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| Sky sul digitale terrestre, ok dall'Ue |
Il Biscione: ci appelleremo alla Corte di Giustizia europea
Sky sul digitale terrestre, ok dall'Ue
Mediaset fa ricorso: «Sconcertati»
Sì «condizionato»: le frequenze dovranno essere usate per trasmettere in chiaro almeno per cinque anni
BRUXELLES - Sull'ingresso anticipato di Sky sul digitale terrestre c'è il via libera della Commissione. Bruxelles ha dato infatti un ok «condizionato», permettendo quindi a Sky di partecipare alla prossima gara per l'assegnazione delle frequenze del digitale. Una decisione contro la quale si è immediatamente espressa Mediaset, dicendosi «assolutamente sconcertata» della decisione e annunciando ricorso alla Corte di Giustizia Europea.
«CINQUE ANNI IN CHIARO» - Il via libera, ha spiegato il portavoce della Commissione Jonathan Todd, è stato dato alla luce delle «mutate condizioni di mercato» e a condizione che «le frequenze eventualmente ottenute da Sky siano utilizzate per trasmettere in chiaro», cioè senza offrire servizi a pagamento almeno per cinque anni. La Commissione europea, ha detto un portavoce di Bruxelles rispondendo a una domanda sulle condizioni della gara, «continuerà a controllare che quanto viene fatto sia pienamente compatibile con le norme europee».
COMMISSIONE SPACCATA - Sul via libera allo sbarco di Sky sul digitale terrestre la Commissione europea si è spaccata nel corso di un vivace dibattito durato oltre 40 minuti. Secondo quanto appreso dall'Ansa, contro la proposta del commissario per la concorrenza Joaquin Almunia si sono espressi, oltre al vicepresidente Antonio Tajani, il maltese John Dalli (politiche per i consumatori), il francese Michel Barnier (mercato unico) e la greca Maria Damanaki (pesca). In favore dell'ingresso di Sky sul Dtt sono invece intervenute l'olandese, Neelie Kroes (agenda digitale) e la lussemburghese Viviane Reding (giustizia e diritti umani). Alla fine del dibattito, la proposta di Alminia è stata comunque adottata per consenso - da quando è guidata da Josè Manuel Barroso la Commissione non è mai arrivata alla conta dei voti - ma alcuni commissari hanno chiesto la messa a verbale della loro posizione contraria. (Fonte Ansa)
20 luglio 2010 http://www.corriere.it/economia/10_luglio_20/sky-ok-ue-sbarco-digitale-terrestre_72574d4c-93eb-11df-8c86-00144f02aabe.shtml
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| Intellettuali alla Camus |
Intellettuali alla Camus
di Eugenio Scalfari
A proposito di quelli organici (ai partiti) e disorganici (senza partiti). La bipartizione che ne fa Eco mi spaventa. I disorganici veri sono quelli che si oppongono al luogo comune
(15 luglio 2010)
Dopo trent'anni di silenzio riprende le pubblicazioni di "Alfabeta" (la testata è la stessa di allora con l'aggiunta del numero 2) e Umberto Eco ne accompagna la nuova edizione con un ampio articolo sugli intellettuali. Quelli organici (ai partiti) e quelli disorganici (senza partiti con i quali identificarsi e quindi liberi di pensare, dire e scrivere tutto ciò che gli passa per la mente). L'articolo è molto gustoso, in certi punti addirittura sapido; quello è lo stile di Umberto quando si appassiona ad un argomento.
Organici e disorganici: questa bipartizione, dico la verità, mi ha un po' disorientato e un po' anche spaventato. Una società culturale nella quale tutti o la maggior parte degli intellettuali siano un'appendice di partiti politici, nutrendosi della loro ideologia e traducendola in opere letterarie ideologicamente orientate, sarebbe terribilmente conformistica. In parte lo è stata, almeno dal '45 al '56, con una dominanza culturale del Partito comunista non solo nella letteratura ma anche nelle arti. Non fu un bello spettacolo, anche se quel tipo di conformismo degli intellettuali "compagni di viaggio" è stato fin troppo mitizzato al di là di quanto effettivamente sia avvenuto. Molti di quei "compagni di viaggio" infatti non si limitavano ad una militanza culturale passiva ma incisero robustamente a modificare l'ideologia cui aderivano ed a farne cosa diversa da come sarebbe stata senza la loro presenza. Aggiungo che alcuni di loro fecero parte del gruppo dirigente del partito ed assunsero responsabilità politiche dirette. Ne nomino alcuni: Tortorella, Macaluso, Alicata. Ma potrei aggiungere che anche Natta, segretario del Pci dopo la scomparsa di Berlinguer, fu innanzitutto un intellettuale e poi un uomo politico. Quanto a Togliatti, fu un uomo politico ma anche un uomo di cultura e così lo furono Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Alfredo Reichlin.
Un partito della classe operaia guidato da intellettuali: questo fu il Pci e proprio per questo bifronte, complesso e ambiguo, ma certo gli intellettuali non furono lì a far da comparse. Pensate ad Argan o ad Asor Rosa o a Tronti. Intellettuali organici al partito o un partito organicamente intellettuale, nel bene e nel male? Contate almeno fino a dieci prima di rispondere. Ora sarebbe cominciata una fase culturale nuova nella quale i partiti sono diventati irrilevanti e incapaci di metabolizzare e tantomeno di egemonizzare una cultura. Per conseguenza gli intellettuali che vivono in questo arco di tempo sarebbero disorganici, cioè finalmente liberi di dare i loro giudizi, di esprimersi su qualunque argomento senza più remore di partito. Un passo avanti? Un vento fresco di libertà? O invece una torre di Babele dove ognuno parla un proprio linguaggio incomprensibile agli altri e si effonde in lunghi monologhi in presenza di altrettanti monologanti?
Una società culturale di questa fatta mi fa paura. La Babele mi spaventa, non è un mito che esprima un'eccellenza di libertà ma al contrario esprime la spettrale situazione di incomunicabilità, di affollata solitudine, di generale impotenza. Insomma il massimo della barbarie. Se per intellettuali disorganici si intendesse questo, non c'è che cambiare paese.
Non credo però che si intenda questo, o almeno lo spero. Credo che si voglia rivalutare il pensiero difforme dal pensiero dominante. Non a caso il prototipo scelto dai "disorganici" è Camus. Ma ne possiamo nominare molti altri, di altre epoche ma con analoghi connotati culturali. Per esempio Giordano Bruno. Per esempio Chateaubriand, o Foscolo. Jonathan Swift. Cyrano de Bergerac. Ce n'è quanti ne volete, ma non rappresentano un'epoca bensì dei temperamenti. Alcuni "disorganici" sono stati animati da una tale forza di volontà da saper creare una realtà a loro immagine e somiglianza. Gramsci, tanto per fare un esempio, fu in origine un disorganico ma creò un Partito comunista ben diverso da quello che in prima battuta era stato creato da Bordiga. Tante altre cose potrebbero esser dette e raccontate su organici e disorganici. A guardar bene i disorganici veri sono quelli che si oppongono al luogo comune e creano al suo posto un nuovo senso della realtà. Il disorganico cioè è un creativo e crea un nuovo canone con il quale aggrega uno stuolo di organici. La storia delle idee e della cultura, cioè la storia con la lettera maiuscola, si è sempre svolta in questo modo ed è questo il suo valore e il suo fascino.
© Riproduzione riservata http://espresso.repubblica.it/dettaglio/intellettuali-alla-camus/2130886/18 |
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| Viva i taglia se riguardano altri... |
Manovra, quelli che «viva i tagli». Ma solo se riguardano gli altri
di Mario Ajello
ROMA (6 giugno) - La parola che descrive perfettamente l’italianità è inglese: Nimby. Ovvero, not in my backyard. Tradizione letterale: non nel mio giardino. Traduzione politico-casereccia: i sacrifici servono, sono etici, sono necessari, sono sacrosanti, ma.... Li facciano gli altri! E i tagli? Sono «equi» se riguardano il mio vicino, sono «macelleria sociale» - o addirittura una vendetta «anti-costituzionale» o un sopruso discriminatorio e punitivo, come denunciano in queste ore i magistrati - se osano sfiorare il mio status, le mie tasche, le mie prerogative. Talvolta di casta.
La manovra avrà anche i suoi difetti, ma sta avendo il merito di mettere a nudo l’Italia del ”particulare” - come lo chiamava Guicciardini - e del tribalismo professionale di tutti contro tutti che ritrovano l’unità solo quando si tratta di biasimare Sprecopoli e subito tornano a dividersi nel momento in cui a quegli sprechi va posto rimedio. Ma not in my backyard. Dai magistrati ai medici, dagli agricoltori ai top manager, dai teatranti agli statali, dai parlamentari ai politici locali, fino ai poliziotti, non c’è nessuno che non dica: «Vogliamo fare la nostra parte in un momento così difficile». E poi? «Facciano pagare ai ricchi le tasse sui loro yacht, e non chiedano sacrifici ai magistrati», propone il leader dell’Anm, Cascini. Scioperano e vanno in piazza gli statali, anche se dal 2002 a oggi il costo dei dipendenti pubblici - secondo la Corte dei Conti - è cresciuto da 137 a 170 miliardi di euro all’anno, pari all’11 per cento del Pil. E le retribuzioni sono così risultate in aumento quasi il doppio dell’inflazione (il 35 per cento il 17) e molto più degli stipendi del settore privato, il cui incremento s’è fermato al 20 per cento.
Intanto i parlamentari, cui verrà tolto (forse) il dieci per cento dello stipendio e comunque dalla prossima legislatura, si sentono discriminati rispetto ai ministri e vorrebbero da questi un sacrificio superiore a quello loro (e non dal 2011 ma da subito) che arrivi fino al 50 per cento di decurtazione della paga. I consiglieri comunali stanno facendo lobbing in Parlamento e c’è chi denuncia, per esempio il senatore De Lillo (Pdl), che «sarebbe opportuno prevedere un taglio dei super-stipendi dei contratti Rai» piuttosto che «togliere il gettone di presenza ai consiglieri comunali».
Ci sono dei sindaci - quello di San Casciano Val di Pesa seguito da tanti altri - che in segno di «morte civile» seppelliscono il bilancio comunale, cementandolo in un ponte o sotterrandolo nei pressi di una strada in costruzione che non sarà mai ultimata perchè «non avremo più un euro in cassa». In più recriminano perchè le Province si sono, per ora, salvate dalla scure tremontiana (e dal buon senso di abolirle tutte e subito: si risparmierebbero 14 miliardi che equivalgono a più della metà del costo della manovra), mentre loro devono dare sangue e piangere lacrime e ciò ovviamente è un «torto», un «sopruso», un grave simbolo d’«ingiustizia». «E io pago....», direbbe Totò. «Ben altri sono gli sprechi.....»: è invece, adesso, il grido «benaltrista» degli affetti dalla sindrome di Nimby.
I più discreti sembrano essere i falsi invalidi. Per le pensioni d’invalidità, la spesa dello Stato è cresciuta negli ultimi otto anni da 8 a 16 miliardi di euro. I falsi invalidi più che difendersi in maniera corporativa dall’«accanimento» ai propri danni - che consiste nell’aumento di controlli previsto dalla manovra - stanno più attenti, individualmente, a non farsi scoprire. Come è accaduto nel caso di quel muto che ritrova la favella soltanto quando un ispettore sanitario gli piomba all’improvviso in casa e lo sente litigare con la moglie. «Dotto’, è che sono appena tornato da Lourdes e la mia bocca è stata miracolata...», si giustifica il furbone. Non c’è falso invalido che non consideri veramente falso un invalido che non sia lui. E non c’è quasi politico nazionale che non consideri un «attentato alla democrazia» il taglio dei rimborsi elettorali ai partiti, che già doveva essere del 50 per cento, poi è diventato del 25 e ancora e sempre più è in discesa.
Lotta dura senza paura è, per esempio, quella contro la soppressione dell’Eti. Politici (di destra e di sinistra) e teatranti protestano per il taglio al personale, anche se l’ente riceve undici milioni di euro dal ministero della cultura e ne spende 9,8 per gli impiegati. E per il Grande Risanamento Nazionale «ci vuole ben altro taglio», basta che non li riguardi, secondo gli anestesisti e i camici bianchi d’ogni ordine, grado e specializzazione, i produttori di farmaci, gli albergatori, i dipendenti di Palazzo Chigi, i conducenti delle autoblù, i dirigenti ministeriali (anche se dovranno rinunciare solo al 2,2 per cento dello stipendio, mentre a dirigenti scolastici e bidelli verrà decurtato fra l’11 e il 15 per cento del salario annuo), i titolari di enti inutili (le casse pubbliche sborsano 13mila euro per l’Associazione italiana combattenti interalleati, 5mila euro all’Associazione nazionale del fante, 126mila euro al comitato per il bicentenario della morte di Cesarotti....) e i presidenti regionali. I quali lanciano, da Nord a Sud, un grido di dolore bipartisan: «A ben guardare - tuona Errani, governatore dell’Emilia Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni - il taglio sulle regioni pesa il 60 per cento». Anche in questo caso, «ci vorrebbe ben altro....». Per esempio ammettere che nessuno demonizza i tagli in sè, ma soltanto i tagli in me.
© RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=29881&sez=HOME_ECONOMIA&npl=&desc_sez= |
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| Noi a Firenze facciamo così |
«Noi a Firenze facciamo così».
La sfida di Renzi sul suo blog
Mi hanno chiesto di scrivere un testo per “L’Ambasciata teatrale” , sulla falsariga di un celeberrimo discorso del passato. Graditi, commenti, critiche e integrazioni a sindaco@comune.fi.it
Noi a Firenze facciamo così Noi a Firenze pensiamo che la politica sia una sfida e non un problema, un sogno e non un incubo, un servizio e non un carrierificio. Noi a Firenze facciamo così. Noi a Firenze pensiamo che la felicità non venga dal successo ma che l’unico successo sia essere veramente felici. E poniamo il nostro onore nel meritare la fiducia di chi ci vuole bene.
Noi a Firenze facciamo così. Noi a Firenze pensiamo che i medici debbano curare le persone, non denunciarle. E crediamo che l’altro sia una miniera di suggestioni, non un coacervo di ossessioni. E vogliamo vivere a viso aperto, non asserragliati nelle paure. Noi a Firenze facciamo così.
Noi a Firenze pensiamo che i musei e le biblioteche debbano stare aperti fino a mezzanotte e offrire un’alternativa alla prima, alla seconda e anche alla terza serata televisiva. Pensiamo che sia commovente far declamare Dante da mille persone in mezzo alla strada, nei vicoli, negli angoli bui della nostra quotidianità. E pensiamo che la musica educhi il cuore al bello: e quando possiamo apriamo i nostri teatri e mettiamo i maxischermi col Maggio Musicale nelle nostre piazze. Noi a Firenze facciamo così
Noi a Firenze facciamo così. Noi a Firenze pensiamo che una piazza di mestiere debba fare la piazza, non l’incrocio autostradale per cui dove possiamo pedonalizziamo, senza indugio. E quando c’è da decidere si decide: non si fa una commissione per decidere fino a quando si rinvia la decisione. E vogliamo che ogni cittadino abbia una piazza, un parco, un giardino a meno di dieci minuti a piedi da casa: perché l’urbanistica si fa occupandosi degli spazi da tenere vuoti, non solo degli spazi da riempire, di cemento e di banalità. Noi a Firenze facciamo così.
Noi a Firenze vogliamo vincere, altro che partecipare. Ma sappiamo da molto tempo, per esperienza diretta, che è meglio secondi che ladri… Noi a Firenze facciamo così. Noi a Firenze facciamo così. Noi a Firenze dobbiamo tutto alle donne. È per l’intelligenza di una donna che è stato salvato il cuore della città. E’ per la nostalgia di due donne che c’è molta Firenze a Parigi. È per gli occhi di una donna che è stato scritto il più grande capolavoro della letteratura mondiale. Noi a Firenze combattiamo la mercificazione della donna, la sua umiliazione, la costrizione a ruolo di portatrice sana di lato B che tanta parte del mondo (anche politico) di oggi vorrebbe. Noi a Firenze facciamo così.
Noi a Firenze facciamo così. Ci piace il Palazzo Vecchio, ma vogliamo le facce nuove. E pensiamo che il ricambio generazionale non sia un tema da convegni, ma una possibilità da osare, una risorsa da usare. E pensiamo che chi fa politica debba rischiare, senza avarizia, mettendosi in gioco fino in fondo. Noi a Firenze facciamo così.
Noi a Firenze facciamo così. Quando c’è un grande architetto gli facciamo fare la Cupola del Duomo, ma anche il Salone degli Innocenti: il luogo di Dio, ma anche il luogo degli ultimi. Perché noi a Firenze pensiamo che si può essere solidi solo se si è solidali. E che si può custodire la bellezza solo se si è capaci di regalarla. Noi a Firenze facciamo così…
05 giugno 2010 http://www.unita.it/news/italia/99622/noi_a_firrenze... |
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| Il ministro che attira i buuuu... |
«Il Maxxi è merito di Berlusconi»
Fischi e buuu per Bondi a Roma ROMA (27 maggio) - «Voglio rivendicare all'attuale Governo, al premier Silvio Berlusconi e al ministro Matteoli il merito di aver portato a compimento il Maxxi». E' stato questo l'esordio del ministro dei beni culturali Sandro Bondi all'inaugurazione del museo Maxxi a Roma. Dopo aver ascoltato queste parole, il pubblico presente, composto da artisti, curatori, stampa italiana e internazionale ha iniziato a fischiare a fare «buuu» di disapprovazione.
La voce di Bondi è stata subito sovrastata dalle proteste, dai fischi e dai buuh scanditi da più parti della sala. Il ministro ha alzato lo sguardo sul pubblico e non si è fermato: «Allo stesso tempo intendo riconoscere il ruolo essenziale di tutti i governi precedenti: Veltroni, Melandri, Urbani, Buttiglione, Rutelli». A questo punto i fischi hanno lasciato il posto agli applausi: «Questa seconda cosa l'avrei detta comunque. Se mi aveste lasciato finire di parlare avreste evitato questa figuraccia».
Poi il ministro ha rivendicato la libertà del suo ruolo: «Credo in una cultura libera dalle ideologie. Non sono un uomo di potere io. Credo nelle idee e nella cultura. Ho delle idee e le rivendico anche nel campo dell'arte, della letteratura e del cinema. Lo ritengo giusto e legittimo nel massimo rispetto degli artisti e degli uomini di cultura». Bondi ha inoltre parlato del rapporto tra politica e arte: «I tempi in cui i politici sapevano interloquire alla pari con gli artisti era il segno che la politica era attenta alla cultura. Io rivendico le mie idee e rispetto gli artisti. Questo è quello che sto facendo».
Quanto al Maxxi il ministro ha concluso: «E' una grande testimonianza dell'architettura della nostra epoca. Un centro di attrazione per la cultura e per il mondo, di cui possiamo essere molto soddisfatti. Vorrei che diventasse il luogo in cui tutte le espressioni dell'arte potessero trovare posto, nel dialogo».
Il Maxxi ha aperto ufficialmente. Oltre quattrocento i giornalisti accreditati per l'inaugurazione. Con le sue prime quattro mostre e le diverse installazioni, il futuribile museo progettato dall'architetto Zaha Hadid ha messo in evidenza il colossale scheletro di Gino De Dominicis. Quel "Calamita cosmica" (1988) che il critico Achille Bonito Oliva, curatore della sezione nel museo ha definito una «prua verso il futuro». Lo scheletro di De Dominicis è stato adagiato sotto il grande portico in cemento.
Circondata dalla security, protetta come una star, Zaha Hadid è arrivata all'ultimo momento, tutta in nero. «Queen of Today» come l'ha chiamata amichevolmente il presidente del Maxxi Pio Baldi, ha detto: «Quest'opera è simbolica per me, è giunta a cavallo in un periodo di lavoro e un altro, dall'astrattismo allo studio di spazi fluidi. Se ripenso alla prima volta che sono venuta a Roma da bambina negli anni '60, tutto mi sarei aspettata fuochè questo. Ho ancora quella foto di me ragazzina di dieci anni in posa alla fontana di Trevi. Roma mi rimase nel cuore come Napoli e Pompei».
