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| La storia del crociato che divenne un balcone |
Cultura
26/08/2010 - IL MUSEO RACCONTA
La storia del crociato che divenne un balcone
Una lastra tombale dal singolare destino: ci restituisce l'avventura del "nobile cavaliere messer Jean de Soisy" da Parigi, morto in Piemonte dopo aver seguito Luigi IX il Santo nelle spedizioni contro l'islam
ALESSANDRO BARBERO
VERCELLI
Per gran parte dell'800 Jean de Soisy ha fatto da pavimento a un balcone, nel cortile d'una casa vercellese. Come ha ipotizzato Luca Brusotto del Museo Leone di Vercelli, il cavaliere crociato doveva essere sepolto in una chiesa dei dintorni, oggi non più esistente. In età napoleonica la città crebbe, diverse chiese vennero demolite, i cimiteri smantellati e trasferiti nei sobborghi in omaggio ai nuovi criteri igienici che ispirarono i Sepolcri del Foscolo; e qualcuno si accorse che quella pietra consunta dai secoli era proprio della misura giusta per i suoi lavori di ristrutturazione.
Così l'antica lastra tombale fu calpestata da generazioni di bambini, sorresse vasi di fiori e stendini per la biancheria, finché le nuove mode culturali non arrivarono anche a Vercelli e i collezionisti cominciarono a curiosare nei cortili. Un secolo fa Jean de Soisy entrò a far parte della collezione di antichità del notaio Camillo Leone, il cui lascito ha dato vita a uno straordinario museo, troppo poco conosciuto rispetto ai tesori che contiene. Ripulito dalle muffe e collocato su un basso piedistallo, il cavaliere fissa a occhi spalancati il visitatore che gli si para davanti. È vestito, diremmo noi, in borghese, coll'abito lungo, le maniche svasate, i capelli accuratamente pettinati, nel taglio che si usava nel tardo '200; solo la spada e lo scudo che ha accanto testimoniano il suo mestiere e il rango. La scritta che corre tutt'intorno ci dice chi era. Tradotta dal latino suona così: «Il 13 agosto morì il nobile cavaliere messer Jean de Soisy, della diocesi di Parigi».
Jean era un nobile dell'Ile-de-France, terra di fedeli vassalli del re in un'epoca in cui gran parte di quella che oggi è la Francia - Normandia, Borgogna, Bretagna, Aquitania - obbediva ad altri principi. Capitò a Vercelli tornando da Roma, dove il re Filippo III l'Ardito lo aveva mandato nel 1283 per testimoniare nel processo di canonizzazione di suo padre, Luigi IX il Santo. Vercelli era allora una tappa importante della via Francigena, la strada percorsa dai pellegrini che andavano a Roma, ma anche da delegazioni di ambasciatori e comitive di uomini d'arme, ora che l'alleanza tra il Papato e la Casa di Francia era diventata l'asse della politica europea, e che Carlo d'Angiò, fratello minore di San Luigi, aveva conquistato con la benedizione papale il regno di Sicilia, strappandolo agli eredi di Federico II, Stupor Mundi. Al ritorno verso casa Jean de Soisy si sentì male e morì, come tanti, a quei tempi, morivano in viaggio, stroncati dagli strapazzi. Aveva almeno cinquant'anni, l'età a cui di solito si moriva nel Medioevo, e certamente era più vecchio di quanto non appaia sulla lapide, che lo rappresenta con i lineamenti stilizzati d'un giovane biondo.
Quest'uomo che venne a morire a Vercelli era scampato a una crociata, e forse a due. Se il re Filippo lo aveva mandato a Roma, è perché era appartenuto alla cerchia dei vassalli più fedeli di Luigi IX, e non è comodo servire un santo. Luigi partì in crociata per la prima volta nel 1248, a 34 anni; i suoi strateghi gli avevano consigliato di sbarcare in Egitto, per colpire quella che allora era la potenza più dinamica del mondo musulmano, e arrivare a Gerusalemme da una direzione inattesa. La flotta di galere partì da Aigues-Mortes, il porto che il re aveva fatto costruire appositamente per la crociata e che ancor oggi si specchia nel Mediterraneo con la sua cerchia di mura turrite, e approdò alle spiagge di Damietta. Il re saltò nell'acqua bassa con lo scudo al braccio e in testa un elmo d'oro, e quando vide un gruppetto di turchi che sorvegliavano lo sbarco tenendosi a prudente distanza voleva precipitarsi da solo contro di loro; tra i vassalli che dovettero trattenerlo a forza c'era forse anche Jean.
Le cose andarono male molto in fretta. La dissenteria faceva strage tra i crociati, che non riuscivano a uscire dalla testa di ponte. Il fratello del re, Roberto d'Artois, si fece ammazzare attaccando sconsideratamente il nemico, dopo aver litigato coi Templari su chi doveva avere l'onore di cavalcare all'avanguardia. L'altro fratello, Carlo d'Angiò, passava il tempo giocando a dadi, di nascosto dal re che quando lo sorprese gli buttò in mare dadi e quattrini. I pellegrini cristiani che capitavano al campo chiedevano di vedere il re santo, la cui fama era già diffusa nel mondo; uno dei vassalli di Luigi venne a dirglielo ridacchiando, e aggiunse che lui però non aveva ancora voglia di baciare le sue ossa, come a dire: cercate di non farvi ammazzare, per ora. Luigi si mise a ridere anche lui e quando la situazione precipitò si arrese al sultano; qualcuno tra i crociati parlava di martirio, ma la maggioranza decise che erano dei matti e che era molto meglio arrendersi. Il sultano, del resto, trattò cortesemente il re e i nobili, anche se molti dei poveracci vennero scannati; e dopo il pagamento d'un riscatto li lasciò andare. Così Jean de Soisy, se davvero era lì, tornò a casa sano e salvo. Quasi tutti avevano imparato la lezione, e quando vent'anni dopo re Luigi annunciò l'intenzione di partire di nuovo per la crociata, la maggior parte dei suoi vassalli si mise le mani nei capelli. Radunare la spedizione fu più difficile, stavolta; ma Jean de Soisy, e questo lo sappiamo con certezza, partì al fianco del suo re. Lo sbarco avvenne a Tunisi: Carlo d'Angiò, che nel frattempo era diventato re di Sicilia, aveva grandi progetti di espansione mediterranea, e suo fratello gli dava troppo retta. In Tunisia il copione si ripeté tragicamente: il clima ammazzava la gente, e questa volta anche il re, che aveva passato i cinquant'anni, si ammalò e morì. I superstiti tornarono a casa convinti d'aver veduto la morte d'un santo, e forse anche segretamente sollevati perché d'ora in poi non avrebbero più dovuto seguirlo; di San Luigi restavano davvero solo le reliquie da baciare.
Jean de Soisy tornò al suo castello vicino a Parigi, mentre la diplomazia capetingia e quella pontificia negoziavano la canonizzazione del defunto; ci vollero dodici anni perché il processo si mettesse in moto, e la commissione d'inchiesta convocasse anche Jean. Il nobile signore salì a cavallo, andò a Parigi e poi a Roma, e a Vercelli capì che ora toccava a lui, e che presto avrebbe raggiunto il suo re, sempre che il giudizio gli fosse andato bene. Sulla lapide è rappresentato a mani giunte: prega, anche se fissa davanti a sé senza paura, come è obbligo d'un cavaliere. All'altezza delle spalle sono incise tre parole: pregate per me.
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/308072/ |
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| La fila è andata in crisi |
5/8/2010
Noi italiani allergici alla fila LINO BANFI
La fila è andata in crisi. Una volta in Italia era più sopportabile: trovavi sempre qualcuno con cui scambiare due parole. Ora abbiamo perso la pazienza di colloquiare. Non si comunica più neanche con genitori e amici.
Invece, non dico alla posta, ma almeno a teatro o al cinema, ci si potrebbe provare. Ora chiunque tenti viene considerato uno scocciatore. Eppure bisogna ricominciare a chiacchierare. E se l’interlocutore non ci considera, domandiamogli: «Scusi, perché lei non risponde?».
Che è già l’inizio di una conversazione. O di uno scontro. C’era uno sketch d’avanspettacolo: «Scusi, sa l’ora?». «Sì». E finiva così.
Di file ne ho fatte tante. Da povero emigrante a Milano nel 1954, mentre aspettavo alla stazione, iniziai a parlare con un signore. Mi suggerì di farmi ricoverare per togliere le tonsille. Passai la notte al caldo e mi sfamai, ma il medico mi scoprì.
Così seguii la lezione contadina di mio padre Riccardo: «Quando sei nei guai, dì la verità». Il medico si mise a piangere e, guardando la suora, disse: «Lui rimane una settimana in osservazione, due pasti al giorno completi».
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7682&ID_sezione=&sezione= |
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| La saga de L'Oréal che fa tremare la Francia |
LA STORIA
Soldi, bugie e videotape
La saga de L'Oréal che fa tremare la Francia
Un'eredità contesa, un fotografo omosessuale, un ministro sotto accusa e le registrazioni di un maggiordomo
Sembra una fiction ma è tutto vero. Il caso Bettencourt finisce in tribunale e coinvolge pesantemente anche Sarkozy
dal nostro corrispondente GIAMPIERO MARTINOTTI
PARIGI - Una vecchia signora miliardaria in conflitto con la figlia, un fotografo omosessuale sospettato di averla platonicamente sedotta per carpire una parte del patrimonio, un presidente della Repubblica che s'immischia, un ministro che fa un po' troppa confusione fra il suo ruolo istituzionale, quello di segretario amministrativo del partito sarkozista e quello di sua moglie, impiegata della miliardaria (a 180 mila euro all'anno, secondo il Canard Enchaené): l'elenco dei personaggi, qui ridotto all'osso, lascia pensare a una pièce in costante equilibrio fra la tragedia shakespeariana e il vaudeville alla Feydeau. E un maggiordomo ha reso ancor più avvincente la trama: ha illegalmente registrato le conversazioni della miliardaria con i suoi uomini, 28 cd-rom consegnati alla polizia dai quali saltano fuori evasioni fiscali e isole esotiche mai dichiarate. Non è una fiction, ma uno psicodramma miliardario che fa tremare il potere politico.
La protagonista numero uno è Liliane Bettencourt, 87 anni, diciassettesima ricchezza del pianeta. Figlia ed erede unica di Eugène Schueller, inventore delle tinture per capelli e fondatore dell'Oréal, di cui è ancora oggi la prima azionista. Sua figlia, Françoise Meyers-Bettencourt, dice che non ha più la testa, che la donna è circuita da François-Marie Banier, geniale e ambiguo fotografo-pittore-artista, cui la vecchia signora ha regalato la bella cifra di un miliardo di euro in polizze vita, assegni e opere d'arte. Una bega che va ben al di là delle questioni psicanalitiche madre-figlia: il procuratore della Repubblica di Nanterre, grande amico di Nicolas Sarkozy, ha cercato di insabbiare la vicenda, ma un processo si apre domani di fronte al tribunale.
Aperto da più di due anni, il contenzioso è diventato un affare di Stato con le registrazioni illegali di un maggiordomo, che ha carpito le conversazioni della Bettencourt. Da cui si è appreso quanto segue: la signora ha 78 milioni in Svizzera mai dichiarati che il suo factotum vorrebbe trasferire a Singapore (dopo la pubblicazione ha assicurato di volersi mettere in regola); affitta l'isola di Arros alle Seychelles, acquistata alla famiglia dello Scià da una fondazione basata nel Lichtenstein e che non si sa se appartenga a lei o a Banier o a chissà chi; l'Eliseo si è interessato alla guerra madre-figlia, si è schierato con la madre e ha fatto sapere in anticipo che il procuratore di Nanterre avrebbe messo una pietra sopra l'affare; tra i dipendenti della Bettencourt c'è Florence Woerth, moglie di Eric, ministro del Lavoro, e che da otto anni è tesoriere dell'Ump, il partito del centro-destra, per il cui finanziamento sollecita costantemente tutti i ricchi del paese, compresa la stessa Bettencourt; infine, da una conversazione, si capisce che la signora Woerth sarebbe stata assunta su richiesta del marito.
Lasciamo di mezzo i numerosi altri dettagli, ce n'è abbastanza per scuotere un'opinione pubblica già sconcertata da alcune rivelazioni (tipo quella di un sottosegretario che si è fatto pagare dallo Stato 12.500 euro di sigari Havana e che è ancora al suo posto). Tutto ciò senza contare che di mezzo c'è anche il controllo dell'Oréal, 45 miliardi di capitalizzazione, su cui sono note le mire della svizzera Nestlé, per il momento fedele alleata della famiglia Bettencourt. "Fino a quando reggerà Woerth?", si chiede la stampa. Ma in ballo non c'è solo il destino di un ministro: in una storia dove sono talmente evidenti i rapporti tra un certo mondo e il potere politico, è in gioco anche la rielezione del presidente. Ségolène Royal lo ha capito e si è lanciata all'attacco: "Il sistema Sarkozy è corrotto". Il caso Bettencourt non è più un affare di famiglia. (01 luglio 2010) © Riproduzione riservata http://www.repubblica.it/esteri/2010/07/01/news/soldi... |
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| ARMA SEGRETA: CATTURA IL PENE DELL'AGGRESSORE... |
Antiviolenza
Ha i denti il preservativo che intrappola e denuncia gli stupratori
Ideato in Sudafrica, regalato durante i Mondiali.
Cattura il pene dell'aggressore, per toglierlo serve il chirurgo
MILANO - Più che un'invenzione del XXI secolo, sembra uno strumento di tortura medievale. L'hanno ribattezzato «il preservativo antistupro» ed è stato ideato da Sonnet Ehlers, dottoressa sudafricana che da decenni aiuta le donne vittime di violenza carnale. Rape-aXe è una membrana di plastica dura che va inserita direttamente nella vagina. Quest’oggetto che assomiglia a un normale condom, ha nella parte esterna diverse protuberanze a forma di denti che una volta a contatto con il pene causano dolori indescrivibili agli uomini: il preservativo antistupro non solo non permette di esercitare violenza sul gentil sesso, ma una volta impigliatosi sul membro sessuale maschile, può essere asportato solo attraverso un intervento chirurgico. Ciò dovrebbe permettere ai dottori di individuare e denunciare gli stupratori.
DISTRIBUZIONE GRATUITA - Come racconta al sitoweb della Cnn la Ehlers, 30.000 condom antistupro saranno distribuiti gratuitamente alle donne sudafricane durante i campionati del Mondo. Più tardi il prodotto sarà messo in vendita al prezzo base di due dollari. La dottoressa ha raccontato che l'idea del prodotto le è stata suggerita circa quaranta anni fa da una ragazza stuprata in piena notte da uno sconosciuto: «Mi guardò e disse: "Se avessi avuto dei denti nelle parti intime!". Allora le giurai che un giorno avrei sfruttato la sua idea per aiutare le vittime di violenza carnale». La Ehlers assicura che la sua invenzione è sicura e racconta di aver ottenuto l'approvazione di eminenti dottori, ginecologi e psicologi: «Una volta a contatto con il pene fa male, non permette di urinare e nemmeno di camminare - dichiara alla Cnn - Se lo stupratore tenta di rimuoverlo, proverà ancora più dolore. Tuttavia non si attacca alla pelle e non provoca alcun problema alla circolazione del sangue».
