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ASIAGO LANCIA LA 'NOTTE NERA'

2007-08-26 18:43

LAMPIONI SPENTI E SOLO CANDELE, ASIAGO LANCIA LA 'NOTTE NERA'

 ASIAGO (VICENZA) - Una città di montagna al buio, illuminata solo da centinaia di candele, animata da trampolieri e balletti aerei: così si è presentata con successo ieri sera Asiago, capoluogo dell'Altopiano dei Sette Comuni, per la prima edizione della Notte Nera, manifestazione in controtendenza rispetto alle inflazionate 'notti bianche'. Il concetto di partenza è analogo: godere della notte e delle sue suggestioni; ma l'appeal in questo caso, per abitanti e turisti, é stata possibilità di vivere Asiago com'era un tempo, prima dell'illuminazione elettrica, con il buio rotto solo dalle luci fioche delle candele.

Una situazione ideale per gli astrofili, che ad Asiago, con l'osservatorio di Cima Ekar, hanno una delle loro capitali. La Notte Nera è stata infatti anche un messaggio contro l'inquinamento luminoso, che limita sempre più la possibilità di osservare la volta stellata. Asiago per una notte è tornata indietro nel tempo, spegnendo a partire dalle 20.30 tutta l'illuminazione pubblica del centro e delle vie adiacenti. Contemporaneamente sono state accese centinaia di candele lungo le strade e sui marciapiedi.

La gente si è riversata in piazza, dove si esibivano trampolieri, che eseguivano giochi pirotecnici, e ballerine che sulle pareti della torre civica del municipio, legate e sospese nel vuoto, si esibivano in numeri di 'danza verticale'. In piazza del Duomo, grazie ad un maxi schermo in collegamento con l'Osservatorio astronomico, il pubblico ha potuto godere invece delle immagini delle stelle e degli altri oggetti della volta celeste estiva. 

da ansa.it


Pubblicato : 27/08/2007 da da ansa.it | 0 commenti
Categoria : In VENETO

Settecentonovantadue mesi e 6 giorni.

Il ricordo più lontano:

la piazza di Finale Emilia con mitragliatrici e cannoni piazzati dai tedeschi in ritirata.

I bombardamenti e noi rifugiati nell'archivio della Posta.

Una grande chiazza rossa giù dal marciapiedi, dove di solito si fermava l'acqua piovana.

Il calesse di un tedesco in fuga rovesciato nel mezzo del Panaro.

e poi...

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... una vita di ricordi che non voglio imporvi (lo considererei assurdo) ma che a volte appariranno inseriti in un mio intervento qui.

Pensieri appunto... o Pensierini modesti e presuntuosi.

ciaoooooooo

 

      


Pubblicato : 26/08/2007 da Io | 1 commenti
Categoria : PENSIERI & PENSIERINI

... il dolore e la sofferenza che un umano può dare...

La casa in campagna

La morte fa parte di noi stessi, la coltiviamo, la pensiamo, la temiamo, ma in fondo ognuno di noi in merito ha le idee chiare, e l'esistenza e l'esistente, quello che nel delitto di Gorgo al Monticano fa tremare l'anima, anche quella avvezza all'orrore, è la totalità, lo scempio del corpo e dell'anima, il dolore e la sofferenza che un umano può dare e compiere sull'altro, soprattutto la cattiveria inutile, culturale, morale dalla quale non solo non si riesce a difendersi, ma nemmeno a pensarla o a concepirla.

La villetta, la campagna, il parco, la vigna, di proprietà o di altrui è stato il sogno di intere generazioni, la conquista non tanto del benessere, ma di quell'anello di congiunzione dell'uomo con la natura, caro alle genti del Nordest, del Veneto in particolare. E proprio oggi quel modo di vivere fatto di lavoro e onestà, piccole cose, il legame con la restituzione di ciò che si è sempre ritenuto legittimo, fiducia, porte aperte, conoscenza del proprio e altrui passato viene messo pesantemente in discussione. Comunità delle campagne venete, ma anche friulane, quelle descritte nei romanzi, quelle che i sapienti e i ristoratori della Marca come Gigetto di Miane o poeti come Zanzotto hanno tenuto in vita, ma anche la cultura politica e sociale che ha tentato di tenere in piedi abitudini culturali con l'innovazione strutturale tra lavoro, imprese e società, oggi saranno costrette a cambiare corso e abitudini e a impiegarsi nella sconfitta.

L'Italietta del buon senso e della demagogia poco può fare con gli archetipi ancora intatti di molte abitudini criminali dove la brutalità, il sangue, l'orrore sono in sintonia con il valore inesistente morale, etico e della vita stessa. La paura genera mostri, fa ritagliare angosce nelle pieghe dei comportamenti, fa ansimare e sussultare la notte, le riempie di sospetto e anche tutto l'odio per tutto ciò che è diverso da te avrà la meglio sulla ragione e sulla tolleranza. Nella dolce terra dove il binomio stava nel benessere, nel lavoro in un subcultura contadina, poco rivisitata, piena di gonfi ricordi del passato, si farà strada la negazione di un meccanismo utile alla società che sarebbe quello del ragionamento e del progetto, oggi dopo la mattanza trevigiana ci sarà spazio forse solo per la paura, quella che vuole la chiusura totale di ogni disponibilità ad una integrazione tardiva e ormai quasi impossibile.

Il meccanismo delle civiltà molto ha a che fare con l'istruzione, l'educazione. Come nel passato barbari che scendono dalle montagne, bruciano, depredano, uccidono, brutalizzano: molte culture, che ci piaccia o no, hanno mantenuto intatti alcuni modelli simili di comportamento. Le istituzioni tacciono, progetti non ce ne sono se non quelli soliti e obsoleti, urlati a gran voce a ridosso delle mattanze, poi il cittadino rimane solo a costruire muri di difese irreali, con volontà individuabili, inutili e ipotetiche, poi ci sono i meccanismi psicologici, interiori, dove scompare la morale, vince il desiderio di violenza, quella ricevuta che va restituita.

Così muore una terra, un sistema. L'ingordigia di accumulazione, soldi, ricchezza, potere, ma senza costruire nulla per gli altri, per la propria terra e il paese, senza creare una nuova visione del benessere stesso che possa non far diventare complice il meccanismo distruttivo in atto. In realtà si vince combattendo la paura, ragionando su che cos'è l'orrore, su come cambiare modello sociale senza distruggere la voglia di credere possibile la rinuncia della violenza e della crudeltà, ma perché ciò avvenga ci dev'essere chiaro quanto Lucia e Guido siano i nuovi martiri dell'eccesso di un inutile concetto di tolleranza.

Vera Slepoj

da gazzettino.quinordest.it


Pubblicato : 26/08/2007 da Vera Slepoj (da gazzettino.quinordest.it) | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

La nostra buona sanità!

Io, ministro dico: grazie Michael Moore

Livia Turco


«Chi è la persona assolutamente più importante del Canada? Colui che ha inventato il Servizio sanitario nazionale pubblico che cura gratuitamente le persone sulla base dei bisogni di salute». Lo dice un anziano signore, un americano che si dichiara conservatore, che ha avuto una brutta esperienza negli Usa. Giocava a golf e gli è saltato il tendine del braccio. È andato a curarsi in Canada dove l’assistenza è gratuita. Il canadese che ha inventato il Servizio Sanitario Pubblico è Thomas Clement Douglas. Quella descritta è una delle scene del film Sicko, del regista americano Michael Moore che più mi ha colpita.

Perché è illuminante di una verità troppo dimenticata: non essere soli di fronte alla malattia e avere la sicurezza che se ti ammali non conterà il tuo reddito ma il tuo bisogno di salute, che è il bene più grande che possiamo avere. Un Paese, una democrazia che siano in grado di riconoscere questo diritto sono un Paese grande e una democrazia forte. Perché vuol dire che sono nutriti dal «noi» e non solo dall’«io». Mi auguro che molti cittadini del nostro Paese vedano questo film perché contiene molte cose importanti. Innanzitutto fa riflettere sulle malattie, sulla sofferenza, sulla fragilità umana, e sul valore del sistema sanitario pubblico, vale a dire su quegli aspetti così importanti della nostra esistenza eppure poco discussi in un accurato dibattito pubblico.

Il film, inoltre, cerca di spiegare come mai un Paese come gli Stati Uniti in cui l'incidenza della spesa sanitaria rispetto al Pil è del 15% (in Italia è dell'8,9%) si trovi ad essere al 37°posto nella graduatoria dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per quanto attiene alla sua capacità di soddisfare i bisogni di salute della popolazione.

La risposta l'autore la trova quando facendo un confronto tra il sistema sanitario americano e i servizi sanitari inglese, canadese, e francese, dice: «Il primo si basa sull'”io” gli altri sul “noi”, vale a dire sul principio di solidarietà. Principio che, quando è applicato alla salute, non solo garantisce l'equità ma anche l'efficienza. Il film dimostra non solo che il sistema assicurativo esclude milioni di persone, quelle che non sono in grado di contrarre una polizza assicurativa perché non hanno le risorse, ma anche che non è in grado di offrire una adeguata tutela della salute perché è orientato al principio del profitto, del minor costo. Dunque, seleziona sulla base di questo principio gli interventi chirurgici, le prestazioni, le patologie da prendere in carico. In base a questo principio è evidente che né un malato mentale, né un malato di Alzheimer, né un disabile, né un tossicodipendente saranno mai presi in carico da una assicurazione. Non parliamo poi di dignità del fine vita, di cure palliative, di malati terminali.

La scelta del Servizio sanitario nazionale pubblico, universalistico e solidale è, dunque, la scelta non solo del sistema più equo ma anche del più efficace ed efficiente. È importante che di questo divengano consapevoli tutte le persone, a partire da quando si è giovani.
Il servizio sanitario pubblico e la tutela della salute non sono un fatto tecnico che appartiene ai competenti della salute.
Sono un bene pubblico e indivisibile che appartiene a ciascuno individualmente e alla comunità nel suo insieme.
Il film è particolarmente importante per noi italiani perché è come se ci facesse scoprire un tesoro che possediamo ma di cui non siamo consapevoli. Un tesoro di cui abbiamo scarsa considerazione e che non sempre sappiamo utilizzare bene: la nostra sanità pubblica.

Voglio qui ricordare alcune ragioni per cui il Servizio sanitario italiano è al secondo posto nella graduatoria dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Innanzitutto perché esso si propone come servizio universalistico e solidale. Tutti i dati, compreso l'ultimo rapporto Istat, confermano che il nostro servizio sanitario è utilizzato da chi ne ha bisogno (persone con malattie cronico degenerative, anziani, ceti più deboli). Abbiamo l'aspettativa di vita in buona salute tra le migliori in Europa, questo vuol dire che non solo viviamo più a lungo di altre popolazioni europee ma, anche, che i nostri anziani godono di buona salute fino agli ultimi anni di vita. C'è un rapporto positivo tra risorse investite e accessibilità alle cure. Abbiamo il Prontuario farmaceutico a carico della sanità pubblica più ricco d'Europa, sia per il numero di farmaci disponibili che per la patologie coperte gratuitamente, compresi i farmaci innovativi di ultima generazione. Abbiamo una delle migliori reti nazionali in Europa per l'effettuazione di trapianti d'organo, sia dal punto di vista della qualità degli interventi che della gestione delle banche dati sui donatori e sulla disponibilità degli organi. Siamo l'unico Paese in Europa a garantire la possibilità di scegliere il pediatra senza alcuna spesa a carico delle famiglie per tutti i bambini da O a 14 anni. Abbiamo il numero più alto rispetto agli altri Paesi europei di apparecchiature Tac e Rmn pubbliche per milioni di abitanti. Inoltre, abbiamo il tasso più basso in Europa di infezioni ospedaliere nei reparti di terapia intensiva neonatale, etc.

Conosciamo bene i problemi che sono sul tappeto e che siamo già impegnati a risolvere: le disparità territoriali, le liste di attesa, alcune prestazioni specialistiche totalmente a carico degli utenti.
Ma per migliorare bisogna essere consapevoli del tanto che si ha. La storia della sanità pubblica è un aspetto importante dello sviluppo democratico del nostro Paese, della sua crescita civile, del suo sviluppo economico e sociale. Nacque 30 anni fa, il 23 dicembre del 1978, con la legge 833/78 dopo una forte battaglia nel Paese e un ampio confronto parlamentare: la legge fu votata dall'85% del Parlamento. La vita del servizio sanitario nazionale, tuttavia, è stata tormentata e segnata anche da molte ombre: gli scandali, la corruzione, gli sprechi.

La storia della sanità pubblica del nostro Paese può essere scandita in tre tappe: la Legge 833/78 con cui nasce il Servizio sanitario nazionale; la costituzione del sistema delle aziende con il Decreto legislativo 502/93; la previsione e la definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza con il Decreto legislativo 229/99. Ora vogliamo scrivere la quarta tappa, quella della «qualità e sicurezza delle cure».
Oggi il Governo di centrosinistra è impegnato - in un rapporto di forte cooperazione istituzionale con le Regioni - a consolidare e migliorare la nostra sanità pubblica. Come indicano le scelte contenute nel Patto per la Salute e nella Legge Finanziaria 2007 che svilupperemo ulteriormente sia nella prossima Legge Finanziaria sia nel provvedimento legislativo per l'ammodernamento del Servizio sanitario nazionale che approveremo nel Consiglio dei Ministri del prossimo mese di settembre.
La salute e la sanità pubblica non sono solo un qualunque diritto. Sono un bene di cui ciascun cittadino deve imparare ad avere rispetto. Oltreché esigere rispetto in termini di cura, prestazioni ed attenzione umana.

Il Servizio sanitario nazionale è una fondamentale infrastruttura dello sviluppo economico della democrazia e deve essere alimentato quotidianamente da uno specialissimo senso civico: il rispetto e la responsabilità verso noi stessi e verso gli altri. Per promuovere la dignità umana, sempre, verso chiunque ed in qualunque luogo.

Pubblicato il: 25.08.07
Modificato il: 25.08.07 alle ore 12.00  
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Pubblicato : 25/08/2007 da Livia Turco (da l'unita.it). | 0 commenti
Categoria : POLITICA

Trentin uomo solo. Solo?

Trentin uomo solo. Solo?

Bruno Ugolini


Il celeberrimo fotografo di piccoli scandali sentimentali o criminali, più importante di un dirigente politico sindacale come Bruno Trentin? E' stato già fatto notare come la scomparsa del secondo abbia trovato nei mass media meno interesse delle peripezie del primo.

Ma certo Bruno Trentin nel corso della sua esistenza ha accumulato molti torti. Ha evitato metodicamente i salotti  televisivi. Non si ricorda un suo battibecco sugli schermi, uno scambio di improperi immortalato in qualche talk show. Preferiva frequentare le piazze, i luoghi di lavoro, le riunioni, le conferenze. E oggi potrebbe apparire un uomo solo. Anche perché le sue idee non godevano, anche a sinistra, di entusiastici  consensi. Come questa tesi (estratta dal suo ultimo libro "La libertà viene prima"): "La riconquista, in un rapporto con gli altri, di un dominio, parziale finchè si vuole, sul proprio lavoro, sul proprio tempo e, quindi, anche sulla propria vita complessiva: questo è il socialismo".

