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| "QUELLO CHE NON HO" (SAVIANO su la 7) |
16/5/2012
"Quello che (non) ho", la cronaca che diventa solennità
MASSIMILIANO PANARARI
Passate a miglior vita le ideologie, c’è ancora (e, anzi, ancor più…) bisogno di narrazioni. Non sono i grands récits di cui il filosofo francese Jean-François Lyotard stilò, tra i primi, il referto di decesso, ma sempre di racconti si tratta. O meglio, di monologhi intorno a singole parole, come quelli messi in scena anche nella seconda puntata di Quello che (non) ho .
È il ritorno, in grande stile e grossi numeri (con la conseguente boccata d’ossigeno per La7, ultimamente un po’ in carenza di audience), di una tv pedagogica, nella quale Roberto Saviano recita il ruolo di maestro e istitutore e gli ascoltatori si stringono intorno a lui, come una classe, per ascoltarlo. Con autentica gratitudine per avere reimmesso nel circuito catodico generalista delle prime serate e degli share importanti una televisione seria e dall’incedere solenne. Integralmente parlata e di contenuti, e all’apparenza decisamente “antitelevisiva” (rispetto al modello di piccolo schermo partorito all’alba degli anni Ottanta), ma in grado di imporre un format che, come diceva, infatti, ieri sera Fabio Fazio nella finestra di lancio all’interno del tg, si presenta, in maniera eminente, come un «reading teatrale». Ecco, allora, che Saviano, il giovane scrittore costretto a vivere sotto scorta per il suo impegno antimafia, diventa, al tempo stesso, recitatore di narrazioni engagé ed emotivamente intense e officiante di un rito laico, che si svolge, in maniera esemplare, sotto le volte di quella maestosa “cattedrale del lavoro” rappresentata dalle torinesi Officine Grandi Riparazioni. E, difatti, non vi è nulla di più assimilabile a una comunità e a una cerimonia non religiosa della scuola, come ben sapevano Francesco De Sanctis e i ministri della Pubblica Istruzione dell’Italia unitaria che la concepirono proprio in questi termini.
Qui sta la forza di Quello che (non) ho : l’offerta di un’esperienza pedagogica, scelta intenzionalmente (e non subita), e la fruizione condivisa di una serie di idee ed emozioni a beneficio di un pubblico composto di giovani, “professoresse democratiche” (come le chiamava Edmondo Berselli) e pezzi nutriti dell’oggi assai variopinto “popolo della sinistra”, precisamente i (numerosi) target estromessi, in questi anni, dalla programmazione della televisione generalista. Ovvero altrettante persone nauseate dalla tv trash (quella delle urla, del dolore, della donna ridotta a collage di parti anatomiche), stanche del “pensiero debolissimo” e in cerca di qualità. Esattamente quella che ha Quello che (non) ho , insieme alla capacità di produrre, nei suoi telespettatori, identità. Perché gli uomini hanno bisogno di riti, e di pluralismo catodico. E, dunque, libero telecomando in libero Stato, facoltà fondamentale della nostra sovranità televisiva, che trasmissioni come queste ci restituiscono. Attraverso parole, parole, e ancora parole. Perché le parole (come i simboli) sono (davvero) importanti…
http://lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=10108 |
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| Gabriel Celaya UNA SUA POESIA ... |
La poesia è un’arma caricata di futuro
di Gabriel Celaya
Quando non ci si aspetta più nulla di personalmente esaltante, ma si palpita e si va più in là della coscienza, fieramente esistendo, ciecamente affermando, come un polso che palpiti nelle tenebre,
quando si guarda negli occhi il vertiginoso sguardo bianco della morte le verità si fanno avanti le barbare, terribili, amorose crudeltà:
si dicono poesie che allargano i polmoni di quanti, asfissiati, chiedono di essere, chiedono ritmo, chiedono legge per quello che sentono è troppo.
Con la velocità dell’istinto, col lampo del prodigio, come magica evidenza, il reale ci diventa identico a se stesso.
Poesia per il povero, poesia necessaria come il pane quotidiano, come l’aria che pretendiamo tredici volte al minuto, per essere e per affermarlo, per affermare che siamo uomini, affermare che siamo uomini.
Perché viviamo appena, e a malapena ci lasciano dire chi siamo, i nostri canti non saranno senza macchie, pura forma. Stiamo toccando il fondo.
Maledico la poesia concepita come un lusso culturale per i neutrali che, lavandosene le mani, si disinteressano ed evadono. Maledico la poesia di chi non prende partito fino a macchiarsi.
Faccio miei gli errori. Sento in me quanti soffrono e canto respirando. Canto e canto, e cantando al di là delle mie pene personali, mi espando.
Vorrei darvi vita, provocare nuovi atti, e calcolo per questo, con tecnica, che cosa posso fare. Mi sento un ingegnere del verso e un operaio che forgia con altri la Spagna nei suoi acciai.
Tale è la mia poesia. Poesia-arnese al tempo stesso che palpito di ciò che è unanime e cieco. Tale è, arma carica di futuro espansivo con cui miro al tuo petto.
Non è una poesia goccia a goccia pensata. Nemmeno un bel prodotto. Non un frutto perfetto. È un po’ come l’aria che tutti respiriamo ed è il canto che effonde quanto dentro portiamo.
Son parole che tutti ripetiamo, sentendole come nostre, e che volano. Son più di quanto è detto. Sono il più necessario: quello che non ha un nome. Sono grida nel cielo e, in terra, sono atti.
da - Lo Scaffale Capovolto |
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| LETTERE A UN AMICO TEDESCO |
Albert Camus ha scritto alcune lettere dalla guerra, che ha intitolato lettere a un amico tedesco
LETTERE A UN AMICO TEDESCO
Camus si preparava a ripartire per l’Algeria quando ne fu impedito, nel novembre del 1942, dallo sbarco alleato nell’Africa del Nord, seguito immediatamente dall’occupazione della zona sud della Francia da parte dell’esercito tedesco. Egli vive in un angolo sperduto del Massiccio Centrale, senza conoscere quasi nessuno in Francia, ma esce dal suo isolamento grazie a Pascal Pia che si trova a Lione, e che è divenuto uno dei capi del movimento di Resistenza «Combat». Entra in relazione con il poeta Francis Ponge e con René Leynaud, poeta anch’egli, con il quale stringe rapidamente amicizia (gli dedicherà il libro). Nato nel 1910 a Lione, era stato giornalista; capo regionale del movimento «Combat», con il nome di battaglia di Clair, viene ferito e arrestato il 16 maggio 1944, fucilato il 13 giugno, con altri diciotto prigionieri. Il suo corpo venne identificato il 24 ottobre. Le sue Poésies posthumes sono state pubblicate nel 1947, con una prefazione di Camus. René Leynaud ha rappresentato per lui ciò che il cristianesimo poteva dare di meglio. A Lione, Camus vede anche Aragon ed Elsa Triolet che sono due dei membri più attivi del clandestino Comitato nazionale degli scrittori. Ma dovrà attendere di potersi stabilire a Parigi per integrarsi veramente nella Resistenza. Nel novembre del 1943 Gallimard gli offre un posto di lettore. Ha appena compiuto trent’anni. Quando era ancora in provincia, aveva scritto vari testi destinati alla stampa della Resistenza. I più importanti sono le Lettere a un amico tedesco. Il libro è dedicato al partigiano lionese, tra coloro che meglio potevano sostenere Camus nella sua ricerca della verità, perché «la verità ha bisogno di testimoni». Questi testi oppongono alla cieca mistica nazista della forza e dello Stato i valori per i quali vale la pena di vivere, di combattere e di morire. In particolare la terza è consacrata a una difesa dell’ideale europeo, che viene opposto alla nozione di Europa quale era abusivamente impiegata ogni giorno dalla propaganda nazista. Rari erano coloro che, a quell’epoca, pensavano ancora, o già, a Firenze, Cracovia, Vienna, Praga e Salisburgo come a «un volto solo, quello della mia patria più ampia».
PREFAZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA
Le Lettere a un amico tedesco sono state pubblicate in Francia dopo la Liberazione, in esiguo numero di esemplari, e non sono mai state ristampate. Mi sono opposto sempre alla loro diffusione all’estero, per i motivi che dirò. Per la prima volta esse appaiono fuori di Francia e una sola cosa è riuscita a decidermi: il desiderio, vivo in me, di contribuire, per parte mia e sia pure debolmente, ad abbattere un giorno la stolta frontiera che divide i nostri due paesi. Ma non posso permettere la ristampa di queste pagine senza chiarire il loro significato. Sono state scritte e pubblicate nella clandestinità. Avevano uno scopo, quello di fare un po’ di luce sulla cieca lotta in cui ci trovavamo e di rendere così più efficace la lotta stessa. Sono scritti ispirati dalle circostanze e possono quindi apparire ingiusti. Se si dovesse veramente scrivere della Germania vinta, bisognerebbe usare un linguaggio un po’ diverso. Ma vorrei soltanto impedire un malinteso. Quando l’autore di queste lettere dice “voi” non vuole intendere “voi Tedeschi”, ma “voi nazisti”. Quando dice “noi”, questo non sempre significa “noi Francesi” ma “noi Europei liberi”. Contrappongo due atteggiamenti, non due nazioni, anche se, a un certo momento della storia, queste due nazioni, hanno potuto incarnare due atteggiamenti ostili. Per usare una espressione che non è mia, amo troppo il mio paese per essere nazionalista. E so che né la Francia, né l’Italia avrebbero qualcosa da perdere, tutt’altro, nell’aprirsi verso una società più vasta. Ma ne siamo ancora molto lontani e l’Europa è tuttora straziata. È per questo che mi vergognerei, oggi, se lasciassi credere che uno scrittore francese possa mostrarsi nemico anche di una sola nazione. Non detesto che i carnefici. Ogni lettore che sarà disposto a leggere le Lettere a un amico tedesco da questo punto di vista, cioè come un documento della lotta contro la violenza, mi permetterà di affermare ora che non ne rinnego neppure una parola.
