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Riemerge la porta dei Vichinghi

Cultura

01/09/2010 -

Riemerge la porta dei Vichinghi

Un monumento nazionale danese, ma in territorio tedesco. Era l'unico punto di passaggio verso la Scandinavia

ALESSANDRO ALVIANI

BERLINO
L'han cercata in lungo e in largo per un secolo. Poi, quando hanno intuito di averla trovata, sono rimasti beffati: un vecchio ristorante in declino ne ostruiva l'accesso. Gli archeologi tedeschi e i loro colleghi danesi, però, non si sono persi d'animo: hanno atteso pazienti che il ristorante «Café Truberg» fallisse, hanno chiesto a quel punto al novantasettenne danese Arnold Mærsk, proprietario della più grande società di container navali al mondo, di comprarlo e infine l'hanno abbattuto. È così che, alle sue spalle, hanno riportato alla luce l'unica porta di accesso al regno dei Vichinghi.

La Wiglesdor non è altro che un varco ampio sei metri nel Danewerk, l'imponente fortificazione costruita dai Vichinghi a partire dall'VIII secolo nell'odierno Schleswig-Holstein (la regione tedesca che confina con la Danimarca) per difendersi dai Sassoni e dagli Slavi. Un vallo di 30 chilometri in tutto, molti meno dei 550 del limes germanico, ma decisivi dal punto di vista strategico: il Danewerk, eretto tra la città di Hollingstedt, sul fiume Treene, e la località commerciale di Haithabu (o Hedeby), sul Mar Baltico, rappresentava una sorta di cerniera tra i territori vichinghi, a Nord, e l'Europa carolingia, a Sud. Una cerniera che poteva essere aperta in un solo punto: presso la Wiglesdor. «Abbiamo scavato lungo il muro di fortificazione e, a un certo punto, abbiamo scoperto un'interruzione, un passaggio lasciato aperto intenzionalmente», spiega al telefono Martin Segschneider, l'archeologo che ha coordinato i lavori. «La dimensione storica della scoperta è enorme: questa porta è qualcosa di unico, non ce n'è un'altra simile», aggiunge.

Per secoli la Wiglesdor ha rappresentato il punto di passaggio obbligato per gli eserciti che volessero avventurarsi in Scandinavia o scendere nell'Europa continentale. E non solo: la porta venne infatti costruita nel punto di intersezione tra il Danewerk e la Ochsenweg («via dei buoi»), la più importante arteria commerciale dell'epoca in questa zona, «una sorta di autostrada dell'epoca vichinga», come la definisce Segschneider. Controllare questo punto equivaleva di fatto a controllare i commerci di materie e oggetti preziosi, dall'oro alle pelli di orso: oltre a essere un popolo di temuti saccheggiatori, i Vichinghi erano anche abili commercianti, capaci di spingersi con le loro rapide navi fino all'Europa meridionale, alla Russia e all'Islanda. I traffici vertevano intorno alla città di Haithabu: qui i carichi delle navi in arrivo dal Mar Baltico venivano trasferiti su alcuni carri e trasportati fino al fiume Treene, da dove proseguivano il viaggio verso il Mare del Nord.

Il Danewerk, un muro di pietra ampio tre metri, serviva insomma anche a proteggere i commerci. «Per i danesi rappresenta un monumento nazionale», ricorda Segschneider. Un monumento danese, su territorio tedesco, però: la storia del vallo, del resto, è controversa. Rafforzato a più riprese nel corso dei secoli, venne dapprima abbandonato, intorno al 1200; nel XIX secolo, in occasione delle guerre per il controllo dello Schleswig, venne però riscoperto dai danesi. Durante la Seconda guerra mondiale, inoltre, i tedeschi pensarono di far stazionare qui dei panzer per bloccare un'eventuale invasione alleata da Nord.

Oggi di quest'opera - il più grande monumento archeologico nell'Europa settentrionale - resta in piedi un tratto lungo 26 chilometri e alto fino a sei metri, che in un futuro non troppo lontano potrebbe entrare, insieme col vecchio centro commerciale vichingo di Haithabu, nella lista Unesco dei patrimoni mondiali dell'umanità. Lungo il Danewerk, intanto, gli scavi continuano: gli archeologi sperano di ritrovare resti di legno della porta o del selciato dell'antica strada commerciale.

http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/312872/


Pubblicato : 02/09/2010 da ALESSANDRO ALVIANI | 0 commenti
Categoria : CULTURA

E Mehmet lesse nel cielo l'eclissi di Bisanzio

Cultura

31/08/2010 - IL MUSEO RACCONTA

E Mehmet lesse nel cielo l'eclissi di Bisanzio

Il taccuino del giovane sultano che nel 1453 espugnò la città: la sera prima dell'assalto finale, per scacciare l'inquietudine, vi disegnò quel che vedeva

SILVIA RONCHEY

ISTANBUL

All'istmo tra Europa e Asia c'era, e c'è ancora, la Città delle Città, che un tempo si chiamava la Polis e ora è chiamata Istanbul: entrambi i nomi significano «la Città». E al suo interno c'era, e c'è ancora, una Città nella Città, il Gran Palazzo del Topkapi. E nella sua Biblioteca c'era, e c'è ancora, un piccolo taccuino ingiallito, che contiene esempi di calligrafia e disegni, vergati da una mano insieme puerile ed esperta. È la mano di Mehmet II il Conquistatore, che quando lo vergò aveva vent'anni e stava conducendo un lungo assedio.

Nel maggio di 557 anni fa, quel giovane sultano nevrotico e ambizioso, dalle pupille scintillanti e dal naso rapace, aveva deciso di conquistare la Città delle Città. L'aveva circondata per mare e per terra, aveva riunito un esercito di centinaia di migliaia di uomini, mobilitato tutti gli esperti di tecniche d'assedio e tutti gli astronomi e gli esperti di divinazione, perché voleva a ogni costo espugnarla e fare di lei la sua sposa, e nel suo grembo rifondare il proprio impero.

Per mesi e mesi aveva sperimentato ogni innovazione, lanciato palle di cannone grandi come pianeti da bocche di fuoco immense come draghi; ma inutilmente. Aveva fatto accorrere i minatori delle miniere d'argento di Serbia, coi loro picconi traslucidi e aguzzi come becchi di aironi, per traforare lunghe gallerie sotto le Grandi Mura della Città; ma inutilmente. I pochi greci, annidati nelle nicchie delle Mura come gufi o civette, li avevano sterminati allagando i cunicoli o riempiendoli di fumo. La sera del 24 maggio 1453 c'era stata una strage. Tutti i serbi e molti turchi erano morti sepolti dal crollo delle impalcature, cui i greci, astuti come Odisseo, avevano dato fuoco.

Il giovane sultano caracollava su e giù a cavallo lungo il fronte settentrionale dell'accampamento. Senza farsi riconoscere, sciogliendo le falde intrecciate del turbante per coprire il viso, scrutava i vari reggimenti. Migliaia di vivi, provenienti da tutto l'impero di Rumelia, si sostituivano alle migliaia di morti, i cui cadaveri si accumulavano sotto gli spalti. Al giovane sultano non importava, poiché nel nome del Profeta, che era anche il suo, riteneva che la vita individuale non valesse assolutamente a nulla, se non a portare a termine in Suo onore una grande impresa collettiva. Ma negli sguardi dei vivi vedeva ogni giorno di più uno sconforto che li faceva assomigliare a quelli spenti dei morti.

Fece arretrare il suo cavallo, che lo amava e lo capiva come fosse la sua anima uscita dal corpo. Le Grandi Mura non erano mai state espugnate. Non lo sarebbero state, aveva profetizzato qualcuno. Ma era troppo tardi per ripiegare. Già il Consiglio Supremo, e in persona il suo Gran Visir, il vecchio Chalil, erano contro di lui. Se non avesse espugnato la Città, a cadere non sarebbe stato solo il suo trono, ma anche la sua testa.

Quella sera tornò presto nella sua tenda grande come la luna, con intorno le tende dei suoi giannizzeri come tante stelle. Il gigantesco tamburo del capo del mehter risuonava cupamente a segnare il crepuscolo. Aveva talmente paura dei sicari che ormai faceva entrare solo un italiano, che era il suo medico ed era ebreo. Jacopo era un grande cabalista e lo aveva aiutato a costruire sulla riva europea del Bosforo una fortezza il cui perimetro formava la cifra del suo nome, che era poi anche quello del Profeta, come una formula magica disegnata proprio sotto la Città. Ogni giorno Jacopo lo aiutava a interpretare i segni del suo corpo mortale e quelli del grande corpo del cosmo, con i minuti corpi celesti che ricamavano nella notte messaggi complessi e accurati come gli esercizi di calligrafia che andava facendo nel suo taccuino.

Jacopo aveva i capelli corti come un antico romano. Non portava la barba, né corta e aguzza, come la sua, né divisa in due punte, come quella dei bizantini. Aveva il viso liscio e sembrava ancora giovane, malgrado le rughe agli angoli degli occhi e della bocca e il naso prominente. La lieve mollezza del mento veniva messa in risalto dall'abito all'occidentale privo di colletto. Non aveva mai accettato di indossare i sinuosi caftani che Mehmet gli mandava in dono.

Il sultano si era accovacciato sui calcagni nel cerchio di luce che si allargava sull'ombra colorata e appassita delle sete. La mano ancora leggermente malferma disegnò sul taccuino ciò che i piccoli occhi febbrili avevano visto quella sera di maggio. Anzitutto la sua firma, il ghirigoro del nome del Profeta e suo. E il nemico greco, come gufo o civetta. E i minatori serbi, come uccelli dalle lunghe zampe. E il profilo del suo cavallo. E, nel margine destro del piccolo foglio, quello di Jacopo, che stava tardando.

Quando il medico si fece annunciare dai giannizzeri non aveva in mano il flacone che gli aveva chiesto. E il suo viso giovane e vecchio non era pallido come quando il sultano lo aveva congedato, chiedendogli di preparare la mistura. «Guarda il cielo, kyr", gli disse in greco, una delle sei lingue che Mehmet padroneggiava. Il giovane sultano si alzò e lo seguì fin sotto l'apertura rotonda ricavata nella sommità della tenda, dove, come in un planetario, scintillava sul denso inchiostro del cielo il bianco alfabeto delle stelle. Quella sera le costellazioni non si potevano vedere bene: era il terzo giorno di plenilunio. Ma a Mehmet sfuggì un grido. Cos'era successo alla luna?

Il disco era improvvisamente ridiventato una falce. Ma non era una luna calante, e nemmeno crescente. Era incavata in alto come fosse una barca. E in una maniera strana, come se a ridurre il disco fosse la sovrapposizione di un altro disco. Mehmet lo considerò di malaugurio: «Qualcuno sta invadendo la mia tenda. Il cerchio del mio potere è stato intaccato». Proprio il motivo per cui aveva chiesto al suo medico di portargli la pozione per anticipare i suoi assassini. Ma Jacopo prese a narrare un'antica profezia dei greci, secondo la quale la Città non sarebbe mai caduta durante la luna crescente. Dunque poteva cadere durante la luna calante. La profezia diceva inoltre che l'ultimo imperatore si sarebbe chiamato come il primo, cioè Costantino. E così effettivamente si chiamava il capo dei suoi nemici.

Mentre l'ebreo parlava, Mehmet disegnava la luna proprio sotto il suo profilo. «Un'eclissi di luna è un segno funesto, ma non per te. La luna, infatti, è sempre stata la protettrice della Città. Anticamente la chiamavano Artemide, poi Theotokos, la Madre di Dio». Mehmet aveva staccato gli occhi dal taccuino e fissava l'etere notturno e i suoi sette cieli dal pertugio della tenda. Il disco scuro stava scavando il disco chiaro ancora più a fondo, la falce si andava facendo sempre più sottile. Le due punte si protendevano sempre più l'una verso l'altra. «È un segno, mio kyr. Non devi arrenderti alle trattative di pace che oggi ha fatto deliberare l'infido Chalil. Quando l'eclissi sarà finita, riorganizza il tuo fedele esercito e, mentre la luna starà calando, sferra il tuo attacco».

Fu così che, quattro notti dopo, Mehmet II conquistò la Città delle Città, e fu chiamato il Conquistatore. A cadere non fu la sua testa, ma quella di Chalil. Jacopo restò al suo fianco con il nome di Ja'qûb e fu ritratto da un pittore veneziano di nome Bellini, finalmente in vesti turche. L'impero degli osmani fu rifondato, e la sua capitale insediata nell'istmo tra Asia e Europa. In omaggio allo spettacolo di quella notte, di cui aveva disegnato sul suo taccuino l'inizio, il giovane sultano e primo cesare di Rûm ridisegnò la bandiera degli osmani.

Dicono che la bandiera turca sia esistita secoli se non millenni prima del regno di Mehmet, che la mezzaluna fosse già emblema dei principati ottomani e di altri regni orientali preislamici, ed è vero. Dicono che da sempre la falce di luna, Artemide e poi la Madre di Dio, fosse simbolo della Polis, e lo si potesse vedere scolpito accanto alle porte delle sue case, e anche questo è vero.