Una solitudine rotta, in queste ore, da tanti  riconoscimenti, tanti ricordi. Non alludo solo al mondo del lavoro. Alludo a studiosi come Norman Birnbaum che ha scritto una bella lettera a Guglielmo Epifani per ricordare il suo "ammirato" amico Trentin.

Anche in Internet fioriscono i ricordi. Tra i più belli quelli di uno che non appartiene, apparentemente al mondo di Trentin. E' un disegnatore-sceneggiatore, Lorenzo Calza. Nel suo sito (www.scorpion.splinder.com) è apparsa questa testimonianza.

"Ti ho disegnato, tanti anni fa. Per la copertina di un opuscolo. La pipa, il volto austero, magnetico, con quegli occhi d' azzurro profondo. Eri un uomo bellissimo, forse il più bello che abbia mai visto. Elegantissimo, forse il più elegante che abbia mai conosciuto. Dopo il seminario, ci siamo seduti a tavola. Sembravi schivo. Avevi una tua timidezza, che poi scoprii essere qualcosa di più. Qualcosa che ha a che fare con lo scrupolo, la capacità analitica di scomporre le cose prima di ricostruirle. Bertrand Russell l'avrebbe definita "reverenza", capacità di essere lento nel giudizio e rapido nella comprensione. Ci volle un po' prima che aprissi quel tuo sorriso. Il segno che la sintonia era arrivata. Si parlò di tutto. Di mondo, di sindacato, di libri, di cinema e fumetti. Conoscevi Ken Parker. Avevi la passione per gli argentini. Munoz e Sampayo, soprattutto. Discutemmo di noir, di John Ford, di Karl Marx. E quando guardavi. Mamma mia, quando i tuoi occhi toccavano la persona oltre che l'argomento. Contenevano luce, carisma, serietà lieve, e quella che Bertrand Russell avrebbe definito una specie di tenerezza. Reperire notizie su di te è stato difficile. Su Google ci sono molte più foto di Fabrizio Corona che tue. Ad un certo punto della cena mi bisbigliasti in un orecchio. Qualunque cosa succeda, qualsiasi viaggio intraprenderemo, qualunque trasformazione accada, io resterò sempre un marxista. Un vecchio comunista italiano. La considerai una frase-dono, forse capivi che avrei raccolto".            


Pubblicato il: 25.08.07
Modificato il: 25.08.07 alle ore 11.25  
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Pubblicato : 25/08/2007 da Bruno Ugolini (da l'unità). | 1 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Sacco e Vanzetti, 80 anni non invano

Sacco e Vanzetti, 80 anni non invano

Massimo Franchi


Il boia abbassò l'interruttore alle ore 0,19 per Nicola Sacco. Sette minuti dopo per Bartolomeo Vanzetti. Nella prigione di Charlestown (Massachusetts) la sedia elettrica funzionò perfettamente e i due italiani (Sacco era nato nel foggiano, Vanzetti nel cuneese) furono giustiziati il 23 agosto 1927.

Sono passati 80 anni e il ricordo di quella esecuzione di due innocenti colpevoli solo di essere anarchici è ancora viva. Sacco e Vanzetti sono diventati il simbolo della lotta alle ingiustizie, prima fra tutte la pena capitale.

I due emigrati italiani erano accusati di aver preso parte ad una rapina uccidendo un cassiere e una guardia del calzaturificio "Slater and Morrill" a South Baintree, sobborgo di Boston. Nonostante le prove evidenti della loro innocenza e la confessione del detenuto portoricano Celestino Madeiros, che scagionava.

Bartolomeo Vanzetti era nato nel 1888 a Villafalletto, in provincia di Cuneo. Figlio di un agricoltore, a vent'anni entra in contatto con le idee socialiste e, dopo la morte della madre Giovanna, decise di partire per il "Nuovomondo", a caccia di una vita migliore come tanti italiani all'alba del Novecento.

Come Nicola Sacco, più vecchio di Vanzetti di tre anni, nato il 27 aprile 1891 a Torremaggiore (Foggia), che arrivato in America nel 1908 fece l'operaio alla Slatter.

I due si conosco nel maggio 1916 a Boston in una riunione di anarchici. Insieme ad altri militanti scappano in Messico per evitare di essere arruolati. Tornano nel Massachusetts a settembre e iniziano a scrivere per "Cronaca sovversiva", giornale anarchico. Da allora, Nick e Bart, come vengono soprannominati oltreoceano, diventano inseparabili.

La lotta agli anarchici da parte della polizia è fortissima. Molti amici di Sacco e Vanzetti vengono arrestati e i due pensano anche di tornare in Italia per fuggire alla persecuzione. Il 5 maggio 1920 vengono arrestati perché nei loro cappotti nascondevano volantini anarchici e alcune armi. Tre giorni dopo i due vengono accusati anche della rapina al calzaturificio, avvenuta poche settimane prima.

Dopo tre processi pieni di errori e incongruenze, Sacco e Vanzetti vengono condannati a morte nel 1921. A nulla valse neppure la mobilitazione della stampa, la creazione di comitati per la liberazione degli innocenti e gli appelli più volte lanciati dall'Italia.

Il verdetto fu fortemente condizionato dal clima da caccia alle streghe contro gli anarchici che in quel momenti caratterizzava gli Stati uniti e da un evidente sentimento razzista nei confronti degli immigrati italiani. Contro l'esecuzione di Sacco e Vanzetti si mobilitarono non solo gli italiani d'America, ma anche intellettuali in tutto il mondo, tra i quali Bertrand Russel, George Bernard Shaw e John Dos Passos.

«Mai vivendo l'intera esistenza avremmo potuto sperare di fare così tanto per la tolleranza, la giustizia, la mutua comprensione fra gli uomini». Così Bartolomeo Vanzetti si rivolse alla giuria che lo condannò alla pena di morte. La stessa frase sarà detta da Gian Maria Volontà in uno dei momenti più toccanti del film "Sacco e Vanzetti" di Giuliano Montalto del 1971. Una pellicola divenuta presto un cult grazie anche alla colonna sonora di Ennio Morricone, interpretata da Joan Baez, autrice dei testi. «Voi restate nella nostra memoria con la vostra agonia che diventa vittoria»: sono le parole di "Here's to you" che, insieme alla "Ballata per Sacco e Vanzetti", è entrata nel repertorio internazionale della canzone d'autore sollevando le coscienze negli Usa su un caso da molti dimenticato.

Il loro caso non solo smosse le coscienze degli uomini dell'epoca, ma come un fantasma continuò ad agitare l'America per decenni. Finché nel 1977, cinquant'anni dopo la loro morte, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis (riparando parzialmente all'errore del suo predecessore Fuller, che nonostante gli appelli non fermo il boia) riconobbe in un documento ufficiale gli errori commessi nel processo e riabilitò completamente la memoria di Sacco e Vanzetti.

La loro figura, anche alla luce del rinnovato impegno italiano nella campagna contro la pena capitale, torna alla ribalta. L'ottantesimo anniversario dell'esecuzione verrà ricordato il 23 agosto a Torremaggiore (Foggia), la città d'origine di Sacco nel cui cimitero sono custodite le ceneri dei due italiani, attraverso una serie di manifestazioni e la costituzione di un'associazione che porta il loro nome.

L'associazione sarà animata da Fernanda Sacco, nipote di Nicola Sacco, che da anni è impegnata nella valorizzazione del messaggio contro la pena di morte lanciato dal sacrificio dei due anarchici. Nonostante i 75 anni, Fernanda è arzilla e continua a girare le scuole per tramandare la storia di quel suo famigliare così particolare e impegnarsi nella battaglia contro la pena di morte.

Il Quirinale, in una lettera indirizzata all'associazione Sacco e Vanzetti e da essa resa nota, ha trasmesso «l'apprezzamento» del presidente della repubblica Giorgio Napolitano per l'iniziativa che, «nel tenere viva la memoria dei due emigranti italiani, intende contribuire al movimento per l'abolizione della pena di morte, tappa fondamentale per la difesa dei diritti umani, sulla quale si è di recente registrato l'unanime consenso dell'Unione europea».

A San Biagio della Cima, paese in provincia di Imperia, giovedì 23 alle 17 intitolerà la nuova piazza del Comune a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Al termine della cerimonia seguirà il dibattito: "Pena di morte, a quando la moratoria Internazionale?" al quale parteciperanno membri di associazioni e del mondo della cultura.


Pubblicato il: 21.08.07
Modificato il: 21.08.07 alle ore 20.25  
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Pubblicato : 23/08/2007 da Massimo Franchi (da l'Unità) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Sono un ragazzo stupido steso sulla terra

Marco Lodoli


Tutto il giorno a fare niente,
mi piaceva e non mi piaceva
fare niente tutto il giorno
fare niente apre le ore e le sporca
di niente, di polvere, di paura.


Guardavo quelli che stanno seduti
sulla Palmiro Togliatti, seduti a terra
con la borsa accanto e gli amici accanto
tutti rumeni, polacchi, moldavi
tutti morti di fame, vivi di fame
e ogni tanto si ferma un furgoncino
o una macchina familiare
come quelle che si fermano più avanti
a piazza Pino Pascali, dalle puttane
rumene, polacche, moldave
e chiama due muratori a salire
che c’è lavoro per tre giorni
e chiama una puttana a salire
che c’è da fare per un quarto d’ora.

Giravo per la borgata come la cornacchia
che saltella sui bordi e canta male
e porta male, carne nera che becca ovunque.

Anche gli amici miei stanno nel niente
e lo fanno più largo e più triste,
tanti secchi di sabbia gettati nel deserto.

Mio padre è quasi un vecchio, sessant’anni
accumulati uno sull’altro come pietre
e neanche una casa ha costruito
tutto in affitto, tutto che scade a fine mese.

Avrebbe voluto un figlio laureato
da portare in giro come un cavallo bianco
che lo portasse in giro con riconoscenza:
e invece ci siamo solo ringhiati contro
parole orrende, figlio sei un disgraziato
e tu sei un povero vecchio fallito
sei la vergogna di questa casa onesta
sei quello che sei, papà, una miseria.

Ma il suo sguardo ingiallito dalle MS
mi faceva male, me lo sentivo qui
tra le scapole, come una lancia arrugginita.

Avrei voluto voltarmi e schiaffeggiarlo
buttargli tra i piedi tanti soldi
e la mia foto sul giornale del bar
ecco uno venuto dal niente, un grattacielo d’uomo
ecco un figlio che ha portato suo padre in America
su un aereo che non cadrà mai.

Mia madre piangeva in cucina, parlava da sola
telefonava ai maghi e non dormiva mai
perché la pena non conosce riposo.

Così stamattina mi sono seduto anch’io
sul marciapiede di via Palmiro Togliatti.

Gli altri mi guardavano strano, io li guardavo brutto.
Alle nove e un quarto s’è fermato un tipo
Occhiali da sole e la camicia azzurra
Come il mantello della Madonna di Centocelle.

Mi ha chiesto sai fare qualcosa
E io ho risposto tutti sanno fare qualcosa
Anche i monchi e i ciechi e i buoni a niente.

E allora monta in macchina, che c’è lavoro
E quaranta euro al giorno neri e puliti.

Ascoltava alla radio parole di politica
e diceva è tutto uno schifo, è tutta merda
e allora metti una canzone, gli ho detto
e Vasco gracchiava mentre i tuoi sogni crollano
Allora ha spento e siamo arrivati a Torre Angela
a una palazzina che cresceva verso il cielo.

Sui tubi Innocenti il cielo è più vicino
e la terra sembra un continente perduto
un posto dove non vale la pena tornare.

Passami questo passami quest’altro
diceva un muratore grosso e vecchio di Caserta
e io già lo amavo più di mio padre,
già fremevo quando diceva bravo, sei sveglio
si capisce che non capisci niente
che questa vita di merda ti casca dalle dita.
Avrei voluto rimanere su quell’impalcatura
fino a cent’anni, che quella casa non finisse mai
che diventasse un palazzo antico e prezioso
come quelli che stanno al centro di Roma
e che quassù io rimanessi sempre giovane e bello
che sotto Michela dicesse a tutti quello è l’amore mio
lui non si è mai fatto avanti ma ora vola
come gli acrobati e i santi, come i manovali
e un giorno mi sposerà al Campidoglio
coi parenti e il pranzo ricco da Baffone ai Castelli
e le foto contro il lago di Nemi e contro il mondo.

Ho lavorato un giorno solo nella vita
e questo giorno era oggi, ieri, domani.

Io non ho mai fatto niente, ho lavorato un giorno
E poi da capo non ho più fatto niente.

Prima ero disoccupato, un corvo nero
poi come un passero sono volato nell’azzurro e nelle grida
sono un ragazzo stupido steso sulla terra

Voglio bene a mio padre e a mia madre e a Michela
Avevo fiato da vendere e ho il fiato corto
Amo la terra su cui sanguino, amo ogni cosa
Ma mi tengo stretto a me, come un morto.

Pubblicato il: 25.07.07
Modificato il: 25.07.07 alle ore 13.54  
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Pubblicato : 23/08/2007 da Marco Lodoli (da l'Unità) | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

Cari amici, qui dico amici...

 Primo Levi - Agli amici

 

Cari amici, qui dico amici

Nel senso vasto della parola:

Moglie, sorella, sodali, parenti,

Compagne e compagni di scuola,

Persone viste una volta sola

O praticate per tutta la vita:

Purché fra noi, per almeno un momento,

Sia stato teso un segmento,

Una corda ben definita.

 

Dico per voi, compagni d'un cammino

Folto, non privo di fatica,

E per voi pure, che avete perduto

L'anima, l'animo, la voglia di vita:

O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu

Che mi leggi: ricorda il tempo,

Prima che s'indurisse la cera,

Quando ognuno era come un sigillo.

Di noi ciascuno reca l'impronta

Dell'amico incontrato per via;

In ognuno la traccia di ognuno.

Per il bene od il male

In saggezza o in follia

Ognuno stampato da ognuno.

Ora che il tempo urge da presso,

Che le imprese sono finite,

A voi tutti l'augurio sommesso

Che l'autunno sia lungo e mite


Pubblicato : 23/08/2007 da Primo Levi | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Sarkozy per i pedofili : "Ci vuole la castrazione chimica"

ESTERI

Il presidente francese si dice favorevole alle cure mediche per i condannati, anche dopo aver scontato la pena.

Mercoledì scorso a Roubaix un plurirecidivo appena scarcerato aveva violentato un bimbo di 5 anni

La ricetta anti-pedofili di Sarkozy: "Ci vuole la castrazione chimica"


PARIGI - Non ha paura delle parole, Nicolas Sarkozy, soprattutto se ai francesi ha promesso in primo luogo sicurezza, e se in questo caso a essere insicuri sono i soggetti più deboli, i bambini. Allora, di fronte a un problema come quello della pedofilia non esita a parlare di cure mediche e a evocare addirittura la castrazione chimica.