Si possiede effettivamente soltanto quello che si è pagato. Abbiamo pagato caro, e pagheremo ancora. Ma abbiamo le nostre certezze, le nostre ragioni, la nostra giustizia: la vostra sconfitta è quindi inevitabile.
QUARTA LETTERA L’uomo è mortale. Può darsi; ma moriamo resistendo e, se ci è riservato il nulla, non prendia- molo per giustizia! Obermann, lettera 90
Il tempo della vostra sconfitta si avvicina. Le scrivo da una città famosa in tutto il mondo, intenta a preparare contro di voi un domani di libertà. Essa sa bene che non è facile e che, prima, dovrà attraversare una notte ancora più nera di quella iniziata quattro anni or sono, con la vostra venuta. Le scrivo da una città spogliata di tutto, senza luce né fuoco, affamata, eppur sempre indomita. Fra poco vi scoppierà una bufera di cui non avete ancora idea. Se avremo fortuna noi due ci troveremo allora uno di fronte all’altro. Allora potremo combatterci con conoscenza di causa: io ho un’idea chiara delle sue ragioni e lei può ben immaginare le mie. Queste notti di luglio sono leggere e nello stesso tempo gravose. Leggere sulla Senna e fra le piante, gravose nel cuore di quanti attendono l’unica alba di cui ormai abbiano desiderio. Attendo e penso a lei: ho ancora una cosa da dirle e sarà l’ultima. Voglio spiegarle come è possibile esser stati così simili e oggi esser nemici, e come avrei potuto essere al suo fianco e perché oggi fra noi tutto è finito. Per molto tempo, ambedue abbiamo creduto che questo mondo non avesse una finalità superiore e che noi fossimo dei frustrati. In un certo senso lo credo ancora. Ma sono giunto a trarne conclusioni differenti da quelle di cui lei mi parlava un tempo e che, da tanti anni, tentate di introdurre nella Storia. Oggi dico a me stesso che se l’avessi effettivamente seguita nei suoi ragionamenti, dovrei approvare la vostra condotta attuale. E la cosa è tanto grave che è necessario che mi arresti qui, nel cuore di questa notte d’estate tanto gonfia di promesse per noi e di minacce per voi. Lei non ha mai creduto che questo mondo avesse un senso e ne ha dedotto la concezione che tutto si equivalesse e che il bene e il male si potessero stabilire ad arbitrio. Ha creduto che, nell’assenza di ogni morale umana o divina, gli unici valori fossero quelli che governano il mondo animale, cioè la violenza e l’astuzia. Ne ha concluso che l’uomo è nulla, che si poteva sopprimere la sua anima, che, nella più insensata delle storie, il compito dell’individuo non potesse essere altro che l’avventura della potenza, e la sua morale il realismo delle conquiste. E, in verità, io che credevo allora di pensare come lei, non trovavo quasi argomenti abbastanza consistenti da opporle, se la passione ardente per la giustizia che, in definitiva, mi sembrava tanto poco meditata quanto la più improvvisa delle passioni. In cosa consisteva la differenza? Nel fatto che lei accettava con animo leggero la disperazione, mentre io non ho mai potuto consentirvi. Nel fatto che lei considerava ammissibile l’ingiustizia della condizione umana tanto da risolversi ad aggravarla, mentre a me pareva evidente che l’uomo doveva proclamare la giustizia per lottare contro l’eterna ingiustizia, creare un po’ di felicità per protestare contro un universo di infelicità. Lei invece si è ubriacato della sua disperazione e se ne è liberato erigendola a principio; ha acconsentito a distruggere le opere dell’uomo e a lottare contro di lui per rendere più completa la sua sostanziale miseria. Io, rifiutandomi di ammettere questa disperazione e questo mondo straziato, volevo semplicemente che gli uomini ritrovassero la solidarietà necessaria per lottare contro il loro orribile destino.
Come vede, da un medesimo principio abbiamo tratto morali differenti. Lei, lungo la strada, ha abbandonato la lucidità e ha trovato più comodo (lei avrebbe detto: indifferente) che un altro pensasse per lei e per milioni di tedeschi. Eravate stanchi di lottare contro il cielo e vi siete riposati in questa avventura estenuante nella quale vi siete scelto il compito di mutilare le anime e di annientare la terra. Per dire tutto, avete scelto l’ingiustizia, vi siete messi dalla parte degli dei. La vostra logica era soltanto apparente. Io, al contrario, ho scelto la giustizia per restare fedele alla terra. Continuo a credere che questo mondo non abbia una finalità superiore. Ma so che in esso qualcosa ha un senso ed è l’uomo, perché è il solo essere vivente che esige di averlo. Questo mondo dunque ha, per lo meno, la verità dell’uomo e nostro dovere è di fornire all’uomo le ragioni per lottare contro il suo stesso destino. Non v’è altra ragione che l’uomo; è dunque lui che bisogna salvare se vogliamo salvare il concetto che ci si fa della vita. Il suo sorriso sprezzante mi dirà: “Cosa vuol dire salvare l’uomo?” Ma le rispondo, e con tutto me stesso lo grido, che salvare l’uomo significa non mutilarlo, significa concedere tutte le possibilità alla giustizia che l’uomo è il solo essere capace di concepire. Per questo stiamo lottando. Per questo abbiamo dovuto dapprima seguirvi per la strada che non era la nostra e in fondo alla quale, alla fine, abbiamo trovato la sconfitta: perché la vostra disperazione costituiva la vostra forza. Dal momento stesso in cui si ritrova sola, nuda, sicura di sé, spietata nella sua logica, la disperazione acquista una potenza senza misericordia. Così ci ha schiacciati mentre eravamo indecisi e avevamo ancora lo sguardo rivolto a immagini felici. Concepivamo la felicità come la conquista più grande, la conquista che si raggiunge a dispetto dello stesso destino che ci è imposto. Ma neppure nella sconfitta il rimpianto di essa ci lasciava. Voi, invece, avete fatto ciò che dovevate, noi siamo entrati nella Storia. E per cinque anni non è stato più possibile godere del canto degli uccelli nel fresco della sera. Si è dovuto per forza disperare. Eravamo isolati dal mondo perché ogni aspetto del mondo richiamava tutta una folla di immagini di morte. Da cinque anni, su questa terra, non ci sono più albe senza agonie, sere senza prigioni, meriggi senza massacri. Sì, abbiamo dovuto seguirvi. Ma il difficile della nostra impresa consisteva nel seguirvi scendendo in guerra, senza mai dimenticare la felicità. Così, in mezzo ai clamori e alla violenza tentavamo di conservare nel cuore il ricordo di un mare placido, di una collina indimenticabile, il sorriso di un volto caro. Era, infatti, la nostra arma migliore, quella che mai riporremo. Perché se un giorno la perdessimo, allora saremmo morti come voi. Semplicemente, oggi sappiamo che le armi della felicità esigono, per essere forgiate, molto tempo e troppo sangue. Abbiamo dovuto accettare la vostra filosofia, adattarci a somigliarvi un poco. Avevate scelto l’eroismo indiscriminato perché è il solo valore che resti in un mondo che ha perduto il suo significato. Avendo scelto l’eroismo per voi, l’avete scelto per tutti ed anche per noi. Siamo stati costretti a imitarvi per non morire. Ma ci siamo accorti allora che la nostra superiorità su di voi consisteva nell’avere una direzione. Ora che tutto sta per finire, possiamo dirvi cosa abbiamo imparato e cioè che l’eroismo è ben poca cosa, più difficile è la felicità. Ormai tutto deve esserle chiaro, così il fatto che siamo nemici. Lei è l’uomo dell’ingiustizia, che è la cosa al mondo che il mio cuore maggiormente detesta. Ma non era che una passione, adesso ne conosco le ragioni profonde. Vi combatto perché la vostra logica è criminale quanto il vostro cuore. E nell’orrore che ci avete prodigato per quattro anni la vostra ragione ha concorso in misura pari al vostro istinto. Per questo la mia condanna sarà assoluta: lei è già morto per me. Ma nel momento stesso in cui giudicherò la vostra atroce condotta, mi ricorderò che voi e noi siamo partiti dalla stessa solitudine, che voi e noi, insieme a tutta l’Europa, viviamo lo stesso dramma dell’intelligenza. A dispetto di voi stessi, vi conserverò il nome d’uomo. Per essere coerenti con la nostra fede, siamo costretti a rispettare in voi quello che voi non rispettate negli altri. Per molto tempo questo è stato il vostro immenso vantaggio, poiché uccidere con più facilità di noi. E fino alla fine dei tempi, noi, che non vi somigliamo, dovremo dare la nostra testimonianza affinché l’uomo riceva, al di sopra dei suoi peggiori errori, la giustificazione che gli spetta e il riconoscimento della sua innocenza. Ecco perché alla fine della lotta, dal grembo di questa città che ha preso volto d’inferno, al di sopra di tutte le torture inflitte ai nostri, nonostante i morti sfigurati e i villaggi orfani, posso dirle che, nel momento stesso in cui stiamo per distruggervi senza pietà, non abbiamo, però, odio alcuno contro di voi. E se anche domani, come molti altri, ci occorresse di morire, saremmo ancora senz’odio. Non possiamo garantire di non aver paura, tenteremo semplicemente di essere ragionevoli. Ma possiamo garantire di non odiare proprio nulla. E quanto alla sola cosa al mondo che oggi potrei detestare, le assicuro che siamo in regola con essa e vogliamo distruggervi nella vostra potenza, senza mutilarvi nell’anima. Il vantaggio che avevate su di noi, come vede, continuate ad averlo. Ma nasce proprio di qui la nostra superiorità. È grazie ad essa che questa notte mi è più leggera. La nostra forza è pensare come voi sull’abisso del mondo, non rifiutare nulla del dramma che è anche il nostro, ma nel tempo stesso tenere salva la nostra concezione dell’uomo sul limite estremo di questa sventura dell’intelligenza e poterne trarre l’infaticabile coraggio delle rinascite. Naturalmente l’accusa da noi lanciata al mondo non per questo è più leggera. Abbiamo pagato troppo cara questa nuova consapevolezza perché la nostra condizione cessi di apparirci disperata. Le centinaia di migliaia d’uomini assassinati all’alba, i muri tremendi delle prigioni, un’Europa dalla terra fumante di milioni di cadaveri che un tempo furono suoi figli: tutto questo ci è stato necessario per pagare l’acquisizione di due o tre sottili sfumature che forse serviranno soltanto ad aiutare alcuni di noi a morire meglio. Sì, la condizione è disperante. Ma dobbiamo dare prova di non meritare tanta ingiustizia. È l’impegno che abbiamo preso con noi stessi e che inizierà da domani. In questa notte d’Europa, percossa dal soffio dell’estate, milioni di uomini, armati o disarmati, si preparano al combattimento. Sta per sbocciare l’alba in cui sarete finalmente vinti. So che il cielo che fu indifferente alle vostre atroci vittorie lo sarà anche di fronte alla vostra giusta sconfitta. Neppure oggi mi aspetto qualcosa da esso. Ma almeno avremo contribuito a salvare la creatura umana dalla solitudine nella quale volevate relegarla. Per aver disprezzato la fedeltà dell’uomo, proprio voi, a migliaia, morirete in solitudine. Ora posso dirle addio.