CRITICHE - La dottoressa conferma che Rape-aXe può segnare una svolta nella vita delle donne sudafricane. Il suo paese è quello con il più alto tasso di stupri nel mondo. Secondo uno studio del 2009 di Human Rights Wacht il 28% degli intervistati ha dichiarato di aver stuprato almeno una volta nella vita una donna. Inoltre uno su venti ha rilevato di aver esercitato la violenza carnale proprio nel 2009. Tuttavia la stessa organizzazione internazionale non sembra approvare il prodotto ideato dalla dottoressa. Anche altre associazioni hanno fortemente criticato Rape-aXe, sottolineando che il tragico problema degli stupri non si può risolvere con nuova violenza. Inoltre nessun garantisce che, una volta che lo stupratore si rende conto di non poter violentare la vittima, la lascerà andare via e non le farà del male. La dottoressa, da parte sua, controbatte: «Si, Rape-aXe può sembrare un congegno medievale, ma anche lo stupro è un'azione medievale che ha decenni distrugge la vita delle donne. Qualcosa bisognava pur fare. Grazie all'esistenza del condom antistupro gli uomini ci penseranno due volte prima di assaltare una donna».
Francesco Tortora
22 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.corriere.it/esteri/10_giugno_22/preservativo-antistupro_996fcb64-7e17-11df-a575-00144f02aabe.shtml |
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| Tutto comincia con il progetto di incontrarsi tra vecchi compagni del liceo. |
Cuori allo Specchio
La rubrica "Cuori allo Specchio" di Massimo Gramellini si trova ogni fine settimana in questo forum, dove vengono pubblicati tutti i vostri messaggi.
Un amore in bilico tra Eraclito e Parmenide
C.B.
Tutto comincia con il progetto di incontrarsi tra vecchi compagni del liceo. La nostra classe di coscritti anno 1950 (vivo a Trento e la terminologia è questa, forse un po’ militar-asburgica) festeggia quest’anno il quarantennale! A parte la scontata considerazione sul tempo che passa, organizziamo il tutto. Condizioni dell’incontro ideali: sole ottobrino, incontro davanti alla vecchia scuola, ristorante solo per noi, partecipazione elevata ed entusiasta (credo 23 su 34). Un vero successo: pranzo, revival, tutti ancora insieme. Certo, i retropensieri delle persone sono cambiati, non c’è più la limpidezza dei diciott’anni. Alcuni di noi non ci sono più, esistenze diverse, più fortunate e meno fortunate, tutto quanto la vita ci dà. Anche un po’ di celata acidità per qualche screzio post-scolastico, ma è inevitabile.
Anche per me tutto bello. Al pranzo sono di fronte a una mia compagna di scuola, insieme a tanti altri, una fanciulla (per me resta sempre la ragazza di una volta) con cui ho avuto una storia d’amore tra liceali (storie poco considerate in genere, ma per me fu importante). Ognuno di noi due ha avuto la sua vita, le sue storie, le cose belle e brutte di tutti. Dopo quarant’anni ci si ritrova e penso che per me è sempre la stessa cosa: lo penso solo, però sono come sempre un po’ più attento a lei (credo comunque che le donne abbiano un sesto senso e lo usino).
Invece succede una convergenza astrale straordinaria, fatti collegati che portano a riunirci: torniamo dal pranzo insieme ad altri, in auto, camminiamo insieme, parliamo, l’accompagno a casa, e alla sera andiamo insieme al cinema. Una serata piacevole, le mando le foto dell’avvenimento e decido di scriverle - direbbe Paolo Conte - che per me lei è sempre la stessa ragazza di sempre e che, se vuole, nessuno ci impedisce di passare un po’ di tempo insieme, conoscerci meglio. Risposta circospetta ma possibilista: «Tutto si trasforma, la vita è un continuo trasmutare, così è strano ritrovarsi dopo tanti anni ed essere due persone diverse che forse desiderano conoscersi di nuovo».
Conclusione: ci frequentiamo, sembra che viviamo in una favola, siamo un po’ stralunati, sorpresi, timorosi anche un po’, ma, nulla da dire, «è la cosa più bella del mondo». Ho un solo dubbio: si tratta della continuazione della nostra storia da liceali o devo considerarlo un amore nuovo di zecca? Il divenire eracliteo o l’essere parmenideo? Io propendo per Parmenide, ma sono disponibile a un confronto. Comunque sono felice, e credo proprio lo sia anche lei.
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Risposta
Parmenide ed Eraclito, questi nomi non mi sono nuovi. Sanno di sveglia all’alba, caffè e sigaretta fumata a stomaco vuoto per preparare l’interrogazione programmata sui filosofi presocratici in prima liceo. Parmenide di Elea è passato alla storia per aver detto che «l’essere è, e non può non essere, mentre il non-essere non è e non può essere». Sembra uno scioglilingua, invece è il cuore della speculazione esistenziale. Ciò che cambia è apparenza, finzione. Mentre la verità è ciò che non cambia mai. Esempio: i politici passano (finzione), le ruberie della politica non cambiano mai (verità). Ma forse ho sbagliato esempio. O forse no. Passiamo a Eraclito, detto l’Oscuro, quindi non aspettarti proprio da me un’interpretazione illuminante. È entrato nell’immaginario collettivo con uno slogan più breve persino di «Yes we can». «Panta rei», tutto scorre. La realtà - come dice la tua ex e neo fidanzata - è un perenne divenire.
Spero non pretenderai che un postino del cuore possa dirimere una questione che divide i filosofi da qualche migliaio d’anni. Per quanto anch’io abbia le mie idee: credo che ogni spirito si scinda dall’Essere di Parmenide per calarsi nella materia, che è mutamento continuo, e poi ritornare, si spera più saggio, alla condizione unitaria di quiete. Ma scendiamo dagli astri alla Terra e alla tua bellissima storia d’amore con intervallo di quarant’anni fra un tempo e l’altro (se avvertivate i pubblicitari, chissà quanti spot vi mettevano in mezzo).
Chi di voi due ha ragione? Tu che pensi che la vostra storia sia la continuazione di quella di allora, oppure lei che la considera un amore nuovo di zecca? Opterei per la soluzione di compromesso. L’attrazione fisica è parmenidea, nel senso che o c’è o non c’è. E se c’è, ci sarà sempre, mentre se non c’è, non ci sarà mai (chiunque abbia provato a far scoccare la scintilla in una persona che non lo contraccambia assentirà amaramente).
Il sentimento invece è eracliteo: l’amore è una danza in cui i due ballerini non stanno mai fermi e l’unico modo per non cadere è trovare un equilibrio. Che non significa fare necessariamente gli stessi passi, ma farli insieme. Vi siete ritrovati quando eravate in grado di progettare il futuro in due. Ora sta a voi conservare il ritmo meraviglioso che l’amore ha impresso alle vostre vite.
Perché «panta rei» e la durata di un legame nel tempo dipende dalla capacità di trovare dentro di sé il «centro di gravità permanente» che, come cantava Battiato, «non mi faccia più cambiare idea sulle cose e sulla gente».
MASSIMO GRAMELLINI http://www.lastampa.it/forum/forum2.asp?IDforum=463 |
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| L'ex mafioso chiede perdono alle figlie di Enzo Tortora. |
"Così mentii su Tortora"
di Riccardo Bocca
L'ex mafioso Gianni Melluso chiede perdono alle figlie di Enzo Tortora. La sua testimonianza nel 1983 causò l'arresto del conduttore televisivo, accusato di spaccio di droga e poi completamente scagionato dopo una lunga odissea giudiziaria
Chiedo scusa, profondamente scusa, ai familiari di Enzo Tortora. Mi rivolgo soprattutto alle figlie Gaia e Silvia, che hanno patito l'inferno per colpa mia. È difficile che accettino di perdonarmi, lo so, ma sento il dovere di contribuire con la massima onestà a questa storia. Voglio dichiarare una volta per tutte che il presentatore Tortora era innocente. Che non c'entrava con la camorra, la droga o qualsiasi forma di malavita organizzata. Tortora è stato una vittima, e come tale va onorato. Lo ribadisco ora che sono uscito dal carcere e riassaporo la libertà: vorrei fosse vivo, Tortora, per inginocchiarmi davanti a lui. Una persona perbene, finita nel tritacarne delle menzogne».
A parlare è Gianni Melluso, negli anni Ottanta noto come Gianni il bello. L'ex mafioso uscito il 3 giugno scorso dal carcere di Catania dopo avere scontato trent'anni per rapine e altri reati commessi anche durante la detenzione. Oggi, quest'uomo di 53 anni in perfetta forma, si rivolge da Sciacca (la cittadina siciliana dove vive) alla famiglia Tortora per offrire quella che definisce la sua «verità definitiva». L'ennesimo capitolo di una storia partita la notte del 17 giugno 1983, quando Tortora viene arrestato con l'accusa di associazione camorristica finalizzata allo spaccio, lanciata dai boss Giovanni Pandico e Pasquale Barra. Melluso entra in scena dopo, nel febbraio 1984, raccontando ai magistrati napoletani di avere fornito a Tortora cocaina da smerciare nel mondo dello spettacolo. Una versione che modifica due volte. La prima nel 1995, scagionando il conduttore e accusando i magistrati a capo dell'indagine, rei a suo dire di aver assecondato apposta le falsità contro Tortora. Dopodiché, con una capriola, Melluso ammette di avere dichiarato il falso per screditare gli inquirenti.
«È una sequenza ingiustificabile», riconosce Melluso, «ma non voglio essere ricordato solo come un accusatore fasullo. Sento il bisogno di liberarmi la coscienza, e per farlo devo cominciare proprio dal febbraio 1984, quando Tortora era già in prigione per le accuse di Barra e Pandico. In quel momento, mi trovavo nel carcere di Pianosa con i più spietati criminali del dopoguerra italiano: da Raffaele Cutolo e Leoluca Bagarella, miei compagni di cella, a Graziano Mesina e Renato Vallanzasca. Stavo scontando dal 1978 varie condanne, e non potevo immaginare cosa sarebbe successo». Una mattina, dice, «vennero a prelevarmi i carabinieri. Non capivo quale fosse il problema, ma poi mi hanno accusato di spacciare cocaina, per conto del boss Francis Turatello, agli artisti che frequentavo».
Tutto vero, riconosce Melluso: «In effetti vendevo droga, ed è innegabile che conoscessi i cosiddetti vip, come testimoniano le foto con dedica che mi furono sequestrate, dov'ero assieme a Walter Chiari, Amanda Lear e Barbara D'Urso ("non miei clienti", afferma, anche se all'epoca accusò Chiari di comprare droga da lui e spacciarla, ndr)». Tortora invece non lo conosceva, assicura Melluso. Lo aveva seguito in televisione, come milioni di italiani. «È stato un mio ex amico, il boss Andrea Villa, a sostenere con agli investigatori di avermi visto per locali con Tortora e belle donne. E sempre Villa, ha accusato il presentatore di essere un pusher cocainomane legato a Turatello».
Calunnie, commenta oggi Melluso: «Uno schifo», ripete a voce bassa. Resta il fatto che nel 1984 la sua linea è diversa: anzi, diametralmente opposta. «Dichiarai ai magistrati di avere consegnato a Tortora droga in quattro occasioni. Confermai l'attività di spacciatore che Tortora avrebbe svolto nello showbiz». Insomma: Melluso avalla la linea Pandico-Barra-Villa: «In parte perché speravo, grazie a queste menzogne, di uscire prima dal cercere. Ma anche per una ragione che non ho mai rivelato. In quel periodo, mi avvicinarono nella caserma Pastrengo di Napoli Barra e Pandico, che stavano collaborando con la giustizia. Mi dissero: "Caro Gianni, Tortora è già in galera. Lo abbiamo punito perché non ci ha trattato con rispetto (si parlò di una folle vendetta di Pandico, risentito perché Tortora non aveva mostrato nel programma Rai "Portobello" i centrini ricamati in carcere da un amico, ndr). Segui la nostra versione, che ti conviene...». Il tutto con un tono che non prevedeva repliche. «Era un ordine», racconta Melluso: «Barra e Pandico rappresentavano i vertici della nuova camorra, ordinavano gli omicidi in carcere: dovevi obbedire. E così ho fatto, mi sono inventato episodi da propinare ai magistrati...».
Ancora adesso, racconta Melluso, ripensa ai suoi confronti con Tortora davanti agli inquirenti. «Si difendeva a denti stretti, con gli occhi disperati, come soltanto gli innocenti riescono a fare. Mi urlava in faccia: "Chi ti conosce, Melluso?". E io, per tutta risposta, lo chiamavo Enzino coprendolo di fango. Anche se molti non ci crederanno, l'ho distrutto a malincuore, ma era l'unica soluzione per accontentare i boss e salvarmi la pelle».
Il tutto, va aggiunto, mentre la vicenda del presentatore assume toni tragici. Accusato anche da altri pentiti, attirati dalla pubblicità che il caso garantisce, Tortora resta sette mesi in carcere. Poi gli vengono concessi gli arresti domiciliari. Poi ancora, nel settembre 1985, viene condannato a dieci anni per associazione di stampo camorristico e spaccio. «Come da copione», afferma Melluso. Soltanto l'anno seguente la Corte d'appello lo riconosce innocente, e lo stesso fa la Cassazione nel 1987. Ma è una soddisfazione tanto grande quanto breve, perché il 18 maggio 1988 il presentatore muore per tumore. «Un finale che non mi sono mai scrollato di dosso», dice Melluso. «Nel 1994, il tribunale di sorveglianza di Perugia mi ha fatto uscire dal carcere affidandomi ai servizi sociali. Avrei dovuto essere felice, ma ho continuato a provare rimorso per il male fatto a Tortora». Tantopiù «che Barra e Pandico mi ripetevano quant'ero stato leale con loro. Complimenti che da un lato mi tranquillizzavano, dall'altro mi facevano sentire un vile».
Da qui, dice, decolla definitivamente la volontà di denunciare il complotto contro Enzo Tortora: «dalla nausea che provavo verso me stesso e l'ambiente che frequentavo». Tornato a fine '94 in carcere, per una rapina in provincia di Perugia, Melluso parla con i magistrati: «Dissi che avevo mentito, che i boss volevano vendicarsi con Tortora per un presunto sgarro». Decisione non facile, sostiene l'ex mafioso, perché in cella gli arrivano le pesanti ambasciate di Barra e Pandico: «Mi mandavano a dire che volevano uccidermi. E anche i giudici napoletani ce l'avevano con me, perché avevo sostenuto che si erano mossi in cattiva fede». L'unica colpa di quei magistrati, afferma oggi Melluso, è «essere caduti nella trappola di Barra e Pandico». E per rinforzare il concetto, racconta dell'incontro avvenuto tra lui e Barra a inizio anni Duemila, quando s'incrociano dentro al carcere di Palermo: «Ci siamo parlati durante l'ora d'aria. Ricordo quanto il boss fosse furibondo con me. "Ma che sei andato a dire ai giudici?", mi urlò. «Perché insisti a cacciarti nei guai per difendere Tortora? Che te ne frega, Gianni? Pensa alla tua pelle, prima che a lui..."».
