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| CACCIA GROSSA SUL PO |
Costume
07/08/2010 - INCONTRI SUL GRANDE FIUME
Caccia grossa al coccodrillo del Po
Lo accusano di fare strage di pesci, ma la vittima è lui: dell'uomo
MARCO ALBINO FERRARI
MOTTA BALUFFI (Cremona) Spesso, quando la vox populi entra in azione (e gli habitué dei bar-sport della Bassa ne sono gli ineguagliabili agenti scatenanti) il confine tra realtà e fantasia può annullarsi, lasciando aperti interi territori dove ogni cosa, o il suo contrario, diventa sostenibile. È così che nascono le leggende metropolitane. E tra queste, alcune ghiottissime che riguardano il Grande Fiume. Basta fare una prova. Senza distanziarsi troppo dall'argine maestro, se si fa visita a qualche caffè tra Ferrara e Cremona capiterà senz'altro di imbattersi nella famosa leggenda del «Coccodrillo del Po». «Al giorno d'oggi non si scherza sulle rive del fiume!» ho sentito esclamare un anziano di paese appoggiato al bancone del bar, «ma sa cosa capita ai cacciatori di anatre? Se la preda cade nell'acqua, il cane non fa in tempo a prenderla che se la trova divorata, e anche lui rischia grosso! Quel maledetto ha fatto fuori tutti i nostri pesci, i veri pesci del Po: i pesci gatto, i cavedani, i lucci, le tinche. Se li è mangiati tutti
».
A parte che pesce gatto e luccio perca non sono «veri pesci del Po», il primo è stato introdotto dall'America un secolo fa e il secondo viene dal Nord Europa (in natura poco è veramente autoctono), una novità nella fauna ittica del fiume, però, c'è davvero. Lo dicono inequivocabilmente, per esempio, alcuni accampamenti nascosti in fondo alle golene più appartate. E lo dice tutto un via vai di automobili e camper targati Austria, Germania, Olanda, Ungheria. Cosa saranno venuti a fare in comitiva da queste parti? Turismo fluviale per adorare il dio Eridano? Campi di meditazione di fronte all'energia delle acque in movimento? Non direi, a giudicare dai tipi umani che si aggirano sulle rive, con bicipiti tatuati e toraci alla Tarzan esibiti come trofei. Mi hanno detto che cacciano il «Coccodrillo del Po». Per saperne di più, ho deciso di far visita al vero guru del fiume. Colui che, a detta di tutti i pescatori esperti, è il grande conoscitore di questo mondo sommerso. Pare che - se in buona - ti sveli i segreti reconditi che si nascondono sotto la corrente. Mi racconterà del Coccodrillo del Po, o meglio del pesce siluro?
Arrivato lungo l'argine all'altezza di una vecchia trattoria che annuncia il paesino di Motta Baluffi (Bassa Cremonese), svolto a sinistra e oltre l'ultima difesa idraulica mi inoltro nella campagna aperta. Le ruote della bici iniziano a saltellare sullo sterrato. Mi accorgo che sto penetrando un territorio dimenticato: sotto il sole a picco, la vista spazia sulla campagna silenziosa, immobile. Gialle distese incolte nel meandro fluviale si spalancano verso l'orizzonte vuoto, interrotto qua e là da boschetti mossi dalla brezza del pomeriggio. Saliceti, fratte di pioppo bianco e piante igrofile si innalzano da una terra biancastra, ora crepata dalla calura. È qua, isolatissima, che sorge la dimora del guru. Vitaliano Daolio mi saluta affacciato a una finestra: «Siediti sotto il portico, all'ombra. Arrivo subito».
Aspetto per un buon quarto d'ora nel frinire delle cicale. La casa di Vitaliano è una sorta di b&b del fiume. Si chiama «Po Fishing Center». Al primo piano è ospitato un acquario con tutta la fauna ittica del fiume, dai granchi a un siluro albino di due anni. Di qui passano scolaresche e amanti dell'eco-turismo fluviale. Più, naturalmente, i cacciatori del siluro che si affidano a Vitaliano. «Qualche cosa di fresco?», sento esclamare alle mie spalle: è lui con una caraffa di tè ghiacciato. «Con questo caldo è meglio bere», dice sedendosi al tavolo. Ha la fronte ampia e due grossi occhiali tondi che lo fanno somigliare a un uccello notturno. Sfoggia una fitta barba incolta e i capelli lunghi e grigi radunati in una coda di cavallo. È evidente: tutta la giovinezza felice degli anni Settanta non lo ha abbandonato.
«Sul siluro - racconta - se ne dicono tante, ma tante... Hanno persino scritto che può arrivare a 300 chili. Balle! Il record mondiale è stato pescato quest'anno sul Po: due metri e 52, per 104 chili. Comunque sì, è una bella bestia. Vive fino a ottant'anni e se ne sta fermo sul fondo, sommerso nel buio. Mangia ogni tre o quattro giorni ed è al vertice della catena alimentare. Ma non è stato lui a decimare gli altri pesci. Se c'è stata moria di fauna ittica è per l'inquinamento. Però l'inquinamento non lo si vuole ammettere, dunque si è trovato un capro espiatorio: il siluro. Venne introdotto negli anni Cinquanta dall'Est. E come tutte le specie alloctone ha avuto un momento di proliferazione, ma in questi ultimi anni la sua presenza è diminuita». «E tutti quegli accampamenti lungo il fiume?» chiedo posando il bicchiere del tè sul tavolo. «Il fiume è stato suddiviso in tante sezioni dove organizzazioni straniere, spesso illegali, si sono insediate. Ognuna ha clienti connazionali e nessun italiano. In tutto hanno 150 barche: le ho contate a una a una. Credo che qui l'unico in regola per la pesca al siluro sia il sottoscritto».
