HOME | CHI E' ARLECCHINO | RSS
L'Italia vista dall'alto di un tir

REPORTAGE

L'Italia vista dall'alto di un tir
 
Al volante con la radio cb sempre accesa.

Avvisi sui "puffi blu" e suggerimenti per il pranzo

MARCO NEIROTTI, INVIATO SULL'AUTOSTRADA A21


Tornado, che fai di bello?». «Stasera è buona, Coguaro. Due metri con una ghiringhella e poi 144». Tradotto significa: a letto con una ragazza e poi si dorme. Più affascinante in gergo che a chiare lettere. Avanti e indietro sulla A21 fra Torino e Piacenza sui tir scopri via etere - attraverso i baracchini - un trancio di mondo parallelo ma anche quello delle case e degli uffici, perché è di vite vere così come di chat da Internet, è quello delle barzellette, dei film di ultima categoria, ma anche dell’aiuto, solidarietà e condivisione di vite.

Ci sta bene pure lo stereotipo del «due metri» (una branda) e della «ghiringhella», dell’avvertimento che al casello di Tortona ci sono i «puffi blu», pattuglia della polizia stradale che controlla la scatola nera, ma va e viene un continuo alternarsi di voci che chiedono di fermarsi a ritirare un farmaco per il figlio o commentano la morte in fiamme degli operai Thyssen. Metropoli che chiacchierano mentre si scompongono e ricompongono, si lasciano e riprendono.

Convoy
Sulle strade d’Italia circola ogni giorno quasi mezzo milione di mezzi pesanti. E la voce che corre fra le cabine di guida e i cavi che si intravedono lungo il finestrino ricordano un film clamoroso, «Convoy, trincea d’asfalto» (1978, trent’anni fa) di Sam Peckinpah con il camionista ribelle ai limiti di velocità Kris Kristofferson, «Anatra di gomma», Ely McGraw, la fotoreporter sexy, e Ernest Borgnine, insopportabile e deriso sceriffo «mocassino d’acqua Wallace». Quella che scorre qui non è una rivolta, è un vociare futile o preoccupato, allegro, sgangherato o triste.

«Schiva Giustino. Ha tradito». Sembra un pizzino di Provenzano. Invece segnala che nella trattoria d’abitudine è calata la qualità della sbobba ed è cresciuto il prezzo. Ciascuno è per gli altri il Raspelli dell’immediatezza, recensione inflessibile diffusa in tempo reale, con termini diretti e dolenti effetti immediati sull’oste. Molto blabla è «puffi blu», «neri» (i carabinieri, come anche gli albanesi chiamano tutti gli sbirri), è avvertimento, sosta, deviazione, difficile ingresso in città, animali in carreggiata.

Il sorpasso
Noi guardiamo i bestioni incolonnati o impazziti in un sorpasso improvviso e lentissimo e folle. Loro guardano noi e si avvertono: «Sta arrivando un’Audi che va per conto suo. Attento, sbanda da ubriaco». Non si può frenare la malizia divertita di chi occhieggia dall’alto: «La Mercedes grigia, vedi un po’ che gli sta facendo la stronzetta mentre lui guida. La vorresti anche tu, eh?». Sesso ce n’è per ogni orecchio: «A Sarzana è tornata la Simo... è in piena forma», oppure: «Lascia perdere Lisa, secondo me s’è beccata qualcosa. È tutta smunta».

C’è, tra realtà e gioco goliardico, il gusto di un’Italia erotica che fa compagnia. Ma è sperduto tra annunci di ingorghi o di sconti in un negozio che chiude su una statale, lezioni di eleganza («quel giaccone fa schifo e fra due mesi si disfa») e comunicazioni di servizio («all’area ... la doccia non funziona, non ha acqua calda»).

Le discussioni tecniche sui baracchini, i ricetrasmettitori, sono calate da quando è tutto in Internet: caratteristiche, prezzi, schemi elettrici, riparazioni. Nei siti dicono la loro Peppe Pascià e Piperalpha, Gino 1 Turbo e Tulipano. Hanno il portatile in cabina, ma quando si collegano a voce sono furibondi con i cecchini di «Striscia la notizia» che hanno ripreso ogni sorta di comportamento sciagurato (dal computer portatile all’insalata) alla guida: «Ci penalizzano tutti, come fossimo tutti scellerati. Siamo tanti, contate un poco gli incidenti delle auto senza di noi». E via si parla di alcol, velocità, sonno.
E cronaca. «Hai visto quei poveracci della Thyssen? Quelli muoiono tutti». «Ho visto». «Però loro fanno notizia. Per noi è sempre colpa nostra».

In quel momento, quando scivolano su quel terreno, senti come nella ragnatela via etere ciascuno conservi una solitudine del suo viaggio. Che ridiventa combriccola quando un entusiasta annuncia: «Pilloline dall’Est. Mica i prezzi di farmacia, cinquanta euro per quattro pasticche. Con queste vedi che le lasci stupefatte. Ne ho parecchie. Sono a ... verso l’una...».

Il break
Però una voce dice «break». È la richiesta d’inserirsi su un canale dove sono già in collegamento. Un timore improvviso, la notizia di un incidente, il pensiero per un amico che non risponde. «Passo di lì, scendo vedo e so dire». È il ritorno di una ragnatela emotiva, solidale, come è comune l’ondeggiare delle barzellette, le stesse riciclate cambiando il protagonista secondo che al governo ci fosse Berlusconi o ci sia Prodi. Già sentite, ma affibbiate al nemico del momento sono come cotte nuove in un nuovo sugo.