Spiega, Melluso, di avere provato a rispondergli calmo. «Ho detto a Barra che non volevo passare alla storia come il principale accusatore di Tortora. Ma visto che non mi ascoltava, ho urlato anch'io come un pazzo: "Avete sparato troppe cazzate, tu, Pandico e i cretini che vi hanno seguito... Non voglio rimetterci per colpe vostre!"». Al che Barra mi ha sorriso: "Saranno pure cazzate, ma i magistrati se le sono bevute per un pezzo. Diciamo che quattro guai seri li abbiamo fatti passare, a Tortora...».
Quello che esaltava Barra, a sentire Melluso, «è essere riuscito a rovinare fino all'ultimo la vita del presentatore». E anche questo ricordo, dice, lo spinge a chiedere perdono: «A volte», spiega accendendo l'ennesima sigaretta, «ripenso alla pazienza con cui i magistrati mi hanno interrogato per mesi, mentre io cercavo di depistarli. Rivedo anche la grinta di Tortora nel cercare di liberarsi dalle mie falsità...». E tutto questo dolore, questo inganno che ha provocato danni irreparabili, «mi fa sentire in dovere di esibire la mia vergogna in pubblico».
«Guardi...», dice appoggiando un fax sul tavolo. «Questa è la comunicazione del 16 maggio scorso con cui il giornalista Salvo Sottile di Retequattro mi ha informato che il faccia a faccia tra me e le figlie di Tortora non si può fare, perché la famiglia rifiuta il confronto». Poi si ferma, come a cercare parole all'altezza: «So di avere causato enorme sofferenza, non posso dimenticarlo e non potrà dimenticarlo nessuno. Ma spero che, prima o poi, Silvia e Gaia accettino di ascoltare quello che penso di loro padre». Tortora, dice il suo ex accusatore Melluso, «è stato un eroe. Delinquenti senza scrupoli lo hanno gettato nella disperazione, e lui ha trovato la forza di uscirne a testa alta. Gli chiedo ancora perdono».
(25 maggio 2010) http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cosi-mentii-su-tortora/2127631//1 |
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| Ustica: francesi le responsabilità della strage |
Ustica, trent'anni dopo Cossiga accusa: «Francesi le responsabilità della strage»
L'ex presidente della Repubblica interviene in un film inchiesta
A 30 anni dal disastro aereo del Dc9 in cui morirono in 81 ROMA (24 maggio) - «L'aereo francese si era messo sotto il Dc9, per non essere intercettato dal radar dell'aereo libico che stava trasportando Gheddafi. Ad un certo punto lancia un missile per sbaglio, volendo colpire l'aereo del presidente libico». Sono le parole con cui Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica, torna a parlare della strage del 1980 e di «Cosa accadde quella notte nel cielo di Ustica», per dirla con il titolo del film in cui è raccolto il suo intervento.
«Sopra e sotto il tavolo», la video inchiesta di Giampiero Marrazzo e Gianluca Cerasola, uscirà il 10 giugno insieme a un libro con prefazione di Giulio Andreotti. Il 27 giugno saranno trent'anni dalla sera in cui il Dc9 dell'Itavia si inabissò nel Tirreno a largo di Ustica. Quel giorno morirono 81 persone.
L'ipotesi delle responsabilità francesi nel disastro aereo non è nuova per Cossiga. Già nel 2007 l'ex presidente della Repubblica, primo ministro ai tempi della strage, l'aveva sostenuta in un'intervista. Ed è proprio a partire da quelle dichiarazioni che la procura di Roma aveva deciso di aprire una nuova inchiesta sull'incidente. «Chiamai io l'ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi - dice il senatore a vita nel film - che mi disse che non aveva prove, se non quelle dell'intelligence che raspa nei bistrot».
Riferendosi poi agli autori di «Sopra e sotto il tavolo», Cossiga li ha avvertiti dicendo: «Io vi sconsiglio vivamente di andare in Francia. Se continuate questa inchiesta potrebbe succedervi qualcosa: un'intossicazione alimentare, lo scoppio di uno pneumatico o uno scontro con un camion». In ogni caso, secondo Cossiga, «ci può essere un governo di destra, di centro-destra, di sinistra o di estrema sinistra, ma i francesi non lo diranno mai; magari finché qualcuno che sa o che è l'autore, in punto di morte non avrà paura del giudizio dell'Altissimo, a cui non potrà opporre egalitè, fraternitè‚ e libertè». © RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=103383&sez=HOME_INITALIA |
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| I LETTORI RICORDANO LA STRAGE DI CAPACI |
I lettori ricordano la strage di Capaci
di Giuseppe Rizzo
Dei malacarne sappiamo tutto. Sappiamo che Nino Gioè fuma una sigaretta dopo l’altra accanto a un Giovanni Brusca che non si decide a premere il pulsante del detonatore. Sappiamo che Riina li aspetta qualche giorno dopo per brindare. Di quello che stesse succedendo nei Palazzi a proposito delle vicende siciliane, basta ricordare le parole di Giulio Andreotti, allora a un passo dal Quirinale: «Non mi sono fatto ancora un'idea. E poi, di molte cose che accadono in Sicilia, spesso si capisce poco». Di Giovanni Falcone, invece, sappiamo che quel 23 maggio 1992 aveva voluto guidare lui stesso l’auto di servizio per scaricare i nervi – e in un momento di distrazione, in piena autostrada, sfila via le chiavi dal quadro per darle a un agente della sua scorta, il quale gli urlerà di stare attento e si vedrà rispondere «scusi, scusi», le ultime parole pronunciate dal magistrato.
È della gente comune che è difficile sapere. Sapere in quali impegni fossero ingabbiati, di quali amori stessero vivendo, di quali fatiche, di quali ansie. E cosa successe nelle loro vite alle 17.56 del 23 maggio 1992. Abbiamo chiesto sulla nostra pagina Facebook di provare a fermare per un istante le lancette degli orologi e spostarli a quel pomeriggio di 18 anni fa. E immediatamente, la memoria si è messa in moto, e decine di persone ci hanno raccontato la “loro” strage di Capaci.
«Ero una ragazzina, ma ricordo ancora la faccia sconvolta di mia madre quando arrivò la notizia: "Hanno ucciso Giovanni Falcone". Non parlò per quasi un'ora. Ricordo l'ingenuità con cui le chiesi se Giovanni Falcone fosse un nostro parente. Fu allora che lei mi prese da parte e che, con gli occhi lucidi, mi raccontò il coraggio di quell'uomo», scrive Valeria Brigida.
Giovannina Busia, invece, pesca nei suoi ricordi quello di una giornata felice trasformata in un inferno: «Ero all'ospedale a trovare un'amica che aveva partorito il suo primo figlio, una giornata di gioia trasformata in un evento luttuoso». Deborah Insabella racconta di essersi trovata tra chi, quel giorno infame, trovò il coraggio di festeggiare: «Io ero proprio a Palermo, precisamente lavoravo a Brancaccio e sentire inneggiare la gente che gridava “Mafia, mafia!” è stato tremendo...»
Da Palermo a Perugia: «Passeggiavo con quello che sarebbe diventato il compagno della mia vita – scrive Gabriella Di Massimo – la notizia la sentimmo in una gelateria, ci abbracciammo presi dallo smarrimento, era il nostro primo abbraccio». E c’è chi, nell’esercito, pensò che stesse per scoppiare una guerra: «Ero militare – scrive Walter – e mi sembrò un atto di guerra! Rabbia e paura». Sentimenti condivisi nei ricordi di molti, sensazioni che tanti ricordano essersi sciolte poi in lacrime impotenti, come scrive Marisa Fenolo: «Quelle macchine accartocciate, quei corpi straziati, e le parole di Caponnetto e le solite risposte dei politici, piansi, in silenzio, per impotenza, sentivo che bisognava fare qualcosa ma che per il momento non era possibile».
Oggi, 18 anni dopo, per molti è difficile fare i conti con quello che è successo sull’autostrada Capaci-Palermo. Molti portano ancora con loro rabbia e sgomento e incredulità. Altri, come Liliana Gabriele, hanno scelto di svuotare la propria sacca della memoria di questi sentimenti e riempirla «con la convinzione del giudice Falcone: la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine».
24 maggio 2010 http://www.unita.it/news/italia/99113/i_lettori_ricordano_la_strage_di_capaci |
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| Le urne funebri nel lago di Zurigo |
Trovate a centinaia, forse di pazienti morti in solitudine
Le urne funebri nel lago
La pista dell’eutanasia
Sospetti sulla Dignitas, la clinica svizzera dei suicidi assistiti a Zurigo
ZURIGO — I resti di uomini e donne sul fondo del lago, un colpo di vento che fa saltare il parasole di una barca, un uomo che si tuffa per recuperarlo ed eccoli, quei vasi arancioni che fluttuano assieme alla corrente. Sono centinaia di urne cinerarie e, se non fosse che tocca indagare, i poliziotti farebbero quasi a meno di tirarle su. Perché quel leggero ondeggiare sul fondo evoca il pensiero di anime inquiete. Sarà anche per via del reato che ha costretto gli agenti cantonali a scendere sul letto del lago di Zurigo: turbamento della pace dei defunti, punibile con il carcere fino a tre anni. Alla fine ne hanno portate a galla 13, quanto basta per rispondere alle domande-chiave dell’inchiesta.
Di chi sono quei resti? Può essere che siano i malati terminali che vengono a morire in Svizzera con l’assistenza della Dignitas? In ognuna di quelle urne potrebbe esserci davvero la storia di un malato o una malata venuto a morire qui, a una decina di chilometri da Zurigo, con l’aiuto dell’associazione fondata dall’avvocato Ludwig Minelli. Gente che probabilmente ha bussato alla sua ultima porta senza la compagnia di nessun altro che se stesso e la sua disperazione. Non è raro che gli aspiranti suicidi arrivino soli. È successo anche a un italiano, un milanese con la vita alla deriva per una malattia incurabile, un uomo che aveva nella mente più ragioni per morire che per vivere. Un giorno dell’inverno appena passato è salito su un taxi ed è venuto fin qui, a morire. Solo. Ha mandato giù d’un fiato la pozione senza ritorno di pentobarbital sodico diluito con l’acqua e a mezzogiorno, mentre a casa sua cominciavano a capire, il suo cuore era già fermo. Come lui tanti altri, soprattutto tedeschi e inglesi. Arrivano in solitaria all’appuntamento con la «dolce morte» di Dignitas.
Vengono da sé (quando le condizioni fisiche lo permettono) perché magari nei loro Paesi d’origine un accompagnatore avrebbe problemi penali assistendo alla morte, oppure perché i parenti non condividono quella scelta e loro temono di essere fermati. O semplicemente perché preferiscono così. E allora succede che quando la dose mortale ha fatto il suo dovere, lo staff di Dignitas si ritrova con una salma e nessun parente o amico che si occupi fisicamente dei desiderata del suicida, per esempio la cremazione, la consegna di oggetti, la spedizione o la dispersione delle ceneri. Lo fa l’organizzazione, così dicono i «patti» fra l’aspirante suicida e chi lo aiuta a morire. O, almeno: così dovrebbe essere. Salvo i dubbi della polizia cantonale che, anche se indaga contro ignoti, guarda ancora una volta in direzione di Minelli, finito di nuovo sott’accusa, con i suoi 77 anni e la sua «meravigliosa opportunità» (come lo definisce lui) del suicidio assistito (che qui è legale).
Il sospetto è che i resti dei suicidi finiscano nella «fossa comune» del lago di Zurigo. «Scandaloso anche solo pensarlo, le solite fandonie montate contro di me» si lamenta lui, Minelli, con l’amico Emilio Coveri, presidente dell’associazione Exit, referente di Dignitas in Italia. «Se ha buttato quelle benedette ceneri nel lago è perché poteva farlo» lo difende l’amico. «Vuol dire che ha i documenti e i permessi in regola per buttarle. Ci vuole tanto a capirlo?». Non cita nessun permesso una ex dipendente della Dignitas, Soraya Wernli: «L’hanno sempre fatto. All’inizio era lui in persona che buttava giù le urne, poi ha chiesto alla figlia e a gente del suo staff. Almeno un’urna su tre finisce in fondo al lago. Ce ne sono più o meno trecento». Finora la Dignitas ha aiutato a morire 1.092 malati terminali, in arrivo soprattutto dai Paesi dove è vietata l’assistenza al suicidio, Germania in testa (oltre il 50%). In Italia sono sei, oggi, le persone che hanno chiesto e ottenuto di aprire la procedura per la «dolce morte». Verranno a bussare alla nuova sede dell’organizzazione. Chiederanno la pozione letale e, anche se avranno accanto qualcuno, resteranno soli davanti alla morte.
Giusi Fasano
29 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA da corriere.it |
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| L'ECCIDIO DI KATIN... |
Ufficiali, soldati e semplici cittadini furono uccisi a sangue freddo per ordine di Stalin
70 anni fa il massacro di 22mila polacchi
L'eccidio di Katyn, una delle pagine più tristi e meno conosciute degli orrori della seconda guerra mondiale
MILANO - E' stata una delle più imponenti fosse comuni dell'intera Europa, il teatro di un eccidio di proporzioni colossali che ha visto la morte di quasi 22 mila tra ufficiali e cittadini polacchi uccisi a sangue freddo dai soldati dell'Armata Rossa nel 1940. La Foresta di Katyn - dove il presidente polacco Kaczynski si stava recando per una commemorazione - è diventata uno dei luoghi di pellegrinaggio più tristemente noti del vecchio continente, uno dei simboli degli orrori della seconda guerra mondiale.
LE VITTIME - Vi persero la vita i prigionieri di guerra dei campi di Kozielsk, Starobielsk e Ostashkov e i detenuti delle prigioni della Bielorussia e Ucraina occidentali, fatti uccidere su ordine di Stalin nella foresta di Katyn e nelle prigioni di Kalinin (Tver), Kharkov e di altre città sovietiche. Molti polacchi erano stati fatti prigionieri a seguito dell'invasione e sconfitta della Polonia da parte di tedeschi e sovietici nel settembre 1939. Vennero internati in diversi campi di detenzione, tra cui i più noti sono Ostashkov, Kozielsk e Starobielsk. Kozielsk e Starobielsk vennero usati principalmente per gli ufficiali, mentre Ostashkov conteneva principalmente guide, gendarmi, poliziotti e secondini. Non tutti morirono a Katyn, ma quella città è divenuta il simbolo della strage ed è lì che si commemorano tutte le vittime. E' lì che si stavano recando anche il presidente polacco e tutta la sua delegazione, tutti deceduti nell'incidente aereo avvenuto a poca distanza dall'aeroporto di Smolensk.