Però Ja'qûb Pasha sapeva che la nuova bandiera di Mehmet non rappresentava una falce di luna, ma un'eclissi, l'eclissi di Bisanzio.

http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/312022/


Pubblicato : 02/09/2010 da SILVIA RONCHEY | 0 commenti
Categoria : CULTURA

La storia del crociato che divenne un balcone

Cultura

26/08/2010 - IL MUSEO RACCONTA

La storia del crociato che divenne un balcone

Una lastra tombale dal singolare destino: ci restituisce l'avventura del "nobile cavaliere messer Jean de Soisy" da Parigi, morto in Piemonte dopo aver seguito Luigi IX il Santo nelle spedizioni contro l'islam

ALESSANDRO BARBERO

VERCELLI

Per gran parte dell'800 Jean de Soisy ha fatto da pavimento a un balcone, nel cortile d'una casa vercellese. Come ha ipotizzato Luca Brusotto del Museo Leone di Vercelli, il cavaliere crociato doveva essere sepolto in una chiesa dei dintorni, oggi non più esistente. In età napoleonica la città crebbe, diverse chiese vennero demolite, i cimiteri smantellati e trasferiti nei sobborghi in omaggio ai nuovi criteri igienici che ispirarono i Sepolcri del Foscolo; e qualcuno si accorse che quella pietra consunta dai secoli era proprio della misura giusta per i suoi lavori di ristrutturazione.

Così l'antica lastra tombale fu calpestata da generazioni di bambini, sorresse vasi di fiori e stendini per la biancheria, finché le nuove mode culturali non arrivarono anche a Vercelli e i collezionisti cominciarono a curiosare nei cortili. Un secolo fa Jean de Soisy entrò a far parte della collezione di antichità del notaio Camillo Leone, il cui lascito ha dato vita a uno straordinario museo, troppo poco conosciuto rispetto ai tesori che contiene. Ripulito dalle muffe e collocato su un basso piedistallo, il cavaliere fissa a occhi spalancati il visitatore che gli si para davanti. È vestito, diremmo noi, in borghese, coll'abito lungo, le maniche svasate, i capelli accuratamente pettinati, nel taglio che si usava nel tardo '200; solo la spada e lo scudo che ha accanto testimoniano il suo mestiere e il rango. La scritta che corre tutt'intorno ci dice chi era. Tradotta dal latino suona così: «Il 13 agosto morì il nobile cavaliere messer Jean de Soisy, della diocesi di Parigi».

Jean era un nobile dell'Ile-de-France, terra di fedeli vassalli del re in un'epoca in cui gran parte di quella che oggi è la Francia - Normandia, Borgogna, Bretagna, Aquitania - obbediva ad altri principi. Capitò a Vercelli tornando da Roma, dove il re Filippo III l'Ardito lo aveva mandato nel 1283 per testimoniare nel processo di canonizzazione di suo padre, Luigi IX il Santo. Vercelli era allora una tappa importante della via Francigena, la strada percorsa dai pellegrini che andavano a Roma, ma anche da delegazioni di ambasciatori e comitive di uomini d'arme, ora che l'alleanza tra il Papato e la Casa di Francia era diventata l'asse della politica europea, e che Carlo d'Angiò, fratello minore di San Luigi, aveva conquistato con la benedizione papale il regno di Sicilia, strappandolo agli eredi di Federico II, Stupor Mundi. Al ritorno verso casa Jean de Soisy si sentì male e morì, come tanti, a quei tempi, morivano in viaggio, stroncati dagli strapazzi. Aveva almeno cinquant'anni, l'età a cui di solito si moriva nel Medioevo, e certamente era più vecchio di quanto non appaia sulla lapide, che lo rappresenta con i lineamenti stilizzati d'un giovane biondo.

Quest'uomo che venne a morire a Vercelli era scampato a una crociata, e forse a due. Se il re Filippo lo aveva mandato a Roma, è perché era appartenuto alla cerchia dei vassalli più fedeli di Luigi IX, e non è comodo servire un santo. Luigi partì in crociata per la prima volta nel 1248, a 34 anni; i suoi strateghi gli avevano consigliato di sbarcare in Egitto, per colpire quella che allora era la potenza più dinamica del mondo musulmano, e arrivare a Gerusalemme da una direzione inattesa. La flotta di galere partì da Aigues-Mortes, il porto che il re aveva fatto costruire appositamente per la crociata e che ancor oggi si specchia nel Mediterraneo con la sua cerchia di mura turrite, e approdò alle spiagge di Damietta. Il re saltò nell'acqua bassa con lo scudo al braccio e in testa un elmo d'oro, e quando vide un gruppetto di turchi che sorvegliavano lo sbarco tenendosi a prudente distanza voleva precipitarsi da solo contro di loro; tra i vassalli che dovettero trattenerlo a forza c'era forse anche Jean.

Le cose andarono male molto in fretta. La dissenteria faceva strage tra i crociati, che non riuscivano a uscire dalla testa di ponte. Il fratello del re, Roberto d'Artois, si fece ammazzare attaccando sconsideratamente il nemico, dopo aver litigato coi Templari su chi doveva avere l'onore di cavalcare all'avanguardia. L'altro fratello, Carlo d'Angiò, passava il tempo giocando a dadi, di nascosto dal re che quando lo sorprese gli buttò in mare dadi e quattrini. I pellegrini cristiani che capitavano al campo chiedevano di vedere il re santo, la cui fama era già diffusa nel mondo; uno dei vassalli di Luigi venne a dirglielo ridacchiando, e aggiunse che lui però non aveva ancora voglia di baciare le sue ossa, come a dire: cercate di non farvi ammazzare, per ora. Luigi si mise a ridere anche lui e quando la situazione precipitò si arrese al sultano; qualcuno tra i crociati parlava di martirio, ma la maggioranza decise che erano dei matti e che era molto meglio arrendersi. Il sultano, del resto, trattò cortesemente il re e i nobili, anche se molti dei poveracci vennero scannati; e dopo il pagamento d'un riscatto li lasciò andare. Così Jean de Soisy, se davvero era lì, tornò a casa sano e salvo. Quasi tutti avevano imparato la lezione, e quando vent'anni dopo re Luigi annunciò l'intenzione di partire di nuovo per la crociata, la maggior parte dei suoi vassalli si mise le mani nei capelli. Radunare la spedizione fu più difficile, stavolta; ma Jean de Soisy, e questo lo sappiamo con certezza, partì al fianco del suo re. Lo sbarco avvenne a Tunisi: Carlo d'Angiò, che nel frattempo era diventato re di Sicilia, aveva grandi progetti di espansione mediterranea, e suo fratello gli dava troppo retta. In Tunisia il copione si ripeté tragicamente: il clima ammazzava la gente, e questa volta anche il re, che aveva passato i cinquant'anni, si ammalò e morì. I superstiti tornarono a casa convinti d'aver veduto la morte d'un santo, e forse anche segretamente sollevati perché d'ora in poi non avrebbero più dovuto seguirlo; di San Luigi restavano davvero solo le reliquie da baciare.

Jean de Soisy tornò al suo castello vicino a Parigi, mentre la diplomazia capetingia e quella pontificia negoziavano la canonizzazione del defunto; ci vollero dodici anni perché il processo si mettesse in moto, e la commissione d'inchiesta convocasse anche Jean. Il nobile signore salì a cavallo, andò a Parigi e poi a Roma, e a Vercelli capì che ora toccava a lui, e che presto avrebbe raggiunto il suo re, sempre che il giudizio gli fosse andato bene. Sulla lapide è rappresentato a mani giunte: prega, anche se fissa davanti a sé senza paura, come è obbligo d'un cavaliere. All'altezza delle spalle sono incise tre parole: pregate per me.

http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/308072/


Pubblicato : 02/09/2010 da ALESSANDRO BARBERO | 0 commenti
Categoria : STORIE: BELLE & BRUTTE

L'Italia un paese da rivoltare come un calzino...

Vargas Llosa: «L’Italia paese di illusioni e di derive populiste. Non a caso avete Berlusconi»

di Roberto Carnero

Un suo nuovo libro è in uscita, in spagnolo, a novembre, e per l’Italia Einaudi sta già traducendolo. Ce lo ha confidato Mario Vargas Llosa, vincitore del Premio Internazionale Viareggio-Versilia 2010. Il prestigioso riconoscimento viene assegnato ogni anno, come recita il regolamento, “a una personalità di fama mondiale che abbia speso la vita per la cultura, l’intesa tra i popoli, il progresso sociale e la pace”. E lo scrittore peruviano è sicuramente uno dei protagonisti della vita culturale e civile contemporanea che più si è impegnato su questi temi. Nato nel 1936 in Perù, ha poi vissuto a lungo a Parigi, dove ha avuto modo di confrontarsi più da vicino con la tradizione culturale europea. Dal romanzo d’esordio, La città e i cani, ha scritto una trentina di libri. Il nuovo romanzo si intitola Il sogno del Celta.

Vargas Llosa, ci vuole anticipare qualcosa di quest’opera?
“È un romanzo storico, che ci ho messo tre anni a scrivere. È ambientato nell’epoca in cui cominciò l’utilizzo su scala industriale del caucciù, che veniva preso in Congo e nella foresta amazzonica. Per ottenere il controllo delle zone dove si estraeva questa sostanza, i colonizzatori europei compirono dei veri e propri stermini di massa, forse i primi grandi genocidi dell’epoca contemporanea. Il protagonista del mio libro è un personaggio realmente esistito, Roger Casement, diplomatico britannico ma anche, clandestinamente, indipendentista irlandese. Fu amico di Joseph Conrad, che accompagnò in Congo nel viaggio che poi sarà all’origine del romanzo ‘Cuore di tenebra’. Casement fu il primo a documentare le atrocità perpetrate dagli europei ai danni delle popolazioni locali di cui si voleva sfruttare una risorsa fondamentale per l’industria dell’epoca. Ma la sua voce non fu ascoltata, anzi fu messa a tacere. Mi interessava sfatare il mito del colonialismo a partire da un testimone scomodo”.

Da sempre lei attribuisce alla letteratura questo ruolo: demistificare l’esistente. Crede che ancora oggi essa sia capace di ottenere tale risultato?
“Penso di sì, anzi ne sono convinto. La letteratura ha un insostituibile compito civile, oserei dire politico. I libri, i romanzi, le poesie incrementano la fantasia, l’immaginazione, cioè lo spirito critico della gente. Quando leggiamo un’opera letteraria, scopriamo che il mondo non è perfetto, ma che, al contrario, è fatto male, pieno di ingiustizie, di cose che non vanno. Di conseguenza cominciamo a diventare critici nei confronti di quanto ci circonda. La letteratura produce insoddisfazione, ma si tratta di un’insoddisfazione salutare, perché prelude a un cambiamento. Per questo le dittature hanno sempre cercato di mantenere il controllo sulla produzione letteraria e sugli scrittori”.

Le statistiche ci dicono che a leggere sono soprattutto le donne. Come lo spiega?
“Probabilmente le donne sono più intelligenti di noi uomini e capiscono che è giusto e importante dedicare del tempo a un’attività, come la lettura, che in genere è ritenuta uno svago, un divertimento, quindi qualcosa di inessenziale. Forse le donne capiscono invece che le cose non stanno così e che se non ci nutriamo di qualcosa di spirituale, che vada oltre l’iperspecialismo e la mania tecnologica oggi imperanti, rischiamo la barbarie. E se a leggere sono solo o principalmente le donne rischiamo anche un’ulteriore frattura tra mondo femminile e mondo maschile: quest’ultimo sempre più incapace di autentica comunicazione”.

Esiste un carattere specifico della letteratura sudamericana?
“È chiaro che la letteratura affronta problemi diversi che sono i problemi delle diverse società in cui nascono i diversi libri. Ma non direi che esiste una specificità prettamente sudamericana. Forse, rispetto all’Europa, da noi c’è l’idea che i libri possano essere utili per affrontare la vita, per risolvere i problemi di tutti i giorni. In Europa invece prevale oggi una concezione più ludica della letteratura, che è figlia della cultura postmoderna. Una tendenza, quest’ultima, da noi meno presente”.

Alla fine degli anni ’80 lei è entrato in politica. Come mai lo scrittore ha deciso di “sporcarsi le mani”?
“La decisione dell’impegno politico è stato un tentativo di essere utile al mio Paese, in un momento in cui vedevo a rischio la sua fragile democrazia. L’organizzazione marxista-maoista di stampo terroristico ‘Sentiero luminoso’ stava seminando in Perù sangue e violenza. Non sono un politico di professione, non ne ho le caratteristiche, non a caso alle elezioni presidenziali del 1990 fui sconfitto. Ma posso dire che per me quegli anni di politica attiva sono stati molto istruttivi, perché ho potuto capire dall’interno certi meccanismi della politica concreta, una cosa che gli scrittori spesso tendono a idealizzare o a vedere in maniera solo teorica”.

Qual è il suo Paese ideale?
“Un Paese in cui la libertà (dico la libertà del mercato, la libertà di espressione, le garanzie democratiche) si coniughi con la giustizia sociale. Marxismo e liberalismo da soli non sono in grado di ottenere qualcosa di simile. L’ideale sarebbe un sistema integrato”.