I raggi del primo sole colpiscono radenti l'acqua verdastra. Un coro di uccelli si innalza dai fitti canneti spondali invadendo l'aria del primo mattino. È l'atmosfera che cercavo: un misto tra lo spumeggiante umore del selvatico e un'estetica aggraziata che ricorda le illustrazioni delle antiche sete giapponesi. Ma al compagno di navigazione, il cliente di Vitaliano (un omone pelato con i baffi a manubrio e una maglietta nera che fascia il fisico palestrato) non interessa il mondo fluviale che lo circonda. Tutta la sua attenzione è spinta là sotto, nel buio del fondale dove si nasconde il siluro. L'ecoscandaglio asseconda la sua immaginazione; apre spiragli nello spazio misterioso della melma subacquea. Non so se è entusiasta dall'idea di avermi tra i piedi. Fra poco, mi ha spiegato Vitaliano, apparirà la grande sagoma sullo schermo dell'ecoscandaglio. Tutto è pronto: canne potenti lunghe due metri e 40 con mulinelli a doppia frizione e 250 metri di filo intrecciato in kevlar. L'amo ha il diametro di una mela. Sullo schermo appare il mostro. «Ecco, quello è il predatore che andiamo ad insidiare» esulta il cliente ebbro di un'infantile smania di morte.
La canna si piega, i bicipiti vanno in tensione, e inizia il combattimento. Venti minuti durerà, finché l'animale, stravolto, sarà issato a bordo per la foto di rito. Sì, un mostro di oltre due metri con la testa larga quasi quanto le spalle forzute del cliente. Tre scatti abbracciati e il siluro ritorna nel fiume. «Meriti tutto il mio rispetto, e per tanto ti rilascio - sussurra il cliente al siluro tramortito - sei un pesce che ha combattuto con onore, sportivo, sportivissimo. Vai, sei libero di vivere
».
http://www3.lastampa.it/costume/sezioni/articolo/lstp/293862/ |
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| Sul lago incantato di Ludwig e Sissi |
Cultura
02/08/2010 - PASSEGGIATA D'AUTORE
Sul lago incantato di Ludwig e Sissi
L'isola delle rose vista dalle sponde del lago Starnberger
In Baviera, un sentiero nei boschi profumati lungo lo Starnberger See, che la principessa percorreva per raggiungere il suo amante nell'Isola delle Rose
GIUSEPPE CULICCHIA
FELDAFING (MONACO DI BAVIERA)
Quando nel 1899 Thomas Mann prese casa in faccia all'Englischer Garten, il parco di Monaco donato al popolo dall'elettore Karl Theodor poco più di un secolo prima e realizzato nella capitale bavarese mentre nella vicina Francia scoppiava la rivoluzione, Schwabing, il quieto paesino in riva all'Isar dove i ricchi monacensi avevano iniziato a costruire le loro incantevoli ville fuori città, non era più una semplice località di campagna ma si apprestava a diventare l'epicentro di una bohème destinata a durare fino allo scoppio della Prima guerra mondiale nell'agosto del 1914. Tra la Friedrichstraße, con le sue splendide magioni dalle facciate liberty e Jugendstil che malgrado le distruzioni patite dalla città a causa dei bombardamenti terroristici degli angloamericani è possibile ammirare almeno in parte ancora oggi, e la Turkenstraße, con le sue birrerie e i suoi caffè dove agli albori del Novecento quasi si sfiorarono Hitler e Lenin, la Schwabing che si apriva alla Belle Epoque prese d'un tratto a pullulare di pittori, attori, musicisti. E Thomas Mann, che intanto aveva scritto i Buddenbrook, tra il 1919 e il 1922 scelse di trascorrere i mesi estivi a Feldafing, minuscola località sulle sponde del lago di Starnberg, dove con la moglie Katia Pringsheim, sposata nel 1905 e poi madre di sei figli, decise di affittare un villino.
Pochi decenni prima, la piccola Feldafing era già balzata agli onori delle cronache non solo bavaresi. Qui, sulla Rosen Insel ora abitata da pavoni, il re Ludwig aveva fatto edificare un casino di caccia per poter incontrare al riparo da occhi indiscreti la sua adorata Sissi. La principessa possedeva un castello a Possenhofen, un paio di chilometri più a Nord, e a Feldafing amava soggiornare in un delizioso albergo dalla facciata dipinta secondo lo stile Luftmalerei con scene di caccia e immagini sacre, dal quale raggiungeva l'Isola delle Rose percorrendo un sentiero nel parco progettato dal famoso architetto Peter Joseph Lenné, artefice di altre bellezze non solo nella Monaco dei Wittlesbach - che nel tratto tra Feldafing e Tutzing conservano tutt'ora una grande proprietà - ma anche nella Berlino degli Hohenzollern. Oggi sia il sentiero sia l'albergo - nel quale la regista Leni Riefenstahl festeggiò nel 2002 il suo centesimo compleanno quando tra un viaggio in Africa e una mostra fotografica concepita della vicina Pöcking malgrado l'età lavorava ancora - portano il suo nome, Kaiserin Elisabeth. E nel ristorante dell'hotel esiste anche il «menù Kaiserin Elisabeth» con le portate ordinate dalla bella Sissi il giorno della misteriosa morte del re poi interpretato sul grande schermo da Helmut Berger nel celebre film di Luchino Visconti, avvenuta per annegamento proprio in queste acque.
