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La Terra di Lavoro

Pier Paolo Pasolini

La poesia

La Terra di Lavoro

da Le ceneri di Gramsci


Ormai è vicina la Terra di Lavoro,
qualche branco di bufale, qualche
mucchio di case tra piante di pomidoro,

èdere e povere palanche.
Ogni tanto un fiumicello, a pelo
del terreno, appare tra le branche

degli olmi carichi di viti, nero
come uno scolo. Dentro, nel treno
che corre mezzo vuoto, il gelo

autunnale vela il triste legno,
gli stracci bagnati: se fuori
è il paradiso, qui dentro è il regno

dei morti, passati da dolore
a dolore - senza averne sospetto.
Nelle panche, nei corridoi,

eccoli con il mento sul petto,
con le spalle contro lo schienale,
con la bocca sopra un pezzetto

di pane unto, masticando male,
miseri e scuri come cani
su un boccone rubato: e gli sale

se ne guardi gli occhi, le mani,
sugli zigomi un pietoso rossore,
in cui nemica gli si scopre l'anima.

Ma anche chi non mangia o le sue storie
non dice al vicino attento,
se lo guardi, ti guarda con il cuore

negli occhi, quasi, con spavento,
a dirti che non ha fatto nulla
di male, che è un innocente.

Una donnetta, di Fondi o Aversa, culla
una creatura che dorme nel fondo
d'una vita d'agnellino, e la trastulla

- se si risveglia dal suo sonno
dicendo parole come il mondo nuove -
con parole stanche come il mondo.

Questa, se la osservi, non si muove,
come una bestia che finge d'esser morta;
si stringe dentro le sue povere

vesti e, con gli occhi nel vuoto, ascolta
la voce che a ogni istante le ricorda
la sua povertà come una colpa.

Poi, riprendendo a cullare, cieca, sorda,
senza neanche accorgersi, sospira.
Col piccolo viso scuro come torba,

in un muto odore di ovile,
un giovane è accanto al finestrino,
nemico, quasi non osando aprire

la porta, dare noia al vicino.
Guarda fisso la montagna, il cielo,
le mani in tasca, il basco di malandrino

sull'occhio: non vede il forestiero,
non vede niente, il colletto rialzato
per freddo, o per infido mistero

di delinquente, di cane abbandonato.
L'umidità ravviva i vecchi
odori del legno, unto e affumicato,

mescolandoli ai nuovi, di chiassetti
freschi di strame umano.
E dai campi, ormai violetti,

viene una luce che scopre anime,
non corpi, all'occhio che più crudo
della luce, ne scopre la fame,

la servitù, la solitudine.
Anime che riempiono il mondo,
come immagini fedeli e nude

della sua storia, benché affondino
in una storia che non è più nostra.
Con una vita di altri secoli, sono

vivi in questo: e nel mondo si mostrano
a chi del mondo ha conoscenza, gregge
di chi nient'altro che la miseria conosca.

Sono sempre stati per loro unica legge
odio servile e servile allegria: eppure
nei loro occhi si poteva leggere

ormai un segno di diversa fame - scura
come quella del pane, e, come
quella, necessaria. Una pura

ombra che già prendeva nome
di speranza: e quasi riacquistato
all'uomo, vedeva il meridione,

timida, sulle sue greggi rassegnate
di viventi, la luce del riscatto.
Ma ora per queste anime segnate

dal crepuscolo, per questo bivacco
di intimiditi passeggeri,
d’improvviso ogni interna luce, ogni atto

di coscienza, sembra cosa di ieri.
Nemico è oggi a questa donna che culla
la sua creatura, a questi neri

contadini che non ne sanno nulla,
chi muore perché sia salva
in altre madri, in altre creature,

la loro libertà. Chi muore perché arda
in altri servi, in altri contadini,
la loro sete anche se bastarda

di giustizia, gli è nemico.
Gli è nemico chi straccia la bandiera
ormai rossa di assassinî,

e gli è nemico chi, fedele,
dai bianchi assassini la difende.
Gli è nemico il padrone che spera

la loro resa, e il compagno che pretende
che lottino in una fede che ormai è negazione
della fede. Gli è nemico chi rende

grazie a Dio per la reazione
del vecchio popolo, e gli è nemico
chi perdona il sangue in nome

del nuovo popolo. Restituito
è cosi, in un giorno di sangue,
il mondo a un tempo che pareva finito:

la luce che piove su queste anime
è quella, ancora, del vecchio meridione,
l'anima di questa terra è il vecchio fango.