Poi ha ringraziato Bondi e i precedenti ministri: «E sì che ve ne sono stati molti. Ad ogni nuovo governo venivo a Roma per incontrare i ministri con un patema d'animo. Era sempre per fortuna un timore ingiustificato perchè incontravo interlocutori, tra gli altri Giovanna Melandri e Vittorio Sgarbi, che hanno dato un sostegno entusiasta al museo».
Poi si è rivolta a Pio Baldi che ha chiamato per nome: «Pio sei rimasto sempre fedele al progetto a partire dalla tua presenza in giuria. Sei un uomo cauto e questo rapporto ha funzionato». La Hadid poi ha passato in rassegna le fasi progettuali del Maxxi: «La prima decisione era se mantenere gli edifici preesistenti, ma è stato deciso di dedicare un nuovo spazio all'arte che avesse una sua identità, e contestualizzarlo nel discorso dell'urbanistica romana, della tradizione di Roma che è fatta di luci e stratificazioni. Il mio edificio è infatti un lavoro stratificato e illuminato da luce naturale. Ma ricordo a Pio che questo è un progetto ancora incompiuto». Nei ringraziamenti in fine, ha citato anche «Roma e i romani per la loro generosità».
«Quella di Zaha Hadid è una battuta legittima, è vero il progetto iniziale era più grande - ha detto il direttore del Maxxi Pio Baldi - questo che vediamo oggi è solo il 65 per cento del progetto. Ci siamo fermati perchè l'impresa diventava irrealizzabile economicamente. Ci siamo concentrati su questa parte che è quella che può funzionare da sola. Anche se dico sempre a Zaha: speriamo di completarlo. Tutto dipende da condizioni economiche e politiche. A ottobre sarà tutto completato il vecchio padiglione espositivo, che avrà il ristorante, un grande bookshop, la caffetteria e la biblioteca».
Per concludere, Baldi ha commentato la curiosità che serpeggia in queste ore se Zaha Hadid e Odile Decq si incontreranno: «Zaha e Odile sono due grandi architetti ma Zaha ha una levatura internazionale diversa, ha vinto il Premio Pritzker e il premio Imperiale. Time l'ha inserita fra le cento persone più influenti del mondo, come pensatore e non come architetto. Vorrà dire qualcosa». © RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=103807&sez=HOME_SPETTACOLO |
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| Walter Tobagi assassinato. |
30 anni dopo
L’eredità di Tobagi un valore da custodire
Walter Tobagi assassinato.
La lezione del cronista che capì i nuovi barbari
Quel 28 maggio di trent’anni fa, era un mercoledì, pioveva e faceva ancora freddo. La primavera a Milano era stata inclemente e l’emergenza del terrorismo, che vivevamo con angoscia quotidiana, sembrava essersi trasformata persino in un cupo fenomeno atmosferico.
Il cielo color piombo, come i troppi anni di soffocante assedio della violenza e del terrore. La mattina, nello stanzone a pian terreno della cronaca di Milano, scorreva regolare nei suoi riti: il caffè, la riunione, le chiacchiere sciolte. Eravamo in due o tre, non di più. Allora i giornali si facevano soprattutto di sera e di notte, le redazioni si animavano verso le cinque del pomeriggio, il ticchettio assordante delle macchine per scrivere (oggi non lo sopporteremmo) si scatenava verso le sette, le otto. Non passava giorno, in quegli anni, che non venisse ucciso o gambizzato (brutto neologismo dell’epoca) qualcuno. E anche noi giornalisti avevamo la netta sensazione di poter essere, come lo eravamo già stati, nel mirino dei terroristi. C’era chi, esagerando come spesso ci accade, si era comprato un’arma, così per sentirsi più sicuro; chi uscendo di casa cambiava ogni giorno percorso; chi confessava di continuare a guardarsi le spalle. Fabio Mantica, vice capocronista, un maestro della cronaca, alzò il pesante telefono di bachelite nera. Il suo viso si fece all’improvviso scuro e una smorfia gli disegnò il volto già scavato dagli anni. Era un uomo di poche parole, Mantica, ma di rara umanità. Scattò verso l’uscio e salì di corsa in direzione al primo piano. Walter Tobagi era già stato ucciso, ma noi non lo sapevamo ancora. Non c’erano telefonini, siti online, non c’era twitter, solo quei pesanti telefoni fissi, insopportabili in duplex, che restarono ammutoliti per interminabili secondi, durante i quali i nostri sguardi di cronisti si incrociarono nel tentare di capire che cosa fosse accaduto. Poi cominciarono a squillare tutti insieme. Un inferno. Mantica scese in lacrime quando noi avevamo già capito e ci sentivamo sperduti e paralizzati dal dolore. Si appoggiò allo stipite della porta principale dello stanzone, quasi lasciandosi andare. «Ma forse non è morto », disse un collega. «No, nulla da fare, Walter è morto».
Uscimmo tutti di corsa, saltammo in fretta sulle macchine posteggiate più vicino e ci precipitammo sul luogo dell’agguato. Lungo il tragitto, lo ricordo perfettamente, eravamo in tre, nessuno di noi parlò. Appena arrivati, vedemmo una scena alla quale eravamo largamente abituati e che ormai non ci faceva più il minimo effetto: le pantere della polizia e le gazzelle dei carabinieri, come si diceva allora, le ambulanze, la concitazione, le urla, il disordine assoluto. La gente era assiepata, tenuta a bada con fatica e come prigioniera di un senso generale d’impotenza e di sconforto. Le parole spezzate, gli sguardi fissi. Ma c’era chi girava il capo e proseguiva allungando il passo, cercando di dimenticare tutto in fretta. Come se la battaglia contro il terrorismo fosse stata ormai persa, definitivamente, e si dovesse per forza convivere con il terrorismo omicida. Levando lo sguardo: una sorta di omertà. In altre occasioni un pensiero del genere non mi era venuto in mente, non ci avevo fatto caso. Quella volta sì perché sotto il lenzuolo sporco di sangue e intriso di pioggia c’era uno di noi, un collega, un amico. Il velo di cinismo che accompagna il lavoro del cronista, e ne fa un testimone utile proprio perché non sopraffatto dall’emotività, aveva lasciato il posto al dolore e alla rabbia, a un senso opprimente di ingiustizia.
Mi vergognavo di non averlo provato altre volte, quel sentimento. Ho riletto l’articolo di Fabio Felicetti, pubblicato il giorno dopo l’agguato in prima pagina sul «Corriere». Un pezzo di rara tenerezza espressiva e nello stesso tempo asciutto e privo di retorica, quasi distaccato: descriveva quel corpo sbattuto sull’asfalto davanti al ristorante «Dai gemelli», come se lo dovesse toccare, sorreggere, quasi rianimare: la penna schizzata via dal taschino, l’ombrello caduto, la mano che sembrava ancora muoversi. Non dimenticherò di quelle ore convulse il pianto del direttore, Franco Di Bella, il dolore composto del suo vice Gaspare Barbiellini Amidei, il questore Sciaraffia che tentava di consolarli entrambi, la faccia impietrita di Angelo Rizzoli. Ma soprattutto gli sguardi smarriti dei tanti colleghi che erano accorsi lì, in via Salaino, una via sconosciuta, laterale, che poi per molti anni nessuno di noi avrebbe avuto più il coraggio di percorrere. Il direttore Di Bella era uomo duro, schietto, ma di straordinaria carica umana: sembrava aver perduto ogni forza. E ogni speranza. Come noi. Al funerale di Walter gridò la sua rabbia contro uno Stato che non sapeva difendere un suo cittadino. Ancora una volta, come tante volte. Eppure, non lo sapevamo e nessuno di noi lo immaginava, la lotta contro il terrorismo stava per essere vinta grazie ai tanti semi gettati con coraggio in una società provata e disillusa. Molti di quei semi erano nelle parole e negli articoli di Walter, come nei gesti e nell’opera silenziosa di tanti servitori dello Stato.
Il tempo, quel mercoledì, si era fermato all’improvviso. L’arrivo del padre di Walter, il suo urlo («Figlio mio») e il suo amorevole tentativo di nascondere alla nuora Stella la vista del corpo di Walter, ancora schiacciato contro il marciapiede: scene rimaste scolpite per sempre nella mia mente. La rappresentazione del dolore più profondo. Il calvario senza resurrezione. Ma l’immagine che mi è sembrata rappresentare di più la tragedia è quella di Walter ancora vivo, un po’ stanco, ma come sempre arguto e intelligente, la sera prima, al Circolo della Stampa di Milano a un dibattito sull’informazione e sul terrorismo. «È vero, c’è un imbarbarimento della società italiana che tocca tutti, ma sappiamo come nasce, e non possiamo meravigliarci ogni volta che ne scopriamo gli effetti... dobbiamo impedire che si propaghi». Walter parlava, citando Mario Borsa, direttore del «Corriere» nell’immediato dopoguerra, della libertà di stampa e della necessità che il pluralismo fosse garantito dalla corretta e aperta concorrenza fra gruppi editoriali. E aggiungeva: «Non è assolutamente sano in un Paese democratico che la politica si faccia nei palazzi di giustizia». Sono passati trent’anni, tutto è cambiato, ma le parole di Walter conservano una straordinaria attualità. La sua eredità morale e culturale rimane integra e viva. Intatta la testimonianza professionale di un cronista libero; fecondo il lascito di un pensatore riformista; profonda la scia di un cattolico impegnato nella società, desideroso di comprenderne le trasformazioni e di segnalarne con onestà e precisione le anomalie, i germi della violenza e del terrorismo.
Quella mattina, prima di sapere che era stato ucciso, una voce parlava di un portavalori ammazzato. Dopotutto, l’informazione non era errata, Walter è stato ed è il nostro portavalori. E che valori! A noi il compito arduo di custodirli senza retorica e amnesie.
di Ferruccio De Bortoli
25 maggio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.corriere.it/cultura/10_maggio_25/eredita_tobagi_5815c38c-67bd-11df-b83f-00144f02aabe.shtml |
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| Bondi c'è, o ci fa'? |
SU "a"
Lei gli fa la valigia. E lui? La guarda
Sandro Bondi e Manuela Repetti raccontano perché sono “di sinistra”, come mai lei odia le poesie, perché quelli di An ora stanno con Berlusconi
«C'è stato un istante perfetto nel quale Manuela, con uno sguardo, mi ha fatto capire che qualcosa tra noi era scattato. Purtroppo non me lo ricordo». Il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi fa istintivamente venire in mente una scritta un po’ blasfema tracciata su un muro di Roma, che recitava “Dio c’è, o ci fa”. Bondi un po’ è come appare, un po’ si prende in giro, molto prende in giro. Amabilmente. La sua compagna, Manuela Repetti, parlamentare Pdl e piglio pratico di chi ha avuto un figlio a 17 anni, quando gli altri al massimo si preoccupano del compito di latino, lo sente parlare e sgrana gli occhi, li alza al cielo, si copre la bocca con una mano, poi gli dà un pizzico, quindi una carezza, mugola e ogni tanto sbotta: “Sandro, mmmhm. Sssssh». Ma non c’è verso. Oggi il ministro è in vena. Come direbbe Marzullo: “Sempre sottovoce, un modo per capire, per capirsi, quando un nuovo giorno è appena iniziato”. Basta sostituire “nuovo giorno”, con “fase politica” e tutto torna.
Sandro Bondi e Manuela Repetti Sandro Bondi e Manuela Repetti Il ministro con la sua compagna nella casa di Novi Ligure
Ma partiamo dall’inizio. È il 25 aprile e siamo a casa dell’onorevole Manuela Repetti, a Novi ligure. È una villetta come ce ne sono mille, con il giardino curato, i divani non di design, e per questo comodi, i ninnoli sulle mensole ben spolverate. In lontananza i capannoni della zona industriale e la sagoma del motel che dà riparo alle coppie clandestine della provincia. Sandro Bondi e la sua compagna ci accolgono in salotto, e a controllare la situazione non c’è la Digos, ma la cagnetta Grisbì, che questa estate ha goduto di un po’ di celebrità perché il ministro l’aveva fatta salire clandestinamente sul Frecciarossa. «Caro mio. L’opposizione ha strumentalizzato la vicenda. Non sapevo fosse vietato. A bordo ho incontrato una collega dei radicali. Abbiamo parlato di animali, ha accarezzato Grisbì. Poi appena ha potuto ha fatto un’interrogazione perché avevo ricevuto un trattamento preferenziale».
Diciamo che quella onorevole ora è fuori dal cerchio dell'amore. (Ride) «Non è la sola». Possiamo dire che anche Fini è fuori? Sandro Bondi: «Eh, lo si può dire. Mesi di critiche, e adesso quel dicorso. Le elezioni non sono da escludere». Manuela Repetti: «Quel giorno eravamo tutti basiti. Ha fatto un discorso senza contenuti». Forse non è d’accordo con le riforme... M.R.: «Era d’accordo col semipresidenzialismo. Dica allora che vuole il semipresidenzialismo solo se è lui il presidente». Magari deve ancora digerire la svolta del predellino. Qualcuno all’epoca l’aveva avvertito, anche solo con un sms? S.B.: «No». M.R.: «Ma Sandro...». S.B.: «Che c’è di male, è la verità». M.R.: «Vabbé, te lo spiego dopo con calma». S.B.: «In ogni caso Fini, prima della fusione, era pronto a fare liste comuni con Casini, Si erano incontrati a casa di Adornato. Poi ha visto i sondaggi ed è antrato nel Pdl». Ma farete pace con Fini? S.B.: «In tv gli ho teso la mano e lui me l’ha sbranata. Ha detto che ero stato comunista. Che faccia tosta, con il passato che si ritrova. È il 25 aprile e mi sembra l’occasione per ricordarlo: in Italia i comunisti hanno cacciato i fascisti. Meglio rossi che neri. Voglio anche ricordare i partigiani, dopo gli indecenti manifesti della provincia di Salerno, che celebrano la liberazione senza citarli». Volendo spaccare il capello in quattro, anche lo spot della presidenza del Consiglio per il premio intitolato a Giacomo Matteotti non fa cenno al fascismo. S.B.: «Miserie, faziosità». Ministro, sembra di stare in un centro sociale. S.B.: «Io sono di sinistra. Vorrei un partito come quello di Gordon Brown». M.R.: «Scusi, ma lei pensa che io sia di destra? Anche io sono progressista. È patetico, ma quando hanno eletto Obama io ho pianto per la commozione». E il presidente Berlusconi? S.B.: «Umanamente è di sinistra. Simpatico, umile, ospitale. Fini invece...». Invece? S.B.: «Eh. Lui è autoritario. Perché tanti di An ora sono passati dalla nostra parte? Da noi si respira un’altra aria. Fini invece è un duro. Chiese, e ottenne, la testa di Tremonti. Ha abbandonato il suo portavoce, Sottile. Berlusconi non l’avrebbe mai fatto». Insomma, poco amore... E Bersani? S.B.: «Ottima persona. Non un leader, ma un politico equilibrato, onesto, pratico». E Vendola? S.B.: «Vendola mi ha deluso. Gli ho fatto i complimenti per la vittoria. Prima mi ringrazia, poi dice alla stampa che se io ero un poeta, Fede era un giornalista. Ha definito le mie poesie terribili. Brutte lo avrei accettato. Ma “terribili”... ci sono rimasto così male».
Ecco, è arrivato il momento. Manuela alza gli occhi al cielo si tappa la bocca con una mano, poi sbotta. M.R.: «Ma che significa. Può essere un bravissimo governatore e odiare i tuoi versi». S.B.: «Forse li può odiare, ma non sono così terribili». Quello delle poesie deve essere un tasto delicato. Forse Manuela non è severa come Niki Vendola, però... M.R.: «Ne ha scritte troppe, a comando, tutte uguali. Adesso lo prendono in giro. Io dicevo: Sandro, non esagerare. Ma lui niente». Ministro, la poesia che ha scritto per Rosa Bossi, la madre del premier, si conclude con il verso “madre di Dio”. Manuela caccia un urlo acuto: «Hiiiii». Bondi sorride e fa fluttuare la mano a mezz’aria: «Cose che si scrivono, licenze, assonanze. Immagini di donna...». Sa che su internet c’è un generatore automatico di poesie di Sandro Bondi? S.B.: «Certo, funziona benissimo». Lo ha mai usato per quelle che ha poi pubblicato? S.B.: «Sapesse quanto ero tentato». E alla sua compagna ha mai dedicato dei versi? S.B.: «È un punto dolente...». M.R.: «Esatto, molto dolente. Se la poesia è solo un’abitudine, non mi interessa. E poi gli uomini quando corteggiano sono capaci di dire qualsiasi cosa».
Bondi ora ha l’espressione più afflitta del pianeta. Manuela inizia ridere: «Sandro, hai scritto anche belle poesie, ad esempio quella su don Milani». S.B.: «Sì, a quella ci tengo. E don Milani è ancora attuale. Oggi in Italia i ragazzi trovano lavoro per relazioni familiari, politiche. Non parliamo solo di diplomatici e professionisti. La sinistra si è scordata che un sistema meritocratico aiuterebbe soprattutto gli ultimi». Magari si potrebbe dare il buon esempio anche nella selezione della classe politica. S.B.: «Certo. Io sono per le primarie. Contro il tesseramento, perché le tessere si comprano. E poi basta con la favola del partito leggero. Ci devono essere dirigenti capaci, che controllano e sbarrano l’ingresso ai disonesti». Parlando di Cristiano Di Pietro disse: «Che un figlio di un politico faccia politica non è illegittimo, ma è disdicevole». Dopo l’elezione di Renzo Bossi, conferma? Ci risiamo. Manuela scuote la testa “Sandro, te l’avevo detto che questa frase tornava a galla». S.B.: «Magari se il figlio di un politico ha un’autentica passione... Certo, hanno tutti la strada spianata». Senta, ma lei che è così mite, come accoglie certe dichiarazioni della Lega? S.B.: «Alcune sparate sono inaccettabili, ma poi agisce con molto buon senso». Ma voi sareste per il voto agli immigrati. S.B.: «Bisogna studiare bene le regole, ma ci si dovrà arrivare». Militate nel “partito dell’amore”, però la vostra storia ha raccolto molte invidie e molte critiche. M.R.: «Ne abbiamo raccolte più del dovuto. All’inizio siamo stati trattati con cinismo. Poi, quando si è capito che facevamo sul serio, è arrivata l’invidia. Perché essere una coppia rende più forti. Una filastrocca di Gianni Rodari racconta di uno zero, snobbato da tutti i numeri, che finalmente riesce ad andare a spasso con l’uno. Vedendoli passeggiare tutti si inchinano, perché uniti fanno un dieci». Hanno anche contestato la partecipazione al Family day. S.B.: «Pura crudeltà. Io e Manuela siamo per i valori della famiglia, ma vorremmo che venissero riconosciuti dei diritti anche alle coppie di fatto, anche quelle gay. La Chiesa dovrebbe cambiare atteggiamento». Cosa intende? M.R.: «Pochi giorni fa il Presidente, nonostante fosse divorziato, ha ricevuto la comunione. Non per tutti è così. Forse Berlusconi voleva riaprire il dibattito». S.B.: «Esatto, la Chiesa dovrebbe accogliere chi affronta le sofferenze di una separazione, non allontanarlo. È un atteggiamento incomprensibile». E i gay? M.R.: «Non credo proprio che i gay vivano nel peccato». S.B.: «Lo dico da cattolico, c’è il rischio di una cesura netta tra la Chiesa e la realtà. I sacerdoti devono ascoltare le sofferenze dell’uomo moderno». Onorevole, ma come fa a litigare con questo sant’uomo? M.R.: «Non creda, il “sant’uomo” è capace di far saltare i nervi. Qualche volta facciamo tremare i muri». S.B.: «In verità rifuggo le liti». M.R.: «No, tu rifuggi dal confronto. Alzi i tacchi e te ne vai». L’ultimo scontro? M.R.: «Proprio sull’atteggiamento della Chiesa cattolica. Abbiamo le stesse idee. Io però penso che dovremmo prendere una posizione più netta... Ma insomma Sandro, c’eri anche tu. Dai, parla, non fare il furbo. Per una volta esci da questo cerchio dell’amore». Il ministro di nuovo fa fluttuare la mano a mezz’aria. S.B.: «Desolato, non mi viene in mente nulla. Un po’ come quando mi chiedono che difetti ha Berlusconi». Ma il ministro in casa l’aiuta? M.R.: «Scherza? Vive sul divano. Quando è pronto in tavola a stento arriva in cucina. Quindi, con fatica raggiunge il letto. Qualche tempo fa l’ho trovato immobile, con lo sguardo perso nel nulla, di fronte alla valigia aperta. “Non ci riesco” mi dice. Gli mostro come si piegano le maglie. Mi guarda di nuovo, e scuotendo la testa ripete “Non ci riesco”». Insieme vi divertite? S.b.: «Tanto. Ieri siamo andati a informarci per le vacanze. Probabilmente affitteremo un camper e andremo in Provenza». Ministro, allora provi a immaginare il camper di Berlusconi. S.B.: «Sarebbe immenso, e meraviglioso».
