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I NUMERI NON PARLANO DA SOLI, SIAMO NOI A FARLI PARLARE

Perché i vecchi ci fanno paura

di Barbara Spinelli, da Repubblica, 1 febbraio 2012

Le ultime statistiche Istat sull'invecchiamento degli italiani erano prevedibili, ma vale la pena soffermarsi su di esse e pensarle sino in fondo. Non di rado i numeri sono una gabbia, e non è vero che "parlano da soli": siamo noi a farli parlare. Nel 2030, dicono, i vecchi saranno il doppio dei bambini. Non molto diverse sono le statistiche sugli immigrati: loro aumenteranno, gli italiani diminuiranno.

Tutto questo accadrà non in un domani lontano, ma fra poco. Sarà una crisi di civiltà, annunciano i giornali: una mutazione antropologica che non avremo voluto, ma che dovremo patire e chissà come ne usciremo. La mutazione fin d'ora la viviamo come disagio della civiltà, ma non a causa di questi numeri: a causa delle parole che usiamo per interpretarli, commentarli. Sono parole che salgono in noi come una nebbia, e tutte sono intrise di spavento, smarrimento: come fossimo una civiltà in preda a incursioni selvagge.

Nell'ultimo ventennio si è parlato dell'imbarbarimento dei nostri costumi, ma forse la barbarie l'abbiamo dentro. Forse i barbari siamo noi, a meno di non preparare il futuro con maggiore cura delle parole, innanzitutto, e con politiche di prudenza e giustizia che non si facciano irretire da cifre, da percentuali, dalle insidie che sempre son racchiuse nelle statistiche, specie demografiche. A meno di non fronteggiare e guardare in modo diverso la crisi, l'economia di scarsità che impone, e come ci siamo arrivati.

Ancora una volta tendiamo a pensare la crisi in maniera rivoluzionaria, concentrando forze e sguardi su uno soltanto dei nodi da sciogliere: una razza, una classe, un'età da tutelare a scapito di altre (ci aiuta nella disumanizzazione semplificatrice la parola "fascia": non siamo persone, ma strati).

Le rivoluzioni sono state più volte questo, e spesso son seguite dal Terrore. Conservatrici o progressiste, hanno sete di capri espiatori. La categoria su cui s'addensa oggi l'attenzione di governi e economisti è quella dei giovani, non c'è discorso o proclama che non evochi la loro condizione di sacrificati sull'altare d'un paese che invecchiando si disfa. I politici ne hanno la bocca piena, e non stupisce perché l'ingiustizia davvero va raddrizzata.

Ma non dimentichiamo che Stalin e Hitler inneggiavano ai giovani, e alla panacea del muscolo, dello sport. Kundera lo ricorda con maestria quando descrive la "lirica totalitaria della giovinezza", che diventa culto. Concentrarsi esclusivamente sui giovani vuol dire dare all'esistenza umana una sola identità e un solo tempo, non vedere in essa una collana fatta di molte fluide identità, tempi di vita, e nodi.

Forse è venuto il momento di ricostruire il tragitto che ci ha condotti a parlare in un certo modo, da decenni, dei vecchi che ci stanno accanto: di capire come mai, quasi senza accorgercene, adottiamo nei loro confronti gli stessi vocaboli usati - in Italia con speciale disinvoltura - per gli immigrati, cittadini europei compresi. Da tempo siamo come ammaliati dal loro numero che sale: la loro longevità ci sbigottisce, assume le fattezze di biblica piaga.

Accade di frequente, quando cominciamo a diffidare di una popolazione e la mente s'abitua a segregarla. In genere ricorriamo a metafore marine: i grandi vecchi in sovrannumero irromperanno come un'ondata, ci sommergeranno. A ottant'anni hanno davanti a sé più anni di vita? Dalle penne, inavvertitamente, escono strani aggettivi: "macabre" sono le statistiche che ne danno notizia. E usurpatrici le attività remunerate che tolgono ai giovani (anche questo è un argomento mutuato dall'eloquio leghista o del Fronte nazionale francese sugli immigrati). Accorta, il ministro Fornero dice: "Il lavoro non è una quantità fissa. È qualcosa che può crescere, può esser distribuito meglio". Si potrebbe dire anche degli anni di vita, del complesso corpo d'una società.

Forse è qui il maleficio di un invecchiare che intimidito si nasconde, si rifugia in svariati trucchi pur di fermare il tempo. Finché l'anziano appare giovane c'è salvezza. Meglio: finché è cliente, consumatore. L'unico modo di non veder spezzata l'appartenenza alla comunità è di non sottrarsi alle esigenze del mercato: d'impersonare un'inalterata domanda, correlata all'offerta.

Ogni volta che annunciamo che l'Italia sarà (è già) un paese di vecchi, manipoliamo il tempo, lo congeliamo, e questa è la vera crisi di civiltà, che imputiamo all'invasore esterno e poi automaticamente a paria interni, non dissimili dalle caste indiane: gli oppressi dovettero attendere Gandhi per sapersi cittadini. Paria in sanscrito significa spezzare. La collana si spezza a causa dello straniero, dell'immigrante nato in Italia, del malato, del povero. Infine dei grandi vecchi.

