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GIAPPONE - LA PICCOLA -GRANDE SENDAI

TERREMOTO GIAPPONE: LA PICCOLA-GRANDE SENDAI! 

Pubblicato da Nanatsusaya il 16 marzo 2011 in Giappone


Quando mi proposero di partecipare alla borsa di studio di Sendai mi chiesi "E dove cavolo sta Sendai?" beh, Sendai stava "A nord di Tokyo".

Io non avevo mai sentito parlare di Sendai cosi come nessuno ne aveva mai sentito parlare fino a qualche giorno fa'.

Sendai è una città ne troppo piccola ne troppo grande, ma ha tutto quello che serve.

C'è la stazione con la sua zona limitrova "Eki mae" contornata dai due bei palazzi/centri commerciali "Aer" e "parco", poi ci sono "Green Beans" e "S-pal", altri due centri commerciali.

Affianco al mastodontico Aer c'è la prima "Arcade", una specie di galleria.

Si perchè, una particolarità di Sendai e' quella di essere piena di gallerie commerciali piene di vita, negozi, ristoranti.

Una zona chiave della città è Kokubunchou, il quartiere dei divertimenti, ma di solito ci si trova tutti davanti al Disney Store di "ichibanchou" per poi andare ad ubriacarsi, al karaoke, il discoteca, o semplicemente per andare a fare un appuntamento romantico.

Attraversando ichibanchou e kokubunchou si arriva a Jouzenji.douri, un lungo vialone pieno di alberi che nel periodo natalizio vengono addobbati con una quantità incredibile di luci, le luci dell'"Hikari no Pagento", un vero spettacolo che i clienti del ristorante in cui lavoravo, "Ristorante Tamura", osservavano con gioia mentre mangiavano i buoni piatti preparati dallo chef Koshimizu che aveva studiato cucina italiana a Venezia.

Aaaah, che fatica ogni volta arrivare in questi posti con la bicicletta dal mio dormitorio universitario a "Sanjou-machi"!

A Sanjou-machi, ci sono due blocchi di dormitori distinti, il vecchio "Kaikan" e il mio nuovissimo, super efficente "University House Sanjo", pensate che ha le porte che si aprono con le schede e la password al posto della chiave della camera!

Quante cene nella cucina comune insieme a tutti gli altri studenti stranieri.

Certo, non c'era solo il divertimento, c'era anche lo studio!

Le mie lezioni, si tenevano nel campus "kawauchi" dell'universita' "Tohoku".

Il campus e' pieno di spazi aperti, belle aule e soprattutto, 4 buonissime caffetterie dove mangiare buoni piatti a poco prezzo; io adoravo il ramen!

Insomma, Sendai era piccola, si andava sempre "Davanti al Disney Store", ma ci si divertiva molto!

Eventi, karaoke, nomihoudai, c'era ogni giorno qualcosa da fare grazie ai suoi giovani e simpaticissimi abitanti, tra di loro ho trovato tanti buoni amici e qualcosa di piu'.

Poi, qualche giorno fa', mentre lavoravo da Tamura, Sendai è andata sulla bocca di tutti e tutti ora la conoscono.

Ma era meglio quando nessuno, neanche io, sapeva posizionarla sulla mappa, quando gli studenti stranieri non scappavano in massa per tornare al proprio paese (come ho fatto io…) quando i miei amici mi aspettavano al Disney Store invece di stare a casa senza luce cibo e acqua, era meglio quando Sendai era la piccola, sconosciuta capitale del Tohoku, dove fa' sempre inverno ma si ha sempre il cuore caldo.

Ma io, ritornerò…


 http://www.narutoplanet.it/terremoto-giappone-sendai/


Pubblicato : 23/01/2012 da Nanatsusaya | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Addio a Lally Kamenetzki simbolo discreto della New York italiana

16/1/2012

Addio a Lally Kamenetzki simbolo discreto della New York italiana

GIANNI RIOTTA

Nella comunità degli italiani a New York era un volto noto, «la sorella di Ugo Stille», somigliante come una gemella al fratello, storico corrispondente e poi direttore del «Corriere della Sera»: Lally Kamenetzki è scomparsa ora a 90 anni, e con lei svanisce un mondo di affetti, storie, ricordi. Da Mosca la famiglia Kamenetzki emigra a Riga, dove nasce la piccola Myra, subito soprannominata Lally.