Andrea Greco
04 maggio 2010 (ultima modifica: 05 maggio 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATA http://www.corriere.it/politica/10_maggio_04/bondi-repetti-A_10501d22-5764-11df-8ce3-00144f02aabe.shtml |
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| The Economist taglia l'Italia in due: NORD e SUD |
GEOGRAFIA ECONOMICA
Il settimanale britannico The Economist 'ridisegna' l'Europa spostando i Paesi per affinità.
Per l'Italia adotta una divisione a metà, unendo il Settentrione ai Paesi più evoluti, sotto l'egida del Doge di Venezia, e abbandonando alla deriva "il Regno delle Due Sicilie, soprannominato Bordello"
di ROSARIA AMATO
"Il Nord Europa con Francia e Germania Roma e il Sud vadano con la Grecia"
ROMA - L'Italia contribuirà con 5,5 miliardi agli aiuti per la Grecia, sprofondata nel dissesto finanziario, eppure, secondo il settimanale britannico The Economist, tra i due Paesi non c'è troppa differenza dal punto di vista dei conti pubblici. Anzi, una buona metà dell'Italia, da Roma in giù, sarebbe la candidata ideale per una unione monetaria che includa la Grecia, e nessun altro Paese. La proposta, che farebbe sicuramente felice la Lega e il suo leader Bossi, fa parte di un 'pacchetto' dal titolo 'Redrawing the map' (ridisegnare la cartina geografica), una radicale risistemazione dell'Europa in base alle affinità economiche, sociali e linguistiche tra i Paesi.
La collocazione (e il giudizio) peggiore spettano proprio all'Italia, al Centro-Sud. Il Nord infatti è promosso a pieni voti, si unisce a Germania, Francia, Austria (che prende il posto della Svizzera, traslocata nell'area dei Paesi scandinavi), Slovenia e Croazia per costituire un'alleanza regionale affidata al Doge di Venezia. Il Mezzogiorno, considerato tale da Roma in giù, "si unisce alla Sicilia per formare un nuovo paese", scrive l'autorevole settimanale (ignorando che la Sicilia fa già parte del Paese, in effetti), "chiamato ufficialmente il Regno delle Due Sicilie" (che storicamente fu tutt'altro che un disaltro da un punto di vista economico e industriale, ndr), "ma soprannominato Bordello". Bordello adotterebbe dunque una moneta unica con la Grecia.
La suddivisione in effetti, al di là di un atteggiamento piuttosto sprezzante nei confronti dell'Italia, avrebbe il conforto della statistica. Qualunque analista confermerebbe il fatto che, in base agli indicatori economici, esistono due Italie, una perfettamente in regola con i parametri di Maastricht, e l'altra fanalino di coda dell'Unione Europea. Qualche esempio? Nel 2009 al Nord il Pil pro capite è stato di 30.000 euro a persona, al Centro di 28.000 euro mentre al Sud solamente di 17.000 euro. Nel 2009 il tasso di occupazione in Italia si è attestato al 57,5 per cento. Ma in Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna è al 68,5 per cento, in Lombardia al 65,8, nel Lazio al 59,4, in Sicilia al 43,5 e in Campania al 40,8 per cento.
Se dall'economia si passa ad altri riferimenti, per esempio l'uso del personale computer e di Internet, il divario si riproduce invariato. Nel 2009 (Annuario Statistico Istat) l'uso del Pc al Nord si attestava al 51,5 per cento della popolazione, al Centro al 48,8, nel Mezzogiorno crollava al 41,5 per cento. Uso di Internet: al Nord 48,3 per cento, al Centro 46,8 per cento, nel Mezzogiorno 38 per cento. Attività di volontariato: coinvolgono l'11,3 per cento dei cittadini over 14 al Nord, l'8,7 per cento al Centro e il 6,9 per cento nel Mezzogiorno. In Trentino Alto Adige si contano 9,5 sportelli bancari ogni 10.000 abitanti, in Calabria appena 2,7 (ancora Annuario Statistico Italiano 2009).
L'Economist non si limita a dividere in due l'Italia, ma ridisegna da cima a fondo la cartina europea. La Gran Bretagna abbandona il Mar del Nord per scendere fino alle Azzorre, vicino al Portogallo e alla Spagna, Paesi ai quali l'accumunano "le finanze pubbliche disastrose". Al posto della Gran Bretagna la Polonia, che merita una chance, allontanandosi finalmente dall'orbita della Russia, scrive comprensivo l'Economist. Il Belgio viene spostato vicino all'Ucraina e alla Slovacchia: condividono quelli che il settimanale britannico definisce "incomprensibili" problemi linguistici, che danno luogo anche a squilibri politici. Il posto del Belgio viene occupato dalla Repubblica Ceca, che dovrebbe filare d'amore e d'accordo con l'Olanda.
Nel Mar del Nord, accanto a Polonia e Irlanda, Estonia, Lituania e Lettonia. La Svizzera prenderebbe posto nella penisola scandinava tra la Norvegia e la Svezia: la Norvegia in particolare gradirebbe aver vicino un altro Paese non-Ue. Al suo posto andrebbe l'Austria. E così via, fino a spostare il Kosovo sulla costa e ricacciare l'Albania all'interno. In questo modo, assicura l'autore dell'articolo, "la vita in Europa diventerebbe più logica e cordiale".
© Riproduzione riservata (30 aprile 2010) da repubblica.it |
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| I corruttori vogliono star tranquilli... |
Giustizia e potere
di Luigi De Magistris
Lo «scudo» degli scudi. Immunità per la casta
Lo scudo degli scudi per l’immunità integrale dalla giustizia. Il Governo continua a lavorare al lodo Alfano costituzionale, cucito dall’avvocato Ghedini su misura del corpo giudiziario del premier, ma realizzato attraverso il braccio formale del ministro della Giustizia. Si cerca di rimediare alla solenne bocciatura d’ottobre da parte della Consulta. Il lodo Alfano attualmente in cantiere è dunque al secondo tentativo di legittimazione, ma già al primo debutto portava su di sé il peso di antiche sentenze, come quella che la Consulta aveva rivolto nel 2004 verso un altro scudo di immunità giudiziaria: quello confezionato da Schifani. Mutatis mutandis (di poco in verità), il provvedimento di Alfano si muoveva nel solco tracciato dal senatore forzista. Non a caso sono stati entrambi stroncati. La legge 124/2008 stabiliva che i processi penali verso il presidente della Repubblica, del Consiglio, della Camera e del Senato fossero sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione. La sospensione era applicata a tutti i procedimenti penali, compresi quelli in corso, anche in relazione a fatti antecedenti all’assunzione della carica o della funzione. Processo penale sospeso e sospensione dei termini di prescrizione. Questo scudo valeva per la durata della carica o funzione, senza essere reiterabile (ad eccezione di una nuova nomina durante la stessa legislatura). Per la Corte Costituzionale la norma violava comunque l’art.3 (principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge) e l’art.138 (obbligo di iter costituzionale). Purtroppo c’era fretta, come del resto oggi, di arrivare ad una impunità giudiziaria del premier prima che maturassero i frutti aspri del suo coinvolgimento giudiziario. Il parere della Corte era stato sollecitato dai pm impegnati nel processo sui diritti tv Mediaset e in quello relativo al caso Mills, che vedono imputato il premier con l’accusa di reati societari e corruzione in atti giudiziari. La questione della costituzionalità della legge, di cui si era avvalsa la difesa di Berlusconi, è così approdata alla Consulta. A niente è valsa la cena dei giudici costituzionali Mazzella e Napolitano i quali, pochi mesi prima della difficile sentenza, hanno pensato bene di incontrare Berlusconi e Alfano. Dopo la bocciatura i procedimenti sono ripresi e continuano quindi a preoccupare la maggioranza in febbrile attività per arrivare ad un’altra legge scudo a prova di Consulta. Impresa non semplice ma necessaria, soprattutto dopo l’approvazione della norma sul legittimo impedimento, concepita come “ponte” di 18 mesi per congelare la giustizia in attesa dell’immunità definitiva. Resta da capire come se la caveranno Ghedini&co, in questa sfida che rappresenta un unicum nel panorama legislativo europeo, dove non si ha notizia di simili scudi giudiziari per i membri dell’esecutivo. Ma nessun Paese europeo ha un premier con lo stesso curriculum giudiziario del nostro, che lo porta a giocarsi il tutto per tutto per diventare legibus solutus. Come i monarchi. A danno della democrazia.
18 febbraio 2010 da unita.it |
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13/2/2010
Basta volgarità sulla storia del Risorgimento GIORGIO NAPOLITANO
Pubblichiamo un estratto del discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica durante l’incontro all’Accademia dei Lincei che ieri ha aperto le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Con l’avvicinarsi del centocinquantenario si vedono emergere, tra loro strettamente connessi, giudizi sommari e pregiudizi volgari sul quel che fu nell’800 il formarsi dell’Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi, di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861. C’è chi afferma con disinvoltura che sempre fragili sono state le basi del comune sentire nazionale, pur alimentato nei secoli da profonde radici di cultura e di lingua.
E chi sostiene che sono state sempre fragili, comunque, le basi del disegno volto a tradurre elementi riconoscibili di unità culturale in fondamenti di unità politica e statuale. E c’è chi tratteggia il quadro dell’Italia di oggi in termini di così radicale divisione, da ogni punto di vista, da inficiare irrimediabilmente il progetto unitario che trovò il suo compimento nel 1861.
***
Noi abbiamo da fare come italiani il nostro esame di coscienza collettivo cogliendo l’occasione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Possiamo farlo, non ignorando certo i modi concreti della nascita dello Stato unitario, le scelte che prevalsero nel confronto tra diverse visioni del percorso da seguire e dello sbocco cui tendere; non ignorando, anzi approfondendo i termini di quell’aspra dialettica, ma senza ricondurre ai vizi d’origine della nostra unificazione statuale tutte le difficoltà successive dell’Italia unita così da approdare a conclusioni di sostanziale scetticismo sul suo futuro.
Le delusioni e frustrazioni che furono espresse anche da figure tra le maggiori del moto risorgimentale, e che operarono nel profondo dei sentimenti e degli atteggiamenti popolari, hanno sin dall’inizio costituito un problema da affrontare guardando avanti. Questo fu, io credo, l’apporto del meridionalismo che - con Giustino Fortunato, e grazie anche a illuminati uomini del Nord - si caratterizzò come grande cultura dell’unitarismo critico, impegnata a indicare la necessità di nuovi indirizzi nella politica generale dello Stato nazionale la cui unità veniva però riaffermata categoricamente nel suo valore storico.
Certo, la frattura più grave di cui il nostro Stato nazionale ha fin dall’inizio portato il segno e che ha finito per protrarsi - nonostante i tentativi, benché non del tutto privi di successo, messi in atto a più riprese - e quindi restando ancor oggi cruciale, è quella tra Nord e Sud. E ho già detto in quali termini essa ci si presenti ora e ci impegni più che mai. Ma altre fratture originarie si sono ricomposte: come quella tra Stato e Chiesa, tra il nuovo Stato, che anche con il contributo degli uomini del cattolicesimo liberale nel corso del Risorgimento era stato concepito, e la Chiesa spogliata, perdendo Roma, del potere temporale. E, come ho notato nella prima parte del mio intervento, molte altre prove, anche assai dure, sono state superate con successo dalla comunità nazionale.
Sono convinto che nell’«età della Costituente», negli anni decisivi, cioè, della ricostruzione, su basi repubblicane e democratiche, del nostro Stato unitario, venne recuperata «l’eredità del Risorgimento», dissoltasi - secondo il giudizio di Rosario Romeo - nelle «vicende della prima metà del Novecento, con le due guerre mondiali e l’avventura totalitaria». In effetti, la fine dell’epoca dei nazionalismi dilaganti e dei conflitti da essi scaturiti, consentì la riscoperta di quell’identificarsi dell’idea di Nazione con l’idea di libertà che aveva animato il moto risorgimentale. L’idea di Nazione, il senso della Patria, attorno ai quali nella prima metà del secolo scorso gli italiani si erano divisi ideologicamente e politicamente, divennero nuovamente unificanti facendo da tessuto connettivo dell’elaborazione della Carta Costituzionale.
C’è da chiedersi quanto, da alcuni decenni, questo patrimonio di valori unitari si sia venuto oscurando - anche nella formazione delle giovani generazioni - e come ciò abbia favorito il diffondersi di nuovi particolarismi, di nuovi motivi di frammentazione e di tensione nel tessuto della società e della vita pubblica nazionale. E non possiamo dunque sottovalutare i rischi che ne sono derivati e che ci si presentano oggi, alla vigilia del centocinquantesimo anniversario dell’Unità.
È indispensabile, ritengo, un nuovo impegno condiviso per suscitare una ben maggiore consapevolezza storica del nostro essere nazione e per irrobustire la coscienza nazionale unitaria degli italiani. Dobbiamo innanzitutto - torno a sottolinearlo - attingere a una ricerca storiografica che ha dato, fino a tempi recenti, frutti copiosi e risultati di alto livello: come il fondamentale studio dedicato da Rosario Romeo a Cavour e al suo tempo. Uno studio dal quale emerge il ruolo preminente e innegabilmente decisivo dello statista piemontese, guidato dalla «convinzione che esistesse una sola nazione italiana e che essa avesse diritto a una propria esistenza politica»; il ruolo decisivo di quel Cavour grazie al quale, al Congresso di Parigi del 1856, per la prima volta nella storia uno Stato italiano aveva «pensato a tutta l’Italia» e «parlato in nome dell’Italia». Nello stesso tempo, è emersa ad opera degli studiosi tutta la ricchezza del processo unitario e degli apporti che ad esso vennero dai rappresentanti più alti di concezioni pur così diverse del movimento per l’Unità, come Cavour, Mazzini, Cattaneo, Garibaldi, che concorsero, dando vita allItalia unita, al maggior fatto nuovo nell’Europa di quel tempo.
Ebbene, è pensabile oggi un forte impegno per riproporre le acquisizioni della nostra cultura storica, relative a quel che hanno rappresentato il Risorgimento e la sua conclusione nella storia d’Italia e d’Europa? E per collegarvi una riflessione matura su tappe essenziali del lungo percorso successivo, fino alla rigenerazione unitaria espressasi nei valori comuni posti a base della Costituzione repubblicana? Dovrebbe essere questo il programma da svolgere di qui al 2011: un impegno che vogliamo considerare pensabile e possibile, anche perché ci sono nuove e stringenti ragioni per condividerlo.
da lastampa.it |
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| La dignità della Catalogna |
28/11/2009 18:02
Il ruolo della stampa
La parola "papel" ha diversi significati in spagnolo, letteralmente sarebbe la "carta", il "documento", ma vorrebbe anche dire "ruolo", "funzione". Si discute molto in questi giorni a Barcellona sul "papel del papel", ossia sul ruolo della carta stampata in un momento di crisi dell'editoria, nel quadro di una crisi economica generale dalla quale nemmeno Zapatero ha ancora capito come e quando si inizierà ad uscire. Il dibattito nasce da un'iniziativa, da alcuni definita "storica", che giovedì scorso hanno sbattuto in prima pagina ben 12 quotidiani catalani sotto il titolo La dignità della Catalogna. L'iniziativa, totalmente inedita nella storia del panorama giornalistico spagnolo, ha preso la forma di un editoriale anonimo in cui si difende l'importanza di mantenere integro il testo del nuovo statuto della regione autonoma catalana. Un testo approvato dal Parlamento catalano, dalle Camere di Madrid, firmato da Re Juan Carlos I, applaudito in referendum dal popolo a cui si riferisce... ma da ben tre anni allo studio del Tribunale Costituzionale per presunta incompatibilità con la Costituzione firmata nel 1978, durante la transizione dal franchismo alla democrazia. Ebbene, senza entrare nel merito della questione (il cui succo sarebbe: hanno diritto i catalani a considerarsi una nazione dentro la nazione spagnola e a conservare le proprie tradizioni, rendere obbligatoria la conoscenza della propria lingua e la presenza dei propri simboli nelle sedi istituzionali...?), quel che più interessa di tutta la faccenda è il fatto che dodici quotidiani abbiano deciso di mettersi d'accordo e pubblicare allo stesso tempo un documento che esercita una forte pressione su un alto tribunale.
La dignità della Catalogna è un testo ben scritto, redatto sostanzialmente per sollevare un polverone, per spronare politici, magistrati e anche semplici cittadini a prendere una posizione sulla discussione in merito alla necessità di concedere maggiore autonomia al popolo catalano. Si conclude con un appello ad una società responsabile, che potrebbe anche scendere in piazza, aizzata dalle parole pubblicate. La stampa di Madrid ha alzato le barricate: "Impossibile scrivere più sciocchezze, con peggiori intenzioni, in così poco spazio", è stato uno dei commenti. La rivalità tra Barcellona e Madrid (domani si consumerà pure la "classica" sfida al Camp Nou tra le due squadre di calcio) ha raggiunto livelli di incandescenza abbastanza preoccupanti. Ma ancor più preoccupante, secondo il mio punto di vista, è il fatto che sia proprio la stampa a buttare legna sul fuoco e a cercare di condizionare la sentenza di un tribunale costituzionale, con minacce di protesta popolare più o meno velate. L'iniziativa ha raccolto moltissime adesioni, da tutti gli anelli della società catalana (economia, fondazioni, sport, cultura...). È un ruolo che la stampa deve iniziare a ricoprire, quello della pressione sulla istituzioni democratiche, per vendere di più o reinventarsi in qualche modo?
P.s. Un dato interessante che rinvigorisce il dibattito: lunedì prossimo, 30 novembre, un nuovo giornale inizierà a camminare nella selva dell'editoria spagnola. Si chiamerà Factual e sarà disponibile solo on-line. Le parole d'ordine sono queste: "Il giornalismo non si compra". Chi lo compra e chi ha smesso di comprarlo? Questa secondo me è la domanda.
da unita.it |
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| Benigni-show: Silvio non è Superman ma Hulk |
Benigni-show sul palco di Genova: spara a zero su Pd e Berlusconi
«Silvio non è Superman ma Hulk».
Franceschini: «Abbiamo fatto l'accordo: io e Bersani ci ritiriamo, Benigni segretario»
GENOVA (4 settembre) - Roberto Benigni arriva a Genova, alla festa del Pd, accolto da quattromila persone e dai due aspiranti leader, Dario Franceschini e Pierluigi Bersani, e, prima di immergersi nell'enigma della vita, cantato da Dante nella Divina Commedia, sferza tutti: leader del Pd alla ricerca di una bussola «dopo il record assoluto di meno 4 milioni di voti» e il premier Silvio Berlusconi che «non è Superman ma Hulk».
Con il suo arrivo alla festa democratica, il premio Oscar riesce nell'impresa di unire in piena battaglia congressuale Franceschini e Bersani, che siedono uno al fianco dell'altro. «Abbiamo fatto l'accordo unitario: io e Bersani ci ritiriamo e Benigni fa il segretario», scherza il segretario del Pd. Il comico toscano non è tenero con i Democratici. «Veltroni - scherza - ha scritto "Noi". Se continua così la prossima volta scriverà "Io". Dobbiamo recuperare, non scendere mai sotto il 2% e tra Fini e Bersani dobbiamo scegliere la linea». Ma sono soprattutto le vicende legate al premier e il rapporto tra politica e stampa, al centro delle polemiche di questi giorni, nel mirino dei Benigni che, saltando sul palco, parla come un fiume in piena per mezz'ora.