Sia come sia: se si vogliono seguire le orme dei coniugi Mann o dei due sfortunati sovrani, la placida Feldafing resta un luogo perfetto per passeggiare al cospetto di un paesaggio per il quale non è possibile non ricorrere ad aggettivi da guida turistica, perché - complici i boschi profumati che la circondano e le acque profonde del lago e le Alpi innevate a mo' di fondale - si tratta davvero di un luogo incantevole, e uno dei tanti itinerari possibili è senza dubbio quello che dall'Hotel Kaiserin Elisabeth porta al castello di Possenhofen, diventato nel frattempo una sorta di lussuosissimo condominio protetto da alte siepi dal quale entrano ed escono scintillanti Porsche e Rolls Royce, leste a dileguarsi lungo la strada che in parallelo alle piste ciclabili percorre tutto il perimetro dello Starnberger See, in un contesto di fattorie e pascoli dove a ogni curva ci si imbatte in trattori e mucche e fanatici del Nordic Walking.
Imboccato il sentiero intitolato alla principessa immortalata in un'altra nota pellicola da Romy Schneider, ci si inoltra così tra pini va da sé altissimi e querce a dir poco maestose nell'enorme parco. Dato che questo è attraversato da uno dei green più belli di Germania, è bene non sottovalutare i cartelli che consigliano di fare attenzione alle traiettorie di eventuali palline da golf in transito. Perché è facile farsi distrarre dal passaggio di uno degli innumerevoli scoiattoli, oltre che dalla delirante bellezza dei tanti scorci creati dall'architetto Lenné con il suo ineguagliato talento nel posizionamento degli alberi. Anche Richard Wagner, chiamato a Feldafing da Ludwig, amava passeggiare lungo questi sentieri fino all'Isola delle Rose, per poi raggiungere il suo generoso committente a bordo di un'imbarcazione simile a quelle in servizio oggi, così lenta rispetto ai coloratissimi wind surf visibili in lontananza e dunque perfetta per apprezzare con la dovuta emozione lo splendore della natura circostante.
Comunque: costeggiare lo Starnberger da qui fino a Possenhofen significa imbattersi in una serie di piccole spiagge dissimulate da canneti e salici piangenti, in una quantità di moli privati e non, e in un paio di gradevoli Biergarten, oltre che in un porticciolo affollato di barche a vela all'ancora e nella casa di un pescatore. Quando sul lago solcato da candidi cigni palesemente consapevoli della loro eleganza calano le ombre della sera, pare di stare in un dipinto di Caspar David Friedrich. Inutile aggiungere che, trattandosi di un lembo di Germania, anzi di Baviera, passeggiando tra le querce non si scorge non dico una cartaccia gettata a terra ma neppure un filtro di sigaretta, fine settimana compresa. Monaco dista appena 40 minuti di S-bahn. E, incredibile ma vero, ai tempi dell'euro e degli studi di settore la vita costa meno nella ricca Baviera che nella povera Italia.
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/289302/ |
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| Ne abbiamo pochi spendiamoli bene... |
VACANZE
Il mare
I cinque luoghi scelti da Umberto Pelizzari
Santa Teresa di Gallura «Santa Teresa di Gallura. Ci vivo, è il mare dove sono nato». All’anagrafe Umberto Pelizzari ( www. umbertopelizzari. com ), un record mondiale in tutte le discipline dell’apnea, sarebbe di Busto Arsizio. Ma per questo ocean man (il film realizzato nel 2000 con il rivale storico, Pipin Ferreras) che «dopo molti mari girati» si definisce «subacqueo da Mediterraneo», Santa Teresa è il luogo della rinascita. «È dove arrivai per la prima volta in Sardegna, 25 anni fa: sul belvedere, all’alba, tra colori e profumi. A Capo Testa torno con il maestrale: massi di granito da 50-80 metri, a strapiombo sul mare, tra i posti più carichi di energia vitale che abbia mai visto...».
Lampedusa L’isola dei Conigli «Lampedusa ( l’isola dei Conigli ), dove mi trovo ora. E dire che sono partito forse un po’ prevenuto, come tutti». Gli sbarchi dei clandestini, le tragedie del mare. «Ho trovato un’isola stupenda, dove la gente si diverte a contatto diretto con la natura. Le temperature restano miti, dentro e fuori dall’acqua, anche a inizio autunno: oggi per esempio mi sono immerso, c’erano 29 gradi e 50 metri di visibilità... Senza contare la grande ospitalità degli abitanti. Un posto in cui tornare».
