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| Se il progresso non garantisce più un mondo migliore |
3/9/2010
Se il progresso non garantisce più un mondo migliore
CHRIS PATTEN*
Agosto, mese di vacanze in Europa, non è il momento giusto per fare seriamente politica. E’ sottinteso che, mentre l’Europa riposa, il mondo e le sue preoccupazioni sono chiusi. Di solito io passo questo mese con la mia famiglia nell’antico cascinale che abbiamo ristrutturato nel Sud-Ovest della Francia. E’ campagna profonda. Sto scrivendo nel mio orto, sotto un bersò di uva, a Ovest vedo colline coperte di boschi e nessuna costruzione. Nel nostro piccolo villaggio ci sono una fattoria, un paio di case da vacanza e le rovine di altre sette o otto abitazioni. Un secolo fa questa era una comunità di più di cinquanta persone. Oggi ci sono due residenti fissi, il contadino e la sua vecchia madre. Tutti gli altri sono persone in vacanza.
In Francia il progresso ha portato in tempi abbastanza recenti una migrazione dalle campagne alla città. «Com’è possibile - mi chiese anni fa un allevatore di maiali - che tutti noi locali vogliamo andarcene e voi, abitanti delle città del Nord Europa, vogliate rilevare le nostre fattorie e venirci a vivere?». Questo fa parte, presumo, del sogno del Nord Europa urbano e borghese: la ricerca del sole di giorno e del silenzio di notte.
Anche negli ultimi 15 anni, da quando abbiamo comprato questa cascina dove si coltivava il tabacco, il progresso ha lasciato i suoi segni. Nel nostro villaggio c’erano due esemplari di ogni negozio: due macellai, due panettieri, due ferramenta. Ora ce n’è solo uno. I supermercati nelle città qui intorno hanno messo fuori mercato i piccoli negozi. Immagino che offrano più scelta e probabilmente prezzi più bassi. Così però la vita commerciale è stata eliminata dai piccoli paesi.
Un altro segno del progresso è l’arrivo della connessione Internet a banda larga. Adesso posso usare il mio laptop come fossi a casa a Londra, e la parabola sul tetto ci dà tutte le stazioni radio e tv del mondo. Questo per me è un progresso. Un tempo però in vacanza staccavo completamente, ero protetto dalle intrusioni della tecnologia. Oggi non ci sono scuse. Sono sempre in servizio.
Grazie al nostro televisore, abbiamo potuto seguire i segni che il progresso ha lasciato altrove. Forse le terribili alluvioni in Pakistan e in Cina non sono il risultato diretto del cambiamento climatico. Ma l’evidenza sembra suggerire che le variazioni nelle condizioni climatiche stanno aumentando di scala e di frequenza. Sappiamo che l’aumento di 17 volte nella CO2 immessa nell’atmosfera nell’ultimo secolo è parte del prezzo della nostra aumentata prosperità e che saranno i più poveri del mondo a portare il peso maggiore dei costi. In questo mese abbiamo anche potuto vedere in tv quelle che sembrano essere le fasi finali nella battaglia per tappare il pozzo petrolifero esploso al largo della Florida e della Louisiana. Questo disastro ambientale convincerà gli americani a guardare con occhi più seri l’uso sfrenato che fanno dell’energia? Avrà ripercussioni sul loro amore per i motori a combustione interna e l’aria condizionata? Sono incline a dubitarne.
Declinare il progresso in modi che lo rendano sostenibile e ci consentano di mantenere il meglio del passato è difficile. Opporsi alla globalizzazione e alle forze del mercato è spesso stato il modo preferito per cercare di restare aggrappati a un’idea idealizzata di com’era la vita una volta. Questo produce risultati paradossali qui in Francia, dove - nonostante tutta la retorica anti-globalizzazione - McDonald’s è più popolare che in qualunque altro posto in Europa. Le aziende francesi ottengono risultati spettacolari sul mercato globale. In patria, intanto, piccole imprese dal chiaro carattere autoctono - produttori di formaggi, pasticcieri, ristoratori - sono martellati da tasse e costi sociali alti, mentre i supermercati prosperano vendendo prodotti asiatici.
Come possiamo conservare il meglio di ciò che ci è familiare e promuovere l’identità dei nostri quartieri e delle nostre regioni e intanto abbracciare il tipo di cambiamento che fa stare meglio la maggior parte di noi? Come possiamo fare in modo che i mercati e la tecnologia ci servano anziché essere noi al loro servizio - come spesso sembra accadere?
Una soluzione parziale è cercare di dare un prezzo a ciò che chiamiamo progresso. Quali sono, ad esempio, i costi reali dei centri commerciali fuori città in termini di aumento del traffico e perdita di spazi verdi? Ciò che può avere un senso nelle immense distese del Texas non è detto che funzioni nella Francia o nell’Inghilterra rurale. Come possiamo garantire che la tecnologia risponda ai bisogni dei poveri e non si limiti ad aumentare il divario tra gli occidentali che come me possiedono un computer e usano il Blackberry e i poveri dell’India e della Cina? Soprattutto, quando ci accorderemo per definire i reali costi dell’energia che usiamo, soprattutto i combustibili fossili? Le vittime saranno le future generazioni di alluvionati in Asia e in Cina, i contadini nella Russia e nell’Africa senz’acqua e i nipoti di ciascuno di noi. Che eredità lascerà loro il «progresso» di oggi? Ci piace pensare che le vecchie generazioni lasciano sempre un mondo migliore a chi viene dopo. E’ ancora vero?
* Ultimo governatore inglese di Hong Kong, attualmente rettore dell’Università di Oxford Copyright Project Syndicate 2010
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7780&ID_sezione=&sezione= |
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| Lui anziano, lei giovane. O viceversa |
Tendenze
Lui anziano, lei giovane. O viceversa
La differenza di età non conta più
All'amore non si rinuncia. Nasce la coppia «sbilanciata»
MILANO - Il grande tabù dell’amor senile viene sconfessato dalle cronache sociali e il pubblico pregiudizio non ferma più gli anziani contemporanei che rivendicano il diritto ad amare le loro spose/sposi bambini. E non stiamo parlando di signore che pagano gigolò a ore o di machi ormai spenti che cercano nel viagra il loro riscatto.
IL CASO BETTENCOURT - Stiamo parlando di diversamente giovani che non vogliono arrendersi al tempo che passa e rivendicano il diritto al sentimento amoroso a qualsiasi età. Insomma, macchine desideranti più che assatanati satiri del sesso, come Liliane Bettencourt, la ricca e privilegiata dama dell’Oréal al centro del mega affaire delle intercettazioni che arriva fino a Sarkozy, e che nel pieno della bufera rilascia una fulminea intervista a «Le Monde» più che altro per difendere il suo toy boy, François-Marie Banier, accusato dalla figlia di lei d’essersi fatto dare dalla signora più ricca di Francia un cadeau di un miliardo di euro in opere d’arte, assegni e assicurazioni sulla vita. Ma soprattutto per ribadire il suo diritto di donna anziana in grado di intendere e volere, a godere le sue follie senili fino in fondo: «La vita è più bella da vivere se non hai rimpianti. Amo l’azione e ancora di più la fantasia», è il suo sfavillante Manifesto di vitale ottantasettenne.
OVER OTTANTA - Simili fremiti percorrono l’appena più giovane duchessa Cayetana d’Alba, nome abbreviato per una titolata da Guinness dei primati che nell’albo nobiliare compare con più di venti nomi e 40 altisonanti qualifiche, e che a 84 anni si è innamorata di un semplice antiquario quasi sessantenne, Alfonso Diez, che tuba nelle trasparenti acque di Ibiza con lei rigida nei suoi anni e nei suoi lifting (il filmato è su YouTube). Con battagliero comunicato stampa l’indomita duchessa fa sapere ai figli che - tranquilli - non lo sposerà mai, ma che se lo terrà ben stretto perché lui la «rende felice».
NELL'ARTE - Si potrebbe obiettare che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Quando l’uomo (o la donna) sentono svanire l’energia della giovinezza si volgono alle nuove generazioni per trovare motivo vitale. L’ha raccontato un classico della letteratura orientale, La casa delle belle addormentate del giapponese Yasunari Kawabata, dove i vecchi andavano poeticamente a giacere con le vergini dormienti per trarre forza e voglia di futuro solo dalla loro vicinanza. Ed è successo e succede con amori dove lo scarto d’età è vistoso, ieri con Arturo Toscanini e la sua pianista Ada Colleoni Mainardi (66 anni contro 36) bersagliata dalle lettere ardenti del maestro, con Pablo Picasso e Genèvieve Laporte (70 contro 24) e con Paola Borboni e il ragazzo giocattolo ante litteram Bruno Vilar (72 contro 30) che l’attrice volle, sposò e a cui sopravvisse. Succede oggi con Jean-Paul Belmondo che non si rassegna alle menomazioni impostegli dall’ictus e difende la sua giovane nuova compagna ex coniglietta Barbara Gandolfi dalle accuse di manipolarlo (anche qui secondo le intercettazioni della polizia belga prodotte dall’avvocato della sua ex moglie), e con Alain Delon che, ancora attonito per lo svanire di quella sua furibonda bellezza, si aggrappa nelle apparizioni ai festival al braccio di sconosciute fanciulle tanto belle quanto nude. Immagini del mondo occidentale contemporaneo che richiamano quelle dei vecchi afgani con le loro spose bambine dagli spalancati occhi verdi e i davvero pochi anni, istantanee che provengono da mondi lontani e che forse troppo velocemente archiviamo come arcaiche. Meglio allora esser più comprensivi o perlomeno compassionevoli, perché al fondo c’è sempre quella nostalgia del soffio vitale che fugge e che si vorrebbe catturare ovunque, magari in un occhio giovane, in una pelle fresca.
NUOVE VIE - Anche se in questi nuovi casi che ci raccontano le cronache della società occidentale c’è qualcosa di più, una rivendicazione, un orgoglio, una voglia di prendere tutto quello che si può fino all’ultimo e non rassegnarsi al fatto che ogni passione sia spenta, con buona pace di figli e parentela: qualcosa che ha a che fare con i desideri e le golosità contemporanee. E così lo sposo e la sposa bambina non sono più vergogne, come per lo scrittore francese François- René de Chateaubriand che, sessantenne, riflettendo quasi due secoli fa su amore e vecchiaia, concludeva rinunciatario: «La giovinezza rende amabile ogni cosa, mentre la vecchiaia rende laida persino la felicità». Oggi, quelli che lo psicologo Heinz Hartmann per primo aveva definito «menage sbilanciati», non sono archiviabili come animal spirits, ma diventano sfide da sperimentare, vivere e pure comunicare. e nuove vie che avrebbe preso l’amore romantico, a qualsiasi età, le aveva intuite e predette quel grande interprete della modernità e del sentimento contemporaneo che è stato Johann Wolfgang Goethe, che con occhio lungo anticipò l’uomo che riprende in mano i suoi desideri cercando di liberarli dai vincoli del matrimonio tradizionale.
GOETHE - Lui, il grande e poetico teorico delle Affinità elettive, il cantore dei dolori dell’amor giovane, non si inaridì in tarda età, anzi fu capace di coltivare le diverse età, declinandole nel loro divenire, in «un’esistenza lunga, piena, calma e voluttuosa. Possedeva il grande segreto di trasformare ogni cosa in un nettare intellettuale» come ha scritto Paul Valéry. «Un saggio, sì, ma con quel tanto di diavolo che occorre per essere completo». E a 72 anni Goethe si innamorò e non si tirò indietro. Nelle sue estati a Marienbad lo scrittore incontra la diciassettenne Ulrike von Levetzow e se ne incapriccia fortemente, anche ricambiato dalla fanciulla che, lusingata dal successo già planetario di quel vedovo di cui il domestico vendeva in segreto i capelli, ne era sottilmente attratta: lo avrebbero testimoniato alcune lettere che, nel 1899, alla morte di Ulrike, furono bruciate (per sua volontà postuma) dalla cameriera. Non rinuncia dunque Goethe e due anni dopo l’incontro la fa chiedere in sposa, ma la famiglia rifiuta e lui, partendosene sconsolato dalla località termale, comincerà già nel viaggio a scrivere quell’Elegia a Marienbad che resta una delle testimonianze amorose più inesorabili: «Ora sono lontano! A questo preciso momento cosa conviene? Io certo non lo so. Di su di giù mi mena brama incontenibile, altro non vo’ al momento che lacrime infinite. Non si smorza comunque questo interiore fuoco! Morte e vita si danno orrendo assalto».
WALSER E MANN - Ma di quella vicenda così coinvolgente nella sua non convenzionalità si conosceva, in fondo, molto poco a parte gli scarni dati storici e la struggente Elegia, e nel 2008 lo scrittore tedesco Martin Walser ha voluto misurarsi con il sommo poeta conterraneo, colmando narrativamente il vuoto di quell’amore e raccontando in Un uomo che ama (Sugarco) i dolori e i tremori del vecchio Wolfgang mentre guarda allo specchio il suo stupefacente corpo di anziano, senza tuttavia rinunciare a inebriarsi della sua senile follia («la dipendenza da Ulrike lo rende ricco, tutta la vita nemmeno un secondo di noia») pur macerandosi su «quel numero mostruoso, 74 meno 19 uguale 55». Prima di Walser, Thomas Mann nel romanzo breve L’inganno, sempre forse misurandosi a distanza con Goethe, aveva raccontato come l’amore sbilanciato per un giovane potesse ridare la vita. È quel che succede a Rosalie, vedova solare e innamorata della natura, che s’invaghisce del precettore d’inglese del figlio, il giovane Ken che arriva dal mondo nuovo, l’America; Rosalie si confessa con la figlia Anna in anticipatoria intimità, «Voglio credere al miracolo della mia anima e dei miei sensi», e si dice piena di orgoglio per quella «dolorosa primavera» della sua anima.
EGOISMO - Ma se ogni età ha il diritto di avere la sua passione, non rischiamo - nella società dove gli anziani saranno quei baby boomer che hanno sempre morso la vita con avidità - di trovarci attorniati da vecchi audaci e neofelici ma molto selfish, individualisti decisi a consumare gli ultimi periodi di vita in egoista autocompiacimento? «La minaccia del vecchio incombe su questa epoca. La vecchiaia è tempo duro e orribile dove però si annida il segreto dell’età» annota implacabile il filosofo Manlio Sgalambro nel suo Trattato dell’età (Adelphi). E difatti Goethe, che la sapeva lunga, non fa dire proprio a Mefistofele, nel Faust (versi 6817/18), con remota sapienza: «Il diavolo è vecchio, pensateci: invecchiate e lo capirete»?
Maria Luisa Agnese
09 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.corriere.it/cultura/10_agosto_09/agnese-amore-senza-limiti_d900b72e-a389-11df-9c56-00144f02aabe.shtml |
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| Eataly prende per la gola anche gli americani |
2/8/2010 - L'IMPERO DEI SAPORI
Eataly prende per la gola anche gli americani
A New York il megastore dei gusti italiani: l'inaugurazione è prevista il 31 agosto.
Farinetti: "Ho scelto la capitale del mondo. Qui farò incontrare Bloomberg e Chiamparino"
Maurizio MOLINARI CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Il 31 agosto Eataly apre i battenti al numero 200 della Fifth Avenue, portando a Manhattan una nuova dimensione del cibo italiano. In uno spazio di 7 mila metri quadrati sono 8 ristoranti monotematici, immersi in mercati di carne, pesce, formaggi, pasta e verdure, 20 chef e 400 dipendenti, ad offrire ai newyorkesi la possibilità di consumare in 600 posti a sedere gli stessi prodotti doc che sono in vendita su dozzine di banchi e scaffali.