«Prima dio immergerci nella trascendenza - è l'esordio - parliamo di vacanze, di yacht, di bagasce, mignotte e escort ... tutte cose riassumibili in una parola: Berlusconi». Non è vero, sostiene il premio Oscar, «che non c'è libertà di stampa. Oggi Berlusconi ha detto: "in Italia c'è libertà di stampa". Ed ha obbligato i quotidiani a pubblicare domani l'agenzia». Il presidente del consiglio «si è un pò incattivito, ha venduto Kakà ed ha comprato Feltri, che costa meno ma sulle punizioni non sbaglia». E ironizza sul doppio senso delle veline: «Feltri le pubblica? È un pò un vizio di famiglia. Ora dice che ne ha tante, che Bersani e Franceschini hanno gli scheletri a casa e loro hanno chiamato Fassino: "a Piero la devi smettere di venire a casa mia"».
Berlusconi, scherza il comico, «è, beato lui, malato di satiriasi ... magari mi desse mezzo virus». E più volte ripete: «Silvio, perchè non mi inviti alle orge, tutti ignudi, chi con le bambole gonfiabili, chi con le pecore. Silvio, ci sono tanti disoccupati, dai a loro qualche mignotta». Nella sua tirata Benigni cita anche le querele a Repubblica e all'Unità. «Dice che avrebbe risposto ad altre domande. Tipo se gli si chiedeva: "come stai", certo avrebbe risposto: "sì bene". Se giura sulla testa dei suoi figli, di chi sono i figli?».
La realtà è che, continua Benigni tra gli applausi, «Berlusconi non è Superman ma è Hulk e vuole passare alla storia come Berlusconi il Trombatore. Di farfalle è piena l'Italia, se ne è occupato anche Superquark». E anche su questo piano , non perdona il premio Oscar, la sinistra non regge il confronto con Berlusconi: «Veltroni è famoso ... la prostituta con lui è durata 3 minuti compresa la doccia». Differenze che il comico toscano vede di riflesso quando va all'estero: «Quando nominavo Prodi stavano tutti zitti e seri, ora se nomino Berlusconi, sapete le risate». da ilmessaggero.it |
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| Dario Fo accanto ai NO DAL MOLIN |
Il Premio Nobel, da sempre vicino ai "No Dal Molin"
"Lei non è come Bush". Presto sit-in alla Casa Bianca
Da Dario Fo appello a Obama "Ascolti la gente di Vicenza"
"L'allargamento della base militare va ridiscusso"
di ANNA BANDETTINI
Appello al popolarissimo presidente Obama da un premio Nobel. "Sì, mi rivolgo a lui, come i ragazzi, le donne, gli anziani del No dal Molin. Anch'io lo prego di intervenire sulla decisione di ampliare la base Nato a Vicenza e di rispondere all'appello dei cittadini, di difendere la pace non la militarizzazione di un territorio. Mr.Obama, lei non è come Bush, ci risponda , perché il nostro governo continua a scantonare sul problema della vivibilità senza basi militari in quella regione, e coltiva rapporti con le grandi industrie che producono armamenti".
Dario Fo è ancora una volta lì, accanto al "No dal Molin". Con i ragazzi che hanno scritto al presidente Obama, fiduciosi nel cambio della guardia alla guida degli Usa, una lettera per ricordargli le tante contraddizioni della vicenda del raddoppio della caserma Ederle a Vicenza: "Se non ci risponderà, è già pronto un charter per andare a protestare davanti alla casa Bianca" ha scritto in un comunicato il movimento No dal Molin.
Fanno bene, insiste Dario Fo che con Franca Rame ha già fatto molto per il No Dal Molin: sono scesi in piazza, si sono schierati, hanno fatto petizioni. "Obama da subito ha voluto tagliare con tutta la politica di Bush, uno che credeva di essere il poliziotto del mondo, il capo dello Stato controllore del mondo. Obama ci ha fatto capire che non la pensa così".
Il presidente Obama può dare dunque segnali diversi sulla vicenda della base? "Lo si sente palesemente, dallo spirito che ci arriva dalla sua persona. Dai suoi valori che vanno nel rispetto delle persone. Questo dà forza ai cittadini di Vicenza e agli uomini civili di buona volontà. Ecco perché aspettiamo da lui risposte".
Solo perché è qui in Italia? "Al G8 i cosiddetti grandi del mondo si ritrovano per parlare del rispetto dei popoli e della loro autonomia e libertà. Bè qui c'è un esempio macroscopico. Il progetto della base Nato di Vicenza risponde ancora alla logica di Bush".
Ma da noi era stata approvata dal governo Prodi "Questa è la cosa assurda. E' l'esempio dell'anima rinunciataria della sinistra, rinunciataria soprattutto a mantenere un rapporto vivo e stretto con la popolazione. Alla sinistra che gliene importa se i cittadini si oppongono, se vivono con disagio l'allargamento di quella base e sentono il pericolo fisico costante che questa struttura militare determina? Basta pensare che nel progetto sono coinvolte anche alcune imprese della lega delle cooperative. Come dire: quando c'è da far l'affare..."
Eppure a Vicenza è un'isola del centrosinistra nel Veneto. "Perché i cittadini sono vivi e hanno capito che bisogna stare contro un governo che tra le spese che ha approvato in un momento di crisi come questo c'è quella per 120 aerei militari di ultima generazione, vere armi da guerra, armi da combattimento e d'aggressione, costosissime anche quando non volano".
Perché lei dice no a questa base? "Perché sono contro la militarizzazione del territorio ma soprattutto perché hanno detto no con un referendum i cittadini che non la vogliono a ragion veduta: lo sa che è costruita sulla più grande falda acquifera del nord est? Già con l'acqua stanno mettendo in piedi manovre orribili. Ho firmato una lettera per Obama in cui si stigmatizza l'intenzione di mettere l'acqua sul mercato e farne un bene su cui speculare e fare ricchezza "
Secondo lei cosa tocca di più la sensibilità di Obama nella protesta del Non Dal Molin? "Che questa operazione si sta svolgendo vicino a una città tra le più culturalmente importanti d'Europa, con monumenti unici nella storia dell'arte. E poi la partecipazione straordinaria che le proteste contro l'allargamento della base hanno avuto a Vicenza: Obama non resterà indifferente davanti agli anziani, ai ragazzi, alle madri coi loro bambini, ai cittadini che hanno dimostrato di non voler subire una vessazione pesante. Persone che vogliono essere trattate come cittadini e che non si meritano questa violenza" .
(10 luglio 2009) da repubblica.it |
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| Il ragionier Ugo Fantozzi è diventato leghista |
Quindici anni dopo riecco Villaggio
di Giovanni Maria Bellu
Il ragionier Ugo Fantozzi è diventato leghista. Anche berlusconiano, a dire il vero. Solo che, dice Paolo Villaggio, «il personaggio del leghista si presta molto di più alla satira». Perché, alla fine, questa è la missione: strappare un sorriso. Impresa tutt’altro che facile «nell’Italia della mondezza di Napoli e dei ladri ovunque, della mafia e della camorra, di Apicella e delle mignotte». Impresa difficile, quasi impossibile, e comunque disperata, in questa «Italia di merda» come sintetizza Paolo Villaggio appena conclusa la lista delle nefandezze nazionali che ha scandito come il solista di un malinconico ditirambo davanti a due giovani e divertiti coreuti: il blogger Diego Bianchi, in arte Zoro, e la vignettista Francesca Fornario.
Oggi il ragionier Ugo Fantozzi - attraverso la penna del suo creatore - torna a l’Unità dopo quindici anni di assenza. Collaborò con noi dal 3 gennaio del 1993 al 31 luglio del 1995. Scrisse 130 articoli. Il primo s’intitolava «Ma perché s’ammazzano dappertutto?», l’ultimo «Vivete adagio la giovinezza». A spulciare nella lista, si ha una sarcastica cronologia dell’epoca («Quei tacchini che ci trattavano da sudditi: Craxi e Andreotti»; «I cannoni di Mosca e l’oro di Poggiolini») e s’incontrano anche titoli dal contenuto profetico, come un «Cavaliere a luci rosse» scritto nel lontanissimo gennaio del 1995. Sono passati quindici anni ma sembrano mille. E le idee politiche del ragioniere più sfortunato d’Italia nel frattempo sono cambiate radicalmente: il militante comunista che si commuoveva fino alle lacrime al funerale di Enrico Berlinguer è diventato uno scatenato leghista estremista. Uno che odia il politicamente corretto, gli intellettuali, gli immigrati, «i negri» e, naturalmente, i comunisti.
Paolo Villaggio, d’altra parte, non ha in grande considerazione quasi nessuno dei viventi. Nemmeno quelli che - come Beppe Grillo - a un primo sguardo parrebbero i più affini al suo sarcasmo iconoclasta. Lo associa a Guglielmo Giannini, il fondatore dell’«Uomo qualunque». E, nel farlo, rivela - a dispetto della cinica crudezza del suo linguaggio - una visione quasi utopistica del futuro. Già, mentre Ugo Fantozzi impreca, Paolo Villaggio sogna un paese migliore. Sogna un mondo «dove tutti possano essere felici».
Il creatore di Fantozzi torna oggi sulla pagine de l’Unità, ma qualche giorno fa è comparso di persona nella nostra redazione. Zoro e Francesca Fornario l’hanno accolto col rispetto che si deve a un maestro, ma senza timidezza né deferenza. Assieme al nostro direttore, l’hanno incalzato su varie questioni e anche su quella della sua effettiva collocazione politica. Una curiosità, quest’ultima, sollecitata dall’utilizzo che i nostri amici dei giornali governativi hanno fatto nei giorni scorsi della notizia della ripresa dell’antica collaborazione. Cosine come «La sinistra si affida a Fantozzi», accompagnate da interviste a Paolo Villaggio e a Ugo Fantozzi che si divertivano a darsi il cambio vorticosamente senza avvisare gli intervistatori (i quali, in effetti, non sembrano essersene accorti).
Alla fine crediamo di esserne venuti a capo della questione politica. Dunque: Ugo Fantozzi è leghista perché un leghista fa ridere un po’ di più di un berlusconiano. Paolo Villaggio, invece, non si pone assolutamente il problema di essere «di sinistra». nè di dire di esserlo. Ha, in questa scelta di stile, dei modelli alti: Alberto Moravia, Federico Fellini, Ugo Tognazzi. E dunque - avendo un’altissima considerazione di sé - a essi si unisce. Non dice «sono di sinistra», ma osserva di non aver mai conosciuto un «intellettuale di destra».
A Zoro, che gli ricordava le ironie attorno alla «sinistra disperata» che si affida al suo personaggio, ha risposto senza esitazione che sì, effettivamente, se la sinistra si affida a Fantozzi è «perché è nella merda». Ma tutte le volte che nel colloquio ha avuto l’occasione di descrivere le cause di questa condizione, ha parlato di una sinistra e di un Partito democratico che hanno smarrito la loro identità e che proprio per questo hanno seguito la sorte disgraziata dell’intero paese. In questo il creatore e il suo personaggio - il Fantozzi che si commosse al funerale di Enrico Berlinguer - si prendono per mano e tornano una persona sola. Nella nostalgia del tempo passato, quando ancora esisteva la speranza. Ma la verità è che il piccolo ragioniere non avrebbe mai voluto fare politica. Era a suo modo felice. Sì, la sua esistenza era punteggiata da eventi sfigatissimi, ma viveva in un mondo nel quale era possibile intravedere l’esistenza della felicità. Tanto che lui, Fantozzi, pur senza mai riuscirvi, poteva anche ogni tanto sognare di raggiungerla. «Sicuramente - ci ha detto Paolo Villaggio - Fantozzi era molto più felice dei precari che hanno paura del loro futuro e dei ragazzi che hanno perso fiducia nel valore della cultura, perché il mondo che li circonda offre uno spettacolo ignobile». Un «paese di merda», appunto.
Fantozzi riprende la penna in mano con la sua fragile ferocia e il proposito di fare del male. Di procurare dolore e rabbia. Di scatenare indignazione e anche risate liberatorie. Come quella, omerica, che si levò nel paese per quel clamoroso «La corazzata Potemkin è una cacata pazzesca» gridato nel mezzo di un cineforum «di sinistra» verso la metà degli anni Settanta. Non tutti risero subito, qualcuno ci rimase male e riuscì a ridere molti anni dopo. Insomma, ci volle del tempo. E ora? Non c’è forse il rischio che qualcuno prenda alla lettera gli spropositi della “voce della Lega”? «Non ho questa preoccupazione - è stata la risposta - ho un linguaggio così paradossale perché credo che sia il modo più efficace per convincere i lettori, specie i più giovani, che questi vecchi imbecilli che difendono solo i loro privilegi vanno combattuti con la presa per il culo».
01 luglio 2009 da unita.it
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| Condominio Milano |
Condominio Milano
di Francesco Bonazzi
L'Expo? Un danno. La Moratti? Dimostra che il Comune non serve. Berlusconi e Ligresti? Gente che mangia in tinello. I milanesi? Affettano il salame. La capitale morale vista da un grande dissacratore.
Colloquio con Philippe Daverio
Prima di parlare di Milano dobbiamo ammettere che il Paese fa schifo e che in Europa ormai ci trattano da barboni. Philippe Daverio, natali alsaziani, doppio passaporto, vita e amori artistici a Milano, è uno dei pochi che sotto la Madonnina si può permettere di dire quello che vuole. Senza risparmiare critiche alla Moratti, a Formigoni, a Berlusconi, a Bossi, a Ligresti e agli altri profeti del 'tinello'. Dopo aver buttato il suo papillon nella mischia della giunta Formentini, Daverio torna in politica guidando la lista Penati alle provinciali. Lo fa alla sua maniera, ovvero da situazionista, come i video su YouTube in cui promette l'abolizione della Provincia o in cui ricorda che, grazie a Dio, Milano non l'hanno fatta i milanesi.
Allora, lei non parla di Milano se prima non le si fa dire cosa pensa dell'Italia? "Esatto. Per inquadrare tutto devo cominciare ricordando che questo Paese fa schifo. Due mesi fa lo 'Spiegel', ben prima del caso Noemi, ha dedicato sei pagine a Berlusconi e le donne. La verità è che l'Italia ha funzionato solo dopo le guerre civili, come quella del 1848-1861 e quella del '45".
Ma rinascere senza spargimenti di sangue? "Oggi siamo in una guerra civile parodistica. Berlusconi è un incrocio tra la parodia di Mao e quella di Mussolini e l'opposizione è una parodia, roba da avanspettacolo".
E Milano ne è la degna capitale morale. "Milano è complicata. È tutt'ora il luogo dove nascono le tendenze che trascinano l'Italia e qui sono nati i fenomeni di Craxi, Berlusconi, Di Pietro e della Lega. È qui che Mussolini ha sbattuto la porta. Ecco perché Milano può trascinare il Paese verso il riscatto o la definitiva liquidazione".
Se a sua volta Milano cerca il riscatto nell'Expo del 2015, siamo a posto... "L'Expo è la tecnologia dell'idiota, inutile a se stesso e dannoso per gli altri. Vincendo l'Expo abbiamo fatto un danno all'Europa, perché con Smirne si sarebbero aperti nuovi mercati e si sarebbe rafforzata la Turchia laica. Qui a Milano si litiga e si perde tempo perché non c'è ancora un progetto definitivo e così i vari Zunino, Ligresti, Cabassi giocano ognuno la propria partita e nessuno fischia la fine".
Il progetto non sarà chiaro, ma gli appetiti sono robusti. "Le pressioni per appalti e subappalti sono fortissime. Il gioco è: si prende un'area, la si dà a un costruttore per farci i baracconi, gliela si urbanizza gratis e poi, finita l'Expo, il costruttore tira giù i baracconi e realizza la sua cubatura già ben collegata e sistemata a spese del contribuente".
A proposito di mani sull'Expo. A Milano la commissione antimafia è scomparsa. La mafia non esiste e il solo problema è il traffico? "Ha presente la storiella di quello di Sciacca che dice che la mafia semmai è ad Agrigento e di quello di Agrigento che sostiene che semmai è a Sciacca? Qui è uguale. Solo che Letizia Moratti dice che qui la mafia non c'è senza accento siculo, per cui la barzelletta fa meno ridere".
Ecco, la Moratti. L'arbitro che dovrebbe fischiare la fine di baruffe e veleni sarebbe lei. "Ma la Moratti è senza energia. La spinge solo l'ambizione personale ed è nelle mani delle lobby. Non conosce la città, non è mai stata nei quartieri, non sa nulla della gente normale. Deve gestire un contenitore come Milano, dove votano in meno di 900 mila persone, ma dove lavorano e vivono in quattro milioni. E questa città è un contenitore esplosivo, sotto pressione, senza più tanti prosciutti da affettare".
Prosciutti? "Sì, a parte il mattone, c'è poco. L'Aem se la sono già affettata. Restano gli aeroporti della Sea e le acque. Sono grato alla Moratti per aver dimostrato che il Comune non serve a nulla. Dobbiamo creare l'area metropolitana e affidarla a Penati, che guida un esperimento pratico e trasversale".
E Roberto Formigoni, il governatore in eterno procinto di succedere a Berlusconi? "Non ha capito che i presidenti di Regione da nessuna parte sono divenuti dei politici. Hanno assunto poteri di spesa, ma non sono personaggi nazionali. Pensi a Bassolino: da sindaco era un re, da governatore."
Ma Formigoni è il campione della sanità privatizzata e l'idolo della Compagnia delle Opere. "Sì, ma la sua lobby, la Compagnia delle Opere, ormai mostra segni di debolezza perfino qui. Non è mai diventata un centro di potere su scala nazionale e Formigoni non è diventato un leader nazionale".
Qui però qualcuno con il vento in poppa c'è: la Lega di Umberto Bossi. "Sì, come la Malpensa. Ma andiamo! Malpensa è il simbolo di superficialità e arroganza della Lega. Se gli affidi l'Italia, te la trasformano in una gigantesca Malpensa".
Però avanzano a ogni elezione e ora possono anche sventolare il federalismo fiscale. "Avanzano, ma restano una forza di contado. E poi secondo me Bossi odia Milano. Non ci viene volentieri. Quando ero assessore nella giunta Albertini, è venuto qui a cena con noi una sola volta: la sera delle bombe di mafia del '93. Quanto al federalismo fiscale, è una vittoria che durerà poco. Giusto il tempo che impiegheranno i siciliani a trovare la soluzione per riprendersi i soldi".
Poteri deboli e banche milanesi in mano agli 'stranieri': il romano Cesare Geronzi che guida Mediobanca e il bolognese Massimo Ponzellini alla presidenza della Popolare di Milano. Siete in ginocchio? "Non la metterei così. Milano è il luogo dove le cose avvengono, ma non le fanno i milanesi. Pensi alla Comit fondata da un tedesco. Il milanese guarda e affetta il salame brontolando".
E Milano capitale culturale? "Ma per carità. Qui c'è solo la Scala, ben diretta da Stéphane Lissner che infatti non è un milanese, e vedo qualche segno di vita a Brera e intorno alla Triennale. Il resto è solo un gigantesco happy hour".
Va bene, ma allora chi comanda in città? "Milano è terra di conquista. Alcune orde sono quelle immobiliari. Sul mattone regnano cinque o sei tycoon che non si scansano facilmente. La città è circondata da una catena claustrofobica. Il vero rischio è che altri non siano più tentati di scendere quaggiù. Poi c'è un problema anagrafico che mi preoccupa molto".
Sarebbe? "Nel 2015 non so in che condizioni di salute saranno due vecchietti come Salvatore Ligresti e Silvio Berlusconi. Ma come si può lasciar immaginare la metropoli del futuro a gente che va per i novant'anni e, nonostante abbia fatto miliardi a palate, mangia ancora nel tinello?".
Ma milioni di italiani mangiano in tinello e non è colpa loro. "Ma certo, però il tinello porta all'happy hour e alla palude attuale. La borghesia ottocentesca milanese mangiava in sala da pranzo: viveva e pensava in grande. Oggi i miliardari di questa città mangiano in tinello. Non solo il tinello è una tristezza infinita: è il segno di mancanza di progettualità".
Veramente il Cavaliere ha la passione per le ville e le feste regali, com'è noto. "Le tante ville del Berlusca sono solo un sogno puerile. La realtà è il tinello. Qui vogliono continuare a fare i soldi vendendo alloggetti senza corridoi e senza sale da pranzo a 4-5 mila euro al metro quadro. La gente si svena per comprarli e poi, per vedere gli amici, è costretta a vivere in strada con il bicchiere dell'aperitivo in mano. Ecco: stare fermi con l'aperitivo in mano, in fuga da palazzi e strade senza negozi, è il simbolo di dove siamo arrivati".