Se non corriamo ai ripari - Croce direbbe: "se non invigilo me stesso, e procuro di correggermi" - non potremo scansare la minaccia: a forza di considerare gli anziani un flagello, verrà il tempo (magari già inizia) in cui converrà sbarazzarsene. Costano troppo alla comunità, con tutti i farmaci che prendono, gli arnesi di cui necessitano. E chi pagherà se i giovani continuano a vivere vite precarie, impossibilitati anche numericamente a versar contributi per la spesa sanitaria di cui l'alta vecchiaia abbisogna?

A ciò s'aggiunga che questo avviene in un'epoca storica che disdegna lo Stato. Lo vuole smilzo, non esattore, inclusivo sì ma molto selettivo: quasi non avesse insegnato nulla la crisi del mercato senza briglie, incapace di invigilare spontaneamente se stesso, esplosa nel 2007. Per questo è ingiusto e anche miope, il no di Beppe Grillo alla cittadinanza per gli immigrati nati in Italia: affermare che il problema oggi è altro - per esempio, arrivare alla fine del mese - è pensare il brevissimo termine, non vedere lo spezzarsi dell'intera collana di civiltà, considerarla una "quantità fissa", fatalmente scarsa.

È scabroso parlare di queste cose, perché le utopie maltusiane - i freni brutali all'aumento di popolazione in assenza di guerre, carestie, epidemie - rischiano di realizzarsi. Descriverle è già un po' accettarle. Chi ha letto il racconto di Buzzati sull'eliminazione dei vecchi, nel Viaggio agli inferni del secolo (1966) ricorderà il malessere che procura: l'immaginaria città parallela - una sotterranea seconda Milano - può pian piano inverarsi, se non mutiamo le parole e gli atti che ne scaturiscono. Nella città nascosta (vi si accede varcando una porticina "che apre all'inferno"), ogni primavera si celebra un rito eccentrico, agghiacciante, detto "grande festa della pulizia".

La festa si chiama Entrümpelung, che in tedesco è repulisti generale di roba vecchia. Nel giorno della Entrümpelung "le famiglie hanno il diritto anzi il dovere di eliminare i pesi inutili. Perciò i vecchi vengono sbattuti fuori con le immondizie e i ferrivecchi". Nei mucchi d'immondezza, accanto a lampade passate di moda, antichi sci, vasi slabbrati, libri che nessuno ha letto, stinte bandiere nazionali, pitali, sacchi di patate marce, segatura, ci sono sacchi che ancora si muovono un poco, "per interni svogliati contorcimenti".

Contengono i vecchi. Un'abitante della città parallela dice: "Cosa vuole che sia? Uno di quelli. Un vecchio. Era ora, no?" Erculei inservienti comunali gettano la gentile zia Tussi dalla finestra. I nipoti non fiatano. Difficile non pensare al vecchio ebreo in sedia a rotelle scaraventato giù sul selciato, nel Pianista di Polanski.

La prima reazione è di dire: "Da noi non così!" (sono le parole di Gesù sui potenti del tempo). Ne siamo davvero sicuri? I numeri, quando ci figuriamo che parlino da soli togliendoci responsabilità, possono essere una maledizione. Rilke lo sapeva bene quando ingiungeva: "Alle risorse esauste, alle altre informi e mute della piena natura, alle somme indicibili, te stesso aggiungi, nel giubilo, e annienta il numero".

(1 febbraio 2012)

 http://temi.repubblica.it/micromega-online/perche-i-vecchi-ci-fanno-paura/


Pubblicato : 06/02/2012 da Barbara SPINELLI | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

«Ecco la bella amica dei ragazzi! Ecco la prima neve!

3/2/2012

All'uscita dalla classe la neve era una festa

GIUSEPPE CULICCHIA

Scriveva Edmondo De Amicis in Cuore, edito dai fratelli Treves nel 1886: «Ecco la bella amica dei ragazzi! Ecco la prima neve! Fin da ieri sera vien giù a fiocchi fitti e larghi come fiori di gelsomino.

Era un piacere questa mattina alla scuola vederla venire contro le vetrate e ammontarsi sui davanzali; anche il maestro guardava e si fregava le mani, e tutti eran contenti pensando a fare le palle, e al ghiaccio che verrà dopo, e al focolino di casa». Il brano, intitolato La Prima Nevicata, proseguiva: «Che bellezza, che festa fu all'uscita! Tutti a scavallar per la strada, gridando e sbracciando. Tutti parevano fuor di sé dall'allegrezza!».