La sovrapposizione nello stesso spazio della realtà del mercato tipico delle piazze italiane con l’alta cucina nasce dall’intesa fra Oscar Farinetti, creatore di Eataly, Lidia Bastianich, la regina indiscussa del cibo italiano in America, lo chef Mario Batali, titolare di alcuni dei ristoranti più gettonati della Grande Mela, e una coppia di giovani ex manager di Wall Street, Alex e Adam Saper, che hanno scelto di voltare le spalle all'alta finanza dopo aver visitato Eataly a Torino. Joe Bastianich, figlio di Lidia nonché socio di Farinetti assieme ai Saper e Batali, è il titolare della ristorazione e riassume così la scommessa che li accomuna: «Offrire nello stesso spazio tanto il tavolo che prodotto, puntando a innovare la cultura del cibo dei newyorkesi, lasciandosi alle spalle la dipendenza dalle pietanze preparate». Se gli immigrati italiani di fine Ottocento portarono in America una cucina che fu obbligata a scendere a compromessi con i prodotti locali e dagli anni Ottanta New York ha progressivamente riscoperto i sapori originali del «made in Italy», adesso Eataly conta di farle compiere un balzo in avanti, catapultando il meglio dei prodotti della tradizione lì dove la Fifth Avenue si incrocia con Broadway Avenue.
Basta varcare l'entrata, proprio davanti al Flatiron Building, per accorgersi di cosa si tratta. Sulla sinistra il bar del caffè Lavazza, subito dopo l'agrogelateria, poi i dolci e la pasticceria fino ad arrivare nella piazza sulla quale la mozzarella viene fatta a mano, da dove si può scegliere se procedere verso la zona della carne, del pesce, della pasta o dei prodotti vegetali. E' un percorso non solo nel cibo, ma nell'identità e nella storia italiana, accompagnato da 320 cartelloni sulla filosofia di Eataly - che molto deve allo Slow Food di Carlo Petrini - a partire dal fatto che nessuno ha ragione a priori, nè il cliente nè il venditore. Ad avvalorare l'impressione di trovarsi nel Belpaese vi sono gli angoli dove Unicredit consente di ritirare dollari, adoperando bancomat italiani, dove il megaschermo e gli iPad de «La Stampa» permettono di essere costantemente aggiornati su cosa avviene nel mondo, dove Alpitour offre alla clientela la possibilità di andare a visitare le aree di origine dei prodotti in vendita e dove Lidia Bastianich tiene le stesse lezioni di cucina che sulle tv via cavo americane sommano 50 milioni di telespettatori.
«Dopo Torino e Tokyo apriamo a New York, perché questa è la capitale del mondo - spiega Oscar Farinetti, impegnato a seguire gli ultimi dettagli del megaprogetto - con 8 milioni di abitanti, dove ogni anno vengono 45 milioni di turisti dei quasi 500 mila italiani». L'intenzione è «offrire ai newyorkesi un luogo dove incontrare il meglio della qualità dei cibi nostrani e agli italiani un posto dove sentirsi a casa anche al di là dell'Atlantico». Il tutto condito da un «ristorante della birra» con una vista mozzafiato sui grattacieli di Midtown, 1000 metri quadrati di cucine sotterranee e un negozio-cantina dei vini, a fianco dell'entrata sulla 23° Strada, di dimensioni sorprendenti anche in una metropoli abituata a confezionare record.
Alla base di tutto c'è l'approccio al cibo di Farinetti, 56 anni, che si definisce un «mercante del XXI secolo», basato sui «contrasti apparenti fra l'informalità dell'ambiente e l'autorevolezza dei prodotti, fra l'orgoglio della tradizione e l'ironia nel presentarsi, fra la furbizia di un'azienda di indubbio successo economico e l'onestà nei confronti del cliente». Farinetti riesce anche ad essere più newyorkese dei newyorkesi: uno dei cartelli spiega infatti che in qualsiasi prodotto c'è il «50% in meno di sale» con una riduzione doppia rispetto a quanto richiesto dal sindaco Michael Bloomberg ai ristoranti.
Ogni mattina i primi a fare la spesa saranno gli chef per acquistare sui banconi i prodotti destinati ad essere cucinati per gli avventori, dando vita ad ciclo di acquisti-consumi-acquisti destinato a continuare fino a tarda serata nei locali che l'architetto Carlo Pignone - lo stesso che ha firmato Eataly a Torino - ha realizzato adattando stucchi e marmi neoclassici dell'originale «Toys Building» della Grande Mela alle necessità della città del gusto «made in Italy».
Pochi isolati più a Sud, Farinetti ha il suo ufficio in un loft, dove con Joe Bastianich e i fratelli Saper è proiettato verso un'inaugurazione che vedrà i sindaci di New York e Torino affiancati da quelli di Alba, Bra, Barolo e Novello - luogo natale del fondatore di Eataly - per rappresentare la fusione fra il mercato globale e le singole realtà locali che lo rendono possibile. Ed è da queste stanze che Farinetti coordina anche la rete di operazioni «top secret» che hanno reso possibile lo sbarco sulla Fifth Avenue: a cominciare dalle fattorie del Montana dove sei anni fa fece arrivare lo sperma della razza bovina piemontese al fine di produrla in loco attraverso incroci sempre più pregiati, ovviando all'impossibilità di importare negli Stati Uniti carne straniera.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1757&ID_sezione=&sezione= |
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| La Radio. |
20/7/2010
Il successo della radio? Solo perché è morta GIANLUCA NICOLETTI
Ancora una volta si torna a parlare della vecchia signora radio. Come sempre per complimentarsi della sua longevità.
In realtà la modernità della radio non è l’ultimo marchingegno che abbia integrata la funzione di poter ascoltare qualcosa che tiene in memoria, o capta nell' etere, o travasa da un server messo chissà dove. La radio ha compiuto un passaggio fatale che ancora le attribuisce un primato assoluto tra gli altri media: la radio è morta. Per la radio morire ha significato liberarsi della pesantezza di un hadware che la definisse. La radio oggi è «indescrivibile» in un oggetto che la rappresenti. La radio è infatti morta per risorgere ovunque ci sia per lei possibilità di essere ascoltata. Il disfarsi della crisalide che storicamente conteneva la sua essenza, ha permesso alla radio di non essere più legata alla triste sorte di sembrare d'antàn, come accade ancora per un vecchio televisore, un vecchio telefono cellulare, un vecchio computer.
E anche vero che nell' uso comune si usi definire evoluzione della radio anche ogni semplice emissione sonora, articolata attraverso una sequenza di brani musicali. In realtà sarebbe più giusto chiamare questa modalità di ascolto una contemporanea filiazione del juke box, o dei tanti riproduttori individuali di musica: dal mangiadischi al walkman, se vogliamo fare un po' di archeologia.
Un canale che trasmetta play list, magari su profilature fatte da analisi di mercato, non può essere definito una radio. Il principio che distingue il far radio da quello di cui stiamo parlando è che la radio si costruisce attorno ad esseri umani che si mettono in gioco con voce e pensiero all' interno di quell' immaginaria scatola parlante.
E' per questa singolare intimità data dall'assenza di condizionamenti esteriori che la radio fu il primo medium ad aprirsi alle voci della comunità degli ascoltatori, forse non è nemmeno azzardato immaginare che il meccanismo coinvolgente del social networking abbia avuto nella radio la sua più illustre antesignana.
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7617&ID_sezione=&sezione=
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| Da vergognarsi! |
7/7/2010
L'affitto più caro del mondo? A Torino EMANUELA MINUCCI
Un affitto tanto siderale non l’ha mai sborsato neppure il magnate russo Roman Abramovic. E nemmeno Silvio Berlusconi, quando, prima di scoprire Villa Certosa, prenotava atolli personalizzati ai Caraibi.
La casa di strada San Vito a RevigliascoPerdipiù, qui, a far da sfondo alla casa più cara del mondo non ci sono né la Costa Smeralda né Beverly Hills: ma la semplice - aristocratica e charmant finché si vuole - collina torinese. A 100 metri sul livello della Mole, in strada San Vito Revigliasco 486: ecco l’indirizzo della villa che vale tanto oro quanto pesa. È la villa che nemmeno gli U2, in arrivo a Torino per il concerto del 6 agosto, si sono potuti permettere. La richiesta era chiara: otto giorni di ovattata permanenza al riparo degli assalti dei fan e con la garanzia del refrigerio di una piscina coperta (anche quella per scongiurare eventuali paparazzate). Alla domanda, particolare finché si vuole, ha risposto un’agenzia immobiliare specializzata in dimore da sogno che ha lasciato di stucco la «Set Up», responsabile della sistemazione di Bono & friends, chiedendo 280 mila euro esclusi i diritti di agenzia.
Ossia 35 mila euro al giorno per circa 1000 metri quadrati (con foresteria di 200) che dispongono di un’entrata principale, ma soprattutto di altri due, strategici ingressi segreti. Due giorni fa, un veloce sopralluogo per visionare la villa è bastato per bocciare la location. Ma è anche bastato questo blitz («lo sapete che in strada San Vito arrivano gli U2?») per creare un gossip che si è presto trasformato in un vortice. E ieri, in quella stessa nobilissima e ombrosa strada che ospita casa Agnelli, Villa Frescot, non si parlava d’altro. Qualcuno, fra i meglio informati, ha anche tirato in ballo un rilancio: 100 mila euro e non se ne parli più. Ma «Set Up» non conferma né smentisce: si limita a un «no comment» su tutta la linea. In ogni caso non se n’è fatto niente: i proprietari non volevano saperne di «svendere» la loro meravigliosa villa su tre piani con otto camere da letto e mega salone da pranzo che affaccia su Torino.
Ma chi ci ha mai vissuto in una casa tanto cara? L’ultimo fortunato è stato, sino a qualche mese fa, il capitano della Nazionale Fabio Cannavaro che, abitandoci in pianta stabile avrà strappato un contrattino al prezzo stracciato di 600 mila euro all’anno.
Per ora, Bono, che di case al top se ne intende visto che sta costruendo il grattacielo più alto di Dublino già ribattezzato «U2 Tower» per portarci i suoi studi di registrazione (200 milioni di euro), è ancora orfano di un rifugio torinese. E ormai il tempo stringe dal momento che l’arrivo degli U2 è previsto a giorni. Dove andrà ad abitare? Sempre in collina, considerando che Bono ama il verde e ha già manifestato il desiderio di fare un salto nelle Langhe.
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7566&ID_sezione=&sezione= |
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| BAMBOCCIONI E CONTENTI |
Bamboccioni e contenti
Meglio insegnate precario che politico di professione
Non hanno futuro. Ma almeno un lavoro che piace.
I trentenni raccontati da un «comunista» in un libro con post-fazione di Fausto Bertinotti
MILANO – C’è Roan, sceneggiatore alla corte di Virzi e scrittore per Enaudi. E c’è Francesco il compositore che dopo aver strimpellato anni adesso si esibisce in tutta Europa con grandi orchestre internazionali come la Filarmonica di Berlino. E ancora ci sono Manuel il gioielliere, Enrico l’operatore umanitario, Eva l’assistente sociale, Dario, politico e insegnante. Trentenni uniti da uno stesso destino, l’instabile equilibrio di una precarietà, affrontata a testa alta e tra mille difficoltà pur di realizzarsi nel lavoro. O meglio in quello che loro hanno giudicato il “sentiero giusto” per attraversare la giungla della precarietà. Eccoli i bamboccioni raccontati (Amici Miei, edizioni Ets, post-prefazione di Fausto Bertinotti) da Dario Danti ex segretario di Rifondazione comunista di Pisa e oggi coordinatore provinciale di Sinistra ecologia e libertà ed insegnante (precario naturalmente) di Storia e Filosofia.
VITTORIA NEL PANTANO - Un Amici Miei postmoderno nel quale venti ragazzi si muovono nel pantano della precarietà e riescono a vincere (se pur sempre si tratta di vittoria provvisoria) e a realizzarsi. Una storia atipica raccontata da un guerriero dell’anti precarietà. «È stata ed è una delle mie battaglie politiche», dice Danti. Una battaglia alla quale non vuole rinunciare. Ma subito dopo, a sorpresa, Danti precisa: «Meglio insegnante precario, quale sono io, con un lavoro conquistato a fatica che professionisti della politica. Anche a sinistra troppe volte cresce una casta di funzionari politici che non hanno aderenza con i problemi dei lavoratori. E anche per questo la sinistra ha perso». Soliti discorsi di un politico? Macché, Dario Danti nel 2006 ha rinunciato a un contratto a tempo indeterminato nel partito per un lavoro precario ma che ama: professore di storia e filosofia al liceo scientifico di Viareggio.
PAROLA DI BERTINOTTI - Dunque la precarietà non puzza sempre di zolfo. E lo dice lo stesso Bertinotti nella postfazione del libro. L’ex presidente della Camera di questi ragazzi e delle loro dinamiche di vita scrive: «C’è il campo della ricerca di un lavoro motivante, nel quale la precarietà (che nella più parte dei casi è pena, insicurezza, spoliazione e furto di futuro) si impasta con la tua ricerca di autorealizzazione. C’è il lavoro che ti piace e che, in questa condizione generale, ti fa accettare la condizione sociale in cui lo eserciti. Nella musica, nel cinema, nell’arte, nello sport, nell’attività scientifica, nella produzione del bello acchiappi per la coda la possibilità di esplorare la ricerca di una creatività, di un saper fare che è tuo e che tuo, in qualche misura, resterà, anche quando i rapporti sociali lo annegano nell’alienazione e nello sfruttamento del lavoro».
Marco Gasperetti mgasperetti@corriere.it
23 giugno 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.corriere.it/cultura/10_giugno_23/precari-bamboccioni-danti_d8e65524-7e99-11df-b520-00144f02aabe.shtml |
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| Il dolore dei terremotati. La speculazione |
Sabina folgorata sulla strada dell'Aquila
di Alessandra Mammì
Il dolore dei terremotati. La speculazione. Il potere della propaganda. Il ruolo di Berlusconi.
La Guzzanti parla del nuovo film: 'In Abruzzo si capisce come si può costruire una dittatura'.
Colloquio con Sabina Guzzanti
Nei giorni del terremoto, ci avevo creduto anch'io che il governo stesse reagendo bene all'emergenza. Tenevo a bada il mio antiberlusconismo, e mi ripetevo: chissà, stavolta, forse...".
Poi, però, è partita per l'Aquila Sabina Guzzanti. Partita, come dice nel suo film, dopo i grandi della Terra, le suore, i boy scout, gli studenti e George Clooney. Partita in luglio a vedere quel terremoto che si era trasformato in evento mediatico e in gigantesca occasione di propaganda per un Berlusconi che, grazie alla tragedia, risaliva lentamente nei sondaggi.
Così, era partita la Guzzanti, senza un gran progetto, con una vaga idea di film, una troupe fatta di tre donne e una camera digitale, nessuna particolare aspettativa. Certo non quella di rimanerci impigliata quasi un anno, di accumulare 700 ore di girato, di vivere un'esperienza che lascia il segno e infine di conquistare un posto d'onore (special screening) al Festival di Cannes.
Ed ecco 'Draquila': un film che non fa ridere nonostante la nota e feroce capacità di satira della regista e il titolo apparentemente ironico. Un film che non fa piangere nonostante il tema e il sottotitolo 'L'Italia che trema'. Un film sul potere e non sul dolore. Un film duro, a volte sarcastico, ma strettamente logico che porta avanti come un treno la sua tesi. Ovvero: l'Aquila è un laboratorio; un test che dimostra come si possano cambiare i patti sociali, alterare i principi costituzionali e di fatto sparare allo Stato col silenziatore, in modo che i cittadini non se ne accorgano. Il tutto spiegato stavolta senza urli faziosi, ma con raggelata pacatezza. Ed è piaciuto ai selezionatori di Cannes questo linguaggio secco a ciglio asciutto, con una punta acida, da sana scuola Michael Moore: stessa voce fuori campo, stesse domande tanto pertinenti da diventare impertinenti, stessi siparietti grafici con fatti e numeri, stesso montaggio serrato di testimonianze, opinioni e facce diverse, ma tutte travolte dal soffio della storia.