Bene, dopo aver demolito la degna capitale morale di un Paese "che fa schifo", le tocca qualcosa di costruttivo. "Certo che si può rinascere. Perfino con l'Expo. Qualche tempo fa guardavo il panorama della città dalla vecchia Fiera e immaginavo come sarebbe bella una strada dove tutte le 20 città gemellate con Milano, da Osaka a Chicago, costruissero il loro palazzo. Perché tre grattacieli fanno tristezza, 20 fanno New York. E poi se abbiamo già tante fabbriche a Nord, allora buttiamo giù tutti i capannoni a Sud, rilanciamo il parco agricolo e creiamo la città dove il verde non è quello finto dei parchi e dove si mangia a 'chilometri zero'"
(04 giugno 2009) da repubblica.it |
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| Qualcuno era comunista di Giorgio Gaber |
Qualcuno era comunista di Giorgio Gaber
Uh? No, non è vero, io non ho niente da rimproverarmi. Voglio dire non mi sembra di aver fatto delle cose gravi. La mia vita? Una vita normale. Non ho mai rubato, neanche in casa da piccolo, non ho ammazzato nessuno figuriamoci, qualche atto impuro ma è normale no? Lavoro, la famiglia, pago le tasse. Non mi sembra di avere delle colpe, non vado neanche a caccia. Uh? Ah, voi parlavate di prima. Ah ma prima, ma prima mi sono comportato come tutti. Come mi vestivo? Mi vestivo, mi vestivo come ora… beh non proprio come ora, un po’ più… sì jeans, maglione, l’eskimo. Perché, non va bene? Era comodo. Cosa cantavo? Questa poi, volete sapere cosa contavo. Ma sì certo, anche canzoni popolari, sì…"Ciao bella ciao". Devo parlar più forte? Sì, "Ciao, bella, ciao" l’ho cantata d’accordo e anche l’Internazionale, però in coro eh, in coro. Sì, quello sì, lo ammetto, sì, ci sono andato, sì, li ho visto anch’io gli intillimanni, però non ho pianto. Come? Se in camera ho delle foto? Che discorsi, certo, le foto dei miei genitori, mia moglie, mia… Manifesti? Non mi pare. Forse uno, piccolo però, piccolino: "Che Ghevara". Ma che cos’è un processo questo qui? No, no, no, io quello no, il pugno non l’ho mai fatto, il pugno no, mai. Beh insomma una volta ma… un pugnettino rapido proprio… Come? Se ero comunista? Eh. Mi piacciono le domande dirette. Volete sapere se ero comunista? No, no finalmente perché adesso non ne parla più nessuno, tutti fanno finta di niente e invece è giusto chiarirle queste cose, una volta per tutte, ohhh.
Se ero comunista? Mah? In che senso? No voglio dire…
qualcuno era comunista perché era nato in Emilia. Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà… la mamma no. Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il "Paradiso Terrestre". Qualcuno era comunista perché si sentiva solo. Qualcuno era comunista perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica. Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti. Qualcuno era comunista perché: "La storia è dalla nostra parte!". Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto. Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto. Qualcuno era comunista perché prima era fascista. Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano ma lontano. Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona. Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona. Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo. Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari. Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio. Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro. Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio. Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio. Qualcuno era comunista perché la borghesia - il proletariato - la lotta di classe. Facile no? Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopo domani sicuramente… Qualcuno era comunista perché: "Viva Marx, viva Lienin, Viva Mao Zetung". Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre. Qualcuno era comunista perché guardava sempre RAI TRE. Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione. Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto. Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini. Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il "materialismo dialettico" per il "Vangelo secondo Lienin". Qualcuno era comunista perché era convinto d’avere dietro di sé la classe operaia. Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri. Qualcuno era comunista perché c’era il grande Partito Comunista. Qualcuno era comunista nonostante ci fosse il grande Partito Comunista. Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio. Qualcuno era comunista perché abbiamo il peggiore Partito Socialista d’Europa. Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi solo l’Uganda. Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi viscidi e ruffiani. Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera. Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista. Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia. Qualcuno credeva di essere comunista e forse era qualcos’altro. Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana. Qualcuno era comunista perché pensava di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri. Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita. No, niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare, come dei gabbiani "ipotetici".
E ora? Anche ora ci si sente come in due, da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si era rattrappito.
Due miserie in un corpo solo.
05 giugno 2009
da unita.it |
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| VALORI NECESSARI... MA REALIZZABILI? |
Oggi 26 maggio 2009, 1 ora fa
SOLIDARIETA’, VALORE NECESSARIO PER LA POLITICA
Oggi 26 maggio 2009,
Piero Pelizzaro
“Un terzo dell’umanità muore per mangiare troppo, mentre i due terzi muore per mangiare troppo poco…”. È da questo appello di Raoul Follereau che parte la mia riflessione sull’immigrazione. Nel 2008 tra Lampedusa, le coste siciliane e la Sardegna sono sbarcate 37 mila persone. Il 70 per cento di quelli che sono arrivati hanno fatto richiesta d’asilo, un terzo ne ha ottenuto il riconoscimento dallo Stato italiano. Non sono gli unici dati di cui disponiamo sull’immigrazione. Sappiamo anche che, ad oggi, sono circa 9 milioni gli immigrati regolari in Italia, più del 70 per cento ha un lavoro regolare ed influiscono per poco più del 9 per cento sul nostro Pil. Tocca a tutti, quindi, riconoscere l’importanza della manodopera straniera nelle imprese edili del Nord-Est, quanto in quelle agricole del Sud, ed è palese anche quanto il sistema sociale si avvalga di persone provenienti dall’est europeo o più in generale extracomunitarie per l’assistenza agli anziani, ai disabili ed a tutti quelli che sfortunatamente non godono dell’autosufficienza.
Tuttavia, le preoccupazioni dei popoli privilegiati dell’Occidente industrializzato e consumista sono la sicurezza e la salvaguardia di posti di lavoro, che in realtà nemmeno vorrebbero più occupare. La sicurezza dei cittadini, delle loro famiglie e dello Stato è, infatti, un bene prezioso che va perseguito con responsabilità e gestito con misura. Ma non servono muri da scavalcare, solo una legge giusta potrà davvero rendere più sicuri i cittadini, che sappia coniugare la tutela degli interessi dello Stato con il rispetto della dignità umana. La convivenza civile è un diritto di tutti e tocca allo Stato garantirla, senza costringere gruppi sparuti di cittadini a improvvisarsi ronde urbane. La nostra società, è indubbio, avverte la necessità di avviare un processo di integrazione, ricostruzione e rafforzamento, ma richiede che questo avvenga attraverso un confronto sereno, aperto e paziente, senza sacrificare i diritti fondamentali delle persone. Riguarda il futuro di tutti.
Il fatto che tanti extracomunitari, soprattutto africani, paghino organizzazioni criminali per venire in Europa è la conseguenza di una politica non solo italiana ma dell’Unione europea, anche attraverso il sistema di Schengen che fa sì che nessun cittadino di un paese terzo, in particolare africano, riesca ad entrare sul territorio italiano o comunitario in modo regolare, perché nessuno gli dà il visto. Dobbiamo trovare l’equilibrio fra le due posizioni estreme di cui si caratterizza la demagogia politica. Se i Governi cedessero alle pressioni populiste di chi vuole tenere fuori gli immigrati, si metterebbero su una strada molto brutta. Chi lotta contro la multiculturalità, combatte una battaglia persa. Il primo passo per una maggiore sicurezza, almeno in Italia, è innanzitutto contrastare le mafie perché solo nel nostro Paese sono così radicate ed incidono sulla politica e l’economia. Poi, bisogna garantire la certezza della pena e favorire l’integrazione ed il recupero di condizioni di vita serene. Dobbiamo immaginarci la vita che vorremmo per noi e per i nostri figli, per compiere le scelte giuste ed indirizzare il legislatore.
La solidarietà è un valore che deve tornare al centro dell’attenzione della politica, delle istituzioni, dei privati cittadini, soprattutto in un momento così difficile in cui c’è chi alimenta fenomeni di odio razziale. È superfluo ricordare i fatti di cronaca ancora davanti agli occhi di tutti, dagli incendi dei campi Rom a Napoli alla strage di Castelvolturno, fino ai respingimenti delle ultime settimane. Non lo è ribadire che queste persone vengono in Italia per lavorare e vivere tranquillamente perché, spesso, nei loro paesi sono perseguitati o semplicemente non esistono condizioni di vita accettabili. Persone che di frequente affrontano viaggi terribili, durante i quali molti di loro perdono la vita o un fratello, un figlio, un caro. Il Mediterraneo è, forse, il più grande cimitero esistente dove, senza una lapide, senza un segno, sono dimenticati centinaia, migliaia di uomini, donne e bambini che speravano in una vita migliore. La fame, la guerra, le atrocità – di cui lo stesso Occidente è responsabile - porteranno in Italia sempre più immigrati ed a noi tocca accoglierli come nostri amici. Dobbiamo essere dalla loro parte. Dalla parte di chi vive pacificamente nei nostri territori e dobbiamo sconfiggere quella cultura dell’odio, della divisione, dell’intolleranza che rischia di creare danni insopportabili.
Dino Di Palma Presidente Provincia di Napoli Sinistra e Libertà
da sinistraelibertà.it |
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| I complici di silvio e il paese reale... |
Il direttore di Chi Signorini, il Cavaliere e Noemi
«Il Capo mi ha regalato uno scoop»
«Lui è unico, dopo un vertice ad Arcore va a Sharm e in discoteca. Berlusconi sta con il Paese reale»
Bum! La macchina (mediatica) del capo ha un buco nella gomma. E chi ci mette il chewing-gum? Il portavoce del premier? L’addetto stampa della presidenza del Consiglio? No. Ci pensa un laureato in filologia medioevale con tesi su Lorenzo Valla, diplomato al Conservatorio, autore di libri colti come quello dedicato alla Callas e il recentissimo Chanel (Mondadori).
Un signore che sulla scrivania ha un volumone: «La pittura pompeiana» e alle spalle la copertina di Chi: «Silvio e Veronica, la favola spezzata».
Alfonso Signorini è un giovanotto di 45 anni conosciuto come «il re del gossip». Direttore, appunto, di Chi, direttore di Tv Sorrisi e Canzoni, primadonna sparpagliata su tutte le tv a «disquisire» con intelligente e provocatoria malizia. Nega, fingendo, di avere alcun ruolo nella definizione attuale dell’immagine berlusconiana, stretta tra dimensione pubblica e divagazioni private. «Mi piace raccontare le storie private degli uomini pubblici, piacciono a me e piacciono al pubblico. Dar loro voce non significa raccontare bugie. Per fortuna (per altri è una sfortuna) abbiamo un presidente del Consiglio anomalo. Che ama stare in mezzo alla gente. Che dopo una riunione ad Arcore va a Sharm e fa pure un salto in discoteca, in mezzo agli italiani». Demagogia politica? «Ma no. Voglia di stare con il Paese reale, non quello delle istituzioni lontane dalla gente». L’involontario uomo-immagine di Berlusconi non si lascia nemmeno sfuggire Pericle e Aspasia per una coraggiosa similitudine: lui Pericle-Silvio è il più affascinante, il più potente, padrone di (quasi) tutta Atene. Le donne gli cadono ai piedi, gli uomini lo amano per la sua indubbia capacità di leader.
Ma quando vede Aspasia-Veronica abbandona la moglie per andare a vivere con lei e alla fine la sposa. Pazienza se poi le cose cambiano. È comunque una bella favola. Miriam-Cenerentola entra da principessa nella reggia di Macherio e Silvio l’accoglie vestito da principe azzurro. E le favole sono una fissa di Signorini: ai suoi lettori suggerisce che quella tra Silvio e Veronica è una «favola» spezzata, che se cerchi un posto da «favola» devi sfogliare la sua rivista (ci sono anche le «favole» della Seredova quella di Buffon e della Ilary quella di Totti), che se vuoi leggere una vita da «favola» devi comprare il suo libro su Chanel. Ammette che la sua è una captatio benevolentiae. Ah ho capito... «No, non ha capito, non nei confronti del Capo, nei confronti dei Lettori. Poi al capo sono riconoscente: mi ha dato la possibilità di fare uno scoop, un gran colpo giornalistico con le foto in esclusiva e il racconto della famosa festa a Casoria»: papà e papi, mami e fratelli, cugini e amici, camerieri e cuochi. «Foto e storia, tutto vero». La verità di Berlusconi... «Che in questo caso coincide con quella oggettiva». Magari qualche foto un po’ taroccata ci può anche scappare... «Scommettiamo? Le metto a disposizione gli originali, vada da un perito e torni con la sentenza. Poi vediamo chi ha vinto». Sono due menti geniali: Berlusconi e Signorini: per combattere i pettegolezzi sul premier scende in campo il re del gossip: «Fermo! Gossip e pettegolezzo sono due cose diverse: il pettegolezzo distrugge, il gossip costruisce».
E Signorini segue la sua «forma mentis»: «Vedo le foto di Noemi e ho un corto circuito: è come una madonna luminosa, una vergine delle rocce, un sublime erotico proustiano mischiato a un realistico choc pasoliniano». Ciò detto, sempre negando che lei sia l’uomo-immagine di Berlusconi, che consiglio gli darebbe in questo momento? Non sarebbe meglio lanciare lo slogan «Dimenticare Noemi» anziché continuare, come state facendo, il tormentone? Non era preoccupato, il Capo, per una possibile discesa del suo indice di popolarità? «Intanto l’indice è fermo lassù, al 74,8 per cento. E il mio consiglio è di non cambiare: continui ad andare in mezzo alla gente e nelle famiglie. Soltanto così si ha il senso del Paese reale. Sapete che cosa interessa adesso alla gente? Sapere se Berlusconi e Veronica si separeranno davvero o no. Interessa il feuilleton a prescindere dalle implicazioni morali dei personaggi e degli interpreti. Per fortuna siamo italiani e c’è sempre un Vesuvio a fare da sfondo alle nostre favole». E adesso speriamo: ricordate il costume da berbero sotto il quale si nascose Berlusconi per fare la sorpresona a Veronica (colpo di scena e regalo di compleanno) in un momento che sembrava un po’ difficile? Quelle foto noi comuni mortali non le abbiamo mai viste.
Signorini sì. Magari lo convince a sdoganare anche quelle. Tanto sono divertenti e innocue. E noi siamo italiani. Ci interesseranno sicuramente.
Francesco Cevasco 13 maggio 2009
da corriere.it |
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| IL SILENZIO DEL MARE. |
Il silenzio del mare Copre il pianto e il dolore gridato da chi pensava andare verso la libertà, verso un popolo amico,verso una terra benedetta dal sole, verso un domani lontano da guerre e guerriglie, da carestie e dove il respiro è difficile. Non si cercano a monte alternative, ma a valle soluzioni drastiche e ferme a dispetto di un rispetto mancato per chi sta male e cerca il bene, anche la parvenza del bene. L’importante è l’amicizia col colonnello, il non contraddirlo e magari dire sempre di sì perché il colonnello apparentemente ci aiuta, ci dà l’energia col gas: ma fa lui il prezzo facendo cartello con l’amica Russia, ove Putin bene o male comanda sempre, dove domina una oligarchia di potenti, con una economia basata su materie prime importanti e per ora inesauribili.
Traversare il mare non è una gita di piacere, ma un rischioso traghettamento, pagato a caro prezzo e senza garanzie. La Padania, nuova regione d’Italia o vecchio insieme presuntuoso di gente che si crede razza superiore, esulta per un viaggio fallito di chi fugge sperando in nuovi orizzonti, vuole posti riservati per i suoi adepti. Per distruggere un Italia che nel 1870 a Porta Pia gridò la sua libertà e indipendenza, per sfruttare un inno, il coro del Nabucco che Verdi aveva scritto per vedere l’Italia unita e non divisa. Il gesto del governo, del ritorno di chi fuggiva, avrà senz’altro nutrito positivamente i sondaggi di gradimento, ma ha anche dimenticato l’uomo e la sua libertà.
Guido Pacetti Bustini
(10 maggio 2009) da ilmessaggero.it |
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| I MIEI 25 APRILE E QUELLI DEI BIGOTTI ROSSI... |
I miei 25 aprile e quelli dei bigotti rossi
di Giampaolo Pansa
Il mio primo 25 aprile fu quasi in presa diretta. Pochi giorni dopo la fine della guerra, arrivò a Casale Monferrato un capo partigiano importante: Pompeo Colajanni, il famoso Barbato... Guidava una divisione garibaldina e aveva iniziato a combattere subito dopo l’8 settembre 1943, in val del Po. Siciliano di Caltanissetta, classe 1906, iscritto al Pci clandestino, era stato ufficiale di cavalleria a Pinerolo. Aveva un aspetto fiero e splendidi baffi. Vestiva una divisa inglese e portava il basco nero con una piccola stella rossa.
Barbato viaggiava in jeep e lo fecero sfilare per il centro cittadino. Transitò in via Roma, dove c’era il negozio di mia madre. Andavo per i dieci anni e sedevo sul gradino di “Mode Pansa” con il libro che stavo leggendo: “I tre moschettieri”.
Mio padre mi chiese: «Sai chi sta passando?». Guardai il viso del comandante, colpito dai mustacchi. E pensando a uno degli eroi di Dumas risposi: «Porthos!». Mio padre esclamò: «Ma che Porthos! Passa la libertà».
La guerra civile era appena finita. In quei venti mesi avevo imparato una legge indiscutibile: i partigiani erano tutti buoni e i fascisti tutti cattivi. Due mesi dopo, la legge venne smentita. L’11 luglio 1945, nei giardini pubblici della città, due partigiani comunisti uccisero a rivoltellate Mario Acquaviva, astigiano, ragioniere, uomo di un coraggio mite.
La vittima non era un fascista, come accadeva di solito in quei giorni di mattanze. Era anche lui un rosso, sia pure di un piccolo gruppo inviso al Pci: il Partito comunista internazionalista. Un dissidente, un antistaliniano, un eretico. Lo accopparono perché considerava Togliatti un servo di Mosca. E Stalin un capitalista. Mia nonna Caterina commentò: «Adesso che hanno vinto, i comunisti si ammazzano tra loro». Iniziai a domandarmi come mai i partigiani non erano tutti buoni e bravi. Una prima risposta la scovai nell’estate 1952, fra i sedici e i diciassette anni. Il mio maestro di letture, il libraio Romeo Giovannacci, mi fece acquistare un volume appena stampato da Einaudi nei Gettoni: “I ventitrè giorni della città di Alba”. Era di uno scrittore sconosciuto: Beppe Fenoglio, di Alba, partigiano nelle formazioni autonome. Lo lessi tutto d’un fiato. Poi lo rilessi subito. Avevo scoperto uno degli autori della mia vita. Ma ai comunisti Fenoglio non piaceva. Me ne resi conto quando un sinistro della mia città mi disse: «Questo tizio di Alba ha scritto un libraccio che non leggerò mai! Ha fatto una carognata contro la Resistenza». Era il giudizio velenoso stampato sull’Unità. La «mala azione» l’aveva rimproverata a Fenoglio un critico importante, Carlo Salinari. Il direttore del quotidiano comunista, Davide Lajolo, arrivò a scrivere che Fenoglio vedeva la lotta partigiana «dall’altra sponda», ossia dal punto di vista dei fascisti. E stampò la scomunica: «Falsa la realtà, sovverte i valori umani, distrugge l’onestà morale di cui la tradizione letteraria può farsi vanto». Oggi avrebbero dato a Fenoglio del revisionista.
Nel frattempo, ogni anno si festeggiava il 25 aprile. Il pubblico presente era sempre più rosso. Però l’Anpi si era già divisa ed erano nate altre due associazioni partigiane che rifiutavano di reggere il sacco al Pci. Una aveva per presidente Ferruccio Parri. Il 25 aprile 1948, terzo anniversario della Liberazione, “Maurizio” venne fischiato dai comunisti che volevano impedirgli di parlare. E fu costretto a scendere dal palco. Riprese il discorso soltanto quando Luigi Longo lo scongiurò di farlo. Accadde a Parri quello che tanti anni dopo sarebbe accaduto a Letizia Moratti. Sempre a Milano, la piazza italiana più turbolenta.