Non rischia di essere un’utopia?
“Non credo, perché qualcosa di simile si è prodotto in alcuni Paesi dell’Europa del Nord, penso ad esempio alla Svezia, che ha saputo transitare dal socialismo al liberalismo, mantenendo gli aspetti positivi del primo sistema: istruzione e sanità pubbliche, un buon sistema pensionistico, l’attenzione dello stato agli strati più deboli della società. Ma anche in America Latina il Cile potrebbe essere un caso da citare a tale proposito. Oggi viviamo in un’epoca in cui alla gente è data la possibilità di scegliere da chi e come essere governati. Bisogna che le persone sappiano sfruttare al meglio questa grande opportunità”.

Lei in passato è stato vicino a Fidel Castro, per poi passare a critiche molto severe nei confronti del Lider Maximo. Che cosa ha capito di Cuba?
“Negli anni ’50 guardai alla resistenza di Castro contro la dittatura di Batista con molto entusiasmo. Ma dalla metà del decennio successivo, dopo la presa del potere da parte di Fidel, cominciai a essere molto critico per quello che vedevo. Oggi la situazione a Cuba è terribile: tre generazioni di seguito hanno conosciuto la dittatura e una brutale repressione di ogni dissenso. Fidel Castro è ancora il mito su cui si regge, pur con molti scossoni, l’attuale sistema politico cubano. Penso che quando egli non ci sarà più, le cose cominceranno a cambiare molto rapidamente. Spero solo che i suoi successori avranno la saggezza di non rendere violento tale cambiamento, assecondando il corso naturale della storia”.

E dell’Italia di oggi che cosa pensa? Conosce la situazione politica italiana?
“Sì, la seguo con molta attenzione, perché quello italiano mi sembra un caso molto interessante per studiare i pericoli che la democrazia corre anche nei Paesi occidentali. Il berlusconismo è una vera e propria deriva populista della democrazia. Nel consenso che Berlusconi ha ottenuto in questi anni presso l’elettorato italiano vedo l’illusoria ricerca, da parte della gente, di un ‘uomo forte’, che sappia far fronte ai problemi lasciati irrisolti dai governi precedenti. Ma è, appunto, un’illusione. Perché l’autoritarismo non risolve affatto i problemi, ma ne crea di nuovi”.

01 settembre 2010
http://www.unita.it/news/culture/103005/vargas_llosa_litalia_paese_di_illusioni_e_di_derive_populiste_non_a_caso_avete_berlusconi


Pubblicato : 01/09/2010 da Roberto Carnero | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Eataly battezzata da Bloomberg

1/9/2010 - IL CASO

Eataly battezzata da Bloomberg

Il sindaco di New York all'inaugurazione del megastore: "Mi piacciono gli spaghetti all'amatriciana"

NEW YORK

Michael Bloomberg nelle vesti di padrone di casa, Oscar Farinetti assediato dalle tv americane, i sindaci piemontesi a proprio agio fra sapori e odori delle proprie terre e i newyorkesi in fila al 200 della Fifth Avenue per il debutto di Eataly nella Grande Mela. L’inaugurazione dei 5000 mq di ristoranti, mercati e scaffali nel Flatiron District di Midtown è iniziata con Bloomberg al bancone Lavazza per assaggiare il caffè accompagnato dal tradizionale bicchierino di acqua e l’arcivescovo di New York Timothy Dolan talmente colpito dal sapore del parmigiano da esclamare «questo è davvero meglio di una benedizione». Poi sono stati i salumi piemontesi e la birra Moretti a debuttare sulla «Piazza» dalla quale si diramano i percorsi verso i ristoranti di carne, pesce, pizza e verdura con grappoli di giornalisti americani, carta stampata e network tv, a inseguire i tre protagonisti dello sbarco di Eataly: Oscar Farinetti, Mario Batali, Joe e Lidia Bastianich. «L’Italia non è solo un ristorante o un mercato ma un luogo dove si apprende la cultura del cibo», ha detto il fondatore di Eataly riassumendo il senso di una scommessa commerciale da oltre 25 milioni di dollari, mentre lo chef Batali ha parlato di «luogo e momento di incontro fra l’American Dream e i sogni d’Italia», con il risultato di «offrire al consumatore la possibilità di essere lui a decidere di cosa cibarsi». «Eataly è un ponte fra Italia e Stati Uniti, due mondi, due tipi di cibo e due modi di mangiare che finalmente trovano un punto d’incontro» ha aggiunto Lidia Bastianich, indiscussa regina della cucina italiana nella Grande Mela, parlando all’unisono con l’ambasciatore a Washington Giulio Terzi: «Creare posti di lavoro è la migliore vetrina italiana in America».

Ma su su tutti a svettare è stato il sindaco. Bloomberg ha preso le redini dell’inaugurazione, gestendola come se fosse un evento che si svolge nella sua City Hall: ha ringraziato Eataly per «aver portato qui il cibo migliore d’Italia» e reso omaggio a Farinetti per «aver creato oltre 300 posti di lavoro in questa città» per poi specificare che «a me piace la marinata e la matriciana», invitando infine Dolan a pronunciare la benedizione religiosa, seguita da un brindisi collettivo con Asti Spumante e Ferrari Brut. «Chi visita l’Italia si accorge subito che si mangia bene e non ci sono tanti obesi e questo significa che il cibo è sano», ha aggiunto il sindaco, plaudendo a quanto detto da Joe Bastianich, figlio di Lidia e socio di Farinetti, sulla bassa percentuale di sale nei cibi. «Oggi qui si respira l’orgoglio di essere torinesi», commenta il sindaco Sergio Chiamparino presente all’evento assieme ai colleghi di Alba, Bra, Novello e Barolo, agli assessori regionali Giovanna Quaglia e Alberto Cirio ed al presidente della Regione Liguria Claudio Burlando. «Eataly è l’affermazione della dimensione global del cibo - spiega Bruna Sibille, sindaco di Bra, citando la carne di razza piemontese prodotta in Montana - perché odori, sapori e cibi della nostre terre arrivano sul palcoscenico della capitale del mondo e diventano un prodotto globale».

Carlo Petrini, fondatore e anima del movimento «Slow Food», guarda ancora più lontano: «Da qui parte una nuova stagione, con il focus sugli agricoltori americani che il prossimo anno si ritroveranno qui a New York in oltre diecimila, a Central Park come al Madison Square Garden, per attestare i stessi valori in cui noi ci riconosciamo e nei quali si rispecchia Eataly». A preparare il terreno allo sbarco americano di «Slow Food» saranno una raffica di eventi di Petrini negli atenei di Harvard, Yale e Princeton.

Dopo il taglio del nastro inaugurale da parte di Bloomberg, che ha pronunciato il suo intervento leggendolo da un iPad, le porte sulla Fifth Avenue e sulla 23° Strada si sono aperte ai newyorkesi già in fila da diverse ore, che seguendo i percorsi ideati da Farinetti hanno fatto tappa davanti a ogni tipo di cibo trovando anche la postazione di iPad de La Stampa per essere aggiornati sulle ultime notizie, l’angolo dei libri di cucina di Rizzoli e la postazione di Unicredit che consente di ritirare dollari adoperando bancomat italiani. Per il resto a fotografare quanto avvenuto davanti al Flatiron Building sono i titoli dei tabloid cittadini. Il Daily News che ha riassunto la giornata con un «Whoa, that’s Italian!» mentre il New York Post ha preferito «Welcome to Eataly!». Ma le sorprese di Farinetti non sono ancora finite: a fine mese al «Marketplace» si aggiungerà l’inaugurazione del «Ristorante della Birra» che si trova all’ultimo piano dello stesso edificio, che i newyorkesi amano chiamare il «Toys Building».

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1775&ID_sezione=&sezione=


Pubblicato : 01/09/2010 da da lastampa.it | 0 commenti
Categoria : CULTURA

La Grande Mela oggi sposa il gorgonzola

31/8/2010 - MADE IN EATALY

La Grande Mela oggi sposa il gorgonzola
 
OSCAR FARINETTI

Il primo dubbio, che poi è stato anche la mia prima rivelazione, l’ho avuto a Union Square. Un banco di frutta vendeva pere del New Jersey e io ne acquistai una con la speranza - nemmeno troppo inconfessata - che non avrebbe retto il paragone con le nostre. Dire che, assaporandone la polpa zuccherina, io sia letteralmente caduto dal pero è un fin troppo facile gioco di parole, però rende l’idea.

Oggi, qui a New York, s’inaugura Eataly; ma non è l’Eataly che avevo immaginato tre anni fa, la prima volta che iniziai a girare Manhattan in lungo e in largo alla ricerca di un luogo adatto per aprire negli Usa. Non lo è perché, dopo quella pera, le cose non sono più state le stesse. Quel frutto mi ha regalato il dubbio, il meraviglioso dubbio, che qui non tutto fosse hamburger e patatine; che anche qui ci fosse una cultura del cibo; che esistessero contadini e allevatori innamorati della loro terra e dei loro animali; soprattutto, che qui io potessi imparare e fare meglio.

Confesso che, all'inizio, il mio atteggiamento era stato di superiorità: appena Eataly apre - mi dicevo - questi yankee scopriranno finalmente le gioie del cibo. Mi pareva fin troppo facile per uno che «importa» delizie italiane. Invece no. Presto ho scoperto una varietà straordinaria di frutta, verdura, cereali. Le farine e le semole, per esempio, qui hanno valori di proteine e glutine impensabili in Europa. Dovevo cambiare strategia; cambiare idea. Soprattutto dovevo - e volevo - capire com’era possibile questa incredibile varietà. Non è stato difficile: è bastato guardarmi intorno.

Qui a New York - come nel resto degli Stati Uniti - s’incrociano ogni giorno etnie, religioni, tradizioni, storia, culture (anche enogastronomiche, certo). Qui, come in nessun’altra parte del mondo, si fanno quotidianamente innesti e incroci, e non parlo soltanto di agricoltura e allevamento. Perciò quel dubbio, inizialmente legato al mio lavoro, mi ha permesso una nuova visione delle cose.

Ho seguito con passione quanto il sindaco di New York Michael Bloomberg ha detto circa la costruzione di una moschea a due isolati da Ground Zero, appoggiandola fermamente. Questo è vero spirito di tolleranza e accoglienza; questa è capacità di discernimento: saper distinguere, senza preconcetti, i «buoni» dai «cattivi». In qualunque campo questo discernimento si applichi: dal «semplice» cibo fino alla politica.

Perciò sono così fiero e grato che sia lui, oggi, a inaugurare Eataly. Taglierà un nastro tricolore fatto di pasta fresca e terrà qui la sua conferenza stampa settimanale.

Con questo gesto New York ci accoglie ufficialmente, come già ha fatto l’America con tutti quegli immigrati italiani passati per Ellis Island i cui figli, nipoti e pronipoti sono oggi cittadini statunitensi, integrati, fedeli alla loro Costituzione e pronti a loro volta ad accogliere, perché è questa la loro storia.

Se una delle chiavi della grandezza americana è prendere da ciascuno il meglio che sa dare, e darlo quindi all’intera società, l’Eataly che oggi apre a New York sposa questo spirito. Metà prodotti statunitensi, metà prodotti di casa nostra e savoir-faire italiano al 100 per cento. Sempre. Così carne, pesce, verdura, farina, latte e uova saranno Made in Usa: perché sono prodotti straordinari, accuratamente selezionati, e ci danno il vantaggio di tenere ben saldo il principio «eataliano» di Chilometro Zero, ovvero di privilegiare prodotti del territorio. L’altra metà dei cibi sugli scaffali e nei ristoranti sarà invece italiana: tutto quanto, secondo noi, meritava di essere esportato, e non è poco.

Poiché quello che si inaugura oggi è il più vasto mercato di prodotti italiani mai visto, finora, su suolo americano, era nostro dovere mostrare - pur nel nostro piccolissimo - come mettere insieme le diversità possa dare grandi risultati. Provate, se vi capita, la bagna càuda con gli swiss chard e capirete che cosa intendo. E, se ancora avete dei dubbi, mettete nello stesso piatto una fetta di gorgonzola di Novara e una pera del New Jersey. Poi ne riparliamo.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7767&ID_sezione=&sezione=


Pubblicato : 01/09/2010 da OSCAR FARINETTI | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Trovata la reggia di Ulisse...

Archeologia - Un'équipe di un'università greca è al lavoro da sedici anni

«Trovata la reggia di Ulisse Omero aveva ragione»

A Itaca ceramiche e i resti di un palazzo di origine micenea


Forse sarebbe più onesto chiamarlo «palazzo di Penelope», visto che Ulisse, tra guerre, viaggi, necessarie furbizie e dispettose avversioni degli dei, in quella casa c'è stato davvero poco: ma comunque le si chiami, le tracce di un edificio di epoca micenea, scoperte a Itaca da un gruppo di archeologi greci, sono una notizia destinata a restituire la luce che merita a tanti anni di lavoro oscuro di questi studiosi. Protagonista della scoperta è il professor Athanasios Papadopoulos, dell'università di Ioannina, che da sedici anni scava con la sua équipe nell'isola ionica, sulle tracce della reggia descritta da Omero. Il ritrovamento è avvenuto a Exogi, una località nel nord dell'isola: qui sono emerse le strutture di un edificio a tre livelli. Gli elementi che porterebbero a identificarlo come la reggia del figlio di Laerte sono sostanzialmente tre: la forma, riconducibile ad altri palazzi micenei, con scale scavate nella roccia; frammenti di ceramiche della stessa epoca (le prime notizie parlano di porcellane, ma è probabile che si tratti di un errore di traduzione, visto che la porcellana è di molto posteriore); una fontana, che gli archeologi hanno potuto datare al XIII secolo avanti Cristo, cioè l'epoca in cui sarebbe vissuto Ulisse.