Anche il principiante impara presto. Si scopre subito. Dice la sua e poi: «passo». «Novellino», annunciano. Per finire la trasmissione si dice «qrt». E, per finire l’anno, quando non si viaggia, si stacca il baracchino, lo si rimonta in auto o in casa e il saluto continua. Come se la vita d’asfalto fosse un richiamo.

Saluti e auguri: «73 51».

da lastampa.it
 


Pubblicato : 31/12/2007 da MARCO NEIROTTI (su lastampa.it) | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

Benazir significa "Senza Pari".

29/12/2007 (7:36) - LA TESTIMONIANZA

Quando "Pinkie" portava i calzoni

Parla il vecchio prof di Benazir all'università

RICHARD W. BULLIET


Erano gli inizi degli Anni 70 e, senza ombra di dubbio, la star del mio corso di Introduzione al Medio Oriente era «Pinkie» Bhutto.

Una volta le chiesi che cosa significasse il suo vero nome, Benazir, e lei ridacchiando imbarazzata mi rispose: «Senza pari».

Ma nessuno, a Radcliffe come ad Harvard, la chiamò mai altrimenti che Pinkie. Benché fosse evidente che Benazir era perfetto per lei. A quei tempi, le ragazze portavano tutte la gonna. Tranne Pinkie. Fu una delle prime a dimostrare che i pantaloni erano una scelta di stile. Alta, con lunghi capelli neri e occhi risplendenti, era sempre spumeggiante, pronta alla risata. Era anche la più brillante della classe, a differenza del suo men che serio fratello Murtaza. Mi invitò a cena una volta: un pasto senza pretese, con gli amici, ma la verve di Pinkie dominava su tutto.

Passò oltre un decennio prima che la rivedessi. Ci incontrammo nella sua suite a Central Park South. Fu Zahid Mahmood a organizzare l’appuntamento. Aspirava a diventare ministro degli Esteri nel governo di Benazir. Benché le sue credenziali fossero eccellenti come il suo eloquio era terrorizzato da Benazir, che era a capo del suo partito. Si scolò un bel po’ di vodka mentre la limousine che aveva affittato ci portava a destinazione. Mi pregò di parlare bene di lui. Quando la vidi notai subito i cambiamenti portati dal tempo, dagli arresti domiciliari e dalle responsabilità. Era ancora più bella ma tutta la sua briosità era sparita. Parlava con dolcezza alla giovani donne del suo entourage ma era decisa e ruvida quando si rivolgeva ai due uomini presenti, e per suo ordine, nessuno doveva parlare se non ne era richiesto.

Con me, suo ex professore, si dimostrò più gentile. Nell’estate 1989, era di nuovo a Manhattan, a un gala in suo onore al Plaza. L’ospite era Donald Trump e nel salone l’aspettavano un mucchio di celebrità newyorchesi. E poi c’era lei. Splendente in uno sfarzoso abito bianco e come in fiore, agli inizi della sua seconda gravidanza. Era davvero Camelot, allora. Quando arrivai a Islamabad, Benazir non era in città, ma incontrai sua madre, che era anche una sua collaboratrice, Nusrat. Mi disse che nè lei nè Benazir avevano mai visto un milione di dollari in contanti in una valigetta, prima che lei diventasse primo ministro. Era il prezzo da pagare per i voti decisivi in Parlamento. Si chiedeva se Benazir sarebbe riuscita a far cadere in disgrazia il suo corrotto rivale, Nawaz Sharif, prima che questi trovasse un modo per estrometterla. Benazir perse quella gara.

Qualche giorno più tardi raggiunsi la madre di Benazir a pranzo nella proprietà di famiglia a Larkana, nel Sindh. La folla dei simpatizzanti, fuori e dentro i cancelli, era sconvolgente. La tomba del padre, poco distante, era ugualmente affollata di fedelissimi. Immensamente popolare come primo ministro negli Anni ’70, Zulfiqar Ali Bhutto fu giustiziato dal dittatore militare Muhammad Zia-ul-Haq, con discutibili accuse di complicità in omicidio. Benazir raccolse la sua eredità e votò la sua vita al compito di succedergli. Con la sua morte, come accadde per John F. Kennedy, cala il sipario su una nuova Camelot. Uno dei suoi fratelli morì in circostanze sospette nel 1985. L’altro, Murtaza, fu ucciso dalla polizia nel 1996, durante il secondo mandato di Benazir. Ora anche lei non c’è più. E non resta nessuno che possa esserle paragonato. Chi l’ha conosciuta da giovane ricorderà lo scintillio degli occhi di Pinkie, la sua risata cristallina, troppo presto oscurata dalla gravità richiesta a un capo di partito, erede del padre martire e, per molti pakistani, massima speranza di un futuro stabile e democratico.

DA lastampa.it


Pubblicato : 29/12/2007 da R. W. Bulliet (da lastampa.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Dalla: con l'Opus Dei contro l'ateismo

Intervista rilasciata al quotidiano cattolico online Petrus

Dalla: con l'Opus Dei contro l'ateismo

«Professione di fede» del cantautore bolognese: «Mai stato marxista. Ammiro Escrivá de Balaguer»

 
MILANO — «Nessuno può impedire all'uomo di aspirare al divino. Dio è in ogni luogo, nel volto degli uomini, nel sorriso di un bambino, anche in una canzone ben eseguita». Lo dice oggi Lucio Dalla. Pochi mesi ai sessantacinque anni, alle spalle una storia di note e parole diventate immortali, l'artista bolognese racconta la sua anima di oggi, che abbraccia fede, religione e Dio. E che disconosce quella sinistra che, volente o nolente, per anni lo ha considerato una delle sue voci. Anche se lui non la pensa così, pur avendo più volte confermato di aver «sempre votato Pci, poi Ulivo».