I “Ventitrè giorni” di Fenoglio m’insegnarono che c’era un altro modo per festeggiare la Liberazione: sapere quanto era accaduto durante la Resistenza. Con la voracità degli adolescenti, mi gettai a leggere tutto ciò che trovavo sulla nostra guerra interna. Leggevo e pensavo, con arroganza: un giorno scriverò anch’io qualcosa su quel tempo.
L’occasione si presentò nel 1955, quando avevo vent’anni. La Provincia di Alessandria bandì un concorso per una monografia sulla Resistenza nella nostra zona. Decisi di partecipare, lavorai con l’energia folle dei giovani, non riuscii a completare il lavoro, ma vinsi lo stesso un premio. Non sarò mai abbastanza grato a quella giuria. E al presidente della Provincia, Giovanni Sisto, un democristiano, partigiano bianco chiamato Tristano.
La monografia per il concorso di Alessandria fu il nocciolo della tesi di laurea a Torino. Ottocento pagine, più duecento di appendice documentaria, tre anni di lavoro, dal 1956 al luglio 1959. Mentre stavo per laurearmi, andai a Genova ad ascoltare un convegno sulla storiografia della Resistenza, il 24 maggio 1959.
Uno dei relatori era Roberto Battaglia, autore di un libro cult per la mia generazione. Con la protervia dei 23 anni dissi che tutte le storie generali della Resistenza, compresa la sua, bisognava riscriverle. E che occorreva studiare pure la Repubblica sociale. Qualcuno mi accusò di essere un giovane fascista. Ma Parri, presidente del convegno, mi donò una borsa di studio: venticinque mila lire.
Nel 1965, ecco un altro 25 aprile. Lo festeggiai pubblicando con l’Istituto della Resistenza di Torino una guida bibliografica sulla guerra partigiana in Piemonte. Un lavoro fatto tutto da solo: 330 pagine, con 1984 schede commentate. Due anni dopo, Laterza stampò la mia tesi di laurea: “Guerra partigiana tra Genova e il Po”. Nell’estate del 1968 scrissi “L’Esercito di Salò”, un libro sul riarmo della Rsi, poi pubblicato dalla Mondadori. Tralascio i tanti articoli e i saggi.
Ho ricordato queste mie feste del 25 aprile per arrivare al chiodo di un problema che non riguarda soltanto me. La questione ha più di un aspetto. Il primo è il bigottismo dell’antifascismo rosso. Nel corso degli anni l’ho visto diventare la religione di una setta. Che non ammette devianti, neppure in casa propria.
Nel 1991 Claudio Pavone, storico di sinistra, pubblicò il suo libro più importante: “Una guerra civile”. Mi chiese di presentarlo con lui in due città di sinistra: Siena e Alessandria. In entrambi i posti trovammo un pubblico di ex partigiani incavolati. Non si doveva parlare, mai e poi mai, di guerra civile! Ma soltanto di Resistenza e di guerra di liberazione.
Il secondo aspetto è l’ignoranza intollerante dei bigotti rossi. Quando appare un mio libro revisionista, insorgono urlando che non scrivo mai del contesto. Ossia dell’asprezza della guerra interna, madre di tutte le vendette. Non sanno nulla di quello che ho pubblicato, leggono soltanto i libri che li consolano. E mi considerano un alieno piovuto da Marte per diffamare i partigiani e guadagnarci dei soldi.
Tuttavia i bigotti stanno perdendo. Resistono nelle feste ufficiali per il 25 aprile, ma non dentro l’opinione pubblica. E non si rendono conto che si sono fatte largo molte verità. Loro non vogliono udirle. Si tappano le orecchie, come bambini. Per non mettere in discussione quello hanno sempre pensato.
Festeggio il 25 aprile 2009 ricordando alcune di queste verità. Fra il 1943 e il 1945 non è esistito “un popolo alla macchia”, per citare il titolo di un vecchio libro bugiardo di Longo. La zona grigia, descritta da Renzo De Felice, quella dei civili che aspettavano la fine della guerra senza schierarsi, era vastissima. A combattersi furono due minoranze. E i giovani schierati con la Rsi erano ben più numerosi dei partigiani. Com’era fatale dopo il ventennio fascista.
La Resistenza è stata una grande prova di dignità nazionale. Ma non era un mondo compatto. I resistenti si proponevano obiettivi opposti. L’asse portante della guerra partigiana, le formazioni comuniste, volevano conquistare il potere e fare dell’Italia un paese satellite dell’Unione Sovietica: un’Ungheria del Mediterraneo.
Lo stesso Togliatti si trovò in difficoltà, davanti ai progetti insurrezionali del suo gruppo dirigente e di gran parte della propria base militante. Fra il 1946 e il 1947 ci mise sei mesi per rimuovere il federale di Reggio Emilia che copriva gli Squadroni della morte. E la seconda guerra civile, con la caccia agli antifascisti che si opponevano al Pci, terminò soltanto il 18 aprile 1948, con la vittoria della Dc sul Fronte Popolare.
Non sentiremo dire questo dai palchi di oggi. La retorica, le furbizie dei politici di mezza tacca, l’opportunismo contrapposto dei vari schieramenti, produrranno altri banchi di nebbia spessa. Chi oserà andare contro verrà fischiato. Lo sarebbe anche Giorgio Napolitano se ripetesse quanto disse il 15 maggio 2006, nel suo primo messaggio al Parlamento da presidente della Repubblica.
Vogliamo riascoltarlo? «Ci si può ormai ritrovare, superando vecchie laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni». Tre parole micidiali. Tre titoli per almeno tre libri revisionisti. Mi auguro che al Quirinale non le abbiano dimenticate.
Venerdì, 24 aprile 2009 da ilriformista.it |
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| I GIORNI PEGGIORI |
Giorgio Bocca
I giorni peggiori
La retorica e la mediocrità piccolo borghese restano e rinascono.
Il ritorno dilagante delle menzogne sta oscurando il cielo I fascisti c'erano all'incoronazione del Cavaliere, gli squadristi eterni e i reduci di Salò, ma chi conosce l'Italia prefascista ha ritrovato la piccola borghesia padronale e ambiziosa che rotea gli occhi e gonfia le gote quando canta la strofa dell'inno nazionale 'che schiava di Roma Iddio la creò' sciaguratamente adottato dai costituenti democratici.
L'Italia (ma potremmo dire l'Europa sciovinista e 'über alles') che pensavamo, speravamo di esserci lasciata alle spalle dopo il massacro dell'ultima guerra mondiale. E invece eccoli lì come usciti da una vecchia fotografia del 'secolo breve', felici e trionfanti attorno al nuovo ducetto: come un mazzo di fiori, con le camicette bianche sull'impetuoso seno, le donne- ministro, la Carfagna e la Meloni, le gallinelle del padrone, a memoria di privilegi maschili antichi.
Poi, come in una foto scolastica, tutti i nuovi gerarchi e gerarchetti, la faccina protesa verso il capo. E ancora. Grazie alla televisione che tutto vede, i giovani entusiasti, uomini e donne, finalmente anche per loro nati e cresciuti nella grigia democrazia un capo, un superuomo, un duce.
Ecco la ragione per cui questi sono a nostro parere i giorni peggiori della nostra vita, quelli per cui possiamo mestamente pensare di averla vissuta invano. Questo ineluttabile slittamento verso il passato, questa terribile delusione: il tempo passa, i troni e le dominazioni cadono, i ladri e i malvagi muoiono come tutti, ma la retorica e la mediocrità piccolo borghese restano e rinascono. Il ritorno dilagante delle retoriche, delle menzogne sta oscurando il cielo.
Più di tutte insopportabile e affliggente la retorica del 'popolo della libertà', un nome impudicamente rivendicato dalla nuova razza padrona. Diciamo impudicamente perché se c'è un paese al mondo dove la libertà è un bene raro e misterioso, un regalo talmente prezioso che a volte facendone uso ci sembra di sfiorare l'eresia, è il nostro.
Sentimmo il desiderio di libertà negli anni della dittatura morente e poi ne parlammo molto, concitatamente, nei giorni della guerra di liberazione. Noi liberalsocialisti eravamo per la libertà totale, pura e ingenua, i vecchi combattenti comunisti ci mettevano in guardia: libertà, sì, ma che sia anche libertà dal bisogno. E i costituenti non poterono ignorarlo (ecco ciò che il Cavaliere definisce influenze bolsceviche), fondarono la Repubblica sulla libertà e anche sul lavoro.
Poi per oltre mezzo secolo abbiamo cercato di capire, di sopravvivere, di avanzare nella giungla degli appetiti umani dominanti, nella lotta continua, quotidiana per affrontare il disonesto e il corruttore, e, in primis, di riconoscerlo dietro le menzogne e le propagande. Di nuovo, ancora convinti dalle esperienze quotidiane che la libertà è una distinzione umana ma non gratuita, non regalata ma conquistata e conservata con quotidiana fatica, con quotidiano impegno personale, al di fuori delle belle parole che applicate a una realtà indecente, indecenti appaiono.
C'è da chiedersi come 'l'animale politico' Mussolini, uomo non sprovvisto d'intelligenza politica, abbia potuto pensare di cambiare gli italiani con il profluvio di retorica nazionalista, ma evidentemente questo tipo di errore è inevitabile, se oggi l'abile affarista che ci ritroviamo a capo del governo crede di sostituire la patria e l'impero con la libertà, anzi, le libertà, perché lui è abituato a far le cose in grande, e a presentarle come in un supermercato.
(24 aprile 2009) da espresso.repubblica.it |
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| IL PAESE NORMALE - (poveri noi. ndr) |
Edmondo Berselli
Il paese normale
Il berlusconismo normalizzato mette ai margini tutti gli altri. Sono out quelli che si indignano, i fissati che vedono la mafia nella economia. L'irrealtà rischiamo di essere noi Sarebbe meglio accorgersi alla svelta di un fenomeno insidioso, cioè di una fase diversa del berlusconismo. Complice l'emergenza, complice il terremoto, complice la crisi economica, complice la fragilità delle opposizioni a cominciare dal Pd, la società italiana si sta abituando a Berlusconi. Già. L'Italia 'normale' è quella di Berlusconi, azione di governo e decisioni rapide. Efficaci? Boh. Eppur presenzia. Andrà alla celebrazione del 25 aprile, per la prima volta. Critica con sufficienza padronale la lottizzazione patrimoniale dell'informazione Rai, alza le spalle davanti alle accuse di fare le nomine a casa sua ("Lo faccio per risparmiare allo Stato le telefonate private"; "E prima dove li facevano, questi vertici?"). Si propone come il vero depositario del buonsenso in un paese infestato da untori fanatici.
Insomma dopo il presidente donnino, il presidente operaio, l'unto del Signore, quello dell'amaro calice, ecco finalmente il Presidente Italiano, somma o meglio sintesi della medietà nazionale. Berlusconi iperbole dell'italiano medio, e anche dell'italiana media, per virtù seduttiva innata. "Avesse una puntina di tette", diceva infatti Enzo Biagi, "farebbe anche l'annunciatrice": la battuta è antica, ma quando una battuta diventa verità e rafforza ogni giorno se stessa diventa un dato genetico, una rivelazione, una totale verità.
Il fatto è che non siamo ancora all'appeasement con il capo del Pdl, dopo 15 anni di strattonamenti, a corpo a corpo, lotte e attacchi, risate e dissimulazioni, menzogne e ipocrisie. La pacificazione semmai l'hanno fatta gli establishment e le corporazioni, con l'Alitalia e i benefici fiscali via tolleranza all'evasione. Tuttavia la società nel suo complesso, anche se non ha fatto la pace, comincia ad abituarsi. Ad assuefarsi. Vabbè, non è un governo di prima classe, è fatto di personalità trovaticce, i risultati sono dubbi, le invenzioni estemporanee superano del tutto i progetti, c'è molto più potere che amministrazione, erano liberisti e sono diventati protezionisti o chissà che cosa, la politica sull'immigrazione è catastrofica e la sicurezza lasciamo perdere, erano liberali e sono diventati ratzingeriani.
Ma, si dà il caso, è l'unico governo che c'è. Le alternative non si vedono (l'ultima alternativa ce la siamo giocata con il biennio di governo caotico 2006-2008 e con la 'vocazione maggioritaria'). E quindi sarà bene capire che l'assuefazione generale a Berlusconi e al berlusconismo è una questione politicamente scivolosa. Non per confermare quelle certezze antropologiche dei grandi scettici e cinici alla Longanesi, quelli che hanno sempre sostenuto che il popolo italiano è una corte di conformisti e servi, pronti a seguire il padrone di turno. Tutte storie. Il paese si è addormentato per una quantità di motivi, dalla perdita delle culture, dal degrado della vita civile, dal disastro dei processi di formazione, fino alla sostanziale abdicazione civile della sua classe dirigente e dei suoi clan, come anche per l'ipnosi profonda prodotta dalle reti televisive Mediaset e controllate e quindi l'atomizzazione in una individualità implosa.
Sì, sarà la risposta, ma non è tutto così: al margine del berlusconismo e dei suoi officianti, fuori dalla pappa delle soubrette e dei terzini, delle rifatte e dei palestrati, dei cocainomani sociali e dei talent show, c'è ancora un'Italia civile e civica che tiene. Ancora piena di passioni, con accenni di impegno, rivolta a temi solidali. Non illudiamoci. È l'Italia dello spazio esterno. Fuori dai confini del reale. Fuori dalla foto. I famosi ceti medi riflessivi. Quelli che prima di consumare ci pensano, quelli biologici e ambientali. Quelli che credono ancora nei contratti collettivi. Quelli che si fermano con il giallo, che rispettano le regole, magari anche quelle non scritte, e che ancora pensano ci sia in prospettiva un'Italia moderna e ispirata a una simpatia per gli altri, i meno privilegiati, quelli che ce la fanno a stento o non ce la fanno più.
Ecco, potrebbe sembrare un moralismo babbione, e si potrebbe finire tutto questo con l'esecrazione dei telefonini e di Facebook. Ma non è questo il senso: il berlusconismo normalizzato mette ai margini tutti gli altri. Chi resta fuori è qualcuno che ulula alla luna. Sono out quelli che si indignano, i fissati che vedono le infliltrazioni mafiose nell'economia, coloro a cui continua a sembrare inconcepibile una democrazia che non sia contendibile, quelli che si attaccano alla Costituzione. In questo modo, la realtà è Berlusconi. L'irrealtà rischiamo di essere noi. Se non ce ne rendiamo conto, siamo destinati a danzare nel vuoto, pallide figure di un mondo che non c'è più.
(24 aprile 2009) da espresso.repubblica.it |
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| BASI E BOTE - (RITAGLI DALLA COMMEDIA LIRICA) |
BASI E BOTE COMMEDIA LIRICA IN TRE ATTI ADATTATA E MUSICATA DA R. PICK-MANGIAGALLI (1882 - 1949)
ATTO PRIMO
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ARLECCHINO (a Florindo)
Dunque parlemo dei nostri negozi, Go in mente çento trapole e strigozi Degni del genio del gran Trufaldin!
«L'omo sora la dona gnente pol Se la dona col omo gnente vol », Dise el proverbio, e qua volemo tuti Dunque, alegre putele e alegri puti.
Via, fidève de mi. No parlo più. No parlo più, ma canto, e vu scortando Fè, se podè, de capir el latin.
La Durlindana la gera de Orlando. La spatola la xe de Trufaldin.
Ve cantarò la canzon de la spatola.
La spatola ossia l'arte de missiar ben la polenta e de metarghe el tocio.
Allegoria de Arlechin Batocio Moreto Bergamasco e mezo mato el qual la ofre, dedica e presenta a i omeni politiçi de Stato.
Ghe xe una caldiera tacada s'un fogo Che par una bampa de incendio o de rogo; De là gh'è una polvere che par d'oro fin, E qua gli'è la spatola del gran Trufaldin.
Atenti al miracolo! Se vede de drento De l'aqua una brombola alzarse d'arzento, Po' subito un'altra la vien a trovar E l'aqua sul fondo scominzia a cantar.
La canta, la ronfa, la subia, la fuma, De qua la se sgionfa, de là la se ingruma, El fogo consuma col vivo calor Le brombole in spiuma, la spiuma in vapor. La bogie de boto! Atenti! glie semo!
Più fiama de soto, supiemo, supiemo! Che gusto, che zogie, La bogie, la bogie!
La va, la galopa, La sbrufa, la s'ciopa, La va per de sora! La sbrodola fora! Portème in cusina!
Farina! Farina
Ocio, ocio, òe Batocio Ciapa in man rame e caèna, Missia, volta, tira, mena, Deme el tocio ... ocio ... ocio ... Qua el tagèr, metèlo là. Dài! dài! dài! la broa, la scota, Ahi! ahi! ahi! me son scotà!
La xe cota! la xe cota Sior Florindo, la se senta Che xe ora de polenta. Dunque magnemola.
Ghe manca el sal . . .
Sal de l'apologo Xe la moral ...
Eco: la spatola La xe el mio estro, La xe el mio genio Pronto e maestro;
E quel finissimo Fior de farina Vol dir Rosaura E Colombina.
L'aqua broenta Xe el nostro cuor
E la polenta La xe l'amor.
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| Alemanno antifascista e anticomunista... |
Alemanno: «Insieme all'antifascismo nella Costituzione anche l'anticomunismo»
ROMA (16 settembre) - Il sindaco di Roma Gianni Alemanno torna a parlare della polemica sul fascismo incalzato dalle domande di Enrico Lucci de Le Iene.
Alemanno ha spiegato di essere d'accordo «con le dichiarazioni di Fini e quindi accettiamo i valori antifascisti». Ma il sindaco aggiunge: «Sono antifascista ma anche anticomunista, ci tengo che insieme all'antifascismo nella costituzione sia messo anche l'anticomunismo». La Iena ha quindi chiesto nuovamente: «Possiamo dire che lei è antifascista?». Alemanno ha risposto: «Esatto».
La Commissione Amato. Sulle dimissioni di Giuliano Amato dalla Commissione per Roma Capitale a chi gli chiedeva se temesse ulteriori possibili defezioni il sindaco in Campidoglio ha dichiarato: «A questo punto chiedo al centrosinistra di accontentarsi della testa di Giuliano Amato e di non fare mobbing su altri membri per costringerli a dimettersi».
L'ex ministro presiederà tavolo giuristi. «Amato si occuperà solo di quella parte relativa alle riforme per Roma Capitale - ha spiegato Alemanno - continuerà a presiedere questo ramo, ovvero il tavolo dei giuristi.
Stiamo lavorando per vedere se è possibile dar vita ad un progetto condiviso sulle riforme per Roma Capitale tra Comune, Provincia e Regione». «È chiaro - ha aggiunto - che non si può chiedere al presidente di una commissione di essere degradato a membro. Di scortesie nei confronti di Amato la politica ne ha già fatte abbastanza, credo non meriti anche questa».
da ilmessaggero.it
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| Asterix, la Baviera e il Lombardo-Veneto |
17/4/2008 Asterix, la Baviera e il Lombardo-Veneto GIAN ENRICO RUSCONI
Sconcerto, sarcasmo, attesa.
Una mescolanza di sentimenti ambivalenti e di giudizi contrastanti caratterizza in queste ore i commenti europei sull’Italia dell’immediato dopo-elezioni. Ma l’ironia è il motivo più appariscente, presente specialmente nei titoli dei giornali. I contenuti dei commenti sono più cauti e attenti. Ma segnalano sempre una grande sorpresa.
Tipica è la Frankfurter Allgemeine Zeitung, il giornale più importante in Germania, che non esita a mettere in prima pagina due vistose vignette di Asterix sotto il titolo «Perché di nuovo Berlusconi?». E Obelix risponde. «Sono matti questi romani!».
L’editoriale che accompagna le vignette è più controllato. Ma non dice né spiega in che cosa consista esattamente «la follia» politica degli italiani. Il sottinteso è che Berlusconi continua a essere considerato incapace di risolvere i problemi italiani ed è guardato con sospetto. All’interno dello stesso giornale c’è uno scontato riferimento a «Peppone», incarnazione della sinistra Arcobaleno, che è sparito dalla scena politica. Ma nell’articolo che volonterosamente descrive la confusione italiana, manca una spiegazione convincente. L’Italia, che con i suoi problemi d’invecchiamento della popolazione, di inefficienza, disoccupazione, crisi sociale si affida a un miliardario padrone di un vasto sistema mediatico, rimane semplicemente un enigma. «Un cangiante, impenetrabile solista da operetta nel concerto europeo». Rassegniamoci a questo modo di vedere il nostro Paese, fatalmente associato al berlusconismo sulla falsariga inaugurata anni fa. In questa ottica la tonalità più facile per il commentatore estero è il sarcasmo.