Uomini e donne in tendopoli militarizzate costretti a seguire la dieta dell''attendato' (no alcol, né caffè, né Coca-Cola); i senzatetto con nuova casa assegnata dal premier innamorati persi di Berlusconi; il vecchio professore che fa resistenza barricandosi nel suo appartamento: "Se quelli ti pigliano sei finito"; l'urbanista, teorico delle newtown, che spiega come un centro commerciale è molto meglio di un centro storico e una feroce sequenza sulla tenda del Pd vuota di uomini ma con molta spazzatura e avanzo marcito di panino con frittata.
Niente sinistra, Protezione civile militarizzata e un premier che spopola. Cominciamo dalla solitudine del panino? "Troppo splatter, tutto verde e muffo. Questo è un film rigoroso, il panino non l'abbiamo inquadrato".
Rigoroso e spietato. J'accuse di 93 minuti che va ben oltre L'Aquila... "Questa è l'intenzione. L'Aquila è una cartina di tornasole del malessere del Paese intero. Ho visto tutti gli ingredienti della nostra crisi: l'assenza di un'opposizione; il dilagare della propaganda; la speculazione; la criminalità organizzata; l'indifferenza della gente; l'impotenza di chi cerca di far qualcosa e resta solo; lo Stato parallelo che nasce mentre quello vero neanche se ne rende conto. È un film su come si costruisce una dittatura".
Anche 'Viva Zapatero' era un film sull'arroganza del potere. Cosa cambia qui? "Noi: popolo italiano. In cinque anni siamo cambiati molto. Non si vede più una capacità di reazione, si è affievolito il ricordo della vita democratica, se ne è persa finanche la nostalgia. Si reagisce all'indignazione adattandosi, ci si costruisce una vita parallela, piccole strategie di resistenza. È così che se all'Aquila ti dicono 'questo lo decide il capocampo', non ti viene da rispondere: 'Ma chi è il capocampo? Chi lo ha nominato? Che rappresenta? In base a cosa è pubblico ufficiale?'. Si obbedisce come se fossimo finiti tutti nel club di Topolino".
Che cosa le fa più paura in Berlusconi? "A me non fa nessuna paura Berlusconi. Penso che sia uno squalo che come tale mangia tutto ciò che trova intorno. Non ho niente contro gli squali, sono creature come le altre, basta che stiano al loro posto in fondo all'Oceano. Se invece uno squalo passeggia in via del Corso, mi preoccupo".
Spiegazione della metafora? "Berlusconi non è arrivato al potere con strumenti democratici, perché in democrazia non si può fare il premier controllando tv e giornali e gestendo in prima persona la propaganda. La cosa che più mi ha colpito all'Aquila è quanto la televisione sia stata più forte del terremoto. La gente non distingue più tra realtà e finzione, anzi la realtà televisiva è spesso più forte di quel che vedono e sentono. Donne raccontavano di aver imparato dai loro nonni a fuggire alla prima scossa, ma il 6 aprile sono rimaste nelle loro case, solo perché il telegiornale le aveva rassicurate. Un uomo ha perso due figli perché quella notte li ha rimessi nei loro lettini, convinto dai media che non ci fosse alcun pericolo. Terribile dirlo, ma la propaganda all'Aquila è stata più forte degli antenati e persino dell'istinto di sopravvivenza. Quando sono le gambe prima ancora del pensiero a farti scappare se la terra trema. È chiaro adesso di che potere sto parlando?".
Chiaro. Ma allora come mai nel film ha fatto parlare tanti berlusconiani pazzi del premier che mostravano la meraviglia della casa assegnata con tanto di pentole e spumante in frigo? "Perché non sono faziosa come si dice. E volevo capire e ascoltare. Capire come si possa rinunciare a una bellissima città, fatta di persone e monumenti, di vita e memoria per sostituirla con diciannove quartieri senz'anima, spuntati dal nulla, ai bordi di una strada statale, lontani fra loro che aspettano solo un centro commerciale. Un tempo mi era impossibile anche pensare di parlare con uno che vota Berlusconi. L'Aquila mi ha cambiato, voglio parlare con tutti. E tutti avevano una gran voglia di parlare. Nessuna intervista è durata meno di un'ora. Spesso si dilungavano fino a tre, quattro ore. Ancor più spesso me ne andavo io, se no si faceva notte. È così che sono arrivata a 700 ore di girato".
Ma non la riconoscevano? Non la identificavano come un nemico? "Non mi riconosceva quasi nessuno. Non apparendo su Canale 5, ho questo vantaggio. Mi chiedevano solo: 'Lei di che televisione è?'. Io rispondevo: 'Nessuna, stiamo facendo cinema'. E loro: 'Brava! E quando va in onda?'. Non c'era verso. Persino ai posti di blocco i militari insistevano: 'Va bene cinema, ma cinema di che rete?'".
Nelle note di regia però lei ha scritto: "Ho scoperto di amare questo Paese". Perché?
"Perché come l'Aquila questo Paese lo stiamo distruggendo. E come spesso accade, ti accorgi di quanto ami qualcuno e di quanto sia prezioso, solo quando lo stai perdendo. Oddio, non sarò mica diventata patriottica!".
(29 aprile 2010) da espresso.repubblica.it |
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| Neonati e ragazzi corrono rischi nel bere acqua ... |
Un comitato scientifico incaricato dalla Commissione europea lancia l'allarme sulla qualità delle acque potabili italiane.
Nelle tubazioni elementi tollerati dagli adulti ma pericolosi per i bambini e i giovani nell'età dello sviluppo
Dai rubinetti rischi per neonati e ragazzi "Sostanze tossiche 5 volte superiori al lecito"
BRUXELLES - Neonati e ragazzi corrono rischi nel bere acqua che viene dai rubinetti delle case italiane, contaminata - a quanto pare - da arsenico, boro e fluoruro che, in alcune Regioni, superano di cinque volte i livelli consentiti dalle norme europee. Ad dirlo è il comitato scientifico incaricato dalla Commissione Ue di dare un parere sulle acque potabili nel nostro Paese. E' stato il risultato di una analisi delle tubazioni lungo le quali scorrono livelli di sostanze tossiche che, se non sono immediatamente pericolose per gli adulti, pongono però dei rischi per i ragazzi in età dello sviluppo e soprattutto per i neonati.
L'Italia, che per nove anni ha agito in regime di deroga rispetto alla direttiva Ue sulle acque, dovrebbe uniformarsi alle regole europee entro il 2012, come chiesto da Bruxelles. Ma qualche mese fa ha chiesto una proroga dei termini. La Commissione Ue dovrà decidere nelle prossime settimane se concederla o meno, e la sua decisione si baserà anche sul parere del comitato scientifico.
(23 aprile 2010) © Riproduzione riservata da repubblica.it |
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| L'uomo che soffre si specchia nella sindone |
11/4/2010
L'uomo che soffre si specchia nella sindone
FRANCO GARELLI
«Specchiatevi nella Sindone»: lo slogan coniato dal cardinal Poletto per questa Ostensione della Sindone può valere non soltanto per i pellegrini credenti, ma per molti altri visitatori. Anche chi non crede che quel lino abbia avvolto il corpo di Cristo, anche chi è mosso alla visita da curiosità turistica o culturale non potrà fare a meno di essere colpito dai segni di passione e morte impressi su quel telo. L’immagine si svela a poco a poco al visitatore, e con essa il volto di un uomo a un tempo severo e sereno, la figura di una persona crocifissa, che è stata flagellata, incoronata di spine, inchiodata su una croce. Al di là che si pensi o no che si tratti dell’ «Ecce Homo» dei Vangeli, questa è la forza di attrazione che da secoli viene esercitata dall’icona di dolore conservata nel Duomo di Torino.
Ovviamente i sentimenti cambiano a seconda degli stati d’animo e delle motivazioni che spingono la gente a non mancare a un appuntamento assai raro nel tempo. Chi sono e che cosa cercano i pellegrini della Sindone? Il popolo che più si mobilita è certamente quello della devozione popolare, in gran parte veicolata dalle diocesi e dalle parrocchie, che è alla continua ricerca di volti e segni di una fede religiosa sensibile e «concreta». Questo popolo, che in genere affolla i molti santuari disseminati nel Paese, è particolarmente attratto dall’icona della Sindone, in cui vede i segni tangibili di una passione di Cristo che è al centro del suo sentire religioso. La «sacra Sindone» non è pregata da questi fedeli (anche se molti di essi ne conservano un’immagine in casa), ma costituisce per i più una prova di seconda mano della trascendenza. Il Dio che non si vede, si manifesta in un lino che rispecchia i racconti del Vangelo.
Finalmente è possibile incontrare «la faccia» di Gesù, verificare i segni della sua sofferenza umana, dare un volto a un Dio che la teologia cattolica ha reso nel tempo impalpabile e indefinibile. A fianco dei fedeli più devoti, vi è poi un vasto insieme di visitatori - rappresentato da credenti più moderni, ma anche da non credenti o da persone in ricerca - che si recano alla Sindone per vivere un’esperienza significativa sia dal punto di vista umano che spirituale. Per costoro il lenzuolo di Torino ha un carattere sacro, anche se non è riconducibile alla vita di Cristo. Si tratta di un reperto umano così raro, serio e impegnativo da giustificare un incontro ravvicinato, che è a un tempo di conoscenza e di contemplazione. La sacralità sta nell’uomo dei dolori impresso in quel lino, capace di richiamare la gente al senso della finitudine umana, al mistero della sofferenza e della passione, alle cose che contano; tutti sentimenti che affollano molti uomini e donne del nostro tempo in particolari circostanze, quando di fronte a casi limiti si riflette maggiormente sulle questioni ultime.
Infine, una parte dei visitatori della Sindone è rappresentata dai turisti o dai curiosi, da quanti entrano nel Duomo di Torino per la rarità o l’importanza dell’evento, il richiamo dei mass media, la voglia di non perdersi la grande occasione, la possibilità di dire ai nipoti «c’ero anch’io». E’ in questo gruppo che prevalgono gli atteggiamenti più disincantati, anche se il linguaggio evocativo del «sacro lino» può operare qualche «conversione». La Sindone dunque è in grado di richiamare pubblici diversi, i cui sentimenti variegati sono stati ben descritti da un’indagine condotta durante l’Ostensione di oltre dieci anni fa. Pochi sono rimasti freddi o insoddisfatti, mentre i più di fronte a questa icona del dolore umano si sono commossi, emozionati, hanno provato stupore e angoscia, si sono identificati. Per molti la visita è stata un’intensa esperienza religiosa, altri sono stati scossi umanamente. Ovviamente gli scettici se ne staranno a casa o andranno al mare. Ma la maggior parte dei pellegrini della Sindone è ben cosciente che sarà un’esperienza arricchente. Riflettere sul dolore di Cristo o di un uomo antico può favorire una maggior comprensione di sé e delle sorti del mondo.
da lastampa.it |
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| Non è sempre truffa, a volte ... |
9/4/2010
Non è sempre truffa, a volte c'è anche il genio
MARCO BELPOLITI
L’avevamo sempre saputo: le idee migliori le hanno gli altri, l'importante è essere veloci e afferrarle al volo.
Le idee non sono quasi mai di chi le ha pensate, bensì di chi le realizza. Quando si dice copiare si pensa a uno studente chino sul suo foglio che sta scrivendo, e un altro, il compagno di banco, o quello del posto dietro, che sbircia la formula scritta, la risposta barrata, la frase abbozzata. No, non è così. Il processo di copiatura non è così immediato come sembra.
Per copiare davvero ci vuole intelligenza e rapidità, bisogna saper fare connessioni, stabilire analogie, intravvedere soluzioni, essere intuitivi. Copiare è come inventare. Meglio, è il secondo stadio del missile dell'invenzione. Inventare come invenire: trovare la soluzione giusta. Il primo aiuto lo forniscono gli altri, il secondo te lo dai da solo. In ogni caso, o il talento ce l'hai o non ce l'hai. Non c'è altra possibilità.
Il copiatore è un inventore di secondo livello, ha bisogno di una spinta iniziale, anche se questa non è sufficiente. Oggi uno studio scientifico ci dice che copiare fa bene, funziona, è la strada giusta. Non avevamo alcun dubbio. Tuttavia il sistema d'ideazione non è così semplice e lineare come sembra. Avere un'idea non basta mai, come dimostra la storia del nostro Meucci, ma anche altre innumerevoli vicende nel mondo della comunicazione, non ultima quella della Apple: arriva quasi sempre seconda, ma alla fine primeggia comunque, grazie al suo valore aggiunto: design e comunicazione.
Per diventare scrittori, si sa, la prima regola è imitare, che nell'ambito della letteratura è come copiare. Per trovare la propria voce, il tono giusto per raccontare, occorre imparare da chi è più bravo: copiare è la strada più breve. Il resto verrà, se verrà, col tempo. E sempre a forza di imitare.
Copiare non è solo rifare, bensì migliorare, perfezionare: portare a compimento. Non aveva fatto così anche Darwin? Per restare ai viaggiatori, conoscete i celebri Moleskine, i quaderni neri con l'elastico? Ne parlava Chatwin nei suoi libri. Poi qualcuno ha pensato bene di registrare il marchio. Un'idea, anche se catturata al volo, per farla fruttare bisogna metterla in opera.
Per i quaderni Moleskine c'è voluto una società, un'organizzazione, un marketing adeguato. A cose fatte, tutto sembra inevitabile, anche il successo di un'idea minima come questa. Eppure per arrivare al risultato finale occorre molta fatica e, perché no, una buona dose di fortuna. Ai generali bravi, Napoleone, come si sa, preferiva quelli fortunati.
Tutti copiano, ma solo alcuni, più fortunati e abili, ci riescono davvero. Viva i copiatori!
da lastampa.it |
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| Un paese allo sbando |
4/2/2010 - PERSONE
Voglia di fuggire LIETTA TORNABUONI
Ma come si fa a capire, a seguire, a reagire? Neppure se si ascoltassero telegiornali a tutte le ore del giorno e della notte (esercizio inumano, impossibile) si riuscirebbe a star dietro a vicende riguardanti la Giustizia tanto intrecciate, complesse. Alla Camera si è votato sì a un provvedimento secondo cui tutti i componenti del governo, se convocati per qualche ragione in tribunale, possono dire di no (manca il tempo, hanno da fare, sono fuori stanza) e non presentarsi. E perché? La giustizia non dovrebbe essere uguale per tutti? Lo chiamano «legittimo impedimento», ma cosa sarà che assorbe i governanti in modo così irrimediabile? E se fosse meglio vederli in tribunale, anziché lasciarli all’opera? E se fa tutto il presidente del Consiglio, se decide lui, elegge nuovi ministri, esprime le linee della politica estera, assume e licenzia, boccia e censuragli altri da cosa sarebbero così totalmente occupati?
Mentre si discute di questo (e si sostiene trattarsi d’un provvedimento necessario per consentire agli eletti dal popolo di fare il proprio lavoro: si vede che fino ad oggi oziavano passeggiando lungo i corridoi di palazzi di Giustizia), un deputato avanza proposte personali e in un tribunale aspettano diversi processi che vedono protagonista anche il presidente del Consiglio. Insomma un caos che ai cittadini dà l’impressione di un’aria confusa, pasticciata, tale da farli sentire perennemente fregati oppure abitanti d’un brutto Paese. Non è una sensazione piacevole: fa pensare a quanto sarebbe meglio se i governanti non avessero commesso, non commettessero, non progettassero di commettere tante illegalità.