Papadopoulos - secondo quanto riporta l'agenzia Ansa da Atene - ha spiegato che il palazzo è simile per dimensioni e struttura a quelli già attribuiti ad Agamennone, Menelao o Nestore a Micene, Pellana, Pilos, Tirinto. L'ultima scoperta simile è del 2006 quando il professor Yannos Lolos riportò alla luce a Salamina il palazzo che sarebbe stato di Aiace Telamonio. E sempre a Itaca alcuni anni fa Papadopoulos e la sua collega Litsa Kontorli avevano scoperto una tavoletta con incisa una scena dell'Odissea: Ulisse legato all'albero della sua nave per resistere al canto delle sirene. Già allora i due archeologi avevano annunciato di «essere vicini» alla scoperta del palazzo dove Ulisse dovette sterminare i Proci.
La notizia ha rinnovato l'emozione che segue ogni ritrovamento sulle tracce della storia omerica, a cominciare dalla scoperta di Troia ad opera di Schliemann. «Quel che conta è il ritrovamento di un edificio di epoca micenea - conferma Andrea Carandini, che da anni scava il Palatino a Roma - e la datazione della fontana può aiutare a definire il contesto. Se poi lo si pospone nel mito dell'Odissea è facile farlo diventare il palazzo di Ulisse». «Che si scavi sull'ispirazione di Omero è comprensibile - aggiunge Adriano La Regina, per decenni sovrintendente archeologico a Roma - ma ora la notizia importante è proprio l'edificio, così come è successo per la reggia di Nestore a Pilos. Che si tratti di Ulisse o no interessa fino a un certo punto, ora sappiamo che a Itaca c'era un re miceneo. E spero che si trovi anche l'archivio: tavolette importantissime in scrittura micenea che oggi siamo in grado di decifrare e che possono dare informazioni preziose».

Al collegamento tra i ritrovamenti archeologici e i poemi omerici del VII secolo, presta più attenzione lo storico Luciano Canfora: «Noi abbiamo un'idea riduttiva dell'epos di Omero, come mero ricettacolo di racconti leggendari. Ma la storicità della vicenda, dall'assedio di Troia alla figura di Agamennone, la spedizione dei principi greci e i loro tormentatissimi ritorni, non sono discutibili. L'archeologia cerca qualcosa che forse c'è stato, pur tra colpi di fortuna ed equivoci. Non è come cercare la Sindone. E Omero - insiste Canfora - non è un poeta. Lui ci offre un racconto storico scritto in esametri, perché quella era l'unica forma di comunicazione».
L'unico deluso dal ritrovamento di Papadopulos dev'essere Robert Bittlestone, imprenditore inglese amante dell'antichità, che qualche anno fa s'era convinto che la vera Itaca non fosse affatto l'isoletta che ancora oggi porta quel nome. Per lui la vera Itaca col passare dei millenni s'era trasformata nella penisola di Paliki sulla costa nordoccidentale della vicina Cefalonia e per dimostrarlo aveva profuso molte energie e sofisticate fotografie satellitari. Ma forse a Ulisse (e a Penelope) questo ennesimo cambiar casa non era piaciuto.

Paolo Fallai

24 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/cultura/10_agosto_24/reggia-ulisse_b1e84e76-af51-11df-bad8-00144f02aabe.shtml


Pubblicato : 24/08/2010 da Paolo Fallai | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Se oggi si pensa a Pavese...

Pavese, quella generazione nata sotto la luna e i falò
 
                      
 Il 27 agosto 1950, in una camera dell’albergo Roma, a Torino, Cesare Pavese si tolse la vita.
Nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, Pavese è stato poeta, scrittore e formidabile traduttore di classici statunitensi, da Melville a Faulkner a Dos Passos. Fu arrestato per antifascismo e condannato al confino nel 1935: e l’impegno fu una delle costanti della sua vita. Nel 1950 vinse il Premio Strega con La bella estate.

di Renato Minore

Se oggi si pensa a Pavese, si deve pensare soprattutto all’intellettuale con un ruolo essenziale nel transito dagli anni Trenta dei suoi primi libri alla nuova cultura democratica di cui è stato un protagonista che ha posto grande attenzione alle realtà della cultura popolare e contadina confluite nel neorealismo. Che è stato (oggi questo suo ruolo si è delineato con maggior chiarezza) un operatore culturale in grado di comprendere e diffondere aspetti ed esperienze della cultura europea e americana a noi del tutto estranee.

Pavese ha vissuto la sua partecipazione al presente con un senso della contraddizione tra realtà assai forti. Si chiamavano letteratura e impegno politico, esistenza individuale e storia collettiva, la presenza e la continuità di una memoria mitica e la possibile trasformazione del mondo. L’autentico contro il non autentico, la libertà contro una “socialità”, quella della società industriale massificata. L’individuo contro la folla anonima e sul filo di un percorso memoriale e metaforico. L’ideale contro il reale quando appaiono la rinunzia e la mutilazione, quando alla luminosità giovanile si sostituisce l’opacità adulta, con l’assoluta imprendibilità dell’oggetto amato, un perenne sogno dolce e torturante.

Quella di Pavese è una ininterrotta lotta per costruirsi come uomo e come scrittore. Più acquista sicurezza e coscienza di sé, più sente di essere altrove, di non poter coincidere con gli altri. La costruzione di sé significa cercare uno stile, trovare le forme che portino alla maturità e facciano uscire dalla fase adolescenziale di rapporto e scontro con il mondo. Ma c’è in agguato il pericolo dell’artificio: lo sguardo degli altri, il riflesso sociale possono trasformare lo stile in maschera. Pavese è scrittore che non possiederà mai la calma, ma l’ansia, l’orgasmo, lo sfogo psicosomatico dell’asma, la precocitas sessuale o l’impotenza psicogena, le palpitazioni e gli svenimenti tutte forme di mancato dominio dei propri nervi che lo perseguiteranno fornendo ogni volta nuove conferme dell’assenza costituzionale di calma-virilità.

Il diario, Il mestiere di vivere, è un monumento all’autodenigrazione, all’autodistruzione. Un modello di scrittura contro di sé. L’autodistruzione è prassi, ma anche analisi, teoria. «L’autodistruttore - scrive Pavese - è un tipo insieme più disperato e utilitario.
L’autodistruttore si sforza di scoprire dentro di sé ogni magagna, ogni viltà, e di favorire quelle disposizioni all’annullamento ricercandole, inebriandone, godendole, ma vive in pericolo continuo: che lo sorprenda una mania di costruzione, di sistemazione, un imperativo morale. Allora soffre senza remissione e potrebbe anche uccidersi».

Diventa difficile se non impossibile saper distinguere la costruzione di sé dalla fuga da sé, dal nascondersi agli altri, da non essere mai veramente come si è. Più ci avvicina alla maturità, alla costruzione di sé, più ci si sente minacciato dalla dissimulazione e dalla menzogna, dalla perdita di sé. Pavese resta - come è stato detto - uno scrittore che ha fatto della sua vita un pessimo romanzo, ma che ha trasformato in diario il romanzo di quella vita, con la sua lettura, per molto tempo e per un’intera generazione, obbligata come un oggetto di culto.

Con La luna e i falò Pavese trova il giusto equilibrio tra il mondo della sua fantasia (la sua mitologia) e quello del suo paesaggio naturale (le Langhe e l’origine contadina). Ma ormai gli è preclusa la strada da un’esperienza umana chiusa e implacabile. La solitudine dell’uomo si coagula proprio nella mitologia che lo conduce sempre più a distaccarsi dalla realtà del presente, divenuta insostenibile specchio di una condanna. Al di là della vana ricerca di una memoria felice, balenano tradimenti ed orrori che gettano un’ombra sinistra su tutto il mondo. Il passato e il presente l’origine e la fine si fissano nella insondabile ripetizione di una maledizione legata alla condizione umana.


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http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=115140&sez=HOME_SPETTACOLO


Pubblicato : 21/08/2010 da Renato Minore | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Quasimodo, il Gobbo di Notre Dame era uno scultore parigino

Quasimodo, il Gobbo di Notre Dame era uno scultore parigino

Il celebre protagonista del romanzo di Victor Hugo era uno scultore: è la scoperta degli esperti della Tate
 
                
 
 LONDRA (16 agosto) - Quasimodo, il celebre protagonista del primo vero grande romanzo di successo di Victor Hugo, 'Notre-Dame de Paris', non è un personaggio scaturito dalla fervida immaginazione dello scrittore francese ma un uomo in carne e ossa esistito davvero. Ovvero uno scultore-capo - naturalmente gobbo - impiegato nei lavori di restauro della cattedrale parigina svolti a inizio Ottocento e soprannominato dai suoi uomini Le Bossu. O almeno, questo e quello che gli esperti della Tate suggeriscono dopo aver studiato il diario personale di Henry Sibson (1795-1870), scalpellino inglese che lavorò in Francia su appalti commissionati dal governo.

Il diario, diviso in sette volumi e scritto a mano, è stato acquisito dalla Tate nel 1999 e da oggi verrà esposto al pubblico presso la Hyman Kreitman Reading Room della Tate Britain. Dopo una disputa con i capimastri del cantiere di Notre-Dame, Sibson si trova senza lavoro e decide di rivolgersi alle «botteghe» che si occupavano delle statue più grandi su commissione del governo francese. «Qui - racconta - incontrai Trajan, una delle persone più gentili che abbia mai incontrato. Lavorava come incisore per lo scultore-capo, il cui nome non mi ricordo. Era gobbo e non amava mischiarsi con gli incisori: gli scalpellini gli avevano dato il soprannome di Le Bossu».

Alla fine Sibson viene assunto nella sua squadra e si reca nella cittadina di Dreux. «Gli scultori e gli incisori descritti nel diario di Sibson - fanno notare gli esperti della Tate - lavoravano in un atelier vicino alla cole des Beaux Arts situata nel sesto arrondissement di Parigi. Si sa che negli anni Venti del'Ottocento Victor Hugo abitava proprio in quel quartiere: visto il suo interesse per i lavori di restauro di Notre-Dame e la vicinanza con la bottega è possibile che Hugo avesse visto, o persino conosciuto, Trajan e il suo capo il gobbo». Circostanza che viene rafforzata dal fatto che in una prima versione de 'I Miserabilì il protagonista del romanzo era stato battezzato da Hugo Jean Trajean, divenuto Jean Valjean solo nella versione successiva.
 
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Pubblicato : 21/08/2010 da da www.ilmessaggero.it | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

Le case d’angolo di Fëdor Dostoevskij

Il racconto

Le case d’angolo di Fëdor Dostoevskij

Cercava sempre abitazioni con finestre che davano su due diverse prospettive: era il suo modo di essere


Fëdor Dostoevskij visse in tante case e in tanti luoghi diversi - non si fermò mai per più di tre anni nello stesso posto - ed ebbe sempre l’ossessione di avere appartamenti ad angolo, con le finestre affacciate sulle due strade e vicino a una chiesa, in modo da poter ascoltare le campane, una musica che acquietava il suo spirito. L’ultima casa in cui abitò, e dove morì nel 1881 qualche mese prima di compiere sessant’anni, tra la Prospettiva Kuznechny e l’antica strada Yamskaya, oggi via Dostoevskij, rispondeva a tutti questi requisiti, e adesso chi la visita può ancora udire i rintocchi delle campane della vicina chiesa ortodossa di Vladimir che chiamano a raccolta i fedeli.

Questa zona di San Pietroburgo, conosciuta come il «quartiere dei mercati», oggi pullula di ceceni e di altri forestieri poveri e perciò è considerata pericolosa per i turisti. Quando visitai la casa per la prima volta, quarant’anni fa, era un luogo piuttosto triste e solitario, molto diverso da come è oggi, rumoroso, popolare, promiscuo, molto vitale. Ancora non esisteva il museo dove sono state ricostruite le sei stanze in cui Fëdor Dostoevskij e Anna Grigor’evna, con i loro figli Ljubov e Fëdor, si trasferirono nell’ottobre del 1878, per fuggire dall’appartamento dove era morto il piccolo Aleksej, una delle tragedie che fecero soffrire di più il tormentato autore de I Demoni. È una casa modesta, anche se meno ascetica delle precedenti, perfino con qualche oggetto di lusso, come il servizio da tè in porcellana che illumina uno degli armadi vetrina o il comodo divano inglese dello studio dove Dostoevskij poteva sdraiarsi per un breve riposo tra le interminabili e febbrili nottate durante le quali scriveva, quasi sempre in uno stato di trance, I Fratelli Karamazov, una delle sue opere maestre. Era già molto malato. L’appartamento si trova al secondo piano e ogni volta che saliva le scale, l’illustre inquilino doveva fermarsi un momento, per riprendere fiato. Il medico gli aveva proibito di fumare, ma lui rispettava il divieto solo durante il giorno; la sera fumava ininterrottamente quando scriveva, e sul suo tavolo da lavoro oggi c’è ancora la scatola di sigarette che arrotolava con le sue mani nervose mentre rileggeva le cartelle appena scritte.