«Non sono mai stato né marxista né comunista» ha sottolineato in un'intervista al quotidiano cattolico online Petrus. Anzi «sfatiamo questa leggenda, se mi sono esibito alle manifestazioni di sinistra è perché sono un professionista: gli organizzatori mi hanno pagato ed io ho cantato. Non credo che un cattolico — perché io tale sono — debba rifiutare le offerte che gli vengono fatte solo per una questione ideologica». Non solo. Dalla rivela di essere anche un devoto di Josemaría Escrivá de Balaguer, il fondatore dell'Opus Dei.

Si sente vicino al santo spagnolo per la sua logica del lavoro, spiega: «Io credo nella ricerca del bello, nella santità e nella mistica del lavoro, che poi vuol dire santificarsi per mezzo della propria professione», e anche Escrivá de Balaguer «non faceva del lavoro un idolo, ma affermava che qualsiasi attività dovesse essere eseguita con scrupolo, professionalità e dedizione. Così ci si santifica nel lavoro e si santifica il lavoro»: quello che la voce di «Henna», «Caruso», «Disperato Erotico Stomp» cerca di fare ogni giorno della sua esistenza, «anche attraverso la mia affiliazione all'Opus Dei», contrastando «ogni forma di ateismo e di secolarismo, fenomeni che mortificano purtroppo i nostri tempi».

Professione di fede inaspettata da un personaggio come lui, sempre un po' controcorrente. Ma Lucio Dalla è un profondo credente. Va a messa, rifiuta l'aborto («La vita va difesa sempre e comunque »), cerca Dio («La ricerca del divino e della trascendenza fanno parte della natura umana»). Lo scorso settembre cantava a Loreto davanti ai giovani e a Benedetto XVI, ama papa Ratzinger, «un grande e grande e fine intellettuale », di cui ha apprezzato l'enciclica sulla Speranza, «il livello della sua catechesi è così elevato da sfuggire a quelle menti che ricercano, nel mondo attuale, solo l'insulto».

Ma in fondo, a suo modo, Lucio Dalla la sua fede la cantava anche ieri. Nel 1971, sull'ingessato palco di Sanremo «4/3/1943» dove fu costretto a censurare il suo Gesù Bambino messo tra i «ladri e le puttane». Oppure anni dopo, quando in «Se io fossi un angelo» parlava con Dio chiedendogli: «I potenti che mascalzoni/ e tu cosa fai li perdoni?». Fino al 2007, quando nel suo ultimo, mistico, disco, scrive «I.N.R.I.» («La dedicherei al Papa») e si rivolge al crocefisso: «Io non ho dubbi Tu/ esisti/ e splendi con quel viso da ragazzo con la barba senza età... di cercarti io non smetterò/ abbiamo tutti voglia di/ parlarti mi senti/ mi senti...».

Pochi anni prima, in «Il Duemila, il gatto e un re» faceva cenare insieme Karl e Jesus: «tutti e due coi blue-jeans e un giacchettone dicono che nessuno ha più ragione/ concludono che religione e ideologia saranno mescolate nei problemi/ precise come l'orario per i treni».

Claudia Voltattorni
27 dicembre 2007

da corriere.it


Pubblicato : 27/12/2007 da Claudia Voltattorni (da corriere.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Le maledizioni.

I buoni e i semplici non debbono maledire chi fa loro del male anche perchè le maledizioni, dopo avere colpito, ritornerebbero moltiplicate a chi le ha lanciate.

Solo i cattivi e i perfidi (oppure gli stupidi) lo fanno senza temere in quanto, loro, la punizione che spetta a chi maledice l'hanno già nella cattiveria che li possiede.

ciaoooooooo 

Attinto da un pensiero popolare...


Pubblicato : 25/12/2007 da Arlecchino | 0 commenti
Categoria : PENSIERI & PENSIERINI

«Viaggio nel deserto, contro la sclerosi»

La storia Un formicolio alla mano, poi la diagnosi: «Ogni giorno limo un po' del mio dolore»

«Viaggio nel deserto, contro la sclerosi»

Il documentarista Rossi: forse la malattia mi bloccherà, per ora la porto in giro


CASTELNUOVO DI GARFAGNANA — Pierluca pensava di essere invincibile. La sua vita era proprio come la sognava da bambino: girare il mondo e raccontare quei viaggi con la penna, con la macchina fotografica, con la telecamera. Pierluca Rossi, 45 anni, toscano, è uno dei documentaristi più conosciuti d'Italia. È stato in 120 Paesi. Ha attraversato in bicicletta i 200 chilometri del ghiacciaio Vatnajokull, in Islanda. Ha volato in parapendio sulle dune del Temet, in Niger. Si è sparato 5 mesi di camper per coprire i 30mila chilometri del geniale itinerario Castelnuovo di Garfagnana- Sikkim. Una vita sempre in movimento. Poi, un giorno di tre anni fa, sente un formicolio alla mano. Pensa alla telecamera, a quei tre chili e mezzo che si è portato a spasso per il mondo.