Certe volte, quando a simili notizie si uniscono fatti di cronaca feroci che manco nel Medioevo (un ragazzo ucciso per una sigaretta a forza di coltellate alla gola, un assassinato decapitato la cui testa viene nascosta nel forno d’una pizzeria, un bambino ammazzato e sciolto in una vasca piena d’acido), oppure informazioni su truffe alimentari capaci di intossicare migliaia di persone, l’avvilimento, la vergogna diventano davvero pesanti. Sembra di non potersi salvare più dal disgusto. Viene voglia di fuggire altrove.
da lastampa.it |
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| NON CONFONDERE LA CHIESA CON I SUOI GERARCHI... |
La Chiesa in decadenza? Mai stata così fiorente
Diffusione globale, fedeli di tutte le culture, Pontefici di alto livello, teologi di valore.
Cardinal Martini
Sono molte le lettere che denunziano una decadenza della Chiesa, descritta anche in termini drammatici. Vengono proposte cause e rimedi per questo fenomeno. Qui considereremo il fatto della decadenza (esiste o non esiste?), alcune ragioni di questo fatto e qualcuno dei rimedi proposti. Ma vorrei prima esporre alcune mie convinzioni.
Primo: sono dell’avviso che la storia ci mostri come la Chiesa nel suo insieme non sia mai stata così fiorente come essa è ora. Per la prima volta ha una diffusione veramente globale, con fedeli di tutte le lingue e culture; può esibire una serie di Papi di altissimo livello, una fioritura di teologi di grande valore e spessore culturale. Malgrado alcune inevitabili tensioni interne, la Chiesa si presenta oggi unita e compatta, come forse non lo fu mai nella sua storia.
Secondo: la Chiesa non va vista solo nel suo aspetto istituzionale, identificandola per giunta con la gerarchia, cioè con i preti, i vescovi e il Papa. Essa è composta da tutti coloro che credono in Gesù Cristo Figlio di Dio, attendono la sua venuta definitiva, lo amano e si comportano col prossimo come con Gesù stesso. Fanno parte o sono chiamati a far parte della Chiesa anche tutti gli altri uomini, i quali, come si esprime il Concilio Vaticano II, hanno «un solo fine ultimo, Dio, del quale la provvidenza, la testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti» (Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, n. 1).
Terzo: una tale società esiste nella storia e quindi ha anche bisogno di una struttura visibile. Perciò esiste nella Chiesa anche l’aspetto istituzionale, la cui configurazione però è primigenia solo in pochi punti. Per il resto è sottoposta alla legge dell’adattamento e del cambio, con risultati più o meno felici, come appare chiaramente dalla storia della Chiesa. Ma di tutte le istituzioni di questo mondo essa è tra quelle che sono durate più a lungo e che hanno mostrato nei secoli una capacità grande di rinnovamento e di cambio. Basta pensare ai giorni del Concilio Vaticano II e alla carica di gioia che esso fece esplodere. Quarto: molte delle lettere contengono osservazioni oggettive, ma che nascono dalla considerazione del nostro mondo occidentale. Esse non tengono conto della vivacità e della gioia che si trova nelle chiese dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina. Vengo ora ad alcune risposte alle singole lettere.
Alla prima dico che il senso profondo di Dio e di Gesù Cristo è dato congiuntamente da una sensazione del cuore e dalla corrispondenza di questo sentimento con la grande Tradizione. Essa, come dice il Concilio Vaticano II, progredisce «sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano nelle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità» (Costituzione dogmatica Dei Verbum, n. 8). Mi pare qui molto ben descritto quanto avviene nel cuore dei credenti. E io ne ho conosciuti tanti così, anche in Occidente.
Alla seconda: la lettera contiene osservazioni oggettive e in parte condivisibili. Ma v’è anche da tener presente il tanto bene che c’è nella Chiesa, il fervore di molti laici, la dedizione di molti preti. Io ne ho conosciuti tanti e per questo posso parlare così. Sull’ultima proposta mi esprimerò più sotto. Per la terza lettera rimando a quanto ho detto sopra sulla Chiesa come istituzione storica, legata quindi anche ai rivolgimenti del mondo ma ancorata nella sua fede e speranza in Dio e capace di rinnovarsi continuamente. Essa ha avuto il coraggio, negli ultimi tre secoli, di sottoporre ad analisi critica le proprie fonti. Ha saputo perciò riconoscere e quanto nelle antiche storie sia dovuto al genere letterario e quale prezioso messaggio esse contengano. Convengo con l’autore della quarta lettera (e di molte altre che non trovano spazio per la pubblicazione) sulla noiosità di non poche prediche domenicali. Bisogna anche riconoscere che l’omelia è un genere difficile. Sono anche d’accordo sul fatto che ci voglia più gioia. Sant’Agostino diceva a questo proposito: «gaudens catechizet», cioè si faccia la catechesi con gioia.
27 dicembre 2009 da corriere.it
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| Fascino della grande città. |
Il fascino intatto della grande città
di Luca De Biase
«Che ci faccio qui?» si chiedeva in un celebre libro il viaggiatore Bruce Chatwin. Già: bastava quella domanda a evocare la fascinazione per l'immensità di alternative che vive chi pensi di poter scegliere il posto dove stare. Ma in fondo come si sceglie? Se per molti la vita finisce dove comincia, coloro che partono se ne procurano un'altra. Vanno in cerca di fortuna: e si sa, spesso, la fortuna si cerca nella grande metropoli. Mentre gli altri stanno dove sono nati, il paese, la piccola città, dove ci sono i legami sociali, la casa della famiglia, il lavoro, la tradizione. A chi toccherà la vita migliore? Meglio la grande o la piccola città? Ovviamente, dipende da dove si è nati. E da perché e per dove si parte. Alcune risposte si trovano nella 20ª edizione dell'indagine sulla qualità della vita nelle province realizzata dal Sole 24 Ore e pubblicata ieri.
L'indagine dimostra che le città piccole non sono tutte uguali: per chi decide di restare a casa - secondo i dati, freddi ma verificabili - è molto meglio essere nati a Belluno, Macerata o Trento, piuttosto che ad Agrigento, Caserta o Foggia. Ma per chi vuole partire, è meglio puntare a una piccola città o a una metropoli? A questa domanda, l'indagine risponde meno chiaramente. Nella classifica, la prima città di dimensione consistente è Bologna, 13ª, mentre Milano è 19ª e Roma 24ª. In testa, appunto, Trieste, Belluno, Sondrio, Macerata e Trento. Eppure le persone cercano fortuna a Milano e non a Sondrio, a Roma molto più spesso che a Macerata. Perché? La scelta del posto dove andare a vivere non dipende dalla graduatoria della qualità della vita, calcolata in base al tenore di vita o alla sicurezza. Dipende dall'attrattività di una città: da ciò che promette, dalle opportunità che offre, dalle eccellenze che contiene, dalla leadership culturale che riesce a esercitare. E non è un caso se chi si gioca la vita andando altrove cerca, quasi sempre, la metropoli. Lo hanno dimostrato Londra, Parigi, New York. Lo dimostrano Mumbai, Shanghai e Shenzhen. Sarà sempre così? È probabile, anche se non è certo. Richard Florida, il controverso teorico della "classe creativa", ha avuto il merito di sottolineare come nell'epoca della conoscenza, i luoghi dove si trovano molte persone di talento, con buone infrastrutture e una cultura aperta, attraggono altre persone di talento, investimenti e varietà di idee, innescando lo sviluppo economico e sociale: e quei luoghi sono spesso sono le metropoli, anche se niente impedisce alle piccole, intelligenti città, di darsi una strategia di crescita. Tanto è vero che Charles Landry, che ancor prima di Florida aveva lavorato al valore della creatività, ha dimostrato che è possibile - e necessario - gestire il governo locale con una visione di lungo termine, per alimentare lo sviluppo culturale e mantenere viva l'attrattività di una città: una metropoli può decadere, come una piccola città può crescere. Certo, qualcosa conta anche la politica. La dimensione di una città è un vantaggio e un vincolo. Se cresce troppo più della qualità di chi la gestisce e la pensa, la dimensione diventa un freno più che un acceleratore. Le preoccupazioni espresse nei recenti libri di Marco Alfieri e Claudio Cerasa, rispettivamente su Milano e Roma, sono fondate. Anche perché mentre la politica passa il tempo a ridefinire le sue strategie, l'evoluzione delle città non si ferma. Attorno a Milano, dice il Censis, ormai si è sviluppata una megalopoli di nove milioni di persone. Pensarla è la premessa per gestirla.
Sta di fatto che mentre i piccoli centri continuano a dimostrarsi qualitativamente migliori, l'attrattività dell'idea di metropoli non cessa di esercitare il suo fascino. Il che è dimostrato, per esempio, dalla strategia di chi osserva tra Faenza e Rimini la crescita di una città che non è mai stata nominata e vorrebbe cominciare a riconoscere. Del resto, l'idea di metropoli attrae persino qualche visionario veneto che sostiene, sul modello di Toronto, l'opportunità di unire anche organizzativamente Venezia, Padova e Treviso in una metropoli, per fare un polo di attrazione adatto all'epoca della conoscenza. Insomma, la metropoli resta un centro di fascino. Poca qualità ma grande prospettiva. La vicinanza dei luoghi dell'eccellenza allargano - o sembrano allargare - le opportunità: molti non ce la fanno, sicché la qualità della vita resta più bassa; ma quelli che ce la fanno salgono più in alto di chiunque sia rimasto nella piccola città che aveva chiamato "casa". L'ambizione, l'astrazione della metropoli è il centro di gravità che attrae moltissimi in cerca di fortuna e pochi fortunati. Le molte fragilità e i pochi successi sono il risultato complessivo. Come cercare un equilibrio? In realtà, non esiste una metropoli sana senza una sana costellazione di piccole città. L'avventura è ovunque, nelle piccole o nelle grandi vite. Il progresso è l'insieme. E chiunque lo voglia ridurre a una delle sue componenti, fa ideologia o romanzo.
20 dicembre 2009 © RIPRODUZIONE RISERVATA da ilsole24ore.com |
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| Beato chi mangia... |
Foto
d'archivio |
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| Beato chi mangia... |
29/11/2009
Anche a Natale non dimenticate frutta e verdura GIORGIO CALABRESE
Da quando il Presidente Obama ha lanciato la giusta campagna per la sanità gratis a tutti, specie ai non abbienti, dagli Usa arrivano buoni consigli per dimagrire, o per non ingrassare durante le feste natalizie. Fra i cinque consigli fornitici, ce ne sono alcuni che sono proprio da seguire. Altri sono, invece, un po’ eccentrici, un po’ all’americana vecchia maniera. Condivido quando si afferma che non serve fare il digiuno preventivo, per poi ingozzarsi durante il pranzo di Natale.
Bisogna, infatti ricordare che il metabolismo ha dei minimi ma anche dei massimi calorici da rispettare ogni giorno, per cui è bene aumentare, per ogni pasto precedente, cibi ricchi di fibra, come legumi, cereali, verdura e frutta. Anche il secondo consiglio è saggio ma è generico: le quantità dei cibi debbono essere definite in base alla loro costituzione, quindi dimezziamo i cibi grassi, specie quelli di origine animale, diminuiamo un po’ i carboidrati, ma raddoppiamo le verdure e la frutta fresca di stagione, meglio se ambedue di filiera corta.
Il terzo consiglio è tipicamente americano: c’è sempre un cibo che non ti piace che si deve evitare; e se questo fosse proprio la verdura o la frutta? Meglio, quindi, limitare quei cibi che ci piacciono molto ma sono ipercalorici. Per il quarto consiglio non bisogna camuffarsi da saggi salutisti americani, perché non basta mangiare una carotina o tre noci prima della festa in ufficio, meglio assaggiare ciò che assomiglia a cibo povero di calorie e magari sorseggiare alla fine una flute di spumante e poi, una volta a casa, nutrirsi con un po' più di proteine, come carne o pesce, e meno di carboidrati, come pane o pasta o riso, ma senza eliminarli. Infine, per quanto riguarda il quinto e ultimo consiglio, quello che riguarda il giorno dopo, va bene la colazione più ricca di fibre, ma bisogna evitare la grossa fetta di panettone o di pandoro avanzata il giorno precedente, che è molto gustosa ma anche tanto grassa.
A pranzo è meglio un buon minestrone di legumi misto a verdure euna macedonia di agrumi, pere e mele. Un’ultima concessione italiana: a Natale non fatevi mancare un buon bicchiere di vino durante il pasto, e alla fine va bene brindare con una gustosa flute di vino dolce, come moscato o simile.
da lastampa.it |
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| Sono un precario... |
15/9/2009
L'innocenza perduta dei giovani precari PAOLA MASTROCOLA
L’altro giorno, al festival di Mantova, una persona del pubblico mi porge il libro per l’autografo presentandosi così: sono un precario. Aveva la voce roca e gli occhi bassi, e il tono di chi ammette una sventura o, peggio ancora, una condanna. Lo guardo. Era un ragazzo sui venticinque-trent’anni. Gli sorrido, gli dico: no, non si preoccupi, lei è solo giovane.
C’è stato un tempo in cui la giovinezza era baldanzosamente precaria. Anzi, era semplicemente… la giovinezza. Giovane voleva appunto dire che non avevi ancora raggiunto alcuna stabilità e sicurezza e certezza e definitiva posizione. Eri insicuro, instabile, incerto, dubbioso, indefinito, nebbioso, transitorio, occasionale, passeggero… Precario. Giovane!
Quel tempo era il mio tempo, gli Anni Settanta. Anche allora non era facile trovare lavoro, soprattutto subito dopo la laurea. Per anni facevamo lavoretti insulsi, mal pagati o spesso gratuiti. Facevamo di tutto, vendevamo libri, scaricavamo merci, scrivevamo articoli gratis su giornaletti da nulla, stavamo appesi al telefono nella speranza di ricevere lo squillo di una segreteria scolastica che ci convocava per tre giorni di supplenza a quaranta chilometri da casa. Altro che tempo determinato! A volte erano lavori della durata di un lampo. Non voglio fare l’epopea dei supereroi che eravamo. Non lo eravamo per nulla. Però non eravamo affetti da vittimismo. Non ci sembrava mai di essere dei poveri derelitti. Non ci veniva neanche in mente di definirci precari e di prendercela con gli altri, di protestare ad esempio contro lo Stato colpevole di non assicurare a tutti il posto fisso, a costo di creare artificiosamente un sovrannumero di posti di lavoro che poi sarebbero inevitabilmente saltati al primo vento di crisi (come oggi, appunto: mi chiedo se è questo lo Stato che vorrebbero i precari che in questi giorni levano le loro proteste: uno Stato che continua a creare finta occupazione, gravando sul nostro debito?).
Si poteva anche essere felici (molti di noi lo erano) di non trovarsi ancora definitivamente presi, incasellati presso qualche ufficio o ente o impresa. Ci sentivamo liberi e imprendibili. Lavoravamo fieri di essere ancora così meravigliosamente indefiniti, solo abbozzati, dei disegnini incominciati da una matita lenta e anche un po’ distratta, che spesso e volentieri lasciava il tratto a metà e pensava ad altri disegnini. Avevamo, a dirla tutta, un vero e proprio orrore del posto fisso, e della pensione: per noi equivaleva a diventare un disegno finito per sempre, mai più modificabile. Non potevamo certo rivelare questo segreto pensiero ai nostri genitori. Non avevamo genitori accondiscendenti, che ci dicevano: prenditi tutto il tempo, non accettare lavori che non ti piacciono o non siano all’altezza delle tue aspettative, tanto noi ti manteniamo in eterno. Avevamo, al contrario, genitori esigenti che facevano fatica a mantenerci e non lo ritenevano neanche tanto giusto oltre una certa soglia, e quindi sognavano per noi un posto sicuro con la pensione assicurata.