Luglio 1944
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| CARTA STAGNOLA |
CARTA STAGNOLA
Hai per solo sorriso quella piega della bocca, cattiva rilegatura della nostra storia.
Lo rivolgi ad altri, dispiegandolo rapido.
A me rimane una rigida comunanza.
Ti offri d’accompagnarmi, ma non accosti il braccio.
Lasci che io zoppichi verso un nuovo giorno, verso l’approdo, il marciapiede opposto.
E non so dirti nulla di una vita impossibile da ricomporre, come carta stagnola che vecchie mani, tremando tentino d’appianare di nuovo.
L'allevatore di mancuspie
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| Imprenditrici, orfane di padri suicidi: “Siamo lasciati soli” |
Economia
29/03/2012 -
Laura e Flavia creano l’associazione parenti delle vittime della crisi
Imprenditrici, orfane di padri suicidi: “Siamo lasciati soli”
Eleonora Vallin
Padova
Laura Tamiozzo ha 29 anni. E’ un’imprenditrice e nella notte di San Silvestro è rimasta orfana del padre Antonio che si è impiccato nel capannone dell’azienda edile di Montecchio Maggiore nel vicentino. Anche Flavia Schiavon, classe 1980, ha perso il padre Giovanni, titolare dell’impresa Eurostrade 90, morto suicida il 12 dicembre perché non riusciva a riscuotere i crediti. Ospiti della Filca Cisl del Veneto, davanti a una cinquantina di imprenditori, le due giovani hanno dimostrato oggi il coraggio di una denuncia che non si vergogna delle lacrime.
«Forse le nostre aziende non avranno futuro, anche se mi auguro il contrario, ma dobbiamo trovare giustizia» dice Laura, leggendo una lettera, scritta il 22 gennaio e rimasta privata fino ad oggi, alla collega-imprenditrice per chiedere «solidarietà». A Vigonza, nel padovano, Laura e Flavia con il supporto del sindacato hanno lanciato la proposta di un’Associazione per i famigliari delle vittime della crisi. «Omicidi bianchi» secondo Walter Rigobon, segretario Adiconsum Veneto che ha dichiarato la volontà di rendere operativa l’idea in tempi brevi.
«Dopo l’atto estremo, per le famiglie il dramma continua e si moltiplica. Spesso l’indifferenza uccide una seconda volta» ha ribadito il segretario generale Filca Cisl del Veneto, Salvatore Federico. «I problemi sono tutt’ora molti – spiega Laura Tamiozzo – è difficile incassare e pagare, i committenti contestano qualsiasi cosa pur di fermare i cantieri e avere una scusa per non saldare i conti». Poi c’è «certa gente che si fa gli auto-sconti anche di 60 mila euro e se accetti bene, altrimenti non vedi nulla. Anche la giustizia non è dalla nostra parte. Vince solo chi fa il furbo». Flavia ascolta e si asciuga gli occhi. Il suo tentativo è stato, qualche mese fa, scrivere al governo, a Mario Monti, ma non ha mai ricevuto riscontro. «Che male che fa sentire questo. Purtroppo mi viene da dire: Siamo soli», accusa Laura. Entro questa settimana i sette dipendenti di Eurostrade 90, che si occupa di opere stradali, riceveranno le retribuzioni di cassa integrazione ordinaria.
Dal 2009 ad oggi, in Veneto, si contano 31 imprenditori suicidi, stando ai dati della Cgia di Mestre. Il primo segnale di aiuto venne da Padova, allora la provincia più colpita. Era l’8 marzo del 2010 e la Camera di Commercio diede vita a un numero verde di supporto. Il telefono funzionò circa quattro mesi poi fu chiuso il 30 giugno a favore di una rete di sportelli diffusi. Oggi anche la rete ha dimostrato i suoi limiti e si sta cercando di riportare la gestione nelle mani dell’ente camerale ma con un appalto del servizio in via di definizione. Nel frattempo, la Confartigianato di AsoloMontebelluna (Tv) ha lanciato l’iniziativa «Life Auxilium»: un numero verde attivo 24 ore su 24. Ed è ora in partenza un «Circolo delle idee» composto da un massimo di 10 imprenditori tutti volontari: un gruppo di mutuo aiuto, proprio nell’ottica della prevenzione. Treviso vanta un triste primato: 11 decessi su 31. Tutti artigiani, piccoli imprenditori
http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/448250/ |
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| Nella Divina Commedia Brunetto Latini, gli disse: |
Lo aveva già scritto in pochi versi Dante quando il suo maestro, Brunetto Latini, gli disse:
«Se tu segui tua stella/
non puoi fallire a glorïoso porto/
se ben m’accorsi ne la vita bella/
e s’io non fossi sì per tempo morto/
veggendo il cielo a te così benigno/
dato t’avrei a l’opera conforto». |
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| Titanic Il naufrago rimasto senza volto |
La storia
Ecco Giuseppe del Titanic
Il naufrago rimasto senza volto
Schignano, Como: l'unica foto rubata dal cimitero.
Il Comune ha affidato la ricostruzione ad una disegnatrice
SCHIGNANO (Como) - Il passeggero di terza classe Giuseppe Peduzzi aveva lasciato la sua casa, tra i monti della Valle Intelvi, quando aveva appena 12 anni. Era emigrato in cerca di fortuna a Londra. Poi il sogno americano e quel biglietto per un viaggio sul Titanic trasformatosi in una condanna a morte. Del giovane non è rimasta neppure una foto, ma la comunità non lo ha mai dimenticato e ora, nel centenario del naufragio, si è affidata ad una disegnatrice professionista per ricostruire il viso del ragazzo.
Il nome del giovane di Schignano - tradotto in Joseph Peduzzi - compare nell'elenco ufficiale degli oltre 1.500 passeggeri inghiottiti dal mare il 15 aprile del 1912. Dopo aver lasciato il paese natio, in Inghilterra il giovanissimo Giuseppe aveva trovato lavoro in un ristorante come cameriere. Una fitta corrispondenza tra Londra e i monti comaschi resta l'unica testimonianza di quel periodo. Nell'ultima lettera arrivata cent'anni fa ai familiari, il ragazzo 24enne racconta dell'imminente imbarco sul transatlantico dei suoi sogni per un viaggio di sola andata con destinazione New York.
Il finale è noto. Da quel momento, l'intera comunità di Schignano si sente legata indissolubilmente al più grande disastro della storia della navigazione. Pur non avendo un corpo da seppellire, i familiari di Peduzzi vogliono che ci sia comunque una lapide nel cimitero del paese. «Fratello Giuseppe - incidono sul marmo - sul mare ove improvvisa catastrofe del Titanic ti sommerse il 15 aprile 1912». Hanno un'unica fotografia del giovane, un'immagine in bianco e nero che sistemano con cura a perenne memoria. Misteriosamente però, circa vent'anni fa la foto scompare. «È stata trafugata dal cimitero e non è mai stato chiarito da chi e perché - ricorda Cesare Beretta, assessore a Schignano e capofila di un comitato nato per ricordare la tragedia del Titanic. - Gli eredi hanno lanciato ripetuti appelli per recuperare quella preziosa fotografia, ma senza esito».
In vista del centesimo anniversario della tragedia, l'amministrazione comunale si è così rivolta a una disegnatrice professionista, Elena Bordoli. L'artista, basandosi sui ricordi di famiglia, ha realizzato un ritratto di Giuseppe Peduzzi, un'immagine che ieri è stata collocata sulla lapide in memoria del ragazzo. «Naturalmente gli eredi sperano ancora che qualcuno si faccia avanti per restituire la fotografia originale - ricorda Beretta -. Ora però almeno c'è un ritratto».
Ieri, nella casa prepositurale di Schignano è stata inaugurata la mostra «15-04-1912 15-04-2012, per non dimenticare», voluta dall'amministrazione comunale appunto per ricordare Giuseppe Peduzzi e con lui le oltre 1.500 vittime del Titanic. Nelle sale sono esposti cimeli originali del transatlantico, recuperati grazie anche alla collaborazione del collezionista Matteo Pelloli. Tra i pezzi in mostra, blocchi di carbone utilizzati per alimentare la nave e pubblicazioni della biblioteca di bordo recuperate dopo il naufragio. L'esposizione resterà aperta fino al 15 aprile.
Anna Campaniello
8 aprile 2012 | 19:28© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_aprile_8/giuseppe-vittime-titanic-naufrago-como-2004000846023.shtml |
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| Günter Grass è sempre stato un magnifico pierre di se stesso |
Polemiche
Grass, l'indignazione a senso unico
Una poesia contro lo Stato d’Israele, accusato di minacciare la pace nel mondo
Günter Grass è sempre stato un magnifico pierre di se stesso. Per decenni ha incarnato nella Germania occidentale la figura ieratica dell'antifascista intransigente e senza macchia, occultando tuttavia la sua giovanile adesione volontaria al corpo speciale delle Waffen SS. E in questi giorni, infiammato d'indignazione anti-israeliana, ha curato sin nei minimi dettagli la pubblicazione di una poesia contro Israele, scegliendo con fredda strategia di marketing le testate da cui lanciare la sua invettiva brechtiana per contrastare una grande Menzogna («Non taccio più»).