Ce lo siamo meritato? Tocca a noi - sostenitori o avversari di Berlusconi - spiegare agli europei che cosa sta accadendo davvero all’Italia. Ma è molto difficile, per molte ragioni. La prima ragione ovviamente è perché ce lo stiamo spiegando appena ora e faticosamente tra noi. La seconda è che usiamo un gergo politico-giornalistico praticamente intraducibile nelle altre lingue europee. Il terzo motivo - il più triste - è che l’immagine dell’Italia in questi anni è precipitata così in basso in ogni classifica di stima e simpatia, per cui rimontare è un’impresa disperata. Possiamo protestare quanto vogliamo, affermando che tutto questo è ingiusto. Ma ormai c’è un macigno comunicativo che rende difficile dialogare e farci intendere davvero (al di là delle cortesie diplomatiche) dai partner europei. Del resto - e l’abbiamo scritto più volte su La Stampa - la campagna elettorale da parte dei leader dei due schieramenti è stata segnata da una scandalosa disattenzione alla politica estera ed europea. Siamo inchiodati ai nostri problemi interni, tutto è letto in chiave interna. Con una punta di vittimismo verso il grande mondo esterno, fuori da casa nostra.
La domanda-chiave ora è: il nuovo governo invertirà la rotta autoreferenziale, ricercherà contatti reali con i partner europei, oppure ci chiuderemo in un grande leghismo nazionale? A questo proposito, osservando la nuova cartina politica delle regioni settentrionali, viene spontaneo pensare a una situazione bavarese con una forte e dominante Csu. La Lega come una possibile variante del «Partito sociale cristiano» tedesco-bavarese? È un accostamento epidermico o un’ipotesi da valutare seriamente?
A prima vista le differenze storiche e culturali sono abissali. Da una parte in Baviera c’è un partito storico, profondamente radicato in una regione che ha goduto d’una millenaria autonomia statale, dotato di un’ideologia conservatrice tradizionale ma capace di una straordinaria dinamica modernizzante. Dall'altro (tra le Alpi e il Po) c’è una forza nuova aggressiva, dall’ideologia visionaria sconclusionata, con comportamenti contraddittori ma capace d’interpretare bisogni di strati sociologicamente misti, tenuti assieme dall’appartenenza territoriale e da un intenso senso d’incertezza economica, sociale e persino culturale. Il collante sembra essere il crescente risentimento contro un centro politico statale «romano», inefficiente e percepito come rapace. È troppo poco per trasformare la Lega in un partito social-popolare come la Csu e inventare una Baviera nell’Italia nel Nord.
La Baviera ha una tradizione antica di autonomia da gestire e modernizzare oculatamente, in un sistema nazionale federale solido e condiviso. Nelle regioni settentrionali italiane invece un sistema di autonomie amministrative è tutto da costruire: un sistema che il centro politico e partitico in decenni di chiacchiere non è mai riuscito a proporre. Questo complesso di autonomie amministrative (definito federalismo fiscale) rischia ora d’essere raggiunto a colpi di mano, con il pericolo di rompere il tessuto nazionale che soltanto un autentico sistema federale può garantire.
Ci si lascia andare anche alle reminiscenze del Lombardo-Veneto quasi a surrogare con un’esperienza storica reale l’irrealtà della Padania. Ma occorre andare cauti con le ascendenze storiche che hanno la pretesa di legittimare iniziative politiche che rispondono a logiche completamente diverse. La relativa autonomia del Lombardo-Veneto storico non rispondeva affatto ad alcuna struttura federalista o autonomista in senso moderno, bensì alla logica di un impero plurinazionale, nato e sviluppato per conquiste e accorpamenti di territorio. Anzi con il passare degli anni l’impero mostrava chiare tendenze al centralismo modernizzante. La buona amministrazione asburgica aveva poco a che fare con l’autonomia. Erano e sono due problemi diversi.
Ragionamento analogo vale se con l’evocazione del Lombardo-Veneto (ma perché non del Piemonte o della Liguria?) s’intende indicare un certo stile di vita e di lavoro, di gusto imprenditoriale e di prestazione professionale che caratterizzerebbe queste popolazioni. Ma un discorso completo e sensato dovrebbe far intervenire altre variabili, compreso un certo tipo di religiosità (quando ancora c’era, naturalmente), variabili che complicherebbero un quadro che non si lascia facilmente strumentalizzare a usi partitico-elettorali.
Lasciando le suggestioni storiche e tornando alla dura realtà odierna, la vera domanda è se la coalizione politica, guidata da Berlusconi, uscita vincente dalle consultazioni con il decisivo contributo della Lega, sarà in grado di proporre un sistema di autonomie fiscali senza pregiudicare la necessaria coesione nazionale.
Evidentemente questa impresa non può essere lasciata alla buona volontà, al senso di moderazione della sola Lega che, consapevole della sua nuova forza, dovrebbe abbandonare i toni aggressivi del passato. Ma appartiene al Dna della Lega tenere alta la tensione sui suoi obiettivi. La strategia delle dichiarazioni minacciose seguite dalla loro sdrammatizzazione ha funzionato troppe volte per essere facilmente abbandonata. Ciò che colpisce tuttavia nelle ultime vicende, nelle prese di posizioni pubbliche soprattutto di Umberto Bossi, è l’accentuazione del rapporto fiduciario personale con Berlusconi. Non credo che l’insistenza del leader leghista sul «mantenere la parola», sul valore dell’«amicizia personale» siano semplici espressioni retoriche o sentimentali. È un modo di mettere in gioco esplicitamente il ruolo di leadership di Berlusconi e con essa la capacità di far marciare verso il federalismo fiscale tutto il Popolo delle Libertà.
Ma un serio sistema di autonomia fiscale non può essere costruito contro il Partito democratico e le altre formazioni schierate all’opposizione. Da qui l’altro quesito: chi oggi ha la credibilità e l’energia di far convergere tutte le forze politiche ragionevoli attorno a un grande progetto comune, senza che siano evocati «inciuci» o altre formule politicamente diffamatorie? da lastampa.it |
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| Nord, le città della destra in cerca di soldi e stabilità |
Focus
Nord, le città della destra in cerca di soldi e stabilità
Artigiani e commercianti dietro la svolta
Gli armatori di Genova, gli agricoltori di Parma, i commercianti di Venezia, i piccoli imprenditori di Verona, i giovani di Cremona. Categorie e corpi sociali diversi che, ancora una volta, hanno innalzato la bandiera della libertà economica, issata sulle banchine del porto di Genova, sulle ciminiere di Porto Marghera, sulle cattedrali delle città venete. Città che sono il tessuto connettivo della questione settentrionale, di quel Nord impaurito e ostile alla sinistra che salda l’insicurezza sociale alla vivacità dei commerci, che teme la globalizzazione ma è pronto a cavalcarla, sfruttando le promesse di Lega e Pdl: dal federalismo fiscale alla detassazione degli straordinari, dalle riforme delle infrastrutture all’abolizione dell’Ici.
Cipriani testimonial a Venezia
Qui non ci sono moschee né campi rom. Eppure la Lega cresce. Nei sestieri veneziani è al 12 per cento, a Jesolo arriva al 30. Marco Michielli, presidente di Confturismo e Federalberghi: «Il Pd è stato troppo attento alla grande industria, come il Pdl. E infatti hanno piazzato Riello e Calearo, trascurando altre categorie». Errore grave a Venezia, dove il centrodestra aveva un testimonial eccellente, Arrigo Cipriani: «Ho votato Lega al Senato e il centrodestra alla Camera». Non che il titolare dell’Harry’s bar sia di destra: «Ci sono persone che hanno fatto bene anche nel Pd». Né condivide slanci xenofobi o derive securitarie: «Ma no, qui io e i miei colleghi abbiamo votato Lega perché vogliamo il federalismo fiscale. Siamo una terra ricca, con imprese che hanno grandi capacità e che arrancano anche a causa dei prelievi statali». I veneziani sono stanchi, dice Cipriani: «Siamo una città decimata, chiusa in se stessa, offesa dalla massa di turisti che si riversa qui ogni giorno ». Non ha difficoltà ad ammettere, Cipriani, che è stato anche un voto di protesta: «Contro questa sinistra che parla di decoro e non fa nulla, se non gli editti declamanti dagli altoparlanti dei vaporini. Il veneziano è stufo, non ha più voglia di pensare, di discutere. Vuole concretezza ».
Il record veronese della Lega
Silvio Berlusconi lo definì «un po’ rozzo, ma efficace». Efficace lo è stato di sicuro, se è vero che da queste parti si parla di «effetto Tosi» per definire il boom della Lega, arrivata a Verona al 32 per cento e a percentuali stellari nella Treviso di Gianpaolo Dozzo, ministro in pectore. Un sindaco forte, che non basta a spiegare il vento del Nord. Il presidente dei piccoli imprenditori, Alberto Aldegheri, la mette così: «Hanno promesso cose che stanno realizzando. C’è voglia di gente concreta». Ancora più esplicito il presidente della Confartigianato, Ferdinando Albini: «Il governo ci ha fatti passare per evasori fiscali, per quelli che hanno mandato in malore l’Italia». Magari è anche vero che qualcuno non paga le tasse, ma gli artigiani si sentono umiliati e offesi e la Lega conforta: «Ha ben poco di folcloristico. In passato l’ho anche criticata, ma ora Tosi mantiene le strade pulite e garantisce la sicurezza». E poi le infrastrutture: «Ferrovie e autostrade in Veneto sono disastrose. Stamattina parlavo con un collega che doveva andare a Roma: prima prendeva l’aereo, ora Alitalia ha sospeso i voli da Verona».
Genova, la cena di Castelli
A Genova il Pd ha tenuto bene. Ma il crollo della sinistra ha portato con sé la crescita impetuosa della Lega, più 93 per cento alla Camera. La rappresentazione scenica del nuovo clima si poteva cogliere qualche giorno prima del voto. Niente sagre paesane, ma una cena in un ristorante di classe, presenti l’ex Guardasigilli Roberto Castelli e ben 120 tra imprenditori, avvocati, commercialisti e persino nobili cittadini. Platea nella quale spiccava Claudio Gemme, ad dell’Ansaldo. Gemme risponde al telefono da Mosca, dove sta inaugurando una nuova filiale: «Come imprenditori non ci siamo sentiti molto supportati dalla politica. La Lega ha un programma serio, vicino alle aziende e molto focalizzato sull’industria: sulle risorse energetiche, la necessità manodopera qualificata, il costo ridotto delle ore straordinarie». Bossi si scaglia da sempre contro la globalizzazione e invoca dazi. Gemme non crede affatto che la Lega sia ripiegata su se stessa: «Anche Castelli ce lo ha detto: è giusto e necessario che le aziende italiane esportino i loro prodotti nel mondo. C’è un mercato enorme che ci aspetta». Quanto al protezionismo, «è ovvio che importare prodotti di bassa qualità dalla Cina, impoverisce il nostro Paese. Dobbiamo evitare anche di comprare energia dall’estero. Serve aiuto. Del resto anche i coreani e i brasiliani godono di sostegni per noi impensabili, come premi all’esportazione». Altro cavallo di battaglia della Lega è il no ai clandestini e il freno all’immigrazione: «L’Ansaldo utilizza manodopera che arriva da tutto il mondo. Nelle mie aziende lavorano rumeni, iracheni. Tutti specialisti, gente che lavora. Non credo che la Lega sia contraria a questa immigrazione».
La borghesia agraria di Cremona
A Cremona, due anni fa, fu testa a testa. La spuntò per 700 voti e uno 0,7% il centrodestra. Oggi, due anni dopo, il blocco azzurro-verde stacca di sette punti Veltroni. E mentre il Pd guadagna circa quattro punti rispetto all’Ulivo, la Lega cresce dall’8,7% al 15,8% e Berlusconi cede quattro punti. Effetto del voto identitario, con sullo sfondo le proteste per il progetto della moschea che si sono intrecciate con la condanna per terrorismo all’ex imam. Ma almeno due dati rendono più complesso il quadro. Una massiccia adesione silenziosa alla Lega da parte della borghesia agraria, che nelle scorse legislature sembrava fidelizzata da Forza Italia — che aveva nel grande agricoltore Giovanni Jacini un personaggio carismatico—e dall’An di Gianni Alemanno. Ora la borghesia agricola cremonese si è in parte riconosciuta nell’antico simbolo che negli anni ’90 era vicino al 20 per cento e che poi ha flirtato con il leader dei Cobas del latte Giovanni Robusti. Ma a segnare la svolta, a Cremona, c’è anche il piccolo esercito dei Giovani Padani. Sono 80, tantissimi relativamente ai numeri della città, guidati da un ventiquattrenne laureando in informatica, Fabio Grassani: «Siamo tutti tra i 17 e i 28 anni e per noi è la prima esperienza politica. Cosa vogliamo? Sicurezza e federalismo».
Pavia, Abelli protagonista
A Pavia, come a Cremona, il Comune è amministrato dal centrosinistra. E le politiche sembrano l’occasione perfetta per chiedere il conto alla sindaca Piera Capitelli. Attaccata da sinistra per la mano dura usata contro i Rom e criticata da destra per i ritardi, in molti, sulle sponde del Ticino, pensano che al centro del voto ci siano anzitutto dinamiche locali. Difficile, tuttavia, ignorare il contesto generale in cui si inserisce il raddoppio della Lega, giunta quasi al 14%, il lieve calo del Pdl e il buon risultato del Pd. Resta sicuro, invece, il solito nome forte che esce dalle urne pavesi per il centrodestra: quello di Gian Carlo Abelli, uomo di fiducia e assessore di peso di Formigoni in Regione. Proprio l’ormai probabile permanenza romana del governatore, peraltro, sembra schiudere spazi importanti ad Abelli al Pirellone con dall’altra parte del tavolo, ancora una volta, la Lega Nord. C’è chi, nella preminenza di un dc targato Prima Repubblica come Abelli sul Pdl pavese, ha visto una delle ragioni dello spostamento del voto moderato cittadino sulla Lega.
Il caso-Brescia
Quella che si è consumata a Brescia, invece, è un’altra storia. Secca la sconfitta al primo turno per il candidato del Pd, Emilio del Bono, contrapposto ad Adriano Paroli. La vittoria in una piazza forte, economicamente rilevante e non proprio amica, lancia a livello nazionale due under quaranta bresciani: Maria Stella Gelmini, molto stimata da Berlusconi, e Stefano Saglia, ex An. Per lui si profilerebbe un incarico da viceministro con deleghe alle questioni energetiche. Questioni non da poco, nella Brescia in cui è serpeggiato qualche malumore per la gestione della fusione tra Asm e la milanese Aem. Mentre nella vicina Bergamo uno dei possibili emergenti di domani è Giorgio Jannone, molto vicino al Gruppo Radici e attivo, in queste settimane, sullo scottante dossier Alitalia.
Jacopo Tondelli, Alessandro Trocino 17 aprile 2008
da corriere.it |
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| Ho i capelli dritti per le ultime dalla Calabria... |
Calabria, scuola alla creolina
Oliviero Beha
Ho i capelli dritti per le ultime dalla Calabria, ormai diventata per gli esperti quello che era la Sicilia di Ciancimino 20 anni fa, e in particolare da Catanzaro. No, nel caso non c’entra la Procura, l’avocazione dell’inchiesta «Why not» (appunto, perché no...) nei confronti di De Magistris, l’economia direttamente o indirettamente in mano alla ’ndrangheta calcolata nel 70% dell’economia calabrese tutta, mentre la Mafia spa è la multinazionale col fatturato europeo più alto. E nemmeno c’entrano il delitto Fortugno e i ragazzi di Locri di «Ammazzateci tutti». O meglio, i ragazzi c’entrano, e c’entrano le scuole, alcune scuole. Precisamente quelle «chiuse per creolina».
Andiamo in cronaca, per non sbagliare, lanci di agenzia alla mano non essendoci stato per ora un riflettore nazionale. Il fenomeno è cominciato nel febbraio di quest’anno, con le prime avvisaglie. In Prefettura, a Catanzaro, c’era stata una riunione del Comitato per l’ordine pubblico con il vicesindaco, Antonio Tassoni, che, di conserva con l’assessore alle attività economiche, Francesco Curcio, si era rivolto a rivenditori e famiglie: «I rivenditori di creolina, la sostanza chimica utilizzata dai vandali per i loro raid nelle scuole cittadine, collaborino con le forze di polizia, facendo maggiore attenzione a chi forniscono questo prodotto igienizzante ad alta tossicità».
La creolina è infatti un disinfettante usato anche per disinfestare le scuole stesse ma positivamente sciolto in acqua come solvente chimico. Se invece vengono rovesciati bidoni intieri senz’acqua, negli androni, lungo i corridoi, per le aule, l’effetto da overdose è opposto, un elemento intossicante fortissimo che fa male a chiunque e può provocare ai soggetti a rischio pericolose crisi asmatiche. Il tutto rende impraticabili gli istituti scolastici, che infatti a ondate vengono chiusi per qualche tempo. Faticano poi a riaprire, perché ormai l’incubo creolina è diffusissimo, a un passo dalla psicosi.
E dopo le prime indagini, quattro studenti del «Maresca», sempre a Catanzaro, erano stati raggiunti da un’ipotesi di reato nel giugno successivo. Altri dieci studenti minorenni di due istituti scolastici di Rende, in provincia di Cosenza, sono stati denunciati a fine ottobre dai carabinieri per danneggiamento aggravato ed interruzione di pubblico servizio per lo stesso motivo. Un paio di settimane fa nuova ondata di creolina: bersaglio l’Istituto tecnico per geometri «Petrucci» di Catanzaro,con intervento di vigili del fuoco e polizia. Il che ha portato a cinque i casi di metà novembre con relativa “serrata” di quattro scuole e cinque plessi scolastici. Vengono innaffiati da litri di creolina licei classici e scientifici, istituti tecnici e magistrali. Materia per la Digos.
La stessa cosa è successa a Crotone: creolina e vandali giorni fa in tre scuole, l’Istituto tecnico commerciale «Lucifero» con dieci ragazzi ricoverati in ospedale, la scuola media Giovanni XXIII ed una sezione staccata dell’Ipsia «Barlacchi». Si susseguono riunioni sul tema: lo ha fatto mercoledì della scorsa settimana anche il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Crotone, presieduto dal Prefetto, Melchiorre Fallica. Basta come cronaca spicciola per rendere l’idea?
All’inizio si pensava a un bullismo regionale, qualcosa che denotasse anche in questo delicatissimo settore la leadership calabra affermata com’è noto (anche se non noto abbastanza) ad altri livelli di intreccio delinquenzial-politico. Poi come capirete la faccenda ha ultimamente conosciuto un salto di qualità: circola voce, e ci sono indagini della magistratura su sollecitazione delle dirigenze scolastiche che vanno in questa direzione, che ormai i ragazzi di tali scuole sub specie di vandalismo creolinico abbiano cambiato pelle in chiave “manageriale”. O semplicemente mafiosa. Infatti da sicari di loro stessi si sarebbero mutati in mandanti.
Ma sì, avete letto bene: stando ad alcune testimonianze di studenti e docenti i delinquenti in erba farebbero delle collette tra loro per ingaggiare “ninos de rua”, ragazzi di strada alla calabrese, di quelli buoni a tutto e quindi disponibilissimi a rischiare appena appena invadendo le scuole e riempiendole di creolina su commissione. Ciò perché i minorenni che progettano tali infestazioni non vogliono eventuali fastidi con le (rarissime, ma in aumento) telecamere di sorveglianza, o anche solo con le indicazioni di compagni non ancora “guasti” come loro. Per fortuna ce ne sono, e vengono anche segnalati scontri tra studenti, tra chi vuol riprendere le lezioni e chi direttamente o indirettamente favorisce le sospensioni. Con la manovalanza di strada i vandali baipassano la responsabilità diretta e pagano qualcuno che faccia chiudere le scuole in vece loro.