PULIZIA STALINIANA - Contrariamente ad una credenza diffusa, solo 8.000 dei circa 15.000 prigionieri di guerra di questi campi erano ufficiali. L'eccidio di Katyn fa riflettere perché da esso emergono aspetti della dittatura staliniana che è stato a lungo imbarazzante riconoscere, vale a dire il carattere fortemente repressivo e le tendenze imperialistiche. Il massacro rispondeva ad una logica ben precisa di ulteriore indebolimento della Polonia appena asservita. Infatti, poiché il sistema di coscrizione polacco prevedeva che ogni laureato divenisse un ufficiale della riserva, il massacro doveva servire ad eliminare una parte cospicua della classe dirigente nazionale. Va inoltre ricordato che Stalin contestualmente ordinò la deportazione in Siberia e Kazakhstan delle famiglie degli ufficiali polacchi (bambini compresi), eliminando in tal modo anche la generazione successiva. Tale eliminazione venne concordata e portata avanti di comune accordo con la Germania Nazista ed i dettagli discussi in riunioni tra i due alleati. Tutto ciò nel quadro di una spartizione della Polonia tra Germania nazista ed URSS, due potenze che rappresentavano due sistemi culturali ed ideologici opposti ed antitetici, ma che, per circa 2 anni e fino al giugno 1941, furono legate dal Patto Molotov-Ribbentrop, che stabiliva la non aggressione reciproca e la spartizione della Polonia e dei Paesi Baltici.
LE ACCUSE NEGATE - La scoperta del massacro nel 1943 causò l'immediata rottura delle relazioni diplomatiche tra il governo polacco in esilio a Londra e l'Unione Sovietica. L'URSS negò le accuse fino al 1990, quando riconobbe nell'Nkvd, il commissariato per gli affari interni, il responsabile del massacro e della sua copertura. «I crimini del regime staliniano non possono essere giustificati anche se sarebbe sbagliato attribuire al popolo russo il massacro avvenuto nella foresta di Katyn» ha commentato venerdì il primo ministro russo Vladimir Putin, durante una cerimonia organizzata per il settantesimo anniversario dell'eccidio. «Per anni si è cercato di coprire la verità con ciniche bugie», ha ammesso Putin riferendosi alla lunga opera di disinformazione compiuta dai sovietici nel tentativo di scaricare le responsabilità dell'accaduto alla Germania nazista. «Questi crimini non possono essere giustificati in alcun modo - ha insistito l'ex presidente -. Il nostro Paese ha dato una chiara valutazione legale e morale delle atrocità del regime totalitario. Una valutazione che non è soggetta a revisionismi».
LE PRIME VERITA' - A riconoscere per la prima volta le responsabilità sovietiche per i fatti di Katyn fu Boris Eltsin nel 1990, a cinquant'anni dall'eccidio. Ancora, tuttavia, la Polonia chiede a Mosca tutta la documentazione relativa all'ordine, a quanto pare firmato da Stalin in persona, di procedere all'esecuzione di massa. La cerimonia di giovedì alla presenza delle massime autorità polacche avrebbe dovuto servire per suggellare il riavvicinamento tra i due Paesi, tra i quali anche in tempi recentissimi (ad esempio per lo scudo antimissile che George W. Bush voleva costruire in Polonia) sono riemerse antiche tensioni. Putin è la massima carica russa ad aver mai partecipato a una commemorazione di Katyn. Assieme al capo del governo di Mosca c'era il premier polacco Donald Tusk, ma anche gli ex presidenti Lech Walesa, simbolo della rivolta di Solidarnosc contro il regime filosovietico di Wojciech Jaruzelsky, e Tadeusz Mazowiecki, primo capo dello Stato dopo la caduta del comunismo.
Redazione online 10 aprile 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA da corriere.it |
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| Yemen, bimba sposa muore tre giorni dopo le nozze |
Nel paese è in discussione una legge contro i «matrimoni di scambio»
Yemen, bimba sposa muore tre giorni dopo le nozze
La tredicenne è deceduta per «lesioni gravissime all'apparato genitale»
SANA'A - Una bimba yemenita, data in sposa all'età di tredici anni, è morta ad Hajjah, città a nord di Sana'a, dopo soli tre giorni di matrimonio. Secondo quanto denuncia un'organizzazione yemenita per i diritti umani, citata dal giornale arabo 'al-Quds al-Arabi', dal referto medico si evince che la giovanissima sposa sia deceduta «per lesioni gravissime all'apparato genitale, che hanno portato ad emorragie fatali». Per i medici, Ilham Mahdi Shui al-Asi, è questo il nome della piccola, non era ancora pronta per il matrimonio e la violenza sessuale subita dal marito l'ha portata alla morte.
«UNA MARTIRE» - In una nota diffusa dall'organizzazione umanitaria 'Forum al-Shaqaiq' si legge che «la piccola è morta venerdì scorso dopo essere stata ricoverata all'ospedale al-Thawra, mentre solo il lunedì precedente, il 29 marzo, aveva partecipato alla sua festa di nozze». La giovane Ilham ha subito quello che nei villaggi dello Yemen viene chiamato 'matrimonio di scambio'. La tredicenne è stata data in sposa a un uomo che a sua volta ha dato in sposa la sorella a un uomo della famiglia di Ilham. Per questo l'ente umanitario definisce la piccola «martire dei matrimoni combinati con minorenni, ancora in uso nel paese». Questo episodio potrebbe riaprire di nuovo il dibattito sulla necessità di emanare una legge in Yemen che ponga un limite di età per il matrimonio. La proposta di legge presentata nelle scorse settimane si è arenata nel dibattito in parlamento dopo la serie di manifestazioni organizzate dai gruppi islamici che la considerano contraria alla sharia (fonte Adnkronos).
08 aprile 2010 da corriere.it
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| GIALLO PASOLINI |
Giallo Pasolini
di Carla Benedetti
Il capitolo perduto di 'Petrolio' esisteva davvero. Legava la morte di Mattei a una congiura italiana.
Un'intuizione che valeva una condanna a morte
Perché un inedito di Pasolini provoca tanto rumore e stranezza di comportamenti? Annunciato il 2 marzo da Marcello Dell'Utri in una conferenza stampa, avrebbe dovuto essere esposto alla Mostra del Libro Antico di Milano il 12 marzo. Ma alla data stabilita l'inedito non c'era. Che le carte di un grande scrittore, conservate a lungo nel segreto di qualche cassa, attirino molta curiosità, è più che naturale. È successo anche con le 11 lettere private di J. D. Salinger. Dopo la sua morte, avvenuta in gennaio, si è deciso di esporle alla Morgan Library di New York, le prime quattro il 16 marzo, le altre il 13 aprile. La notizia ha avuto grande eco sulla stampa internazionale. E il 16 marzo le lettere erano lì. E certo ci saranno anche le altre, alla data prevista. Ma in Italia le cose vanno in un altro modo. Dell'Utri si giustifica così: il clamore sorto attorno alla notizia ha "spaventato" chi gli aveva mostrato e promesso l'inedito. Anche le lettere di Salinger hanno suscitato clamore, ma nessuno si è tirato indietro per questo. C'è anche chi pensa che l'annuncio del senatore Dell'Utri, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, fosse un avvertimento in codice, rivolto a non si sa chi.
Comunque sono andata alla Mostra di Milano a vedere con cosa avessero rimpiazzato l'inedito. In una teca di vetro, assieme alle prime edizioni delle opere di Pasolini, c'era 'Questo è Cefis', di cui dirò dopo. E accanto, un libro ancora più strano, intitolato 'L'uragano Cefis'. Autore Fabrizio De Masi, editore non si sa, perché il nome in copertina e sulla costola era coperto di bianchetto. La didascalia diceva 'a cura di L. Betti, G. Raboni e F. Sanvitale'. Non poteva essere. Ho chiesto perciò di poter aprire quel libro. Sono andati a cercare il curatore, ma non sono riusciti a trovarlo. Poi mi hanno detto, un po' imbarazzati, che per ordini superiori quel libro non si poteva mostrare.
Ma torniamo all'inedito. Dell'Utri dice che è un capitolo trafugato di 'Petrolio', l'opera a cui Pasolini stava lavorando al momento della morte. Precisamente quello intitolato 'Lampi sull'Eni', di cui nell'edizione in volume è rimasto solo il titolo e una pagina bianca. Come si poteva allora pensare che un simile scoop non avrebbe scatenato l'attenzione di tutti i giornali? Pasolini non è meno noto di Salinger, né meno avvolto di mistero. Di Salinger si ignora quasi tutto sulla vita. Di Pasolini si ignora quasi tutto sulla morte. Nonostante siano passati 35 anni, ancora non si conoscono né gli autori del delitto né i moventi.
Esiste, certo, una ricostruzione ufficiale, che parla di una rissa di natura sessuale tra due persone e di cui ci si è accontentati per anni. La riportano anche le storie letterarie. Molti letterati ci hanno ricamato su: la "morte poetica" di Pasolini, il suo "capolavoro"! Una morte "sacrificale", persino "cercata". Giuseppe Zigaina, amico di Pasolini, ha scritto per Marsilio ben cinque libri, in cui sostiene che lo scrittore avrebbe "organizzato" la propria morte per "entrare nel mito". Tutto questo oggi suona grottesco, persino ambiguo. Quella versione, che tanto piace ai letterati, si è rivelata sempre più come una copertura, servita a sviare le indagini e a celare un altro tipo di delitto. Già il tribunale di primo grado condannò il diciassettenne Pino Pelosi assieme a ignoti, lasciando aperte molte domande. Ma poi, nel 2005, scontata la pena, Pelosi ha ritrattato, e ha detto di essersi accusato dell'omicidio perché sotto minaccia. Sono emerse anche altre testimonianze a suo tempo trascurate dagli inquirenti. Sono venute allo scoperto le negligenze e le coperture che hanno accompagnato fin dall'inizio tutta la vicenda. Molti le hanno raccontate: Gianni Borgna e Carlo Lucarelli nel saggio 'Così morì Pier Paolo Pasolini' ('Micromega' n. 6, 2005); Gianni D'Elia in 'L'eresia di Pasolini' e 'Il petrolio delle stragi' (Effigie, 2005 e 2006); Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in 'Profondo nero' (Chiare lettere, 2008). Dopo la ritrattazione di Pelosi il Comune di Roma, con Veltroni sindaco e Borgna assessore alla Cultura, si è costituito parte offesa. Ma la Procura non ha ritenuto necessarie nuove indagini. C'è stato un appello lanciato dalla rivista 'Il primo amore' (n. 1, 2006) per chiedere la riapertura del processo, firmato da un migliaio di persone in Italia e all'estero, e presentato al presidente della Repubblica. E nel 2009 una nuova istanza è stata depositata alla Procura di Roma dall'avvocato Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini.
La storia d'Italia è piena di capitoli oscuri: bombe, omicidi, finti suicidi, sparizioni, finti incidenti, Mattei, De Mauro, Feltrinelli, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, Rostagno, Ilaria Alpi, D'Antona, Biagi, Michele Landi, Ustica... A ogni morte un fascicolo distrutto, un memoriale scomparso, un computer manomesso. Anche l'omicidio di Pasolini è uno di quei capitoli bui? Lo strano caso del manoscritto annunciato e ritirato si inserisce in questo quadro.
'Petrolio' uscì postumo da Einaudi nel 1992, 17 anni dopo l'omicidio, un ritardo solo in parte giustificato dall'incompiutezza del manoscritto. A curarne l'edizione furono Graziella Chiarcossi (erede di Pasolini, e moglie dello scrittore Vincenzo Cerami), Maria Careri e Aurelio Roncaglia. Secondo la Chiarcossi (intervistata da Paolo Mauri su 'Repubblica' del 31 dicembre 2005) Pasolini ha lasciato in bianco quel capitolo. Eppure in una pagina di 'Petrolio' quel capitolo viene richiamato come se fosse già scritto: "Per quanto riguarda le imprese antifasciste (.) della formazione partigiana guidata da Bonocore (Enrico Mattei, nella finzione del romanzo) ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato 'Lampi sull'Eni', e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria" (p. 97). Nico Naldini, cugino e biografo di Pasolini, intervistato il 5 marzo su 'il Giornale' e 'l'Avvenire', ribadisce la negazione: "Per quanto ne so, non esiste alcun capitolo scomparso di 'Petrolio', con risvolti inquietanti sull'Eni". Eppure della scomparsa di quel capitolo si sospetta da tempo, anche perché, stando alle dichiarazioni di Pasolini, 'Petrolio' avrebbe dovuto essere molto più lungo di quello che ora abbiamo. Ma quel che stupisce è la frettolosità, anche da parte di alcuni giornali, nel negare che questo inedito possa esistere, e nell'irridere chi chiede spiegazioni.
Mentre la convinzione che il capitolo esiste si fa strada tra molti (anche il curatore dell'esposizione pasoliniana alla Mostra, Alessandro Noceti, su 'il Giornale' del 4 marzo dice che quelle pagine "erano all'interno di una cassa. La cassa apparteneva ad un Istituto che ne è anche proprietario"), Walter Siti, curatore dell'Opera omnia di Pasolini (Meridiani, Mondadori), intervistato da Francesco Erbani su 'Repubblica' del 4 marzo, non pare scosso da dubbi: "La stessa idea di un capitolo mancante contrasta con la struttura di 'Petrolio', un testo già di per sé così lacunoso". Giusto, di lacune ce ne saranno diverse. Ma cosa pensa il curatore di quella in particolare? L'edizione sua e di Silvia De Laude, molto accurata nelle note filologiche, non nota niente sul perché Pasolini rinvii il lettore proprio a quel capitolo in bianco.
Ma le stranezze non finiscono qui. Se quelle pagine esistono, da chi e come sono state prese? Graziella Chiarcossi nega che ci sia stato un furto di carte nella casa di Pasolini, in cui viveva con il cugino. E lo nega anche Naldini. Ma un altro cugino, Guido Mazzon, sostiene che il furto ci fu. Ne aveva già parlato D'Elia nel suo libro. E ora Mazzon lo riconferma a Paolo Di Stefano sul 'Corriere della Sera' del 4 marzo. "Nel '75, dopo la tragedia di Pier Paolo, Graziella chiamò mia madre per dirle di quel furto. Quando mia madre me lo riferì, pensai: 'Accidenti, con quel che è capitato ci mancava pure questa'. E pensai anche: 'Strano però, che senso ha andare a trafugare le carte di un poeta?'".