L'annuncio della guerra alla pedofilia è avvenuto in pieno "stile sarkozista". Prima il presidente della Repubblica ha ricevuto all'Eliseo il padre del piccolo Enis, 5 anni, rimasto vittima mercoledì scorso di un pedofilo, plurirecidivo e appena scarcerato grazie a un abbrevio della pena. Poi ha riunito i ministri di Giustizia, Sanità e Interno. Infine, davanti alla stampa, ha dettato le nuove, dure, misure nella lotta alla pedofilia, misure che saranno pronte per il prossimo novembre. In primo luogo, per i condannati non sarà possibile alcun sconto di pena. Alla fine della loro detenzione, i pedofili, se ritenuti ancora pericolosi, dovranno andare in un "ospedale chiuso" per farsi curare. Quelli che lo vorranno, verranno sottoposti a un trattamento ormonale, ossia alla castrazione chimica. L'apertura del primo "ospedale chiuso per pedofili" è prevista per il 2009, a Lione.

Al rientro dalle discusse vacanze americane, Sarkozy ha scelto quindi di puntare su un tema tutto interno, con un intervento destinato a rassicurare un Paese ancora scosso dal dramma di Roubaix, dove una settimana fa un pedofilo plurirecidivo, Francis Evrard, 61 anni, ha rapito e violentato in un garage un bambino di 5 anni. La polemica è divampata perché Evrard era uscito lo scorso 2 luglio da un carcere, dove era stato rinchiuso per 18 anni, dopo essere stato condannato a 27 anni per aggressioni sessuali nei confronti di minorenni.

A rendere ancora più clamoroso il caso ci ha pensato oggi un medico del carcere di Caen, che ha riconosciuto di aver prescritto del Viagra a Evrard, perché sosteneva di avere "disturbi di erezione". Il medico si difende affermando di non "aver avuto accesso al dossier giudiziario" dell'uomo. Il padre del bambino non usa mezzi termini: "Se il medico gli ha prescritto il Viagra, bisognerà metterelo in prigione, perchè ha alimentato una bestia".

E così Sarkozy ha indossato i panni dello sceriffo. Ha promesso "leggi severe" e ha detto che "predatori come Evrard non possono restare in libertà".
Insomma, l'avere scontato interamente la pena non garantirà l'uscita dal carcere. A fine detenzione, il pedofilo dovrà essere esaminato da un collegio di medici. Se questi riconosceranno la sua pericolosità sociale, andrà in un ospedale chiuso, per essere curato.

La ricetta del presidente è chiara. "Quelli che non accetteranno di essere curati - ha detto Sarkozy - resteranno nell'ospedale chiuso per tutto il tempo che i medici decideranno. Quelli che accetteranno potranno avere dei permessi per uscire, ma lo faranno portando un braccialetto elettronico, seguendo un trattamento ormonale". L'inquilino dell'Eliseo, sfidando il politicamente corretto, ha invitato tutti a non essere timidi con il linguaggio: "Chiamatela pure castrazione chimica, le parole non mi fanno paura".

(20 agosto 2007)

da repubblica.it


Pubblicato : 21/08/2007 da da repubblica.it | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

Un Paese di santi ed evasori

Un Paese di santi ed evasori
Elio Veltri


Evasione fiscale sempre al top nel nostro Paese. Giustificata, istigata, senza rossore e vergogna da autorevoli giornalisti e da politici importanti ogni volta che scoppia un caso, soprattutto se l’evasore frequenta i salotti televisivi o è un idolo celebrato dei mass-media. Chi appare e guadagna milioni di euro, senza impegnare troppo il cervello, ha il diritto di evadere e se viene beccato ha anche il diritto di indignarsi perché lo Stato ha osato chiedere il dovuto senza attendere il responso dei canonici tre gradi di giudizio. E cioè, non ha aspettato che tutto finisse nel nulla con tante scuse all’evasore. Sì, perché, come dice il ministro Padoa-Schioppa chi evade è un ladro, ma dal momento che lo Stato inteso come somma di governi e amministrazione facilita l’evasione di chi può pagarsi un ottimo avvocato, tutto sommato, le proteste indignate trovano alibi e comprensioni.

Nel 2006 il fisco, cioè lo Stato, ha recuperato l’1,23% dell’evasione accertata: 609.831 euro su 49 miliardi e mezzo di evasione accertata dall’Agenzia delle entrate. No. Non è una battuta. Anzi, nel 2006 si è registrato un miglioramento rispetto agli anni precedenti: 1,21% nel 2005; 0,57% nel 2004 e 0,80% nel 2003. Ora, governi, quello attuale e i precedenti, che incassano meno del 2% dell’evasione fiscale accertata, quando annunciano campagne antievasione non sono credibili e forniscono alibi di ferro ai vari Valentino Rossi di turno, i quali sanno bene che tanto alla fine non pagheranno. Alla incapacità tout court dello Stato di incassare, si aggiunge la lunghezza e la farraginosità dei processi tributari, che non finiscono mai, con moltiplicazione dei contenziosi. Il processo tributario passa attraverso tre gradi di giudizio (I grado, II grado e Cassazione) come tutti gli altri processi e come negli altri processi la certezza della pena (in questo caso la restituzione del malloppo sottratto alla collettività) non esiste.

In più, ai tre gradi di giudizio, si aggiunge quello della Commissione Centrale che avrebbe dovuto vivere fino ad eliminazione del contenzioso pregresso e che invece, come tutte le istituzioni provvisorie, è diventata permanente, avendo da smaltire oltre 300mila pendenze che richiederanno non meno di 15 anni di lavoro. Per cui, nonostante lavorino a pieno ritmo 27 sezioni della Commisione Centrale le speranze di incassare quanto gli evasori devono allo Stato è davvero remota. Il contenzioso poi, finisce nell’imbuto dell’unica Sezione della Cassazione.

Sarebbe davvero tanto difficile risolvere problemi che in una normale, ordinaria ed efficiente amministrazione pubblica non dovrebbero esistere?
Alle carenze politiche e organizzative dello Stato e dell’amministrazione si aggiungono quelle più gravi più specificamente politiche. A quanto ammonta l’evasione fiscale effettiva nel nostro Paese? E qual è l’ingiustizia più grande che rende impossibile l’uguaglianza dei contribuenti di fronte alla Costituzione e alla legge ordinaria? I dati che vengono forniti dai governi, da istituti di ricerca, dai sindacati dei lavoratori e degli imprenditori cambiano di settimana in settimana. La grande incognita è rappresentata dalla ricchezza da economia illegale e criminale che evade totalmente fisco e contributi. Berlusconi il 17 Giugno del 2005 dichiarava: «Il sommerso è al 40%, ma vi sembra che sia un Paese che non tenga? Andiamo...». Per l’allora presidente del Consiglio l’evasione fiscale totale del 40% della ricchezza prodotta dal Paese era una benedizione. Nello stesso periodo l’Ocse faceva sapere che la ricchezza da economia sommersa corrispondeva al 27% del totale e l’allora ministro Maroni la quantificava in 400 miliardi di euro. Subito dopo l’insediamento del governo Prodi (30 Agosto 2006) l’economia sommersa veniva valutata 200 miliardi di euro. Meno di quanto l’avesse stimata l’Ocse che aveva contestato il metodo di calcolo dell’Istat, che peraltro si discostava anche dalle valutazioni dell’Inps secondo il quale l’87% degli esercizi commerciali del centro storico di Roma era fuori legge. Il dato Ocse, che negli ultimi anni è certamente cambiato in peggio sembra trovare conferma nelle rilevazioni dei sindacati i quali fanno sapere che lavorano in nero almeno quattro milioni di italiani. E lo Stesso Visco indica in 200 miliardi l’evasione totale del Paese. Naturalmente all’evasione da economia sommersa è necessario aggiungere tutta quella da economia criminale le cui cifre approssimative compaiono ogni volta che scoppia uno scandalo come quello di Duisburg per poi scomparire e ricomparire come colore da cabaret.

A questo proposito c’è da trasecolare di fronte alle manifestazioni di incredulità e meraviglia di grande parte del mondo politico e dei giornalisti, quasi che il valore dei patrimoni mafiosi, la globalizzazione dell’economia mafiosa, il numero degli affiliati, la capacità di occupare la politica e la pubblica amministrazione, costituissero una novità. I dati sono stati forniti da tempo e sono conosciuti. La terapia anche: da almeno 25 anni Falcone e Borsellino l’avevano prescritta con estrema precisione. Così come avevano indicato strumenti e comportamenti idonei a mantenere le distanze dalle organizzazioni criminali. La politica, come ha sottolineato Giuseppe D’Avanzo su «la Repubblica» ha convissuto sperando che tutto sommato le cose si aggiustassero da sole, favorite dall’enorme contributo dell’economia criminale al mantenimento del livello dei consumi. Perciò quando ministro e vice ministro dell’Interno assicurano l’efficienza e l’efficacia della nostra legislazione sulla confisca dei beni, c’è da chiedersi a quale Paese facciano riferimento e da quale fonte abbiano attinto i dati.

Pubblicato il: 21.08.07
Modificato il: 21.08.07 alle ore 10.49  
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Pubblicato : 21/08/2007 da Elio Veltri (da l'Unità) | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

Il nuovo tabù si chiama dialogo

Il nuovo tabù si chiama dialogo

Luigi Bonanate

Se neppure Briatore e Lele Mora possono trattenersi dal litigare è davvero legittimo il dubbio che sia impossibile sfuggire al conflitto, allo scontro, alla violenza. La storia (anche quella grande, degli Stati e dei conflitti internazionali, e non solo quella delle volgari chiassate nei night club delle nostre estati) sembra dar ragione a chi pensa che la miglior soluzione dei contrasti sia quella che porta all’eliminazione di uno dei due contendenti. Valutazione che si basa sulla miope constatazione che gli sconfitti sono, normalmente e per un certo periodo, incapaci di nuocere, a loro volta.

Avessero lo sguardo più lungo, i vincitori di prima istanza scoprirebbero che la vendetta era lì che si preparava e prima o poi sarebbe scattata, colpendo a sua volta e innescando la spirale perversa dell’escalation del conflitto. Tanto per non lasciare dubbi, queste son cose che sanno anche i mafiosi: quelli che hanno appena finito di applicare la loro “giustizia” ai concorrenti in quel di Germania sanno benissimo di aver appena stappato la bottiglia della rappresaglia, delle vendette, della guerra di tutti contro tutti.

È di fronte alla scoperta di questa verità che - per nostra fortuna - alcuni ripetutamente cercano (e ci auguriamo abbiano sempre più successo) coraggiosamente di imboccare una strada del tutto alternativa a quella della forza pura, della sopraffazione e dell’aggressività.

Dove la filosofia politica dell’“amico-nemico” di Carl Schmitt, a cui tanti si sono abbeverati, portasse l’abbiamo, prima o poi, capito tutti: allo scontro della fine del mondo, al trionfo del nazismo come sola igiene del mondo, per fermare il quale tutto il mondo si dovette mobilitare.

Ma non è poi troppo difficile capire come si possa immaginare una soluzione diametralmente opposta: essa non muove, ingenuamente, da un retorico e banale “volemose bene”, ma cerca nelle radici stesse del conflitto le condizioni per il suo superamento. Prende le mosse dal riconoscimento della pluralità delle concezioni del mondo: sappiamo bene che colui che non accetta impostazioni differenti dalle sue è sempre una persona aggressiva, sgradevole, sovente violenta, e capace di arrivare alle mani anche per una questione calcistica.

Si può invece, anche senza indossare le vesti di San Francesco, partire dalla constatazione che ci ricorda che i conflitti insorgono laddove ci siano delle diversità di vedute, che sono (in quanto tali) il sale del mondo: non chiediamo che tutti la pensino allo stesso modo o esattamente come noi, ma che ci lascino dire, discutere, dissentire o trovare dei punti di contatto. Se con l’amico il dialogo può anche finire per risultare noioso o monotono, quello con il nemico è affascinante e coinvolgente: ci spinge e ci costringe a imparare a presentare i nostri argomenti, a renderli comprensibili a chi non li vorrebbe neppure ascoltare, ad argomentare con saggezza e astuzia così come gli chiediamo di fare a sua volta.

Non è facile dialogare con il nemico, ma è più necessario che dialogare con l’amico. O meglio: vorremmo far crescere un dialogo che non avesse bisogno della spinta dei nemici e ci vedesse tutti amici.

Ma sappiamo bene che le cose non vanno mai così. Due grandi concezioni del mondo hanno storicamente, nei millenni, proposto due diverse teorie politiche: il realismo e l’idealismo (politico, non filosofico). Il primo, per esperienza convinto che il male domini la storia del mondo, pensa che il modo migliore per trasformare un nemico in amico sia eliminarlo. Il secondo ingenuamente ma coraggiosamente riprova, ogni volta, a innalzare la bandiera del dialogo e della ricerca di basi comuni da cui far scaturire delle possibilità di colloquio.

Questo la storia ci ricorda; ma il secondo mantiene pur sempre in sé quella virtù meravigliosa che è la speranza nella comprensione reciproca. Non cerco di convincer nessuno: ma a che cosa ha portato la rigidità (che molti di noi, molte volte, per mille motivi, hanno appoggiato) di Israele nei confronti dei disordinati, disorganici, e contraddittori tentativi palestinesi (nelle sue diverse fasi e nelle sue successive anime) di trovare una soluzione al suo problema?

Piaccia o no ammetterlo, tutti (dico proprio: tutti) sappiamo che la questione israelo-palestinese si scioglierà il giorno che Fatah e Hamas riconosceranno Israele, e Israele accetterà il diritto palestinese a una patria con un territorio piccolo purché compatto, senza intermittenze né muri. La via dello scontro ha ormai 60 anni e non è servita a nulla. Lasciamo che a provarci adesso sia un pizzico di ottimismo, di idealistica speranza nel bene invece che nell’invincibilità del male. Sovente le buone intenzioni hanno finito per provocare cattive azioni.

Tutti siamo contenti che Saddam Hussein non governi più l’Iraq, ma non lo siamo invece che la vita di decine di migliaia di persone sia stata considerata equivalente a quella sola del dittatore; non riusciamo a credere che il dialogo possa fiorire quando l’interlocutore tiene in mano una pistola fumante e ci mostra quanti proiettili ha ancora in canna (con il nuovo bilancio presentato la settimana scorsa gli Usa hanno superato la soglia del 50% della spesa militare mondiale!).

Che Prodi nei giorni scorsi, D’Alema qualche settimana prima, e Fassino e tanti altri di noi abbiano perorato la causa del dialogo non è una penosa ricaduta nell’irrealismo ingenuo e buonistico di cui i pacifisti vengono sempre accusati.

Dobbiamo riprovarci sempre e continuamente: forse non sarà un ragazzino a salvare il mondo, ma scommetto che se si salverà sarà stato grazie al dialogo. Se il dialogo è l’arma dei disarmati, ebbene utilizziamola al più presto, prima che sia tardi, perché le armi non dialogano, uccidono.