Se misuri nel mondo, in cuore, la delusione
senti ormai che essa non conduce
a nuova aridità, ma a vecchia passione.

E ti perdi allora in questa luce
che rade, con la pioggia, d'improvviso
zolle di salvia rossa, case sudice.

Ti perdi nel vecchio paradiso
che qui fuori sui crinali di lava
dà un celeste, benché umano, viso

all'orizzonte dove nella bava
grigia si perde Napoli, ai meridiani
temporali, che il sereno invadono,

uno sui monti del Lazio, già lontani,
l'altro su questa terra abbandonata
agli sporchi orti, ai pantani,

ai villaggi grandi come città.
Si confondono la pioggia e il sole
in una gioia ch'è forse conservata

- come una scheggia dell'altra storia,
non più nostra - in fondo al cuore
di questi poveri viaggiatori:

vivi, soltanto vivi, nel calore
che fa più grande della storia la vita.
Tu ti perdi nel paradiso interiore,

e anche la tua pietà gli è nemica.

1956


Pubblicato : 07/02/2010 da Pier Paolo Pasolini | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Camus a 50 anni dalla sua morte.

Camus nei ricordi dell'amico Jean Daniel

di Goffredo Fofi


Su Camus si è scritto molto nei mesi scorsi, in vista del cinquantesimo anniversario della sua morte, a soli 47 anni. Aveva avuto il Nobel per la letteratura tre anni prima, nel 1957, forse il più giovane tra gli insigniti da un premio che era ancora molto prestigioso. Benché la sua attività venisse stroncata dal mortale incidente del 1960, quanto ha scritto è bastato a farne uno dei pensatori più influenti del secolo scorso. E di oggi. Maestro per scrittori di mezzo mondo – innumerevoli, dalla Svezia di Dagerman al Giappone di Dazai, dall’Italia di Flaiano (Tempo di uccidere ) alla stessa America di Faulkner, a tutta o quasi l’Europa dell’Est nei duri anni dello stalinismo – il segreto della sua durata è stato nel saper «resistere all’aria del tempo», nel non accettare le linee dominanti della cultura dei suoi anni in nome di un’onestà intellettuale innamorata della realtà, della verità.

Jean Daniel, uno dei giornalisti francesi più importanti tra la guerra e oggi, fondatore del Nouvel Observateur , che gli fu vicino e amico sin dagli esordi perché anche lui nato e cresciuto come Camus nell’Algeria coloniale, ha scritto pochi anni fa questo aureo libro di ricordi e riflessioni su Camus, constando sintetizzando in questo modo l’itinerario camusiano: «Se si esclude il rifugio nella religione o la fuga nell’ideologia, rimangono l’imperativo della creazione felice e l’urgenza di una compassione attiva e sempre controllata». Camus si voleva «solitario e solidale» e ha ripetuto molto spesso quest’essenziale definizione del suo programma di vita e di pensiero, che parte dall’impossibilità di accettare i luoghi comuni e i grandi ricatti del suo tempo – e in sostanza le due grandi distinzioni, di ieri e non più di oggi, tra il modello statalista e quello occidentale, americano, basato sull’assoluto del mercato. Si accusò Camus di non tener conto delle «leggi» della storia, gli uni irridendo la sua radicale critica del «comunismo reale» e gli altri quella, né più né meno, del sistema capitalista.

Il suo amico-nemico Sartre sacrificò alla logica di «non mettere in crisi la classe operaia» occidentale e le sue prospettive di rivoluzione con la denuncia degli orrori del gulag, e ruppe con Camus (se fu Camus a rompere con lui, il discorso non cambia) perché Camus non accettò questo ricatto così come non accettò quello della spirale di violenza algerina (e forse lo scritto più terribile di Sartre fu proprio la sua prefazione a I dannati della terra di Fanon , in cui, andando ben oltre Fanon, esaltava la necessità della violenza algerina su ogni piano, compreso quello psicologico e morale). In sostanza, Camus ha sempre messo in discussione il rapporto tra fini e mezzi e considerato anzitutto la verità delle vittime, di qualunque parte esse fossero. Una prima rottura con il pensiero comune e «l’aria del tempo» Camus l’aveva affermata, guadagnandosi irrisioni e inimicizie, proprio quando tutti esultarono per l’atomica a Hiroshima vedendovi la data risolutrice della guerra mondiale. Se si usano le armi del nemico, si finisce per somigliargli, per diventare il nemico. «Io voglio lottare per la giustizia», ha scritto Camus, «non per la punizione degli uni e la vendetta degli altri». Quella giustizia, diceva Simone Weil così amata da Camus, che abbandona sempre il carro dei vincitori. Bisognava imparare a diffidare dei «giustizieri con le mani pulite». E anche da quella «pietà che induce a soccorrere le vittime preparandone l’asservimento», e che a me sembra fin troppo presente, oggi, nell’aria del nostro tempo.