Grass ha così deciso di consegnare in contemporanea alla «Süddeutsche Zeitung» («Die Zeit» l'aveva rifiutato), a «El País», a «Repubblica» e a «Politiken» in Danimarca il suo furente j'accuse contro lo Stato ebraico, indicato come la principale minaccia mondiale per la pace a causa delle sue bombe atomiche, e contro la Germania in procinto di fornire di sottomarini lo Stato d'Israele. Sotto accusa è «l'affermato diritto al decisivo attacco preventivo che potrebbe cancellare il popolo iraniano», giacché «si presume», declama Grass, che Teheran stia per portare a termine la «costruzione di un'atomica». «Si presume»: vuol dire che la «presunzione» potrebbe non essere vera? Vuol dire che non è vero che l'Iran di Ahmadinejad stia costruendo l'atomica per annientare «l'entità sionista», come è stato più volte e sempre più minacciosamente proclamato?
Per Grass l'Iran non è una «minaccia», lo è solo Israele. A capo di Teheran c'è, scrive, «un fanfarone». E i «fanfaroni» sparano assurde stupidaggini, non atomiche sullo Stato degli ebrei da annientare. L'indignazione di Grass si ferma qui. Non s'indigna per chi raffigura gli ebrei come «maiali da sgozzare». Non s'indigna se alla corte di Ahmadinejad si riunisce con meticolosa puntualità l'internazionale dei negazionisti, che considerano Auschwitz un'invenzione dei sionisti per legittimare il loro Stato. Queste per lui sono mere «fanfaronate», non pericolose come la fornitura di armi della Germania a Israele.
Grass è molto scaltro e nei suoi versi ha l'accortezza di formulare, per prevenirle, le accuse che certo gli verranno rivolte. C'è il rischio che gli dicano che un tedesco, dopo l'enormità della Shoah, deve maneggiare con molta cura parole e argomenti sul sionismo e su Israele? Ecco allora Grass: «Poiché dal mio Paese, di volta in volta toccato da crimini esclusivi...». Gli potranno dire che non sta bene che un volontario delle Waffen SS possa pronunciare simili accuse contro lo Stato ebraico? Ed ecco ancora Grass: «Pensavo che la mia origine, gravata da una macchia incancellabile...». C'è forse la percezione che la veemenza polemica nei confronti dello Stato d'Israele e l'indulgenza minimizzatrice per l'antiebraismo violento di Ahmadinejad possano alimentare il sospetto di una vena antisemita camuffata da oltranzismo antisionista? Ecco ancora una volta Grass: «Il verdetto "antisemitismo" è d'uso corrente».
Due carri armati dell’esercito israeliano al confine con la Striscia di Gaza, da cui le forze armate dello Stato ebraico si sono ritirate nel settembre 2005 (foto Ap/Tsafrir Abayov)Due carri armati dell’esercito israeliano al confine con la Striscia di Gaza, da cui le forze armate dello Stato ebraico si sono ritirate nel settembre 2005 (foto Ap/Tsafrir Abayov) Il guaio è che le accuse che Grass si premura di smontare in anticipo sono tutte tremendamente fondate. Chi ha aderito alle Waffen SS dovrebbe essere più prudente nei suoi giudizi. Nel 2006 lo stesso Grass pronunciò su un quotidiano israeliano parole che sembravano dettate da un tormento autentico. «Io so quali ferite il simbolo delle SS, il termine SS, riapra nella memoria di molti degli abitanti d'Israele e devo accettare che la doppia S sarà per me il marchio di Caino fino alla fine dei miei giorni». Per Grass «il marchio di Caino» dev'essere diventato un segno sbiadito. Possibile che le minacce iraniane e il reiterato proposito di costruire la bomba atomica per annichilire lo Stato d'Israele non inducano Grass a ricordare l'odio antiebraico che dominava quella doppia S?
E anche l'accusa di antisemitismo «d'uso corrente». D'uso corrente, purtroppo, non è l'accusa, ma proprio l'antisemitismo. Nella propaganda antisionista dei Paesi musulmani moderati ed estremisti, che negano il diritto stesso dello Stato d'Israele ad esistere, la distinzione tra «ebreo» e «israeliano» è semplicemente scomparsa. L'obiettivo sono gli ebrei, nei Paesi islamici in cui le tv trasmettono sceneggiati ricavati dai Protocolli dei savi anziani di Sion . Possibile che tutta l'indignazione di Grass sia indirizzata sugli armamenti dello Stato d'Israele, mai sull'antisemitismo, «d'uso corrente», che in Europa inneggia alla strage di bambini ebrei a Tolosa? E infine sui «crimini esclusivi» della Germania. Certo, quel passato non può passare facilmente e Grass non si può permettere di fare ironie su un tema incandescente come l'appoggio che il popolo tedesco diede alla politica di annientamento degli ebrei in Europa. Non basta una poesia per nascondere tanta insensibilità.
Pierluigi Battista
5 aprile 2012 | 15:14© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/cultura/12_aprile_05/battista-grass-indignazione-senso-unico_d0f75b50-7f1f-11e1-a959-e67ffe640cb1.shtml |
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| Calabresi e il film su Piazza Fontana |
«La pellicola lascia l'idea di una nebulosa oscura, ma, la verità storica, fino a Moro c'è»
Calabresi e il film su Piazza Fontana
«Sparita la campagna contro papà»
«Romanzo di una strage» visto dal direttore de La Stampa figlio del commissario ucciso nel 1972
di ALDO CAZZULLO
Lo si indovina all'inizio del film, nei giorni della strage, quando è nella pancia di sua mamma. E alla fine, alla vigilia dell'assassinio di suo padre, quando è un bambino di due anni. Oggi Mario Calabresi, primogenito di Luigi Calabresi e di Gemma Capra, ha 42 anni e dirige la Stampa. Ha scritto la sua storia in un libro, Spingendo la notte più in là, divenuto un long-seller tradotto all'estero.
Ora ha visto in anteprima il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage, prodotto dalla Cattleya di Riccardo Tozzi insieme con Rai Cinema. E confida al Corriere le sue riflessioni. «È un film importante per ricordare quel che è stata Piazza Fontana. Era necessario un omaggio alla memoria e a tutte le vittime: i morti della strage; Giuseppe Pinelli; mio padre; e l'ultima vittima, la giustizia. Giordana è stato coraggioso, perché è uscito dalla contrapposizione tra mio padre e Pinelli, che in questi quarant'anni c'è sempre stata; per cui se si faceva qualcosa per papà subito si rispondeva "allora perché non Pinelli?", e se si diceva qualcosa per Pinelli la replica era "allora perché non Calabresi?". Il film è sulla linea del presidente Napolitano, che si è impegnato per restituire umanità alle persone, liberandole dalla condizione di simboli, e con questo spirito nel maggio 2009 fece incontrare Licia Pinelli e mia madre. Non è un film buonista, non edulcora la realtà, anzi ha il pregio di mostrare che Pinelli e mio padre facevano due mestieri diversi, erano persone agli antipodi; ma non erano nemici.
Romanzo di una strage ha il coraggio della verità storica, che in questo caso coincide con la verità giudiziaria: mostra chiaramente che mio padre non era nella stanza quando Pinelli cadde. E sfata alcune leggende nere: il segno del "siero della verità" era la flebo infilata dai barellieri nel braccio di Pinelli; il "colpo di karate" era l'ematoma lasciato dal tavolo dell'obitorio; le dicerie sull'"uomo della Cia" nascono da un errore più o meno voluto, un caso di quasi omonimia con Calabrese, funzionario di collegamento del Viminale a Washington». Queste sono le ragioni per cui Mario Calabresi si dice «grato a chi ha voluto e fatto questo film». Ma ci sono anche ragioni di perplessità. «I due anni terribili della campagna di Lotta continua contro mio padre non ci sono, se non per qualche vago accenno: una scritta sul muro, i fischi al processo. Ma se nascondi quella campagna, se non metti in scena il clima del tempo, il linciaggio, la disperazione, si fatica a capire perché sia stata condannata Lotta continua. La morte di mio padre sembra legata solo ai suoi sospetti sulla destra, al "sogno" finale, al dialogo con il capo dell'ufficio Affari riservati Federico Umberto d'Amato. In realtà, l'idea che fosse stata la destra a mettere la bomba mio padre l'aveva chiarissima fin dall'inizio. La frase che peraltro nel film non c'è — "menti di destra, manovalanza di sinistra" — la disse subito: a mia madre, al questore, al ministero, agli Affari riservati. Nel film non si vedono la campagna d'odio, i titoli macabri, le lettere minatorie, gli insulti per strada. Mio padre si sentiva seguito, pedinato. Si doveva nascondere. Con mia madre non potevano più andare al ristorante, al cinema lei si sedeva e lui si chiudeva in bagno fino a quando non si spegnevano le luci…».