Pubblicato il: 21.08.07
Modificato il: 21.08.07 alle ore 10.48  
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Pubblicato : 21/08/2007 da Luigi Bonanate (da l'Unità)  | 0 commenti
Categoria : CULTURA

CIA e VATICANO birboni... su Wikipedia chi la fa l'aspetti.

Su Wikipedia chi la fa l'aspetti

Alessia Grossi


«Per quanto importanti possano essere queste istituzioni, non hanno esclusiva sulle voci che modificano». Risponde così Frieda Brioschi, presidente di Wikimedia Italia, alle intrusioni di Cia e Vaticano nelle voci dell'enciclopedia opensource il cui contenuto è creato e modificato direttamente dagli utenti. Le intrusioni non preoccupano Wikipedia. D'altra parte «il Vaticano non è l'unico autore delle voci sul Vaticano stesso. Fa parte del gioco: tutti possono contribuire, anche organizzazioni che intervengono sulle voci in maniera anonima».
Anonima ma non irrintracciabile la fonte delle modifiche. Grazie ad un software di invenzione di un giovane studente della California Institute of Tecnology, Virgil Griffth, infatti, si può risalire all' "editor" di Wikipedia. Attraverso questo software (i cui risultati sono visionabili sul sito Wikiscanner)  è possibile risalire all'Ip, l'indirizzo telematico del computer collegato ad Internet, e verificare così da quale pc è stato fatto l'intervento sull'enciclopedia online. È in questo modo che si è risaliti all'identità dei computer che hanno modificato le voci su Mahmud Ahmadinejad (il presidente iraniano) e Gerry Adams (il leader dell'ala politica dell'IRA): il primo appartenente agli uffici della Cia, l'altro a quelli del Vaticano. Ma la Brioschi fa sapere anche che «il fatto che istituzioni importanti come il Vaticano e la Cia siano attive su Wikipedia testimonia il valore del progetto». Certo quello che la presidente si augura è che lo facciano «in modo pertinente, posto che siano stati proprio loro a modificare alcune voci e non singoli utenti». Ma il codice creato da Griffith ha permesso di identificare anche altri editor e non solo sulla versione americana di Wikipedia.

«In Italia» svela la Brioschi, «è successo che dal pc della Camera e del Senato siano state modificate le biografie di politici e sempre, per quanto ci consta, in maniera inappuntabile». Su wikiscanner.virgil.gr è possibile trovare curiosità sugli editor che hanno modificato l'enciclopedia, un elenco di più di 5 milioni di voci messe in relazione con il pc che le ha create o modificate. La Bbc fa sapere comunque che nella maggior parte dei casi si tratta di correzioni di refusi o inesattezze. In alcuni casi, invece, l'accesso ad alcune voci è stato utilizzato per eliminare materiale pericoloso o anche per oscurare materiale scomodo. In ogni caso Wikimedia dichiara di utilizzare lo scanner di verifica solo come «strumento statistico» e di confidare nella capacità di controllo delle centinaia di migliaia di utenti dell'enciclopedia online, autocontrollo che evita la diffusione di notizie false o la censura di informazioni scomode. «Poi è ovvio che, avendo informazioni su chi modifica le voci, ci invita a dare una maggiore occhiata». Giro di vite dunque dopo la scoperta delle intrusioni? La Brioschi assicura che Wikipedia «non attua  mai censure preventive, semmai solo interventi a posteriori su voci controverse. Se vediamo che una voce diventa una specie di blog con decine di punti di vista contrastanti, la blocchiamo temporaneamente o chiediamo, a chi voglia modificarla, di registrarsi. Ogni misura, ci tengo a sottolinearlo, è sempre però di carattere temporaneo».

Il caso della Cia 

Pochi giorni fa il sito della Bbc riportava che con Wikiscanner si è risaliti alla fonte delle modifiche apportate alla biografia di Ahmadinejad su Wikipedia. Tra cui un "wahhhhhh" a precedere la sezione sul programma della sua presidenza. Sul profilo Wikipedia dell'utente che avrebbe apportato modifiche poco pertinenti alla biografia del presidente iraniano il sito ha posto questo avviso: Hai recentemente vandalizzato un articolo Wikipedia, ti chiediamo di non ripetere questo tipo di comportamento.  Altri interventi un po' più innocui hanno interessato la voce dell'ex capo della Cia Porter Goss o di celebrità come Oprah Winfrey. Ma a tal proposito il portavoce della Cia fa sapere: «Non posso confermare che il traffico da voi citato provenga dall'Agenzia. Vorrei ugualmente sottolineare un argomento molto più importante: che la Cia trova la sua missione vitale nel proteggere gli Stati Uniti e che si concentra su questo obiettivo». Altri esempi di vandalismo politico online vengono dagli Usa. Da un computer del Partito Democratico, infatti, è partita la modifica al sito del conduttore simpatizzante repubblicano Rusch Limbaugh. Modifiche del tipo idiota, razzista, bigotto. L'indirizzo Ip risponderebbe al nome di Quartier generale del Partito Democratico. Anche in questo caso la smentita è stata immediata. Un portavoce del partito ha spiegato che il loro Ip è lo stesso di un altro comitato democratico.

Il caso Vaticano

Il sito della Bbc ha fatto sapere anche che da un computer del Vaticano è stato modificato il contenuto delle pagine su Gerry Adams, guida del partito repubblicano (cattolico) nord-irlandese. In particolare sono stati eliminati i link a dei quotidiani che rimandavano alla storia dei documenti trovati in un auto usata per un duplice omicidio nel 1971 con le impronte del leader dello Sinn Fein. Dalla Santa Sede hanno replicato che le accuse mosse da Wikipedia Scanner sono «accuse prive di ogni serietà». La motivazione è presto svelata. In molti hanno accesso ai computer vaticani, dagli impiegati ai visitatori. Le modifiche avrebbe potuto farle chiunque non certo la Chiesa o suoi rappresentanti.

Ma la lista dei "terroristi" online è lunga e investe, scrive la Bbc, anche organizzazioni commerciali. Tra loro la Diebold, società che fornì le macchine per il voto elettronico per le controverse elezioni Usa del 2000, vinte da Bush sullo sfidante Al Gore con un discusso margine di 500 voti. Anche in questo caso, qualcuno non identificabile ha rimosso dei paragrafi su Walden O'Dell, dirigente della compagnia. In quelle righe c'era scritto che aveva lavorato per raccogliere fondi per la campagna di Gorge Bush. Nessun commento o spiegazione da parte della Diebold per questa interessata modifica delle informazioni. Un mese dopo altri paragrafi e link mancavano, quelli che rimandavano a storie sulle presunte manovre nelle elezioni del 2000. Aggiunte invece riguardano proprio il presidente americano. Da un computer della Bbc, ironia della sorte, qualcuno ha aggiunto alla biografia di George W. Bush la voce omicida di massa, e il suo secondo nome invece di Walker è diventato wanker (masturbatore).

La lista è lunga ma per farla breve si potrebbe sintetizzare così: su Wikipedia chi la fa la aspetti, nessuno è padrone delle informazioni, nemmeno quando queste riguardano la propria autobiografia.


Pubblicato il: 20.08.07
Modificato il: 20.08.07 alle ore 16.30  
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Pubblicato : 21/08/2007 da Alessia Grossi (da l'Unità) | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

Il primo cittadino di Amalfi: "L'abusivismo è colpa di tutti...

CRONACA

Antonio Rocco, 54 anni, lascia moglie e due figlie anche loro coinvolte nel crollo di Conca dei Marini

Ancora molto gravi le condizioni di Eugenia Bellini, la studentessa romana di 22 anni

Morto uno dei feriti della terrazza

"Quella struttura era abusiva"

Il sindaco del comune di Conca: "Una cosa così non sarebbe mai stata autorizzata"

Il primo cittadino di Amalfi: "L'abusivismo è colpa di tutti, ma i vincoli dovrebbero essere meno rigidi"

 
NAPOLI - E' morto poco dopo la mezzanotte Antonio Rocco, napoletano, uno dei nove feriti rimasti coinvolti nel crollo della terrazza di legno verificatosi in una villa privata di Conca dei Marini (Salerno).

L'uomo di 54 anni, le cui condizioni erano apparse già molto gravi in serata, era ricoverato all'ospedale Cardarelli di Napoli e aveva riportato un grosso trauma cranico. Lascia la moglie, Anna Russo e le figlie Emanuela e Lucia, di 25 e 22 anni tutte e tre coinvolte nel crollo con molte contusioni. Le tre donne sono state comunque dimesse ieri sera dall'ospedale di Castiglione di Ravello.

Restano ancora molto gravi le condizioni di Eugenia Bellini, studentessa romana di 22 anni. La giovane, ricoverata in prognosi riservata nel reparto di rianimazione dell'ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d'Aragona di Salerno, ha subito un trauma cranico e toracico e viene ritenuta in imminente pericolo di vita.

Sulla tragedia, la Procura ha aperto un'inchiesta. Sul grave incidente indagano i carabinieri di Amalfi. Per il capitano Enrico Calandro non ci sono dubbi: "Quella piattaforma era stata realizzata in violazione di tutte le norme". Un terrazzino abusivo dunque. Ma su questa circostanza sarà ascoltata solo nelle prossime ore la proprietaria dell'immobile, una napoletana, medico anestesista, che per caso ieri pomeriggio si trovava nell'appartamento superiore rispetto alla scena della tragedia.

La donna è stata infatti tra i primi ad accorrere sulla scogliera e a caricare i feriti verso la terraferma. Intanto scatterà subito anche l'indagine amministrativa del Comune su questo ed altri eventuali solarium abusivi incastonati sul territorio di Conca. Lo conferma anche il sindaco, Luigi Criscuolo, che ieri ha compiuto un lungo sopralluogo nella villa funestata dal crollo. "Una piattaforma del genere non so se sarebbe mai stata autorizzata: si tratta solo di assi di legno piantate in maniera assai rudimentale a ridosso della roccia. Temo - aggiunge il primo cittadino - che se un abuso in piena regola è stato fatto, risalga a molti anni fa. Ma purtroppo come Comune non abbiamo i mezzi per eseguire continui screening via mare. E queste piccole 'insorgenze' purtroppo sono invisibili dalla strada".

Di diverso avviso il sindaco di Amalfi, Antonio De Luca: "L'altro giorno ero in elicottero, da lì si vede tutto. Chi vuole vedere gli abusi edilizi li può vedere". Il sindaco della località a pochi chilometri da Conca dei Marini, dopo aver premesso che "l'abusivismo è colpa di tutti", spiega che la terrazza di legno crollata si trova nella cosiddetta "zona 1A", collocata al di sotto della statale 163 dove, secondo la legge regionale numero 35 del 1986, è prevista l'inedificabilità assoluta. "Spesso non c'è volontà politica di combattere l'abusivismo edilizio" prosegue il primo cittadino, "ma c'è anche ben altro. Innanzitutto bisogna modificare la possibilità di costituirsi al Tar per un reato, quale è l'abusivismo, che è di natura penale".

Poi chiama in causa la necessità di mettere in atto più controlli ma anche di "modificare la legislazione urbanistica", a volte troppo rigida. "I vincoli sono giusti ma se ci fosse stata la sovrintendenza 500 anni fa avrebbe forse fatto costruire un gioiello come il Duomo di Amalfi?" prosegue De Luca. "Con questo voglio dire che i vincoli, in alcuni casi, dovrebbero essere più elastici e consentire ai cittadini di eseguire lavori non di fretta e di nascosto". "Io da sindaco ho impiegato nove anni per realizzare un garage pubblico per Amalfi" conclude il sindaco, "di chi la colpa dell'abusivismo? Di tutti, degli amministratori, delle forze dell'ordine, dei magistrati e anche del Parlamento, soprattutto a livello regionale".

(19 agosto 2007) 

da repubblica.it


Pubblicato : 19/08/2007 da da www.repubblica.it | 1 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

I predoni dell'Appia Antica catering tra le catacombe

AMBIENTE

Sulla "Regina viarum" esplode il fenomeno della ristorazione per feste nelle ville dei vip

I predoni dell'Appia Antica catering tra le catacombe

Il proprietario della società è Sergio Scarpellini, presidente dell'omonimo gruppo

di ALBERTO CUSTODERO

 
Interviene la procura: ruspe illegali sequestrate nel cantiere di una ristrutturazione
ROMA - Ruspe fuorilegge nel cuore del parco dell'Appia Antica, per trasformare l'ex villa di Silvana Mangano in un centro feste e convegni. Fra le catacombe di Domitilla e san Sebastiano, il mausoleo di Cecilia Metella e gli Aquedotti Romani della valle della Caffarella, è stato sequestrato dalla procura di Roma, nei giorni scorsi, un cantiere destinato a diventare, su un'area di 3500 metri, un parcheggio per 130 auto.

Ma chi ha interesse di sfidare i severissimi vincoli ambientali dell'Ente voluto fortemente dal politico-archeologo-ambientalista Antonio Cederna, e rischiare una denuncia per trasformare un prato del parco che ci invidia il mondo (2400 anni di storia in 3500 ettari ai lati del basalto della Regina Viarum), in un parcheggio auto? Il proprietario della società che stava effettuando i lavori, la Veronica Immobiliare Srl, è Sergio Scarpellini (presidente dell'omonimo gruppo che controlla 34 società), titolare di numerosi immobili del centro di Roma affittati al parlamento. E progettista della Romanina, la nuova periferia di Roma che vuole edificare con "cantieri consensuali" in accordo con enti locali e cittadini.

Ma perché un imprenditore della sua portata che ha la costruzione della Nuova Roma (come la chiama lui stesso), come sogno nel cassetto, non è riuscito a mettersi d'accordo con l'ente parco? Ma, anzi, ha devastato quel fazzoletto di verde tutelato dai vincoli archeologici e paesaggistici andando incontro al sequestro penale del cantiere? Le indagini dei guardiaparco dirette da Guido Cubeddu - e sotto la supervisione del presidente dell'Ente, professor Adriano La Regina - dopo aver bloccato ruspe, camion e aver apposto i sigilli giudiziari ai lavori, hanno scoperto che il parcheggio sarebbe dovuto servire per trasformare la villa che Scarpellini acquistò dall'attrice Silvana Mangano, in via Appia Antica 199, in un centro di ristorazione di lusso gestito con il sistema del catering.

Ma come ha potuto la Veronica Immobiliare entrare nel parco con camion e scavatori convinti di farla franca e portare a termine i lavori? Gli investigatori hanno scoperto che la Srl era in possesso di un "apparentemente anomalo nulla osta" per trasformare "l'area agricola in un fondo stabilizzato". Successivi accertamenti, però, hanno consentito di scoprire che la Srl di Scarpellini aveva ottenuto varie autorizzazioni dal servizio Giardini e dall'Aga (la tutela dei vincoli paesaggistici), del Comune di Roma, dalla Soprintendenza archeologica e, sorpresa, anche dallo stesso Ente Parco.