Si sbaglia. La risposta arriva un mattino di novembre all'ospedale di Negrar, gli occhi del medico sono così pieni di dolore che a lui viene voglia di consolarlo: sclerosi multipla. «Un camion, un tram, un treno in faccia». Presto cominciano le prime difficoltà di movimento. Crede che sia tutto finito: spedizioni, documentari, fotografie. Vita. Mesi di buio totale, poi succede qualcosa che nemmeno lui si aspetta. «Tutte le mattine mi svegliavo convinto di essere sano. Ma la consapevolezza di essere malato arrivava subito, al primo movimento. Per andare avanti ogni giorno dovevo limare un po' del mio dolore. Alla fine, limatina dopo limatina, sono diventato più forte di lui». Pierluca rialza la testa. Riprende a girare il mondo, certo in modo meno spericolato.

Ricomincia a filmare, insieme alla Enri, l'angelo dolce e tosto che è sua compagna di vita. Ma soprattutto decide di aiutare gli altri malati di sclerosi, 54mila solo in Italia. È proprio quel medico con gli occhi pieni di dolore a convincerlo: «Dirlo a te — gli spiega Fabio Marchioretto — è stato facile. Pensa quando mi tocca farlo con una ragazza di 18 anni: si chiudono nella loro disperazione e non ne escono più». Perché la sclerosi è così, talmente feroce che ti può uccidere senza nemmeno farti morire. Pierluca decide di raccontare il suo «Viaggio nel tempo sospeso» sul sito internet www.sclerosi- multipla.com. I viaggi sono sempre la sua vita, anche se un po' sono cambiati. Qualche avventura in meno, qualche ora di riposo in più e un frigo portatile per l'interferone di cui non può fare a meno. Ma si dà da fare: è appena tornato dalla Namibia, è in partenza per una spedizione di due mesi nel Sahara. E se ci sarà da farsi una flebo tra le dune niente paura, è abituato. «La mia vita non è meno bella — dice — è solo più difficile. E se forse un giorno la malattia mi chiuderà in casa, per il momento sono io a portarla in giro per il mondo».

A quel giorno Pierluca è preparato: «Ho viaggiato talmente tanto che forse mi posso pure fermare. Anche perché la malattia mi ha fatto scoprire cose che prima mi erano quasi indifferenti come l'affetto delle persone vicine. E poi ho imparato a piangere, a dire grazie a chi ti tende la mano per aiutarti a salire su un sentiero». Ed è così che ha deciso di guardare il mostro, come lui chiama la sclerosi: dritto negli occhi. «La malattia è brutta — scrive Pierluca sul sito — ma c'è qualcosa di peggio, qualcosa che avvelena il cuore di più. E questa cosa è il silenzio di cui il mostro si ammanta. Ma scegliendo me il mostro ha pisciato fuori dal vaso, perché io le parole gliele trovo tutte». Adesso Pierluca ha un altro viaggio da raccontare: niente deserti, niente ghiacciai. Ma il dolore e la forza di chi un giorno scopre che le gambe non ce la fanno più a seguire la testa e il cuore. «Voglio gridare l'orgoglio di chi vive un'avventura come questa, voglio raccontare la poesia di vite che resistono come fili d'erba sull'asfalto. E spiegare che ci vuole una grande forza per imparare ad essere deboli ». Pierluca pensava di essere invincibile. Aveva ragione.

Lorenzo Salvia
17 dicembre 2007

da corriere.it


Pubblicato : 17/12/2007 da Lorenzo Salvia (da corriere.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Ho i capelli dritti per le ultime dalla Calabria...

Calabria, scuola alla creolina

Oliviero Beha


Ho i capelli dritti per le ultime dalla Calabria, ormai diventata per gli esperti quello che era la Sicilia di Ciancimino 20 anni fa, e in particolare da Catanzaro. No, nel caso non c’entra la Procura, l’avocazione dell’inchiesta «Why not» (appunto, perché no...) nei confronti di De Magistris, l’economia direttamente o indirettamente in mano alla ’ndrangheta calcolata nel 70% dell’economia calabrese tutta, mentre la Mafia spa è la multinazionale col fatturato europeo più alto. E nemmeno c’entrano il delitto Fortugno e i ragazzi di Locri di «Ammazzateci tutti». O meglio, i ragazzi c’entrano, e c’entrano le scuole, alcune scuole. Precisamente quelle «chiuse per creolina».

Andiamo in cronaca, per non sbagliare, lanci di agenzia alla mano non essendoci stato per ora un riflettore nazionale. Il fenomeno è cominciato nel febbraio di quest’anno, con le prime avvisaglie. In Prefettura, a Catanzaro, c’era stata una riunione del Comitato per l’ordine pubblico con il vicesindaco, Antonio Tassoni, che, di conserva con l’assessore alle attività economiche, Francesco Curcio, si era rivolto a rivenditori e famiglie: «I rivenditori di creolina, la sostanza chimica utilizzata dai vandali per i loro raid nelle scuole cittadine, collaborino con le forze di polizia, facendo maggiore attenzione a chi forniscono questo prodotto igienizzante ad alta tossicità».