Alla fine di gennaio 1881 ebbe la prima emorragia della gola. Chiese alla moglie di leggergli uno dei suoi passaggi preferiti dell’esemplare della Bibbia che portava sempre con sé da quando gli fu regalato dalle mogli dei «decabristi», trentuno anni prima, alla stazione di Tobolsk, mentre passava di lì, come un condannato, verso il suo esilio di quattro anni in Siberia. Anna era la sua seconda moglie, di venticinque anni più giovane di lui. Erano sposati da undici anni e lei, con la sua energia, devozione e talento, aveva messo un certo ordine nella vita sempre sregolata e al limite del catastrofico di Fëdor. Grazie a questa donna giovane e combattiva, le sue finanze erano migliorate, lei guadagnava qualcosa distribuendo libri e lui non doveva più immolarsi scrivendo come un forzato. Si era tolto il vizio del gioco che gli aveva causato tante sciagure. Dopo il primo malore, ebbe altre due emorragie. La seconda mise fine alla sua vita. La sua stessa vedova o qualcuno in visita riuscì a fermare l’orologio dello scrittoio nello stesso istante della sua morte: le otto e trentotto della sera. L’orologio è ancora lì, centotrent’anni dopo, a segnare l’ora funesta.

Lo seppellirono nel cimitero Tichvin, del monastero di Aleksandr Nevskij, alla periferia di San Pietroburgo. È un luogo ameno, e la tomba di Dostoevskij, circondata di alberi e fiori, con una bella statua che riflette fedelmente i suoi lineamenti austeri e il suo sguardo profondo e febbrile, confina con quelle di altri esponenti del genio creativo russo: Rimskij-Korsakov, Aleksandr Borodin, Modest Musorgskij, Il’ic Cajkovskij, Glinka. La mattina che andai a vedere la tomba pioveva, e alcuni visitatori riverenti depositavano mazzi di fiori sul sepolcro. Io portai mezza dozzina di rose rosse.

Anche se Dostoevskij non nacque a San Pietroburgo ma a Mosca, è questa la città che lo segnò di più. Qui si formò come scrittore e qui si fece conoscere e divenne famoso, e fu qui che, dopo i dieci anni di silenzio letterario che patì per non aver fatto parte del circolo rivoluzionario dei «decabristi», dovette reinventarsi come scrittore. San Pietroburgo è dove visse più a lungo. D’altronde nessun’altra città è più impregnata delle sue storie, dei suoi personaggi e del misto di truculenza, dramma, spiritualità, rottura intellettuale e mistero tipico della sua opera, che si percepisce soprattutto camminando per le viuzze scalcinate del quartiere Sennaya lungo le sponde del Canale Griboedova, dove si svolgono gli episodi principali di Delitto e Castigo; un romanzo che Dostoevskij finì di scrivere non molto lontano da qui, in un appartamento della strada Kaznacheiskaya, anch’esso visitabile.

È il più realista dei suoi racconti, almeno nel senso che i luoghi che descrive sono quasi tutti identificabili, alcuni con targhe che li ricordano. La casa in cui Raskólnikov uccide Aliona Ivanovna, al civico 104 del Canale Griboedova, si conserva intatta come lui la racconta, le mattonelle irregolari, le pareti sbiadite e le inferriate arrugginite, così come la sua gente melanconica e derelitta. Perfino il mattino plumbeo, piovoso e denso di oscure premonizioni appare dostoevskiano. Ma ancora più impressionanti sono i luoghi associati alla vita di Raskolnikov, che sembrano appena usciti dalle pagine del romanzo, come la soffocante taverna dove questi confessa il proprio delitto a Zamëtov, o la casa dove l’assassino viveva. È anch’essa ad angolo, e un busto di Dostoevskij calvo e gobbo ne adorna la facciata. Le intemperie hanno cancellato la vernice e l’intero edificio - in realtà l’intero quartiere, povero e sordido - appare sul punto di crollare. Il lungo atrio in pietra ha un soffitto a volta dove l’eco ripete ogni suono e il piccolo patio interno, intorno al quale si sviluppano gli appartamenti, è angusto e sgraziato come la ripida scaletta che conduce alle abitazioni. Stufa dei visitatori, un’inquilina che trascina pesantemente la sua grassezza e il suo odio per la vita ci riempie di imprecazioni. Un gatto miagola da qualche parte. È impossibile non avere l’impressione che un assassino divorato dalle sue inquietudini metafisiche si aggiri nei paraggi.

La casa museo di Dostoevskij insiste che, contrariamente alla leggenda, l’autore de Il sosia era lungi dall’essere un uomo cupo e amareggiato. Gli piaceva giocare con i bambini per i quali inventava e leggeva racconti. Mostrava loro la sua collezione di fotografie di scrittori e artisti famosi che, oggi, sono esposte nella stanza in cui Anna conservava i libri che vendeva. La maggior parte delle foto sono di scrittori russi. Fra gli europei, figurano un Chisciotte slavizzato, alcune opere di Charles Fourier e di Hoffman e le effigi di Victor Hugo da giovane e di George Sand, una scrittrice che, per un sorprendente malinteso, finì per diventare immensamente popolare tra i giovani liberali russi della generazione di Dostoevskij, non tanto come scrittrice di romanzi, quanto come ideologa progressista e protagonista di lotte sociali. Qui, frammenti di corrispondenza ci rivelano le opinioni che il padrone di casa si era fatto di alcune città dell’Europa occidentale durante i suoi viaggi. La più inaspettata: che Parigi era una città noiosissima dove non c’era niente da fare.

Dopo questa peregrinazione dostoevskiana, è quasi obbligatorio che la giornata si concluda nel Teatro Mariinskij, per assistere a un’opera adattata da Il Giocatore, con libretto e musica di Sergej Prokofiev. Anche se la storia e i personaggi sono gli stessi, ciò che accade in scena ha poco a che vedere con il romanzo di Dostoevskij, almeno per quanto ricordo, visto che abbondano situazioni farsesche, intrecci e caricature, e il dramma si dissolve tra i sorrisi. Ma la musica è splendida, le voci magnifiche, l’orchestra eccellente e il vertiginoso barocchismo del locale calza come un guanto con lo spettacolo. L’unico elemento dostoevskiano della serata è il direttore d’orchestra, Valerij Gergiev, con il suo sguardo elettrizzato e il gesticolare che passa senza sosta dal moderato al frenetico, dalla delicatezza alla brutalità, dal sussulto all’estasi, rendendo protagonisti tutti gli strumenti e tenendo spettatori, musicisti, cantanti (e perfino le maschere) in uno stato di stupore e di insicurezza sfrenata.

L’ultima volta che vidi Gergiev, a Salisburgo, aveva i capelli lunghi e una barba di diversi giorni; oggi ha i capelli corti e si rade, ma mentre dirige l’orchestra continua a essere un posseduto, che va sempre oltre la partitura, un essere sotterraneo, connesso con le profondità inquietanti dell’abisso umano, capace di trasformare un concerto o un’opera in una cerimonia geniale e agghiacciante. Chi lo conosce mi ha assicurato che nel resto della giornata è una persona normalissima, a cui piace divorare, nei due ristoranti di sua proprietà a San Pietroburgo, salmoni bianchi da leccarsi le dita.

Mario Vargas Llosa
(Traduzione di Francesca Buffo)
19 luglio 2010(ultima modifica: 20 luglio 2010)© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’autore
Lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa (Arequipa, 28 marzo 1936) esordì nel 1963 con «La città e i cani» romanzo che, come le successive opere, si caratterizza per grande capacità descrittiva. Successivamente ottenne successo con «Pantaleón e le visitatrici» del 1973 e «La zia Julia e lo scribacchino» del ’77. Si candidò alla presidenza del Perù come principale antagonista di Alberto Fujimori. Per il giallo «Il caporale Lituma sulle Ande» ha ricevuto il Premio Planeta. Nel 1994 ha assunto la cittadinanza spagnola. Ha ricevuto anche il premio Cervantes e il Grinzane Cavour.

http://www.corriere.it/cultura/10_luglio_19/vargas-llosa-case-fedor-dostoevskij_a662c562-9314-11df-a33b-00144f02aabe.shtml


Pubblicato : 18/08/2010 da Mario Vargas Llosa  | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Lui anziano, lei giovane. O viceversa

Tendenze

Lui anziano, lei giovane. O viceversa

La differenza di età non conta più

All'amore non si rinuncia. Nasce la coppia «sbilanciata»


MILANO - Il grande tabù dell’amor senile viene sconfessato dalle cronache sociali e il pubblico pregiudizio non ferma più gli anziani contemporanei che rivendicano il diritto ad amare le loro spose/sposi bambini. E non stiamo parlando di signore che pagano gigolò a ore o di machi ormai spenti che cercano nel viagra il loro riscatto.

IL CASO BETTENCOURT - Stiamo parlando di diversamente giovani che non vogliono arrendersi al tempo che passa e rivendicano il diritto al sentimento amoroso a qualsiasi età. Insomma, macchine desideranti più che assatanati satiri del sesso, come Liliane Bettencourt, la ricca e privilegiata dama dell’Oréal al centro del mega affaire delle intercettazioni che arriva fino a Sarkozy, e che nel pieno della bufera rilascia una fulminea intervista a «Le Monde» più che altro per difendere il suo toy boy, François-Marie Banier, accusato dalla figlia di lei d’essersi fatto dare dalla signora più ricca di Francia un cadeau di un miliardo di euro in opere d’arte, assegni e assicurazioni sulla vita. Ma soprattutto per ribadire il suo diritto di donna anziana in grado di intendere e volere, a godere le sue follie senili fino in fondo: «La vita è più bella da vivere se non hai rimpianti. Amo l’azione e ancora di più la fantasia», è il suo sfavillante Manifesto di vitale ottantasettenne.

OVER OTTANTA - Simili fremiti percorrono l’appena più giovane duchessa Cayetana d’Alba, nome abbreviato per una titolata da Guinness dei primati che nell’albo nobiliare compare con più di venti nomi e 40 altisonanti qualifiche, e che a 84 anni si è innamorata di un semplice antiquario quasi sessantenne, Alfonso Diez, che tuba nelle trasparenti acque di Ibiza con lei rigida nei suoi anni e nei suoi lifting (il filmato è su YouTube). Con battagliero comunicato stampa l’indomita duchessa fa sapere ai figli che - tranquilli - non lo sposerà mai, ma che se lo terrà ben stretto perché lui la «rende felice».

NELL'ARTE - Si potrebbe obiettare che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Quando l’uomo (o la donna) sentono svanire l’energia della giovinezza si volgono alle nuove generazioni per trovare motivo vitale. L’ha raccontato un classico della letteratura orientale, La casa delle belle addormentate del giapponese Yasunari Kawabata, dove i vecchi andavano poeticamente a giacere con le vergini dormienti per trarre forza e voglia di futuro solo dalla loro vicinanza. Ed è successo e succede con amori dove lo scarto d’età è vistoso, ieri con Arturo Toscanini e la sua pianista Ada Colleoni Mainardi (66 anni contro 36) bersagliata dalle lettere ardenti del maestro, con Pablo Picasso e Genèvieve Laporte (70 contro 24) e con Paola Borboni e il ragazzo giocattolo ante litteram Bruno Vilar (72 contro 30) che l’attrice volle, sposò e a cui sopravvisse. Succede oggi con Jean-Paul Belmondo che non si rassegna alle menomazioni impostegli dall’ictus e difende la sua giovane nuova compagna ex coniglietta Barbara Gandolfi dalle accuse di manipolarlo (anche qui secondo le intercettazioni della polizia belga prodotte dall’avvocato della sua ex moglie), e con Alain Delon che, ancora attonito per lo svanire di quella sua furibonda bellezza, si aggrappa nelle apparizioni ai festival al braccio di sconosciute fanciulle tanto belle quanto nude. Immagini del mondo occidentale contemporaneo che richiamano quelle dei vecchi afgani con le loro spose bambine dagli spalancati occhi verdi e i davvero pochi anni, istantanee che provengono da mondi lontani e che forse troppo velocemente archiviamo come arcaiche. Meglio allora esser più comprensivi o perlomeno compassionevoli, perché al fondo c’è sempre quella nostalgia del soffio vitale che fugge e che si vorrebbe catturare ovunque, magari in un occhio giovane, in una pelle fresca.

NUOVE VIE - Anche se in questi nuovi casi che ci raccontano le cronache della società occidentale c’è qualcosa di più, una rivendicazione, un orgoglio, una voglia di prendere tutto quello che si può fino all’ultimo e non rassegnarsi al fatto che ogni passione sia spenta, con buona pace di figli e parentela: qualcosa che ha a che fare con i desideri e le golosità contemporanee. E così lo sposo e la sposa bambina non sono più vergogne, come per lo scrittore francese François- René de Chateaubriand che, sessantenne, riflettendo quasi due secoli fa su amore e vecchiaia, concludeva rinunciatario: «La giovinezza rende amabile ogni cosa, mentre la vecchiaia rende laida persino la felicità». Oggi, quelli che lo psicologo Heinz Hartmann per primo aveva definito «menage sbilanciati», non sono archiviabili come animal spirits, ma diventano sfide da sperimentare, vivere e pure comunicare. e nuove vie che avrebbe preso l’amore romantico, a qualsiasi età, le aveva intuite e predette quel grande interprete della modernità e del sentimento contemporaneo che è stato Johann Wolfgang Goethe, che con occhio lungo anticipò l’uomo che riprende in mano i suoi desideri cercando di liberarli dai vincoli del matrimonio tradizionale.