Ma in tutte quelle pratiche burocratiche, formalmente regolari, c'era qualcosa che non quadrava: non ce n'era una uguale all'altra. "Le planimetria - si legge nel verbale di sequestro - e la definizione dei lavori erano diverse a seconda degli enti presso cui erano depositate: al Municipio XI carte, all'Ente Parco altre". E poi timbri non originali e (in una planimetria depositata dalla Veronica al Parco), perfino il disegno di "un cancello di accesso da via Appia Antica 199 che non è mai esistito". La procura, per fare chiarezza su quel vespaio burocratico, sta ora "vagliando la posizione dell'ex direttore del parco" che ha rilasciato alla Srl il nulla osta".

L'Appia Antica, va detto, è da tempo al centro di polemiche per il fenomeno diffuso dell'abusivismo edilizio (le richieste di condoni presentate al comune di Roma sono più di 5 mila), per la presenza delle baracche di nomadi, per il degrado rappresentato dalla prostituzione in località Fioranello, e, infine, per la presenza di numerosi parcheggi abusivi in prossimità dell'aeroporto di Ciampino. Ora il parco sta lentamente perdendo la sua vocazione originaria - la conservazione dei beni archeologici - per diventare il più grande centro di ristorazione abusiva di Roma.

Sono molte, infatti, le antiche e lussuose ville - molte delle quali abitate negli anni della Dolce Vita da Vip e attori - trasformate oggi in centri di convegni e feste organizzati da società di catering che offrono anche fuochi d'artificio non autorizzati. Per citarne alcune, villa Apolloni della Appia Antiqua Aedes, una società che ha come proprietaria, fra l'altro, una finanziaria portoghese. Villa san Sebastiano del principe del Gallo di Roccagiovine, villa Dino Editore, villa Dei Quintili e villa Fiorano. Molte di queste, per poter svolgere l'attività commerciale di catering, compiono lavori di ristrutturazione e di cambio di destinazione d'uso del tutto abusivi, salvo poi chiedere i condoni edilizi. È il caso, ad esempio, di villa Apolloni, i cui responsabili legali sono stati denunciati alla procura tempo fa per aver svolto una serie di lavori o abusivi, o difformi rispetto alle richieste di condono. "Proprio in quella villa - ha raccontato Guido Cubeddu - il 9 agosto ci sono stati fuochi artificiali senza permesso. Tutte le nostre squadre, però erano impegnate a spegnere un vasto incendio nel parco, e così non siamo riusciti a sanzionare i fuochi pirotecnici non autorizzati".

Un'altra villa, la Sant'Urbano della famiglia Sbarra (attraverso la Erode Attico Spa), ha una storia tutta particolare. La procura di Roma l'aveva confiscata al proprietario, ingegner Danilo Sbarra, coinvolto in una vicenda giudiziaria. Alla sua morte, gli eredi hanno continuato a svolgere l'attività di catering fino a quando, qualche settimana fa, la Corte d'Appello ha annullato la confisca. La vicenda si concluderà in Cassazione alla quale ricorrerà la procura generale.

Il sospetto dei guardiaparco e del presidente dell'Ente, tuttavia, è che tutta questa attività di catering sia incompatibile, se non addirittura fuorilegge, un modo, cioè, per aggirare le normative sulla ristorazione che prevede il rilascio di licenze commerciali e autorizzazioni sanitarie. Documenti che è molto difficile, se non impossibile - in un parco archeologico nel quale non esiste la rete fognaria - ottenere. È per questo che Guido Cubeddu lancia un appello: "venga la guardia di finanza a fare accertamenti su queste ville, perché a mio giudizio dietro i paravento del catering stanno mascherando attività di ristorazione che andrebbero tassate e autorizzate con tutti i permessi previsti dalla legge".

(19 agosto 2007) 

da repubblica.it


Pubblicato : 19/08/2007 da ALBERTO CUSTODERO (da repubblica.it) | 1 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

EMOLUMENTI ALLA BRESCIA-PADOVA

Sabato, 18 Agosto 2007
 
 
EMOLUMENTI ALLA BRESCIA-PADOVA 

Compenso fisso: 810mila euro.

In più gettoni presenza, diarie giornaliere e rimborsi
 
 
Hanno un fisso. Oltre al fisso hanno un gettone di presenza per ogni loro partecipazione alle sedute del consiglio. Ma, evidentemente, compenso fisso e gettone di presenza non erano sufficienti a coprire i costi di chi, per scelta politica, amministra una società autostradale. Va da sé che serve una diaria, variabile tra i 98 e i 198 euro. E, metti mai che la seduta si prolunghi e occorra fermarsi a dormire in albergo, ecco il rimborso del pernottamento a pie' di lista. Dopodiché, visto che a Verona - dove ha sede la Serenissima - bisogna andare e da Verona bisogna tornare, è previsto anche il rimborso chilometrico. Un dubbio: riusciranno i consiglieri a starci dentro con i conti del cibo visto che da nessuna parte è previsto un buono-pasto?

13 aprile 2007: dopo aver approvato il bilancio 2006 e dopo aver nominato il nuovo Cda portandolo da 13 a 15 componenti, l'assemblea dei soci della Brescia-Padova determina i compensi spettanti al componenti del consiglio di amministrazione per gli esercizi finanziari 2007-2008-2009 e all'unanimità, delibera: 1) di stabilire il compenso fisso complessivo per l'intero consiglio di amministrazione in lordi 810.000 euro annui; 2) di attribuire il gettone di 275 euro lordi per ogni presenza; 3) di corrispondere una diaria giornaliera così specificata: a) 99 euro lordi per ogni percorrenza fino a 50 km; b) 198 euro lordi per ogni percorrenza oltre 50 km; c) il rimborso del pernottamento a pie' di lista e il rimborso delle percorrenze chilometriche previste dalle tariffe Aci per l'utilizzo di un'autovettura fino a 17 cavalli fiscali se alimentata a benzina e 20 cavalli se alimentata a gasolio e con una percorrenza media annua di 10mila km.

"Lobby Serenissima", ha titolato al riguardo l'ultimo numero del settimanale L'Espresso: «L'autostrada Brescia-Padova, di proprietà pubblica, è tra le poche in Italia a non produrre utili. Ma regala ricchi stipendi e indennità d'oro a politici e boiardi locali». Ricordando anche che il bilancio 2006 si è chiuso in utile grazie solo alla cessione di Infracom: azioni vendute alla Infragruppo srl il cui socio di maggioranza è la stessa Serenissima.

Al.Va.
 
da gazzettino.quinordest.it 


Pubblicato : 18/08/2007 da Al.Va. (da gazzettino.quinordest.it)  | 0 commenti
Categoria : In VENETO

Il V-day di Beppe Grillo

2007-08-18 13:51

GRILLO PREPARA IL V-DAY, "UN VIRUS"


 ROMA - Il simbolo è una V rossa tracciata sopra il numero 8 come quella del film V per Vendetta tratto dal fumetto di Alan Moore e sceneggiato dai fratelli Wachowski: il V-day di Beppe Grillo, l'8 settembre, è ormai alle porte, la macchina organizzativa è decollata da un pezzo grazie alla Rete, la risposta popolare si vedrà invece nelle piazze italiane coinvolte, tantissime, da Nord a Sud.

Tutto sembra pronto per la nuova sfida di Grillo che, come osserva lui stesso, ormai ha combattuto più battaglie del generale Patton durante la Seconda Guerra Mondiale. L'8 settembre sarà certamente un giorno particolare: il comico genovese lo ha chiamato Vaffanculo Day (locuzione 'sdoganata' di recente dalla Cassazione) per protestare contro i politici condannati in via definitiva e che siedono sugli scranni del Parlamento, sostenere con una mega raccolta di firme la proposta di legge popolare per 'cacciarli' dal Palazzo e soprattutto esprimere un crescente disagio e una profonda stanchezza per una politica che, secondo Grillo, è sempre più autoreferenziale e lontana anni luce dai cittadini e dalle loro attese.

E dalla Rete, in maniera didascalica, Grillo spiega agli internauti il senso della speciale giornata: l'obiettivo dell'otto settembre è la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare per un Parlamento Pulito; la legge prevede la non eleggibilità dei pregiudicati, un massimo di due legislature e l'elezione diretta del candidato; la proposta di legge popolare è stata presentata alla Cassazione in luglio. "Perché ho scelto di non fare una sola manifestazione a Roma, ma in tutta Italia? Il V-Day - risponde - è un virus, deve arrivare dappertutto, non in una sola città". "L'8 settembre - spiega Grillo - sarà il giorno del Vaffanculo day, o V-Day. Una via di mezzo tra il D-Day dello sbarco in Normandia e V come Vendetta. Si terrà sabato otto settembre nelle piazze d'Italia, per ricordare che dal 1943 non è cambiato niente. Ieri il re in fuga e la Nazione allo sbando, oggi politici blindati nei palazzi immersi in problemi culturali. Il V-Day sarà un giorno di informazione e di partecipazione popolare".

Grillo l'8 sarà a Bologna, in Piazza Maggiore, per uno spettacolo-manifestazione che inizierà nel pomeriggio. Il comico va avanti come una ruspa su un percorso intrapreso molti anni fa e proseguito nei teatri di tutta la penisola con i suoi spettacoli sempre più graffianti e incisivi nel denunciare e mettere a nudo gli scandali italiani. Ma è stato il web a segnare la svolta strategica per le sue battaglie che ora saranno raccolte anche in un libro di prossima uscita: da Parlamento Pulito alla Val di Susa per proseguire con Unipol, la risorsa acqua, la Borsa, le Primarie dei cittadini, Fazio, l'indulto, la Telecom, il precariato (Schiavi moderni), gli Inceneritori, Via dall'Iraq. "Combattere una battaglia è bello. Che si perda o che si vinca - dice Grillo da suo celebre blog - rimane il gusto di averci provato. Stare a guardare le porcherie della vita che ci scorrono accanto e non fare nulla, non dire nulla, è avvilente. Toglie linfa al nostro organismo. Diventiamo un po' più verdi, un po' più grigi, un po' più neri, assumiamo i colori di una televisione disturbata. E qualche volta 'saltiamo'. Spariamo al vicino di casa. Facciamo a pezzi la famiglia. Buttiamo massi da un ponte autostradale.

E' l'autorepressione che ci lavora dentro. Giorno dopo giorno. Telegiornale dopo telegiornale. Le battaglie è meglio vincerle, certo, ma per farlo bisogna impegnarsi un secondo in più dell'avversario. Vivere per quel secondo in più è l'obiettivo del cittadino combattente. In questi tre anni - prosegue - ho combattuto più battaglie del generale Patton nella Seconda Guerra Mondiale. Per Patton era più facile, lui doveva solo affrontare i nazisti e avanzare verso est. In Italia è più complicato, i nemici sono inestricabili, così integrati con la realtà da confondersi con essa". 

da ansa.it


Pubblicato : 18/08/2007 da nota dell'Ansa | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Venezia: capitale della magia

L’associazione «Telefono antiplagio» accredita a città e provincia ben 130 professionisti dell’illusione

Il record di Venezia: capitale della magia

Francesco Furlan


Affari per 4 milioni e mezzo di euro annui. Le altre province sono in coda  I veneziani creduloni? Par proprio di sì a leggere il rapporto dell’associazione Telefono antiplagio che, in città e nei comuni della provincia, ha censito la bellezza di 130 tra maghi, fattucchieri, e presunti guaritori per un volume d’affari che supera i 4 milioni e mezzo di euro l’anno. Cifre da capogiro che fanno di Venezia la capitale della magia in Veneto, dove il volume d’affari complessivo è di circa 18 milioni di euro. Tutte le altre province si mettono in coda.

Al secondo posto c’è Verona (con 100 maghi) e a seguire Padova (70), Treviso (60), Vicenza (60) Rovigo (50) e Belluno (30). Veneziani più creduloni e più disperati, sopratutto in amore. E’ questo il motivo principale - nel 40% dei casi - per cui uomini e donne sono pronti a sottoporsi a riti propiziatori o a parlare con gli spiriti di elfi e folletti: «Troverò l’amore della mia vita?», «Abbiamo litigato, tornerà da me?». Del resto contattare maghi non è per nulla difficile: basta accendere la tv sui canali locali nelle ore notturne, acquistare una rivista patinata di gossip e sfogliare le ultime pagine, o collegardi al televideo.

C’è un libro - «L’amore contro» di Mauro Covacich, del 2001 - che è un viaggio dentro l’animo più turpe di un Nordest incollato davanti alla televisione accese per tutta la notte a riverberare i colori sgargianti di stralunati guru catodici pronti a risolvere i problemi della vita. Dall’amore, alla salute, alla mancanza di un posto di lavoro. Gli illeciti più frequenti - emerge dal rapporto - sono l’esercizio del mestiere di ciarlatano, evasione fiscale, circonvenzione d’incapace, e truffa aggravata, estorsione, esercizio abusivo della professione medica e psicologica.

Non è così strato che Venezia e il Veneto abbiano un così alto numero di maghi: qui si sta bene, ci sono i soldi, molto spesso fatti in fretta, e i maghi possono così chiedere parcelle più ricche, e arricchirsi più facilmente. Tre anni anche il mondo dell’arte veneziana si occupò di loro. alla Biennale un giovane artista, per accendere l’attenzione, chiamò una maga in diretta e si fece pronosticare l’esito della sua partecipazione alla mostra: quel filmato, registrato, è diventata poi la sua video-installazione: in quel caso a spingerlo ad alzare il telefono era stato un problema di lavoro.

(15 agosto 2007)

da espresso.repubblica.it


Pubblicato : 17/08/2007 da Francesco Furlan da espresso.repubblica.it | 0 commenti
Categoria : In VENETO

Che gran vino quel Ruttone

SATIRA PREVENTIVA

Che gran vino quel Ruttone
di Michele Serra

Mentre si affinano tattiche per proteggere e scegliere i vitigni migliori, ecco che arrivano nuove qualità. Il Ruttone, il Pneumatico e il Verde, il vino preferito dei leghisti  La vendemmia del 2007 è molto anticipata. E questo ci consente, cari lettori, di anticipare anche noi il seguitissimo e consueto appuntamento con le previsioni enologiche.

Vini del Bolgherese
La raffinatezza e il pregio di questi rossi toscani non conosce più limiti. Quest'anno le vigne di Sassicaia e Ornellaia, per proteggerle dai rigori dell'inverno, sono state coperte con berretti di cachemire e massaggiate da ragazze vergini. Uno psicologo ha seguito i grappoli durante la delicatissima fase della maturazione, aiutandoli a superare i traumi tipici della crescita. Come è tradizione da queste parti, ogni ettaro produrrà solo un paio di bottiglie, che non verranno destinate alla vendita perché sarebbe volgare. L'intera produzione del Bolgherese verrà messa in una teca ed esposta all'adorazione dei fedeli.

Montalcino
Accanto alla tradizionale produzione di Brunello di Montalcino, di Brunello riserva e di Brunello di Brunello, la qualità eccelsa delle uve permetterà, nel 2007, di produrre anche una limitata quantità di Brunellino di Brunellone, invecchiato goccia a goccia in pipe di radica per 35 anni e destinato all'evaporazione. Le bottiglie vuote verranno battute all'asta nel 2042 per un pubblico di raffinati intenditori. Svenimenti e crisi isteriche tra gli enologi alla notizia che il Brunello di quest'anno, oltre al forte bouquet di ribes, mandorle, pecora e torrone, avrà anche un particolare retrogusto di imbuto. Come ogni anno, tiene banco la competizione tra Montalcino e Bolgheri, che si contendono la palma di vino più pregiato del mondo: si cerca di sapere in anticipo il prezzo del vino rivale nel timore che il proprio vino costi di meno.