Il film pare quasi suggerire l'ipotesi che la responsabilità dell'assassinio di Calabresi sia dei corpi deviati dello Stato. Mentre il figlio è convinto che la verità giudiziaria coincida con la verità storica: «Se lo Stato ha una colpa, è aver lasciato mio padre solo, aver permesso che diventasse un simbolo. Nel film sembra che mia madre fosse contraria a denunciare Lotta continua. Non è così. Mia madre non voleva che suo marito portasse avanti il processo da solo. Gli diceva: "Tu sei un funzionario del ministero degli Interni, è il ministero che deve fare la denuncia, altrimenti tutto si scaricherà su di te". Infatti è finito lui da solo al centro del mirino». Anche il finale non convince Mario Calabresi. «Ti lascia la sensazione che non sappiamo niente, che non abbiamo né verità né giustizia, che Piazza Fontana resta una nebulosa oscura e chi è andato vicino alla verità, da mio padre a Moro, è stato ammazzato. Invece la verità storica c'è, eccome. Noi oggi, come ha detto il presidente Napolitano, sappiamo chi è stato, e perché. Conosciamo le responsabilità oggettive e morali. Sappiamo che è stata la destra neofascista veneta, conosciamo complicità e depistaggi dei servizi deviati e dell'ufficio Affari riservati, sappiamo che nel Paese esistevano forze favorevoli a una svolta autoritaria. È pericoloso dare l'idea che non si sappia niente. Sappiamo quanto affermano le sentenze che, se non hanno più potuto condannare, nelle loro motivazioni hanno chiarito le responsabilità». Racconta Mario che rivedersi bambino non gli ha fatto alcun effetto. «La ricostruzione della casa dove ho passato i primi anni non mi dice nulla, perché non ho ricordi di quei momenti; mentre Laura Chiatti in effetti mi ricorda un po' mia mamma da giovane. Ho trovato bravissimo Pierfrancesco Favino, straordinario nella parte di Pinelli. Mentre a Valerio Mastandrea manca almeno una volta una battuta, un sorriso, un tentativo di sdrammatizzare. Mette in mostra i tormenti di mio padre, ma ne fa un uomo a una dimensione».
Gemma Capra ha visto il film: in dvd, a pezzetti, per metabolizzarlo, insieme con il terzogenito Luigi. Ma non ne parlerà, né si sente di andare alla presentazione: teme di stare troppo male. La signora aveva accettato di incontrare Giordana nella fase di preparazione. Anche lei, racconta Mario Calabresi, ha apprezzato il rispetto per la verità storica, anche se è rimasta perplessa per alcuni aspetti. «Mia madre mi ha detto: "Gigi era romano, in tutti i sensi; ma nel film non si capisce. Eppure era proprio questo di lui che mi aveva conquistata: Gigi era spiritoso. Sfotteva il questore Guida e il capo della squadra politica Allegra, gli faceva il verso. Nel film invece è duro, tutto d'un pezzo, non sorride mai. No, non l'ho riconosciuto". Nel film mio padre difende Pinelli; ma nella realtà l'ha difeso molto di più, ci fu uno scontro durissimo con il questore che gli chiedeva di farlo parlare, mentre mio padre era convinto che Pinelli non c'entrasse con la strage, e potesse semmai fornire informazioni su altre persone». Poi, prosegue Calabresi, c'è la questione su chi dovesse avvisare Pinelli. «In Romanzo di una strage pare che dovesse toccare a mio padre, visto che è lui a rispondere a una telefonata della vedova. Mia madre ha sempre considerato una ferita il fatto che Licia Pinelli non fosse stata avvertita, e lo disse già allora. Mio padre le rispose che il questore aveva la responsabilità di mandare qualcuno ad avvisare la vedova. C'è una discrepanza anche nella scena del ritorno a casa, dopo la morte di Pinelli. Era quasi mattina.
Nel film mia madre accenna a quello che hanno detto alla radio, e mio padre risponde "beati loro che sanno quel che è successo". La realtà è diversa. Mio padre era distrutto, disperato. Sedeva sul letto con le mani tra i capelli e ripeteva "è terribile, non è possibile". Mi ha raccontato mia madre che quella sera si misero a pregare. E lei presagì che era tutto finito. Glielo disse proprio: "Gigi, ti rendi conto che questa è la fine anche per te?"». Ma la frase mancante che ha fatto più male a Gemma Capra è l'ultima. «Il giorno in cui fu ucciso, mio padre uscì di casa ma tornò indietro per cambiare la cravatta — racconta Mario —. Nel film è una scena di goliardia, da vita quotidiana. Mastandrea si toglie la cravatta rosa per metterne una bianca, la Chiatti lo prende in giro, dice che sono orrende tutt'e due. Il vero dialogo fu molto diverso. Mia madre chiese il motivo del ripensamento, visto che entrambe le cravatte gli stavano bene. E mio padre rispose, serio: "Gemma, metto la cravatta bianca perché è il simbolo della mia purezza". Mamma considera quella frase una sorta di testamento. Sono le ultime parole che le disse suo marito. Con il tempo si è convinta che lui presagisse la morte. Ripensa a quella frase da tutta la vita, come se suo marito avesse voluto dirle: "Tireranno fuori cose terribili su di me, ma tu sappi che la verità è questa". Nel film ci sono molte scene importanti, le immagini dei funerali, la sofferenza di Moro (bene restituita da Fabrizio Gifuni), la tenuta delle istituzioni; ma purtroppo quelle ultime parole di mio padre non ci sono».
25 marzo 2012 | 10:11
http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_25/calabresi-cazzullo_3e597db2-764d-11e1-a3d3-9215de971286.shtml |
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| In memoria di Fata Prosciutto |
20/3/2012
In memoria di Fata Prosciutto
Massimo GRAMELLINI
Fra i tanti articoli indispensabili che uno si illude di aver scritto, il Buongiorno che ha avuto storicamente il maggior numero di reazioni da parte dei lettori è uno squarcio di vita quotidiana pubblicato nel novembre del 2008. Raccontava della salumiera di un mercato di Torino, la signora Kathy, che ogni giorno, alle 13 e 40, riceveva la visita degli alunni di una scuola media poco distante e a ciascuno offriva un sorriso e una fetta di prosciutto.
La signora Kathy non era una missionaria e i ragazzini non erano dei bisognosi. Eppure quel rito quotidiano di assurda e gratuita bontà aveva una sua magia e ogni giorno, alle 13 e 40, i clienti del mercato posavano le borse della spesa e guardavano in direzione della scuola, chiedendosi: ma i ragazzi quando arrivano?
Arrivavano, arrivavano sempre. E continuarono a farlo anche dopo l’uscita dell’articolo. Finché un giorno, alle 13 e 40, sono corsi al bancone ma non hanno più trovato ad accoglierli il sorriso della signora Kathy, ribattezzata Fata Prosciutto. Si era ammalata.
I ragazzini hanno continuato lo stesso a recarsi al bancone: non più per il prosciutto, ma per avere sue notizie.
Le mandavano saluti, pensieri, preghiere. E quando l’altra settimana la Fata se n’è andata - perché le fate hanno molto da fare, non possono stare sempre con noi - la chiesa del funerale era stracolma come per una principessa e anche il prete si è commosso.
Basta davvero poco per comunicare con il cuore del mondo. È un linguaggio universale che non usa le parole, ma i gesti. A volte anche una fetta di prosciutto.
da - http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=41 |
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| Cultura dell’impresa, impresa della cultura |
Cultura dell’impresa, impresa della cultura
di Judith Wade – domenica 18 marzo 2012 - 09:21
Ti volevo portare con me per una visita ai beni culturali dei quali mi occupo. Vorrei che tu capissi perché ho creato questo lavoro, che formalmente non esisteva prima: almeno non sotto forma di un impresa.
Ho iniziato prendendo il numero telefonico del Conte Giannino Marzotto. Non c’erano i telefonini, mi ero preparata ad una serie di filtri; segretarie, persone di servizio, e non mi aspettavo che con grande semplicità mi rispondesse lui. Ho spiegato in un minuto la mia idea di impresa e se potevo venirlo a trovare. Niente anticamera, niente raccomandazioni. Lo trovai al cancello di Villa Trissino Marzotto, un portale attribuito al Frigimelica: pareva San Pietro con stivaloni di gomma e l’inseparabile sigaretta. Mi fece visitare i 20 ettari della sua proprietà in un fuoristrada camuffato da utilitaria. Le cento statue di Marinali le ho viste in un flash, imperturbabili sui loro pedistalli. Il viale delle rose ad alta velocità pareva una freccia rosso fuoco. Mi fece accomodare nelle vecchie cucine dove tra una gustosa portata e l’altra ho esposto il mio progetto. Come sala riunioni niente male, con un capitano d’Industria di tale statura! Già alla polenta mi aveva dato la sua adesione: punto di partenza per sentire gli altri proprietari dei più bei giardini visitabili in Italia.
Da allora ho fatto tante stradine di campagna: quelle tortuose della Tuscia, quelle lunghe ed infinite dell’Emilia Romagna, quelle tormentate della Lombardia per incontrare proprietari e curatori che mi accoglievano con aria mista di curiosità e diffidenza. Credo di meritarmi la medaglia del camionista dell’anno!
Lady Susana Walton fu la più tremenda! Sapeva il fatto suo e riteneva che gli italiani non investissero in piante per cui solo il suo si poteva chiamare giardino. E gli altri? Erano musei, diceva senza diritto di replica. Esperta di piante esotiche, con un grande senso teatrale, era ospite generosa e premorosa. Prendeva tutto di petto, la cava dove creò un paradiso di piante tropicali, gli ischitani e i giardinieri. Incantava però i giornalisti e i giovani musicisti da tutto il mondo. Piccola di statura, occhi neri vivacissimi mi mancano il suo sorriso e le nostre litigate, in ugual misura.
Ci ho messo circa 11 anni a convincere Giuseppe Paternò di San Giuliano, il quale credo abbia capitolato per stanchezza, e finalmente si può visitare uno dei più bei giardini della Sicilia. Lui rimane un po’ scettico, sta a me provare l’importanza di far parte di un network a livello nazionale.
Straodinario Carlo Confidati, la sua energia manderebbe avanti una centrale elettrica. Impeccabile, Signore della cultura, Alessandro Cecchi direttore del Giardino di Boboli, ci incontriamo nelle mostre di mezzo mondo. Anche Giuseppe Sigurtà mi ha fatto tribolare per farlo partecipare a questa mia avventura, talmente competente e bravo da non aver bisogno di nessuno. Penso a Umberta Patrizi, fisico da addolescente, grande padrona di casa, di figli amici e di chiunque si spinge verso il suo regno di rose nella campagna intatta del Braccianese. Penso a Vieri Torrigiani, che trova che il modo migliore per proteggere il suo parco nel gran mezzo di Firenze sia di occupparsene con i cugini, anima e corpo.