Ma cosa ci sarebbe di tanto inquietante in quelle pagine? Appena uscito, 'Petrolio' suscitò un grande dibattito e molta attenzione tra i critici. Io stessa, assieme a Maria Antonietta Grignani, gli dedicammo nel 1993 un convegno all'Università di Pavia. Si trattava di un'opera assai insolita, sia per la forma sia per il contenuto. Non è scritta come lo sono normalmente i romanzi. Non c'è un narratore che racconta una storia, ma un autore che costruisce man mano il progetto di un romanzo da farsi. Ed è in questa forma che Pasolini pensava di pubblicarlo. Egli aveva del resto già sperimentato questa peculiare forma-progetto in opere cinematografiche come 'Appunti per un film sull'India' e 'Appunti per un'Orestiade africana'. E anche nella 'Divina mimesis', data alle stampe poco prima della morte. Quanto al tema, a me è sempre apparso come un'opera sul potere, che cerca di renderlo visibile in tutte le sue forme, attraverso visioni. Vi si parla anche di stragi, di bombe alla stazione, dell'Eni, che Pasolini considera "un topos del potere". E anche della morte di Mattei. Non potevano del resto mancare questi ingredienti in un libro intitolato 'Petrolio', il vello d'oro di oggi, per il quale si fanno le guerre e viaggi in Oriente, come li fece Mattei, come un tempo li fece Giasone con gli Argonauti (altro tema del libro). All'Eni avrebbero dovuto essere dedicati dieci appunti, dal 20 al 30, tutti però mancanti, eccetto il 22 e il 23. Ne è rimasto però uno schema riassuntivo finale. Si intitola 'Storia del problema del petrolio e retroscena', che contiene uno specchietto e questa annotazione: "In questo preciso momento storico (.) Troya (nome nella finzione dato a Cefis) sta per essere fatto presidente dell'Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei)". E poco dopo scrive: "Inserire i discorsi di Cefis". Quindi Pasolini spiega il delitto Mattei in modo diverso da quello più accreditato. Non chiama in causa gli interessi americani, le sette sorelle, l'Oas, i servizi segreti. No. Mattei è stato ucciso per far posto a Troya, cioè a Cefis. Chi prese quelle carte doveva essere a conoscenza del contenuto. Ma non lavorò alla perfezione. Forse per la fretta lo schema gli sfuggi?
Nel gennaio 2001 lessi su 'la Stampa' un articolo sulla morte di Mattei. Parlava di nuove indagini del giudice Vincenzo Calia della Procura di Pavia. Con un lavoro di anni aveva ricostruito questo scenario: Mattei fu fatto fuori da un'oscura regia politico-istituzionale tutta interna all'Italia, di cui Cefis teneva le fila. Le stesse conclusioni di Pasolini 25 anni prima. E probabilmente le stesse a cui era giunto Mauro De Mauro, il giornalista scomparso a Palermo nel 1970, a cui il regista Francesco Rosi chiese di indagare sugli ultimi giorni di Mattei per il film che stava girando. L'articolo parlava di 'Petrolio' e per questo attirò la mia attenzione. Il magistrato aveva inserito nell'istruttoria la pagina con lo specchietto.
Ho incontrato il giudice Calia a Roma nel 2003 a un convegno su Pasolini. Tra i relatori c'era anche il senatore Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione parlamentare sulle stragi, che sottolineò l'esattezza delle conclusioni di Pasolini in 'Petrolio' riguardo alla duplice natura delle stragi. Finito il convegno ci fermammo a parlare con Calia, seduti a un tavolo, con Borgna, D'Elia, e altre due persone di cui non ricordo. Quella conversazione andò avanti per ore. Calia aveva portato uno strano libro, 'Questo è Cefis': proprio il volume che ho visto alla Mostra di dell'Utri. Pubblicato nel 1972 con lo pseudonimo di Giorgio Steimez dall'Agenzia Milano Informazioni, di Corrado Ragozzino. Finanziato da Graziano Verzotto, amico di Mattei, con funzione di avvertimento o di minaccia nei confronti di Cefis, il libro fu fatto subito sparire dalla circolazione. La moglie di Calia l'aveva trovato per caso su una bancherella. E ci spiegò, testo alla mano, che nell'Appunto 22 ('Il cosiddetto impero dei Troya'), le informazioni di Pasolini su Cefis venivano da lì. Ricordo la serietà e la sobrietà del magistrato, da cui traspariva un'alta statura umana. Io dissi qualcosa sulla 'Divina Mimesis', il cui autore si dà per "morto, ucciso a colpi di bastone a Palermo". La sua reazione fu di voler andare immediatamente in libreria a comprare quel libro, che non conosceva. Ma erano già le dieci di sera. Era convinto che si riferisse a De Mauro (non al Gruppo 63, ostile a Pasolini, e riunitosi a Palermo, come leggono molti critici). A un certo punto posi al magistrato una domanda diretta: "Ma è possibile che facciano fuori uno scrittore?" La risposta fu: "Possibilissimo. E se vuole la mia opinione, io ne sono convinto". Quelle parole mi lasciarono un segno e un senso di vertigine.
Se quelle pagine venissero recuperate, non sarebbero solo un prezioso ritrovamento letterario. Finché l'assassino siede sul trono di Danimarca, il fantasma del re ucciso non ha pace. E nemmeno il figlio. Non ci sarà pace finché il mondo resterà così fuori dai cardini, con i colpevoli impuniti e le storie letterarie che raccontano di Pasolini ucciso mentre tentava di violentare un ragazzo.
(29 marzo 2010) da espresso.repubblica.it |
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| Lampi sull'Enel |
Il caso
«Quelle carte rubate dopo la morte»
Pasolini e «Petrolio»: Guido, cugino di Pier Paolo, conferma l’episodio
Dunque, ricapitoliamo. L’«Appunto 21» di Petrolio, che si intitola «Lampi sull’Eni», fu scritto certamente da Pasolini, ma nel manoscritto del romanzo non c’è: ne è rimasto solo il titolo. Fu scritto certamente, perché qualche pagina dopo l’autore vi fa cenno, rimandando il lettore a quel paragrafo come a un testo compiuto. Il secondo volume Mondadori (Meridiani) dei Romanzi e racconti, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, contiene Petrolio, il libro incompiuto a cui Pasolini stava lavorando da tre anni quando, il 2 novembre 1975, venne ucciso a Ostia nelle circostanze oscure di cui sappiamo. Nella Nota al testo riguardante il romanzo, Silvia De Laude chiarisce la genesi e lo stato dei lavori e nelle Postille che ne seguono commenta, da brava filologa, passo per passo, la situazione testuale, le varianti, le cassature e le inserzioni. Ma in coincidenza di quella pagina bianca e del successivo riferimento nell’«Appunto 22», non c’è nessuna annotazione che illustri le ragioni del vuoto e il cenno alla parte mancante.
Quella lacuna rimane oscura persino nell’edizione più affidabile di Petrolio. È come se si volesse sorvolare su quella incongruenza. In realtà, la cugina ed erede di Pasolini, Graziella Chiarcossi (filologa a sua volta), nega un’evidenza: e cioè che quelle pagine siano esistite. In un’intervista a Paolo Mauri («la Repubblica» 31 dicembre 2005), afferma: «Sarebbe meglio dire che di quel capitolo è rimasto solo il titolo, come per tanti altri rimasti in bianco», fingendo di ignorare che poche pagine dopo l’autore vi accenna come a un paragrafo compiuto. Nella stessa intervista la Chiarcossi nega anche che dopo la morte di Pier Paolo si sia mai verificato un furto di carte nella casa dell’Eur in cui viveva con suo cugino. E ricorda invece un’effrazione precedente. Ma qui entra in conflitto con il ricordo di Guido Mazzon, cugino anche lui di Pasolini, per via materna (sua nonna era sorella della mamma di Pier Paolo). Il quale Mazzon aveva già dichiarato a Gianni D’Elia, per il suo libro Il Petrolio delle stragi pubblicato nel 2006 da Effigie, di aver ricevuto, giorni dopo la morte del cugino, una telefonata in cui Graziella accennava al fatto che alcuni ladri erano entrati in casa portandosi via dei gioielli e delle carte del poeta. Ora viene annunciato che le carte scomparse saranno esposte alla Mostra del Libro Antico di Milano (dal 12 marzo) e Mazzon conferma tutto con un certo imbarazzo: «Nel ’75, dopo la tragedia di Pier Paolo, Graziella chiamò mia madre per dirle di quel furto. Quando mia madre me lo riferì, pensai: "Accidenti, con quel che è capitato ci mancava pure questa". E pensai anche: "Strano però, che senso ha andare a trafugare le carte di un poeta?". Il mio stato d’animo sul momento fu proprio quello. Avevo 29 anni e ricordo bene la sensazione che ebbi. Poi il particolare del furto mi tornò alla mente leggendo Petrolio e venendo a sapere della parti scomparse».
Perché l’imbarazzo? «Perché non riesco a capire come mai mia cugina continui a negare quel fatto. Dopo l’annuncio del ritrovamento, l’ho cercata al telefono, ma senza successo: vorrei chiarire, cercare di ricomporre il ricordo. Mia madre è morta due anni fa e non posso più chiederle conferma, ma quella comunicazione telefonica ci fu e si verificò dopo la morte di Pier Paolo, non potrei dire esattamente quanti giorni dopo». Mazzon si dice idealmente pasoliniano a tutti gli effetti. Nell’Oltrepò, dove abita, conserva ancora un prezioso regalo che suo cugino gli fece tanto tempo fa: «Ero a Casarsa l’estate del 1957, avevo undici anni. Pier Paolo, arrivato da Roma in una delle sue fugaci comparse per salutare la madre, mi vede scendere le scale di casa con una vecchia tromba a cilindri in mano. "Come puoi suonare con uno strumento così antiquato?" ("orrendo", stava pensando con un suo aggettivo), mi chiede. Poi con aria leggermente imbarazzata stacca un assegno e mi dice: "Tieni, comprati una tromba nuova, argentata!" ("stupenda", pensava)». È un brano del suo libro, La tromba a cilindri, pubblicato nel 2008 da Ibis. «Pier Paolo mi ha insegnato l’amore per la letteratura e la poesia, che per me è diventata musica». Trombettista e compositore jazz, Guido Mazzon ha messo su qualche anno fa uno spettacolo intitolato «L’eredità ideale». Era un omaggio a Pasolini. Un omaggio, esattamente come il desiderio di ricostruire tutta la verità su Pier Paolo, ribadendo quel lucido ricordo che altri familiari hanno curiosamente rimosso. Perché quel particolare, come si sa, potrebbe aprire nuovi scenari.
Paolo Di Stefano
04 marzo 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA da corriere.it
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| Grado, si cerca un B-24 abbattuto nel '44 |
Grado, il Pentagono individua il punto dove precipitò un B-24 abbattuto nel '44
Dopo aver individuato il punto nella laguna dove si schiantò un B-24 - esattamente nei pressi dell’isola di Morgo -, il Dipartimento della Difesa Usa invia una missione. Mark Russel, 37 anni, e Stephen Johnson, 51, entrambi storici di professione dipendenti del Dpmo, sono arrivati da Washington con il compito effettuare misurazioni, ascoltare testimoni e riferire al Pentagono
di Pietro Spirito
GRADO. Harry McGuire navigatore, Pershing Hill puntatore, Given Grooms operatore radio, Gerald Herrington assistente motorista, Harold Thompson mitragliere, Nick Gavalas armiere, William Jones assistente radio: sono gli aviatori americani morti il 30 gennaio 1944 precipitando a bordo del loro aeroplano, un bombardiere B-24 del 449th Bomb Group, e i loro resti riposano ancora nel relitto dell’apparecchio oggi sepolto in uno specchio d’acqua bassa dell’isola di Morgo, nel cuore della laguna di Grado.
IL GIORNO DELLA BATTAGLIA
Dopo 66 anni il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha deciso di riportare a casa quei ragazzi, e ieri mattina due funzionari del Defense Pow/Missing Personell Office (Dpmo), l'istituto che si occupa di rintracciare tutti i prigionieri e i "missing in action", gli scomparsi in combattimento delle Forze armate statunitensi nelle varie guerre del mondo, ha compiuto un primo sopralluogo nella valle di Morgo per raccogliere quanti più dati possibili utili alle operazioni di recupero delle salme. Mark Russel, 37 anni, e Stephen Johnson, 51, entrambi storici di professione dipendenti del Dpmo, sono arrivati direttamente da Washington con il compito di individuare il punto esatto dove precipitò i bombardiere, effettuare misurazioni e rilievi, ascoltare testimoni e riferire al Pentagono.
Il dipartimento per cui lavorano è perennemente impegnato nella ricerca dei soldati e marinai che non hanno fatto ritorno a casa dalla seconda guerra mondiale alla Corea, dal Vietnam alla Guerra del Golfo fino all'Afghanistan. Dei 16 milioni di americani impegnati a vario titolo solo nel secondo conflitto mondiale 406mila morirono sul campo, mentre 79mila mancano ancora all’a ppello. «Di questi - spiega Mark Russel - 1470 sono scomparsi in Italia, compresi gli aviatori che stiamo cercando qui a Grado».
«Recentemente - aggiunge Stephen Johnson, - il Congresso ha stanziato nuovi fondi per intensificare la ricerca dei "missing in action", e il nostro compito è di trovare e riconsegnare alle famiglie i resti dei loro congiunti». Così, a più di mezzo secolo di distanza da una delle battaglie aeree più violente combattute sui cieli della nostra regione, con l'abbattimento di cinque bombardieri alleati, tre caccia italiani e una quarantina di Messerschmitt tedeschi - tutti precipitati in mare o nell'entroterra - i due funzionari della Difesa Usa sono arrivati all'isola di Morgo a bordo del Castorino II, la motobarca di Stefano Caressa, operatore subacqueo professionista e profondo conoscitore dei misteri del nostro golfo. Assieme a loro l'assessore alla Cultura del Comune di Grado, Giorgio Marin, il ricercatore Giorgio Pietrobon, esperto specializzato in storia dell'aviazione, e Alfredo Furlan, anche lui appassionato storiogafo, cui si deve la ricostruzione puntigliosa di quanto avvenne il 30 gennaio 1944, durante la battaglia aerea cui partecipò il B-24 oggi sepolto nel fango della valle di Morgo.
È stato Furlan infatti che, sulla base degli studi di altri ricercatori come Firmino Granziera e Giovanni Marin, un'approfondita ricerca d'archivio durata anni, e i contatti con il World War II families for the return of missing, un'associazione no-profit americana che collabora con il Dpmo di Washington, a segnalare l’esistenza del relitto, per altro presente da decenni nella memoria dei gradesi. Furlan ha appena pubblicato i risultati della sua ricerca in un articolo apparso sulla rivista di studi storici "Ad Agellum" di Aiello del Friuli. Ma il testimone chiave della vicenda è un vecchio pescatore gradese, Mario Troian, che aveva 12 anni e viveva in laguna quando il B-24 si schiantò sui bassi fondali a non più di duecento metri da dove si trovava lui. Questa mattina Troian accompagnerà i funzionari statunitensi in un secondo sopralluogo a Morgo, nel tentativo di individuare il punto esatto dove giace la bara di metallo con i sette aviatori, che per altro si trova all’interno di una proprietà privata.