Le vicende politiche russe portano a una nuova emigrazione, a Roma, dove il fratello Misha si incontra con i giovani poi protagonisti dell’antifascismo, Giaime Pintor e Lucio Lombardo Radice, coniando con Pintor lo pseudonimo che diventerà sua firma, Ugo Stille, oggi ereditata dal figlio Alexander, docente alla Columbia University.

E proprio i nipoti Stille, Alexander e la sorella Lucy, agente letterario, hanno ricordato sul «New York Times» di ieri la zia Lally, mai sposata e legatissima ai figli del fratello. Lally Kamenetzki, dopo i travagli dell’arrivo a New York l’imbarco periglioso su una delle ultime navi a lasciare l’Europa - comincia una nuova vita, senza nostalgia ma senza cancellare il passato. Lavora all’ufficio americano della casa farmaceutica Carlo Erba, poi insegna italiano nelle scuole e all’Hunter College, storica università pubblica dove generazioni di studenti con pochi soldi e molto cervello si preparano alla vita. Docenti seri e senza fisime, laureandi spesso già al lavoro e senza illusioni, in cattedra scrittori come Nathan Englander, Colum McCann ed Eva Hoffmann, artisti come Motherwell, politici come Donna Shalala, il giornalista Jim Aronson, tra i banchi i futuri Nobel per la Medicina Yalow e Elion, la leader femminista Bella Abzug, gli scrittori Evan Hunter e Grace Paley, i chitarristi della rock band Strokes, Fraiture e Valensi.

A centinaia di loro, compreso il nipote Alexander, Lally Kamenetzki offre i rudimenti della nostra lingua, continuando da insegnante privata dopo la pensione e ogni avvenimento culturale legato all’Italia la vede in prima fila. La studiosa Jenny McPhee ricorda nel suo blog http://jennymcphee.com la notte in cui proiettarono alla Casa Italiana della Columbia University, bizzarro edificio in stile rinascimentale alle porte di Harlem, «Riso amaro», il celebre film con Silvana Mangano. Colpita dal nome di un’attrice americana nei titoli di coda, Doris Dowling, McPhee chiede a Lally, che le è seduta vicina, chi fosse. Lally Kamenetzki, con pazienza, le racconta la storia dell’arrivo della Dowling a Cinecittà nel dopoguerra, ma soprattutto della sorella, Constance Dowling, di cui si innamora perdutamente Cesare Pavese, dedicandole le ultime poesie di «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi», fino al suicidio disperato. «Quella sera - scrive McPhee - decisi di cominciare a lavorare al mio romanzo “A Man of No Moon”, protagonista uno scrittore italiano nel dopoguerra, conteso tra due sorelle.

La scintilla discreta, in questa come in tante altre avventure di Manhattan, venne da Lally Kamenetzki, che però non chiese mai nulla per sé, restando nell’ombra e dedicando il tempo libero dal lavoro al bridge e al Festival di poesia italiana che, senza stancarsi, tenne in vita a lungo. Approfittava di ogni occasione per parlare nella lingua della sua infanzia e quando vide in casa di un amico una copia del Giornalino di Gianburrasca di Vamba, si commosse: «Lo leggevamo così tanto, che emozione, Giannino Stoppani!». Ricevuto in regalo il volume, lo conservò felice come reliquia del mondo sospeso tra Roma e New York che, con tanta fatica, aveva popolato di nuovi cittadini.

www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9656


Pubblicato : 16/01/2012 da GIANNI RIOTTA | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Carlo Fruttero, l'altra metà di Lucentini.

IL RICORDO

La prevalenza del marziano

di MAURIZIO CROSETTI


Era un inglese con l'accento sabaudo, era un marziano di quelli tanto amati ai tempi di "Urania" e delle "Meraviglie del possibile", creature verdi con le antenne e gli occhi enormi e curiosi: gli stessi che possedeva, custodiva e accudiva lui, Carlo Fruttero, l'altra metà di Lucentini. Quando morì, suicida, il suo sodale e fratello, venne a cadere anche la "&" più famosa della letteratura italiana. Da quel giorno, Fruttero & Fruttero hanno scritto ancora, ma non è stata la stessa cosa.

Lui e Lucentini, non solo giallisti ma artisti assoluti, sublimi analisti del costume italiano (la prevalenza del cretino, già...), erano due mezze mele, due scettici blu, coltissimi e distaccati, ironici e remoti. Amavano le eccentricità, le asimmetrie. Negli anni del neorealismo e della letteratura impegnata, inevitabilmente di sinistra, loro pensavano ai venusiani: non era fuga, e nemmeno distacco, era la prova che chi scrive deve sempre cercare anche altri universi, e spingere lo sguardo laggiù, o lassù. Senza gabbie, senza tessere mentali. Era troppo, tutto questo, per la paludata Einaudi, e infatti le reciproche strade si separarono.