Ricordo che alla parola pensione mi veniva una tristezza indicibile, avrei volentieri preso il primo treno e sarei scappata a vivere sotto un ponte, piuttosto di una vita con pensione assicurata. Eravamo irresponsabili e leggeri, noi che non potevamo permetterci di esserlo. Ci prendevamo un lusso che non ci era permesso: il lusso di essere fino in fondo giovani. Il posto fisso voleva dire essere vecchi, irrimediabilmente cresciuti. Voleva dire passare il guado, entrare nella vita adulta dove tutto era ormai definito e drammaticamente stabile e sicuro: irreversibile! Noi invece avevamo il mito della reversibilità: ci piaceva pensare che tutto poteva ancora ribaltarsi, che le porte ci erano ancora tutte spalancate e che noi non eravamo ancora nulla, né arrivati da nessuna parte, e ci toccava solo goderci il viaggio il più a lungo possibile. «Quando ti metterai in viaggio per Itaca, devi augurarti che la strada sia lunga…», scriveva Kavafis in una delle sue poesie più belle.
E così, noi giovani ultimi romantici spensierati, lavoravamo tantissimo, adeguandoci a qualsiasi impiego, anche se non ci piaceva per niente. Non importava, sapevamo che era mirabilmente transitorio, instabile: precario.
Oggi invece - che buffo! - si assiste a una sorta di inversione generazionale: oggi che le famiglie sono disposte a tollerare dei figli disoccupati, i figli si battono per avere il posto fisso subito. Ieri che invece si chiedeva ai figli di lavorare, i figli sognavano di non sistemarsi mai! Paradossi dei tempi…
da lastampa.it |
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| Ci siamo fatti cambiare l'esistenza che c'entra il web... |
La scheda
Dove il web ci ha cambiato l'esistenza
Alcuni degli aspetti della vita di tutti i giorni resi diversi da Internet e dalle nuove tecnologie
Ascoltare un album musicale dall'inizio alla fine. Perché ascoltare un cd dall'inizio alla fine quando le canzoni orecchiabili sono al massimo un paio? Grazie a Internet le hit si scaricano singolarmente ed è davvero raro trovare qualcuno che ascolti un album dalla prima all'ultima canzone
Il televideo. Con l'avvento dei sitiweb che informano istantaneamente l'utente, il vecchio televideo è diventato davvero obsoleto.
Gli elenchi telefonici. Nell’epoca pre-web un intero scaffale delle case italiane era occupato dalle Pagine Bianche, dalle Pagine Gialle e da diverse rubriche telefoniche. Oggi invece basta un click e velocemente sul web troviamo i numeri telefonici che c’interessano.
Gli orologi. Nell'era digitale prima il telefonino e poi internet hanno trasformato l’orologio in un elegante accessorio di cui si può fare tranquillamente a meno.
I negozi di musica. Sono poche le persone che preferiscono un cd originale e pagato profumatamente alla musica scaricata gratis dal web. Lo sanno bene i vecchi negozi di musica che stanno scomparendo uno dopo l'altro.
La puntualità. Quando non esistevano internet e il telefonino, essere puntuali a un appuntamento era obbligatorio. Oggi invece è diventata comune la cattiva abitudine di spedire un messaggio cinque minuti prima dell’incontro per avvertire che si è in ritardo.
Lettere spedite per posta tradizionale. Quanto era romantico attendere l'arrivo di una lettera cartacea. Ma chi ha vissuto l'era pre-internet ricorda anche i ritardi e le numerose missive perse via posta tradizionale. Con le email storie del genere non si ripetono.
La memoria. Prima dell’era internet ricordavamo numeri telefonici, poesie e le gesta di personaggi famosi a memoria. Ma oggi che Wikipedia e Google aiutano a studiare e a conoscere le imprese con un solo click, soprattutto i più giovani perdono la capacità di ricordare a memoria.
L'acquisto di riviste e film porno durante l'adolescenza. Sembrerà una forzatura, ma per un adolescente acquistare la prima rivista porno era una sorta di «rito di passaggio». Oggi invece con la pornografia gratis sul web è diventato tutto più semplice.
Gli album fotografici. Nell'era di Internet che senso ha sfogliare vecchi album fotografici chiusi in lontani cassetti, quando si possono scaricare migliaia di foto sul pc e averle sempre a portata di mano?
L'arte di essere in disaccordo in modo civile. Da quando i blog sono comparsi sulla rete, il dibattito democratico è certamente aumentato, ma sono aumentati in maniera esponenziali gli utenti che discutono con poca civiltà. Tante persone che si confrontano sui blog preferiscono insultarsi e non moderano le parole, rendendo impossibile il confronto delle idee.
Guardare la tv in compagnia. La tv "on-demand" permette di vedere programmi su richiesta a qualsiasi ora. Ma ha accelerato anche la propensione a guardare gli spettacoli televisivi in solitudine.
La conoscenza ritardata dei risultati sportivi. «Quando è stata l'ultima volta che avete comprato un giornale per scoprire chi ha vinto una partita, piuttosto che per un commento e un’analisi?» si chiede nostalgicamente il sito web del Telegraph. Oggi grazie al web è davvero difficile che qualcuno attenda un’intera giornata per conoscere i risultati sportivi.
Il copyright. Le case cinematografiche e musicali stanno combattendo una dura battaglia per i diritti d'autore, ma Internet sta velocemente trasformando questo antico diritto in un ricordo del passato.
Fare sesso in luogo pubblico. In inglese si chiama "Dogging" e indica la pratica di fare sesso in luoghi pubblici. In passato era molto di moda in Gran Bretagna. Nell’era di Internet il sesso in pubblico non attrae più. La generazione Internet preferisce organizzare incontri piccanti con sconosciuti in luoghi più sicuri delle strade o dei parchi
Chiedersi di una persona famosa. «E' ancora viva? E' gay?»: Wikipedia ci permette di sapere all'istante informazioni su personaggi più o meno famosi. E i vecchi dubbi scompaiono con un click
Tornare dalle vacanze senza sapere cosa è successo nel proprio paese. Un tempo quando si andava in vacanza in luoghi tropicali era impossibile informarsi sulle news del proprio Paese. Oggi grazie ai siti d'informazione che possono essere consultati da ogni angolo del pianeta la generazione perennemente collegata al web non è mai veramente lontana da casa.
Conoscere le strade. Con i moderni navigatori satellitari conoscere le strade che collegano paesini e città non è importante come lo era in passato.
La Privacy. Si accusano spesso i governi di voler controllare i cittadini, ma con la diffusione dei social network sono disponibili informazioni che nemmeno il più autoritario e spietato Stato del mondo riuscirebbe a conoscere.
I giornali famosi. In America a causa della pubblicità che migra sui siti d’informazione hanno già chiuso importanti quotidiani come il Seattle Post-Intelligencer e il Rocky Mountain News. Autorevoli studiosi temono che col passare degli anni internet "ucciderà" la maggior parte dei giornali cartacei.
La concentrazione. Nel mondo superveloce di Internet soprattutto i più giovani trovano sempre più difficoltà a concentrarsi.
Girare per tutta la città alla ricerca della migliore tariffa assicurativa. Con la comparsa dei sitiweb di assicurazione, da casa si può scegliere la migliore tariffa e una delle più tediose attività annuali è risparmiata al cittadino.
Rimanere per sempre un artista sconosciuto. Con l'avvento del web è molto semplice far conoscere le proprie capacità artistiche mandando poesie e opere ai siti specializzati.
Provare una forte emozione a causa di un ricongiungimento amoroso. Grazie ai social network è molto più semplice ritrovare un antico amore o una vecchia fidanzata. Ma il cuore non batterà mai forte come se l’incontro fosse casuale.
Giocare con le carte a solitario. Uno dei passatempi più classici è stato definitivamente sostituito dall'omonimo gioco sul pc.
La prostituzione in strada. Il web ha dimostrato alle prostitute che è più facile ed economicamente più favorevole trovare clienti attraverso la Rete piuttosto che attenderli in strada.
Le note a piè di pagina. Nell'era di Internet le "note a piè di pagina" che si usavano per citare la fonte di un articolo o di un'opera stanno ormai scomparendo. Oggi Internet le considera superflue e adotta il sistema del link alla pagina web.
La pausa pranzo. Oramai per molti impiegati è solo un ricordo. Tanti preferiscono durante la pausa pranzo restare in ufficio e mangiare un panino davanti al pc così da sfruttare l’unico momento della giornata in cui si può navigare spensieratamente sul web senza essere scoperti dal capo.
F. T. 04 settembre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA da corriere.it |
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| Ci si è ridotti così? No stiamo solo scherzando! |
2/9/2009 (7:49) - REPORTAGE
L'outlet dei pornodesideri
Il mondo del porno ha un mercato da 1 miliardio di euro
Viaggio nel più grande mercato all’ingrosso di sex toys alle porte di Roma: oggetti per ogni gusto
GIANLUCA NICOLETTI ROMA
L’outlet delle lussurie di plastica è a Roma est, poco oltre il diciottesimo chilometro della «Tiburtina Valley». Mimetizzato tra camion parcheggiati e le roulottes di un campo nomadi palpita «MSX International», ovvero il paradiso dell’oggettistica erotica. Da quei mille metri quadrati di magazzino escono ogni giorno, in anonime e discrete confezioni, centinaia di marchingegni per uso sessuale pronti a riempire vuoti affettivi e riaccendere passioni sopite. Visto da fuori è un capannone grigio con le vetrate fumé dove potrebbero impacchettare pentole o calzini, ma quando ci si affaccia all’interno le file lunghissime di scaffali grigio ferro alti fino al soffitto rivelano subito che quello non è certo un mercatone per famiglie.
Il regno del lattice Nel silenzio claustrale un paio di signore stanno facendo l’inventario, serissime annotano tra i ripiani numerati stracolmi di pezzi anatomici. Tronchi umani, teste, mani, sono i primi ad affacciarsi, ma quando si guarda meglio ci si accorge che tra tutta quella simil carne, nella gamma cromatica che va dal rosa pallido al nero ebano, prevalgono le parti del nostro corpo che la verecondia impedisce di nominare. Entrare nel deposito dei desideri costruiti in realistico lattice di gomma non solletica granché i sensi, non più di quanto possa farlo passeggiare per un deposito di ricambi d’auto o attrezzi per il giardinaggio. Una decina tra impacchettatori e fattorini passa con delle liste in mano tra i piani e mette nei carrelli gli ordini. Sembrano i folletti aiutanti di babbo natale, se non fosse per quei regalini motorizzati sono stati costruiti per far giocare signori attempati, casalinghe disperate, sposini annoiati, sperimentatori sensoriali e fantasiosi compulsivi.
Duemilacinquecento clienti affezionati e seicentocinquanta esercizi pubblici qui si riforniscono da tutt’Italia ordinando on line prodotti studiati dai migliori ingegneri dell’intrusione meccanizzata, dal fior fiore dei chimici specializzati in lubrificazione abissale e carne artificiale. «In Italia il settore è sottosviluppato rispetto alle sue potenzialità», dice Andrea uno dei due soci dell’azienda, ha trent’anni e si è buttato in quell’attività con la bella fidanzata bionda. Entrambi ex artisti, ancora la domenica vanno a cantare per matrimoni e cresime. Lui nasce come venditore di materiali per bricolage, ma da tre anni ha fiutato un ramo di hobbistica ben più remunerativo. La ragazza mi dice che in Italia, come in Grecia, in Spagna o in Turchia il cliente maschio cerca oggetti che suppliscano alla propria paura di essere inadeguato sessualmente, quindi ritardanti, protesi «aggiuntive» e soprattutto sviluppatori come pompe ecc.
Il modello più raffinato è quello ad acqua «Bathmate Hydropump», da 90 euro. Al consumatore si offre l’opportunità «drop shipping», per cui i clienti possono a loro volta vendere ottenendo l’accesso a un pannello in cui possono caricare gli ordini, lavorando on line sulla loro cerchia di amici accedono a una percentuale sugli utili. «Abbiamo centinaia di richieste al giorno!!!- dice l’ingegnere addetto allo sviluppo software - altri privati stanno investendo nella vendita automatica, è un ottimo affare!». Cominciano a vedersi nel nord d’Italia, spesso in stazioni di servizio o videoteche, sono distributori automatici uguali a quelli delle merendine, solo che la merce è forse meno commestibile.
Molti degli articoli nascono da polimeri pensati per aziende di cosmetici o farmaci, poi si sono rivelati adatti anche alla realizzazione di giocattoli erotici. Mentre mi mettono in mano una vagina in barattolo e mi invitano a toccarla per verificarne il «realismo», provo a obbiettare che odora un po’ tanto di petrolio: «Basta lavarla con il balsamo per i capelli!», mi suggeriscono, poi mi viene spiegato che tutti i materiali sono continuamente perfezionati. La principessa di queste invenzioni si chiama «Cyberskin», similcarne ultrarealistica che ha superato il silicone medicale dei «pezzi» di generazione precedente.
Mi vengono sottoposti due attrezzi virili semoventi e al mio anfitrione sembra impossibile che io non veda le differenze tra il modello economico e quello premium. «Nelle applicazioni più complicate come le “Real doll” si usa ancora un altro materiale, capisce che quelle hanno un endoscheletro in alluminio con tutti gli snodi possibili, richiedono robustezza oltre una consistenza graduale che simuli perfettamente la carne».Passando tra gli articoli si capisce subito che il «sex appeal dell’inorganico» divide in due categorie i suoi estimatori. Chi cerca supporti sintetici realistici vuole i pezzi del corpo a lui utili creati in serie con silicone liquido colato in stampi, possibilmente ottenuti dalle pudenda di divi o dive del porno.
Piacere telecomandato Un’altra tipologia d’utente pensa che l’ingegneria «dildonica» abbia raggiunto vette tecnologiche talmente fantasiose che tanto vale approfittare della protesi non più umana. Un po’ come funziona per le gambe artificiali di tanti atleti alla Pistorius si riprogettano parti del corpo oltre i confini anatomici classici per prestazioni superlative. In questo campo gli «articoli» perdono ogni caratteristica indecente e possono assomigliare a insetti alieni, o piante carnivore come lo stimolatore «Wittle Wabbit» (30 euro), o nella stessa classe di prodotto, il «Passion Flower» o il «Lady bug».
Qui la tecnologia Wireless spesso fa da padrona, il congegno è telecomandabile a distanza per vibrare all’unisono del proprio iPod. Il top è un ovulo vibrante che si attiva con sms via cellulare, ma per chi sta molto al computer consigliano un «pezzo» di anatomia femminile in gomma con connettore usb, è capace di dialogare con un software che fa apparire sul monitor quello che manca della donna, è così forse nato il video «immersivo».
da lastampa.it |
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| Vale anche nella vita a due... |
LO STUDIO
Ecco perché quando ci si perde si tende a camminare in circolo
I ricercatori hanno analizzato la traiettoria di persone che hanno camminato per ore nel deserto del Sahara, in Tunisia, e nella zona forestale in Germania.
Tutti seguiti con il Gps
di BENEDETTA PERILLI
"SONO ORE che giriamo in circolo", dice il naufrago impaurito al compagno di sventure. "Non ti preoccupare, è solo la tua impressione", risponde l'altro speranzoso. La scena potrebbe essere quella di uno dei tanti film di avventura che raccontano le peregrinazioni di protagonisti persi nel mezzo di un deserto, di una foresta o di un'isola sconosciuta. O anche il vissuto di qualche turista sfortunato. A molti sarà capitato di avere la sensazione di camminare circolarmente intorno a un punto nel momento in cui si perdono le coordinate spaziali.