E intanto Troian rispolvera i ricordi: «Avevo solo 12 anni - dice -, e vidi questo enorme apparecchio in fiamme precipitare nella laguna, proprio vicino a dove mi trovavo; non sono stato l'unico testimone, e dopo l’abbattimento nessuno si poteva avvicinare al relitto perché c’erano i tedeschi; l'aereo poco alla volta è sprofondato nel fango, negli anni qualcuno recuperò alcuni pezzi, poi il terreno ha cambiato varie volte proprietario e ha subito molti lavori; spero di essere ancora utile alla ricerca». L'equipaggio del B-24 del 449th Bomb Group caduto in laguna, soprannominato Dumbo II, ebbe un unico superstite: Harvey Elwood Gann, 91 anni, vive nel Texas, e segue le ricerche di Grado in contatto e-mail con Furlan. Gann, che si salvò lanciandosi con il paracadute e fu poi catturato dai tedeschi, ha raccontato la sua esperienza e l’abbattimento del bombardiere nel libro di memorie "Escape I Must! - World War II Prisoner of War in Germany" (Woodburner Press).
Sui tranquilli specchi d'acqua dell'isola di Morgo, in un paesaggio mozzafiato dove il tempo sembra sospeso, a bordo del Castorino II Mark Russel e Stephen Johnson verificano dati e coordinate, scattano foto e pianificano il lavoro da fare cercando di gettare un ponte tra presente e passato. E tassello dopo tassello si ricompone il quadro della battaglia di 66 anni fa.
(22 febbraio 2010) da ilpiccolo.gelocal.it |
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| Assurdo se riferito solo al Sud, ma Silvio al governo non è un caso... |
Richard Lynn, psicologo all'università dell'Ulster, illustra la sua discutibile tesi sulla rivista scientifica 'Intelligence'
"A sud il QI si abbassa a causa della mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa"
"Il Meridione arretrato perché meno intelligente" Studiosi e politici contro una ricerca britannica
"E' almeno dal 1400 che il Mezzogiorno non partorisce figure di spicco nelle arti e nella politica"
Il presidente Aip: "Gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici".
L'onorevole Laboccetta: "E' una cavolata"
di GIOVANNI GAGLIARDI
ROMA - Dopo anni di lotte, discussioni e studi sulla 'Questione meridionale', ora Richard Lynn, docente emerito di psicologia all'università dell'Ulster a Coleraine, avrebbe trovato una spiegazione, a dir poco discutibile, sull'arretratezza del sud Italia: è meno sviluppato del nord perché i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali. La tesi, che non sfigurerebbe in un pamphlet sulla superiorità della razza, compare nell'ultimo numero della rivista scientifica Intelligence che pubblica la ricerca dal titolo In Italy, north-south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy.
Secondo Lynn, mentre nel nord Italia il quoziente intellettivo è pari a quello di altri Paesi dell'Europa centrale e settentrionale, più si va verso sud, più il coefficiente si abbassa. La causa è "con ogni probabilità" da attribuire "alla mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa". Insomma, la tesi è che al pari della statura, dell'istruzione e del reddito, da nord a sud l'intelligenza media della popolazione scenda fino a toccare il punto più basso in Sicilia. I più intelligenti d'Italia, secondo Lynn, sono concentrati in Friuli.
Il professore non è nuovo a teorie a dir poco discutibili: negli anni '70 sostenne che gli abitanti dell'Estremo oriente fossero più intelligenti dei bianchi e nel 1994 nel libro La curva a campana teorizzò che nella popolazione di colore una pigmentazione più chiara corrisponde a un quoziente intellettivo più alto, derivato proprio dal mix con i geni caucasici.
Ora, nello studio pubblicato da Intelligence, afferma che "il grosso della differenza nello sviluppo economico tra nord e sud può essere spiegato con la variabilità del QI" e che, in sintesi, nel sud Italia la qualità del cibo è più scadente, si studia meno, ci si prende meno cura dei figli e che almeno dal 1400 il Meridione non partorisce "figure di spicco" nelle arti e nella politica.
Evidentemente Lynn non si è preso la briga di scorrere l'annuario dell'accademia di Stoccolma. In quel caso si sarebbe accorto del premio Nobel per l'Economia e di quello per la Fisica assegnati ai romani Franco Modigliani ed Enrico Fermi. Per non parlare di quello per la medicina assegnato al catanzarese Renato Dulbecco o di quelli per la letteratura ai siciliani Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo, o alla nuorese Grazia Deledda.
Ma, se non bastassero né il buonsenso né l'evidenza, allora arriva la comunità scientifica a stroncare le conclusioni di Lynn. Di recente lo studio sugli africani è stato demolito da Jelte Wicherts dell'Università di Amsterdam e Jerry Carlson dell'Università di Riverside, con un lavoro per la rivista Intelligence, Personality and Individual Differences, and Learning and Individual Differences. I due esperti hanno riesaminato circa 100 rapporti sul quoziente intellettivo e screditato il lavoro di Lynn, sostenendo che ha usato dati selezionati ignorando sistematicamente africani con QI elevato; inoltre i valori di QI per gli africani e per gli occidentali sono stati ottenuti con studi eseguiti con metodi di misura differenti e quindi tra loro non comparabili. Infine il gruppo di Wicherts ha stimato che il QI medio africano intorno agli anni '50 era del tutto simile a quello degli olandesi e che quello degli occidentali è cresciuto molto nel XX secolo ma che ora anche quello dei nativi dell'Africa sta avendo un trend di crescita simile, che continuerà tanto più quanto maggiori saranno i miglioramenti delle condizioni di vita nel continente.
Lo studio sul sud Italia viene invece duramente contestato, tra gli altri, dal professor Roberto Cubelli, presidente dell'Associazione italiana di psicologia (AIP). Secondo Cubelli, lo studio di Lynn ha "gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici (inadeguatezza degli strumenti di misura, arbitrarietà della procedura di analisi, mancata definizione di intelligenza), attualmente in discussione presso la comunità scientifica".
Inoltre il presidente dell'Aip ritiene "deontologicamente sbagliato interpretare i risultati di un'analisi correlazionale di fenomeni complessi, quali quelli relativi al rendimento scolastico nelle diverse aree geografiche, facendo riferimento a modelli teorici che si sono già rivelati falsi e ingiustificati". Secondo Cubelli, infatti, "non si possono ignorare i fattori storici, politici, sociali ed economici e attribuire ogni effetto causale a presunte differenze biologiche e genetiche". Il professore, inoltre, mette in guardia dalla divulgazione di studi che, a causa dei suddetti limiti ed errori, "possono legittimare comportamenti individuali e scelte politiche di impronta razzista e di discriminazione sociale".
Ma non è solo la comunità scientifica a insorgere, anche i politici nostrani non esitano a bollare lo studio di Lynn come "un'autentica cavolata, per non dire di peggio", per usare le parole del deputato del Pdl e napoletano doc Amedeo Laboccetta. "Chi ha redatto lo studio - continua Laboccetta - è un povero ignorante, animato certamente da pregiudizi e da una pesante dose di razzismo. Dovrebbe vergognarsi di simili affermazioni, ma sono pronto a offrire a questo signore un soggiorno gratuito nelle regioni meridionali per rendersi conto di persona di quello che dice".
© Riproduzione riservata (16 febbraio 2010) da repubblica.it |
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| Esiste un paese senza dolore? |
Diario di una famiglia
L'Aquila, la casa svaligiata "Hanno rubato le nostre anime"
L'AQUILA - Maria Rita, la mamma di Cristina e Fabiana, ha una sola domanda. "Esiste un paese senza dolore? Ecco, io vorrei andarci". Ci sono episodi che in altre città possono fare male ma che qui all'Aquila possono distruggere. "Hanno svaligiato la nostra casa", dice Maria Rita. "Mio marito Claudio l'altro giorno è andato a guardarla, come fa sempre, da quando siamo scappati via dopo la scossa di dieci mesi fa. Ha visto che c'erano vetri rotti e porte spaccate. Ha chiamato la polizia". E' in un condominio, l'appartamento della famiglia Milani. "I ladri sono entrati in tutte le abitazioni, hanno portato via i nostri ricordi. Nella nostra casa hanno rubato gli abiti miei e delle mie figlie e anche il prezioso corredo di nozze di mia mamma, con le lenzuola e le tovaglie ricamate con il tombolo. Ogni tanto, quando ero a casa, aprivo quei cassettoni e sentivo il profumo di quella biancheria antica. Mi sembrava di sentire il profumo di mia madre".
C'è rabbia, nelle parole di Maria Rita, e anche tanta disperazione. "Del mio passato ho perso anche l'odore. Sono arrabbiata perché nella nostra casa noi possiamo entrare solo dopo avere fatto domanda ai vigili del fuoco che poi ci debbono accompagnare. E invece i ladri hanno potuto fare tutto indisturbati, entrando in tutti gli otto appartamenti del condominio". Era la casa di tutti i Milani, quella di Maria Rita e Claudio. Ogni domenica pranzo tutti assieme. Qui si preparavano le torte per i compleanni delle nipotine Asia, Crystal e Maila. "Lo so che io e Claudio forse non torneremo più nella nostra casa. Il nostro terrore è che non riusciremo nemmeno a tornare in una casa. Non ce la facciamo più a vivere in un limbo, in attesa di un futuro che non si vede. Siamo ancora in albergo, non sappiamo se il nostro appartamento potrà essere salvato o se dovrà essere abbattuto. Si deve combattere ogni giorno contro la depressione e l'angoscia. Io non posso continuare così. Prendo il pullman prima dell'alba, per andare a lavorare a Roma. Torno la sera. A cena con mio marito all'hotel Canadian poi ci troviamo nella camera. Non potevo portare qui il corredo di mia mamma e gli altri oggetti che mi erano cari. Mi hanno rubato tutto. E allora io lancio un grido di dolore, disperato, acuto e lancinante. Quelli che hanno saccheggiato la mia casa già sgangherata, strappando il mio passato, mi hanno lasciato completamente senza storia, senza profumi e senza anima".
"Ho scritto alcune parole, rivolte a chi ancora cerca di capire cosa stia succedendo nella nostra città e non crede a chi racconta che qui tutto va bene e che il terremoto è solo un ricordo. Dobbiamo darci da fare, per impedire che le nostre case già distrutte dal sisma siano spogliate di ogni cosa. Questa comincia a diventare la guerra tra poveri. Anche se tutti i giorni assistiamo a queste ignobili scene, io non voglio rimanere impassibile a guardare. Unitevi al mio dolore concretamente, aiutatemi ad impedire ciò che resta possibile impedire, piccole ma grandi cose per chi ha avuto la "fortuna" di sopravvivere alla furia della natura ed ora rischia di soccombere dal dispiacere, per mano dell'uomo. Creiamo una catena di solidarietà, difendiamo il difendibile, riprendiamoci la nostra città, impediamo questi atti di viltà. Con il cuore, sosteniamoci l'uno con l'altro".
LETTERE DALL'AQUILA
"Voglio tornare ai Quattro Cantoni" "Sono perfettamente d'accordo con Jusi Pitari che non conosco, ma che, come aquilano, sento di aver sempre conosciuto. E' tutto tremendamente vero quello che scrive. Anch'io, aquilano di origine, ma residente a Roma, provo le stesse sensazioni quando vado al centro dell'Aquila e cerco disperatamente di potermi riappropriare di quelle strade e di quelle piazze che la rendono unica. Ma niente. Anch'io, ieri, speravo di poter percorrere a piedi il tratto che va dalla Fontana Luminosa ai "Quattro cantoni"e poi dirigermi verso Piazza Palazzo, ma corpulenti soldati mi hanno gentilmente, ma decisamente, bloccato nei pressi del Boss. Cos'è l'Aquila senza il centro? Nulla, assolutamente nulla. D'accordo sulla necessità primaria di dare un tetto agli sfollati, ma adesso si impongono scelte coraggiose e, soprattutto, non si può assolutamente pensare che l'Aquila non si potrà più visitare finché tutto il centro non sarà stato ricostruito. Ma siamo pazzi? Gli aquilani hanno il diritto di poter almeno passeggiare per i vicoli e le piazze che conoscono a memoria, dove da piccoli erano accompagnati a passeggio dai loro genitori, dove da adolescenti facevano le loro prime esperienze di giochi e d'amore, che da grandi percorrevano per lavoro o per shopping. Al centro dell'Aquila sono legati i ricordi di tante generazioni di aquilani ed è assolutamente ingiusto privare loro di quella linfa vitale che è l'amore per la propria città e, quindi, per i propri concittadini. Non ci si tolga anche questa speranza. Grazie". Gianni Marchetti
"Lasciateci entrare nella nostra città" "Quella sera avevo appena lasciato i miei bimbi a l'Aquila. Io e mio marito siamo ripartiti. La nostra vita a Roma ci aspettava come sempre, ma come sempre non potrà più essere.... Siamo stati travolti durante il sonno da una forza più grande di noi. Di corsa sulla macchina, di corsa verso i nostri bimbi. Arrivare in quell'inferno, ancor prima dei giornalisti, delle forze dell'ordine ... arrivare per noi è stato un incubo, un incubo terminato con il lungo pianto, quando ho visto i miei bimbi abbracciati a mia madre, in una macchina che presentava ferite in ogni angolo. Da quel giorno ho amato ancora di più la mia città natale. Anche oggi, a distanza di mesi, continuo ad andare quasi ogni week end ed ogni scusa è buona per andare a sbirciare quei luoghi tanto cari alla mia memoria. Eppure a volte mi sono sentita una ladra: vedere tutto così immobile dà una sensazione di morte. Popolo aquilano, non restiamo a guardare. Il mio sogno è poter tornare in centro, guardare la piazza ed i suoi colori, camminare tra la storia e il futuro. Vorrei poter prendere per mano i miei figli e gironzolare per l'Aquila, come facevo da bambina. Quei portici sembravano dei giganti buoni. Oggi siamo noi che dobbiamo riparare loro: troveremo le forze?".
Maria Rita Daniele (12 febbraio 2010) da repubblica.it |
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| Schiavi a Milano |
"Vi racconto la mia vita da schiavo fra le cassette dell'Ortomercato"
Omar Hammoudi, 34 anni, algerino, in Italia da regolare dal 2002, è il primo lavoratore dell'Ortomercato di Milano che ha avuto il coraggio di denunciare i suoi sfruttatori e non ha paura di raccontare i suoi cinque anni da schiavo in via Lombroso.
