverso altrove?
"Alcuni studi in paesi come Svezia, Gran Bretagna, Australia e Canada, mostrano le stesse reazioni. Non conosco studi di questo tipo sull'Italia, anche se scommetterei che pure gli italiani sono turbati dall'aumento della diversità etnica. Ma queste reazioni sono destinate a cambiare, perché nel lungo periodo i benefici dell'immigrazione sono assai più alti dei suoi costi nel breve periodo. Basta citare il fatto che un gran numero di premi Nobel sono immigrati. Ma ci sono problemi a breve termine. Bisogna fare in modo di accelerare questo periodo difficile".
Cosa consiglierebbe al presidente degli Stati Uniti?
"Dovremmo dedicare più impegno nell'accogliere gli immigrati e aiutarli a imparare l'inglese nelle scuole. Dovremmo dare più sostegno ai centri comunitari e ai gruppi sportivi locali. È quello che si fece cent'anni fa per coinvolgere i figli degli immigrati. Ne ho parlato con Obama Barack, che è ben consapevole di quanto siano importanti le organizzazioni comunitarie per superare le barriere etniche".
Quali sono stati gli errori compiuti in Europa?
"Molti governi europei non capiscono che l'immigrazione è un processo inevitabile. Hanno pensato per molto tempo che la soluzione fosse di tenere separati i gruppi etnici. Per gli olandesi multiculturalismo ha significato per molto tempo marocchini da una parte e olandesi dall'altra. È un errore. Bisogna creare dei ponti per collegare i diversi capitali sociali. Ma ancora oggi i governi europei pensano che l'obiettivo sia rendere gli immigrati come noi. È sbagliato. L'esperienza americana insegna che bisogna creare un nuovo 'noi'. Prendiamo il caso di Woody Allen. Il suo è un umorismo che discende dalla tradizione del teatro ebraico che va indietro fino al XIX secolo. Per questo cent'anni fa si parlava di umorismo ebraico. Ma oggi quello è umorismo americano, perché una parte della cultura ebraica è stata incorporata nella nostra società. Non per questo Woody Allen ha smesso di essere ebreo. Se fossimo riusciti a togliere l'umorismo agli ebrei per renderli come noi che venivamo dal Nord Europa, questa sarebbe una società assai più povera".
Cosa dovrebbe fare l'Europa?
"Recentemente ho parlato con Gordon Brown, e lui insiste su quella che lui chiama 'Britishness', l'identità britannica. La sua idea è di mettere più enfasi sui valori condivisi. Io sono d'accordo con lui. Bisogna enfatizzare i valori comuni. Vorrei far notare che la nostra venerazione per la bandiera, vista dall'Europa sembra quasi fascista. Ma la cosa sorprendente è che il giuramento sulla bandiera fu introdotto un secolo fa dai socialisti, in occasione dell'ultima grande ondata di immigrati. Era un modo per dire agli immigrati: 'Non importa da dove arrivate, la cosa importante è che voi crediate nei nostri stessi valori'".
Nicholas Sarkozy ha creato un ministero dell'Immigrazione e dell'identità nazionale. È la strada giusta?
"Potrebbe esserlo. Ma potrebbe anche avere un senso punitivo verso gli immigrati, perché rischia di assumere un significato particolare in Francia. Se Sarkozy intende far diventare gli immigrati identici ai francesi, beh, non sono d'accordo. Ripeto: una società dell'immigrazione evolve in modo positivo se crea un nuovo senso del 'noi'. Che nel caso francese, ovviamente, deve avere le proprie radici nella lingua e nella cultura francesi".
Lei enfatizza il ruolo giocato dalle chiese nel facilitare l'inserimento degli immigrati...
"È stato così anche cent'anni fa. Allora la Chiesa cattolica era la prima istituzione a cui si rivolgevano gli immigrati italiani, irlandesi, polacchi. La stessa cosa stanno facendo oggi i milioni di cattolici che arrivano dall'America Latina. È la Chiesa la prima istituzione a cui si collegano. Un terzo delle persone che vanno a messa la domenica negli Usa sono di origine latina".
Se è vero che la diversità etnica crea egoismo, questo mette a rischio il welfare in Europa?
"Fu Friedrich Engels il primo a dire che è più difficile costruire lo Stato sociale in una società di immigrati. La diversità etnica rende più difficile conservare il welfare perché la gente fa fatica a pensare che 'quei' bambini sono suoi figli. Ma non c'è alternativa. È possibile immaginare che il welfare italiano continui a esistere senza immigrazione? No! Con il tasso di natalità attuale, chi pagherà per le pensioni? Chi si prenderà cura dei baby boomers italiani da vecchi? L'Italia non ha scelta: il welfare state sarà in ogni caso sotto pressione. È necessario che arrivino giovani da altri paesi e che vengano accolti nella società italiana. Questo significa costruire una cultura cosmopolita con un senso più ampio del 'noi'".
Può fare qualche esempio?
"Le voglio raccontare un aneddoto. Un paio di anni fa ero a Londra e la regina, che aveva sentito parlare delle mie teorie sul capitale sociale, mi invitò a Buckingham Palace. Lì i suoi consiglieri anziani mi chiesero: 'Professor Putnam, quale dovrebbe essere la strategia di capitale sociale della famiglia reale'? Risposi: 'Beh, credo che il problema della Gran Bretagna sia quello di costruire una società integrata, e io so che storicamente le famiglie reali usano il matrimonio come un modo per costruire alleanze. Dovreste trovare una graziosa ragazza del Bangladesh per uno dei principi'. Cadde un silenzio di tomba. Forse non era la risposta che si aspettavano. Intendevo dire che bisogna trovare modi simbolici per dimostrare che puoi essere britannico anche se questo non è definito dal tuo sangue. La stessa cosa è vera per l'Italia. Io amo l'Italia, ho passato lì una parte della mia vita. Ma quando abitavo lì esisteva ancora il ministero degli Emigranti, mentre ora c'è bisogno di un ministero per gli immigrati. È cambiato tutto e c'è bisogno di un radicale cambiamento di mentalità. Gli italiani devono costruire reti sociali nuove, che non esistono in una società di persone che vivono lì da centinaia di anni. È inevitabile, a meno di non creare una barriera di portaerei nel Mediterraneo. L'Italia tra vent'anni sarà diversa da oggi. Bisogna solo capire se saprà adattarsi al cambiamento".
da espressonline.it
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