GOETHE - Lui, il grande e poetico teorico delle Affinità elettive, il cantore dei dolori dell’amor giovane, non si inaridì in tarda età, anzi fu capace di coltivare le diverse età, declinandole nel loro divenire, in «un’esistenza lunga, piena, calma e voluttuosa. Possedeva il grande segreto di trasformare ogni cosa in un nettare intellettuale» come ha scritto Paul Valéry. «Un saggio, sì, ma con quel tanto di diavolo che occorre per essere completo». E a 72 anni Goethe si innamorò e non si tirò indietro. Nelle sue estati a Marienbad lo scrittore incontra la diciassettenne Ulrike von Levetzow e se ne incapriccia fortemente, anche ricambiato dalla fanciulla che, lusingata dal successo già planetario di quel vedovo di cui il domestico vendeva in segreto i capelli, ne era sottilmente attratta: lo avrebbero testimoniato alcune lettere che, nel 1899, alla morte di Ulrike, furono bruciate (per sua volontà postuma) dalla cameriera. Non rinuncia dunque Goethe e due anni dopo l’incontro la fa chiedere in sposa, ma la famiglia rifiuta e lui, partendosene sconsolato dalla località termale, comincerà già nel viaggio a scrivere quell’Elegia a Marienbad che resta una delle testimonianze amorose più inesorabili: «Ora sono lontano! A questo preciso momento cosa conviene? Io certo non lo so. Di su di giù mi mena brama incontenibile, altro non vo’ al momento che lacrime infinite. Non si smorza comunque questo interiore fuoco! Morte e vita si danno orrendo assalto».

WALSER E MANN - Ma di quella vicenda così coinvolgente nella sua non convenzionalità si conosceva, in fondo, molto poco a parte gli scarni dati storici e la struggente Elegia, e nel 2008 lo scrittore tedesco Martin Walser ha voluto misurarsi con il sommo poeta conterraneo, colmando narrativamente il vuoto di quell’amore e raccontando in Un uomo che ama (Sugarco) i dolori e i tremori del vecchio Wolfgang mentre guarda allo specchio il suo stupefacente corpo di anziano, senza tuttavia rinunciare a inebriarsi della sua senile follia («la dipendenza da Ulrike lo rende ricco, tutta la vita nemmeno un secondo di noia») pur macerandosi su «quel numero mostruoso, 74 meno 19 uguale 55». Prima di Walser, Thomas Mann nel romanzo breve L’inganno, sempre forse misurandosi a distanza con Goethe, aveva raccontato come l’amore sbilanciato per un giovane potesse ridare la vita. È quel che succede a Rosalie, vedova solare e innamorata della natura, che s’invaghisce del precettore d’inglese del figlio, il giovane Ken che arriva dal mondo nuovo, l’America; Rosalie si confessa con la figlia Anna in anticipatoria intimità, «Voglio credere al miracolo della mia anima e dei miei sensi», e si dice piena di orgoglio per quella «dolorosa primavera» della sua anima.

EGOISMO - Ma se ogni età ha il diritto di avere la sua passione, non rischiamo - nella società dove gli anziani saranno quei baby boomer che hanno sempre morso la vita con avidità - di trovarci attorniati da vecchi audaci e neofelici ma molto selfish, individualisti decisi a consumare gli ultimi periodi di vita in egoista autocompiacimento? «La minaccia del vecchio incombe su questa epoca. La vecchiaia è tempo duro e orribile dove però si annida il segreto dell’età» annota implacabile il filosofo Manlio Sgalambro nel suo Trattato dell’età (Adelphi). E difatti Goethe, che la sapeva lunga, non fa dire proprio a Mefistofele, nel Faust (versi 6817/18), con remota sapienza: «Il diavolo è vecchio, pensateci: invecchiate e lo capirete»?

Maria Luisa Agnese

09 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/cultura/10_agosto_09/agnese-amore-senza-limiti_d900b72e-a389-11df-9c56-00144f02aabe.shtml


Pubblicato : 18/08/2010 da Maria Luisa Agnese | 0 commenti
Categoria : SOCIETA' E FAMIGLIA

Padre DA ROS

La storia /

La mia Africa. A LOYIANGALANI, LAGO TURKANA

Da Ros, l’angelo travestito da missionario scorbutico

In Kenia per la tv, incontravo i padri apostoli.

Mi dissero che lui aveva un caratteraccio, che intervistarlo era difficile


Loyiangalani, sulle rive del lago Turkana (l’ex lago Rodolfo), era l’ultima tappa di un lungo viaggio che feci tredici anni fa, insieme al regista Gianni Barcelloni, per girare un documentario, che poi andò in onda in televisione, sulle missioni che la Consolata di Torino aveva nel Nord del Kenia. Viaggiavamo da circa due settimane, oramai. Avevamo attraversato la foresta equatoriale e le sterminate distese della savana e sentito lo sgomento di una solitudine senza confini; avevamo visto incredibili albe, incredibili tramonti e gli animali che correvano liberamente e si bagnavano nei fiumi; avevamo parlato con i missionari coraggiosi e con quelli esausti; avevamo visitato un comprensorio, tenuto da suore che andavano in giro nelle capanne a prendersi i bambini handicappati che altrimenti i famigliari avrebbero ucciso; eravamo entrati nei cosiddetti «ghost villages», i villaggi fantasma, privi di abitanti perché tutti erano morti di Aids: mancava soltanto Loyiangalani, la missione tenuta dal padre Achille Da Ros.

A Nairobi, prima di partire, m’avevano detto: «Guardi che il padre Da Ros è uno scorbutico, ha un caratteraccio. Vi aspetta. Ma, magari, non si farà intervistare». Adesso, mentre facevamo gli ultimi chilometri di strada sterrata, pensavo: «Come ci accoglierà lo scorbutico? Che tipo sarà questo padre Da Ros?». Pensavo anche: «Noi, comunque, domani ce ne andiamo». Infatti, eravamo d’accordo con un italiano di Nairobi, un certo Forno, che il giorno seguente sarebbe venuto a prenderci con un suo piccolo aeroplano per riportarci indietro.

Non posso dimenticare l’arrivo. Al termine di una salita scoscesa l’autista fermò la jeep su un crinale e scendemmo. Davanti a noi, immenso, azzurro come il mar Egeo, con dentro delle isole come nel mare Egeo, circondato a perdita d’occhio da una pianura completamente deserta, pietrosa e nera come la lava, si vedeva il lago Turkana. Il silenzio era perfetto. Rimanemmo senza fiato. Quindi, rimontammo sulla jeep e, sempre nel deserto più totale, arrivammo al cancello della missione. Lì, miracolosamente, c’erano dei grandissimi eucalipti.

Padre Da Ros era fuori, ci disse una suorina pallida, poco più che ventenne: in giro a cercare fossili. Dopodiché ci accompagnò in una specie di baracca col tetto di lamiera, davanti a una vasca alimentata da una polla d’acqua sorgiva, nella quale avremmo dormito. «È buona l’acqua»? Domandai. «Lei è buonissima» sorrise la suorina. «Perché» dissi «cos’è che non è buono»? «Il terreno» rispose. «Non vede che è tutta pietra? Qui non cresce niente». Neppure una foglia di insalata»? «Neppure quella». Trascorsero due ore. Alle cinque, arrivò Achille Da Ros. Era in pantaloni corti: un uomo magro, muscoloso, con occhi vivi e pungenti, una barba corta spruzzata di bianco. «Allora» esordì «voi sareste della televisione »? Risposi prontamente: «Esatto». «E cosa siete venuti a fare fino a qui»? «A parlare con lei». «Io non sono bravo a parlare». «Vedremo». Rise: «Va bene. Vedremo. Ad ogni modo: si cena alle sette in punto». Aveva l’accento veneto. Se ne andò.

Alle sette e cinque minuti lo sentimmo gridare: «Dove sono quei due di Roma che ancora non vengono »! Corremmo. Era sulla soglia di un’altra baracca, insieme alla suorina che ci aveva aperto e a un’altra suorina, più smunta di lei. «Siete in ritardo» ci bollò. Poi entrammo, disse una preghiera, ci sedemmo. A Sauthor, la missione precedente, ci avevano affidato una cassetta con dei fagiolini, della verdura, dei pomodori, del pane e una bottiglia di vino. La cena era composta dal pane e dai pomodori che avevamo portato noi e da una fettina sottile di formaggio per uno. In più, c’era un uovo al tegamino: che fu posto sul piatto del padre Da Ros. Che di nuovo si arrabbiò: stavolta con le suore. «Perché - disse - un uovo solo»? Rispose una di loro: «Perché la gallina ne ha fatto solo uno». «Allora lo dividiamo»! Esclamò. «Io e Barcelloni » lo fermai «abbiamo il colesterolo alto. Ci hanno proibito le uova». Gli venne da ridere: come nel pomeriggio.

Iniziammo a mangiare. In silenzio. Ogni tanto faceva qualche domanda provocatoria, che non ricordo. Ma io ci andavo a nozze: facevo finta di essere colpito, smussavo, gli davo ragione. Alla fine, a lui di fare domande provocatorie non gliene importava più niente; avevamo bevuto un po’ di vino: perfido; gli chiedevamo dei turkana (il popolo nomade che abitava là intorno), dell’Africa, della malaria, degli animali feroci, dei fossili; e il ghiaccio era rotto: pian piano, si stava rilassando. Non era più tanto scorbutico. Anzi: non lo era affatto.

Così, dopo cena, con una bottiglia di whisky ci mettemmo sotto una tettoia, vicino agli eucalipti. Al di là degli eucalipti si vedeva un cielo meraviglioso, grondante di stelle. Pensavo a tutti i racconti che avevo ascoltato in quei giorni dagli altri missionari: gli scorpioni, la miseria, la solitudine, i briganti, le malattie; pensavo a come aveva ragione Moravia quando scriveva che in Africa la natura soverchia l’uomo; pensavo al tono sbrigativo con il quale il mio vicino di sedia aveva liquidato questi problemi con una alzata di spalle, dicendo che l’unico problema era che i turkana erano nomadi e appena lui gli aveva insegnato un po’ di catechismo, loro se ne andavano e doveva ricominciare con altri da capo; pensavo a quando, con le suore, avevamo provato ad accendere una vecchia radio e non eravamo riusciti a captare nemmeno una stazione; e mi sentivo addosso un’angoscia terribile, sapendo che il giorno dopo sarei partito. Tant’è che a un tratto - non so con quale coraggio - all’improvviso, al mio vicino di posto che intanto aveva bevuto un dito di whisky e sembrava addirittura dolce, mite, gli misi una mano sulla mano. E gli dissi: «Senti, Achille - oramai ci davamo del tu - ma se tutti se ne vanno, che ci stai a fare in questo posto che sembra la luna? Che ci stai a fare qui»? «Io qui»? Mi rispose, stringendomela forte la mano. «Io, qui ci sto a predicare il Vangelo. È chiaro? Se so che nel mondo ci sono anche quattro persone che non conoscono il Vangelo io vado lì. E adesso non farmi perdere tempo - tolse la mano, ridiventando burbero - che devo andare a pregare. Tanto abbiamo due giorni per parlare ». «No», dissi «veramente ne abbiamo uno solo. Noi partiamo domani pomeriggio». Lo vidi sbiancare. «A me - disse - avevano detto che sareste stati due giorni». Sbiancai anch’io.

Quella notte ci fu un temporale biblico: la lamiera della baracca sembrava che si dovesse sfondare. La mattina seguente il cielo era sereno. «Dov’è padre Da Ros»? Chiesi a una delle suore. Mi rispose che stava tagliando la legna in un certo posto. Lo raggiunsi. Aveva l’aria allegra: voleva farci vedere che non gli importava che ce ne andassimo e per chissà quanto altro tempo rimaneva solo. Ci portò nel piccolo villaggio vicino; ci fece vedere i luoghi in cui erano stati ammazzati dai banditi alcuni suoi predecessori; si sottopose di buon grado alle riprese che fece Barcelloni e si conclusero con una indimenticabile scena in cui lui giocava con i bambini, cantava con loro e li faceva volare per aria; consumammo un rapido pasto; alle due, sentimmo il gracidio dell’aereo. Stava arrivando Forno.

Atterrò sulla pista di terra battuta. L’aereo era minuscolo; Forno, un gigante sessantenne (ma che avesse avuto due infarti e bevesse mezza bottiglia di whisky al giorno, mi era stato detto solo la sera prima). Trattava gli indigeni peggio di Kurtz in Cuore di tenebra. A due guerrieri seminudi, tutti dipinti, con tanto di lancia, che si erano appostati sotto le ali, intimò di andarsene con delle urla che avrebbero terrorizzato un leopardo. Insomma: caricammo i bagagli. E ci preparammo alla partenza. Però, padre Da Ros era sparito. Chiesi alle suore dove fosse. Era in giro per fossili.