Le grotte di Alghero Capo Caccia Ancora, come era da aspettarsi, nella sua Sardegna. «Le grotte di Alghero, a Capo Caccia. Un azzurro e un cobalto molto forti, il contrasto tra il buio e il bianco di stalattiti e stalagmiti, l’acqua che senti ma non vedi, perché è del tutto trasparente...». Se c’è un posto adatto per un tuffo nell’anima, è questo. «E poi la Grotta del Cervo, e il Cristo degli Abissi a San Fruttuoso», la Liguria tra Camogli e Portofino.
La piattaforma del Paguro «Nell’Adriatico, il Paguro» ( a fianco dei sommozzatori pronti a immergersi ). Non il crostaceo, bensì un’ex piattaforma metanifera dell’Agip, oggi area protetta in provincia di Ravenna. «Sei lontano dalla costa, e non è l’Adriatico che ti immagini: a volte hai 20-25 metri di visibilità, il mare ha ripreso possesso della struttura, con fauna e flora ricchissime. Un’esperienza affascinante».
L’isola d’Elba Capoliveri Non solo Sardegna, stavolta: «L’Elba, con il monte Capanne, offre bellissime camminate. E poi la baia di Pareti, sotto Capoliveri ( a sinistra ): sopra si sviluppa la Costa dei Gabbiani, con i suoi sentieri». Senza contare che, proprio a Capoliveri, c’è un centro sub che si chiama Il Corsaro. «Ed è praticamente un museo dell’apnea, con le foto ingiallite di Jacques Mayol». Per conoscere il mare da una prospettiva (ancora) diversa.
Umberto Pelizzari 22 agosto 2009 © RIPRODUZIONE RISERVATA
da corriere.it
VACANZE La montagna I cinque consigli per l'estate di Reinhold Messner Le Dolomiti Sassolongo «Le Dolomiti. Le chiamano le 'montagne pallide', l’Unesco ne ha fatto un patrimonio mondiale. Dopo aver visto tutte le vette del mondo, resto convinto che siano le più belle». Reinhold Messner, il primo alpinista ad aver scalato tutti gli ottomila, non è (solo) uomo di record, ma di profonde passioni. Quelle che lo legano alle sue Dolomiti, appunto. «C’è una tensione tra il verde delle malghe e dei boschi di cirmoli, sotto; sopra, i mille metri di parete del Sassolongo, del Catinaccio ( in alto ), della Civetta... Lo disse anche Le Corbusier, del resto: 'Sono le costruzioni più belle del mondo'. Anche mare e montagna, nello stesso momento».
Da Chiusi ad Assisi Chiusi «Molti anni fa ho rifatto, da Chiusi ( nella foto ) ad Assisi, il cammino che un tempo fece San Francesco. Consiglio a tutti coloro che hanno gambe che funzionano di ripetere questo viaggio, immergendosi nella visione panteistica di questo monaco che in realtà era anche un grande filosofo della montagna». L’Appennino, dunque: «Bellissima montagna, con una cultura contadina forte. Qui gli agriturismi funzionano molto bene, la cucina è semplice e casalinga, di grande fascino».
Il Monte dei Cappuccini Monte dei Cappuccini «Ci sono anche montagne da visitare, non da conquistare, per capire la storia dell’alpinismo, l’ecologia, la geologia». Due luoghi, dunque, che sono due strutture museali: «A Torino, sul Monte dei Cappuccini ( a sinistra, www.museomontagna.org ), e a Bolzano, il mio 'museo della montagna incantata' ( www.messner-mountain-museum. it ). Per capire che le montagne non sono solo strutture di pietra o di ghiaccio».
Il Monte Bianco Monte Bianco «Il Monte Bianco ( nella foto ), ovviamente. Visto da sud è uno spettacolo grandioso». Il re delle Alpi, insomma, val sempre una visita. «Anche un alpinista anziano come me continua a godere nel trovarsi di fronte questo spettacolo di granito e di ghiacciai, anche se oggi, ahimè, questi ultimi si stanno sciogliendo».
Il Vesuvio e l’Etna L’Etna «Le lunghe salite dalla costa alla vetta di vulcani come il Vesuvio o l’Etna ( accanto ). Oppure le rocce della Sardegna: per tutto settembre e ottobre è ancora possibile godersi il mare durante il giorno e dedicarsi, la sera, all’arrampicata». Nella zona dell’Ogliastra, ad esempio, «anche mio figlio ha fatto pareti molto difficili. Ci sono rocce stupende, canyon di cristalli con l’acqua sul fondo». È l’Italia «che ti consente di avere tutto a portata di mano.
Reinhold Messner 22 agosto 2009 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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| Guerra alle zanzare non ai russi... |
I laser di Reagan per i missili sovietici usati per la "guerra" alle zanzare dal nostro corrispondente Anna Guaita
NEW YORK (17 marzo) - Grazie a Ronald Reagan, il mondo sarà presto liberato da un nemico sanguinario. La tecnologia laser che il presidente voleva usare contro i missili sovietici verrà utilizzata contro un diverso avversario, più piccolo, ma solo in apparenza meno pericoloso: la zanzara.