Alcuni proprietari li sento una volta all’anno, altri tutti giorni. Godo della loro fiducia se non della loro comprensione dell’utilità del mio lavoro: ma non si può pretendere troppo dalla vita, ritengo sia già un privileggio lavorare nel mondo dei giardini storici, mi accultura: appaga la mia curiosità per le piante e la storia dell’Arte.
Mi accorgo adesso che non ho parlato dei giardini! Beh, non resta che tu li visiti per farti un’idea se è valsa la pena investire tanto tempo e denaro in questa splendida avventura! Ci vuole un po’ di impresa nel mondo della cultura e un po’ di cultura per chi fa impresa per non ricadere negli errrori che hanno portato l’Italia in crisi. Almeno io ci ho provato!
http://faberblog.ilsole24ore.com/2012/03/cultura-dellimpresa-impresa-della-cultura/ |
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| Aran. L'Irlanda che più verde non si può |
EUROPA
Aran. L'Irlanda che più verde non si può
di Isa Grassano
Il piccolo arcipelago davanti a Galway è un paradiso dove i pochi abitanti si muovono in bicicletta o a piedi. E usano ancora il gaelico
Si arriva e quasi si fa fatica a capire dove ci si trova. Nell'aria risuona una parlata strana che si confonde con il vento. Scattante e allo stesso tempo melodiosa, sembra ammantare di poesia ogni parola. È il suono del gaelico, l'antica lingua dell'Irlanda (proprio delle "aeree Gaeltacht", i paesi del Celti), ancora viva e parlata a Inishmore, la più grande delle tre isole Aran. (l'arcipelago delle Aran, Oileain Arann in gaelico, si trova a circa cinquanta chilometri al largo di Galway e ne fanno parte, Inishmore, Inishmaan, Inisheer, in ordine di grandezza).
Una leggenda racconta che, un tempo, la baia era un grande lago, il Loch Lurgan. Quando le sue rive si sono erose, sono rimaste le tre isole Aran a fare da barriera alle onde dell'Oceano Atlantico. Di fatto le isole sono una parte emersa dell'altopiano calcareo del Burren (si possono raggiungere con il servizio di navi, Aran Island Ferries).
Arrivare a Inishmore è come fare un tuffo nel passato. E non solo per la lingua ufficiale, l'unica che conoscono gli anziani (anche se per rivalutarla e farla conoscere ai giovani ci sono lezioni nelle scuole, corsi di aggiornamento e persino la messa viene detta in gaelico). Ampi spazi incontaminati e poca gente. Circa ottocento abitanti (Kilronan è l'unico centro abitato dell'isola), fieri della loro storia, delle loro tradizioni. Persone ospitali che sono soliti salutare con un cenno del capo o alzando tre dita della mano, quasi per benedire, proprio come facevano gli antichi monaci che qui si rifugiarono a meditare in cerca di silenzio e spiritualità. Perché questa è anche l'isola del silenzio. Ci si muove a piedi (in bicicletta o con i pulmini turistici; il fatto di non poter portare l'auto contribuisce ad immergersi nell'atmosfera fuori dal tempo di queste isole) e gli unici rumori sono i passi (o le ruote sul selciato) e il vento che "sbatte" sull'intreccio di muretti di pietra a secco (ce ne sono ben 12 chilometri su un'isola lunga 14,5 chilometri) che qui disegnano strade e confini.
Quasi smarriti, dinnanzi a questo paesaggio lunare, si arriva a Dún Aenghus, una fortezza di pietra, una delle meglio conservate in Europa, situata a picco, per oltre 100 metri d'altezza. Il suo nome? Deriva da quello di un eroe della letteratura gaelica medievale. È costituita da mura concentriche, con la pianta simile ad un ferro di cavallo, ed un lato aperto proprio sullo strapiombo. Sembra di essere sospesi tra cielo e terra, guardando in giù, verso l'impressionante dirupo perfettamente in verticale sull'Oceano Atlantico.
Un angolo tra i più affascinanti e misteriosi d'Europa. Non si può immaginare null'altro che questa architettura (risale all'età del ferro e pare sia stata abitata fino al V secolo). E, questa volta, ad interrompere il silenzio è solamente il rumore delle onde che s'infrangono lungo la roccia. La gente del luogo è convinta che questi forti, in realtà, fossero dei "cerchi fatati" dove le fate (uguali nelle sembianze agli uomini ma proiettati in un mondo parallelo) si riunivano per danzare. Se per sbaglio si capitava in una di queste feste, si finiva per essere rapiti. Non sono in pochi a credere ancora a queste superstizioni (basti pensare che nessuno tocca gli alberi dei biancospini perché ritenuti cari alle fate) ed è stato proprio questa forma di rispetto ad aver salvaguardato questi monumenti megalitici. Avvolta da magia è l'oasi leggendaria chiamata "Hy Brasil". Si credeva abitata dai Santi ed eroi ma in realtà non esiste, anche se guardando di fronte, verso le onde, si ha ha la sensazione di veder sbucare un piccolo massiccio montuoso.
Sull'isola ci sono altre costruzioni che spiccano per la particolare collocazione: Dùn Dubhchathair, il forte nero, costituito da un solo grande muraglione che isola un braccio di roccia circondato dal mare e i resti del complesso monastico Teampall Breachain, o delle "Sette Chiese", anche se, in realtà, le chiese sono solamente due (le altre strutture appartenevano ai monaci dominicani), tra croci e lapidi di un cimitero che racchiude le vicende degli uomini scomparsi in mare.
Per portare via un ricordo del territorio, vale una sosta l'Aran Sweater Market & Museum, dove si trova la lana ecrù non tinta, dall'odore forte, utilizzata per la lavorazione dell'Aran Sweater, il caldo maglione che porta il nome di queste isole. Diverse le fantasie come a nido d'ape, a scala, a diamante, ad albero della vita: i punti utilizzati hanno un significato simbolico (ad esempio il "punto rombo" ricorda i piccoli campi circondati da muretti in pietra, quello ad "albero della vita", esprime l'unità della famiglia), ma il più delle volte si rifanno ai nodi usati dai pescatori per legare le barche. Un tempo ogni trama distingueva una famiglia. In caso di naufragio, un cadavere poteva essere riconosciuto anche dopo molti giorni, proprio grazie al maglione.
Alla sera, infine, tappa d'obbligo in uno dei pub, i luoghi dove si sente maggiormente parlare gaelico, qui dove la gente si ritrova per ascoltare musica, scambiare due chiacchiere con l'immancabile pinta di birra, scelta tra la bruna Guinnes, la rossa Smith Wick's o la bionda Harp, o un bicchiere di whiskey (tassativamente con la e). Tra il rumore dei bicchieri, è un continuo rincorrersi di "Sláinte", alla tua salute. Ovviamente in gaelico.
http://viaggi.repubblica.it/articolo/aran-l-irlanda-che-pi-verde-non-si-pu/225405/1 |
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| Gramsci nella guerra dei mondi |
Cultura
15/03/2012 - polemica
Gramsci nella guerra dei mondi
Dalle illazioni sul "quaderno mancante" alla contrapposizione con Turati: un classico usato per regolare i conti del presente
ANGELO D'ORSI
Si sa: Gramsci è oggi l'autore italiano più studiato nel mondo. Un classico, tuttavia, che, a differenza di Spinoza o di Kant, suscita passioni vivissime; parlare di Gramsci significa mettere le mani nella dolorosa vicenda del socialismo e del comunismo. Una storia di sconfitte, di scontri interni, di lacerazioni. Meno facile è comprendere perché si usi Gramsci per regolare i conti del presente. E qui, sovente, gli studiosi invece di vigilare con il rigore necessario cedono a tentazioni «scoopistiche» o cadono in un pamphlettismo facilone.
Ne è esempio il libretto di Franco Lo Piparo (I due carceri di Gramsci, Donzelli), studioso di linguistica autore di pregevoli studi gramsciani, che ripropone vecchie, indimostrate accuse mosse a Togliatti, che non avrebbe fatto ciò che avrebbe potuto per salvare il compagno dal carcere, anzi, tutto sommato, sarebbe stato contento di una infinita carcerazione; ma il cuore dell'attacco di Lo Piparo concerne il famoso «quaderno scomparso», il 34° (si conoscono 33 quaderni). Si tratta di una chiacchiera («una leggenda», l'ha liquidata il maggior conoscitore dei Quaderni del carcere, Gianni Francioni) che viene da lontano, e mai tradotta in prova storica. Nell'ultima stazione del suo lungo calvario, la clinica Quisisana di Roma, Gramsci non scrisse più, il che insospettisce Lo Piparo (possibile non abbia scritto più? qualcuno avrà nascosto quelle ultime pagine?). L'autore ricorre quindi a congetture, supposizioni, ipotesi, senza precisi riscontri. La comunità dei gramsciologi-gramsciani (in particolare sulla mailing list della International Gramsci Society Italia, ma anche in altre sedi) ha respinto, con argomenti ineccepibili, e toni via via più accesi, le tesi di Lo Piparo, il quale a sua volta sempre più risentito ha replicato, dando vita a una sorta di scontro fratricida. Che è stato acuito dalle insinuazioni (sull'organo ufficioso del revisionismo storiografico, la rivista Nuova Storia Contemporanea, ma riprese dalla Repubblica) di Dario Biocca, l'accusatore (senza prove) di Silone-spia, il quale insinua che anche Gramsci avrebbe «tradito» la causa, dichiarandosi pentito («ravveduto»), per ottenere la libertà.
La guerra è diventata però totale quando sempre La Repubblica ha «lanciato» un altro libro, a differenza di quello di Lo Piparo, privo di credenziali scientifiche: autore un giovane vivace, e improvvido studioso, Alessandro Orsini (Gramsci e Turati. Le due sinistre, Rubbettino), che rilancia la contrapposizione Gramsci-Turati, schierandosi dalla parte del secondo (socialista buono) contro il primo (comunista cattivo). Libro che sarebbe passato inosservato se non fosse stato recensito da un opinion leader come Saviano, del tutto ignaro, a sua volta, tanto di Gramsci, quanto di Turati. E da qui la contesa storiografica è divenuta guerra dei mondi. Alle rinnovate ire dei gramsciani hanno fatto riscontro interessate approvazioni nella residua e un po' appartata cultura socialista (in particolare sulla mailing list del Circolo Rosselli). E molti, invece di contestualizzare i giudizi aspri che Gramsci diede del leader socialista, in una certa fase storica, non hanno resistito, proprio come Orsini, alla tentazione di assolutizzarli. E hanno provato a portare acqua ai propri mulini. Il presidente della Regione Campania, l'ex socialista Caldoro (oggi in quota PdL), ha lanciato un tweet per agganciarsi a Saviano. La questione storica viene sorpassata dalla politica dell'oggi, dove pure non si sa chi sarebbero gli eredi dei comunisti, né dei socialisti.