Ora, sarà anche vero che le avventure di Garrone e Franti non vanno più di moda, ormai soppiantate da quelle di maghetti e vampiri e piccoli brividi assortiti. Ma noi genitori che oggi accompagniamo i figli a scuola come se dovessimo affrontare un cataclisma mai visto, forse da annoverare tra gli innumerevoli inquietanti segnali della prossima fine del mondo, dall'ultimo terremoto al naufragio della Concordia, dovremmo essere ancora in grado di ricordarci non solo di aver letto Cuore, ma anche di essere stati bambini. E di aver accolto la prima neve, all'epoca delle elementari, proprio come i personaggi di De Amicis. Anche per noi l'arrivo della prima neve era una vera festa. E i nostri genitori, che magari brontolavano un po' per il fatto di doverla spalare di fronte a casa o perché l'utilitaria di famiglia faticava a mettersi in moto, non la ritenevano «un'emergenza». Oggi che al contrario l'emergenza è perenne, complici certo i media che grufolano felici tra cose come l'aviaria e lo spread, la prima neve non ci mette allegria, ma ansia. Ossessionati come siamo dagli innumerevoli rischi che possono correre quotidianamente i nostri figli in età scolare e non, dal rigurgito allo spacciatore passando per giocattoli tossici, cibi transgenici ed educatori pedofili, preferiremmo semmai una neve per così dire scenografica, sul modello di certi finti caminetti di design. Ovvero, una neve che non comporti alcun tipo di pericolo o disagio. Ma dato che una neve simile non esiste se non all'interno degli hangar dei parchi a tema costruiti dagli sceicchi nel deserto, così da poter fare snowboard anche a Dubai, pretendiamo che alla comparsa della neve vera chiudano almeno le scuole: salvo protestare vivacemente se per caso chiudono davvero, perché poi i bambini dove li mettiamo?

Insomma: preoccupati dalle notizie altalenanti provenienti dalle Borse, angosciati dalla prospettiva assai concreta di dover affrontare le conseguenze di una crisi che non sappiamo quanto durerà ma che in ogni caso ci sta già facendo cambiare abitudini e stili di vita, afflitti dalla consapevolezza che quella dei nostri figli sarà la prima generazione a vivere peggio delle precedenti, siamo anche alle prese con il flagello della neve. Reale per chi è rimasto bloccato una notte in treno, beninteso. Un po' meno per chi deve semplicemente portare la prole a scuola. Può darsi che mi sbagli, ma lungo la strada ci siamo persi un mucchio di cose.

 http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9731


Pubblicato : 06/02/2012 da Giuseppe CULICCHIA | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

La vita – è il solo modo per coprirsi di foglie, ...

Wislawa Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1 febbraio 2012)

 

La vita – è il solo modo per coprirsi di foglie, prendere fiato sulla sabbia, sollevarsi sulle ali; essere un cane, o carezzarlo sul suo pelo caldo; distinguere il dolore da tutto ciò che dolore non è; stare dentro gli eventi, dileguarsi nelle vedute, cercare il più piccolo errore.

Un'occasione eccezionale per ricordare per un attimo di che si è parlato a luce spenta; e almeno per una volta inciampare in una pietra, bagnarsi in qualche pioggia, perdere le chiavi tra l'erba; e seguire con gli occhi una scintilla di vento; e persistere nel non sapere qualcosa d'importante

Wislawa Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1 febbraio 2012)


Pubblicato : 06/02/2012 da Wislawa Szymborska  | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Addio a Szymborska, poetessa polacca da Nobel

MORTA A 88 ANNI

Addio a Szymborska, poetessa polacca da Nobel

L'autrice di «Gente sul Ponte» si è spenta a Cracovia


MILANO - La poetessa e filologa polacca Wislawa Szymborska, premio nobel per la letteratura nel 1996, è morta mercoledì nella sua casa di Cracovia dopo una lunga malattia. Aveva 88 anni.

KORNIK - Szymborska, nata nel 1923 a Kornik, vicino a Poznan, iniziò a pubblicare le sue poesie nel 1945 su un quotidiano. Si impone all'attenzione del suo paese a partire dal 1956 con raccolte come «Richiamo allo Yeti», «Sale» e «Gran divertimento», nelle quali il quotidiano viene raccontato attraverso profonde riflessioni morali e poetiche.

ALL'ESTERO - La sua fortuna all'estero ha inizio con le prime pubblicazioni del 1960 in Germania, Inghilterra, Russia, Svezia, traduzioni che si sarebbero poi intensificate notevolmente dopo l'assegnazione del Nobel. Negli Stati Uniti i suoi «Collected poems» hanno avuto grande successo. In Italia Vanni Scheiwiller ha pubblicato un'edizione fuori commercio nel 1994, poi nel 1996 la raccolta «Gente sul Ponte». Altre poesie della Szymborska sono apparse su riviste tra cui «L'almanacco delo specchio» (1979), la «Nuova rivista europea» (1979) e nell'antologia del 1961 sui «Poeti polacchi contemporanei», a cura di Verdiani, alla quale è seguita nel 1977 quella sulla «Poesia polacca contemporanea».

LE RACCOLTE - Autrice di numerose raccolte poetiche - tra le più recenti «Dwukropek (Due punti), uscita in Polonia nel 2005 - nei suoi versi Szymborska pone la vita spirituale davanti a tutte le cose. Nelle sue liriche, spesso brevi come aforismi, dà voce con profonda lucidità e ironia a problemi morali della nostra epoca partendo da avvenimenti semplici, dagli accadimenti e osservazioni del quotidiano. Nella sua opera l'uomo appare in una condizione di estraneità e contrapposizione al mondo della natura. Il traduttore italiano Pietro Marchesani, curatore di alcune sue raccolte, ha spiegato che «l'incanto» è il vero segreto della poetessa. «Per me - ha detto la Szymborska - la poesia nasce dal silenzio».

Tra le sue opere, anche le traduzioni in polacco di numerosi poeti francesi e saggi di critica letteraria.