Passarono alcuni mesi. Un giorno, ricevetti un lettera: era di Achille Da Ros. Non stava più a Loyiangalani; lo avevano trasferito a Maralal che, in confronto a Loyiangalani, era come New York (benché le malattie fossero le stesse, la miseria nera fosse la stessa) e lui stava bene. Gli risposi che la sua lettera era un grande regalo, che averlo conosciuto era stato per me un grande regalo. E cominciammo a scriverci. Regolarmente: una lettera ogni tanti mesi. Lettere, nelle quali, lui, con lo stesso linguaggio semplice che usava per parlare ai nomadi (Dio lo chiamava il Grande Capo), mi raccontava la sua vita; io gli raccontavo la mia e alcune delle mie sofferenze, ricevendo ogni volta delle parole così giuste, così piene di una saggezza semplice e profonda da lasciarmi sbalordito.

E questo andò avanti per anni. Poi ci fu una lettera che non arrivò più dal Kenia, bensì da Torino. Mi comunicava che, dopo una malaria terrificante, aveva avuto una broncopolmonite altrettanto terrificante che lo aveva costretto a tornare alla Casa madre a Torino, dove doveva passare circa otto ore al giorno attaccato alla bombola a ossigeno. Gli telefonai immediatamente (ansimava, gli mancava il respiro) e, alla prima occasione, andai a trovarlo. Era ridotto pelle e ossa: pareva lui un fossile. Ma era contentissimo di vedermi. Mi regalò una splendida malachite del Turkana avvolta in un foglio di carta qualunque. Sul foglio c’era scritto: in memoria del nostro incontro.

Passarono altri anni. Lo andai a trovare altre volte: sempre senza annunciarmi. Spasimava di tornare in Africa, ma credeva che sarebbe rimasto un sogno. Finalmente, un anno fa all’incirca, al telefono, mi disse che doveva andare a fare dei controlli in ospedale, perché si temeva che avesse un brutto male. «Che male»? Domandai. Mi rispose: «Brutto». Era un cancro al pancreas. Gli restavano pochi mesi di vita.

Passarono anche questi mesi. Non osavo telefonare, perché avevo paura che mi dicessero che non c’era più. Invece, ricevetti una sua lettera. Mi scrisse: «Tutti, o quasi, i grandi amici missionari se ne sono andati e mi stanno aspettando perché mi vogliono bene. Io so che tu hai la tua Croce e ringraziane il Grande Capo: getta in Lui il tuo affanno ed egli ti nutrirà. Perché Lui ci ama da matti».

Morì il 24 febbraio. Poco prima che morisse, parlai al telefono con la suora infermiera. Le chiesi qual era la situazione. Mi disse che si stava spegnendo come una candela, ma era lucido. Allora le dissi di andargli a dire che Giorgio, a Roma, pregava per lui e gli voleva bene. Lei lo fece. E lui - seppi - ne fu felice.

Padre Da Ros era un angelo. Ce ne sono molti nel mondo: dentro la Chiesa e anche fuori della Chiesa. Sono gli angeli che Dio manda sulla terra per affidare loro la sua Croce; e la pienezza dell’amore. Poi, li riprende con Sé.

Giorgio Montefoschi
12 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

La vita
Padre Da Ros, nato a Montaner, è stato un missionario della Consolata, per quasi un ventennio ha operato nel Kenya settentrionale. Prete e antropologo, «si diletta anche - scriveva - di paleontologia», operando a contatto di studiosi molto noti come Richard E. Leakey. Specialista di Storia delle religioni ed Etnologia, è stato per anni direttore delle collane «Biblioteca scientifica» e «Studi e saggi» dell’editrice Emi. È autore di diversi saggi scientifici e di due volumi di studi etnologici svolti in una prospettiva d’incontro tra il mondo culturale «primitivo» e quello «occidentale». Tra i suoi titoli si ricordano: «In morte e sopravvivenza presso i Nilo-Camiti», «Note per una ricerca etnologica sul campo», «Noi, i turkana», «Proverbi samburu» (tutti Emi). Padre Da Ros è scomparso quest’anno.

http://www.corriere.it/cultura/10_luglio_12/montefoschi-da-ros-angelo-travestito_f9b7daa4-8da1-11df-a602-00144f02aabe.shtml


Pubblicato : 18/08/2010 da Giorgio MONTEFOSCHI | 0 commenti
Categoria : PERSONAGGI

PIERLUIGI CAPPELLO Un poeta fragile ma libero

Gli incontri /

A TRICESIMO (UDINE) Nel prefabbricato di PIERLUIGI CAPPELLO

Sono un poeta fragile. Ma libero

Da bambino scopre Omero e Ariosto. A 16 anni l'incidente

«Ho trasformato l'immobilità in una fonte d'ispirazione»


«No, no, non è lui l’imperatore». Pierluigi Cappello sorride. È disteso a letto, la giornata è soffocante. Fuori, il frinire delle cicale, il profumo delle ortensie e una scritta in serbocroato che appare come un motto solenne per chi varca questo prefabbricato in legno d’abete a Tricesimo, alle porte di Udine: «Chi non sopporta il vino è costretto a sopportare la vita». Dentro, nella densità dello spazio dell’ultimo residuo di un dono del governo austriaco alla popolazione martoriata dal terremoto del Friuli, l’odore acre delle sigarette. Più che una casa, tutto ricorda la cella di un monaco con la vocazione alla lettura: in ogni spazio libero, romanzi, saggi, libri di poesia. Qua e là, dipinti di qualche amico (i disegni di Sergio Toppi), una foto con due poeti, su un tavolino, il modellino di un aereo (la passione per il modellismo), una tazza, una bottiglia di vino. Per terra, il compressore per l’aerografo, la sedia a rotelle accanto al letto.

ESSENZIALITA' - In questa manciata di metri quadri, ultimo simulacro di morte e vita di un tempo tragico, Pierluigi Cappello, classe 1967, poeta civile, finalista al Premio Viareggio con la nuova raccolta edita da Crocetti Mandate a dire all’imperatore, vive nella ritualità di un’esistenza essenziale come le sue parole, che ripete con ferma dolcezza, quasi un sussurro. «No, non è lui l’imperatore. È una figura alta, simbolica». E poi: «È una poesia scritta nel 2005, molto prima che il nostro presidente del Consiglio fosse gratificato dell’appellativo dalla moglie Veronica». «È il rovesciamento di un racconto di Kafka - continua -. È la voce di chi sta fuori dallo spazio delle leggi. È la voce di chi non deflette lo sguardo di fronte al potere». Cappello declama a memoria: «Così come oggi tanti anni fa / mandate a dire all’imperatore / che tutti i pozzi si sono seccati / e brilla il sasso lasciato dall’acqua / orientate le vostre prore dentro l’arsura / perché qui c’è da camminare nel buio della parola». «È una voce dai margini. Versi che parlano della sconfitta della storia e cosa vuol dire portarsi addosso una cassa di morti». La poesia che apre e dà il titolo, (come ricorda Eraldo Affinati nella postfazione) tocca «il tema cardine del ventesimo secolo, per tutto ciò che si porta dietro, il gorgo, l’inconscio, persino il fraintendimento della libertà».

SEDIA A ROTELLE - Già, la libertà. Per lui, costretto a una sedia rotelle da quando aveva 16 anni (dopo un incidente in moto); per lui che da centometrista, falcata dopo falcata, rincorreva ogni frazione di secondo; per lui che ha vissuto l’infanzia nella natura aspra di Chiusaforte (un paesino di 700 anime stretto tra le montagne della Val di ferro, a qualche chilometro dall’Austria); per lui, dove la libertà era il campanello della stazione che annunciava il treno, sogno di un altrove oltre quella frontiera di ghiaccio e sassi, ecco, ora per lui la libertà appare come un Canto d’aprile: «Noi cantiamo perché teniamo duro / il nostro morire è per il nascere dei figli / quando cantiamo alziamo lontano / dal buio del bosco al cielo d’aprile / il fuoco del nostro sangue, per il domani». Forse, la vera libertà, per Cappello, è proprio nella poesia: «Una libertà vastissima ma dettata dall’indifferenza dei più. E non solo: c’è poco confronto anche tra la comunità dei poeti. Eppure, la poesia ha in sé tutti i tempi di questa civiltà: testi brevi come gli slogan pubblicitari, ad esempio. Con una differenza: la poesia porta in sé la postura dei sentimenti che vengono rimossi. La poesia ha in sé, insieme, l’idea di morte e vita. E questo rappresenta la sua forza irripetibile». «La poesia è una forma di resistenza perché ti insegna a sentire le cose senza appropriartene: illumina le cose da dentro e le libera. La vera poesia in qualsiasi modo si esprima è sempre fuori mercato. Per questo è pericolosa e disturba il potere». Pierluigi Cappello parla lentamente, scandendo le parole, sottovoce. Se esiste un’idea di poeta, quest’uomo sofferente dal volto di ragazzo fragile sembra incarnarne tutte le stigmate: tormento, tenerezza, profondità, in Cappello diventano carne, occhi, voce. Non è un caso che l’incontro con la poesia sia avvenuto come un’epifania quand’era poco più che bambino. Un destino che ha il nome di una insegnante delle medie, Mariarosa Famiglietti: gli ha fatto scoprire la Chanson de Roland, Omero, Ariosto.

RUOLO CIVILE - Poi l’incidente, ma il seme era piantato. «Ho trasformato l’immobilità in un’opportunità» dice sorridendo. E poi: «Stiamo seppellendo ogni cosa sotto una colata di clamore. È il trionfo della società mediatica. Nutriamo una malsana paura del silenzio. Un silenzio vivo che confondiamo con il vuoto». È strano. Ascoltando la voce di Cappello, anche il silenzio in questa piccola stanza sembra diventare materia da accarezzare. Il tempo in questo pomeriggio d’estate appare sospeso e ogni dettaglio assume contorni inaspettati: il caldo torrido e la sua carrozzina sembrano svanire. Con un gesto prende in mano il suo libro e legge: «Scrivere come sai dimenticare / scrivere e dimenticare / Tenere un mondo intero sul palmo /e dopo soffiare». «Una postura del poeta è quella dell’ascolto - continua -. Chiunque scriva ha una necessità con se stesso. Talvolta, per alcuni, c’è un io che ha la necessità di diventare noi. È un io in risonanza». Pierluigi Cappello è così: un incantatore tenero e determinato nel difendere l’idea di un ruolo civile, il suo. Forse, la sua forza sta proprio in quel «Noi», in quella risonanza che Cappello riesce ad avocare. E, ironizzando, non concede spazi neanche ai nuovi fenomeni di successo giovanile: «Ho letto il libro di poesie di Ligabue con lo stesso atteggiamento con cui ho letto le poesie di Bondi». «Troppe volte si pensa che per scrivere versi basta essere padroni di una certa grammatica; c’è l’idea che andando a capo si possono scrivere dei versi. Così si fa come quando si era bambini: le file dei soldatini allineati. Proprio per questo di poeti ne nascono forse cinque in un secolo. Quando è morto Pasolini ricordo l’urlo di Moravia: "È morto un poeta, è morto un poeta! Un lamento senza possibilità di pacificazione».

BARRIERE - Il gruppo di prefabbricati dove vive Cappello si chiama «Rosade». Non si sa chi abbia scelto profeticamente questo nome ma il destino ha voluto che proprio Pier Paolo Pasolini l’abbia trascritta in forma poetica ai tempi delle sue Poesie a Casarsa, nel ’42. Ora c’è un via vai di amici, belle ragazze e soprattutto premurose vecchiette vicine di casa: «Astu bisugne di alc? Hai bisogno di qualcosa Pierluigi?», chiede Silvana in friulano. C’è sempre qualcuno che prepara una zuppa, un piatto di pasta. Il poeta è accudito da una rete di solidarietà. D’altronde, la sua fragilità fisica è assoluta: ha bisogno di costante assistenza e un infermiere dorme con lui tutte le notti. «La mia giornata? Una giornata dettata da questo corpo cocciuto. Una giornata di barriere costanti. Una giornata di orari scanditi. Ho sempre delle cose da fare, incontri con studenti, conferenze. E poi il silenzio, la scrittura. La poesia è una caccia al buio, hai tutti gli elementi tecnici, ma non sai mai l’esito finale. La poesia è come un’isola che emerge dalla nebbia». «Scrivo a matita, non amo tanto il computer, alle email preferisco la voce» sottolinea. E sono molte le voci che cercano l’amico poeta. Ecco al telefono, dall’altra parte del mondo, Daniella, un’artista brasiliana che dai grattacieli di San Paolo ogni tanto piomba in questo scorcio di Friuli: «Sei baciata dal sole o no?», domanda Pierluigi ridendo. Cappello, come Pasolini, compone anche in friulano: «Il senso di scrivere poesia? È collocarsi in modo antitetico a un linguaggio che si consuma in un istante e che viene buttato via come un guanto di gomma».