Del resto il libro di Lo Piparo potrebbe essere usato contro quello di Orsini (e i suoi laudatori, a partire da Saviano), giacché il primo insinua che Gramsci in prigione abbia abbandonato il comunismo e lo stesso marxismo, che quasi in punto di morte considerò una sorta di errore catastrofico nella propria biografia. E come prova cita due famose frasi: una di Croce che affascinato dalle lettere del prigioniero lo etichettò come «uno dei nostri» (nel senso di un grande spirito, un pensatore, un intellettuale, non certo un liberale!), e l'altra di Luigi Russo, che parlò di «comunismo liberale», ossia, «non autocratico e poliziesco»: e dove sarebbe la novità? Non è forse questa la prima ragione che ha «salvato» il pensiero di Gramsci dal crollo del Muro? Il suo era un comunismo «diverso», e il fatto che mirasse a liberare i «subalterni» invece della «classe operaia» non è una prova di abbandono del marxismo (come pretende Lo Piparo), ma piuttosto di una concezione più ampia, e moderna, adeguata al proprio tempo, rispetto a quella di Marx, che rimase tuttavia sempre lo zoccolo duro del suo pensiero.
Che conosciamo grazie a Togliatti, e non malgrado Togliatti. Oggi ha ancora senso chiedersi chi aveva torto? Forse sì, purché non si trasformi un giudizio storico in un giudizio politico sul nostro tempo. Nel quale, ahinoi, sono assenti tanto i Turati, quanto i Togliatti, quanto, soprattutto, i Gramsci.
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/446500/ |
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| Il Cantico faccia terrena dell'amore |
Cultura
14/03/2012 -
Il Cantico faccia terrena dell'amore
Enzo Bianchi commenta il poema biblico "Nel Cristianesimo non dovrebbe esserci angoscia verso la sessualità: è realtà voluta da Dio"
ENZO BIANCHI Torino
Questa sera alle 21 nella Chiesa di San Filippo Neri a Torino Enzo Bianchi commenta Il Cantico dei Cantici , con la regia di Francesco Lagi e le letture di Silvia D’Amico e Leonardo Maddalena. L’appuntamento con il priore del monastero di Bose, a cura del Circolo dei Lettori e degli Amici di Torino Spiritualità, inaugura la rassegna di spettacoli teatrali e incontri "Elogio a... La costruzione di un amore" (14-31 marzo), ideata dalla compagnia Tangram Teatro di Torino. Anticipiamo alcuni brani dal commento di Enzo Bianchi.
Nel Cantico dei cantici vi è anche la faccia terrena, umana dell’amore. Un aiuto alla sua comprensione ci viene dalla celebre espressione di Tertulliano, caro cardo salutis, «la carne è il cardine della salvezza»: è con questo corpo che l’essere umano si salva, è con questa carne che riceve la carne di Cristo affinché l’uomo sia divino. Nel cristianesimo non ci dovrebbe essere angoscia nei confronti della sessualità, né cinismo verso il corpo: questi, infatti, è realtà voluta da Dio. Allora il Cantico è cantico dell’amore terreno, ma sempre visto di fronte a Dio. Fin dal primo movimento del poema troviamo un versetto decisivo: la nascita dell’amore porta a essere gli uni per gli altri. «Il mio amato è per me e io sono per lui» ricalca la formula dell’alleanza per eccellenza: «Voi siete per me il mio popolo e io sarò per voi il vostro Dio». E san Paolo nella Prima Lettera ai Corinti afferma: «Il corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo», facendo poi discendere la resurrezione proprio dall’alleanza tra il Signore e il corpo. Nel Cantico c’è l’eloquenza dell’amore nato e cresciuto che diventa alleanza: è un amore tra una ragazza e un ragazzo, non tra sposa e sposo, ma questo dovrà essere celebrato nell’alleanza, preciso segno dell'amore di coppia. È un amore terreno ma incastonato in un patto: «Il mio amato è per me e io sono per lui».
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Più avanti il racconto assume un tono di «notturno», ricco di elementi di sogno, come nei Notturni di Chopin o nel Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn: i due amanti ora sono lontani. È un sogno? Nella vicenda d’amore, proprio perché l’amore non è mai un incontro effimero e passeggero, si instaura la distanza; proprio perché l’amore è una vicenda c’è la possibilità dell’assenza. Sì, a volte è possibile l’esilio, la rottura, la separazione, ma proprio allora può nascere un’altra dimensione: quella dell’attesa, della ricerca reciproca. Questa zona «notturna» all’interno del Cantico potrebbe essere la crisi, il confronto, la verifica, il momento di riconoscersi e accettarsi dopo l’entusiasmo iniziale che è sempre pieno di fuoco e di passione: è il momento di amare in modo diverso.
La lontananza non è negativa nell’amore: quando si è lontani ci si cerca, si è abitati dal desiderio, questo sentimento che strugge e ferisce e che pure è così necessario all’amore. Non è una disgrazia l’esilio, la distanza, lo stare ogni tanto lontani l’uno dall’altra, anche nell’amore più fedele. Nel desiderio dobbiamo semplicemente aspettare, aspettare e ancora aspettare, e soffrire indicibilmente per la separazione: dobbiamo esercitarci al desiderio, perché così possiamo sperare di vivere con consapevolezza la relazione, la comunicazione, la comunione con le persone che amiamo. Nell’amore è così importante amarsi anche a distanza! E non si dimentichi che se c’è un riflesso dell’amore umano nell’amore per Dio, questo lo si può trovare nel desiderio, perché l’amore per Dio proprio su questa linea si attesta: Dio è invisibile, Dio è sempre al di là di tutto, è quasi assente, lo cerchiamo sempre, il nostro è un quaerere Deum e la sua è una presenza elusiva. Noi siamo sempre in esilio, lontano dal Signore, il nostro è sempre un amore a distanza, e solo chi ha vissuto un amore umano a distanza, con la separazione e il distacco, sa cos’è questo elemento di nostalgia sempre presente nell'amore per Dio.
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L’amore è incontro di due amanti, tra un io e un tu; in questa relazione duale l’amante chiama regina l’amata, questa chiama re l'amato, l’amata è unica: «Unica è la mia colomba ... Tu sei come l'aurora, bella come la luna, fulgente come il sole...». L’amante che viene meno per lo sguardo le dice: «No, non guardarmi, distogli i tuoi occhi, non resisto». E l’amata risponde: «Il tuo palato nel baciarti è vino dolce ... Io sono per il mio amato e la sua brama è verso di me» (Ct 7,11). Questo è un versetto capitale che capovolge la constatazione di Genesi 3,6, dove si dice alla donna: «Verso l’uomo sarà la tua brama, ma lui ti dominerà»: qui l’orizzonte è quello finale, non l’orizzonte della storia con tutte le violenze e i soprusi vissuti nell’amore e verso le donne, soprusi di cui non siamo abbastanza consapevoli; qui è narrata la brama dell’uomo verso la donna, è cantata la reciprocità della brama, dunque la reciprocità dell’amore.
Infine, alcune parole che non si riesce a capire da chi siano pronunciate: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore». È la terza parola di questo amore umano: dopo l’alleanza («Io sono per lui, lui è per me»), dopo l’unicità («Unica è la mia colomba») ecco che l’amore va sigillato: unico l’amore, unica l’alleanza su cui è posto il sigillo delle nozze. «Perché l’amore è forte come la morte, tenace come l’inferno, fuoco divorante, fiamma divina»: è questa l’unica volta che compare un’allusione a Dio nel Cantico, e compare legata all’immagine dell’amore fuoco divorante, fiamma divina. Davvero l’amore cantato dal Cantico è amore umanissimo, terreno ma l’amore è in se stesso divino, eterno, capace di ingaggiare un duello con la morte. Quando Dio, guardando ad Adamo ed Eva, ha esclamato che era «cosa molto buona», si è rallegrato e si rallegra ancora e sempre dell’amore autentico, terreno ed erotico come quello descritto nel Cantico, l’amore di un ragazzo e di una ragazza, di un uomo e di una donna, l’amore di due amanti che anche celebrando l’amore nella liturgia dei corpi raccontano che l’amore vince la morte e va oltre la morte. Nessun amore andrà perduto, ma sarà per l’eternità.
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/446362/ |
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| Chi ha ancora paura di Céline? |
Cultura - 06/03/2012 - polemica
Chi ha ancora paura di Céline?
Louis-Ferdinand Céline, pseudonimo di Louis-Ferdinand Auguste Destouches (1894-1961)
A mezzo secolo dalla morte resiste l’ostracismo sullo scrittore delle Bagatelle : affascinanti e sgangherate, mai lette davvero
MARCO VALLORA
Forse non ce ne siamo nemmeno resi conto, ma il 2011 è stato un anno anniversario importante, per Céline, ed è quasi passato sotto silenzio. Cinquant’anni dalla sua morte d’artista, scandaloso e maledetto. Pochissimo, sul fronte delle iniziative. Uno spettacolino di Elio Germano, che legge per una ventina di minuti, gracchiando alla Carmelo il Voyage au bout de la nuit e via con un buon riempitivo musical-elettronico. Qualcosina di editoriale, ma briciole, bagatelle. L’altr’anno, da Rosellina Archinto, sempre attenta a epistolari insoliti e avendo già pubblicato tre dei suoi Balletti senza musica, senza gente, senza nulla , le lettere alla segretaria di tutta una vita, Marie Cannavaggio. E dunque un fiume, anzi, una cascata di confidenze, pettegolezzi, improperi, lamentele e invettive. Quest’anno, poi, una raccolta, abbastanza scottante e indigeribile, di lettere alla stampa collaborazionista francese, cameratescamente intitolato Céline ci scrive . Edizione «Il Settimo sigillo», a cura di Andrea Lombardi, prefazione di Stenio Solinas.