L’OMAGGIO DI SARTRE Ebbene, fu proprio Sartre, ricorda Daniel, a scrivere il necrologio dello scrittore più vicino al suo spirito: «Il suo umanesimo testardo, severo e puro, austero e sensuale, intraprendeva una lotta senza certezze contro i gravi e difformi eventi di questo tempo. E per converso, con la caparbietà dei suoi rifiuti, egli riaffermava, nel pieno della nostra epoca, contro i machiavellici, contro i vitelli d’oro del realismo, l’esistenza del fatto morale. Egli era, per così dire, quella incrollabile affermazione. Per poco che si leggesse o si pensasse, ci si imbatteva nei valori umani che teneva stretti in pugno: metteva in questione l’atto politico». Metteva in questione l’atto politico, è forse qui la più scottante attualità del pensiero e dell’opera letteraria di Camus. Il libro di Daniel parla di molti aspetti dello scrittore e ricorda molte sue frasi esemplari, nella loro semplicità e immediatezza, ma non quella che a me sembra centrale, nella sua essenzialità: «Mi rivolto dunque siamo» (si veda la piccola antologia camusiana di Eleuthera che porta questo titolo, uscita due anni fa). Ricorda per esempio le sue parole d’ordine «giustizia, onore e felicità», vedendo l’originalità soprattutto della seconda e della terza, e commentando quest’ultima con la constatazione che «occorre amarsi un po’ e se possibile essere felici per amare gli altri», contro ogni logica di mortificazione. Parla diffusamente del lavoro giornalistico di Camus in pagine che dovrebbero servire di monito ai giornalisti di oggi. Insiste sull’idea camusiana di responsabilità («essere responsabile è in primo luogo partecipare») e sul dovere di non accettare lo stato delle cose presenti, di metterlo in discussione, di reagirvi («vivere è non rassegnarsi»), sul rifiuto di mentire e di mentirsi (citando Malraux: «essere un uomo è ridurre al massimo la propria parte di commedia»).

Di questo piccolo libro in cui il vecchio Daniel mette insieme ricordi e riflessioni e definisce, datandolo, un percorso tra i più necessari e affascinanti nella storia della società e della cultura del Novecento, voglio per finire ricordare l’aneddoto che egli racconta, e che mi pare vada collegato a una delle più scandalose frasi di Camus: «Noi siamo di quelli che non sopportano che si parli della miseria se non con cognizione di causa». Eccolo: «Un 14 luglio, doveva essere quello del 1951, Albert Camus, la madre (che era una domestica semianalfabeta, d’origine spagnola, per chi non lo ricordasse e non avesse letto Il primo uomo , il bellissimo libro postumo di Camus), alcuni amici e io, andammo in place Saint Sulpice dove si ballava. Stavamo seduti attorno a un tavolo e, come faceva di tanto in tanto, Camus si alzò per ballare con una delle donne che ci accompagnavano. Poi tornò vicino alla madre. Si sedette, si chinò verso di lei e, parlando molto forte per vincere la sua sordità e la musica e perché gli altri potessero sentire, disse: “Mamma, sono stato invitato all’Eliseo”. Lei si fece ripetere la frase almeno tre volte e soprattutto la parola “Eliseo”. Rimase silenziosa per qualche minuto. Poi chiese a suo figlio di stare a sentirla e gli disse a voce molto alta: “Non è cosa per noi. Non ci andare, figlio mio, non ti fidare. Non è cosa per noi”. Camus ci guardò. Non disse niente, ma mi sembrò che fosse fiero di sua madre. Comunque sia, non è mai andato all’Eliseo» (pag.154).