Non credo che siano necessari troppi commenti. Qui c’è l’aspetto della malavita minorile, la crisi della scuola intesa fin nella sua dimensione di edificio scolastico, l’incapacità o l’impotenza delle istituzioni a reagire adeguatamente nonostante i proclami aulici, la mancanza di barriere non solo retoricamente indignate a questo precipizio. Ben sapendo per di più che sono in agguato le telecamere di un Vespa, un Mentana o qualche «Vita in diretta» (vita???), anche loro malgrado - eufemismo - programmate per creare emulazione e non coscienza del degrado con qualche bel talk-show dedicato al chimico solvente.
Il tutto a garanzia della tragica considerazione che il Paese sta scivolando per la china come su un piano inclinato dalla forza di gravità, perché in ballo ci sono le nuove generazioni alla creolina e il domani continuando così sarà per forza peggio dell’oggi, indipendentemente da professioni di apocalitticità sociopolitica o di (sparuto) ottimismo biologico. Con le scuole alla creolina siamo ormai arrivati in profondità, alle radici malate da cui tronchi e rami di conseguenza, piante storte fin dall’inizio, con l’aggravante che statisticamente come per l’economia così per il tessuto sociale di prima anagrafe tra poco i fuorilegge saranno gli altri,i pochi o tanti (ma pare pochi...) che non ci vogliono stare. Servirebbe la politica, a partire dal ministro Fioroni a campeggiare a Catanzaro o Rende finché la questione non fosse risolta, per dare un segnale forte, e magari anche una mano da chi parla di “relativismo morale” comodamente assiso su divani porpora, quando invece ci sarebbe tanto bisogno di educatori senza paura dell’odore asfissiante di un solvente.
Relativismo chimico nella Calabria che muore?
www.olivierobeha.it
Pubblicato il: 06.12.07 Modificato il: 06.12.07 alle ore 9.04 © l'Unità.
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| Sinistra in pelliccia, duello tra donne |
La Serafini si schiera con la senatrice del Pdci: se sta bene perché no?
Sinistra in pelliccia, duello tra donne
De Petris (Verdi): la Palermi se la tolga. E lei: non sei democratica
MILANO — Niente pelliccia. Per Loredana De Petris, senatrice del gruppo Verdi- Pdci, essere donna, e di sinistra, significa anche questo. E così per ben due volte si è trovata a dover «riprendere » la sua collega di gruppo, la senatrice Manuela Palermi. «Colpevole» di aver indossato l'oggetto del contendere. «Ma non erano cappotti interi — spiega De Petris, confermando l'indiscrezione che da qualche giorno circolava a Palazzo Madama —. In realtà una volta aveva un collo un po' vistoso di pelliccia, e un'altra un giubbotto con un'imbottitura. Nessuna lite tra noi. Solo che a un certo punto non ho resistito e glielo ho detto: "Manuela, ma che ti sei messa addosso?" E lei: "Ma sai, ce l'avevo da un po'...". E che significa?
Essere di sinistra vuol dire non contraddire mai certi valori». Depetris non ne fa «una questione di perbenismo», bensì «di stile. Certe cadute, da noi donne di sinistra, non sono ammesse. La pelliccia è simbolo del cattivo gusto. Purtroppo molte di noi le stanno indossando. Nomi? Tanti. Mi ricordo la fodera di un impermeabile della Finocchiaro... ».
Palermi, però, minimizza: «Discussione con De Petris? Non ricordo. E poi io non possiedo pellicce, solo un paio di colli... Ma comunque non sono una che dice: guai a chi ne indossa una. Sono per la democrazia, io».
La senatrice del Pd Anna Serafini, però, vorrebbe evitare drammatizzazioni: «L'importante è rispettare sempre la propria personalità. E se una cosa ti sta bene... perché no? Per quanto mi riguarda non ho pellicce, ma perché non le amo. Mi rappresenta di più un tubino nero. Solo una volta, per il matrimonio di un amico in Canada, comprai un montone. Poi mi fu rubato e stop. Ma non criticherei mai nessuno per indossarne una: si può essere di sinistra anche con la pelliccia». La giornalista Ritanna Armeni, invece, non ha dubbi: «Non la metterei mai. Per un fatto simbolico. Venti anni fa in Norvegia, causa gelo, ne comprai una ma non l'ho più indossata.
Se volete, c'è anche un'immagine generale della sinistra da difendere. Non sono moralista, ma il mio essere femminista e di sinistra mi fa escludere alcune cose. Come gli abiti firmati, che ho ottenuto di non indossare anche in tv, a Otto e mezzo. Insomma, mi piace una sinistra che spontaneamente si adegua a certi valori.
Meglio una pizza che un ristorante gourmet, per intenderci...». E la senatrice prc Rina Gagliardi prova a mediare: «Da animalista convinta sono contraria alle pellicce, ma non criminalizzerei. Niente dogmi, per favore. Nella nostra storia ce ne sono stati già troppi. Però... alle donne democratiche dico: evitiamo di sprecare i soldi per le pellicce. Perché alcuni valori, forti e condivisi, per noi, esistono sempre».
Angela Frenda da corriere.it |
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| Pietro Scoppola, scomparso oggi... |
2007-10-25 12:43
E' MORTO LO STORICO PIETRO SCOPPOLA
ROMA - Pietro Scoppola, scomparso oggi a Roma prima di compiere gli 81 anni, era professore ordinario di Storia contemporanea nella Facoltà di scienze politiche dell'Università di Roma La Sapienza, dopo aver insegnato Storia del Risorgimento, Storia dei partiti e Storia dei rapporti tra Stato e Chiesa, diventando ordinario nel 1967 come docente di Storia della Chiesa.
Ma accanto al suo lavoro scientifico, lo studioso, nato a Roma il 14 dicembre del 1926, ha sempre svolto un ruolo impegnato civilmente nella società, non solo, per esempio, come direttore della rivista Il Mulino negli anni '70, ma anche arrivando a essere eletto senatore nella IX legislatura (1983-1987, quando ha fatto parte della Commissione Bozzi per le riforme istituzionali), come indipendente nelle liste della Dc e aver fatto parte della commissione di 12 saggi che hanno redatto il Manifesto del Partito Democratico.
Cattolico, ma libero nel pensiero e nelle elaborazioni dalle indicazioni della Chiesa (sino dalla campagna per il divorzio), ha fatto parte dell'Unione dei Progressisti 18 Ottobre e si è poi avvicinato alla Margherita. Membro della Commissione nazionale dell'Unesco e della Giunta centrale per gli studi storici. La sua ricerca si concentra così, in una prima fase, sul rapporto fra coscienza religiosa e coscienza civile, fra Chiesa e Stato nei secoli XIX e XX; sulla base di questa premessa affronta poi il tema della democrazia in Italia, delle sue origini, dei suoi sviluppi e della sua crisi, per approdare alla dibattuta questione della identità nazionale e della formazione e degli sviluppi del senso di cittadinanza. Scoppola, prima di avere una cattedra universitaria, aveva lavorato come funzionario parlamentare presso il Senato.
Fra i suoi maestri, alla facoltà di Giurisprudenza di Roma, c'era stato anche Arturo Carlo Jemolo, la cui lezione contribuisce a orientarlo verso gli studi di storia politico-religiosa. Ancora a Palazzo Madama, approfondisce gli studi interessandosi, in particolare, alla storia del movimento cattolico e della Democrazia cristiana. Fra le sue opere si ricordano 'Chiesa e Stato nella storia d'Italià (Laterza, 1967); 'La Chiesa e il fascismo' (Laterza, 1971); 'La Repubblica dei partiti. Profilo storico della democrazia in Italia' (1945-1990) (il Mulino, 1997); 'La costituzione contesa' (Einaudi 1998); '25 aprile. La Liberazione' (Einaudi 1995). Per la Storia d'Italia Einaudi 'Annali 17 - Il parlamento' (2001) ha composto il saggio 'Parlamento e governo da De Gasperi a Moro' e la recentissima 'La coscienza e il potere' (Laterza 2007).
"Nessun evento storico rilevante è un fatto in sé - spiegava sempre ai suoi studenti - neanche gli eventi singoli come la scoperta dell'America o, più recentemente, la caduta del Muro di Berlino: la loro rilevanza è frutto di una interpretazione successiva. Qual è il vero significato di un'affermazione del genere? Forse che la conoscenza storica dovrebbe essere condannata all'arbitrarietà e all'infondatezza? Uno dei maggiori filosofi del nostro tempo, Hans Georg Gadamer, ha, non solo smentito, ma ha addirittura rovesciato questa affermazione, insegnandoci che la non completa oggettività delle scienze storiche deve essere considerata non come un limite, bensì come una ricchezza del sapere umano. La conoscenza storica è la relazione di un uomo del presente con uomini del passato, è un rapporto fra uomini".
da ansa.it |
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| Montezemolo: «Una vicepresidenza al Veneto» |
IL NUOVO ASSETTO DI CONFINDUSTRIA
Montezemolo: «Una vicepresidenza al Veneto» Matteo Marian
Il leader nazionale assicura un posto di primo piano agli industriali regionali Mister Ferrari «Sul welfare è stato raggiunto un accordo condivisibile. Ma i continui compromessi bloccano il Paese» ROVIGO. Luca Cordero di Montezemolo fa ammenda pubblica: «Ho sbagliato a non dare il giusto peso al Veneto nella composizione dei vertici di Confindustria, ma non sarà più così». Davanti agli imprenditori veneti che ieri si sono riuniti ad Adria per un consiglio regionale allargato dell’associazione, il leader di viale dell’Astronomia promette: il Veneto avrà un posto di rilievo nel prossimo riassetto dei vertici. A una regione che produce il 10% del Pil nazionale spetta «una vicepresidenza». Al cospetto dei sette presidenti delle territoriali venete e del numero uno regionale Andrea Riello, Montezemolo, per la prima volta, parla della sua successione. Un processo da condurre sotto il segno della continuità e con un Veneto compatto e non lacerato da divisioni, come è accaduto in occasione dell’elezione del numero uno della Fiat. Il presidente di Confindustria ha elogiato il lavoro dei vertici delle territoriali e del regionale, in modo particolare sotto il profilo dell’unità evocata per il prossimo rinnovo del governo di viale dell’Astronomia. Aggiungendo: «Non iniziamo a fare dei nomi ora, ci farebbe solo del male». Un messaggio che, insieme all’analisi sullo stato di salute dell’economia italiana e sull’azione di governo (Finanziaria e protocollo sul welfare in particolare), ha raccolto la standing ovation in sala. Il Paese corre poco a parte le imprese e chi lavora, «che hanno il grande merito e l’orgoglio di essere le vere protagoniste della crescita» ha detto Montezemolo. «L’Italia, per il resto è ferma, ha una grande difficoltà ad affrontare e risolvere i veri problemi perdendosi nella ricerca di continui compromessi. Quindi dobbiamo guardare come priorità per avere fiducia nel futuro a una grande riforma dello Stato, bisogna fare una riforma della legge elettorale, dare potere di governo a chi vince le elezioni, tagliare troppi vantaggi inutili e sburocratizzare». Riguardo al protocollo sul welfare, il leader di Confindustria ha aggiunto: «Non ho capito perché siano stati necessari tutti questi incontri di tre giorni per tornare a dove si era. L’accordo è, comunque, condivisibile». Scroscio di applausi in sala. «La seconda standing ovation dopo quella di gennaio a Padova» sottolinea Andrea Riello, che descrive l’incontro come «un confronto sereno sui temi d’attualità. Il presidente ha sottolineato il senso di responsabilità del sistema confindustriale veneto e di come questo rappresenti un patrimonio per il Paese». Riello, come da direttiva presidenziale, non si sbilancia sui nomi dei candidati leader: «L’auspicio è che la competizione sfoci in un’ampia convergenza e che la successione avvenga nella maggiore continuità possibile». Nessuna convergenza esplicita sul nome di Emma Marcegaglia (presente in sala). La partita, a sentire i commenti del gotha imprenditoriale nel paddock dell’International Raceway di Adria, è ancora tutta da giocare. Contorni più definiti, nonostante la scadenza non sia così prossima, ha, invece, il riassetto in chiave veneta. Antonio Favrin si aggira all’interno dell’autodromo polesano con il pass per il Cda del «Sole-24 Ore» post quotazione; Andrea Tomat è in pole per raccogliere il testimone da Riello; Luciano Miotto alla guida di Treviso è una garanzia. «Lo conosco personalmente: è un imprenditore serio e preparato - commenta Massimo Calearo, presidente degli industriali vicentini e di Federmeccanica -. Resta il fatto che la decisione sul dopo Tomat spetta ai colleghi di Treviso». La casella della vicepresidenza veneta per viale dell’Astronomia chiuderà il cerchio. «Montezemolo ha riconosciuto come legittima l’aspirazione del Veneto» si limita a sottolineare Riello. Ovvero uno dei due big veneti che guardano a Roma. L’altro è Calearo, che finito il vertice, si concede un giro in Ferrari sulla pista di Adria al fianco di Montezemolo. «Un ottimo pilota, sia di bolidi come questo sia di Confindustria» scherza Calearo. Un caso che il co-pilota scelto, per l’occasione, da mister Ferrari sia il leader degli industriali vicentini? La risposta, da decifrare, sta in un sorriso.
da espresso.repubblica.it |
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| La nostra buona sanità! |
Io, ministro dico: grazie Michael Moore
Livia Turco
«Chi è la persona assolutamente più importante del Canada? Colui che ha inventato il Servizio sanitario nazionale pubblico che cura gratuitamente le persone sulla base dei bisogni di salute». Lo dice un anziano signore, un americano che si dichiara conservatore, che ha avuto una brutta esperienza negli Usa. Giocava a golf e gli è saltato il tendine del braccio. È andato a curarsi in Canada dove l’assistenza è gratuita. Il canadese che ha inventato il Servizio Sanitario Pubblico è Thomas Clement Douglas. Quella descritta è una delle scene del film Sicko, del regista americano Michael Moore che più mi ha colpita.
Perché è illuminante di una verità troppo dimenticata: non essere soli di fronte alla malattia e avere la sicurezza che se ti ammali non conterà il tuo reddito ma il tuo bisogno di salute, che è il bene più grande che possiamo avere. Un Paese, una democrazia che siano in grado di riconoscere questo diritto sono un Paese grande e una democrazia forte. Perché vuol dire che sono nutriti dal «noi» e non solo dall’«io». Mi auguro che molti cittadini del nostro Paese vedano questo film perché contiene molte cose importanti. Innanzitutto fa riflettere sulle malattie, sulla sofferenza, sulla fragilità umana, e sul valore del sistema sanitario pubblico, vale a dire su quegli aspetti così importanti della nostra esistenza eppure poco discussi in un accurato dibattito pubblico.
Il film, inoltre, cerca di spiegare come mai un Paese come gli Stati Uniti in cui l'incidenza della spesa sanitaria rispetto al Pil è del 15% (in Italia è dell'8,9%) si trovi ad essere al 37°posto nella graduatoria dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per quanto attiene alla sua capacità di soddisfare i bisogni di salute della popolazione.
La risposta l'autore la trova quando facendo un confronto tra il sistema sanitario americano e i servizi sanitari inglese, canadese, e francese, dice: «Il primo si basa sull'”io” gli altri sul “noi”, vale a dire sul principio di solidarietà. Principio che, quando è applicato alla salute, non solo garantisce l'equità ma anche l'efficienza. Il film dimostra non solo che il sistema assicurativo esclude milioni di persone, quelle che non sono in grado di contrarre una polizza assicurativa perché non hanno le risorse, ma anche che non è in grado di offrire una adeguata tutela della salute perché è orientato al principio del profitto, del minor costo. Dunque, seleziona sulla base di questo principio gli interventi chirurgici, le prestazioni, le patologie da prendere in carico. In base a questo principio è evidente che né un malato mentale, né un malato di Alzheimer, né un disabile, né un tossicodipendente saranno mai presi in carico da una assicurazione. Non parliamo poi di dignità del fine vita, di cure palliative, di malati terminali.
La scelta del Servizio sanitario nazionale pubblico, universalistico e solidale è, dunque, la scelta non solo del sistema più equo ma anche del più efficace ed efficiente. È importante che di questo divengano consapevoli tutte le persone, a partire da quando si è giovani. Il servizio sanitario pubblico e la tutela della salute non sono un fatto tecnico che appartiene ai competenti della salute. Sono un bene pubblico e indivisibile che appartiene a ciascuno individualmente e alla comunità nel suo insieme. Il film è particolarmente importante per noi italiani perché è come se ci facesse scoprire un tesoro che possediamo ma di cui non siamo consapevoli. Un tesoro di cui abbiamo scarsa considerazione e che non sempre sappiamo utilizzare bene: la nostra sanità pubblica.
Voglio qui ricordare alcune ragioni per cui il Servizio sanitario italiano è al secondo posto nella graduatoria dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Innanzitutto perché esso si propone come servizio universalistico e solidale. Tutti i dati, compreso l'ultimo rapporto Istat, confermano che il nostro servizio sanitario è utilizzato da chi ne ha bisogno (persone con malattie cronico degenerative, anziani, ceti più deboli). Abbiamo l'aspettativa di vita in buona salute tra le migliori in Europa, questo vuol dire che non solo viviamo più a lungo di altre popolazioni europee ma, anche, che i nostri anziani godono di buona salute fino agli ultimi anni di vita. C'è un rapporto positivo tra risorse investite e accessibilità alle cure. Abbiamo il Prontuario farmaceutico a carico della sanità pubblica più ricco d'Europa, sia per il numero di farmaci disponibili che per la patologie coperte gratuitamente, compresi i farmaci innovativi di ultima generazione. Abbiamo una delle migliori reti nazionali in Europa per l'effettuazione di trapianti d'organo, sia dal punto di vista della qualità degli interventi che della gestione delle banche dati sui donatori e sulla disponibilità degli organi. Siamo l'unico Paese in Europa a garantire la possibilità di scegliere il pediatra senza alcuna spesa a carico delle famiglie per tutti i bambini da O a 14 anni. Abbiamo il numero più alto rispetto agli altri Paesi europei di apparecchiature Tac e Rmn pubbliche per milioni di abitanti. Inoltre, abbiamo il tasso più basso in Europa di infezioni ospedaliere nei reparti di terapia intensiva neonatale, etc.
Conosciamo bene i problemi che sono sul tappeto e che siamo già impegnati a risolvere: le disparità territoriali, le liste di attesa, alcune prestazioni specialistiche totalmente a carico degli utenti. Ma per migliorare bisogna essere consapevoli del tanto che si ha. La storia della sanità pubblica è un aspetto importante dello sviluppo democratico del nostro Paese, della sua crescita civile, del suo sviluppo economico e sociale. Nacque 30 anni fa, il 23 dicembre del 1978, con la legge 833/78 dopo una forte battaglia nel Paese e un ampio confronto parlamentare: la legge fu votata dall'85% del Parlamento. La vita del servizio sanitario nazionale, tuttavia, è stata tormentata e segnata anche da molte ombre: gli scandali, la corruzione, gli sprechi.
La storia della sanità pubblica del nostro Paese può essere scandita in tre tappe: la Legge 833/78 con cui nasce il Servizio sanitario nazionale; la costituzione del sistema delle aziende con il Decreto legislativo 502/93; la previsione e la definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza con il Decreto legislativo 229/99. Ora vogliamo scrivere la quarta tappa, quella della «qualità e sicurezza delle cure». Oggi il Governo di centrosinistra è impegnato - in un rapporto di forte cooperazione istituzionale con le Regioni - a consolidare e migliorare la nostra sanità pubblica. Come indicano le scelte contenute nel Patto per la Salute e nella Legge Finanziaria 2007 che svilupperemo ulteriormente sia nella prossima Legge Finanziaria sia nel provvedimento legislativo per l'ammodernamento del Servizio sanitario nazionale che approveremo nel Consiglio dei Ministri del prossimo mese di settembre. La salute e la sanità pubblica non sono solo un qualunque diritto. Sono un bene di cui ciascun cittadino deve imparare ad avere rispetto. Oltreché esigere rispetto in termini di cura, prestazioni ed attenzione umana.
Il Servizio sanitario nazionale è una fondamentale infrastruttura dello sviluppo economico della democrazia e deve essere alimentato quotidianamente da uno specialissimo senso civico: il rispetto e la responsabilità verso noi stessi e verso gli altri. Per promuovere la dignità umana, sempre, verso chiunque ed in qualunque luogo.
Pubblicato il: 25.08.07 Modificato il: 25.08.07 alle ore 12.00 © l'Unità. |
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