Ma in Francia l’ostracismo editoriale, chiamiamolo così, è ancora più rumoroso, e «motivato». In un articolo su Le Point l’avvocato-biografo-curatore testamentario François Gibault (una vera «cintura Gibaud» di contenzione intorno al ventre molle dell’opera proibita del maledetto Destouches, sorta di ventriloquo della vedova Lucette Almanzor, ancora incredibilmente viva) ha pubblicamente ringraziato, e non ironicamente, il ministro della Cultura Mitterrand d’aver ufficialmente ignorato l’evento anniversario. Con una sorta di foderato sprezzo antidemocratico, nel fondo molto céliniano. «Gli ho detto che aveva fatto bene a ritirare il nome di Céline dalle commemorazioni, perché Céline non ha nessun bisogno di esser celebrato dallo Stato. I suoi lettori sono sufficienti». Piccato? O è un’arte, abbastanza scoperta, di render ancor più piccante ed economicamente appetibile quella zona proibita e maggiormente avvincente la probabile futura pubblicazione di quei testi censurati, in sostanza i tre maledetti pamphlet antisemiti ( Bagatelle per un massacro , La bella rogna , La scuola dei cadaveri ) non contemplati nella celebrazione monumentale della Pléiade: «buco nero» e sordido di tanta urticante pubblicistica?
Di questo soprattutto tratta un vivace saggio uscito per Medusa, che si chiama appunto Céline e il caso delle «Bagatelle» , scritto da Riccardo De Benedetti, filosofo vicino alla rivista Aut-Aut di Enzo Paci, e dunque politicamente insospettabile, non ebreo (nonostante il cognome e le recenti polemiche sui blog), anzi, lavora all’ Avvenire . (Se langue l’editoria, i blog céliniani sobbollono). Un saggio composito, che parrebbe anch’esso un pamphlet peroratorio, per auspicare una nuova edizione italiana delle Bagatelle per un massacro (e non certo con motivazioni assolutorie). Ma in realtà è anche molte altre cose insieme. Una disamina generale sul delicato rapporto tra scrittura e ideologia. Una meditazione sui rischi della censura alle opere d’arte per motivi ideologici (senza nascondersi il problema che anche dei «bei» libri possono essere cattivi maestri). Un’interrogazione sul perché certi libri dannati (come il Mein Kampf hitleriano, per esempio, o testi politici di Gobineau e scientifici di Buffon, o al limite perfino l’antisemitissimo e struggente Mercante di Venezia di Shakespeare), abbiano una loro dignitosa collocazione culturale, mentre i visionari «balletti» grotteschi di Céline restino tabù.
Ma sono ancora davvero così pericolosi, sia pure dopo il trauma della Shoah? E se invece, letti davvero, risultassero inequivocabilmente così deliranti e maniacali, da scoprirli meno efficaci e dolosi di quanto non si sospetta? Un’attenuante che, invece di assolverli con ipocrisia, li disinnesca e annacqua, ideologicamente, neutralizzandoli nel paradosso? Oppure è necessario non abbassare comunque (il problema è reale) la guardia d’un’eccessiva tolleranza, nei confronti di un pregiudizio così aberrante e intollerabile, anche se gonfiato, sino a risultare iperbolico, tra delirante e patologico? Certo, nessuno vuole minimizzare le enormità disgustose che questo sgangherato balletto di voci e fantasmi (affascinante proprio perché sgangherato) trascina con sé, ma se non si conosce il contenuto, e si continua a parlare per sentito dire, il rischio è di protrarre un pregiudizio altrettanto condannabile.
L’ exergue di Tertulliano, scelto da De Benedetti per aprire il suo libro è illuminante: «Che cosa infatti di più iniquo per gli uomini dell’odiare una cosa che ignorano, anche se è meritevole di odio?». Non si può rispondere alla dotta ignoranza di Céline con una ignoranza ancor più volgare. Ci si chieda come mai per esempio, nel capillare e severo processo di condanna di collaborazionismo d’un Céline in contumacia, fuggito in Danimarca, col suo pittoresco carretto di miserie, il gatto Bébert e la moglie ex ballerina, uno spago a far da cintura ai pantaloni da clochard, questo volume (scritto beninteso nel 1938) non ha pesato contro di lui, giudiziariamente. Forse perché non ha senso ritenerlo un credibile, profetico invito al massacro degli ebrei, che poi il nazismo avrebbe perpetrato, ma solo un testo paradossalmente pacifista? Tradotto in Italia nel pieno del fascismo, e pesantemente censurato, per via dei tanti insulti che coinvolgevano Mussolini come Marx e per le continue invettive anti-cristiche, il pervasivo linguaggio iper-sboccato, l’ecolalia persecutoria-escrementizia. Infatti nella sua furia scatologica e apocalittica, contro il mondo intiero, compreso il Papa (considerato più ebreo degli ebrei), Hitler che gli entra in camera contro un intruso, con i suoi baffetti da divo di Hollywood e Hollywood bollata come una sentina di giudei-dittatori, l’iperbole via via più esplosiva e inattendibile diventa la chiave rablesiana e grottesca del balletto alla Salò . E allora ci si chiede se sia possibile tollerare ancora questa schizofrenia, molto cara ai céliniani, che adorano le intemperie stilistiche del loro dio-sperimentale, però non condividono, anzi, detestano le sue idee. Legittimo tranello?
Il rischio concreto è che questo volume-tabù continui a girare comunque, e senza prese di distanza critico-storiche, su siti neo-nazisti o islamici, qui davvero ottenendo un risultato distorto, perverso. Del resto, inutili ipocrisie: il testo, ormai introvabile, era già uscito da Guanda nel 1981, caldeggiato da Giovanni Raboni (che stava traducendo Proust e che delegò alla bisogna un ottimo giovane apprendista-traduttore quale Giancarlo Paolini) e poi subito ritirato, per volontà della vedova e per azione legale, guarda caso, di Gibault. Recensito allora con entusiasmo (l’ortodosso marxista einaudiano Cases lo riteneva il volume più interessante, dopo Il viaggio al termine della notte : «dal fondo dell’immondizia ha capito l’essenziale»; l’ebreo Moravia come sempre punto dalla curiosità; Filippini lo trovava un po’ noioso, Natalia Ginzburg scritto male), è rimasto un libro-ectoplasma del nostro inconscio politico.
A sorpresa, anche chi scrive si trova citato nel volume di De Benedetti, avendo proposto al tempo, su Panorama , un articolo, completamente rimosso dalla sua memoria, in cui si ascoltavano elevati pareri, confrontabili con un oggi ben più confuso. Perché allora nessuno gridava allo scandalo, al rogo. Giorni fa, invece, alla presentazione del libro alla Sormani di Milano, è vero, nessuna vera protesta dal vivo o equivoco. Ma l’assessore Boeri è stato richiesto di togliere il patrocinio del Comune, quasi si trattasse d’un insostenibile raduno di congrega antisemita.
http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/445242/ |
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| Alla scuola della poesia |
Alla scuola della poesia di Leo Ferré
La poesia moderna non canta più... striscia. Però ha il privilegio della distinzione... non frequenta le parole malfamate, anzi le ignora. Si prendono le parole con le pinze: a "mestruale" si preferisce "periodico", e si pretende che i termini medici che debbano uscire dai trattati di medicina. Lo snobismo scolastico che consiste nel non usare in poesia che certe parole ben definite, a privarla di certe altre, che siano tecniche, mediche, popolari o dialettali, mi fa pensare al prestigio del baciamano e delle vaschette lava dita. Non sono le vaschette lava dita a rendere le mani pulite né il baciamano a creare la tenerezza. Non è la parola che fa la poesia, è la poesia che illustra la parola. Gli scrivani che fanno ricorso alle dita per sapere se tornano i conti dei piedi, non sono dei poeti: sono dei dattilografi. Oggigiorno il poeta deve appartenere ad una casta, ad un partito o al bel mondo. Il poeta che non si sottomette è un uomo mutilato. La poesia è un clamore e deve essere ascoltata come la musica. La poesia destinata ad essere soltanto letta e rinchiusa in veste. tipografica non è ultimata. Il senso vero e proprio le viene dato dalla corda vocale così come al violino viene dato dall'archetto. Il riunirsi in mandrie è un segno dei tempi. Del nostro tempo. Gli uomini che pensano in circolo hanno le idee curve. Le società letterarie sono ancora la Società. Il pensiero messo in comune è un pensiero comune. Mozart è morto solo, accompagnato alla fossa comune da un cane e da dei fantasmi. Renoir aveva le dita rovinate dai reumatismi. Ravel aveva un tumore che gli risucchiò di colpo tutta la musica. Beethoven era sordo. Si dovette fare la questua per seppellire Bela Bartok. Rutebeuf aveva fame. Villon rubava per mangiare. Tutti se ne fregano. L'Arte non è un ufficio di antropometria. La Luce si accende solo sulle tombe. Noi viviamo in un'epoca epica ma non abbiamo più niente di epico. Si vende la musica come il sapone da barba. La stessa disperazione si vende, non resta che trovare la formula giusta. Tutto è pronto: i capitali, a pubblicità I clienti. Chi dunque inventerà la disperazione? Con i nostri aerei che fregano il sole. Con i nostri magnetofoni che si ricordano delle "voci ormai spente", con le nostre anime ormeggiate in mezzo alle strade, noi siamo sull'orlo del vuoto, confezionati come carne in scatola, a veder passare le rivoluzioni. Non dimenticate che l'ingombrante nella Morale, è che si tratta sempre della Morale degli Altri. I canti più belli sono quelli di rivendicazione. I versi devono fare l'amore nella testa dei popoli. Alla scuola della poesia non si impara: CI SI BATTE.
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