06 febbraio 2010
da unita.it


Pubblicato : 07/02/2010 da Goffredo Fofi | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Un paese allo sbando

4/2/2010 - PERSONE

Voglia di fuggire
 
LIETTA TORNABUONI


Ma come si fa a capire, a seguire, a reagire? Neppure se si ascoltassero telegiornali a tutte le ore del giorno e della notte (esercizio inumano, impossibile) si riuscirebbe a star dietro a vicende riguardanti la Giustizia tanto intrecciate, complesse. Alla Camera si è votato sì a un provvedimento secondo cui tutti i componenti del governo, se convocati per qualche ragione in tribunale, possono dire di no (manca il tempo, hanno da fare, sono fuori stanza) e non presentarsi. E perché? La giustizia non dovrebbe essere uguale per tutti? Lo chiamano «legittimo impedimento», ma cosa sarà che assorbe i governanti in modo così irrimediabile? E se fosse meglio vederli in tribunale, anziché lasciarli all’opera? E se fa tutto il presidente del Consiglio, se decide lui, elegge nuovi ministri, esprime le linee della politica estera, assume e licenzia, boccia e censuragli altri da cosa sarebbero così totalmente occupati?

Mentre si discute di questo (e si sostiene trattarsi d’un provvedimento necessario per consentire agli eletti dal popolo di fare il proprio lavoro: si vede che fino ad oggi oziavano passeggiando lungo i corridoi di palazzi di Giustizia), un deputato avanza proposte personali e in un tribunale aspettano diversi processi che vedono protagonista anche il presidente del Consiglio. Insomma un caos che ai cittadini dà l’impressione di un’aria confusa, pasticciata, tale da farli sentire perennemente fregati oppure abitanti d’un brutto Paese. Non è una sensazione piacevole: fa pensare a quanto sarebbe meglio se i governanti non avessero commesso, non commettessero, non progettassero di commettere tante illegalità.

Certe volte, quando a simili notizie si uniscono fatti di cronaca feroci che manco nel Medioevo (un ragazzo ucciso per una sigaretta a forza di coltellate alla gola, un assassinato decapitato la cui testa viene nascosta nel forno d’una pizzeria, un bambino ammazzato e sciolto in una vasca piena d’acido), oppure informazioni su truffe alimentari capaci di intossicare migliaia di persone, l’avvilimento, la vergogna diventano davvero pesanti. Sembra di non potersi salvare più dal disgusto. Viene voglia di fuggire altrove.

da lastampa.it


Pubblicato : 05/02/2010 da Lietta Tornabuoni | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

Morgan e l'elogio dell'ipocrisia

4/2/2010 - IL CASO

Morgan e l'elogio dell'ipocrisia
 
MICHELE BRAMBILLA


Ipocrisia. Tutti coloro che hanno contestato l’esclusione di Morgan da Sanremo hanno fatto ricorso a questo vocabolo-totem, uno dei più gettonati per ridurre al silenzio chiunque si azzardi a evidenziare un comportamento sbagliato (gli altri sono «moralismo» e «perbenismo»). Di «ipocrisia» ha parlato Claudia Mori. Di «ipocrisia proibizionista» i radicali Michele De Lucia e Andrea De Angelis. Di «festival dell’ipocrisia» Mario Adinolfi del Pd.

Di «trionfo dell’ipocrisia» Flavio Arzarello del PdCI. «Escludere Morgan da Sanremo è ipocrisia» è la battuta dettata alle agenzie da Adriana Poli Bortone dell’Udc. «Ipocriti» è poi l’aggettivo più presente nei commenti, quasi tutti versus esclusione, che leggiamo sui siti on line dei maggiori quotidiani italiani.

L’argomentazione di tutti costoro è semplice: si drogano tutti, nel mondo dello spettacolo e perfino in Parlamento, perché prendersela con uno dei pochissimi che ha l’onestà di ammetterlo?

Un’argomentazione dalla logica davvero stringente. Ragionando allo stesso modo, si potrebbe sostenere che, siccome quasi tutti evadono le tasse, è «ipocrisia» punire l’evasore che viene scoperto; siccome ci sono legioni di ladri, sarebbe «ipocrita» arrestare quelli che vengono beccati con le mani nel sacco; lo stesso vale per i dipendenti licenziati perché in ufficio passano più tempo a guardare i siti porno che a lavorare, e così via. Ci pare un «moralismo al contrario», per il quale è sufficiente dire urbi et orbi che si fa una cosa sbagliata per passarla liscia, anzi per guadagnarsi una medaglia.

Ma l’argomentazione appare ancora più debole, per non dire miserevole, se si tiene conto di un particolare non proprio secondario. E cioè: Morgan non ha detto solo che si droga. Ha detto che la droga fa bene. Ne ha esaltato le proprietà terapeutiche. Ecco le sue parole testuali: «Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. La uso come antidepressivo. Gli psichiatri mi hanno sempre prescritto medicine potenti, che mi facevano star male. Avercene invece di antidepressivi come la cocaina. Fa bene».