La creolina è infatti un disinfettante usato anche per disinfestare le scuole stesse ma positivamente sciolto in acqua come solvente chimico. Se invece vengono rovesciati bidoni intieri senz’acqua, negli androni, lungo i corridoi, per le aule, l’effetto da overdose è opposto, un elemento intossicante fortissimo che fa male a chiunque e può provocare ai soggetti a rischio pericolose crisi asmatiche. Il tutto rende impraticabili gli istituti scolastici, che infatti a ondate vengono chiusi per qualche tempo. Faticano poi a riaprire, perché ormai l’incubo creolina è diffusissimo, a un passo dalla psicosi.

E dopo le prime indagini, quattro studenti del «Maresca», sempre a Catanzaro, erano stati raggiunti da un’ipotesi di reato nel giugno successivo. Altri dieci studenti minorenni di due istituti scolastici di Rende, in provincia di Cosenza, sono stati denunciati a fine ottobre dai carabinieri per danneggiamento aggravato ed interruzione di pubblico servizio per lo stesso motivo. Un paio di settimane fa nuova ondata di creolina: bersaglio l’Istituto tecnico per geometri «Petrucci» di Catanzaro,con intervento di vigili del fuoco e polizia. Il che ha portato a cinque i casi di metà novembre con relativa “serrata” di quattro scuole e cinque plessi scolastici. Vengono innaffiati da litri di creolina licei classici e scientifici, istituti tecnici e magistrali. Materia per la Digos.

La stessa cosa è successa a Crotone: creolina e vandali giorni fa in tre scuole, l’Istituto tecnico commerciale «Lucifero» con dieci ragazzi ricoverati in ospedale, la scuola media Giovanni XXIII ed una sezione staccata dell’Ipsia «Barlacchi». Si susseguono riunioni sul tema: lo ha fatto mercoledì della scorsa settimana anche il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Crotone, presieduto dal Prefetto, Melchiorre Fallica. Basta come cronaca spicciola per rendere l’idea?

All’inizio si pensava a un bullismo regionale, qualcosa che denotasse anche in questo delicatissimo settore la leadership calabra affermata com’è noto (anche se non noto abbastanza) ad altri livelli di intreccio delinquenzial-politico. Poi come capirete la faccenda ha ultimamente conosciuto un salto di qualità: circola voce, e ci sono indagini della magistratura su sollecitazione delle dirigenze scolastiche che vanno in questa direzione, che ormai i ragazzi di tali scuole sub specie di vandalismo creolinico abbiano cambiato pelle in chiave “manageriale”. O semplicemente mafiosa. Infatti da sicari di loro stessi si sarebbero mutati in mandanti.

Ma sì, avete letto bene: stando ad alcune testimonianze di studenti e docenti i delinquenti in erba farebbero delle collette tra loro per ingaggiare “ninos de rua”, ragazzi di strada alla calabrese, di quelli buoni a tutto e quindi disponibilissimi a rischiare appena appena invadendo le scuole e riempiendole di creolina su commissione. Ciò perché i minorenni che progettano tali infestazioni non vogliono eventuali fastidi con le (rarissime, ma in aumento) telecamere di sorveglianza, o anche solo con le indicazioni di compagni non ancora “guasti” come loro. Per fortuna ce ne sono, e vengono anche segnalati scontri tra studenti, tra chi vuol riprendere le lezioni e chi direttamente o indirettamente favorisce le sospensioni. Con la manovalanza di strada i vandali baipassano la responsabilità diretta e pagano qualcuno che faccia chiudere le scuole in vece loro.

Non credo che siano necessari troppi commenti. Qui c’è l’aspetto della malavita minorile, la crisi della scuola intesa fin nella sua dimensione di edificio scolastico, l’incapacità o l’impotenza delle istituzioni a reagire adeguatamente nonostante i proclami aulici, la mancanza di barriere non solo retoricamente indignate a questo precipizio. Ben sapendo per di più che sono in agguato le telecamere di un Vespa, un Mentana o qualche «Vita in diretta» (vita???), anche loro malgrado - eufemismo - programmate per creare emulazione e non coscienza del degrado con qualche bel talk-show dedicato al chimico solvente.

Il tutto a garanzia della tragica considerazione che il Paese sta scivolando per la china come su un piano inclinato dalla forza di gravità, perché in ballo ci sono le nuove generazioni alla creolina e il domani continuando così sarà per forza peggio dell’oggi, indipendentemente da professioni di apocalitticità sociopolitica o di (sparuto) ottimismo biologico. Con le scuole alla creolina siamo ormai arrivati in profondità, alle radici malate da cui tronchi e rami di conseguenza, piante storte fin dall’inizio, con l’aggravante che statisticamente come per l’economia così per il tessuto sociale di prima anagrafe tra poco i fuorilegge saranno gli altri,i pochi o tanti (ma pare pochi...) che non ci vogliono stare. Servirebbe la politica, a partire dal ministro Fioroni a campeggiare a Catanzaro o Rende finché la questione non fosse risolta, per dare un segnale forte, e magari anche una mano da chi parla di “relativismo morale” comodamente assiso su divani porpora, quando invece ci sarebbe tanto bisogno di educatori senza paura dell’odore asfissiante di un solvente.

Relativismo chimico nella Calabria che muore?

www.olivierobeha.it


Pubblicato il: 06.12.07
Modificato il: 06.12.07 alle ore 9.04  
© l'Unità.


Pubblicato : 06/12/2007 da Oliviero Beha (da unita.it) | 0 commenti
Categoria : POLITICA

«Abbiamo consegnato le nostre piazze agli immigrati».

«Ci hanno espropriato le piazze»

Marco Bucciantini


«Abbiamo consegnato le nostre piazze agli immigrati». Si fanno capire, da quelle parti.