Barolo
Nell'arduo tentativo di migliorare questo vero e proprio re dei vini italiani, ai cinque anni di invecchiamento in barrique i produttori più esigenti aggiungono altri cinque anni di decantazione in zuppiere di porcellana, dieci anni di stagionatura nelle cave di tufo e cinque anni a Harvard. L'unico problema è che, con questo nuovo protocollo, il barolo di quest'anno potrà essere messo in vendita solo alla fine del secolo. Nel frattempo i produttori dovranno vivere di espedienti o di rapine in banca. L'intensità di questo vino suggerisce di accostarlo solo a pietanze di carattere altrettanto forte, come il brasato di coccodrillo o lo stracotto di bue muschiato.

Ruttone
In contrapposizione alla moda dilagante dei vini molto elaborati, si fa strada una controtendenza, quella dei vini popolari, a basso costo, di pronta beva. Il Ruttone è un uvaggio di Lambrusco, Barbera e Badedas molto spumoso e dal forte carattere: deve  l suo nome al fatto che, già stappandolo, si sprigiona dalla bottiglia un potente rutto, allegro e contagioso. Lo stesso consorzio che produce il Ruttone ha in listino anche il Ventrazza, un bianco frizzante in grado di raddoppiare a ogni pasto il volume corporeo del bevitore, e il Super, erogato dalle pompe di benzina.

Campania Momento fortunato per i vini del Napoletano. Le discariche a cielo aperto permettono l'impianto di vigne che cominciano a fermentare prima ancora della vendemmia. Ottimo lo Pneumatico, un vinello rosso dall'inconfondibile bouquet di copertone bruciato, e salutato con favore anche il Percolato Riserva, ottenuto dalla pigiatura precoce dei rifiuti speciali. Più discusso il Frecatura, un bianco passito venduto in bottiglie bucate, già usate per allenarsi al tiro a segno dagli affiliati alla camorra. Una buona notizia: i clan dei Padreterno e dei Fottimmo, acerrimi rivali in altri comparti economici, si sono uniti in consorzio per produrre il Gesummaria, un discreto rosso da tavola che deve la sua fortuna a una simpatica trovata commerciale: acquistarlo è obbligatorio per tutti i residenti nel territorio dei due clan.

Vino verde
Accanto ai rossi e ai bianchi, ecco una divertente novità: il vino verde che i militanti della Lega Nord producono nel loro amatissimo terroir, tra i capannoni e i raccordi anulari della Padania, in filari di vigne dal caratteristico aspetto defoliato, con uve dagli acini minuscoli e color nerofumo. Tra le etichette più significative il Cianotico e il Maramaldo, così detto perché usato per il colpo di grazia.

(16 agosto 2007)
da espresso.repubblica.it


Pubblicato : 17/08/2007 da Michele Serra (preso da espresso.repubblica.it) | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Zucchero dopo la serata-scontro

Intervista al cantante sull'episodio in Sardegna

"Le parolacce? Se le dice Grillo ridono tutti"

"Son così, vengo dalla strada"

Zucchero dopo la serata-scontro

di EDMONDO BERSELLI


 ROMA - Zucchero "Sugar" Fornaciari, alias Adelmo da Reggio Emilia, terra proletaria, 48 ore dopo il fattaccio di Cala di Volpe, con gli insulti al pubblico di super-ricchi e le bottiglie tirate fra palco e parterre (GUARDA IL VIDEO). Il bluesman è ancora esterrefatto: "Ma che vuole che le dica, non mi pareva proprio roba da prime pagine. Si vede che non avete molto altro da scrivere".

Come riflessione sul giornalismo è interessante. Forse però è meglio che stiamo alla notizia.
"Eccola allora, la notizia. Ho fatto esattamente quello che avevo fatto proprio a Cala di Volpe, cinque anni fa. Stesse parole, stesso gusto un po' sarcastico in una serata in cui ci si dovrebbe divertire. E allora non era successo niente. Anzi, la mattina dopo incontro Lamberto Dini, e mi dico, oddìo, chissà come l'ha presa. E invece Dini mi fa: "Fornaciari, una serata stupenda"".

Forse quest'anno non c'era un pubblico della stessa classe.
"Non so che cosa dirle. Io sono un professionista che gira il mondo, credo sinceramente di sapermi mettere in contatto con la gente".

Anche con chi paga mille euro per cena e show?
"Mi avevano detto che poteva esserci un cinquanta per cento di stranieri, ma non me ne sono preoccupato. Quest'anno ho fatto due serate allo Sporting Club di Montecarlo, ho detto le stesse cose, il tasso di ricchezza non era inferiore e non si è offeso proprio nessuno. E magari avrò sbagliato a dire che lì a Cala di Volpe ero venuto per i soldi, e non per piacere, ma non c'è niente di male: ho sei musicisti di altissima qualità, e un'ottantina di persone per l'allestimento del concerto. Sono serate che fanno tutte le grandi star. Inoltre tutti quei soldi di cui hanno parlato i giornali non li ho visti, nel contratto".

C'è consenso su trecentomila euro.
"Il contratto dice 180 mila dollari, che saranno intorno ai 150 mila euro, no? Ma a parte questo, io lo so benissimo che in queste occasioni, in questo contesto, il concerto è più difficile. Tuttavia mi dico: visto che sono lì seduti, hanno pagato, mangiano, ci vuole qualcosa in più".

Uno stimolo supplementare. Solo che è diventato uno choc.
"Il mio compito è quello di divertire, mi piace che ballino tutti. In un albergo, vicini a una piscina, con gente che magari non ama il rock o non ne sa niente, ci vuole qualcosa in più che in uno stadio o in un palasport. Io lavoro di sarcasmo, di ironia: non sono uno da night club, non sono un crooner, un cantante confidenziale, ho un temperamento sanguigno".

Che evidentemente non è stato capito.
"Eppure metà dei presenti ha capito benissimo, ha apprezzato, ha ballato, alla fine ha applaudito".

Zucchero, ammetterà che non è così frequente, in uno dei posti più lussuosi della Costa Smeralda, prendersi a insulti e bottigliate con il pubblico.
"Insomma, io vengo dalla strada, lo sanno tutti. Fra amici usiamo le parolacce praticamente con affetto: "Vieni qui merdaccia", "Cosa fai, troione". E ci vuol poco a capire che non è il massimo della vita suonare e cantare mentre il pubblico mangia. Così a me viene naturale elevare un po' il tono e il ritmo, "alzate un po' il culo e venite a ballare". E' il mio stile, piaccia o no. Ai miei fan piace. Sarebbe stato molto più facile fare lo spettacolo normale, buonasera signore e signori, grazie dell'applauso, arrivederci alla prossima estate".

Invece stando alle cronache lei si è rivolto alla signora dello scandalo, quella che continuava a spedire gli sms, dicendole: "Lavandino, baraccone, bagascione, cassonetto, sei uno schifo". Non dica di no, c'è il filmato di una televisione locale.
"E chi lo nega? Dunque: salgo sul palco dopo la presentazione, e vedo subito quella signora che fa gli sms. Che non mi guarda nemmeno, prosegue imperterrita a digitare. Sicché a un certo punto mi sono stufato e gliel'ho detto. Per favore, smettila con quel cellulare. Era un atteggiamento snobbante, come devo dirlo? E lei per tutta risposta mi ha fatto il ditino".

Il ditino ditino. Il dito medio?
"Proprio così. Fuck you. A quel punto mi sono scaldato anch'io, e ho detto quello che mi veniva in mente. Se l'avesse detto Beppe Grillo probabilmente avrebbero riso tutti. Invece è saltato su il suo compagno, che ha tirato il limone, o la bottiglia, nella concitazione non ricordo bene la successione degli oggetti tirati, io ho risposto. E insorta anche la sua tavolata, qualcuno voleva salire sul palco e farsi giustizia lì per lì".

Avevano pagato, e quindi avevano anche il diritto di fare quello che volevano, sms compresi.
"Il mio punto di vista è diverso: se pagano, fanno meglio ad ascoltare. Altrimenti, che cosa hanno pagato a fare? Mille euro e più solo per la cena?".

Qualcuno ha fatto circolare la voce che lei non fosse proprio sobrio.
"E io comincio a stufarmi. Hanno insinuato che prima del concerto avevo bevuto una bottiglia di sambuca e una di whisky. Mi dica lei se è possibile che uno possa suonare e cantare dopo due bottiglie di superalcolici. A pranzo bevo solo acqua minerale, a cena soltanto vino, e mai prima di un concerto. Non mi faccio di coca, nella vita mi sono fatto due spinelli in tutto e mi sono detto mai più perché non li reggevo. Ed ecco il risultato: hanno scritto che siccome venivo dalla Danimarca chissà di che quali sostanze ero strafatto. Secondo lei posso sporgere querela?".

Forse si potrebbe chiedere scusa, se è il caso.
"Guardi, io sono avvilito per avere provocato questo casino al management di Cala di Volpe. Gliel'ho detto, il mattino dopo, ma loro non sembravano preoccupati, anzi, erano soddisfatti, molto soddisfatti, della qualità del concerto. E infatti almeno per una buona metà del pubblico il concerto era andato benissimo, io avevo suonato più di quanto era stato contrattualizzato e avevo fatto due bis, Hey Man e Senza una donna, con la gente che applaudiva".

Le era mai successa una faccenda così, Zucchero? Con la Santanché scandalizzata, i vip sbalorditi, gli stranieri infuriati, i russi pronti a menare.
"Non lo sapevo nemmeno che c'era un pubblico di quel tipo. Avevo incontrato Valeria Marini in piscina nel pomeriggio, ciao come stai. E adesso si scopre che c'erano gli inviati, la tv, mentre i contratti escludono tassativamente la presenza di stampa e televisione".

Non sarà mica un complotto, Zucchero?
"No, macché. Ma mi ascolti: io sto facendo un tour che non finisce mai, ho cominciato all'Olympia il 3 maggio e da allora ho fatto 65 date. Adesso un po' di vacanza qui sull'Appennino emiliano con la mia compagna e mio figlio, e poi di nuovo al lavoro, tre giorni all'Arena di Verona, poi la Carnegie Hall. Voglio dire che sono sempre io, Adelmo Zucchero Sugar Fornaciari. Non sono cambiato, e non mi era mai successo un casino simile. Posso essere un po' sbalordito anch'io?"

A mente fredda: alla fine del concerto, sapeva di essere andato un po' al di là delle convenzioni?
"Ma sì, sapevo di avere un po' esagerato".

(15 agosto 2007) 
da repubblica.it


Pubblicato : 16/08/2007 da EDMONDO BERSELLI (su repubblica.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Silvestri: "Io, l´Africa e la Paranza"

Il cantautore al Forum con i lettori di Repubblica parla di musica e di politica

Silvestri: "Io, l´Africa e la Paranza"

a cura di Pietro D'Ottavio


"Quando cantavo con Fabi e Gazzè al Locale di vicolo del Fico"

Il chiapas
Credo che l´esperienza del Chiapas e della lotta zapatista sia importante e innovativa

In africa
In Mozambico e in Kenia si sente qualcosa di irrazionale legato alle origini dell´uomo A 38 anni, Daniele Silvestri è il fratello maggiore della nuova generazione della canzone d´autore romana "nata" negli anni Novanta. In quasi 15 anni l´artista cresciuto al quartiere Prati, dove ha frequentato il liceo Mamiani, ha inciso dischi come "Il dado", "Unò Dué" e il recente "Il latitante". Il cantautore romano ha raggiunto la piena maturità artistica: inconfondibile il suo stile di scrittura ironico e graffiante, la sua cifra sonora spazia dal rock alla canzone d´autore, senza dimenticare i suoni "latini", ovvero una personalissima "patchanka" assai apprezzata anche nei numerosi concerti di un capillare tour estivo. Ecco il resoconto dell´incontro con i lettori di Repubblica, ospiti della Casa del Jazz del Comune di Roma.

Silvestri
Mi sono affacciato sulla scena appena prima degli altri. Ma in realtà con Niccolò Fabi, Max Gazzè, Tiromancino, abbiamo condiviso più o meno lo stesso cammino. E frequentavamo tutti lo stesso, minuscolo, posto: il Locale di vicolo del Fico a Roma.

Repubblica
Locale che poi è diventato l´epicentro della nuova scena dei cantautori romani... all´epoca "L´uomo con il megafono" la fece conoscere al grande pubblico, visto che la canzone fu presentata tra i giovani al festival di Sanremo.

Silvestri
Le nostre affermazioni in effetti sono dipese anche dal fatto che al Locale stavamo insieme a confrontarci e a scambiarci stimoli e idee: questo è stato fondamentale per la nostra crescita artistica. E i semi gettati allora sono arrivati fino alle generazioni successive: al Locale Simone Cristicchi stava tra il pubblico.

Marina Spinetti
Molti cantautori mescolano ironia e tragedia, tentando di parlare di argomenti seri con leggerezza. Tu invece sei in equilibrio sul punto in cui le due cose si incontrano, un punto che Totò o Fabrizio De Andrè conoscevano bene... E aggiungo che il contrario del tragico non è il comico, ma l´indifferenza, l´analfabetismo emotivo...

Silvestri
Mi piacerebbe essere davvero così tranquillo e comodo su quel punto d´equilibrio... Se penso alla cinematografia italiana, mi viene in mente "La grande guerra", dove la tragedia va a braccetto con una ironia pazzesca.

Valentina Langella
La tua "Cohiba" è dedicata al Che. Il subcomandante Marcos può essere il suo erede? Cosa pensi delle odierne forme di contestazione che viaggiano su internet?

Silvestri
Ne parliamo proprio perché ci vengono utilizzati mezzi di comunicazione come la rete. Però negli anni ´70 internet con c´era e certe lotte hanno avuto comunque un´eco globale. Ma oggi è cambiato tutto e il web è fondamentale... Credo che l´esperienza del Chiapas e della lotta zapatista sia importante - al di là se si è d´accordo o meno sui metodi - perché si muove su livelli e sistemi nuovi, del futuro o quantomeno del presente. C´è la possibilità democratica di rendersi conto del potere che hanno un grande numero di persone: un aspetto che dovrebbe farci riflettere, visto che siamo audience, pubblico e soprattutto consumatori.

Mino Venerito
Da un anno vivo a Gran Canaria, territorio spagnolo in Africa. Alla radio ascolto molti cantanti italiani che traducono le loro canzoni in lingua iberica... peccato non poter sentire in spagnolo anche una versione di "Cohiba", qualcosa di diverso dal solito ritornello amor-corazon...
Silvestri Mi piacerebbe avere più confidenza con lo spagnolo... è questo che mi frena un po´. Intanto forse farò un giro di concerti e incontri in Argentina e Cile, in gran parte per gli oriundi italiani. A loro vorrei chiedere di tradurre le mie canzoni, chissà se da questo progetto potrà scaturire un disco...
Repubblica L´Africa è presente nelle sue canzoni ("Kunta Kinte"), e nelle sue iniziative, come i concerti a Piazza del Popolo a Roma e le visite in Mozambico...