Redazione Online

2 febbraio 2012 | 7:27© RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.corriere.it/cultura/12_febbraio_02/morta-szymborska-nobel-1996_b876b8aa-4d65-11e1-bd39-8bec83f04289.shtml


Pubblicato : 02/02/2012 da red corriere.it | 0 commenti
Categoria : CULTURA

LA NEVE E LA SICUREZZA ASSOLUTA

31/1/2012

La neve e la sicurezza assoluta

BRUNO GAMBAROTTA

Adesso come faccio a far sì che i miei nipoti - già propensi a fare la tara ai miei racconti - mi credano quando dico che nel primo inverno di pace a Torino andavo a scuola camminando in una trincea di neve dalle sponde più alte di me.

Così alte che non potevo vedere dall’altra parte della strada? Ma è mai possibile?, mi chiedono. Chi era quell’incosciente di sindaco che vi faceva correre rischi così grandi? Il nome non me lo ricordo, so solo che era reduce dalla campagna di Russia (che sarà mai un po’ di neve, pare abbia detto a chi gli consigliava la chiusura delle scuole). Erano altri tempi, noi ragazzi non avevamo altre occasioni per divertirci, la neve e il gelo erano benvenuti. Alla sera, prima di ritirarci, buttavamo secchiate d’acqua fredda sui marciapiedi delle vie in discesa, così la mattina dopo la pista ghiacciata era pronta per lo spettacolo dei grandi che ruzzolavano fino in fondo. Il fatto è che eravamo ancora tutti magri, cadere e rialzarsi era uno scherzo. Adesso se uno sovrappeso scivola e cade, estrae il cellulare e la sua prima telefonata non è al 118 ma all’avvocato perché intenti causa al Comune. Conviene essere in tanti a cadere perché così ci mettiamo d’accordo e facciamo una class action, che costa meno e fa più notizia. La vera class action dovremmo farla noi, genitori e nonni, costretti a trascorrere la serata di domenica a organizzarci in fretta e furia per capire chi la mattina dopo si sarebbe occupato dei minori costretti a stare in casa; già avevamo fatto le prove generali con la presunta alluvione dell’autunno scorso. (I funzionari che hanno deciso la chiusura hanno avuto il permesso di portare i figli in ufficio). Del resto la meta a cui dobbiamo tendere tutti senza deflettere è la Sicurezza Assoluta. Cerchiamo almeno di avvicinarci il più possibile anche se siamo coscienti che non la raggiungeremo mai.

Dobbiamo fare in modo che i nostri ragazzi attraversino indenni i giorni dal lunedì al venerdì, proteggendoli da ogni rischio. Così durante il weekend potranno venire con noi in montagna, a sciare fuori pista, a sfiorare il ciglio dei burroni, a provare il brivido impagabile provocato dall’annuncio di un elevato rischio valanghe, mentre stiamo aprendo con gli sci una nuova pista. Sicurezza assoluta anche in campo alimentare, esami costanti per monitorare eventuali intolleranze (chi non può esibirne almeno un paio è uno sfigato), occhiuto e costante controllo sulle mense scolastiche e guai se di un ingrediente manca la filiera.

Il sabato i ragazzi saranno pronti per andare in pizzeria e ingozzarsi. Così la prossima estate potremo portarli in vacanza nei paesi del terzo mondo e gustare con loro quelle deliziose specialità cucinate sul marciapiede. Solo chi da giovane è vissuto al riparo da ogni pericolo ricordandosi di mettere sempre la felpa prima di uscire (è l’indumento che i bambini devono indossare quando le mamme hanno freddo), solo costoro da grandi correranno la Parigi-Dakar, faranno surf in California, si getteranno in canoa dalle rapide. Non prima di aver predisposto i documenti per fare causa al Comune che, come tutti sanno, è colpevole di tutto quel che succede. Ora non ci resta che prevedere quale sarà il prossimo evento capace di convincere il sindaco a chiudere le scuole. Una tempesta magnetica? Una fioritura fuori stagione dei ciliegi? Un’aurora boreale? L’arrivo delle prime rondini? Ho trovato: visti i cartelli nei viali che segnalano «Attenzione, pericolo di caduta castagne in autunno», a far chiudere le scuole sarà la caduta di una castagna in primavera.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9714


Pubblicato : 01/02/2012 da BRUNO GAMBAROTTA | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

GIAPPONE - LA PICCOLA -GRANDE SENDAI

TERREMOTO GIAPPONE: LA PICCOLA-GRANDE SENDAI! 

Pubblicato da Nanatsusaya il 16 marzo 2011 in Giappone


Quando mi proposero di partecipare alla borsa di studio di Sendai mi chiesi "E dove cavolo sta Sendai?" beh, Sendai stava "A nord di Tokyo".

Io non avevo mai sentito parlare di Sendai cosi come nessuno ne aveva mai sentito parlare fino a qualche giorno fa'.

Sendai è una città ne troppo piccola ne troppo grande, ma ha tutto quello che serve.

C'è la stazione con la sua zona limitrova "Eki mae" contornata dai due bei palazzi/centri commerciali "Aer" e "parco", poi ci sono "Green Beans" e "S-pal", altri due centri commerciali.

Affianco al mastodontico Aer c'è la prima "Arcade", una specie di galleria.

Si perchè, una particolarità di Sendai e' quella di essere piena di gallerie commerciali piene di vita, negozi, ristoranti.