Antonio Costato, presidente di Confindustria Rovigo, condivide il fermento del nord est ma rovescia il discorso.

Lei comanda Grandi Molini Italiani, il maggior gruppo molitorio del Paese...
«...due secoli di farina. Lavoriamo il grano. Siamo sotto l’occhio del ciclone, per via degli aumenti dei prezzi».

Quanti immigrati lavorano per lei?
«Meno di 30, su trecento dipendenti. Ma dieci anni fa non ce n’era nemmeno uno».

Qual è il problema?
«La crescita demografica zero. Qua in Veneto non si fanno figli, da 25 anni. Le piazze si sono svuotate, il “presidio” primario sulle strade era la nostra gioventù, eravamo noi. Non ci siamo più»

E chi c’è?
«Loro, gli immigrati. È una legge della fisica: se c’è un vuoto, lo occupo. È una situazione importante e inquietante. Hai voglia a dire: ci pensano le forze dell’ordine. È facile adesso annunciare l’arrivo dei poliziotti da Roma...macché: il presidio è perduto».

“Presidio” non le pare un termine di guerra, la difesa di un fortino assediato?
«No. È uno stato di fatto: abbiamo consegnato le nostre belle piazze a chi ha la vivacità per occuparle. Quando avevo vent’anni correvo dietro una ragazza e così “presidiavo” la strada. Adesso corrono loro. E fanno bene: qui si sta bene, sono piazze accoglienti».

Ma vi sentite assediati?
«È più pericoloso camminare per le strade delle città lombarde e venete che in quelle di Palermo o Bari o Catania. Perché sono strade espropriate da bande criminali di ogni etnia. Non lo dico io: è cronaca».

E la migrazione è storia...
«Si può invertire con politiche della famiglia adeguate. Incentivando le nascite, creando negli anni una popolazione “nostra” e antagonista agli immigrati. Per riappropriarsi del territorio».

Lei parla di piazze espropriate, ma lo sono anche le fabbriche... e da manodopera assai conveniente.
«Certo, è una conseguenza. L’immigrato occupa tutti gli strati sociali medio-bassi, e se è vero che delinque è anche vero che lavora. Ma infatti non pongo l’accento sugli immigrati: io parlo di politiche demografiche a favore delle nascite italiane».

Il consigliere leghista Bettio invece propone un altra ricetta demografica: la rappresaglia stile Ss.
«Se non si governano questi fenomeni si lascia che a rispondere a domande reali siano reazioni emotive. E collezioniamo solo battute, slogan, o peggio ancora, come le dichiarazioni del consigliere leghista».

Come si governa questo malumore a nord est?
«Con politiche che aiutino i nostri giovani, che sostengano chi vuole comprarsi una casa e fare figli. Perché in questi ultimi anni abbiamo spogliato i proletari della prole».


Pubblicato il: 05.12.07
Modificato il: 05.12.07 alle ore 8.09  
© l'Unità.


Pubblicato : 05/12/2007 da Marco Bucciantini (da unita.it) | 0 commenti
Categoria : In VENETO

Pio XII ha un nuovo avvocato: Paolo Mieli

Pio XII ha un nuovo avvocato: Paolo Mieli

3 dicembre 2007, 16.01.56 | Sandro Magister


Venerdì 30 novembre, invitato in Vaticano a commentare gli atti di un seminario del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, il direttore del “Corriere della Sera”, Paolo Mieli, ha spezzato più di una lancia a difesa della Chiesa cattolica.

Per prima cosa ha definito l’enciclica “Spe salvi” di Benedetto XVI, pubblicata quello stesso giorno, uno dei documenti più importanti al mondo nell’ultimo decennio, anche per il pensiero laico.

In secondo luogo ha magnificato l’apporto dato alla ricostruzione dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale dalla classe dirigente cattolica e dallo stesso Pio XII. E nonostante ciò, ha aggiunto, questo grande papa “fu poi ripagato con accuse per colpe che non aveva di certo commesso”.

Infine ha denunciato il silenzio che circonda i milioni e milioni di vittime cristiane dei totalitarismi del XX secolo: “una storia tutta da esplorare e da scrivere”, ha detto.

Allo stesso tavolo sedeva il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di stato. L’indomani, “L’Osservatore Romano” ha dato notizia delle posizioni espresse da Mieli.

Un motivo in più per tener d’occhio il “Corriere della Sera” e verificare quanto vi corrisponda.

Il libro con gli atti del seminario del Pontificio Comitato di Scienze Storiche è: “Storia del cristianesimo: bilanci e questioni aperte”, a cura di Giovanni Maria Vian, Città del Vaticano, 2007, pp 218, euro 24,00.

I saggi principali raccolti nel volume sono di Manlio Simonetti per l’età antica, di Michael Matheus per il medioevo, di Paolo Prodi per l’età moderna e di Ernesto Galli della Loggia per l’età contemporanea.


da magister.blogautore.espresso.repubblica.it/feed


Pubblicato : 03/12/2007 da da magister.blogautore.espresso.repubblica.it/feed | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Quando eleganza e bellezza possono vincere la ferocia

ESTERI

Quando eleganza e bellezza possono vincere la ferocia


SOLO dei guerriglieri marxisti, con le bombe esplosive nelle tasche e le bombe ideologiche nella testa, possono non capire che la bellezza di Ingrid Betancourt li ha già seppelliti tutti. Guardatelo ancora quel video, meno di trenta secondi su Youtube, e, senza pensare di essere diventati dei fiancheggiatori - fiancheggiatori estetici - , liberate pure il vostro cuore.