Lucentini era il filosofo, l'architetto delle storie, invece Fruttero era la penna, era lo stile. Non è vero che scrivessero insieme, e che avessero messo insieme quell'autentico capolavoro di leggerezza e scandaglio sociale che resta "La donna della domenica" (classe '72, ma pare scritto ieri mattina) assemblando un capitolo per uno: lo scrittore era Fruttero, mentre Lucentini era il revisore, la voce critica, il rifacitore. Risultato: la perfezione.
Carlo Fruttero era un uomo amabilissimo e difficile. Non lunatico e saturnino quanto Lucentini, però. Dedicò all'amico una memorabile orazione funebre in cui lo definì un bricoleur della propria morte, perché non doveva essere stato facile tuffarsi in quel modo nella tromba delle scale, un'operazione tecnicamente complessa, e infatti F. & L. adoravano risolvere i rompicapo.

Monsù Fruttero era un signore meravigliosamente snob, torinese fino nel midollo, e parlargli era un'avventura indimenticabile. Con quella voce bassa e bizzarra, è stato anche una star stralunata della tivù con Fabio Fazio: interagivano a meraviglia. Resteranno il suo sguardo, l'accuratezza della frase rotonda eppure ellittica, sempre alla ricerca del sottofondo, del semitono, della sfumatura. Lui e Lucentini hanno captato atmosfere con garbo e stile: anche per questo marziani, venusiani in un mondo delle lettere a volte così banale e greve.

(15 gennaio 2012) © Riproduzione riservata

 http://www.repubblica.it/persone/2012/01/15/news/un_marziano_a_torino-28183747/?ref=HREC1-1


Pubblicato : 16/01/2012 da MAURIZIO CROSETTI | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

GUTTUSO, LUNGA MARCIA NELLE MOLTE ITALIE

Cultura

15/01/2012 -

Guttuso, lunga marcia nelle molte Italie

Renato Guttuso (Bagheria, 26 dicembre 1911 - Roma, 18 gennaio 1987)

A 25 anni dalla morte (e cento dalla nascita) dell’artista siciliano

Dal fascismo al comunismo, dalla guerra al boom, ai dubbi religiosi

MARCELLO SORGI

Una parola, l’Italia di Guttuso. Meglio parlare delle sue molte Italie, quella di Garibaldi e poi di Giolitti, di Mussolini e degli intellettuali di regime, quella democristiana e comunista e poi craxiana, fino al sigillo finale di Andreotti. Una, due vite, a cavallo di uno, due secoli, percorsi insieme con leggerezza, cupezza e inguaribile ambiguità siciliana, molta curiosità, un certo uso di mondo e gusto della contraddizione.

Nato il 26 dicembre 1911 (ma denunciato all’anagrafe solo il 2 gennaio del ’12) a Bagheria, in una famiglia piccolo-borghese di provincia - padre agrimensore, nonno garibaldino combattente nella battaglia di Ponte Ammiraglio alle porte di Palermo, alta aristocrazia nelle amicizie giovanili e nell’innamoramento per la figlia del Duca di Salaparuta, Topazia Alliata -, Renato Guttuso, di cui in questi giorni ricorre il centenario della nascita e il venticinquennale dalla morte (18 gennaio 1987), si ricorda soprattutto per la sua irrequietezza da artista, per l’insofferenza a vivere entro un orizzonte limitato, per il desiderio continuo di allontanamento, evasione, conoscenze ed esperienze sempre nuove.

La madre Giuseppina lo voleva avvocato, il padre Gioacchino, che per diletto cantava, suonava il flauto e dipingeva acquarelli, riconobbe subito il suo talento. Guttuso non aveva ancora vent’anni quando, in pieno fascismo, superate le selezioni locali e con la sola scuola dei decoratori di carretti siciliani, esponeva i suoi primi quadri alla Quadriennale e poi alla Biennale, proiettandosi sul piano internazionale. Era arrivato nel ’31 nella Milano fascista, intellettuale e un po’ frondista di Bottai e della rivista Corrente, del premio Bergamo contrapposto al premio Cremona, a Farinacci e all’ortodossia del regime. Trova De Grada, Vittorini e Quasimodo, scrittori, che svernano nell’ambiziosa galleria «Il Milione»; lo scultore Manzù così povero che una sua figlia morirà di denutrizione; i pittori Birolli e Sassu che finiranno arrestati nel ’35 nella prima grande retata contro gli antifascisti.