Nelle sue parole il racconto delle cooperative che aprono e chiudono per non pagare i contributi, i suoi giorni sui camion dopo 17 ore di lavoro
di Sandro De Riccardis
«La vittoria in tribunale mi ha lasciato solo, senza lavoro. Invece loro sono ancora lì: hanno cambiato nome alle cooperative e comandano come prima». Omar Hammoudi è il primo lavoratore ad aver denunciato la sua vita da schiavo all’Ortomercato. Racconta le sue giornate da 17 ore di lavoro ininterrotto, il viaggio mezzo morto verso casa, poi tre ore di sonno prima di un’altra giornata infinita a caricare cassette di frutta.
Omar Hammoudi ha 34 anni ed è algerino. Ha vissuto in Francia, poi in Italia, dal 2005 è stato per quasi cinque anni all’Ortomercato. Ha creduto in chi gli ha offerto un posto da socio in una cooperativa. Ha sperato di far parte di un’impresa e ci ha lasciato dentro i suoi pochi soldi. Si è accorto che i suoi soci erano i suoi sfruttatori e ha avuto il coraggio di denunciarli fino a vincere in tribunale. «All’Ortomercato sei solo uno schiavo. Entri che non è ancora giorno e non sai quando uscirai. Inizi a lavorare alle due di notte e vai avanti fino a mezzogiorno, fino alle cinque del pomeriggio, fino alle sette di sera. Fai trecento ore al mese, poi in busta paga ne trovi 30, 40, al massimo 50. Il resto è in nero».
Omar ha iniziato a lavorare in via Lombroso con la Ncm, una cooperativa che ora non esiste più perché, diventata simbolo del lavoro nero, è stata sciolta. «C’erano persone senza contratto, clandestini, gente senza nemmeno le scarpe antiinfortunio. Io ero uno dei soci. Mi dicevano che dovevamo fare sacrifici. Che bisognava comprare i muletti. Intanto coi soldi della società loro si compravano le Mercedes 320 da 48mila euro. In due anni, sono spariti quasi 2 milioni di euro». A fine 2008 la Ncm viene messa in liquidazione e poco dopo, ad aprile 2009, Omar fa causa: nessuno gli ha versato contributi, straordinari, ferie, festività, periodo di malattia. Vince. E il tribunale gli riconosce 11mila euro di risarcimento.
La Ncm però è ormai una scatola vuota. All’Ortomercato funziona così: le cooperative finiscono in liquidazione, si scindono, cambiano nome: quando lo Stato chiede conto dell’evasione, trova solo scatole senza patrimonio su cui rivalersi, mentre chi muove i fili del racket delle assunzioni non va mai via. «Io ho perso il lavoro. Loro sono sempre lì». La vecchia Ncm è diventata la Liberty, una delle due cooperative del consorzio City che ha bloccato la gara indetta dalla Sogemi.
Gli uomini sono gli stessi. Il liquidatore della Ncm è Gianfranco Teodorio Recchia, 49 anni, ora rappresentante del consorzio City nel ricorso al Tar. Amministratore unico della Liberty è Stefano Tornaghi, 41 anni, ex facchino e dipendente della Ncm. «Nessuno dei vecchi amministratori è sparito dagli stand. E i veri padroni nemmeno compaiono perché hanno avuto condanne».
Dopo il periodo alla Ncm, qualche mese di malattia non pagato per un muletto salito sul piede, Omar ha lavorato nel 2009 alla Nuova Frutta, ora anche questa in liquidazione. Un contratto di tre mesi, con 45 giorni di prova, per 24 ore settimanali. «Invece iniziavo alle 3 del mattino e finivo alle sette di sera. In 17 giorni ho fatto 237 ore. Ti dicono che c’è la crisi, che non c’è lavoro. Il lavoro c’è: ma ognuno fa quello di due persone. Altrimenti ti licenziano. Io per mesi ho dormito tre ore a notte. E sul camion, mentre trasportavo la frutta, mi sono addormentato due volte. I caporali ci dicevano di far risultare la sosta, che dobbiamo fare per legge e che deve risultare sulla carta tachigrafica, mentre scarichiamo la merce. Nessuno protesta. Tutti hanno paura, non possono restare senza lavoro».
(12 febbraio 2010) da milano.repubblica.it |
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| La Spagna accoglie un albino ecco perchè. |
«In Mali rischia la vita»
La Spagna accoglie un albino
di Rachele Gonnelli
Quando si tratta di magia è facile che un uomo, una persona magica, si trasformi in un animale o in una cosa. Se nasci albino in un villaggio dell’Africa occidentale, con i tratti somatici uguali a tutti gli altrimai colori virati al bianco come in un negativo fotografico, può succedere che ti rincorrano per strada non solo per insultarti e darti del «fantasma» o del «diavolo», ma per tagliarti le dita delle mani o dei piedi e farne amuleti. Per farti a pezzi, come una cosa appunto, e preziosa per giunta. La tua pelle e il tuo scalpo, crespo ma biondo, le tue ossa, il tuo sangue varranno migliaia di dollari per i riti magici degli stregoni in zone tribali intorno al Lago Vittoria.
Essere rincorsi per strada da qualcuno che ti vuole smembrare e vendere come una bambola vudù è successo almeno tre volte a Abdoulaye Coulibaly, 22 anni, che in questi giorni festeggia il riconoscimento dello status di rifugiato in Spagna dove è arrivato a marzo, sulla spiaggia di Tenerife, sbarcando da una piroga con altri 25 «clandestini». È la prima volta che l’asilo politico viene riconosciuto ad un albino che scappa per le violente discriminazioni subite in Africa. Abdou scappava dal Mali, dove non viveva malissimo. Conun diploma di scuola superiore, vendeva accessori per telefonini comeambulante. Il 26 marzo scorso si trovava vicino allo stadio di Bamako, la capitale, quando è stato nuovamente accerchiato da gente che voleva letteralmente fargli la pelle. È riuscito a darsi alla fuga e ha quindi deciso di proseguire fino ad un luogo veramente più sicuro: la Spagna, che lo ha accolto grazie anche all’intercessione e al sostegno di Salif Keïta, l’albino africano più famoso al mondo, pioniere della world music e oggi grande benefattore degli albini malati e poveri di Bamako. Anche Salif Keïta, oggi sessantenne, ha dovuto subire l’ostracismo di suo padre.
IL RAGAZZO D’ORO Non si tratta propriamente di razzismo, tanto meno di pazzia collettiva, quanto piuttosto di una considerazione magica verso chi nasce senza pigmentazione nelle pratiche animistiche ancora molto praticate specie nelle aree rurali dell’Africa Nera. In Mali è considerato portatore di malocchio e sventure, in Tanzania di soldi facili e fortuna. Proprio in Tanzania, dove pure il presidente Jakaya Kikwete ha dato il via ad una operazione «tolleranza zero» già dal 2007 ed è stata elettauna parlamentare albina, Alshymaa Kwegyr, negli ultimi due anni ci sono stati 25 casi di mutilazioni e uccisioni rituali di albini. In Mali sette strangolati negli ultimi mesi. Altri 11 in Africa centrale. Neanche le condanne a morte degli assassini, l’ultima nel settembre scorso, servonocomedeterrente. Perchè, come dice lo stesso Keïta, «non siamo considerati esseri umani». Eppure non è tanto raro vederne. L’incidenza di questa anomalia genetica in Africa è un nato ogni 2mila contro uno a 17mila in Europa. Soltanto il2%però sopravvive oltre i 40 anni. Se non sono gli stregoni, è la mancanza di cure mediche, e il sole implacabile, ad ucciderli.
23 dicembre 2009 da unita.it |
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| La morte in crociera... |
Morte sulla nave da crociera: decine di casi misteriosi e ancora irrisolti di Luana De Vita
ROMA (5 novembre) - La notte e il mare. Romantico set di un ricordo di mezza estate o incubo senza risveglio? Anche a bordo di una nave da crociera il mare e la notte possono rappresentare la sintesi perfetta dell’infinito e dell’ignoto, l’estasi in cui perdersi o l’abisso che inghiotte, l’onda che viene e l’onda che va, il mare che porta e che prende.
Stefano Trivellin il mare se l’è portato via per sempre, ha restituito solo un cadavere. Era un ragazzo di 28 anni, di Alghero, secondo ufficiale di macchina di una nave da crociera, Costa Atlantica, con un sorriso allegro e sincero che illuminava ogni foto del suo profilo su Facebook. La notte del 17 settembre di quest’anno, in navigazione verso Barcellona, è volato giù da un ponte della nave, il cadavere è stato ritrovato in mare all’alba.
La morte di Federico è una tragedia ma è anche un mistero, era stato appena promosso, era felice, la famiglia esclude il suicidio. Ma come è possibile che un marinaio esperto cada in mare, dalla propria nave e affoghi? Un mistero per tutti, una tragedia per i genitori e gli amici. E di misteri e tragedie le navi da crociera ne potrebbero raccontare tante, troppe.
«Una sorte bizzarra e cattiva», questa la sintesi dei fatti sulle note di autori come Bruno Lauzi e Paolo Conte che raccontavano la vicenda di un uomo: «onda su onda, son caduto dalla nave mentre a bordo c’era il ballo». Il protagonista della canzone sarà portato dal mare fino all’isola che non c’è, il paradiso, il naufragio perfetto e sarebbe bello sperare che questa fosse la realtà per i tanti nomi che riempiono le pagine web dell’Associazione Internazionale Vittime delle Crociere. Organismo di volontariato che nasce dalla disperata determinazione di due famiglie americane, i Carver e gli Smith , segnate da un analogo tragico evento.
Nel 2004 Merrian Carver di 40 anni scompare da una da crociera in Alaska, dal secondo giorno di navigazione non userà più la sua cabina. Nessuno informa nessuno. La crociera finisce, la cabina viene ripulita, gli oggetti personali gettati e la nave riparte. La famiglia impiegherà più di un mese per avere conferma dalla compagnia di navigazione dell’effettivo imbarco e anche del dettaglio della sua scomparsa. Nessuno sa che fine ha fatto Merrian Carter e nessuno sa che fine ha fatto George A. Smith, di 26 anni, nel bel mezzo della sua luna di miele nel Mediterraneo. Scompare dalla nave, testimoni affermano di aver sentito urla e rumori di una rissa in cabina, ma nessuno sa con chi George ha litigato quel giorno e che cosa sia davvero successo. La sposa è sbarcata in Turchia mentre la nave proseguiva il suo giro turistico, probabilmente con un assassino a bordo. Queste due famiglie e molte altre dell’associazione denunciano le difficoltà incontrate nella gestione delle indagini, delle denuncie e le problematiche relative alla giurisdizione di certi eventi.
Il diritto a bordo di una nave da crociera è determinato dalla bandiera che sventola a bordo, ovvero la giurisdizione è limitata alla nazione in cui è registrata l’imbarcazione. Moltissime navi da crociera di lusso utilizzano “bandiere di comodo”, di altre nazioni, magari della Bolivia, che non ha alcuno sbocco a mare ma evidentemente è “utile” agli armatori per altri motivi. L’associazione proprio per queste ragioni promuove e sostiene una campagna a favore di una legge che obblighi le navi da crociera, indipendentemente dalla nazionalità della loro bandiera a riferire alla Guardia Costiera e all’FBI qualsiasi crimine o presunto crimine si sia consumato a bordo.
Attualmente se i crimini sono commessi in acque internazionali le navi da crociera che non battono bandiera americana non hanno alcun obbligo di denuncia, né sono tenute ad investigare. Normalmente si limitano a ripulire le cabine e far scendere gli eventuali familiari sopravissuti, i cadaveri se ci sono e proseguono, più o meno serenamente, il percorso turistico previsto. E così si perdono le tracce di Amy Linn Bradley di 23 anni, esce probabilmente per fumare una sigaretta dalla cabina di una nave da crociera nel Mar dei Caraibi e nessuno l’ha mai più rivista. Né viva, né morta. I genitori offrono un premio di 250.000 dollari a chiunque possa offrire informazioni di qualsiasi tipo su cosa può essere successo quella mattina a bordo di quella nave.
I numeri approssimativi di questi incidenti a bordo di navi da crociera sono pubblicati da un altro sito dal nome davvero insolito ma abbastanza esplicativo: Cruise Junkie, tossicodipendente non da eroina ma da crociera. L’autore del sito - Ross Klein - è in realtà un professore universitario, un viaggiatore che evidentemente sta cercando di disintossicarsi al punto da dedicare molte delle sue energie a denunciare l’industria turistica delle crociere in tutte le sue presunte nefandezze.
Nel suo sito e nei suoi libri dedicati al lato oscuro, sconosciuto, non visibile dell’industria crocieristica non tralascia alcun aspetto ed essendo un sociologo ne valuta ogni possibile conseguenza. Dall’impatto ambientale alla gestione dei rifiuti di queste città galleggianti, dalle questioni burocratiche a quelle del lavoro a bordo, dagli incidenti che coinvolgono navi a quelli che coinvolgono persone. Ha raccolto così una casista annuale dei passeggeri morti, annegati o scomparsi dalle navi da crociere in tutto il mondo, tanto turisti quanto lavoratori. Ma anche degli stupri o dei tentativo di stupro che coinvolgono sia turisti che lavoratori. E’ un “j’accuse” forte e sostenuto da numeri inquietanti dal 2000 a oggi la stampa internazionale ha riportato 124 casi di persone cadute a mare, incidenti o suicidi e molti misteri perché di quasi tutti le circostanze e le modalità sono rimaste ignote e di molti non si è mai trovato il cadavere.
La settimana scorsa la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato un disegno di legge che riguarda proprio le navi da crociera che intendono attraccare o salpare da un qualsiasi porto americano, indipendentemente dalla nazionalità della bandiera che sventola a poppa.
La legge prevede oltre all’obbligo di denuncia immediata alle autorità americane per qualsiasi reato a bordo di navi e la registrazione dei casi di violenza sessuale, di cadute dalle nave, suicidi, omicidi, scomparse a bordo di qualsiasi nave da raccogliere in un sito web della Guardia Costiera. A queste disposizioni si aggiungono questioni più tecniche relative alle misure di sicurezza da adottare: spioncini alle cabine, telecamere di sicurezze, procedure d’intervento mirate a preservare ogni possibile prova di un crimine a bordo. La legge passerà ora al Senato prima di essere definitivamente promulgata dal presidente Obama a tutela e difesa della sicurezza dei passeggeri delle navi da crociera.
Resta il fascino e la malinconia della memoria descritta da Fellini nel suo Amarcord, con le barche in attesa del passaggio del favoloso Rex, con le luci del transatlantico che si specchiavano nel mare confondendosi con il riflesso luminoso delle stelle. E speriamo che da qualche parte nelle profondità delle acque internazionali, chi non è mai più tornato a casa possa almeno riposare in pace.
da ilmessaggero.it |
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| ARROGANZA DEL SILVIO? |
2009-06-16 15:02
FIORELLO: BERLUSCONI MI DISSE, STRADA SKY E' SENZA RITORNO
ROMA - Fiorello, in una lunga intervista a Vanity Fair, in edicola domani, svela i retroscena dell'incontro avuto con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli durante la trattativa finale per il passaggio a Sky. A Palazzo Grazioli si è sentito, dice lo showman, "dentro a una situazione assurda. Avevo davanti il presidente del Consiglio che si occupava di me, un guitto, un saltimbanco, e mi diceva: 'La tua strada e' senza ritorno". E lui? "L'ho messa sul ridere e me la sono data a gambe".