E ditelo anche voi, insieme con noi, che Ingrid Betancourt in 2107 giorni di prigionia è diventata più bella, che non era mai stata così bella. E che tutto il marxismo del mondo, quello scritto e quello orale, non può competere con l'eleganza della rozza tunica bianca che copre quel corpo esile e disarmato. Contro la ferocia della rivoluzione qui c'è l'arma dell'eleganza che nessuna modella d'alta moda riuscirebbe ad eguagliare, un'eleganza che per un rivoluzionario è micidiale perché in pochissimi secondi sbriciola la durezza dell'astio sociale.

E, ancora, in quelle mani di porcellana che s'intrecciano ci sono la compostezza e la fragilità di milioni di donne maltrattate: quelle mani sono le mani di tutte le donne del mondo, le mani della carezze contro le mani-grilletto dei guerriglieri; le mani delle mamme, le mani che salutano, le mani della musica, le mani dell'arpa e quelle del ricamo contro le mani-protesi della lotta armata; le mani nelle mani contro il pugno chiuso dei compagni del Farc.

Comunque vada a finire, dobbiamo molto alla bellezza di Ingrid Betancourt. Intanto, se in tutto il mondo e tutti insieme siamo sobbalzati davanti alla sua sofferenza, noi che siamo bestie feroci, è perché vi abbiano riconosciuto la bellezza, quella che lascia senza fiato, la bellezza allo stato naturale, di perfezione rinascimentale, la bellezza che disarma gli efferati perché ne rivela la gratuità e dimostra che non esiste la violenza di cui parlava Marx, la violenza levatrice di storia.

Guardate come la bellezza di quelle palpebre semichiuse toglie dignità a qualunque progetto che sia fondato sulla sofferenza, fosse pure quella di un ricco banchiere e non quella di una donna, madre e moglie. Le palpebre di Ingrid Betancourt sono chiuse davanti alla violenza che ha visto e davanti a quella che ha subìto, mentre le nostre palpebre, al contrario, sono sbarrate per lo sbigottimento.

L'immagine che vediamo è una: per circa trenta secondi soltanto la camera si muove cambiando appena un poco la prospettiva. Ma nell'immobilità della Betancourt, che è bella come una poesia di Baudelaire, c'è tutta la velocità dei nostri nervi in fuga, c'è la nostra inquietudine, ci siamo noi che ci chiediamo come sia possibile che questi guerriglieri non riconoscano in questo video il loro autogol risolutivo, non capiscano che la bellezza di questa donna è come la cattura di Che Guevara in Bolivia, come la notizia della sua morte, come la foto del suo cadavere.

L'immagine della Betancourt, specie se non fosse liberata, è destinata a diventare un'immagine mito, come il cavallo di Troia per esempio, un giocattolino al quale viene consegnata l'espugnazione di una città e il declino di una grande civiltà, come il Che appunto, il rivoluzionario romantico che è finito sulle magliette dei giovani di sinistra, di destra e di centro, ma anche come Marilyn, come il Cristo armato, come James Dean, che è a sua volta l'immagine simbolo della ribellione e della libertà individuali. Ebbene, allo stesso modo, la Betancourt è la bellezza disarmata che sconfigge la guerriglia e il marxismo, i quali furono più forti dell'esercito degli Stati Uniti, ma sono più deboli di un donna. Tutto infatti possiamo comprendere: la libertà dei popoli, la rivoluzione, il sol dell'avvenire, la guerriglia; ma non la gratuità della sofferenza inflitta a una donna.

Da tempo ci siamo convinti che in Italia il fascismo aveva già perso la sua partita con la storia quando decise di infilare l'intelligenza in galera, cioè quando mandò Gramsci in prigione. E difatti, in quella prigione, Gramsci divenne ancora più intelligente e, morendo di prigione, seppellì il fascismo. Allo stesso modo qui il tormento ha reso la Betancourt bella e invincibile, ed è della sua immagine che ci ricorderemo ogni volta che ci parleranno di guerriglia marxista.

Di sicuro esistono altre forme di bellezza. Non è vero che la sola bellezza è quella maledetta, ma certo nella bellezza che è anche sofferenza c'è un surplus di mistero che non si esprime necessariamente nella magrezza e nelle cicatrici. A volte anche in un corpo fastoso può rivelarsi il maledettismo: basta uno sguardo, una mano, una tunica, un viso, o i lunghissimi capelli raccolti in una coda che pende sul davanti. Qui la bellezza maledetta traspare da ogni dettaglio, la Betancourt sembra la donna dell'antico rito indiano Sati, la donna che si lascia bruciare viva insieme al cadavere del marito, la donna fedele non ad un uomo, ma a se stessa, alla propria tenacia, alla propria forza, alla propria coerenza.

Nel lento crescere dei capelli della Betancourt in cinque anni di prigionia ci sono più forza, più tenacia e più coerenza che in tutta la teoria e in tutta la pratica della rivoluzione armata. Quei capelli lunghi sono il dolore della donna, sono un velo di lacrime, sono salici piangenti. Siamo certi che se fosse liberata, subito la Betancourt libererebbe anche i capelli che, così lunghi e al vento, tornerebbero ad essere allegria.

 

 


Pubblicato : 02/12/2007 da Francesco MERLO (da repubblica.it) | 5 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Gesuitismo

Gesuitismo, s. m.