Il momento della conversione, dal fascismo all’antifascismo, viene nel ’37 a Roma, alla vigilia delle leggi razziali, quando Guttuso incontra Francesco Trombadori e per suo tramite la scuola pittorica romana, il cinema di Luchino Visconti e successivamente, nel ’40, il Pci clandestino di Togliatti, non ancora rientrato in Italia, e Alicata. A Metelliano, in Toscana, nella villa del collezionista mecenate Umberto Morra di Lavriano, conosce Bobbio, Capitini e lo stato maggiore di «Giustizia e libertà», ritratti in un disegno storico che qualche anno fa ha rivisto la luce a Torino. Bernard Berendson lo accompagnerà a Firenze. Mentre Bottai tollererà finché potrà l’eresia del giovane e molto amato pittore siciliano: il momento della rottura è nel ’43, quando Guttuso dipinge la sua Crocifissione, con la Maddalena nuda che abbraccia il corpo di Gesù, e spunta la sconfessione di Farinacci, seguita dalla scomunica del Papa.

Nel ’48 Guttuso è a Wroclaw, con Picasso e Neruda alla prima grande marcia della Pace. Da Bagheria alla Polonia sovietizzata della guerra fredda e della cortina di ferro che divide l’Europa, ha già fatto molta strada. Intellettuale organico, ancorché intimamente ironico, del movimento comunista (e stalinista) internazionale, è passato definitivamente nell’altro campo.

Ma a questo punto, per seguire la sua evoluzione, si possono allineare come pietre miliari i suoi quadri più importanti. Per rileggere, nella Crocifissione, il dolore e la desolazione della guerra, e nell’Occupazione delle terre la disperazione e la fame dei contadini siciliani, su uno sfondo oppressivo da girone infernale dantesco. Gli Anni Cinquanta porteranno un brusco cambio di scena descritto in due quadri fortemente simbolici, La spiaggia e il Boogie-woogie, con i nuovi riti di massa dell’inurbamento e delle vacanze sfrenate, la scoperta dei balli, dei divertimenti, dello stile di vita consumista che vengono dall’America, il progresso e il boom economico che Guttuso, con logica quanto arretrata visione anticapitalistica, percepisce come autentica «tragedia metropolitana». Salvo poi ripensarci, avvertendo il bisogno di modernità, culture e idee innovative, e trovando nell’Edicola, luogo dell’informazione, una sorta di santuario laico a cui si accosta un cittadino avido di conoscenza.

Dopo un altro decennio, e siamo nel ’72, saranno I funerali di Togliatti - con l’immagine pop della bara circondata di fiori colorati, che ricorda la copertina del Sgt. Pepper’s dei Beatles -, a chiudere il periodo dell’impegno, quando già il leader comunista è scomparso da un pezzo. Ma prima c’è un curioso episodio che porta Guttuso, in libera uscita dai rigori comunisti antisessantotteschi del suo partito, ad affrescare un muro della facoltà romana di Architettura accanto a Paolo Liguori e agli extraparlamentari del gruppo degli «Uccelli». E c’è un documentario, La rabbia, girato con Pasolini, suo stretto amico.

La nuova epoca guttusiana che verrà è inizialmente malinconica, di ricerca. C’è, nel ’76, la Vucciria: il vecchio e variopinto mercato siciliano sintetizza tutto il mondo antico che scompare, è Palermo ma potrebbe essere Marrakech o Tashkent, operai, contadini e lotta di classe non ci sono più. La desolazione di un cimitero di auto abbandonate è solo una tappa, mentre premono, sulla tela, donne nude o seminude che parlano, ballano o spettegolano tra loro nel grande quadro della Piscina.

Non si può capire Guttuso senza considerare il suo grande amore per le donne. Due in particolare, tra le tante che affollarono la sua esistenza: la moglie Mimise Dotti, artefice del suo successo iniziale e dell’accreditamento nel difficile ambiente politico, culturale e mondano della Roma fascista dei gerarchi. E Marta Marzotto, musa dell’ultima stagione, simboleggiata nella tigre che si aggira nervosa nel giardino del suo studio, nel quadro La visita della sera.