Silvestri
In Mozambico e in Kenia, nel cuore dell´Africa, ho percepito qualcosa di irrazionale che deve essere legato alle origini dell´uomo. Non è stata la stessa sensazione quando sono stato nel Nord del continente, che pure mi ha colpito profondamente per la scoperta della cultura araba, diversa da come viene in genere presentata.

Sara Gubbinelli
Come sono nati i nuovi arrangiamenti di "Frasi da dimenticare" e "L´uomo col megafono"? E qual è, oggi, il rapporto con le migliaia di persone che vengono ai tuoi concerti?

Silvestri
Sono due tra le canzoni che più spesso sono state rivoluzionate in concerto... con la differenza che "Frasi da dimenticare" mi piaceva a ogni versione, mentre "L´uomo con megafono" mi piace soltanto in questo arrangiamento, costruita su un "treno" ritmico molto semplice... Quest´anno sono tornato a fare un lungo tour e ho visto che il pubblico della prima ora continua a frequentare i miei concerti... e la base si va allargando anche perché più di qualcuno ha avuto dei figli, che magari sono quelli che apprezzano di più "La paranza"...

Repubblica Altri invece apprezzano "Gino e l´Alfetta", il nuovo singolo, che nel concerto di Roma è stato accompagnato da una vivace performance di Valerio Mastandrea...

Silvestri
Tra l´altro a mia insaputa... eravamo rimasti d´accordo che si faceva uno scherzo al chitarrista, Maurizio Filardo. Ma quando l´ho visto uscire con quella parrucca e quel vestito rosso ho capito che invece lo scherzo era per me e non sono riuscito a cantare la prima strofa per quanto mi veniva da ridere... Con Valerio ci conosciamo da vent´anni quando lui iniziò a partecipare al Costanzo Show. Mi ricordo che lo vidi sul pianerottolo di casa mia perché andava a portare qualcosa a mio padre Alberto, che era coautore del programma.

Margherita
Valori Da "Y10 bordeaux" a "Il suo nome" intravedo un filo conduttore, una ispirazione legata a un vissuto personale. È così?

Silvestri
Non c´è dubbio. All´Y10 bordeaux mancava solo che mettessi la targa... Non saprei scrivere, soprattutto se sei tratta di storie d´amore se non partendo da qualcosa di personale. Primo perché, nella vita di tutti i giorni, ne capitano di cose. E poterne parlare - anche solo per tirar fuori scrivendone - è utile. Se poi riesci a farlo con un occhio distaccato e ti viene da ridere, fa bene. Quindi anche solo per motivi "psicoterapeutici", continuerò così! Secondo, perché ci sia la "carne" giusta in quello che scrivi, deve esserci la tua, deve esserci il tuo sangue... Poi magari si può cambiare il modello dell´automobile oppure il colore... Ma non tanto per dissimulare, quanto per mettere in evidenza l´essenza di quello che è capitato, variando invece i particolari.

Viola Martinangeli
Da dove prendi spunto per scrivere testi così profondi? Diventare papà ha modificato il modo in cui vedi la vita?

Silvestri
Si, avere figli ha modificato il modo con cui mi rapporto al mondo. Che poi di base nasce dalla curiosità e dall´amore per il genere umano, che mi piace e mi affascina. Negli occhi delle persone puoi trovare storie e mondi tutti da raccontare, e questo mi piace fare. Il guaio è quando la curiosità nei confronti della vita si affievolisce, tutto il contrario di quello che mi è capitato quando sono nati i miei bambini. Anche se in quel periodo la mia curiosità era tutta concentrata, e appagata, dall´osservazione di ciò che mi accadeva vicino. Quando poi ricominci a guardare il mondo intorno, cambiano le prospettive perché lo vedi con gli occhi di uno che non pensa più soltanto al proprio destino, ma inevitabilmente anche a quello delle persone che dipendono da te. E questo ti porta a riflettere diversamente sulle cose.

(14 agosto 2007)

da espresso.repubblica.it


Pubblicato : 16/08/2007 da Pietro D'Ottavio (su www.espresso.repubblica.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

ODISSEA A OAXACA (Messico).

ODISSEA A OAXACA

Quattro citadini catalani denunciano un arresto immotivato, il furto dei documenti e abusi e minacce da parte della polizia messicana.

Un calvario di nove giorni. Terminato ieri sera
 

Matteo Dean

Martedi' 14 Agosto 2007

Città del Messico - Domenica 5 agosto, durante le elezioni per il rinnovo del parlamento locale di Oaxaca, sono stati arrestati quattro cittadini catalani. Le tre donne del gruppo hanno denunciato abusi sessuale, mentre l’unico uomo ha detto di aver ricevuto pugni e calci. Tutti denunciano il furto dei loro documenti di riconoscimento. Da lunedi sono liberi, dopo nove giorni nei meandri dell’ingiustizia messicana, perché “l’Istituo Nazionale di Migrazione riconosce loro la legale presenza nel paese”.

I cttadini con passaporto spagnolo stavano godendosi la fresca serata di Oaxaca passeggiando per le vie del centro. La Oaxaca che non andava a votare si era in parte riunita a pochi isolati dalla piazza centrale per mostrare alcuni video sulla lotta dei zapatista. In strada, con un paio di casse e un videoproiettore, venivano mostrate le le immagini degli incapucciati e i quattro catalani, che stavano passando di lí, si erano fermati a osservare le immagini che scorrevano sullo schermo improvvisato. Un pick up bianco, senza targa, si avvicina. Dalla macchina scendono diversi uomini in uniforme e armati con fucili d’assalto. In pochi minuti caricano quattro spagnoli ed un messicano. Nel corso della notte, dopo minacce, pugni e abusi, secondo quanto denunciato dagli arrestati, il cittadino messicano viene rilasciato e i quattro catalani trasferiti d’urgenza a un centro di Cittá del Messico.

Immediatamente si sono mosse le istituzioni incaricate di vigilare sul rispetto dei diritti umani. Rosario Ibarra de Piedra, storica attivista per i desaparecidos della “guerra sporca” degli anni Settanta,è stata tra le prime a mobilitarsi. La oggi senatrice e presidente della Commissione dei diritti umani del senatoè immediatamente intervenuta con la sua squadra di avvocati. In Messico esiste infatti uno strumento legale che permette di sospendere le condanne emesse da un qualsiasi giudice. Una sorta d’appello prima della sentenza. “Sono rinchiusi senza alcuna accusa, ma almeno abbiamo ottenuto la sospensione della deportazione”, ci aveva detto la senatrice che abbiamo raggiunto al telefono. “Hanno rubato loro i documenti e li hanno accusati di essere illegalmente nel paese”, continua, “stiamo organizzandoci perché escano il prima possibile”. Non è strano che il governo, in un momento in cui il mancato rispetto dei diritti umani sia oggetto di polemiche internazionali, consenta simili azioni, chiediamo. “É strano, però lo fanno perché c'è prepotenza, superbia. Sono 32 anni che lotto per la sparizione di mio figlio ed é sempre stato cosi. Credono di essere intoccabili”, conclude la senatrice. Ugo Rosas, avvocato inviato dalla Ibarra, ha ottenuto l’emissione di un amparo che ha sospeso la sentenza di deportazione. Toccava a un nuovo giudice analizzare la situazione e concentrarsi, come spiegato dalla Ibarra, “sugli abusi commessi dalle autorità locali”. Ma poco prima che questo succedesse, l’Istituto Nazionale di Migrazione (INM) ha disinnescato la vicenda e ha liberato i quattro cittadini stranieri.

Usciti dal centro di Città del Messico i catalani dichiarano di voler denunciare quanto vissuto e sostengono che “è una bugia ciò che dice la polizia. Ci hanno arrestato per strada senza dirci nulla”. In un primo momento i loro accusatori avevano dichiarato che i quattro stavano facendo “scandalo nella via pubblica” ma avrebbero poi cambiato versione versione tramutando l’accusa in assenza di documenti.

“Quando ci fecero scendere dal furgone ci misero un cappuccio in testa e ci portarono, trascinandoci, di fronte una parete. Lí ci fecero inginocchiare e ci levarono gli zaini, i marsupi, i documenti e i soldi”, spiegano in una lettera che son riusciti far uscire dal centro nei giorni del loro arresto. “Uno alla volta ci portarono in una stanza scura, vuota. Ci fecero foto, molte foto, ci misero inginocchiati contro il muro. Abbiamo ricevuto pugni, umiliazioni, insulti e minacce. Il terrore aumentava quando sentivamo che caricavano le armi, ci davano spintoni e ci illuminavano il volto all’improvviso con le torce”, continua la tragica testimonianza. “Dopo ci hanno portato davanti a un giudice che ci accusava di essere senza il permesso di soggiorno e non ascoltava la nostra di denuncia di furto. Ci ha impedito di parlare con il consolato spagnolo”, denunciano, “e infine ci hanno portato a Cittá del Messico, dove abbiamo poi potuto ottenere nuovi passaporti dal consolato. Dall’8 agosto siamo stranieri illegali... con documenti”.

Una settimana dopo, lunedí 13 agosto, alle nove di sera, i quattro escono dal centro della capitale messicana. “Adesso vogliamo riposare. É stata una settimana molto dura. Dei maltrattamenti parleremo nei prossimi giorni, con la mente più lucida”, dichiarano e ringraziano tutti coloro che in questi giorni hanno dato loro una mano.

da lettera22.it


Pubblicato : 15/08/2007 da Matteo Dean (da lettera22.it) | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

Una Chiesa nel buio

Una Chiesa nel buio

Ferdinando Camon


Quando lo scandalo dei preti pedofili esplodeva in America, il «New York Times» uscì con un editoriale: «Piano con l’infangare la Chiesa Cattolica, la Chiesa Cattolica è una risorsa morale per l’America». In questo momento ci sono diversi preti sotto accusa in Italia, per reati infamanti; questo ci fa ragionare sul danno che la Chiesa subisce, ma anche noi vogliamo premettere quella dichiarazione del «New York Times»: distinguiamo l’istituzione da chi, dentro di essa, commette errori o colpe.

Certo, questo non è un buon momento per la Chiesa.

Don Gelmini sotto accusa, don Mazzi che chiaramente o velatamente si offre come teste a carico, dunque prete contro prete; prima accuse di pedofilia contro don Gelmini, poi una confessione della vittima a don Mazzi, e questa finisce sui giornali: evento sconcertante, se sta in questi termini, perché se quella era una confessione sacramentale la sua rivelazione squalifica il prete che l’avrebbe violata; poi giornali che indagano sulla vita di don Gelmini e trovano che in passato s’era fatto quattro anni di prigione; inoltre, in varie diocesi italiane, preti che faticano ad accettare un “motu proprio” del papa, su un tema delicatissimo come la lingua da usare nella messa, tema sul quale aveva deciso nientemeno che un Concilio; inoltre, lungo i mesi, malati terminali in grande sofferenza che chiedono l’eutanasia, loro famigliari che non capiscono perché a un malato che ha ottenuto l’eutanasia viene accordato il funerale religioso e a un altro no; e ora, ieri-oggi, nuove accuse di pedofilia a preti di Torino, che per di più sarebbero stati ricattati per anni dalle loro vittime, e indagini nelle loro abitazioni, con la scoperta di cospicue somme in denaro, che speriamo fossero lì per ragioni oneste. Infine, l’interminabile sequela di dichiarazioni di prelati sulle tasse: si può anche capire chi non le paga, andrebbero pagate se... Bastava molto meno perché gli evasori si sentissero virtuosi, e i contribuenti onesti dei poveri fessacchiotti. Davvero, non è un buon momento per la Chiesa. E il momento non-buono dura ormai da troppo tempo. Bisognerebbe che le lezioni del passato venissero utilizzate nel presente.

Per esempio, i casi di pedofilia non dovrebbero venire coperti e taciuti. In America questa tecnica è costata due miliardi di dollari, la rovina di intere diocesi. Non riusciamo a capire come gli episodi di pedofilia che vengono denunciati adesso a Torino, si siano sviluppati in quel modo. Premettiamo che non c’è una sentenza definitiva, ed è possibile che nuove rivelazioni cambino aspetti anche centrali della vicenda. Ma adesso pare di capire che pratiche sessuali ci sono state, tra preti e ragazzi che si trovavano nelle loro comunità, e dopo il sesso il ricatto, soldi in cambio del silenzio. Il lavoro dei preti nelle comunità è altamente benefico, è duro e faticoso, viene svolto con sacrificio quotidiano, e non sempre, anzi raramente, è premiato con la gratitudine. Però ci sono delle zone buie, in quei territori. I rapporti tra preti e sesso, educatori e ragazzini, pedofilia e denaro, troppo spesso escono sulla cronaca sotto forma di problemi aperti. Qui non si tratta di punire o spostare qualcuno, o più d’uno; non si tratta di tacitare uno scandalo, o qualche scandalo; qui c’è un problema di fondo, che si riaffaccia con maligna costanza.

Le comunità anti-droga sono un problema giuridicamente complesso. Il drogato s’è ammalato nel mondo, e per la terapia viene trasportato in un altro mondo, a vivere in un altro modo: la nuova vita crea un nuovo uomo. Operazione difficilissima, sia per chi deve ricostruire se stesso, sia per chi lo accompagna nel cammino. È un dramma che lacera molte famiglie, e che perciò dà visibilità. La visibilità è una forza politica e produce denaro.
La relazione preti-comunità-tv-politica-denaro non è senza pericoli per la Chiesa. Andrebbe governata e regolata. Invece è abbandonata, ci sono preti di destra e preti di sinistra, preti accusati e preti accusatori, preti che fondano comunità che costano svariati milioni di euro e attendono quei milioni dai potenti della politica. Se la virtù è povera e nuda, in questi giochi di potere finisce sbranata. Sarebbe bello che tutte queste vicende trovassero una impostazione, e una conclusione, etica. Il pedofilo, prete o no, non va protetto. Il ricattatore, che ricatti preti o laici, va punito. Il drogato va curato: la cosiddetta cura “cristologica” è una cura, difficilissima perché crede che una foresta di valori possa fiorire là dove c’è un deserto, ma è una cura, ci sono giovani ricoverati in quelle comunità che si salvano: non roviniamole. La tv non fa bene ai preti: è il medium dell'esibizione, fede ed esibizione non sono sinonimi. Piano con le sovvenzioni dai potenti politici: il denaro compra, poco denaro compra le braccia, tanto denaro compra l’anima. Le tasse vanno pagate, tutte da tutti, rimettere al contribuente la decisione, e condizionarla a come il contribuente ritiene che lo Stato usi quelle tasse, vuol dire ammazzare lo Stato dalla sera alla mattina. E poi, sui morenti che non muoiono mai e non potranno mai guarire ma sempre e soltanto soffrire: chi soffre all’infinito e vorrebbe farla finita, non bestemmia ma chiede pietà.