Festeggia 20 anni di carriera, si dichiara molto contento dei risultati a Sky con il Fiorello show, ipotizza un futuro anche in Rai con cui si è lasciato benissimo e su Mediaset dice 'Mai piu''. E' Fiorello che in una lunga intervista a Vanity Fair, che gli dedica anche la copertina del numero in edicola domani, ripercorre la carriera iniziata nel Natale del 1989 per arrivare ai tre mesi di tutto esaurito al Fiorello Show, che chiude il 19 giugno al Teatro Tenda di Roma (ultimo appuntamento su Sky Uno il 21, poi tre speciali in luglio).
In Rai, dice Fiorello, tornerebbe, perché "ci siamo lasciati benissimo, mi hanno fatto un sacco di in bocca al lupo, come si fa sempre tra persone civili. Ci ho lavorato per anni". Ma per il momento continua con Sky. Sul compenso però la butta sulla battuta, non sono i 15 milioni svelati da Carlo Rossella, "ma sono 14" e prosegue, sono "nemmeno la metà della metà". "Non sapevo", dice ora Fiorello a Vanity Fair, "che mi ero infilato dentro a una guerra tra Berlusconi e Murdoch, proprietario di Sky. Né che avevo incrinato la sacralità del potere del Cavaliere. Tanto meno sapevo che sarei diventato il vaso di coccio in mezzo al ferro e al fuoco della politica. E che per quanti planetari problemi ci fossero nel Paese, come la crisi, o il terremoto, o i rifiuti a Napoli e Palermo, tutti i moschetti del centrodestra avrebbero trovato il tempo e la voglia di circondarmi per fucilarmi di parole e di sarcasmi e di rancori".
Fino al punto che, un certo giorno di metà aprile, smise di leggere i giornali. Smise di parlare con i giornalisti. Alle penultime elezioni aveva detto: "strappate le schede elettorali". In queste "Votate Noemi" che le ha persino risposto: "Grazie, ma la politica non fa per me". "Non la inviterò mai - aggiunge- finirei per massacrarla in pubblico e mi dispiacerebbe. Stiamo parlando di una ragazzina di 18 anni, devastata da questa storia di 'papi'. Se fossi il padre vero, la terrei molto lontano da questa roba. Sotto a quel genere di luce puoi solo farti male, e specialmente dopo, quando si spegneranno i riflettori e tornerà il buio". Su Mediaset dice, "con Piersilvio sono anche andato due volte a pranzo. Mi diceva: 'Vieni da noi a qualunque cifra'. E in effetti c'era un progetto. Mi stavo vedendo con Valerio Staffelli e con il mio amico Antonio Ricci. Mi avevano proposto una nuova edizione di Striscia. Con Staffelli l'avrei anche fatta, magari tra un paio di stagioni". Invece? "Mai più".
da ansa.it |
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| 25 Aprile (festa dimenticata e oggi scippata. ndr). |
25 aprile, Festa della Liberazione
Stasera di pensieri ce n’è un’insalata. Chiaramente non sono saggio come Marco Aurelio Antonino, imperatore filosofo e valoroso. Non so tenere una conversazione brillante, ma forse un pregio ce l’ho: sono abituato a contare solo su di me senza aspettarmi mai favori piovuti dal cielo, come mi aveva insegnato Nonna Jole. Non posso dimenticarmi il suo volto saggio e profumato, gli occhi celesti e i capelli grigi raccolti dietro la testa. Brrr. Mi sento gelare a questi ricordi. Lasciamo stare.
Con mia moglie decidiamo di cenare al Reginus di Collevecchio. Tortellini alle noci e Merlot del 2004. Complimenti, Pierangelo! Ma ecco che, riflettendo e rimuginando, a un tratto ci troviamo, ahinoi, coinvolti in mistiche congetture. Nostro malgrado, sia ben chiaro! Ecco, davanti a me vedo il discepolo senza nome vicino a Maria di Cleofa, mentre al suo maestro crocifisso gli viene inferto un colpo di lancia nel petto. Intanto Anna, il sacerdote assassino, ride del Gesù morente sulla croce, insieme a Satana, capo delle forze del male, che perde però la battaglia definitiva quando Cristo, l’Unto, risorge. “Eli, Eli, lemà sabactàni?” Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?
Mi servo del dogma per uscire fuori dai miei dubbi razionali. Quindi penso al Corano, che non ha difficoltà nell’esortare a diffondere le sue verità religiosa anche con la forza fisica. E’ facile dire che la nostra arma è la parola. Mi ricordo che alcuni giorni fa ho rivolto queste mie devote perplessità a Stefano, mio fratello. Ricordo anche che lui, sornione, mi ha lanciato un’occhiata stupita, consigliandomi di non fumare troppo pakistano nero. Mah… Cosa avrà voluto dire?
Simonetta interrompe bruscamente le mie divagazioni mistiche, ricordandomi che domani è Festa. E che Festa! Cavolo, il prossimo 25 aprile sarà il 64° anniversario della Liberazione dell’Italia dagli occupanti nazisti. Una pagina importante della storia italiana, che fu scritta grazie ai soldati alleati ma con il contributo determinante degli italiani, partigiani e militari, chiudendo il periodo della dittatura e aprendo la strada alla libertà, alla nascita della Repubblica e alla nuova Costituzione.
Certo, la Festa della Liberazione è una giornata per ricordarci che i diritti, il benessere, la libertà dei quali godiamo non sono qualcosa di scontato. Troppa gente se ne dimentica. Non riesco a capire. Eppure molti sono morti per garantirci queste conquiste. Forse il punto è questo: spetta a noi difenderle, tenendole vive nella coscienza e negli atti di ogni giorno. E’ proprio vero: per questo il 25 aprile deve essere veramente una giornata di Festa!
Ritorniamo a Ostia, sazi e contenti. Ho deciso, del resto. Dopo questa ottima cena al Reginus di Collevecchio, domani mi rivedrò “Roma città aperta”, il film che racconta una storia ambientata nella Roma del 1944. Un capo della Resistenza, l’ingegner Manfredi, è braccato dai tedeschi. Trova rifugio da Pina, una donna del popolo, vedova con un figlio, che sta per risposarsi con Francesco, un tipografo anche lui legato alla Resistenza. Marcellino, il figlio di Pina, riesce a mettere in contatto l’ingegnere con don Pietro, un prete che ha già collaborato in passato con i partigiani. Quando anche Francesco viene portato via, Pina corre inseguendo il camion, ma una raffica di mitra la uccide sotto gli occhi impietriti della gente e del figlio. Manfredi viene sottoposto a tortura e muore, ma senza parlare; don Pietro, anche lui arrestato, è costretto ad assistere alla scena e maledice gli assassini. Poi, nel piazzale di un forte, don Pietro, fatto sedere su di una sedia, viene fucilato alla schiena sotto gli occhi dei ragazzini della sua parrocchia. E questa è la fine del film.
Che bello! Vi piacciono tutte queste ingiustizie? Figuratevi: a me manco per idea.
Mario Pulimanti Lido di Ostia -Roma
(24 aprile 2009) da ilmessaggero.it |
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| IN 4000 VIVONO ANCORA NELLE CASETTE ASISMICHE... |
Le baracche da Avezzano a Balsorano: nella marsica il sisma fece trentamila morti
Abruzzo, il terremoto del 1915 e le baracche dimenticate
In quattromila vivono ancora nelle "casette asismiche" costruite per gli sfollati del sisma di un secolo fa
da uno dei nostri inviati Lorenzo Salvia
BALSORANO (L’Aquila) – Niente riscaldamento, niente gabinetto, niente pavimento, la luce quella sì, ma una sola lampadina per un totale di metri quadri 32. Ai genitori di Rosa Margani dissero di portare pazienza, perché quella sarebbe stata una sistemazione provvisoria. Giusto il tempo di ricostruire la loro casa, buttata giù dal terremoto che nel 1915, qui nella Marsica, fece trentamila morti. È passato quasi un secolo ma la signora Rosa, 82 anni, è ancora qui, dentro queste due stanze buie ed umide vicino al castello di Balsorano. Non è la sola. Sono quattromila le persone che in Abruzzo vivono ancora nelle cosiddette casette asismiche, i rifugi costruiti per gli sfollati del terremoto di un secolo fa. Asismiche cioè sicure (per l’epoca) perché ad un solo piano e con il tetto in travi di legno. E provvisorie, anzi «baracche realizzate a titolo precario» come assicurava il decreto firmato l’11 febbraio 1915 dal Re Vittorio Emanuele III.
COME UN ACCAMPAMENTO - Certo, nel corso degli anni molte baracche sono state demolite, quasi sempre sostituite da case popolari. Ma dei circa diecimila esemplari costruiti tra il 1916 e il 1920 ne restano in piedi ancora 1.066 sparsi in 38 comuni, da Avezzano a Balsorano passando per tutta la Conca del Fucino. Tetto spiovente, muri sottili di mattoncini, struttura a castrum romano con le due strade principali che si incrociano al centro, l’immagine è proprio quella di un accampamento. Qualcuno, capendo che la provvisorietà era solo teorica, negli anni ha sistemato le cose ricavando almeno un bagno. Come la signora Angela De Meis che un anno fa ha trasformato la sua baracca di Capistrello in un appartamentino vero e proprio. «Ho messo i termosifoni e adesso vorrei comprare pure la parabola» dice, mentre aspetta di scolare la pasta. La sua vicina di casa, la signora Letizia, si accontenta di una stufa a legna che non ha l’aria di essere proprio a norma. Ma spesso le condizioni sono quelle di un secolo fa e quasi sempre a viverci sono persone anziane.
«NON PENSAVO DI FINIRE A VIVERE COSÌ» - Come il signor Andrea Venditti, 71 anni, tornato nella sua baracca di Balsorano, dopo 30 anni passati a fare il cuoco in Inghilterra: «Davvero non pensavo di finire a vivere così, ma con 500 euro al mese di pensione cosa devo fare?». Ecco, le baracche di un secolo fa almeno sono economiche. Tre euro al mese per ogni stanza, il tutto da pagare al comune. Una somma che non basta a coprire nemmeno per gli interventi urgenti di manutenzione. «Noi le vorremo abbattere – dice Gino Capoccitti, vice sindaco di Balsorano – ma la gente che ci vive dentro dove la mandiamo?». Sono almeno 40 anni che se ne parla. Inutilmente. Nel 1971 per iniziativa del senatore Giuseppe Fracassi, che proprio in una delle casette asismiche era nato, venne approvata la "legge per lo sbaraccamento". Abbattimento di tutte le casette, sostituzione con edilizia popolare e spazi verdi. Cosa buona e giusta ma rimasta sulla carta perché la legge non è mai stata finanziata davvero. Servirebbero 50 milioni di euro per riqualificare tutte le 1.066 baracche ancora in piedi.
L'ULTIMO STANZIAMENTO E L'ARRESTO DI DEL TURCO - L’ultimo stanziamento, 800 mila euro, era allo studio della giunta regionale quando l’arresto del presidente Ottaviano Del Turco, meno di un anno fa, ha travolto tutto. «Questa gente è costretta a campare in condizioni da terzo mondo», allarga le braccia Marco Riccardi, segretario della federazione marsicana di Rifondazione comunista. Come la signora Rosa, che non dimentica quella promessa fatta ai suoi genitori: questione di mesi, poi avrete la vostra casa. Era un secolo fa.
19 aprile 2009
da corriere.it |
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| In un sito le ore prima del disastro... |
Su un sito de L'Aquila, le ultime ore prima del disastro
di Daniela Amenta
«Speriamo che le scosse finiscano, e che non ne faccia una... veramente forte...». Il messaggio è di Carlo, datato 3 aprile, ore 14.31. Carlo, Selene, Bastian Contrario, Roby, Re Mida, Farfalla.... I soprannomi di sessantasei utenti collegati sul forum de "Ilcapoluogo.com", il giornale on line de L’Aquila. Ne parlavano da giorni, da mesi di quei sussulti della terra. Condividevano sul Web le loro paura, quell’ansia che toglieva il fiato. «Tutte le scossette fino ad oggi» è il titolo del post, l’argomento di discussione. Dal 26 marzo ben 26 scosse, di magnitudo compresa tra il secondo e il terzo grado.
Ne parlavano assieme
Roby, Farfalla e gli altri. Tre aprile, l’ultimo dibattito in Rete sulle "scosse". Anzi, le "scasse", a riderci un po’ su, le "scasse" che rompono e non fanno dormire. Costretti a condividere le giornate con quei tremolii, quei battiti, i lampadari ad oscillare. Lo raccontava Selene: «Ormai a casa si fa un gioco, chi ci azzecca a indovinare l’intensità. E poi segniamo i punti... Io ormai salto al minimo movimento e non sono la sola avverto tensione dappertutto. Capisco che bisogna tenere la testa sulle spalle essere calmi e razionali e quant’altro ma quando appena hai aperto gli occhi come questa mattina e ti senti l’ormai familiare rollio ti si drizzano i capelli .........un bel buongiorno non c’è che dire!». Buongiorno, appunto. Carlo, Selene, Farfalla. Chissà dove sono, ora. Buongiorno. Svegliarsi e precipitarsi sul sito dell’Istituto nazionale di geofisica, l’Ingv, per scoprire quanti sussulti quella notte, quanti brontolii della terra. Da mesi così, senza che l’allarme scattasse per davvero, senza che arrivasse un piano di evacuazione come si fa in Irpinia o nel Vesuviano. Nulla, silenzio. Solo i tonfi sordi del cuore per una "scassa" più pesante delle altre, una crepa sul soffitto. Lasciati soli, Roby, Carlo e gli altri quando era evidente l’allarme. Una catastrofe annunciata e inascoltata. «Speriamo che finiscano al più presto perché non possiamo avere una palpitazione ad ogni rumore! Stamattina si è sentito proprio bene! La messa del vescovo non è stata molto efficace!». Nevebianca ci scherzava. Gli altri della comunità un po’ a sdrammatizzare, un po’ a confortarsi l’un l’altro («L’Aquila è una città sismica, si sa»), un po’ a studiare da «geologi fai da te» discutendo di scala Richter e di magnitudo.
Però le “scasse” continuavano
Quel tre aprile, 48 ore prima la tragedia, l’aria doveva essere più pesante del solito. Così Lilli a un certo punto scrive: «Dopo le due “trettecate” di stamani ho telefonato all’ufficio del sindaco per suggerire la chiusura anticipata delle scuole per la vacanze pasquali. Mi è stato risposto che il ns sindaco era già in riunione per valutare la cosa dato che altre persone avevano chiamato e fatto la stessa richiest | | | |