Quei raggi che dovevano abbattere i missili ”rossi”, vengono adesso sperimentati contro l’insetto che rovina le nostre serate. Certo, gli scienziati che ci stanno lavorando hanno uno scopo un po’ più serio che non proteggere le nostre notti estive: vogliono spazzare via dalla faccia della terra la zanzara anopheles, colpevole di diffondere la malaria.
La malaria continua a essere uno dei grandi flagelli del mondo. Trecento milioni di persone ne vengono colpite ogni anno, e un milione perde la vita. I più esposti sono i bambini, che in Africa muoiono al ritmo di uno ogni trenta secondi. Contro questa malattia, la fondazione di Bill e Melinda Gates, il creatore di Microsoft e la moglie, ha stanziato milioni e milioni di dollari. Laboratori di tutto il mondo sono alla ricerca di spray o altre soluzioni per debellare l’anopheles. C’è chi esplora il settore della biotecnologia, chi insiste sulla chimica, e chi cerca semplicemente di creare tende protettive più efficaci da mettere sulle culle dei bambini. Ma tutte queste soluzioni sembrano destinate a essere presto superate dal raggio laser.
Gli scienziati che ci lavorano hanno recentemente invitato i giornalisti ad assistere a una dimostrazione dell’efficacia del laser nella guerra contro la zanzara: «Noi crediamo di aver contribuito a porre fine alla Guerra Fredda - ha dichiarato l’astrofisico Jordin Kare -. Ora vorremmo tentare di vincere quest’altra guerra, che dura da più tempo ed è costata molte più vite umane».
Kare lavora sotto la guida di un notissimo scienziato americano, Lowell Wood, che a sua volta fu il braccio destro di Edward Teller, l’ideatore della bomba a idrogeno. Wood è uno dei ricercatori di punta ai Laboratori Lawrence Livermore, in California, ed è da decenni l’uomo di riferimento del Pentagono nella ricerca e nella creazione di nuove armi. Fu lui a convincere Ronald Reagan della necessità di costruire un sistema di difesa laser contro i missili Urss, un progetto che il Pentagono chiamò Strategic Defense Initiative, e che i suoi detrattori soprannominarono invece ”Star Wars”.
Il progetto è poi annegato per i suoi costi stratosferici e i continui fallimenti. Ma un paio di anni fa Wood si convinse che da quei grandiosi disegni militari poteva nascere qualcosa di pacifico e utile per l’umanità: il laser antizanzara.
La sua idea è piaciuta a Nathan Myhrvold, un ex collaboratore di Bill Gates oggi proprietario della Intellectual Ventures, un’azienda che finanzia la realizzazione di invenzioni. Ed è così che, dopo un anno di ricerche ed esperimenti, a Seattle, nei laboratori di Myhrvold, i giornalisti hanno potuto vedere il raggio laser in azione.
L’arma è assolutamente innocua per gli esseri umani e per gli altri insetti: riconosce infatti la frequenza audio del battito delle ali delle zanzare, e si punta automaticamente contro di esse. Per ora gli scienziati si sono concentrati sulla sua applicazione umanitaria nei villaggi africani: azionato da un computer, il raggio può ripulire un intero villaggio di tutte le zanzare in pochi minuti.
Il marketing del laser, in formato portabile e da casa, non è comunque lontano. E allora saremo finalmente liberi di dormire con le finestre spalancate d’estate e cenare all’aperto senza doverci circondare di zampironi. Un mondo senza spray antipunture, candele alla citronella e fornelletti. E dovremo ringraziare di ciò la Guerra Fredda, il presidente Reagan e il Pentagono. da ilmessaggero.i |
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| Vicenza – L’AGENZIA GIADA PRESENTA |
L’AGENZIA GIADA PRESENTA IL VOLUME SULL’ANALISI AMBIENTALE
Questa mattina in Provincia la conferenza stampa di presentazione di un volume che racconta il miglioramento dello stato di salute della Valle del Chiampo
Vicenza – Si è svolta questa mattina nella sede centrale della Provincia di Vicenza la conferenza stampa di presentazione del volume di Sintesi dell’Analisi Ambientale Iniziale. Erano presenti l’assessore provinciale all’Ambiente Antonio Mondardo, il responsabile dell’Agenzia Giada Andrea Baldisseri, il sindaco di Montecchio Maggiore Maurizio Scalabrin, il sindaco di Arzignano Stefano Fracasso e un rappresentante della sezione concia dell’Associazione Industriali.
Il volume presentato stamattina dall’Agenzia Giada, di 120 pagine circa, rappresenta un aggiornamento del Rapporto di analisi ambientale del distretto conciario della Valle del Chiampo del 2006, e contiene i dati aggiornati con relativi commenti e spiegazioni dettagliate sugli obiettivi dell’Agenzia. Il libro è una sintesi del cd-rom, applicato in quarta di copertina, che contiene, dopo un inquadramento generale del territorio, tutti i risultati, comune per comune, dei monitoraggi di acqua, aria, elettromagnetismo, energia, rifiuti, rumore, suolo e traffico.