Ma non è solo un fatto di sensi. Gli scienziati dell'Istituto Max Planck di Biologia cibernetica di Tubinga, in Germania, hanno dimostrato attraverso prove empiriche che l'uomo tende a camminare in circolo quando perde una strada conosciuta. Lo studio, che è stato pubblicato sulla rivista Current Biology, ha analizzato la traiettoria di persone che hanno camminato per ore nel deserto del Sahara, nella parte settentrionale della Tunisia, e nella zona forestale di Bienwald, in Germania. Lo strumento utilizzato per monitorare il percorso dei volontari è stato il sistema di posizionamento globale GPS.
I risultati dell'analisi hanno dimostrato che i camminatori sono stati in grado di mantenere una linea retta solo quando il sole o la luna erano visibili. Ma appena il sole veniva nascosto dalle nuvole o la luna calava, le persone iniziavano a camminare in circolo senza neanche rendersi conto del cambio di rotta.
La spiegazione di questa tendenza comportamentale è stata data dal capo della ricerca Jam Souman in un comunicato: la maggior parte delle persone ha una gamba più lunga o più forte dell'altra, aspetto che comporterebbe una predisposizione naturale per una precisa direzione. A riprova di questa tesi i ricercatori hanno chiesto ai volontari di camminare in linea retta con gli occhi bendati, eliminando così tutti gli effetti della vista. Ma la maggior parte dei partecipanti allo studio non ha abbandonato la rotta circolare, anzi i circoli si sono ristretti ad un diametro di 20 metri.
I movimenti inoltre non vanno quasi mai nella stessa direzione e una persona può indistintamente andare verso sinistra o verso destra. In questi casi però la tendenza al movimento circolare non dipenderebbe solo dalla forza o dalla lunghezza delle gambe ma dalla crescente incertezza sulla giusta posizione della linea retta, dovuta alla vista oscurata e alla mancanza di riferimenti. "Piccoli errori aleatori in alcuni segnali sensoriali che danno informazioni sulla direzione nella quale si cammina, facendo si che una persona abbia la sensazione di star camminando su una linea retta, la allontanano invece dalla direzione reale", ha spiegato Jam Souman.
"I risultati di questa esperimento - aggiunge il coautore Marc Ernst - dimostrano che quando le persone sono convinte di camminare su una linea retta non sempre hanno delle percezioni affidabili. Per avere maggiori garanzie l'uomo ha bisogno di riferimenti come una torre, una montagna posizionata a distanza o la posizione del sole". Tutte strategie cognitive che vanno a supportare il senso dell'orientamento umano.
Così come è emerso dallo studio dei comportamenti dei volontari impiegati nella ricerca. Sei sono stati condotti nella foresta di Bienwald, quattro hanno camminato in una giornata nuvolosa e senza il riferimento del sole e due in una giornata assolata. I quattro che hanno camminato sotto le nuvole si sono mossi tutti in circolo e tre di loro hanno incrociato i loro stessi percorsi senza accorgersene. I due volontari che hanno camminato sotto il sole sono riusciti a mantenere la linea retta, tranne che per quindici minuti durante i quali il sole è stato nascosto dalle nuvole. Stessa storia anche per i tre camminatori che hanno attraversato il Sahara: due, muovendosi di giorno e sotto il sole, hanno mantenuto la linea retta e uno, che si è mosso di notte, è riuscito a camminare dritto solo fino a quando la luna è stata oscurata dalle nuvole.
La soluzione per non perdere mai la rotta sarebbe dunque quella di diffidare delle proprie sensazioni, che in questi casi si dimostrano spesso fallaci, di prendere come riferimento dei punti facilmente riconoscibili e di muoversi tra di loro attraverso dei piccoli spostamenti che possono essere tracciati con dei segnali.
(22 agosto 2009) da repubblica.it |
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| l'Italia balorda di oggi e di sempre... |
Sul quotidiano britannico consigli e suggerimenti per chi intende visitare il Belpaese
Dai furbetti, alla burocrazia, al cibo. E poi la stampa, i media, Berlusconi...
L'Italia vista da Londra vademecum ironico del "Guardian"
LONDRA - Attenzione ai furbetti, non fidatevi dei tassisti, evitate se possibile la burocrazia e abituatevi alle chiacchiere, pubbliche e private, spesso ad alta voce e condivise con i vicini. Le raccomandazioni arrivano dal Guardian, che offre a chi è intenzionato ad affrontare un istruttivo viaggio in Italia un catalogo a puntate su vizi e virtù del Belpaese, dalla buona cucina alla dolce vita, sempre tutto condito con una massiccia dose di politica divisa schematicamente in pro e contro Berlusconi.
Un modo ironico di raccontare l'Italia indicando termini e modi di dire in diverse situazioni. "Learn Italian" è infatti una ricca guida con tanto di video, audio e dizionario per pronuncia e grammatica, soprattutto illustrazioni per imparare e spiegare la gestualità tutta italiana.
In taxi. La città scelta è Roma, l'arrivo è in taxi, direzione Fontana di Trevi: "Mi scusi, è la strada più veloce? Mi hanno detto che sarebbero stati solo dieci minuti. - In Italia dieci minuti non sono esattamente dieci minuti. C'è molto traffico. - Ma son sicuro di aver già visto questa piazza! - Lo veda come un giro gratuito della città".
In autobus. Riposo in hotel e poi visita in città, in autobus c'è un tipo che urla al telefonino: "Scusi, è in luogo pubblico, spenga il cellulare. - E perché dovrei? - Per rispetto della gente che sta in autobus. - Non ci penso nemmeno".
Scandali e indifferenza. L'ultima lezione è preceduta da un'introduzione intitolata in modo eloquente: "Perché i britannici sono in collera per lo scandalo dei rimborsi governativi e gli italiani, invece, quasi non battono ciglio di fronte all'ultima gaffe di Berlusconi?".
Nepotismo. Dedicate alla politica e all'economia, le conversazioni tradotte in inglese segnalano l'italico nepotismo: "Hai sentito che hanno promosso a direttore Giovanni Bianchi? - Cosa? Ma stai scherzando! E' stato assunto solo sei mesi fa! Com'è possibile? - Semplice! E' il figlio di un noto sindacalista".
Vittimismo. "Molte aziende italiane non sono più competitive. Alitalia e Fiat, però, reggono. - Eh si! Per alcuni, il governo interviene sempre".
Burocrazia. "Senza permesso non posso richiedere l'assicurazione per lo scooter. La prego. - Vuole un consiglio? Si faccia aiutare da un amico. Avanti il prossimo".
Giornali e politica. Nelle lezioni del Guardian, l'italiano è immancabilmente qualunquista: "I politici pensano ai loro interessi, e spendono i nostri soldi!". E quando si occupa di politica, lo fa in funzione pro o contro Berlusconi: "Da oggi non leggerò più il Corriere della Sera: da quando c'è il nuovo direttore è cambiato molto, è più filo berlusconiano. La Repubblica, invece, è sempre stata critica nei confronti dell'attuale governo".
Digestivi. Alla fine, è meglio concentrarsi sull'arte e sul cibo. Evitando accuratamente, però, la milanese "cassoeula": "Ho mangiato qualcosa che mi ha fatto male. - Ha mal di stomaco? Crampi? - Corro sempre in bagno! - Ha qualche allergia? - Alle medicine no! Ma non mangerò più la cassoeula! - Prenda una compressa ogni quattro ore".
(18 luglio 2009) da repubblica.it |
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| Il brano sul gay aveva qualcosa in più |
«Il brano sul gay aveva qualcosa in più»
Mogol: basta ipocrisie sulla canzone di Povia (la migliore dell'anno)
L'autore più noto d'Italia premia il pezzo che all'ultimo Festival di Sanremo ha provocato tante liti
Mogol, stasera a Bard, in Val d’Aosta, si assegna il premio che porta il suo nome. I finalisti sono Arisa, Battiato, Capossela, Jovanotti, Simona Molinari, Povia. Chi vince? «La giuria composta da Marcello Veneziani, Oliviero Beha, Arnaldo Colasanti e da me ha scelto Giuseppe Povia».
E la canzone? «Luca era gay».
Quella di Sanremo e delle polemiche? «Lo so, qualche amico mi ha messo sull’avviso: 'Ti attaccheranno, non sarebbe meglio un ex aequo?'. Ma un premio che porta il mio nome devo assegnarlo secondo coscienza, senza lasciarmi condizionare dalle invettive».
Come mai quella canzone le è piaciuta tanto? «Perché racconta un fatto di vita, usando la prima persona. È un testo sincero, senza retorica: una poesia che non nasce dall’ispirazione talentuosa ma dall’esposizione di una verità quotidiana. Povia ha intinto la penna in un inchiostro molto simile al sangue».
Gli omosessuali però si sono sentiti offesi... «Non capisco perché. Non è un testo universale, non enuncia una legge; racconta una storia. La storia di un ragazzo che cercava il padre e non voleva tradire la madre. Povia parla di una vita, al di là di ogni dogma».
La sua vita? E’ un testo autobiografico? «Non lo so, e non è importante. È scritto come se lo fosse. Se non lo è, il suo merito è ancora più grande. Perché suona come vero, non come artificio. Non conta quel che è stato, ma quel che è scritto».
Però l’omosessualità è presentata come una sorta di disgrazia da cui si può uscire. «Io la canzone non l’ho letta così. Assolutamente. Si può essere omosessuali per molti motivi: perché lo si è nati, o perché lo si è diventati per influenze esterne; così come ci sono donne che restano frigide tutta la vita per un trauma infantile. Se un eterosessuale diventa gay, non c’è colpa. Perché dovrebbe esserci se un gay diventa eterosessuale? L’autore non giudica. E poi la sua libertà va difesa. Capitò anche a me: ricorda 'Il tempo di morire'?».
«Motocicletta/ dieci hp/ tutta cromata/ è tua se dici sì...». «Lui offriva a lei il suo bene più prezioso, la moto nuova, per una notte d’amore. Le femministe si infuriarono. Ma Battisti e io raccontavamo una storia: il protagonista era sincero, e noi liberi. Ricorda 'Il mio canto libero'?».
«In un mondo che/ non ci vuole più/ il mio canto libero/ sei tu...». Era un rifiuto degli Anni 70, dell’ideologia? «Certo: i 'retaggi del passato'. L’Italia di allora era una società conformista. E c’è una coppia che si ribella alle convenzioni e rivendica i diritti dell’individuo, della persona, dell’amore».
Sì, ma da qui a Povia... «Guardi, abbiamo selezionato altre grandi canzoni: 'Tutto l’universo obbedisce all’amore' di Battiato, 'A te' di Jovanotti, che peraltro ha vinto l’anno scorso con 'Fango'. Ma 'Luca era gay' è l’unica che mi ha chiuso la gola. Che mi ha commosso».
Come mai? «Per la sua disarmante naturalezza, la sua grande innocenza, l’assenza di sensi di colpa. Gli altri erano bei testi, ma quello di Povia ha qualcosa in più».
Esiste una lobby gay nel mondo dello spettacolo? «Ma no. Esistono molti omosessuali, più di quanti se ne conoscano. Persone sensibili, grandi artisti».
Lei di recente ha denunciato la crisi della canzone italiana. «Rischiamo di perdere la cultura popolare. L’industria discografica boccheggia, priva com’è di mezzi. Si danno dischi d’oro o di platino per 30 o 40 mila copie. E non c’è meritocrazia. Non si selezionano le cose belle. Qui in Umbria abbiamo aperto una scuola, i ragazzi fanno un lavoro serio, ma sono schiacciati dal potere enorme degli show tv. Al massimo uno di loro ha un’occasione ogni 5 o 10 anni. Come Arisa».
Cosa pensa di «Amici», la trasmissione di Maria de Filippi? «Non so, non ho visto. Se avvicina lo spettacolo e l’arte alla gente comune, non ha una funzione negativa».
«X Factor»? «Ci sono stato. Mara Maionchi è una donna eccezionale, Morgan e Francesco Facchinetti sono molto bravi, l’atmosfera è bella. Ma è tutto un po’ dilettantesco. Tv, più che musica».
Marco Carta, il vincitore di Sanremo? «Un cantante molto tradizionale, che non credo abbia ascoltato tutto Dylan. L’attualità, la cultura sono importanti per un artista. Uno come Vasco Rossi non è solo un cantante, è un comunicatore».
A proposito di comunicatori: come mai Celentano si è offeso con lei? «Si è offeso per una canzone affettuosa, in cui lo invitavo a tornare tra noi: gli amici che gli vogliono bene, la gente che vorrebbe altri suoi concerti. Ci sono rimasto molto male. Adriano e io siamo nati negli stessi anni, siamo cresciuti negli stessi posti: la periferia di Milano, che ora è diventata centro; lui aveva i suoi prati, io i miei. Una reazione simile me la spiego solo con un condizionamento esterno. Ma non mi faccia dire altro. Non voglio riaprire la polemica».
Anche la Bertè ce l’ha con lei. Sostiene che Mogol non l’ha mai potuta soffrire, al punto da far togliere il suo nome come corista di Battisti. «Io non ho mai avuto nulla contro la Bertè, e lo può testimoniare il mio caro amico Maurizio Lavezzi, che è stato a lungo il compagno di Loredana. E non posso aver fatto togliere il suo nome, perché la Bertè non è mai stata corista di Battisti».
Le sue antenne cosa le dicono sull’Italia di oggi? «Viviamo un momento faticoso. Servirebbero le energie migliori di entrambi gli schieramenti per venirne fuori. Gli italiani se lo attendono, ma temo che il momento sia ancora lontano. Trent’anni fa scrissi: 'Sogno il mio Paese infine dignitoso, non più preda di facili entusiasmi e ideologie alla moda'. Lo sottoscrivo ancora oggi».
Aldo Cazzullo
da corriere.it |
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| ALCATRAZ = QUESTA CASA NON E' UN ALBERGO |
Questa casa non è un albergo!
Da leggere attentamente, rigo per rigo, prima di prenotare. (Con rischio di interrogazione telefonica!).
Premessa: il testo che segue, nonostante presenti tutta la verità nient'altro che la nostra verità, è stato scritto con leggerezza e ironia per cui si prega di leggere con altrettanta leggerezza e ironia. Grazie. :-)))
In tutti questi anni abbiamo peccato di presunzione pensando che Alcatraz fosse un posto per tutti. Il nostro rispetto per la biodiversità ci ha fatto cadere nell'errore di credere che chiunque venisse qui da noi, si sentisse a casa propria e che questo potesse bastare per stare bene. Tra l'altro, in un posto semplice, immerso nella natura, dove non ci sono barriere di preconcetti verso nessuno. Ma la realtà è anche un'altra. C'é una fetta di gente che non vuole sentirsi "a casa", ma cerca un posto dove farsi trattare magari con falsa cortesia, anche soltanto per provare l'effetto che fa! Per cui è opportuno chiarire alcuni punti fondamentali affinchè non ci siano malintesi sul tipo di ospitalità che offriamo, per non deludere nessuno.
Giusto per non spaventarti ti diciamo subito che: ad Alcatraz apparecchi, sparecchi, ti fai il letto (le lenzuola te le diamo noi).