Una zona chiave della città è Kokubunchou, il quartiere dei divertimenti, ma di solito ci si trova tutti davanti al Disney Store di "ichibanchou" per poi andare ad ubriacarsi, al karaoke, il discoteca, o semplicemente per andare a fare un appuntamento romantico.

Attraversando ichibanchou e kokubunchou si arriva a Jouzenji.douri, un lungo vialone pieno di alberi che nel periodo natalizio vengono addobbati con una quantità incredibile di luci, le luci dell'"Hikari no Pagento", un vero spettacolo che i clienti del ristorante in cui lavoravo, "Ristorante Tamura", osservavano con gioia mentre mangiavano i buoni piatti preparati dallo chef Koshimizu che aveva studiato cucina italiana a Venezia.

Aaaah, che fatica ogni volta arrivare in questi posti con la bicicletta dal mio dormitorio universitario a "Sanjou-machi"!

A Sanjou-machi, ci sono due blocchi di dormitori distinti, il vecchio "Kaikan" e il mio nuovissimo, super efficente "University House Sanjo", pensate che ha le porte che si aprono con le schede e la password al posto della chiave della camera!

Quante cene nella cucina comune insieme a tutti gli altri studenti stranieri.

Certo, non c'era solo il divertimento, c'era anche lo studio!

Le mie lezioni, si tenevano nel campus "kawauchi" dell'universita' "Tohoku".

Il campus e' pieno di spazi aperti, belle aule e soprattutto, 4 buonissime caffetterie dove mangiare buoni piatti a poco prezzo; io adoravo il ramen!

Insomma, Sendai era piccola, si andava sempre "Davanti al Disney Store", ma ci si divertiva molto!

Eventi, karaoke, nomihoudai, c'era ogni giorno qualcosa da fare grazie ai suoi giovani e simpaticissimi abitanti, tra di loro ho trovato tanti buoni amici e qualcosa di piu'.

Poi, qualche giorno fa', mentre lavoravo da Tamura, Sendai è andata sulla bocca di tutti e tutti ora la conoscono.

Ma era meglio quando nessuno, neanche io, sapeva posizionarla sulla mappa, quando gli studenti stranieri non scappavano in massa per tornare al proprio paese (come ho fatto io…) quando i miei amici mi aspettavano al Disney Store invece di stare a casa senza luce cibo e acqua, era meglio quando Sendai era la piccola, sconosciuta capitale del Tohoku, dove fa' sempre inverno ma si ha sempre il cuore caldo.

Ma io, ritornerò…


 http://www.narutoplanet.it/terremoto-giappone-sendai/


Pubblicato : 23/01/2012 da Nanatsusaya | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Addio a Lally Kamenetzki simbolo discreto della New York italiana

16/1/2012

Addio a Lally Kamenetzki simbolo discreto della New York italiana

GIANNI RIOTTA

Nella comunità degli italiani a New York era un volto noto, «la sorella di Ugo Stille», somigliante come una gemella al fratello, storico corrispondente e poi direttore del «Corriere della Sera»: Lally Kamenetzki è scomparsa ora a 90 anni, e con lei svanisce un mondo di affetti, storie, ricordi. Da Mosca la famiglia Kamenetzki emigra a Riga, dove nasce la piccola Myra, subito soprannominata Lally.

Le vicende politiche russe portano a una nuova emigrazione, a Roma, dove il fratello Misha si incontra con i giovani poi protagonisti dell’antifascismo, Giaime Pintor e Lucio Lombardo Radice, coniando con Pintor lo pseudonimo che diventerà sua firma, Ugo Stille, oggi ereditata dal figlio Alexander, docente alla Columbia University.

E proprio i nipoti Stille, Alexander e la sorella Lucy, agente letterario, hanno ricordato sul «New York Times» di ieri la zia Lally, mai sposata e legatissima ai figli del fratello. Lally Kamenetzki, dopo i travagli dell’arrivo a New York l’imbarco periglioso su una delle ultime navi a lasciare l’Europa - comincia una nuova vita, senza nostalgia ma senza cancellare il passato. Lavora all’ufficio americano della casa farmaceutica Carlo Erba, poi insegna italiano nelle scuole e all’Hunter College, storica università pubblica dove generazioni di studenti con pochi soldi e molto cervello si preparano alla vita. Docenti seri e senza fisime, laureandi spesso già al lavoro e senza illusioni, in cattedra scrittori come Nathan Englander, Colum McCann ed Eva Hoffmann, artisti come Motherwell, politici come Donna Shalala, il giornalista Jim Aronson, tra i banchi i futuri Nobel per la Medicina Yalow e Elion, la leader femminista Bella Abzug, gli scrittori Evan Hunter e Grace Paley, i chitarristi della rock band Strokes, Fraiture e Valensi.

A centinaia di loro, compreso il nipote Alexander, Lally Kamenetzki offre i rudimenti della nostra lingua, continuando da insegnante privata dopo la pensione e ogni avvenimento culturale legato all’Italia la vede in prima fila. La studiosa Jenny McPhee ricorda nel suo blog http://jennymcphee.com la notte in cui proiettarono alla Casa Italiana della Columbia University, bizzarro edificio in stile rinascimentale alle porte di Harlem, «Riso amaro», il celebre film con Silvana Mangano. Colpita dal nome di un’attrice americana nei titoli di coda, Doris Dowling, McPhee chiede a Lally, che le è seduta vicina, chi fosse. Lally Kamenetzki, con pazienza, le racconta la storia dell’arrivo della Dowling a Cinecittà nel dopoguerra, ma soprattutto della sorella, Constance Dowling, di cui si innamora perdutamente Cesare Pavese, dedicandole le ultime poesie di «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi», fino al suicidio disperato. «Quella sera - scrive McPhee - decisi di cominciare a lavorare al mio romanzo “A Man of No Moon”, protagonista uno scrittore italiano nel dopoguerra, conteso tra due sorelle.