I dati pubblicati riguardano i monitoraggi degli ultimi anni sul territorio dei 16 comuni del distretto della concia che aderiscono al Progetto Giada: l’aspetto più evidente è il netto miglioramento della qualità dell’aria nel distretto, basti pensare che le emissioni nocive causate dai solventi utilizzati nel ciclo di produzione delle pelli, sono passate in pochi anni da 18 a 8 mila tonnellate all’anno. I sindaci dei comuni di tutto il distretto, rappresentati stamattina da quelli di Arzignano e Montecchio Maggiore si dicono molto soddisfatti del lavoro svolto dall’Agenzia, i risultati sono importanti, la comunicazione e la trasparenza evidenti e ambiziosi gli obiettivi futuri. «In questi primi otto anni di attività – spiega il responsabile dell’Agenzia Giada Andrea Baldisseri - ci siamo dedicati prevalentemente a quelli che si presentavano come i problemi ambientali più gravi, prima fra tutti la qualità dell’aria; visto che ora la maggior parte delle emergenze risultano ridimensionate e nell’impegno a perseverare nell’ottica del continuo miglioramento, l’Agenzia conta di dedicare al più presto le sue attività anche ad altre importanti matrici come i consumi energetici e la tutela della risorsa idrica».
Obiettivo della pubblicazione è soprattutto quello di consentire una facile lettura del rapporto di analisi ambientale anche per i non addetti ai lavori, chiaro segno di dialogo e di trasparenza nei confronti della cittadinanza. Si è cercato di estrapolare i dati più significativi che caratterizzano il distretto conciario e commentare gli stessi utilizzando un linguaggio non eccessivamente tecnico, pur preservando la scientificità dei dati e delle conclusioni riportate. Al fine di aiutare il lettore, al termine della relazione è stato realizzato un breve Glossario al quale fare riferimento per la comprensione di alcuni termini specialistici non altrimenti sostituibili. I volumi verranno distribuiti ai comuni del distretto nei prossimi giorni e saranno poi messi a disposizione della popolazione e delle aziende.
da www.progettogiada.org
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| Cambiano (e costano meno) i metodi di costruzione |
La capitale In Trentino la nuova frontiera dell'edilizia sostenibile.
Le case che risparmiano
Certificato internazionale per le abitazioni verdi
Cambiano (e costano meno) i metodi di costruzione
DAL NOSTRO INVIATO
TRENTO — A vederla dal basso, sembra una casa come tante; un giardino curato all'ingresso, il vialetto che si inerpica sul fianco della montagna, in un tranquillo quartiere di periferia. Bisognerebbe avere le ali di un falco, per scoprire il segreto di CasAstuta. Al posto del tetto, una distesa scintillante di pannelli fotovoltaici; nascoste tra l'erba, le sonde della pompa di calore.
Benvenuti a Trento, laboratorio dell'edilizia sostenibile, patria elettiva della casa «ad impatto zero». Il futuro dell'edilizia verde passa da qui: non più (solo) risparmio energetico, ma un sofisticato processo di valutazione della sostenibilità ecologica di un edificio, sin dalla posa del primo mattone. Standard americani, per un fenomeno tutto italiano. Che dal Trentino si sta diffondendo, un passo dopo l'altro, nel resto del Paese.
La scommessa trentina C'era una volta il sogno della casa ecologica: eticamente corretta, drammaticamente costosa. Oggi, nell'era del petrolio a 120 dollari al barile, il piatto della bilancia pende tutto a favore dell'edilizia sostenibile, complice un mercato sempre più competitivo, che ha contribuito ad abbassare i prezzi e moltiplicare le offerte. E il 49,8% degli italiani, secondo un'indagine Cnr-Ivalsa di Trento — l'Istituto per la valorizzazione del legno e delle specie arboree, «papà» dell'avveniristica CasaSofie ( www.progettosofie. it): ignifuga, antisismica e ad alto potere isolante, realizzata con un sistema di pannelli in legno «montati» con giunti metallici —, ritiene che il risparmio energetico giustifichi una maggiore spesa.
Gli esempi spuntano un po' in tutta la Penisola, grazie anche ai contributi forniti da Stato e Regioni, soprattutto per l'installazione di pannelli solari e fotovoltaici (con incentivi di lungo periodo che garantiscono un ammortamento decennale). La Toscana, per dire, ha elaborato sin dal 2005 le sue «linee-guida per la bioarchitettura»; in Veneto la sede della Savno (Servizi ambientali Veneto Nord-orientale) è costruita con rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata. In Trentino, invece, hanno deciso di alzare l'asticella: non solo efficienza energetica — quella certificata dai «pionieri» bolzanini di CasaClima ( www.agenziacasaclima.it) — bensì uno standard internazionale di eccellenza a tutto tondo, talmente flessibile da poter essere applicato agli chalet alpini come alle candide casette eoliane. In una parola: Leed, Leadership in Energy and Environmental Design.
Nuovi standard Il sistema Leed, sviluppato dall'associazione americana Green Building Council, è una griglia di valutazione in 69 crediti, a loro volta suddivisi in 6 categorie: Siti sostenibili, Gestione delle acque, Energia ed atmosfera, Materiali e risorse, Qualità ambientale interna, Progettazione ed innovazione. L'obiettivo è fornire un «bollino di qualità» — in 4 livelli: Certified, Silver, Gold, Platinum — a quegli edifici che garantiscano, con un aumento dei costi contenuto (in media +3% rispetto a un cantiere «convenzionale »), un «ciclo vitale» in grado di limitare al massimo l'impatto con l'ambiente e il consumo di energia. La differenza, poi, la fa il mercato: un edificio certificato Leed vede crescere il proprio valore fino al 7,5%. Il sistema è ormai diffuso in 41 Paesi.