Se escludere da Sanremo uno che lancia al pubblico messaggi del genere è ipocrisia, viva l’ipocrisia. La quale non è una bella cosa ma, tra i comportamenti umani riprovevoli, è uno dei pochi che possono vantare anche un lato positivo della medaglia. Il lato negativo è appunto l’ostentazione di una rettitudine che non corrisponde alla propria vita. Ma quello positivo sta nel fatto, paradossale quanto volete, che nascondere le proprie malefatte vuol dire anche riconoscere che sono, appunto, malefatte. Qualcuno ieri ha scomodato il Vangelo. Ora, è vero che Gesù annuncia un destino terribile per gli ipocriti; ma dice anche che il peccato più grande è confondere: dire che il bene è male e che il male è bene. E Morgan (non sappiamo quanto consapevolmente: il personaggio induce più alla compassione che al biasimo) questo ha fatto: ha detto che un male - perché la droga è un male - è un bene. E chi accusa di ipocrisia coloro che lo hanno escluso da Sanremo fa, indirettamente, la stessa cosa.

L’ipocrisia, l’occultamento delle proprie miserie, è insomma certamente una finzione tra le più deprecabili. Ma è anche l’omaggio che il vizio rende alla virtù. Ci si nasconde perché si riconosce che, di quel che si fa, non c’è da menar vanto.

Per questo oggi facciamo qui un elogio dell’ipocrisia. Ben sapendo che ci prenderemo dei «moralisti» e ovviamente anche degli «ipocriti» da coloro che - forse, in qualche caso - parlano pure per difendere stili di vita personali. (E che però, naturalmente, si guarderebbero bene dal mandare i loro bambini su uno scuolabus guidato da un cocainomane. Ipocriti un po’ anche loro, no?).

da lastampa.it


Pubblicato : 05/02/2010 da Michele BRAMBILLA | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

50 anni senza fausto Coppi

50 anni senza Fausto Coppi

di Oreste Pivetta


“Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste; il suo nome è Fausto Coppi”. Non credo esista incipit di una radiocronaca sportiva più famoso, mandato a memoria come il coro del Nabucco o come un verso leopardiano. Le parole messe in fila da Mario Ferretti, raccontando alla radio nel 1949 la terzultima tappa del Giro d’Italia, sono metafora di una vita e di una condizione, sono il sogno e la crudezza della realtà nella solitudine della conquista. Persino l’aggettivo “biancoceleste” da riferimento commerciale (i colori della Bianchi velocipedi) si sublima come una strada in salita dalla terra al cielo, come se correre tra le montagne da Cuneo a Pinerolo fosse traversare l’inferno. Poi quel nome, Fausto Coppi, che si percepisce in un soffio, nel fruscio delle gomme sull’asfalto.

A cinquant’anni dalla morte, il 2 gennaio 1960, siamo ancora a ricordare il “campionissimo”, un superlativo naturale e insuperabile: non esiste sportivo in Italia che sia resistito così a lungo nella immaginazione di tanti e anche al mondo sono o sono stati pochissimi, forse Muhammad Alì, cioè Cassius Clay. Viene da chiedersi come mai il mito di Fausto Coppi non scolori, anche tra chi lo ha visto pedalare solo nei filmati d’epoca. Forse per le sue vittorie, forse per il suo volto aguzzo e gli occhi tristi da poveraccio morto di fame, forse per il suo coraggio civile oltre che agonistico nell’Italia della ricostruzione, per la storia con la “dama bianca”, per i dolori sopportati (dai tanti incidenti in gara alla scomparsa nel 1951 dell’amatissimo fratello Serse, lui pure ciclista, morto in una caduta di gara). Forse per quella malattia antica, la malaria, che se lo portò via prima del tempo, prima che lo colpisse il decadimento di noi normali.