La scintilla discreta, in questa come in tante altre avventure di Manhattan, venne da Lally Kamenetzki, che però non chiese mai nulla per sé, restando nell’ombra e dedicando il tempo libero dal lavoro al bridge e al Festival di poesia italiana che, senza stancarsi, tenne in vita a lungo. Approfittava di ogni occasione per parlare nella lingua della sua infanzia e quando vide in casa di un amico una copia del Giornalino di Gianburrasca di Vamba, si commosse: «Lo leggevamo così tanto, che emozione, Giannino Stoppani!». Ricevuto in regalo il volume, lo conservò felice come reliquia del mondo sospeso tra Roma e New York che, con tanta fatica, aveva popolato di nuovi cittadini.

www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9656


Pubblicato : 16/01/2012 da GIANNI RIOTTA | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Carlo Fruttero, l'altra metà di Lucentini.

IL RICORDO

La prevalenza del marziano

di MAURIZIO CROSETTI


Era un inglese con l'accento sabaudo, era un marziano di quelli tanto amati ai tempi di "Urania" e delle "Meraviglie del possibile", creature verdi con le antenne e gli occhi enormi e curiosi: gli stessi che possedeva, custodiva e accudiva lui, Carlo Fruttero, l'altra metà di Lucentini. Quando morì, suicida, il suo sodale e fratello, venne a cadere anche la "&" più famosa della letteratura italiana. Da quel giorno, Fruttero & Fruttero hanno scritto ancora, ma non è stata la stessa cosa.

Lui e Lucentini, non solo giallisti ma artisti assoluti, sublimi analisti del costume italiano (la prevalenza del cretino, già...), erano due mezze mele, due scettici blu, coltissimi e distaccati, ironici e remoti. Amavano le eccentricità, le asimmetrie. Negli anni del neorealismo e della letteratura impegnata, inevitabilmente di sinistra, loro pensavano ai venusiani: non era fuga, e nemmeno distacco, era la prova che chi scrive deve sempre cercare anche altri universi, e spingere lo sguardo laggiù, o lassù. Senza gabbie, senza tessere mentali. Era troppo, tutto questo, per la paludata Einaudi, e infatti le reciproche strade si separarono.

Lucentini era il filosofo, l'architetto delle storie, invece Fruttero era la penna, era lo stile. Non è vero che scrivessero insieme, e che avessero messo insieme quell'autentico capolavoro di leggerezza e scandaglio sociale che resta "La donna della domenica" (classe '72, ma pare scritto ieri mattina) assemblando un capitolo per uno: lo scrittore era Fruttero, mentre Lucentini era il revisore, la voce critica, il rifacitore. Risultato: la perfezione.
Carlo Fruttero era un uomo amabilissimo e difficile. Non lunatico e saturnino quanto Lucentini, però. Dedicò all'amico una memorabile orazione funebre in cui lo definì un bricoleur della propria morte, perché non doveva essere stato facile tuffarsi in quel modo nella tromba delle scale, un'operazione tecnicamente complessa, e infatti F. & L. adoravano risolvere i rompicapo.

Monsù Fruttero era un signore meravigliosamente snob, torinese fino nel midollo, e parlargli era un'avventura indimenticabile. Con quella voce bassa e bizzarra, è stato anche una star stralunata della tivù con Fabio Fazio: interagivano a meraviglia. Resteranno il suo sguardo, l'accuratezza della frase rotonda eppure ellittica, sempre alla ricerca del sottofondo, del semitono, della sfumatura. Lui e Lucentini hanno captato atmosfere con garbo e stile: anche per questo marziani, venusiani in un mondo delle lettere a volte così banale e greve.

(15 gennaio 2012) © Riproduzione riservata

 http://www.repubblica.it/persone/2012/01/15/news/un_marziano_a_torino-28183747/?ref=HREC1-1


Pubblicato : 16/01/2012 da MAURIZIO CROSETTI | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

GUTTUSO, LUNGA MARCIA NELLE MOLTE ITALIE

Cultura

15/01/2012 -

Guttuso, lunga marcia nelle molte Italie

Renato Guttuso (Bagheria, 26 dicembre 1911 - Roma, 18 gennaio 1987)

A 25 anni dalla morte (e cento dalla nascita) dell’artista siciliano

Dal fascismo al comunismo, dalla guerra al boom, ai dubbi religiosi

MARCELLO SORGI

Una parola, l’Italia di Guttuso. Meglio parlare delle sue molte Italie, quella di Garibaldi e poi di Giolitti, di Mussolini e degli intellettuali di regime, quella democristiana e comunista e poi craxiana, fino al sigillo finale di Andreotti. Una, due vite, a cavallo di uno, due secoli, percorsi insieme con leggerezza, cupezza e inguaribile ambiguità siciliana, molta curiosità, un certo uso di mondo e gusto della contraddizione.