«Il vantaggio di Leed è che fornisce sostenibilità dalla progettazione alla cantierizzazione, dai materiali impiegati alle performance energetiche », spiega Alberto Ballardini di Gbc Italia ( www.gbcitalia.org), nata a fine gennaio come spin-off del Distretto Tecnologico trentino. L'Italia è l'unico Paese con India e Canada cui la casa madre americana ha concesso il marchio in licenza; in soli 7 mesi, i soci sono raddoppiati, e gli atenei di tutta la Penisola — da Padova a Pescara, passando per Milano, Torino, Bologna, Roma — hanno già stretto una rete di contatti con l'associazione.
Non solo case «L'edilizia sostenibile non è più un fenomeno di nicchia, ma di massa — spiega l'assessore alla Programmazione della Provincia di Trento, Gianluca Salvatori —; in un momento di flessibilità del mercato edilizio, la gente cerca un valore che si mantenga nel tempo. E Leed è una garanzia: d'ora in poi tutti gli edifici che costruiremo, tra cui una ventina di scuole, rispetteranno questi standard ». I vantaggi, va detto, sono indubbi. CasAstuta, ad esempio, non è (ancora) certificata Leed; ma la villetta della famiglia Pegoretti, proprietaria della Elettropiemme — azienda leader nel fotovoltaico —, è già un eccellente «testimonial» del nuovo corso. «Grazie a un pozzo di 125 metri per la pompa di calore, 50 metri quadrati di fotovoltaico e 2 pannelli solari termici per l'acqua sanitaria, ci scaldiamo come prima, consumando un quinto del gas», fa il punto Massimo Pegoretti.
Anche il «modello Sofie», perfezionato nei laboratori trentini del Cnr-Ivalsa, sta conquistando sempre più fan; e a Londra, la Waugh Thistleton sta realizzando un palazzo di 9 piani interamente in pannelli di legno, con un «taglio» di 125 tonnellate nelle emissioni di Co2. Ma il progetto più ambizioso, ancora una volta, nasce sulle sponde dell'Adige: è la sede del Muse, il Museo delle Scienze di Trento, progettato da Renzo Piano. Aprirà nel 2012, e sarà «un laboratorio di sostenibilità — spiega il direttore Michele Lanzinger —. Una cabina di regia indicherà in tempo reale quanta energia viene dai 2mila metri quadrati di pannelli solari, quanta dalle 16 sonde geotermiche... Ci saranno una parete di ghiaccio e una foresta pluviale; l'obiettivo è che tutto sia autoalimentato». La certificazione? Leed, ovviamente. Livello Gold.
Gabriela Jacomella 05 agosto 2008
da corriere.it |
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| L'aggressione al paesaggio è «la minaccia più grave per il patrimonio culturale italiano» |
L'aggressione al paesaggio E' «la minaccia più grave per il patrimonio culturale italiano»
Rutelli attacca l'«Italia dei geometri»: crescita senza stile, architetti sconfitti
Il vicepremier al convegno del Fai: presto il reato di frode paesaggistica
ASSISI - «Gli architetti e gli urbanisti del dopoguerra hanno perso una battaglia storica, magari anche per colpa della politica. Non sono riusciti a imporre una leadership culturale e quindi una cifra stilistica alla trasformazione del territorio nell'Italia contemporanea. Di fatto hanno vinto i geometri che hanno accondisceso in modo incompetente, sbrigativo e dozzinale a ogni bisogno del committente. Coi risultati che vediamo».
Francesco Rutelli, ministro per i Beni e le attività culturali, approfitta di una platea tra le più sensibili al tema del paesaggio per dichiarare «conclusa la stagione dell'espansione edilizia indefinita ». Il ministro parla al convegno del Fai, il Fondo per l'ambiente italiano presieduto da Giulia Maria Crespi, che ha organizzato un seminario interno («Sos paesaggio, aggiornarsi per intervenire ») ad uso dei volontari per dotarli di nuovi strumenti legislativi e normativi nelle loro attività. Il Fai è apprezzatissimo da Rutelli («siete un modello di dedizione, partecipazione, qualità, intelligenza »). Rutelli definisce l'attacco all'integrità del paesaggio «in assoluto la minaccia più grave per il patrimonio culturale italiano». Colpa, dice il ministro, «della crescita dei valori immobiliari, della fragilità della pianificazione, dei continui conflitti sulla tutela tra Stato, regioni e comuni». Ma è tempo di dire basta perché «siamo un Paese denso, stretto, fitto». E invia un messaggio molto chiaro alle regioni che ormai da tempo rivendicano piena autonomia in materia di gestione del territorio (guarda il caso Toscana): «La Corte Costituzionale, con la sentenza 367 del 7 novembre scorso, ha respinto tutti i ricorsi delle regioni contro lo Stato affermando che proprio allo Stato tocca il compito della tutela del paesaggio visto come "valore primario e assoluto". Quando arrivano i vincoli, questi vanno rispettati. Presto arriverà anche il reato di frode paesaggistica». Una dichiarazione di guerra, anche se molto soft, a «villettopoli».