LINGUE - «Non mi piace usare il sintagma lingua minore - aggiunge -. La stessa dignità che ha il friulano può averla un dialetto dell’Africa. Perché è una lingua. Porta con sé un mondo, porta con sé i detriti della storia. E più prospettive noi abbiamo sul mondo e più siamo ricchi. Immaginate quale potrebbe essere la visione di un bambino che impara l’italiano ma impara anche a conoscere la sua lingua. Quanto può nominare, interpretare e capire il mondo se conosce il vero idioma della sua terra? Quella terra dove si è sporcato giocando? Dove ha imparato a piangere, ridere e amare?».
gcolin@corriere.it

Gianluigi Colin

09 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
http://www.corriere.it/cultura/10_agosto_09/colin-poeta-fragile-libero_56d1379a-a390-11df-9c56-00144f02aabe.shtml


Pubblicato : 18/08/2010 da Gianluigo COLIN | 0 commenti
Categoria : CULTURA

IL TEMPO DEI PARADOSSI

LA RIFLESSIONE.

Il tempo dei Paradossi

Perché non sappiamo difendere i nostri valori

 

Dovendo parlare di paradossi ho fatto ricerche in Internet e ho iniziato a trovare: i paradossi di Zenone, di Aristotele e altri classici, di Kant, di Marx e molti altri filosofi e intellettuali. (...). Ho raccolto la bibliografia che ho ritenuto fosse più interessante per svolgere questo lavoro, e di cui ometterò i titoli per non annoiarvi e perché, anche solo leggendo i titoli, sarebbe davvero tutto più complicato; alcuni contenevano parole che non sono più nemmeno riconosciute dalla Reale Accademia della lingua spagnola, ma è quello che succede quando uno si affaccia al mondo della filosofia o delle idee: anche le parole sono complicate.

Ne ho cercato un paio in una libreria, quelli con i titoli che mi sono sembrati più accessibili: come avrei potuto leggere un libro di cui non riuscivo nemmeno a capire il titolo? Non li avevano: fuori catalogo. Allora mi sono detto: se i miei romanzi sono su Internet, e chiunque se li può scaricare su un computer o su un lettore digitale, perché non fare lo stesso con quei libri fuori catalogo? In ogni caso li avrei letti solo in parte: sarebbe stata una piccola frode e tra colleghi per di più, chissà se sarei stato severamente punito o se il peccato era veniale e sarei riuscito a emendarlo comprando qualche indulgenza. Ma in Internet non c’erano. A quanto pareva a nessuno era venuto l’impulso incontrollabile di scannerizzare e caricare nel web un trattato sui paradossi di Zenone perché l’intera comunità virtuale lo potesse leggere.

Ecco qui il primo paradosso, che ho riscontrato, non studiato: esistono migliaia di romanzi nella rete che si possono prendere liberamente, oltre che gratuitamente, privando dei legittimi diritti di proprietà gli autori e gli editori, e questo accade in virtù della moderna tesi per cui la cultura deve essere di libero accesso per tutti senza alcuna spesa. Ma ci sono solo i romanzi, i libri di intrattenimento! O altre opere di un secolo fa al massimo che sono diventate di dominio pubblico e che le grandi multinazionali del web si adoperano a scansire. Cultura? Il tema stuzzicava la mia curiosità: ho due cd piuttosto recenti che mi ha procurato un amico, che a sua volta li aveva avuti da un altro amico, e che tra tutti e due contengono circa seimila opere: tutti romanzi, ovviamente; lì nessuno aveva scansito niente sui paradossi di Zenone, ma tra quei seimila titoli non si parlava nemmeno di matematica, storia, sociologia, filosofia, insomma di tutte quelle scienze, quelle arti, dottrine o conoscenze che davvero costituiscono la cultura di un popolo.

Paradossale: in nome della cultura viene dato il permesso di dilapidare il patrimonio di persone che lavorano duramente e si sforzano di svolgere il loro compito, ma questi banditi della cultura non vanno al di là dei semplici romanzi di intrattenimento, per quanto insigni possano essere i loro autori. Le conoscenze artistiche, scientifiche, filosofiche, intellettuali, industriali... sembra quasi che siano già scomparsi dalla definizione stessa della cultura.

Zenone? Non poteva essere. Probabilmente avremmo vissuto, voi e io, veri e propri momenti di noia se avessi trovato qualche libro sull’argomento. Marx? I paradossi sulle plusvalenze? Oggi, dopo una crisi che forse voi italiani avete iniziato a superare, visto che noi spagnoli, nonostante il nostro signor Zapatero passa arrivare un giorno a sbandierare che siamo più ricchi degli italiani, non lo abbiamo ancora fatto... e quanto ci manca!... Comunque, dopo questa crisi basata sulla creazione di plusvalenze virtuali, meramente contabili, sarebbe stato il caso di parlare del paradosso marxista. Di fatto, non smette di essere paradossale che con le nostre tasse, quelle dei contribuenti, siano state finanziate le grandi multinazionali bancarie e finanziarie perché non fallissero. Milioni di cittadini stanno tirando la cinghia, ma le banche, con il denaro di quegli stessi cittadini, no, e la cosa peggiore è che i dirigenti continuano a essere sempre gli stessi: quelli con i jet privati, le barche lunghissime, le feste... Ho la sensazione che un giorno qualcuno dovrà rivedere una serie di princìpi che oggi, nonostante la realtà che ha gettato nella miseria milioni di famiglie, continuiamo a ritenere validi. Cosa avrebbe fatto Marx a questo proposito?

Per vostra tranquillità ho preferito immaginare quello che avrebbe detto, o che forse ha davvero detto, un altro Marx, Groucho: «Fermate il mondo, voglio scendere». Ho un bel libro che parla dei fratelli Marx. Groucho era di per sé un paradosso, nel suo modo di vestire, di camminare, di parlare, di relazionarsi con il mondo. E da una persona come lui non ci si poteva aspettare altro che frasi che oggi descrivono la nostra realtà, per quanto paradossali possano sembrare.

«La televisione è una fonte di cultura - annunciò -. Ogni volta che qualcuno la accende, vado nella camera accanto e mi metto a leggere un libro». Premonitorio. Groucho Marx morì nel 1977, quando ancora non esisteva la televisione spazzatura. «Partendo da niente ho raggiunto le più alte vette della miseria», a cui oggi come oggi potremmo aggiungere, senza timore di sbagliare, «culturale».

Ma forse la sua frase migliore, il paradosso più utile dell’irripetibile comico nel contesto che stiamo discutendo, è questa: «La politica è l’arte di cercare problemi, trovarli, fare una finta diagnosi e poi applicare i rimedi sbagliati». Io mi azzarderei ad andare un po’ più in là: il problema è radicato nel fatto che di fronte a tutto questo, la società è incapace di rispondere, di opporsi all’incompetenza, se non proprio all’inettitudine o incapacità dei nostri dirigenti. Siamo caduti in una pericolosa spirale di conformismo che arriverà a scardinare le nostre stesse fondamenta civiche. Di fatto hanno rubato fino all’ultima risorsa di cui disponeva la cittadinanza: quella di poter manifestare. Oggigiorno quasi tutte le manifestazioni sono guidate dai partiti politici. Sono i politici che manifestano per se stessi, e gli uni contro gli altri: paradossale. E nelle poche occasioni in cui lo fa la cittadinanza - non oserei mai dire «nonostante siano in forma spontanea» - ci ritroviamo in situazioni di violenza o di gravissimi scontri, il che fa sì che l’iniziativa popolare perda tutta la sua legittimità. Mi permetterò di enunciare un paradosso politico che a me personalmente genera un’inquietudine tremenda: abbiamo creato tali strutture funzionariali, ci siamo dotati di un tale compendio di legislazioni garantite, ma soprattutto anchilosate, insomma abbiamo creato un tale mostro che tra il conformismo e l’apatia cittadina e l’inefficienza dei nostri dirigenti, un giorno ne verremo divorati.

In Spagna parliamo di tori. In alcune regioni i politici vogliono proibire le corride, secondo loro crudeli, mentre in altre regioni le dichiarano veri e propri beni culturali, secondo loro arte. Come può essere che la stessa attività venga proibita in alcune zone della Spagna e poco più in là, a neanche cento chilometri, sia un bene culturale? Siamo diventati tutti matti? Ma il problema è che, mentre gli uni e gli altri discutono di tori, l’Università di Barcellona pubblica uno studio in cui si rileva che in Spagna ci sono più di diecimila ragazze tra zero e quattordici anni a serio rischio di subire l’infibulazione.

L’infibulazione è un delitto e in quanto tale è soggetto nella nostra società a pene carcerarie. Di delinquenti ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno. Il problema non è questo, il problema è capire se, nei gruppi sociali in cui si producono simili esecrabili mutilazioni di ragazze indifese, si abbia o meno la percezione che si stia facendo qualcosa di male, senza nemmeno chiedersi se si stia nuocendo al prossimo in maniera criminale; capire se il diritto positivo, quello che creiamo noi uomini, concorda con il diritto naturale, quello che pensiamo ci appartenga per il semplice fatto che siamo nati. E disgraziatamente credo che no, che in quelle comunità non esista una simile percezione del male.

Lottiamo abbastanza contro tutto questo? Siamo pronti a difendere la nostra cultura, ora sì, la nostra Cultura con la C maiuscola, le nostre leggi, tutte quelle conquiste che ci hanno permesso di ottenere i diritti civili su cui basiamo la nostra esistenza? Credo di no. Non confondiamoci: dietro gran parte delle decisioni politiche non si nascondono altro che interessi di partito: restare al governo, ottenere il governo; sono poche, tra le decisioni che i nostri politici si azzardano a prendere, quelle che potrebbero togliere loro dei voti. Questo è un grande paradosso: quello che abbiamo creato può arrivare a distruggerci; il piccolo paradosso risiede nel fatto che voi abbiate ascoltato me.

(Traduzione di Beatrice Gatti)
© Ildefonso Falcones 2010

Ildefonso Falcones
12 luglio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA


L'autore
- Ildefonso Falcones de Sierra è nato a Barcellona nel 1958. Figlio di un militare, avvocato specializzato in diritto civile, è autore del romanzo storico «La cattedrale del mare», che ha riscritto nove volte prima che un editore, lo spagnolo Grijalbo, accettasse di pubblicarlo.
- Il libro ha riscosso subito un grande successo internazionale, vendendo in Spagna più di un milione di copie, per un totale di 4 milioni di volumi in 40 Paesi. In Italia è stato pubblicato da Longanesi, ha venduto 400.000 copie e ha dominato le classifiche per 40 settimane. Longanesi ha edito anche il seguito, «La mano di Fatima».


- Il testo che pubblichiamo in questa pagina verrà letto martedì prossimo da Ildefonso Falcones al teatro Dal Verme di Milano (ore 21), in occasione della Milanesiana.

http://www.corriere.it/cultura/10_luglio_12/falcones-tempo-paradossi_beb9d87c-8d96-11df-a602-00144f02aabe.shtml


Pubblicato : 18/08/2010 da Ildefonso FALCONES DE SIERRA | 0 commenti
Categoria : CULTURA

Riparte l'Encyclomedia di Eco

Cultura

12/08/2010 - L'INIZIATIVA EDITORIALE

Riparte l'Encyclomedia di Eco

Grazie all'intervento di Corrado Passera che ha rilevato la società

FRANCESCO MANACORDA

MILANO
E' uno strumento che mancava e che pensiamo possa essere molto utile anche alla scuola. Mentre di solito le varie discipline si studiano separatamente qui si riescono invece a vederle in modo integrato, dalla filosofia all'architettura, dalla religione alla letteratura. E su tutto il progetto c'è il marchio di qualità assoluto di Umberto Eco». Parla Corrado Passera, che di mestiere fa l'amministratore delegato di Intesa-Sanpaolo, uno dei colossi del sistema bancario europeo. Ma adesso, a titolo assolutamente personale, si lancia - anzi si rilancia - nell'Encyclomedia, una storia multimediale della civiltà europea ideata e curata da Umberto Eco. «E' una piccola iniziativa editoriale - dice ancora Passera - ma di sicuro un progetto di qualità. E i canali per diffonderla sono in aumento: dagli e-book all'”edutainment”».

L'opera che era partita sotto l'egida della Olivetti all'inizio degli Anni 90, quando proprio Passera guidava il gruppo di Ivrea, è andata avanti a rilento nel corso degli anni. Lo scorso dicembre lo stesso banchiere - come racconta l'agenzia Radiocor - ha creato la Encyclomedia Publishers Srl; poi, il 30 luglio ne ha aumentato il capitale sociale da 10 mila a 450 mila euro, sottoscrivendolo interamente, e al tempo stesso ha ceduto come «liberalità non donativa» quote da 50 mila euro ciascuna ai due figli, alla compagna e a Danco Singer, l'esperto di comunicazione che già guidava Opera Multimedia, finora editore dell'Encyclomedia.

Nel corso dei diciassette anni dalla sua nascita l'Encyclomedia ha già fatto uscire non i tomi, ma i cd-Rom, che vanno dal Cinquecento all'Ottocento, che sono stati poi venduti anche come allegati a periodici e quotidiani. Adesso, alla vigilia della maggiore età e con l'apporto del nuovo socio forte, il progetto riparte su nuove basi. Eco si è così messo al lavoro sull'antichità, con l'obiettivo di ampliare il periodo di tempo coperto dall'opera in tempi rapidi.

Nella versione che circola oggi ogni cd-Rom dell'Encyclomedia ha tra l'altro una propria biblioteca, con testi originali pensati per l'uso interattivo e materiale multimediale, uno schedario, una cronologia interattiva che si può utilizzare su base cronologica o tematica e un atlante storico, tutti collegati tra di loro con rimandi interni.

http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/297362/