Nato il 26 dicembre 1911 (ma denunciato all’anagrafe solo il 2 gennaio del ’12) a Bagheria, in una famiglia piccolo-borghese di provincia - padre agrimensore, nonno garibaldino combattente nella battaglia di Ponte Ammiraglio alle porte di Palermo, alta aristocrazia nelle amicizie giovanili e nell’innamoramento per la figlia del Duca di Salaparuta, Topazia Alliata -, Renato Guttuso, di cui in questi giorni ricorre il centenario della nascita e il venticinquennale dalla morte (18 gennaio 1987), si ricorda soprattutto per la sua irrequietezza da artista, per l’insofferenza a vivere entro un orizzonte limitato, per il desiderio continuo di allontanamento, evasione, conoscenze ed esperienze sempre nuove.

La madre Giuseppina lo voleva avvocato, il padre Gioacchino, che per diletto cantava, suonava il flauto e dipingeva acquarelli, riconobbe subito il suo talento. Guttuso non aveva ancora vent’anni quando, in pieno fascismo, superate le selezioni locali e con la sola scuola dei decoratori di carretti siciliani, esponeva i suoi primi quadri alla Quadriennale e poi alla Biennale, proiettandosi sul piano internazionale. Era arrivato nel ’31 nella Milano fascista, intellettuale e un po’ frondista di Bottai e della rivista Corrente, del premio Bergamo contrapposto al premio Cremona, a Farinacci e all’ortodossia del regime. Trova De Grada, Vittorini e Quasimodo, scrittori, che svernano nell’ambiziosa galleria «Il Milione»; lo scultore Manzù così povero che una sua figlia morirà di denutrizione; i pittori Birolli e Sassu che finiranno arrestati nel ’35 nella prima grande retata contro gli antifascisti.

Il momento della conversione, dal fascismo all’antifascismo, viene nel ’37 a Roma, alla vigilia delle leggi razziali, quando Guttuso incontra Francesco Trombadori e per suo tramite la scuola pittorica romana, il cinema di Luchino Visconti e successivamente, nel ’40, il Pci clandestino di Togliatti, non ancora rientrato in Italia, e Alicata. A Metelliano, in Toscana, nella villa del collezionista mecenate Umberto Morra di Lavriano, conosce Bobbio, Capitini e lo stato maggiore di «Giustizia e libertà», ritratti in un disegno storico che qualche anno fa ha rivisto la luce a Torino. Bernard Berendson lo accompagnerà a Firenze. Mentre Bottai tollererà finché potrà l’eresia del giovane e molto amato pittore siciliano: il momento della rottura è nel ’43, quando Guttuso dipinge la sua Crocifissione, con la Maddalena nuda che abbraccia il corpo di Gesù, e spunta la sconfessione di Farinacci, seguita dalla scomunica del Papa.

Nel ’48 Guttuso è a Wroclaw, con Picasso e Neruda alla prima grande marcia della Pace. Da Bagheria alla Polonia sovietizzata della guerra fredda e della cortina di ferro che divide l’Europa, ha già fatto molta strada. Intellettuale organico, ancorché intimamente ironico, del movimento comunista (e stalinista) internazionale, è passato definitivamente nell’altro campo.

Ma a questo punto, per seguire la sua evoluzione, si possono allineare come pietre miliari i suoi quadri più importanti. Per rileggere, nella Crocifissione, il dolore e la desolazione della guerra, e nell’Occupazione delle terre la disperazione e la fame dei contadini siciliani, su uno sfondo oppressivo da girone infernale dantesco. Gli Anni Cinquanta porteranno un brusco cambio di scena descritto in due quadri fortemente simbolici, La spiaggia e il Boogie-woogie, con i nuovi riti di massa dell’inurbamento e delle vacanze sfrenate, la scoperta dei balli, dei divertimenti, dello stile di vita consumista che vengono dall’America, il progresso e il boom economico che Guttuso, con logica quanto arretrata visione anticapitalistica, percepisce come autentica «tragedia metropolitana». Salvo poi ripensarci, avvertendo il bisogno di modernità, culture e idee innovative, e trovando nell’Edicola, luogo dell’informazione, una sorta di santuario laico a cui si accosta un cittadino avido di conoscenza.

Dopo un altro decennio, e siamo nel ’72, saranno I funerali di Togliatti - con l’immagine pop della bara circondata di fiori colorati, che ricorda la copertina del Sgt. Pepper’s dei Beatles -, a chiudere il periodo dell’impegno, quando già il leader comunista è scomparso da un pezzo. Ma prima c’è un curioso episodio che porta Guttuso, in libera uscita dai rigori comunisti antisessantotteschi del suo partito, ad affrescare un muro della facoltà romana di Architettura accanto a Paolo Liguori e agli extraparlamentari del gruppo degli «Uccelli». E c’è un documentario, La rabbia, girato con Pasolini, suo stretto amico.

La nuova epoca guttusiana che verrà è inizialmente malinconica, di ricerca. C’è, nel ’76, la Vucciria: il vecchio e variopinto mercato siciliano sintetizza tutto il mondo antico che scompare, è Palermo ma potrebbe essere Marrakech o Tashkent, operai, contadini e lotta di classe non ci sono più. La desolazione di un cimitero di auto abbandonate è solo una tappa, mentre premono, sulla tela, donne nude o seminude che parlano, ballano o spettegolano tra loro nel grande quadro della Piscina.