Il termine viene coniato nella seconda metà del XVI secolo per indicare alcune caratteristiche negative attribuite ai padri gesuiti: brama di potere, netta scelta di campo a favore del papa, attitudine tutta mondana nel rapportarsi con la religione, disponibilità ad “accomodarsi a tutti” – secondo le parole del primo segretario della Compagnia Juan de Polanco, codificate nel 1558 dalle Costituzioni. Inizialmente, dunque, il termine esprime una critica politica più che morale, come si ricava dal Catechisme des jésuites (1602) di Etienne Pasquier e dai Monita secreta Societatis Jesu (1614), nonché dal ricco epistolario di Paolo Sarpi, convinto detrattore di quell’ordine religioso.

In un’Europa divisa confessionalmente e segnata dalla Controriforma il termine ottiene una grande fortuna e, traslato, diviene sinonimo di persona spregevole, ipocrita, falsa, disposta a utilizzare ogni mezzo per conquistare il potere. È però a partire dalla metà del Seicento che il “gesuitismo” viene identificato con una morale lassa, un devozionismo formale disponibile ad annacquare l’osservanza dei propri dogmi pur di mantenere l’egemonia sul popolo dei fedeli. È in quest’accezione che il “gesuitismo” viene reso letterariamente immortale dalle Provinciali (1656) di Blaise Pascal, laddove il gesuita diviene simbolo della perversione e della corruzione morale della chiesa cattolica. Sarà poi Diderot, nella voce Jésuite, redatta per l’Encyclopedie, a riassumere queste diverse accezioni, utilizzando oltretutto per definire la Compagnia di Gesù un altro termine assai abusato, quello di “machiavellismo”.

Nell’Ottocento slitta ancora una volta il significato e con “gesuitismo” si intende indicare l’atteggiamento comune a tutti coloro che si oppongono alla laicizzazione dello stato e della società italiana. “La Civiltà Cattolica”, rivista ufficiale della Compagnia di Gesù, sposa infatti la causa intransigente per tramite di redattori agguerriti quali il padre Curci e il padre Bresciani; ma se Gramsci individua proprio nel “brescianesimo” (come gli accade di chiamarlo nei Quaderni) l’essenza dell’“individualismo antistatale e antinazionale”, Croce – considerandone la storia secolare – ne dà, paradossalmente, un giudizio positivo dal momento che i gesuiti “impedirono che agli altri contrasti e dissensi si aggiungessero tra gli italiani anche quelli di religione (…) e consegnarono l’Italia ai nuovi tempi, tutta cattolica e disposta a convertirsi tutta, reagendo al clericume, in illuministica, razionalistica e liberale: di un sol colore prima, di un sol colore dopo” (Storia dell’età barocca).

D’altronde, in termini assai più rozzi, il “gesuitismo” – inteso come attitudine alla menzogna, cioè libertà di mentire ogni qualvolta si dia per intesa la bontà dell’intenzione, è stato spesso assunto come caratteristica identitaria della vita politica italiana: la pervicacia di un simile lessico è riscontrabile tanto a destra quanto a sinistra: “gesuitismo in tonaca” e “gesuitismo rosso”, ma anche – ultimamente – “gesuitismo in doppiopetto di ordinanza”.

Il carattere polisemico del termine supera d’altro canto i confini nazionali. Se Dostoevskij lo identifica con il peggior aspetto del cattolicesimo (I fratelli Karamazov, L’Idiota), si giunge al paradosso di un “gesuitismo giudaico” (Bauer e Marx, La questione ebraica, 1843) e di un “gesuitismo delle logge massoniche” (“La Voce”, 1912), per finire, in un sito internet dedicato a L’essenza della lotta guerrigliera, con l’apprezzamento di un aforisma assai curioso: “Il guerrigliero è il gesuita della guerra”, in quanto “un certo elemento di perfidia, di sorpresa, di predilezione per la notte, (…) sono elementi essenziali della lotta guerrigliera”.

SABINA PAVONE

da lindice.com/babeleg


Pubblicato : 01/12/2007 da SABINA PAVONE (da lindice.com/babeleg) | 0 commenti
Categoria : PENSIERI & PENSIERINI


CATEGORIE
POLITICA (31)
CULTURA (119)
SOCIETA' E FAMIGLIA (43)
AMBIENTE & NATURA (8)
In VENETO (20)
PERSONAGGI (57)
STORIE: BELLE & BRUTTE (46)
PENSIERI & PENSIERINI  (11)



ARCHIVIO
Settembre 2010
Agosto 2010
Luglio 2010
Giugno 2010
Maggio 2010
Aprile 2010
Marzo 2010
Febbraio 2010
Gennaio 2010

Dicembre 2009
Novembre 2009
Ottobre 2009
Settembre 2009
Agosto 2009
Luglio 2009
Giugno 2009
Maggio 2009
Aprile 2009
Marzo 2009
Febbraio 2009
Gennaio 2009

Dicembre 2008
Novembre 2008
Ottobre 2008
Settembre 2008
Agosto 2008
Maggio 2008
Aprile 2008
Marzo 2008
Febbraio 2008
Gennaio 2008

Dicembre 2007
Novembre 2007
Ottobre 2007
Settembre 2007
Agosto 2007
Luglio 2007



Arlecchino ospita
FORUM LA-U dell'ulivo
©2007 IL BLOG DI ARLECCHINO dev by WEIRDSTUDIO