-------------------------------------------------------------------------------- ALTRI PUNTI Punto primo: Se non hai nessuna intenzione di rilassarti non venire ad Alcatraz. Punto secondo: Ci piace mangiar bene e biologico (sano). Punto terzo: Ad Alcatraz è richiesto il rispetto per tutti. Punto quarto: Alcatraz è in collina per cui non troverete le risorse che vi offre la città (Perugia è a 25 Km, Gubbio a 25 Km ma il primo centro abitato è soltanto a 7 Km). Punto quinto: Ad Alcatraz se vuoi raccontare trovi chi ti ascolta; se vuoi ascoltare trovi chi ti racconta; se vuoi stare in silenzio nessuno ti chiede niente. Se vuoi partecipare alle attività in programma vai in palestra con tutti gli altri, se non vuoi partecipare nessuno ti costringe, lo spazio intorno è infinito e ci sono tanti posticini deliziosi per contemplare la natura o per leggere un buon libro o semplicemente dormire. Punto sesto: Non esiste un'organizzazione di animazione che ti accompagna nel corso della tua vacanza. A parte le attività in programma, tutto quello che accade in più nasce spontaneamente dall'allegria di chi ha voglia di giocare e scherzare con gli altri. Per cui l'animazione sei anche tu. Noi amiamo gli ospiti che si portano la chitarra o il tamburo! Punto settimo: Qui da noi non troverete tante cose! In camera non troverete la tv, figuriamoci il frigo bar. Non disponiamo di un servizio sveglia. Al bar non troverete la coca cola (soltanto quella bio). A vostro servizio, non troverete gente da trattare con distacco. Nel ristorante non troverete tavoli da due (sono previste concessioni occasionali a chi deve fare una dichiarazione d'amore e si vergogna a farlo davanti a tutti!). Tutti gli altri si mangia insieme su lunghe tavolacce di legno. In giardino non troverete sdraio in midollino con cuscini. In piscina calda non troverete shampoo e phon per ognuno. Sul divano del bar (unico in tutta Alcatraz) non troverete sempre posto a sedere, soprattutto quando c'è Giovanna, perchè lei ama sdraiarcisi. Tra i nostri giochi da tavola non troverete tutte le pedine (a volte manca addirittura il tabellone!). Nel nostro bazar non troverete tutto quello di cui pensate di aver bisogno. E inoltre non offriamo servizi di lavaggio schiene (giuriamo che ce l'hanno chiesto!), non vendiamo tabacchi (tocca portarsele) e non abbiamo una sala interna per fumatori. Punto ottavo: Adoriamo gli animali ma non possiamo ospitarli. In camera e nel ristorante è assolutamente vietato portarli. Punto nono: Ci piace lavorare perchè tutti possano ridere e star bene ma è importante che anche noi si riesca, altrimenti che senso avrebbe?! E il punto dieci? Non c'é! Punto G? C'é, c'è! -------------------------------------------------------------------------------- Voci di corridoio Alcatraz è difficile da raccontare ma, visto che ci arrivano le voci più disparate sul nostro conto, (e adesso capiamo perchè le nostre vecchie zie non vengono mai a trovarci), vorremmo principalmente chiarire che ad Alcatraz: non si fa scambio di coppie non gira droga (leggera o pesante che sia) non si balla tutti nudi non si viene irretiti subliminalmente non si fa sesso tra tutti e con tutti. non sequestriamo i telefonini non siamo una setta e neanche una otta! e se il tassista che vi accompagna da noi vi dice che ci mettiamo tutti nudi in una stanza e ci rovesciamo i secchi di vernice colorata addosso...mi dispiace non facciamo neanche questo!!! (i colori servono per dipingere non possiamo sprecarli! * Volete sapere l'ultima? ... Ci hanno detto che qui ad Alcatraz c'è un night con le spogliarelliste... cavolo,... ci dispiace ma neanche questa è vera!!!!
Inoltre:
non possiamo ospitare persone con patologie psichiche, non avendo a nostra disposizione una figura medica non siamo una comunità di recupero per soggetti dipendenti a sostanze quali droga o alcol Alcatraz non ha nessuna attinenza con le varie comunità degli arancioni di Osho, dei seguagi di Sai Baba o chissà quale altro santone.
Ad Alcatraz non ci sono guru!
Ma è anche vero che Alcatraz non vuole essere unica e sola e si associa a tutte le buone iniziative umanitarie e si accompagna volentieri alle altre attività impegnate sullo stesso fronte civile. Per noi, l'importante è diffondere benessere e non cercare di essere esclusivi.
Alcatraz principalmente è un posto immerso nella natura e questa richiede ritmi diversi per essere vissuta al meglio. Anche da noi si balla ma non è una discoteca. Anche da noi si ride ma non è un cabaret. Anche da noi si mangia (e tanto) ma non per gonfiarsi lo stomaco.
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"Ma insomma non si può far nulla!?" "Saranno tutti moralisti convinti e pieni di sé!" "Cosa ci vado a fare in vacanza io là, pago e non posso nemmeno insultare il cameriere?" " Saranno i soliti comunisti!" "In un posto così ci vanno soltanto gli svitati!" "Che c'avranno da ridere?!"
Se almeno una di queste frasi ti è passata per il cervello non sei ancora pronto per conoscere il mondo di Alcatraz!
-------------------------------------------------------------------------------- Ma perchè devo venire ad Alcatraz? Alcatraz è un posto di vacanza dove è possibile rilassarsi e riposare proprio come di solito non ci è concesso fare durante il resto dell'anno. Il malessere generale è lo stress? Bene, qui, se vuoi, puoi non trovarlo! Ovvio che sarebbe un salto troppo grande farti rallentare di colpo dalla "frenesia cittadina" che spesso ti scuote, per cui ogni giorno ti proponiamo delle attività ludiche, benefiche per il corpo e per la mente che ti portano gradualmente (se ti lasci guidare dalla curiosità e dalla voglia di rilassarti) ad uno stato diverso da quello da cui vieni. Ti offriamo la possibilità di partecipare ai nostri progetti più svariati (ultimo quello di collaborare alla creazione del giardino fantastico, fatto di statue da dipingere e decorare). Ti offriamo uno spazio immenso e immerso nella natura per recuperare energie, magari passeggiando o dedicandoti allo sport che preferisci. Ma ti offriamo anche un posto dove non far nulla, e questo può essere miracoloso per tanti. Quindi, non è consigliabile che tu venga ad Alcatraz con l'intenzione di continuare a "stordirti" di movimento e di pensieri paranoici e sopratutto non è quello che noi vogliamo per te. Purtroppo, noi umani, siamo terrorizzati dal provare noia per cui cerchiamo in ogni dove qualcosa da fare. Qui, in realtà, da fare ce n'é ma capita che ogni tanto arrivi ad Alcatraz chi non cerca minimamente quello che offriamo come attività. Niente di male se non ci fosse la pretesa di qualcuno di questi che noi li si faccia ridere perforza, gli si dia servizi extra al benessere vero e proprio (almeno quello che noi riteniamo tale!) o che gli si dia qualche cameriere da trattar male. Insomma, che noi gli si dia l'opportunità di rimanere in un meccanismo quotidiano a cui sono abituati e da cui credono di non potersi distaccare. Tutti noi che lavoriamo ad Alcatraz abbiamo scelto di vivere in armonia e pace con la natura e con i nostri simili. Per cui viviamo con piacere e coinvolgimento personale ogni cosa o persona che capiti qui da noi. Non esiste cliente ma ospite. Non fingiamo il sorriso ma sorridiamo al garbo e ai sorrisi dei nostri ospiti. Da qui sono nate spontaneamente amicizie che durano da anni e quelle più nuove da mesi. Ci piace divertire e divertirci. Ci piace stupire e restare stupiti. Ci piace essere e non apparire e questo fa la differenza per noi e speriamo anche per te! Venire in pelliccia e pretendere ossequiosità invece che vera gentilezza e disponibilità, vuol dire non capire la filosofia di questo posto. Se proprio vuoi sentirti "qualcuno", come credo si evinca dalla nostra pubblicità, al massimo promettiamo di farti sentire un clown...e scusa se è poco... ma é quello che sappiamo fare! -------------------------------------------------------------------------------- Per chi è adatto questo postaccio? Alcatraz non è necessariamente un posto per "quelli di sinistra". Non è un posto esclusivamente per giovani. Non è un posto esclusivamente per anziani. Non è studiato per essere adatto ad una specifica categoria di lavoratori e professionisti. Non è un posto soltanto per animalisti, ecologisti, ambientalisti etc. Insomma, abbiamo visto ballare e scherzare medici primari e operatori ecologici, allo stesso modo e insieme. Persone che appoggiano idee politiche del tutto opposte, massaggiarsi e ridere insieme. Anziani e giovanissimi coccolarsi in acqua calda e fare giocoleria insieme. Persone di tutte le età chiacchierare a tavola e suonare i tamburi, insieme. Questo è il valore che vorremo recuperare: lo stare insieme! E attenzione non è una tendenza del momento ma è da sempre una reale esigenza dell'essere umano ma forse oggi c'è più bisogno di rivalutarla e ricominciare a viverla. Alcatraz piace ai single perché si stringe amicizia facilmente, piace alle coppie, perché è un posto romantico, piace ai gruppi di amici perchè possono continuare a divertirsi insieme.
-------------------------------------------------------------------------------- I nostri meravigliosi ospiti La stragrande maggioranza delle persone che vengono in vacanza ad Alcatraz sono ospiti stupendi nella loro semplicità e incontrano volentieri la nostra voglia di ospitare. Sono persone che cercano tranquillità e diversità. Persone che già nella loro quotidianità prestano attenzione al piacere della vita. Persone accomodanti e spesso molto simpatiche. Persone dai caratteri più disparati ma con la voglia di confrontarsi. Persone, a volte accompagnati ognuno dai propri problemi ma con la voglia di affrontarli scegliendo la via del piacere e del ridere. Ogni volta veniamo sommersi dalla loro gentilezza e dal loro amore ed è proprio questo che ci dà la forza di continuare a gestire questo posto, nonostante tutte le difficoltà concrete che possono di volta in volta crearsi. In realtà ospitiamo spesso anche tanti "musoni" ma la nostra e la loro fortuna è che non vogliono restare tali. Ti prego, non fraintendere! Non devi essere già santo per venire qui, ma se non hai voglia in questo momento di dedicarti ai piccoli piaceri della vita... magari aspetta prima di raggiungerci, abbiamo tutta la vita davanti!
-------------------------------------------------------------------------------- I prezzi Se avessimo l'opportunità economica di ospitare gratuitamente lo faremmo! Ma anche noi paghiamo le tasse allo stato e anche noi abbiamo spese quotidiane. Comunque, al prezzo base di 65 euro al giorno ti offriamo vitto alloggio e attività. Ci sono poi tariffe speciali per chi è già stato ad Alcatraz (e frequentato un corso di Yoga Demenziale completo/una settimana) almeno tre volte, o per chi viene in gruppo. Considerando che paghiamo regolarmente chi lavora con noi, contributi compresi, e che abbiamo spese di consumi energetici, spese di alimenti per il ristorante e il bar, spese di manutenzione, ..... ridurre ancora di più le nostre tariffe equivarebbe a morire come struttura.
Un modo per abbassare i prezzi al pubblico è dato dal fatto che chiediamo ai nostri ospiti di apparecchiarsi e sparecchiarsi, e di farsi il letto da soli con le lenzuola che diamo noi.
N. B.: Le camere le consegnamo pulite. I bagni sono dotati di asciugamani, sapone per le mani e carta igienica. Si dorme su materassi in lattice vegetale e d'inverno abbiamo sui letti piumini di seta non tessuta e il riscaldamento. A questo non vogliamo farvi rinunciare.
-------------------------------------------------------------------------------- Speriamo di averti soddisfatto nelle curiosità più importanti ma si consiglia di proseguire la visita nel sito, per scoprire, attraverso le foto e la lettura di altri testi, la magia di Alcatraz e altro ancora. Grazie per aver letto fin qui, sei stato molto gentile! :-))
Jacopo e Eleonora
* A proposito del taxi: vi segnaliamo che non costa più di 45 € e siccome c'è un furbetto (credo lo stesso che spaventa gli ospiti con racconti tipo quello dei colori...) che ne chiede fino a 78, concordate il prezzo prima di entrare nell'automobile! E comunque fare riferimento al Radio Taxi di Perugia: 075.500.48.88
Leggi qui i commenti di chi c'è stato
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Cosa succede quando gli ospiti ritornano a casa!
Lettera aperta ma molto personale di Eleonora.
Alcatraz è un via vai di persone che da anni ho la fortuna di incontrare. Con chi più e chi meno stringo relazioni in nome della simpatia e dell'affetto reciproco che si crea spontaneamente qui. Ma ahimé, poi tutti partono un giorno e mi lasciano ad aspettare un loro ritorno, suggellato da una convinta promessa, dettata dall'entusiasmo che ci si scambia tra baci e abbracci (veri). Io ci credo e in realtà tanti ritornano. Ma ancora una volta, dopo una settimana e più di piacevolissime emozioni, resto da sola senza coloro che sono appena partiti. Ho ancora nelle orecchie i loro discorsi, le loro risate... e vorrei dirgli... Cavolo è dura! Mi piacerebbe che tutti quelli con i quali ho condiviso e condividerò (in armonia) parte della mia vita, si fermassero qui per sempre. Mi dico: "tanto il mondo "reale" di cui mi raccontano (e che conosco bene anche io) è duro e cattivo. Perché non ci uniamo tutti qui, in questa oasi naturale, dove si raccolgono le migliori intenzioni pacifiste, dove gira un energia pulita (lasciata qui da tutti quelli che ci sono stati bene), dove fluiscono liberamente emozioni forti e vitali?" Lo so non è poi possibile perchè ci sono sempre di mezzo i soldi e inoltre l'idea di ridurre le nostre esigenze al solo stare insieme per coccolarci e chiacchierare sembra un utopia difficile da coinciliare col sistema sociale che ci circonda e da cui in parte siamo obbligati a dipendere. Vivrei di molto poco ma non ancora ho rinunciato a tante cose superflue, per cui forse non sono neanche io pronta. Ma potrei farlo! Avrei probabilmente bisogno di sapere che saremmo in tanti a scegliere questo tipo di vita semplice, fatta di esseri umani, di intelligenza emotiva e soprattutto di sentimenti e sensazioni. Nelle caverne non ci ritornerei ma alla comunità umana mi aggrego volentieri. Comunque sia intanto mi consolo all'idea che ormai conosco centinaia di persone come me, sparse un pò qua e un pò là, che amano la pace, la tranquillità e hanno inoltre un buon cuore pronto per chi ne avesse bisogno. Viviamo distanti ma so che se dovesse servire ci metteremmo un attimo a rincontrarci e ad unire le nostre forze. Mi sento nel gruppo! Ma, sono contro le sette di qualsiasi tipo. Il mondo è pieno di gente che cerca di arricchirsi e di abbrutirsi, plagiando persone e convincendole che hanno bisogno di un maestro da seguire. E addirittura ti insegnano che piangere e soffrire siano una strada obbligata per la salvezza dello spirito! La mia "ospitalità" va a tutti coloro hanno voglia di risvegliare il proprio senso di vita attraverso i piaceri semplici, e senza obblighi, nè dipendenza forzata. Mi piace sapere che non vendiamo corsi di felicità posticcia, qui ogni abbraccio è sentito, per cui di sicuro non stringo al mio animo chiunque! Se non sento, non fingo e non sono costretta a farlo! Non mi serve stringere rapporti umani con persone che non vogliono farlo. Mettiamola così: Io sono una "fanatica ricercatrice curiosa" del garbo e della sensibilità e non me ne frega un cavolo di avere un ospite in più, giusto perché paga! Alcatraz resiste nel tempo perchè abbraccia i sogni di chi ancora ci crede nel piacere della vita, compreso i miei! C'è una grossa fetta di gente che si è stancata di sentir parlare male e di vedere soltanto il brutto della vita! Grazie a tutti coloro ci stanno e ci vorrebbero essere e ci staranno! Lo sò, a volte sono pesante... ma ch'aggia fà?!