Non si può capire Guttuso senza considerare il suo grande amore per le donne. Due in particolare, tra le tante che affollarono la sua esistenza: la moglie Mimise Dotti, artefice del suo successo iniziale e dell’accreditamento nel difficile ambiente politico, culturale e mondano della Roma fascista dei gerarchi. E Marta Marzotto, musa dell’ultima stagione, simboleggiata nella tigre che si aggira nervosa nel giardino del suo studio, nel quadro La visita della sera.

L’ultimo è il periodo dell’Italia craxiana, che come a molti vecchi comunisti anche a lui non piaceva. E del ripiegamento, del rifiuto degli obblighi della vita pubblica da senatore, dell’anzianità combattuta con ritmi frenetici di lavoro nei tre studi di Roma, Velate e Palermo, di una vita più ritirata, con gli amici con cui amava giocare a scopone tutti i giorni. Sono anche gli anni della lite con Leonardo Sciascia, e di un dubbio religioso più esplicito, che, pur presente da tempo nella sua vita (si pensi, ancora una volta, alla Crocifissione, o al terribile Gott mitt uns, in cui Dio è schierato con i tedeschi), resterà segreto fino all’ultimo.

E sarà in qualche modo consacrato, alla fine, nella surreale messa celebrata in casa, poco prima della morte di Guttuso, dal cardinale andreottiano Angelini, davanti allo stesso Andreotti e a Tatò, segretario di Berlinguer. E dal funerale cattocomunista a Santa Maria della Minerva, in cui non a caso Bo e Moravia si alzano a parlare uno dopo l’altro, mentre Iotti e Fanfani, emblematicamente, aprono allineati il corteo che accompagna la bara.

 http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/438290/


Pubblicato : 16/01/2012 da MARCELLO SORGI | 0 commenti
Categoria : CULTURA

UNA NOTTE CHE FU ANCHE ITALIANA.

15/1/2012

Una notte che fu anche italiana

GIANNI RANIERI

Le notti italiane non erano notti felici. Nei pressi di via Veneto a Roma, i ristoranti celebri per i trilli dei divi di ogni genere e la pasta, abbassavano le saracinesche a orari incredibili per l’ex capitale della dolce vita. E neppure nel resto del Paese sventolavano i fiocchi del divertimento. Ma nell’anno tragico degli attentati dell’Italicus e di Brescia avvenne una cosa che, provocando un deragliamento dai binari della paura, magnetizzò la premura di milioni di persone che si infiammarono come torce. Anche coloro che non avevano mai avuto grande interesse per lo sport, si incollarono all’evento.

Ma che diavolo accadeva? Lo sport offriva questa volta ciò che raramente offre: personaggi e vita. Cassius Clay sfidava George Foreman, dopo averne buscate da Frazier e dal poco stellare Ken Norton. Foreman aveva picchiato duramente Frazier e molti altri aspiranti alla gloria. Era ritenuto imbattibile. Si apprestava a picchiare un uomo che non era stato soltanto un idolo del ring ma che rappresentava un’idea. Un uomo il cui nome rimbombava non solo nel mondo dei pugni perché s’era ribellato a un’altra idea. E i sostenitori dell’altra idea si riunirono alla spalle del campione conforme alla regole mentre gli innamorati di Alì scommisero che Foreman sarebbe crollato sotto uno scroscio di attacchi, gratificandolo d’un perentorio pollice verso.

Il fatto che il grande combattimento annunciato da Muhammad Alì non tanto come una battaglia pugilistica ma come spettacolo di danza da offrire al suo pubblico avvenisse a Kinshasa, nello Zaire, per il godimento politico del despota Mobutu, accendeva fiamme di retorica trasportate a destra e a sinistra dal vento della politica. A destra il regolare distributore di tremendi uppercut Foreman padre di 10 figli dei quali cinque maschi con il nome di George; a sinistra il non irreggimentabile poeta del ring, idolo non solo dei collezionisti di squisitezze pugilistiche ma di rinomati intellettuali statunitensi e europei. Si giunse perfino a stabilire che il match poneva di fronte, pugni contro pugni, il nemico giurato di ogni guerra e il pestatore privo di qualsivoglia dubbio filosofico. La prova per il titolo mondiale dei massimi si sarebbe dovuta disputare in settembre. Foreman si fece male in allenamento.

La notte della verità fu spostata a ottobre. Ecco, dissero gli adoratori di Clay, il nemico ha paura, rimanda. Un intervistatore disse a Foreman che Alì avrebbe dato gran parte della sua borsa per la costruzione di un ospedale a Kinshasa. Foreman replicò che se a Clay piacevano gli ospedali lui gli avrebbe fatto il piacere di spedircelo. Poi in una notte torrida e appiccicosa le piume remiere di Foreman si impiombarono. Ali trovò davanti a sé un inefficiente rivale. Gli bastò pescare nel poco che di splendido gli restava per vincere. Ma le notti non ammutolirono. Era un match truccato, si urlò. Ma no! Ma sì! Poi, come al solito, tutto si spense.

 http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9652


Pubblicato : 15/01/2012 da Gianni RANIERI | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE


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