Pubblicato il: 15.08.07
Modificato il: 15.08.07 alle ore 7.33  
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Pubblicato : 15/08/2007 da Ferdinando Camon su l'Unità | 1 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

«Per ogni donna uccisa si poteva fare di più»

«Per ogni donna uccisa si poteva fare di più»

Chiara Affronte


«Per ogni donna uccisa si poteva fare di più». Per Maria Antonietta, uccisa venerdì scorso in pieno giorno dall’ex fidanzato Luca Delfino, così come per tutte le donne che prima di lei hanno trovato nel proprio compagno un assassino. È lapalissiano, ma non può essere che così per Anna Baldry, docente di psicologia sociale e giuridica all’Università di Napoli, studiosa e collaboratrice del Centro antiviolenza Differenza donna. E «madre» dei modelli «Sara» ed «Eva», due metodi scientifici che studiano e offrono strumenti per capire il grado di pericolosità di una situazione di maltrattamento in modo da adottare le misure preventive necessarie alla salvaguardia delle donne. Donne che, con una media di una ogni tre giorni, sono vittime di uxoricidio in Italia: oltre cento in un anno. Moltissime poi quelle che subiscono il fenomeno dello stalking, ovvero la persecuzione assillante, presa ancora poco in considerazione dagli operatori. «A volte le donne sono uccise premeditatamente, più spesso perché il partner non accetta la loro indipendenza (nel 39,5% dei casi vengono uccise da un ex compagno)». Il senso è: «Controllo la sua vita togliendogliela». Molto più raro «il raptus» omicida in questi casi: «Tra l’altro il 35% di questi uomini, dopo aver ucciso, si uccide, ma solo dopo aver sancito il proprio potere».

Si studia, si accoglie, si sperimenta, si dialoga, si cercano risorse. I centri antiviolenza in Italia sono un centinaio e, giorno dopo giorno, lavorano per sradicare o almeno ridurre la violenza che le donne subiscono in un Paese che solo nell’81 «ha cancellato il delitto d’onore, e nel ‘68 ha rimosso il reato di adulterio». La Casa delle donne per non subire violenza di Bologna è un’eccellenza nel panorama nazionale. Aperta dal 1990, è fin dalla nascita un luogo in cui le donne possono confrontarsi sul tema della violenza, di qualsiasi tipo, fisica o psicologica, economica o sessuale. Alla Casa si fanno colloqui telefonici, individuali, si organizzano incontri e dibattiti, e si possono soprattutto ospitare le donne che abbiano subito o che stiano subendo violenza nelle case rifugio. «Ancora troppo poche... », sospira Angela Romanin della Casa delle donne bolognese. Città dove, su 500mila abitanti circa, compreso l’’hinterland, se ne possono ospitare solo 14. «E pensi che la Comunità europea nel 2002 ha stabilito che si dovrebbe dare rifugio ad una donna (con il suo nucleo familiare) ogni 7.500 abitanti... ». Siamo indietro, si ripetono queste operatrici. Preziosissime per il lavoro e lo studio che portano avanti. Con risorse scarse. «I centri antiviolenza non hanno finanziamenti diretti dallo Stato, ma si avvalgono di risorse stanziate dagli enti locali, che possono essere più o meno sensibili a questi temi», spiega Romanin.

Il problema vero, rispetto al tema della violenza sulle donne - quindi - a sentir parlare chi ogni giorno lavora su questi fronti, ancor prima che legislativo è culturale. «Sebbene ci aspettiamo molto dalla legge a cui sta lavorando la ministra Pollastrini che dovrebbe riconoscere come reato l’atto persecutorio», spiega Baldry. Manca la formazione, manca la preparazione, di magistrati, polizia, assistenti sociali, «che spesso non sono in grado, eccetto che per loro particolare sensibilità, di osservare con attenzione comportamenti pericolosi e adottare le relative misure preventive», spiegano le operatrici.

Anna Baldry da tempo si occupa del modello «Sara», importato dal Canada e adattato all’Italia; fa formazione organizzando corsi per operatori: «A marzo si è chiuso un corso alla Questura di Milano e a settembre cominceremo a Verona», dice. «Ma sono casi isolati, ancora». Anche se a questi «modelli» Baldry ha lavorato insieme a magistrati e poliziotti, particolarmente sensibili al tema della violenza sulle donne. «Il modello “Eva” è ancora alla fase iniziale, è destinato agli agenti delle volanti, gli unici in grado di “osservare” dettagli importanti quando intervengano ad esempio in casi di liti familiari». «Sara», invece, in base ad una serie di elementi, valuta il grado di pericolosità di una situazione: «È come quando al pronto soccorso si danno dei codici di gravità alle richieste di aiuto dei pazienti», spiega Baldry. Che ha già raccolto dati empirici di ricaduta del metodo su fatti concreti. «Ci sono agenti che sono riusciti ad ottenere da un giudice un dispositivo di custodia cautelare ponendo l’attenzione sulla pericolosità della situazion grazie a “Sara”». Sono passi importanti, ma ancora tropo poco diffusi. E, intanto, le donne continuano a morire. Dal 2006, però, è attivo un numero, il 1522, che 24 ore su 24 dà consigli e assistenza alle donne maltrattate. «È uno struemnto importantissimo, che deve essere promosso», sostengono le operatrici.

Pubblicato il: 15.08.07
Modificato il: 15.08.07 alle ore 7.33  
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Pubblicato : 15/08/2007 da Chiara Affronte su l'Unità | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

Una storia bassanese... di droga.


Parla Michele, 38 anni, per venti schiavo della droga: «Cercando emozioni sempre più forti mi sono trovato invischiato in una tela di ragno» 

«Sono diventato un robot della cocaina» 

Nel 2003 la decisione di disintossicarsi. «Ma una volta ci sono ricascato: per questo mantengo i rapporti con la comunità»


Bassano
Michele ha 38 anni, è bassanese, ha una lunga storia di uso e abuso di sostanze stupefacenti e di rapporti ormai logori con le forze dell'ordine. Un ventennio pesante di cedimenti e di ricadute nel feroce mondo della cocaina, un vivere tetro e privo di speranze, in un labirinto in apparenza senza uscite, fino alla scelta radicale di entrare in comunità per disintossicarsi e per dire un 'no' definitivo a tutte le droghe.

Quando e come inizia il tuo rapporto con le droghe?

"Come spesso accade quando si è adolescenti, verso i 14 anni ho iniziato anch'io a fare uso delle prime droghe leggere, un po' di fumo, un po' di marijuana, qualche pastiglia e tante bevute. Quando si è in compagnia è facile entrare nei meccanismi dello sballo estremo".

Perché ti sei fatto trascinare in queste compagnie?

"La storia della mia vità è abbastanza complicata. A 11 anni i miei genitori si sono separati e non ho mai avuto una famiglia vera e propria dove crescere all'interno di regole precise e sane. La mia ricerca personale purtroppo mi ha sempre portato sul versante negativo, quello del male, e mi sono lasciato trascinare in compagnie pericolose".

Com'è avvenuto il tuo primo approccio alle sostanze stupefacenti?

"A 15 anni ho iniziato ad avere le prime esperienze pesanti, perché a un certo punto non basta più fumare lo spinello o ubriacarsi all'inverosimile perché cerchi sempre emozioni più forti. E così è arrivata l'eroina".

Dalla quale ti sei subito liberato, esatto?

"Ne ho fatto uso, iniettandomela in vena, per un breve periodo e poi ho preso tanta paura. Appena ho avuto la sensazione di poter diventare un tossicodipendente ho mollato subito, mi sono allontanato da quel mondo così pericoloso e spaventoso. Ma la mia assunzione di droghe leggere non si è interrotta, anzi".

Come sei arrivato alla cocaina?

"È stato un passaggio quasi naturale, ho terminato il servizio militare a Tai di Cadore, come alpino, e a 20 anni ho iniziato a farne uso in maniera costante. Da quel momento è iniziata la mia catastrofe".

Perché proprio la cocaina?

"Perché ti dà una forza incredibile, ti fa diventare estroverso, ti fa gestire le relazioni con una facilità impensabile. Sono sempre stato una persona molto timida e la cocaina, in apparenza, mi faceva diventare invincibile. In discoteca abbordavo le ragazze senza problemi, con gli amici facevo lo splendido, ogni desiderio sembrava che si potesse avverare".

Quindi migliorava il tuo stato sociale?

"Lo facilitava molto, mi sentivo sempre attivo, gestivo un locale con mia mamma e mia sorella e non ero mai stanco, ero sempre attivo, sempre pronto, conversavo meglio con tutti, mi sentivo 'in'".

E invece?

"La cocaina è una droga carogna, ti prende ogni piccola parte della tua vita e la distrugge senza che tu te ne accorga. È come un ragno che tesse lentamente la sua tela e quando meno te lo aspetti sei così invischiato che non riesci più a liberarti".

Così sei scappato all'estero.

"Non reggevo più la situazione qui a Bassano e mi sono trasferito ad Amburgo in Germania. È stato lì che si è consumatö il resto della mia vita da cocainomane, vivendo per le strade. Di lavoro facevo il gelatiere e prendevo anche una bella paga, che però se ne andava tutta in dosi. Di giorno mi ripromettevo di smettere e di sera diventavo una specie di robot telecomandato dalla droga. E più il tempo passava e più la mia vita diventava buia e piena di paure, di ansie, di terrore. Ho rischiato grosso in molte occasioni e anche se ho messo a repentaglio la mia vita non sono mai riuscito a smettere".

Chi ti ha offerto aiuto?

"Un caro amico mi è sempre stato vicino ed è stato lui a convincermi di parlare con un sacerdote. Per cinque mesi ho chiuso la porta in faccia alla cocaina e attraverso la preghiera mi sono rimesso in carreggiata, ma la ricaduta è stata inevitabile".

Quindi nemmeno la religione è un appiglio sufficiente?

"È molto importante, ma servono anche altre cose per uscire da questa tortura, dalla quale sembra quasi impossibile sottrarsi. La preghiera è stata per me fondamentale e tuttora mi sta aiutando molto".

Una vita zeppa di continue ricadute. Quando è arrivata la svolta?

"Il 6 marzo del 2003, il giorno del compleanno di mia sorella. Quel giorno ho deciso in maniera categoria che dovevo farmi aiutare. Sono rientrato in Italia e qualche mese più tardi sono entrato in comunità a Ca' delle Ore a Breganze, dove è iniziato il mio disintossicamento".

Hai seguito un programma preciso?

"Sì, ed è durato due anni. Se vuoi uscire da questa trappola devi lasciarti aiutare, non ci sono alternative. Finchè sei in comunità sei protetto, ma la vera prova è quando esci allo scoperto".

Da allora ci sei ricascato?

"Purtroppo sì, una sola volta, un anno e mezzo fa. Ed è per questo che continuo a mantenere i miei rapporti con la comunità, dove ci sono delle persone speciali che mi aiutano a mantenere alta l'attenzione sul problema e che mi accolgono in qualsiasi momento ne abbia bisogno".

Adesso pensi di aver chiuso?

"Credo di sì, anche se non sono così sicuro di non ricaderci più. Purtroppo la cocaina è una brutta bestia e il suo gusto torna a galla anche dopo anni che non la usi più, quando meno te lo aspetti. Ecco perché è così difficile staccarsene".

Com'è cambiata la tua vita qui a Bassano?

"Adesso faccio il magazziniere ed evito accuratamente di frequentare la città e le mie vecchie compagnie. Di droga ne gira tanta, davvero. Nel programma di recupero è previsto anche tagliare i ponti con le amicizie pericolose di un tempo, con i ragazzi che sei cresciuto assieme fin da piccolo. Quelli ormai fanno parte del passato e la mia vita deve solo pensare al futuro".

Michele Zarpellon
 
da gazzettino.quinordest.it


Pubblicato : 11/08/2007 da Michele Zarpellon su gazzettino.quinordest.it | 1 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

I DISCUTE DE MONA DA MONA...

Sesso, il punto G esiste davvero?

Su Geo il parere degli esperti su una delle questioni più controverse della sessualità femminile.

Per alcuni è solo un mito


ROMA
Tutti lo cercano ma nessuno sa dove si trovi esattamente. Tanto che molti esperti ne mettono persino in discussione l’esistenza. Il dibattito su cosa davvero sia il punto G femminile è ancora lungi dall’essere terminato, e divide gli studiosi tra chi si dice in grado di identificarlo con esattezza e chi invece lo ritiene una pura e semplice invenzione.

Una polemica che prosegue attraverso le pagine di Geo, il mensile Gruner+Jahr/Mondadori diretto da Fiona Diwan in edicola questo mese.

Il punto G è stato ribattezzato in questo modo nel 1982 in onore del sessuologo americano Grafenberg, che per primo lo avrebbe descritto negli anni cinquanta.

Ma un recente articolo pubblicato sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology lascia trasparire parecchi dubbi sull’esistenza del punto G, definito “un moderno mito della ginecologia, un fraintendimento degli scritti di Grafenberg e degli studi sulla prostata femminile”. Una scuola di pensiero che trova molti estimatori anche in Italia. Come Vincenzo Puppo, medico sessuologo di Firenze del Centro Italiano di Sessuologia, che a Geo smentisce la teoria secondo cui il punto G sarebbe una zona a sensibilità maggiore costituita da un sistema di ghiandole che circondano l’uretra, la cui stimolazione provocherebbe l’orgasmo vaginale: “Ma come può una ghiandola procurare un orgasmo?”, si chiede Puppo. “Non credo affatto che il punto G esista. Basta leggere l’articolo di Grafenberg per rendersi conto che l’autore non ne ha mai parlato e che tutta la letteratura scientifica al riguardo si basa su studi condotti su un basso numero di pazienti”.

Di avviso totalmente opposto Alessandra Graziottin, direttore del Centro di Ginecologia H. San Raffaele Resnati: “Il punto G si trova sulla parete anteriore della vagina, a 3-4 centimetri all’interno rispetto all’entrata vaginale. Studi recenti hanno dimostrato che è un derivato della prostata maschile. Si tratterebbe di un residuo embrionale che per tale ragione può essere tanto, poco e per nulla sviluppato”.

Nonostante il dibattito sia ancora aperto l’esistenza del punto G è largamente accettata. Un’anomalia che può comportare delle conseguenze a livello psicologico per una donna: “Se è convinta che il punto G esista”, aggiunge Puppo a Geo, “e non riesce a trovarlo perché non risponde alla sua stimolazione, può pensare di avere qualcosa che non va, mentre è stata informata in modo non corretto sulla sua sessualità”.

da lastampa.it

............000..........

Dibattiti, teorie, citazioni... esiste non esiste ecc. ecc.

Sono convinto che esiste... ma lo si cerca nel punto sbagliato!

Il punto G le donne l'hanno in testa non là.

E l'uomo non lo capisce...

ciaooooooo 

PS: foto selezionata da admin e attinta dal web.

 

 


Pubblicato : 10/08/2007 da ARLECCHINO | 1 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA


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