L’ultimo è il periodo dell’Italia craxiana, che come a molti vecchi comunisti anche a lui non piaceva. E del ripiegamento, del rifiuto degli obblighi della vita pubblica da senatore, dell’anzianità combattuta con ritmi frenetici di lavoro nei tre studi di Roma, Velate e Palermo, di una vita più ritirata, con gli amici con cui amava giocare a scopone tutti i giorni. Sono anche gli anni della lite con Leonardo Sciascia, e di un dubbio religioso più esplicito, che, pur presente da tempo nella sua vita (si pensi, ancora una volta, alla Crocifissione, o al terribile Gott mitt uns, in cui Dio è schierato con i tedeschi), resterà segreto fino all’ultimo.

E sarà in qualche modo consacrato, alla fine, nella surreale messa celebrata in casa, poco prima della morte di Guttuso, dal cardinale andreottiano Angelini, davanti allo stesso Andreotti e a Tatò, segretario di Berlinguer. E dal funerale cattocomunista a Santa Maria della Minerva, in cui non a caso Bo e Moravia si alzano a parlare uno dopo l’altro, mentre Iotti e Fanfani, emblematicamente, aprono allineati il corteo che accompagna la bara.

 http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/438290/


Pubblicato : 16/01/2012 da MARCELLO SORGI | 0 commenti
Categoria : CULTURA

UNA NOTTE CHE FU ANCHE ITALIANA.

15/1/2012

Una notte che fu anche italiana

GIANNI RANIERI

Le notti italiane non erano notti felici. Nei pressi di via Veneto a Roma, i ristoranti celebri per i trilli dei divi di ogni genere e la pasta, abbassavano le saracinesche a orari incredibili per l’ex capitale della dolce vita. E neppure nel resto del Paese sventolavano i fiocchi del divertimento. Ma nell’anno tragico degli attentati dell’Italicus e di Brescia avvenne una cosa che, provocando un deragliamento dai binari della paura, magnetizzò la premura di milioni di persone che si infiammarono come torce. Anche coloro che non avevano mai avuto grande interesse per lo sport, si incollarono all’evento.

Ma che diavolo accadeva? Lo sport offriva questa volta ciò che raramente offre: personaggi e vita. Cassius Clay sfidava George Foreman, dopo averne buscate da Frazier e dal poco stellare Ken Norton. Foreman aveva picchiato duramente Frazier e molti altri aspiranti alla gloria. Era ritenuto imbattibile. Si apprestava a picchiare un uomo che non era stato soltanto un idolo del ring ma che rappresentava un’idea. Un uomo il cui nome rimbombava non solo nel mondo dei pugni perché s’era ribellato a un’altra idea. E i sostenitori dell’altra idea si riunirono alla spalle del campione conforme alla regole mentre gli innamorati di Alì scommisero che Foreman sarebbe crollato sotto uno scroscio di attacchi, gratificandolo d’un perentorio pollice verso.

Il fatto che il grande combattimento annunciato da Muhammad Alì non tanto come una battaglia pugilistica ma come spettacolo di danza da offrire al suo pubblico avvenisse a Kinshasa, nello Zaire, per il godimento politico del despota Mobutu, accendeva fiamme di retorica trasportate a destra e a sinistra dal vento della politica. A destra il regolare distributore di tremendi uppercut Foreman padre di 10 figli dei quali cinque maschi con il nome di George; a sinistra il non irreggimentabile poeta del ring, idolo non solo dei collezionisti di squisitezze pugilistiche ma di rinomati intellettuali statunitensi e europei. Si giunse perfino a stabilire che il match poneva di fronte, pugni contro pugni, il nemico giurato di ogni guerra e il pestatore privo di qualsivoglia dubbio filosofico. La prova per il titolo mondiale dei massimi si sarebbe dovuta disputare in settembre. Foreman si fece male in allenamento.

La notte della verità fu spostata a ottobre. Ecco, dissero gli adoratori di Clay, il nemico ha paura, rimanda. Un intervistatore disse a Foreman che Alì avrebbe dato gran parte della sua borsa per la costruzione di un ospedale a Kinshasa. Foreman replicò che se a Clay piacevano gli ospedali lui gli avrebbe fatto il piacere di spedircelo. Poi in una notte torrida e appiccicosa le piume remiere di Foreman si impiombarono. Ali trovò davanti a sé un inefficiente rivale. Gli bastò pescare nel poco che di splendido gli restava per vincere. Ma le notti non ammutolirono. Era un match truccato, si urlò. Ma no! Ma sì! Poi, come al solito, tutto si spense.

 http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=9652


Pubblicato : 15/01/2012 da Gianni RANIERI | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE


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