Per di più il ministro conclude con una conferma: «Sia ben chiaro. Mai più condoni edilizi, così ha deciso questo governo ». Inevitabile l'applauso della platea (c'è anche, come delegato Fai, il neo-presidente della Biennale di Venezia, Paolo Baratta).
Ma il convegno del Fai (il direttore generale Marco Magnifico ha illustrato le mille iniziative dell'associazione) serve a scoprire anche una fetta inedita d'Italia. E così, mentre le giunte toscane di centrosinistra sono contestate «da sinistra» per «villettopoli », da Assisi arriva la voce del suo sindaco di Forza Italia Claudio Ricci (giunta di centrodestra con tre liste civiche) che annuncia un programma avanguardistico e sperimentale in tema di tutela del paesaggio: «La nostra città è patrimonio Unesco dell'umanità. Entro gennaio inseriremo in quel piano di gestione, ma nel contesto del piano regolatore perché abbia piena efficacia, le linee- guida sperimentali di restauro del paesaggio. Saremo i primi a farlo. Dobbiamo spiegare che non è impossibile intervenire sul nostro territorio. Perché si può. Ma a patto di rispettare regole ben precise in materia di volumetrie, materiali, tecniche architettoniche, alberature, siepi. Indicheremo anche come realizzare un marciapiedi o gli infissi. Lo sviluppo è insomma possibile ma nel contesto di un restauro complessivo del paesaggio. Con questo spirito siamo riusciti a convincere molti autori di abusi ad abbatterli».
Applauditissimo l'intervento dell'assessore regionale all'urbanistica della Sardegna, Gian Valerio Sanna, (ex Margherita ora Pd) che lancia un allarme: «Lo Stato non può lasciarci soli nella lotta per la difesa del nostro territorio. Siamo sottoposti all'attacco dei Tribunali amministrativi regionali e delle multinazionali immobiliari. Ma col paesaggio è in gioco la dimensione stessa dell'uomo, la sua qualità di vita, quella delle future generazioni. Noi abbiamo subito adottato un piano paesaggistico, come chiedeva il Codice Urbani. E perché lo Stato non commissaria le regioni inadempienti? Vuole o non vuole far rispettare il dettato costituzionale sulla difesa del patrimonio paesaggistico?». Sulla polemica architetti- geometri di Rutelli, da Roma risponde Giorgio Muratore, docente di Storia dell'Arte e dell'architettura contemporanea a «La Sapienza », gran polemista: «L'attacco ai geometri? Un luogo comune che si legge da cinquant'anni a questa parte. Ora bisogna vedere quanto c'è di buono nel lavoro dei geometri e quanto c'è di cattivo nella cultura degli architetti ». Le colpe maggiore di chi sono? «Della politica. La "ciccia" è lì... E nel plusvalore che si ricava dagli immobili. Ormai l'Italia è il festival dell'abusivismo. Ma la pessima architettura spesso "firmata" corrisponde a scelte politiche e non tiene mai conto della qualità intrinseca del prodotto».
Paolo Conti 11 novembre 2007
da corriere.it |
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| L´agroalimentare cuore dello sviluppo |
L´agroalimentare cuore dello sviluppo
Mario Capanna *
Perché l´Italia dovrebbe privarsi di ciò che di meglio, e di unico, ha il mondo?
A questa domanda sono chiamati a rispondere tutti i cittadini, attraverso la consultazione nazionale promossa dalla coalizione ItaliaEuropa-liberi da Ogm, formata da ventotto organizzazioni (sociali, culturali, produttive) che annoverano circa dieci milioni di associati: qualcosa che non ha precedenti nella storia del paese.
Chiediamo un sì per il futuro, un sì per non avere Ogm, un sì per migliorare il meglio che già abbiamo. Il ragionamento è semplice: il nostro «oro nero» è... verde: consiste in quella miriade di prodotti agroalimentari di qualità, legati ai territori e alle culture millenarie, che tutto il mondo apprezza, compera e cerca persino di imitare. Se introducessimo gli Ogm, questo immenso patrimonio di originalità scomparirebbe. sarebbe un vero e proprio atto di autolesionismo, dato che l´agroalimentare costituisce il 15% del Pil - secondo solo al settore metallurgico - e l´Italia è il primo produttore biologico in Europa e il quarto nel mondo.
La consultazione (www.liberidaogm.org) è partita... a razzo il 15 settembre e proseguirà fino al 15 novembre, con l´obiettivo di raggiungere tre milioni di sì sulla scheda referendaria, con migliaia di assemblee e anche attraverso il voto elettronico. Chiediamo a tutti i cittadini di aiutarci ad... aiutarli. La coalizione non manda a «vaffa»... nessuno: ciò che si sta avviando è un inedito processo di democrazia partecipata reale, di ricoesione sociale e culturale, di dialogo fra scienza e società. Una grande battaglia di modernità per l´Italia e l´Europa.
* Presidente Fondazione Diritti Genetici
Pubblicato il: 17.09.07 Modificato il: 17.09.07 alle ore 10.29 © l'Unità. |
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