Eleonora
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| LA CROCE ROSSA E LA SPOCCHIOSA SIGNORA... |
La Croce Rossa e la spocchiosa signora Due notti fa, in una manciata di secondi moltissime persone hanno perso tutto.
Anche la vita.
Tanti bambini che aspettavano trepidanti il loro uovo di Pasqua, hanno chiuso gli occhi felici. Per sempre. I sopravvissuti – sfollati, (termine di rimembranza bellica), non hanno più nemmeno le lacrime. Gli occhi sono asciutti e gonfi. E imbambolati e vacui, come dopo un bombardamento. Hai presente il nulla? Ecco, il nulla ha riempito (ossimoro?) la vita di tanti abruzzesi colpiti tragicamente dal sisma. Ho visto persone con indosso indumenti inappropriati alla stagione, o rovinati… e comunque so, (lo sappiamo tutti, anzi), che queste persone non potranno andare alla boutique all’angolo di piazza dei miracoli, ad acquistare nuovi capi di vestiario. E nemmeno al mercato delle pulci.
Tra ieri e stamattina ho raccolto svariati indumenti, scarpe, calze e quant’altro, maschili e femminili, li ho piegati con cura, mi sono sincerata che fossero in buono stato e che fossero puliti.
Ieri mattina, Martedì 7 Aprile, ho chiamato la Croce Rossa Italiana, sezione di Ascoli Piceno, al numero 0736/259651 (il numero è presente sull’elenco telefonico). Mi ha risposto una voce femminile, alla quale mi sono debitamente ed educatamente presentata ed ho esposto la mia domanda: “Come fare a far pervenire questi indumenti ai sopravvissuti al terremoto?”.
La tipa, che peraltro non si è manco presentata, con tono quasi allibito ed una antipatica, stridente vocetta, mi ha risposto: “Noi della Croce Rossa non accettiamo indumenti usati, ma solo indumenti nuovi. Non li vuole nessuno, gli indumenti usati! Io, per esempio, non me lo metterei, un indumento usato, ah ah ah!”.
Sono rimasta pietrificata per qualche secondo , poi ho detto: “Signora, se lei avesse perduto la casa e non avesse più neanche un paio di mutande, le assicuro, li indosserebbe eccome, gli indumenti usati!”.
Lei: “Non so… ma noi, per principio, accettiamo solo indumenti nuovi. La direttiva viene dalla sede centrale della Croce Rossa. Se vuole, può effettuare un versamento sul Conto Corr…” – L’ho stoppata: “No, grazie”.
Sono allibita. Penso. Mi scervello. Mi domando se io, non avendo più niente, non accetterei un paio di scarpe, anche se usate. Mi domando e mi incazzo. Vado a rileggermi la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, su cui si fondano i princìpi della Croce Rossa. All’Articolo 17) leggo: “Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.”. Scusate; un maglione, anche se usato, non diventa poi proprietà della persona cui viene donato?!?
(...)
Vado a leggere lo Statuto C.R.I. LO STATUTO ATTUALE Trascorrono quasi vent'anni dall'entrata in essere del Sistema Sanitario Nazionale e della legge sul riordinamento della Croce Rossa Italiana quando viene adottato il regolamento per l'approvazione del nuovo statuto dell'Associazione. Con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 110 del 7 marzo 1997 viene confermata alla Croce Rossa Italiana la personalità giuridica di diritto pubblico avente una durata illimitata ed il cui scioglimento può essere determinato solo per legge.
I compiti Lo Statuto definisce i compiti dell'Associazione sia in tempo di guerra che in pace. Per quanto concerne i compiti in caso di conflitto armato, la Croce Rossa Italiana, in conformità alle Convenzioni di Ginevra ed ai loro Protocolli aggiuntivi del '77, "partecipa allo sgombero ed alla cura dei feriti e dei malati di guerra nonché alle vittime dei conflitti armati, allo svolgimento dei compiti di carattere sanitario e assistenziale connessi all'attività di difesa civile, a disimpegnare il servizio di ricerca e di assistenza dei prigionieri di guerra, degli internati, dei dispersi, dei profughi, dei deportati e rifugiati".
Sono invece compiti in tempo di pace: organizzare e svolgere servizio di assistenza socio sanitario in favore di popolazioni nazionali e straniere nelle occasioni di calamità e nelle situazioni di emergenza sia interne che internazionali e svolgere i compiti di struttura operativa nazionale di protezione civile;
Ecco, perfetto, mi chiedo se in una “occasione di calamità e nelle situazioni di emergenza” si possa concludere che io, o tu, o voi tutti, non possiamo fare donazione di capi di abbigliamento usati. Mi chiedo se sia legittima ed eticamente accettabile la dichiarazione della spocchiosa signora che mi ha risposto al telefono: “Io, per esempio, non me lo metterei, un indumento usato, ah ah ah!”, con tanto di risatina (che minchia ci sarà da ridere, poi?!?). Non ho voglia, certamente, di “sparare sulla Croce Rossa”.
Ma, in tutta onestà, auguro a quella signora di poter conservare per sempre lavoro, poltrona, casa, vestiti, oggetti, fotografie, ricordi e risparmi di una vita intera. In caso contrario, vi assicuro, non smezzerei con ella il mio pane!
Elisabetta Lelli Spinetoli (AP)
(8 aprile 2009) DA ilmessaggero.it |
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| GIA' SI SAPEVA DELLA DIGNITA' DEGLI ABRUZZESI... |
I tristi addii di un paese mai abbastanza raccontato
di Enrico Fierro inviato a L'Aquila
Le statistiche dicono tutto, ma non raccontano niente. A giorni sapremo come i morti del terremoto sono divisi paese per paese, per sesso, per età, per condizione sociale, per il timbro impresso sul passaporto. Ma sono calcoli freddi che non si imprimono nella memoria. Maciniamo numeri davanti alla tv. Tanti morti per le stragi del sabato sera, per le guerre, per gli incidenti sul lavoro. Eppure dietro ogni numero c'è una vita. Le ambizioni bruciate dagli anni e dai fallimenti, e i sogni giovani tutti ancora da vivere. Dietro ogni numero di quei 272 morti del terremoto c'è un pezzo d'Italia che abbiamo l'imperdonabile colpa di non raccontare mai. Uomini e donne, giovani e anziani, studenti e manovali, italiani e stranieri: un paese intero, il paese dei morti.
Che parte avrà nella statistica del dopo Rosalba Franco? Strappava la vita a Poggio Picena ed era una lavoratrice precaria al Comune. Ragazza madre con un figlio di dieci anni, dicono in paese. E lo dicono con comprensione, senza mai un accenno di giudizio, perché da queste parti la gente ha imparato ad essere aperta e accogliente. Rosalba è uno dei cinque morti del suo villaggio di mille abitanti. Viveva nel centro storico, la stanza per dormire era al secondo piano, quando l'hanno trovata il letto era al primo. Lei abbracciata al suo piccolo uomo.
E della piccola figlia di Grek Pavel, che di mestiere faceva il muratore? Di lei non sanno ancora il nome preciso. Colpa della burocrazia. Perché la bambina era in Italia da pochi giorni, Grek il padre aveva realizzato finalmente il suo sogno, portare la famiglia dalla Moldavia a Fossa, riabbracciare il suo cucciolo di tre anni. Ricongiungimento, si chiama. Lo facevano i vecchi emigranti abruzzesi quando andavano nella loro America. Una vita di pane e cipolla, la casa e poi il “richiamo” per la famiglia. Per Grek e la sua piccola il sogno dell' America che si chiama Italia si è spezzato nella notte di domenica.
I grandi campi
Sognava i grandi campi. E in un club importante aveva anche giocato, la giovanile della Fiorentina. Un successo, e a soli 14 anni. Poi il fallimento della squadra e il ritorno in Abruzzo, a giocare nel Loreto, a Celano. Sempre con lo stesso impegno. Il “campione” lo chiamavano. Domenica era andato a trovare la sua fidanzata a L'Aquila, in via XX settembre. Alle 3 passate il rombo che annuncia il sisma. La ragazza muore sul colpo, Giuseppe resiste, gli è crollato il soffitto addosso, ma ce l'ha fatta. Muore nella notte tra lunedì e martedì all'ospedale di Teramo. «Con negli occhi il verde del campo da gioco e il ricordo dell'odore dell'erba fresca”, dicono i suoi cari amici.
E quali erano i sogni dei ragazzi di via XX settembre, quelli della Casa dello Studente? Serena Scipione voleva laurearsi in medicina. Le foto la mostrano allegra, bella e solare. Da medico – confidava alle amiche – voleva andare nei paesi dove c'era più bisogno per salvare vite umane. E' morta con la sua amica Federica Moscardelli, 25 anni. Una forza della natura. Studiava a L'Aquila, ma al suo paese era volontaria della Croce Bianca, frequentava la chiesa e cantava nel coro.
Ragazzi
Ragazzi. Un pianeta indefinibile. Ognuno di loro è un mondo, una storia a sé. Fabio De Felice aveva vent'anni e studiava ragioneria. Lavorava. A Natale aveva fatto un po' di soldi spalando la neve. Domenica aveva anche litigato con i suoi che vivono a Onna e hanno una casa nuova. Solida di ferro e cemento. «Io nonna non la lascio dormire da sola. Ha paura del terremoto». Ha preso le sue cose ed è andato nella vecchia casa di pietra e tufi. Lì ha perso la sua lotta col sisma. Povero Davide contro un Golia che ha scaricato sulle fragili case dell'Abruzzo la forza di cinque atomiche.
09 aprile 2009 da unita.it |
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| La crisi farà pulizia? |
Arlecchino
Oggetto: Non tutto il male...
-------------------------------------------------------------------------------- Si parla moltissimo di attività industriali e commerciali che licenziano e chiudono... ma non si parla per nulla della positività che questa crisi ci porta eliminando dal mercato, con sollievo della concorrenza e della cittadinanza ignara, aziende che da anni meritavano d'essere chiuse.
Molte tra queste per evasione fiscale, violazione delle norme ambientali e sanitarie, per stupidità o sconsideratezza dei titolari. Per tacere della delinquenza-imprenditrice (ma questa non sentirà la crisi sa come finanziarsi).
Chi, come me, conosce come sono nate e vissute certe realtà "imprenditoriali" fasulle è in grado di apprezzare la pulizia che si rende possibile grazie alla crisi.
Riflettiamoci un momento, senza distrazioni, in ogni zona ci sono attività che ci hanno fatto meravigliare per come siano riuscite ad avere successo.
Molto di quel successo è dipeso da azioni di rapina del sociale cioè di tutti noi.
Ognuno di noi potrebbe farne un elenco... magari sparissero per sempre!
ciaooooooooo
da www.forumista.net |
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| La femmina si evolve... anche così? |
8/3/2009 (7:28) - LA STORIA
Il club delle fedifraghe "L'8 marzo si tradisce" L'otto marzo in Russia: a Mosca sfilata di donne e politici La scelta di 200 moscovite: “Ma lo facciamo solo in questo giorno”
GIORDANO STABILE MOSCA
Uno scrittore russo, o forse francese, ha detto che una donna con un amante è un angelo, una donna con due amanti un mostro, una donna con tre amanti una donna. Noi non siamo angeli, ma non vogliamo neanche essere mostri». Veronica è una delle duecento moscovite che fanno parte del più originale club femminile dedicato all’Otto marzo.
Tutte sono sposate e tutte hanno superato, o presto supereranno, quota tre amanti. Ma non lo fanno né per denaro, né per vanità. Tradiscono per dispetto. Ed esclusivamente l’8 marzo. «È la festa più ipocrita dell’anno - continua Veronika -. L’unico giorno in cui gli uomini sono gentili, non si ubriacano, non si sfondano di cibo e ti regalano persino un mazzo di fiori. A noi tutto questo fa rabbia». E allora, quattro anni fa, è nato il Club dell’8 marzo di Mosca. «Quel giorno mio marito mi annunciò che saremmo andati da mia suocera - racconta Elena, una delle fondatrici -. Ero disperata. Abbiamo litigato. Mio marito è andato via furioso. Mi chiama un’amica e mi dice che c’è un suo collega a Mosca per il ponte, carino e solo soletto. Sono andata con lui e tutto mi è passato. Penso di aver salvato così il matrimonio».
Elena e la sua amica hanno allora deciso di estendere ad altre amiche quella forma di tradimento taumaturgica. Ed è nato il club. Il regolamento è semplice. Si può consultare la lista degli uomini disponibili, amici, amici di amici, ex fidanzati. In linea di massima vengono osservati due soli criteri di scelta: l’età e la statura. La regola principe è che l’incontro può avvenire una sola volta e una volta sola con quel determinato uomo. Se il prossimo 8 marzo si vorrà tradire nuovamente il proprio marito, lo si dovrà fare con un uomo diverso. «È tutto molto informale e flessibile - spiega Elena -. Non abbiamo una sede, non ci sono noiose riunioni. Ci vediamo una volta all’anno, all’inizio della primavera, ci scambiamo i numeri di telefono più interessanti, un po’ di informazioni e via». Unica formalità burocratica, i contatti vengono registrati, e si fa in modo di evitare che una stessa coppia si incontri di nuovo.
Insomma, quello moscovita è un club «di prime mogli» che non vogliono distruggere i loro mariti fedifraghi come nel film di Hugh Wilson, ma vendicarsi in silenzio, senza mandare in pezzi il matrimonio. «Queste donne sono le migliori perché tradiscono i mariti di rado, ma lo fanno molto meglio», osserva Artiom, uno degli uomini nella lista del club, sposato pure lui. «La cosa bella è questo incontro è il primo e l’ultimo, così si evita il pericolo di una delusione di un possibile rapporto prolungato - spiega invece Margarita al quotidiano Moskovski Komsomoliets, che ha messo in prima pagina la storia del club e delle sue donne disilluse ma non ciniche -. Non bisogna fidarsi una dell’altro. È l’unica difesa contro il tradimento istituzionale degli uomini. Il nostro obiettivo non è distruggere la famiglia. Una volta all’anno mi basta». Tutti gli altri giorni, precisa, «sono una moglie ideale, dolce e comprensiva».
Nel giro di quattro anni il club, da piccola carboneria, ha assunto però quasi dimensioni industriali.
Quest’anno c’è stato un vero boom di richieste. Forse è il clima quasi primaverile, con ben due gradi sopra lo zero e poche nubi. O forse è la crisi economica. «È meglio divertirsi con un regalo che non costa un solo copeco - conferma Valya, una neofita del club -. Né a noi stesse né ai nostri mariti». Un festa tradizionale costerebbe certo molto di più. In Russia l’otto marzo è una sorta di San Valentino all’ennesima potenza. Non si lavora, anche se cade di domenica si fa un ponte di due o tre giorni, la macchina consumistica dei regalini, regaloni, viaggetti romantici, weekend sotto l’ultima neve gira a pieno regime. Le istituzioni si sprecano nell’esaltazione del genio femminile, tutti gli uffici sono ricolmi di fiori, a casa gli uomini lavano i piatti almeno per una volta. «Ma alla fine il mio finisce sotto il tavolo ubriaco - continua Valya -.
E il giorno dopo non è già più l’otto marzo e la montagna di vettovaglie la devo lavare io. Meglio dirgli che vado a teatro con le amiche. Lui è contento che non deve portarmi fuori. E io per una volta sperimento l’estasi del tradimento». Effimera ma fonte di equilibrio matrimoniale, a sentire le donne del Club dell’otto marzo.
da lastampa.it |
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