Fausto Coppi nacque a Castellania il 15 settembre 1919, da ragazzo faceva il garzone di salumeria a Novi Ligure e l’andare con i pacchi in bicicletta tra i colli dell’Appennino fu il suo apprendistato. Cominciò a gareggiare nel 1937 e a vincere nel 1938, a Castelletto d’Orba. Poi si racconta che qualcuno riferì di lui a Biagio Cavanna, il vecchio massaggiatore cieco, che volle conoscerlo, gli auscultò il cuore (quarantaquattro battiti al minuto, a riposo) e lo segnalò a quelli della Legnano, la squadra di Gino Bartali. Coppi passò al professionismo, anche se da gregario. Al Giro d’Italia nel 1940 Bartali caddee si vide tagliato fuori dalla corsa. Coppi si fece avanti e guadagnò la maglia rosa. La portò fino a Milano. La guerra non lo risparmiò, finì in Africa con la fanteria e nella sconfitta italiana gli capitò anche la prigionia in un campo inglese. In mezzo alla guerra riuscì pure a stabilire il record dell’ora al Vigorelli di Milano, sfiorando i 46 chilometri (45,798, un record che resistette fino al 1956, all’attacco di Jacques Anquetil). Venne la Liberazione, tornò la pace. Coppi risalì la penisola sulla bicicletta che gli aveva regalato uno dei suoi primi tifosi. A metà strada si fermò un attimo e gareggiò per la Società Sportiva Lazio. Nella pace si ripeterono le vittorie: altri quattro Giri d’Italia, due Tour de France, cinque Giri di Lombardia, due Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix, il campionato del mondo a Lugano nel 1952. La sfida memorabile con Gino Bartali si risolse a suo favore. L’accanimento l’uno contro l’altro era nella logica della competizione, ma con rispetto, persino con generosità. La foto in cui si scambiano la borraccia in corsa è un altro “luogo” indimenticabile dello sport.

Ancora ci si domanda chi fosse il più forte tra i due, tra Bartali e Coppi. Entrambi subirono il tormento della guerra e persero anni importanti. Forse proprio quegli anni sarebbero stati più importanti per Bartali, all’apice della carriera e della forza. La rivalità s’ingigantì nella politica: Bartali passava per baciapile, Coppi era diventato il “trasgressore” avanti nei tempi. Che Bartali fosse cattolico praticante era noto. Ma era stato capace, con i nazisti in casa, di profittare della sua condizione di ciclista famoso per portar ordini ai partigiani. Coppi dovette affrontare lo scandalo in quell’Italia bigotta di una separazione dalla prima moglie, Bruna Ciampolini (dalla quale aveva avuto una figlia, Marina) e dell’unione con una donna, Giulia Occhini, che un marito l’aveva già, il dottor Locatelli, medico condotto di Varano Borghi, appassionato tifoso coppiano. Persino Pio XII condannò la peccaminosa intesa. Giulia Occhini sarebbe diventata presto la “dama bianca”, perché fu vista durante il campionato del mondo del 1953, quello vinto da Fausto, con indosso un montgomery bianco. Locatelli denunciò la moglie per adulterio e la “dama bianca” patì quattro giorni di carcere. A Coppi fu ritirato il passaporto. Insieme furono processati nel 1955 e condannati, la “dama bianca” a tre mesi di detenzione, il “campionissimo” a due. Per fortuna con la condizionale. Si sposarono in Messico ed ebbero un figlio, Faustino.

Da quel tormentato anno Fausto Coppi uscì ancora vincendo o perdendo di poco (il Giro d’Italia per tredici secondi alle spalle di Fiorenzo Magni). Ma si capiva che ormai la sua carriera era al declino. Tra il 1958 e il 1959 si concretizzò il progetto di una nuova squadra, la San Pellegrino della quale direttore sportivo sarebbe dovuto diventare il rivale di sempre, Gino Bartali. In quell’inverno insieme con alcuni amici ciclisti francesi, tra i quali Raphael Geminiani e Jacques Anquetil, Fausto Coppi partecipò a una corsa nell’Alto Volta, organizzata per festeggiare l’indipendenza del paese. Dopo la corsa anche Coppi con gli altri compagni d’avventura fu invitato a una battuta di caccia nella boscaglia attorno ad Ouagadougou. Fu lì che s’ammalò di malaria. Tornò in Italia e pochi giorni prima di Natale cominciò ad avvertire la febbre, che via via si alzò. Nessuno seppe diagnosticare la malattia. Coppi cadde in coma. Anche Geminiani era stato colpito allo stesso modo: lo salvarono con il chinino. Suo fratello avvertì i familiari di Coppi. Ma i medici italiani continuarono nelle loro cure: antibiotici e cortisone. Coppi morì alle 8,45 del 2 gennaio 1960. L’airone chiuse le ali. Migliaia parteciparono ai suoi funerali, un lungo corteo lungo una stradina in collina fino al cancello del piccolo cimitero di Castellania.

30 dicembre 2009
da unita.it


Pubblicato : 01/01/2010 da Oreste Pivetta (da unita.it) | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI


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